Possono succedere tante cose nella vita, eppure si perde tempo ad aspettare (Pamuk, La casa del silenzio). Una piccola – si fa per dire – nota a margine di Istanbul e il Museo dell’Innocenza.

Istanbul e il Museo dell’Innocenza

Non ho mai letto Pamuk.

Nemmeno un rigo, neppure una citazione, fino al momento di scrivere questo post. So solo che il mio vicino di ombrellone da circa un decennio, che si chiama Pierluigi, fa l’avvocato, ha una cultura stratosferica e condivide con me la sue letture, me ne parla da anni.

Me ne parla con un misto di piacere e fastidio, come di un eccesso di verbosità che si fa perdonare grazie ai contenuti. E pure come un fastidio da eccesso levantino, una cosa che forse a me che sono napoletana non disturberebbe, mentre lui che è di Frosinone e corre la maratona di New York – un uomo tutto rigore – lo sente come un qualcosa di appiccicaticcio e ineluttabile.

Alle persone cui sono molto legata o delle quali ho profonda stima – come in questo caso Pierluigi – faccio totale affidamento per i consigli sugli acquisti, di qualunque genere, con una domanda semplice semplice: ma a me mi piace?

Perché chi mi conosce e mi è intimo è la stessa persona che deve conoscermi nelle pieghe invisibili del pensiero e nelle onde del desiderio. Se non lo sa o toppa sul giudizio, allora non mi conosce. Ma questo mo’ è un altro fatto che non ci azzecca.

E sulla domanda se questo Pamuk mi piacerebbe, Pierluigi mi ha sempre detto un sì. Ma un sì controverso: mi piacerebbe e mi innervosirebbe, un poco come succede pure a lui. Ma più che mi piacerebbe. E la verbosità diventerebbe, per me che sono sempre di fretta e dritta al punto, un modo per coltivare la lentezza e l’abbandono, una cosa simile alla sicurezza quieta dell’harem e alla voluttà della danza del ventre, forse.

Fatto sta che credo di averlo evitato proprio per questo.

Una volta avevo fatto un viaggio in Turchia che mi era molto piaciuto, nonostante tutto. Era un viaggio che segnava la fine di un amore. Di un grande amore. Uno dei due grandi amori della mia vita, che in totale sono stati due, più degli amorucci senza nulla a pretendere in termini di grandiosità. E avevo pensato alla linea sottile che taglia il Mediterraneo e congiunge Istanbul a Napoli e Lisbona, le tre città che trovo più simili per forma e sostanza e che amo follemente, per quel misto di decadentismo e bellezza, per la forma delle luci notturne, per il disegno delle colline sul mare, per la similitudine degli abitanti e la bellezza delle donne e degli sguardi maschili.

Vabbè, come al solito mi parte l’ùzzolo della narrazione comincio a divagare. Ferma.

Torniamo al punto: pur non conoscendo Pamuk, sono stata tuttavia presa dalla curiosità violenta di andare a vedere questo film, tratto dal suo romanzo su Istanbul e il Museo dell’Innocenza, che si proiettava a Roma, solo per due giorni  e solo in due sale, e senza sapere che cosa fosse, senza aver letto nulla e senza neppure aver visto il trailer.  E tuttavia sapevo di doverlo fare, per ragioni a me ignote e che – a dire il vero – ancora non mi si sono chiarite. E ci sono andata con un’amica mia che mi ha seguito sulla fiducia e che forse è la ragione principale per cui sono finita a vedere il film, per le cose che, poi, mi avrebbe detto. Ma questo mo’ è ancora un altro fatto che non pertiene del tutto alla vicenda. O forse sì, se consideriamo il cuore della vicenda l’ossessione amorosa.

Perché questo film – ammesso che si possa chiamarlo film – narra di un’ossessione amorosa, quella del protagonista Kemal per la bella commessa Füsun, un’ossessione che dura circa un quindicennio, fino al tragico epilogo, e che vede l’ossesso Kemal raccogliere, come surrogati di presenza, tutti gli oggetti che nell’arco del tempo appartengono a Füsun, o vengono da lei toccati: forcine per capelli, soprammobili, suppellettili da cucina, orecchini smarriti, mozziconi di sigaretta sporchi di rossetto.

Mozziconi di sigarette a decine, centinaia, migliaia, incollati su giganteschi pannelli ospitati nel Museo dell’Innocenza, piccolo gioiello di ricostruzione amorosa e storica che lo stesso Pamuk ha voluto montare a Istanbul, per immergere il visitatore nella storia di una follia, di un’ossessione sentimentale che in realtà non è altro che la stessa ossessione che Pamuk coltiva per la sua Istanbul e la sua Turchia.

Gli anni rappresentati e descritti nel Museo dell’Innocenza, oltre a descrivere la parabola di un destino amoroso che si compie (o non si compie) con estrema fatica, sono gli stessi anni che vedono la storia della Turchia ripiegarsi in un destino sempre più cupo e introflesso, retrocedendola da capitale dell’Asia Minore, avida di cultura internazionale, di cinema, di baci e modernità a un luogo sofferto, retrivo.

Sì che il film, un lungo racconto intervista da parte dei protagonisti del romanzo, di personaggi della strada, dello stesso Pamuk che occhieggia da televisori disposti in tutta la città, diventa una lunga conversazione sulla Memoria e sul peso della storia.

Le riprese, con lunghissimi piani sequenza e macchina disposta su carrello che lentamente si  insinua e scivola per la città, sinuosa, come un serpente, con una voluttà indescrivibile, sono tutte notturne: Istanbul di giorno è un luogo caotico, infernale, che rivela la sua bellezza solo di notte, che si tratti delle luci sul Bosforo o dei vicoli di cani randagi e straccivendoli. Le riprese indugiano, come in una Grande Bellezza alla turca, su ogni minuscolo dettaglio, minuziosamente. Ossessivamente, appunto. Senza mai effettuare un salto, un brusco passaggio da un’immagine a un’altra. La camera scorre e seduce, si ferma, accarezza la città e nel frattempo evoca i quarantaquattro incontri carnali tra i protagonisti, le millecinquecentocinquanta  cene nella casa di lei. Tutto schedato, numerato, esposto, nel racconto come nel Museo. Una somma di elenchi alla Perec, un’ecolalia del significante. Tutti i segni tipici dell’ossessione alla Barthes: le attese, i cataloghi, i ricordi, le scaramanzie.

Credo sia stato questo ad affascinarmi più di tutto: il linguaggio a me più noto, quello della catalogazione e della tassonomia, della collezione entomologica di attimi che hanno appena smesso di respirare, per cercare di preservarli nella loro effimera bellezza.

Mentre mi faccio tutt’uno con la telecamera e ne assorbo il tempo  e la lentezza, lentamente scivolo in una sorta di ipnosi – credo che il film voglia proprio questo, o forse lo vuole da me, come in una meditazione Vipassana: lasciare che il cervello non si fissi su tutti i dettagli proposti ma, al contrario, se ne serva per sviare l’attenzione e consentire un flusso più profondo – in cui mi tornano in mente echi  di nomi e letture: Joel Candau  e Maurice Halbwachs  su tutti. Il sottile equilibrio della Memoria, la costruzione dell’identità, il braccio di ferro e la necessaria combutta tra la memoria individuale e quella collettiva per la costruzione del senso.

In fondo questo film non fa altro che raccontare la storia di una perdita, muovendosi per onde concentriche sempre più ampie: la perdita di un amore, la perdita dell’identità di una città, la perdita del senso della Storia, la perdita del senso del futuro.

Da ragazza avevo studiato una cosa che mi aveva stupito molto: la presenza, totalmente inspiegabile a livello storico e migratorio, di alcune strutture linguistiche, sintattiche e grammaticali, presenti in pochissime lingue del mondo: il giapponese e la sua componente ainu, il turco, il sardo e il basco. Sono, oltre che ad avere forse una comune origine che le sistema nel gruppo altaico, lingue agglutinanti e non flessive, in cui il senso delle cose non è dato dalla declinazione o dalle coniugazioni, ma dal posto che la parola occupa nella frase. Come una sorta di ordine cosmogonico del Verbo, che successivamente ordina il mondo con le stesse regole.

Sono lingue di popoli che hanno fatto della tradizione e dell’identità una fissità, un’ossessione, il centro esatto e immodificabile della loro costituzione in popolo, a prescindere da quanto accade all’esterno.

Esiste una parola, in turco – l’ho imparata nel film – che ha una certa equivalenza nel giapponese mono no aware, il sentimento di afflizione per la precarietà di tutte le cose: hüzün.

Una parola che superficialmente si traduce con tristezza, ma che contiene al suo interno moltissime sfumature: il distacco irreversibile dalla persona amata e per esteso la consapevolezza del divario incolmabile tra Uomo e Dio. Hüzün è una parola spola, sospesa tra il senso negativo della perdita e l’aspirazione positiva a far ripartire la propria ricerca.

Come scrive Pamuk in Istanbul: i ricordi e la città, ripreso da qui: “Così agivano gli eroi dei film turchi di quando ero ragazzo e anche gli eroi della vita vera: sembrava che fin dalla nascita i loro cuori fossero segnati dall’hüzün, per questo non erano capaci di battersi per ottenere denaro, successo o le donne che amavano. L’hüzün non solo paralizza gli abitanti di Istanbul. Rappresenta anche una specie di licenza poetica che giustifica la loro fuga”.

C’è qualcosa di Borges, in questo film, anche se non saprei dire cosa. Come un costante senso di capovolgimento della realtà o quel modo labirintico di attraversare la città e la narrazione. O il sentimento che le cose, tutte le cose, gli oggetti, stiano là come sospesi, in attesa di rivelarci un loro intimo segreto. O la chiave della nostra impossibile felicità.

Quando sono uscita avevo anche io un piccolissimo hüzün, una tristezza di distanza non superabile.

E’ perché anche tu hai un’ossessione amorosa, mi ha detto la mia amica, descrivendo il modo del mio sguardo, dopo mesi che non ci vedevamo, e il modo in cui disponevo le parole.

Secondo me no, ho risposto io.

Ma avevo bisogno di dormirci su. E di poter dire a me stessa, come Kemal alla fine del libro, nonostante tutte le assurdità della sua vita e il dolore appreso: “Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice”.

Perché felice forse è quel tormento che ci permette di superare noi stessi. Non lo so.

Devo dormirci ancora su.

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