Archive for novembre 2016

Passare di fianco alla bellezza.

novembre 20, 2016

Pensavo dunque ieri pomeriggio – introducendomi rapita in una piccola galleria del centro dove esponeva Lena Salvatori, artista minuta, un’età indefinita e in ogni caso mal portata, con una capigliatura a metà tra boccoli e dreadlock, dei quadri ad olio di paesaggi di una tale potenza risucchiante e introspettiva – che vorrei essere ricca solo per portarmi a casa certi frammenti di bellezza che costantemente intravedo e che mi struggono il cuore.

E di lì pensavo dunque alla bellezza, alla possibilità di fruirne in maniera contemplativa o rapace, e mi dicevo che il non essere ricca mi proteggeva da questa seconda modalità che, spogliata da ogni considerazione filosofica, si riconduce a un mercimonio, a una reificazione di tutto quel che esiste.

E pensavo allora all’artista, una figura che mi induce a un misto di ammirazione e compassione, che mi immagino sballottato, in bilico tra la sua vis creatrice, sofferta e insopprimibile e il suo bisogno di tenersi al mondo e mangiare, bere, sostentarsi come noi comuni mortali e quindi all’arte come possibilità reale di darsi a questo mondo con il duplice scopo di nutrire ed essere a sua volta nutrita, con modalità opposte che a questo punto mi creavano confusione, come sempre, nell’incapacità di mettere a fuoco le priorità, gli istinti.

Ed è una cosa, una diatriba dalla quale, con me stessa, non riesco mai a uscirne.

Sono sensibile alla bellezza.

Non alla perfezione lampante.

A quella bellezza che resta segreta, marginale, che devi andarti a cercare. Che si tratti di persone, oggetti, e pensieri. Sensibile a certi giochi di luce, di parole, al modo in cui le persone abitano lo spazio, sensibile a gesti minuti, a dettagli che riassumono e spiegano. Sensibile a forme inattese che si rivelano dove meno te lo aspetti, talvolta ammantate di simmetria, altre di dissonanze.  Sensibile a tutte le voci che dentro di me, quando toccate, iniziano a parlare o a tacere.

E da lì spostavo la riflessione all’amore, al modo in cui ci si dà agli altri e se ne gode, che assomiglia moltissimo, nella doppia possibilità di contemplazione e appropriazione, quel senso del possesso che tarpa le ali, quella sensazione di incompiuto al non poter disporre, mordere, succhiare, tenere stretto. Ma questo lo lasciamo per un’altra volta,  sebbene tutte le cose funzionino allo stesso modo, questo so per certo, e parlare d’una racconta e illumina le altre, le chiarisce, le spiega.

Pensavo allora, con un’arroganza apparente, un po’ socratica, che gli artisti dovrebbero regalarmi le loro opere, per il solo fatto che le apprezzi in questo modo. Che se fossi stata la pittrice di ieri, o di altri giorni, incontrati per caso sulla mia strada – ammesso che un caso esista, e io non ci credo veramente – direi: scegli, portane a casa uno.

E lì, forse, si assisterebbe alla vera presa d’atto, la messa in discussione: prendere un pezzo o lasciarlo? E se prenderlo, prendere quale? E magari accorgersi che il solo frammento, staccato dal tutto, perde la sua potenza, e rinunciare alla volontà di appropriazione. O prenderne uno, uno soltanto, quello che più parla a me, al mio cuore e dire: questo. Questo che mi restituisce a me stessa, che mi rende una parte di me sconosciuta, taciuta, vulnerabile o forte. Questo, mi incarti questo – ed è possibile incartare la bellezza senza che questa abbia a risplendere fuori, a straripare, a ricondursi alla sua stessa sorgente? – e arrivando a casa disporlo in qualche luogo atto con il rischio di vederlo mutare, privato dal contesto?

Come i figli, pensavo. I figli che abbiamo messo al mondo, plasmato, in parte, nutrito, aiutato a espandersi. Quei figli che ci uccidono, ci rinnegano, che temono la radice e la similitudine, salvo poi ricercarla quando tutto è perduto.

E poi ancora, pensavo, perché questo non mi accade con tutta l’arte, con tutte le forme di bellezza? Mai, chiederei a uno scrittore di darmi gratis la sua opera. Né penserei di portarmi a casa un attore o un cantante. Lo farei con i quadri, le statue, le foto, forse questo dipende dal modo stesso in cui si ha percezione delle cose. Per la parola mi accade solo con la poesia: i poeti non dovrebbero vendere le proprie parole.

So che quando vado in giro mi frustro.

In alcuni musei sono pervasa dalla tentazione di rubare.

Lo farei davvero, se non avessi timore di essere scoperta?

Molti anni fa, andando in giro con un amico scrittore che voleva  scrivere un racconto in cui si parlava di furti di quadri, mi intrattenni a lungo con un custode di Capodimonte sui sistemi di sicurezza, con domande così precise da fargli temere, ridendo, che stessi progettando un colpo.

E mi sentii rispondergli: giammai, non ruberei nemmeno un libro in biblioteca, la bellezza è di tutti, a disposizione. E mai seppi, dentro di me, se era risposta vera o tutelante, di cortesia.

Penso ai collezionisti e mi chiedo: sono animati dal mio stesso senso di bellezza? O è qualcosa di più simile al don Giovanni? O io stessa, se potessi, sarei a mia volta un don Giovanni?

Mentre guido penso, è per questo che mi piace guidare: in una bolla spaziotemporale dove il gesto è automatico e il pensiero fluisce, lo sguardo indugia in diverse forme, vago e focalizzato a un tempo.

Mai nessun posto, come questa città, ha generato in me una tale fame di bellezza, mai soddisfatta, una tale fame d’amore, una totale assenza d’appartenenza spicciola, una simile apertura al Tutto, una solitudine immensa e piena, massacrante e sublime. Un tale entrare e uscire dalle cose, essere esposta al bello quasi in maniera nauseante, una bulimia dello sguardo, un’incapacità di possedere, una smania bramosa di conquista, il caos.

Gli artisti dovrebbero vendere le cose? O farne dono pieno? Essere al mattino impiegati e travet, e alla sera perdersi nella sconfinatezza dell’anima? Sentirsi creatori o dispensatori di un dono che viene da più lontano – e in questo caso, da dove, esattamente? – da elargire senza voler tenere, senza alcuna forma di guadagno formale?

L’artista ha in sé una cupidigia simile, speculare a chi lo acquista: baratta bellezza in cambio di vita pratica, sogni in cambio di bollette.

Da sempre, l’arte mi affascina e mi inquieta. Penso a Van Gogh che coi suoi quadri pagava il conto del macellaio, al gruppo di artisti che tra Olanda e Belgio si offriva da bere e da dormire in cambio di schizzi, tele. A una possibile economia di baratto, che offra bellezza in cambio di servizi.

Penso ancora all’Olanda, dove un mio amico mi racconta della facoltà di concedere opere d’arte al cittadino, per un tempo, per la contemplazione solitaria, prima di restituirle al museo. Per potersi un poco strusciare al Bello, come un amplesso lontano dalla vista degli altri, fino al punto di comprendere che l’amore va espanso, accresciuto nel contatto col mondo, arricchito.

Penso e mi perdo.

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La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

novembre 13, 2016

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Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

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Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

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Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato un’ora prima di te.

novembre 5, 2016

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Io questo Canada non lo sapevo proprio, non me l’ero mai filato e nemmeno me lo volevo filare. Faceva parte delle conoscenze di cultura generale, roba di scuola elementare e media, quei paesi complicati con la doppia e tripla capitale, come l’Olanda, il Marocco e l’Australia. Poi c’era il fatto dell’acero e dello sciroppo, poi il bilinguismo, poi la canzoncina famosa, poi il freddo.

Fine della conoscenza del Canada.

Un altro grammo di conoscenza veniva dalla zia Carolina, cugina svampita di mia mamma, che durante l’occupazione americana a Napoli aveva una dozzina d’anni e un giovane ufficiale canadese, già maggiorenne, se ne innamorò e le promise di tornare a prenderla quando fosse diventata maggiorenne.

E veramente tornò, se la sposò e se la portò a Edmonton, con il placet di tutta la famiglia, che non vedeva l’ora di sbarazzarsi di questa creatura ingenua e un poco tontolona, così tontolona che per i successivi trent’anni non imparò mai la differenza di fuso orario, e telefonava nel cuore della notte, spaventando tutti e pigliandosene di jastemme.

La questione però è che la zia Carolina teneva un poco la reputazione della scema del villaggio, come si dice a Napoli, dell’”abbunata”, sicché nelle due o tre volte che tornò in Italia, per presentare i suoi figlioli, che parlavano solo ‘mericano e volevano cornflakes a colazione e icecream nel pomeriggio e la nonna non li capiva e cacciava taralli e tracchiulelle, raccontava cose incredibili.

Che là per là la famiglia la stava pure a sentire, ma poi – erano i primi anni Settanta – quando lei se ne andava, commentavano in maniera risoluta: era pallista pure da criatura, ma mo’ proprio esagera.

Perché la zia Carolina raccontava fatti totalmente inusuali: d’inverno – diceva – non usciva mai per strada, camminavano sottoterra dove c’erano negozi, parrucchieri e tutto, perché il freddo uccideva. Sottoterra c’era una città tale e quale a quella di sopra, con i negozi, i supermercati e le farmacie, bellissima, dove era sempre primavera. E la notte le automobili in garage dovevano tenere sempre il motore acceso, basso basso, se no si gelava il carburante. E poi – e questo, più di ogni altro racconto, sconvolgeva la nonna (la mia bisnonna) e faceva propendere per l’assoluta, totale, scemità di Carolina – lei e il marito si erano aperti un ristorante.

– E che cucini?, chiedeva la nonna, ricordandosi che Carolina non era proprio adatta a cucinare.

E Carolina spiegava che non cucinava affatto, che nel suo ristorante c’erano cibi precotti, che la gente veniva, se li comprava e se li riscaldava in certi fornetti che si chiamavano maicrouév, che in trenta secondi avevano cotto tutto, lei ce lo aveva pure a casa. La nonna scuoteva il capo e commentava:

–  Caroli’, a vuo’ ferni’ ‘e dicere palle?

E Carolina ci rimaneva male e non raccontava più niente.

Poi la bisnonna morì, morì pure il marito di Carolina, morì mia nonna e si persero definivamente i contatti. Zia Carolina, se ancora vive, avrà un’ottantina d’anni, i miei cugini una sessantina e chi s’è visto s’è visto.

Poi per lavoro io un giorno di molti anni fa avevo deciso, per una serie di ragioni che sono lunghe da spiegare, che non mi volevo occupare di tre mercati: USA, Canada e Cina. Per oltre vent’anni ci sono riuscita brillantemente, schivandoli fin dove ho potuto. Una sola volta ho fatto una cosa a New York, ma degli altri non volevo sapere niente di niente.

Potevo mai immaginare che in piena mezza età tutti e tre mi piombassero tra capo e collo? Eccoli qua: USA, Canada e Cina, the day of wine and roses. Perché come dice un proverbio che mi ha insegnato la mia collega canadese: “Per quanto tu possa svegliarti presto al mattino, il tuo destino si è alzato un’ora prima di te”.

E dunque, un po’ seccata di dovermici recare, ho fatto una di quelle cose che mai, mai e poi mai faccio: sono partita impreparata. Così impreparata che non ho guardato una mappa, non ho visto il sito dell’albergo, non mi sono informata di metro, ristoranti, cose da vedere. Niente. Il mio collega mi aveva stampato una microguida che non ho guardato. E addirittura mi sono talmente tanto disinteressata del tutto, che pensavo di tornare sabato e invece era di venerdì. Insomma, sono partita che non ero io, abulica e scocciata, con l’idea del freddo come unica preoccupazione. E la sera che siamo arrivati e abbiamo detto facciamoci un giro dell’isolato, il mio unico commento è stato: mamma e che bruttezza, ‘sta città.

Né la sensazione visiva è migliorata al mattino seguente: sette e mezza del mattino ancora notte, alle otto una cappa plumbea, pioggia. Ma siccome il nostro primo impegno era nel tardo pomeriggio, non è che potevamo starcene tutto il giorno in albergo a strafogarci di pancake, sicché armati di cappotto, sciarpa, cappello, guanti, stivali foderati, mutande di lana, maglietta termica e ombrello, siamo usciti.

Alle otto Toronto era vuota. Totalmente vuota. Non un’anima viva. Vuota alle nove, vuota alle dieci. Vuota. Potevo mai immaginare che il fatto di zia Carolina era vero e stavano tutti sottoterra?

E deve essere stata questa vuotezza, unita al bisogno di camminare e camminare per sconfiggere il freddo, che mi ha innamorato, un po’ per volta, fino a farmi arrivare a sera, e poi ai giorni seguenti, totalmente felice, inebriata, appassionata, dandomi allegramente della stupida per essere ricaduta per l’ennesima volta nella trappola della prima impressione.  Perché l’intuito è importante, ma la pazienza lo è di più.  Perché io lo so, lo so sempre che in tutte, tutte le cose, si annida una bellezza, a volte immediata, a volte segreta.

Ma quando ho freddo, fuori e dentro, perdo la pazienza. Con le cose e le persone.

(continua…)

La lunga strada verso casa

novembre 4, 2016

La nostra odissea inizia alle 14.00, quando dal centro di Montréal chiamiamo un taxi che dovrebbe portarci entro mezz’ora al massimo all’aeroporto.
Il nostro volo è previsto alle 17.00.
Non abbiamo pranzato, non abbiamo bevuto, non abbiamo fatto shopping nella città sotterranea.
Ci siamo detti – io e Fabio detto Furio, per evidenti e ovvie ragioni di precisione e puntualità – che avremmo fatto tutto nell’aeroporto di Montreal: mangiare, bere una birra, far pipì e comprare sciroppi d’acero e statuine inuit a profusione.
Corriamo rapidissimi al check in per sbarazzarci del nostro bagaglio ed essere liberi, quando la gentile addetta, in un misto di inglese e italiano, ci informa che non possiamo partire senza l’ESTA, il visto per gli USA. Noi siamo provvisti di un’ETA, che ci è servito per il Canada, del resto a New York siamo solo in transito. Nessuno ci ha detto niente di questo visto.

Ma non c’è niente da fare: veniamo spediti in una stanzetta tristissima per procurarci questa S che fa la differenza tra i due visti, senza la quale non possiamo tornare a casa.
La stanzetta dei visti è degna dei migliori incubi burocratici: alcuni divani marroni dai rivestimenti lisi e strappati in più punti, un unico computer occupato al momento da una famigliola franco-canadese, che pazientemente richiede il visto per ciascun membro.
Il pc è inflessibile: vuole conoscere mail, numero di cellulare e lavoro del bimbetto di cinque anni, e senza queste informazioni non consente di procedere.

I francocanadesi sono ironici e disperati a un tempo. Noi pure.
Ma intanto il tempo passa, noi dobbiamo mangiare, bere, far pipì e comprare souvenir e invece siamo in una situazione kafkiana.
Finalmente tocca a noi.
Digitiamo certosinamente tutti i dati richiesti rispondendo alle domande del pc americano.
No, non abbiamo mai avuto una seconda identità. Non abbiamo commesso frodi o truffe. Non siamo in bancarotta. Abbiamo un datore di lavoro, sissignore, sta a Roma. I nostri genitori, vivi o morti che siano, si chiamano Pinco e Pallino. Per qualunque cosa, questo è il numero di telefono da contattare. E no, non prendiamo farmaci salvavita e neppure siamo stati in Sudan, Libia, Iraq o Yemen dopo il 2011…guagliu’, noi tre ore in transito a New York dobbiamo stare, e che miseria!
Dopo il pagamento di 14 dollari usa sonanti, ci viene chiesto di stampare la ricevuta, ma il pc non ha stampante. Quindi coi cellulari facciamo una foto che esibiremo al momento del bisogno. La schermata dice che la concessione del visto richiederà da 30 minuti a 72 ore. Tra 72 ore noi dovremmo essere già a casa da due giorni. Qualcosa non quadra, a meno che non sia una mera formalità, una farsa per sottrarci i dollaroni.
Torniamo al check in dalla gentilissima signora italocanadese.
La signora si chiama Rosa D. e parlando parlando si scopre che è quasi compaesanella mia: padre di Rocca d’Evandro e mamma di un paesello del casertano mai sentito, una cosa tipo cinquecento o mille abitanti.
Se non fosse che abbiamo perso oltre un’ora e mezza con l’ESTA, ci fermeremmo ad ascoltare la storia di famiglia, ma dobbiamo ancora caricare i bagagli.
A Montreal, siccome sono un po’ boscaioli e self made man, i bagagli te li devi pesare e caricare da solo su un carrello che li inghiotte e li porta via.

Fatta anche questa.
È il momento della dogana.
I passeggeri vengono smistati su due ingressi secondo criteri imperscrutabili: famiglie smembrate, coppie divise, di qua i belli di là i brutti, scapoli contro ammogliati, boh, non si capisce.
Io e Fabio detto Furio non subiamo discriminazioni e passiamo quella che tecnicamente è una pre-frontiera americana in territorio canadese.
Via le scarpe, mani in alto, radiografia del torace per vedere se tieni la bronchite, l’asbestosi o chissà che, forse un’arma di distruzione di massa sotto all’ascella. Non sia mai iddio che tieni un fazzoletto in tasca o la carta di una caramellina, ci sta un negro tanto che urla e ti fa spogliare sano sano. Secondo Fabio è capace di farti togliere pure i tampax, per evitare ogni rischio.
Riusciamo a passare la frontiera senza grandi drammi.
La mia borsa risulta suspicious e viene passata al vaglio di un metaldetector e altro oggetto a me ignoto che però rivela che sono una brava persona.
Mentre ci rimettiamo le scarpe e il maglione ci accorgiamo che l’aereo parte fra dieci minuti e facciamo una corsa folle senza mangiare, senza bere, senza fare pipì e senza comprare i souvenir.
Vabbè, dài, ci rifacciamo a New York, tre ore a JFK, hai voglia ‘e fa’.
Ma a JFK, per prima cosa dobbiamo andare in un altro terminal.
Dopo tutta la sicurezza e i controlli della prefrontiera, ci fanno girare liberamente per strada, come se non fossimo passeggeri in transito. Entriamo e usciamo dall’aeroporto senza alcun divieto.
Ci cerchiamo il banco dell’Alitalia per capire che dobbiamo fare e ci danno due carte di imbarco. Una delle due serve per il precontrollo prima del controllo. Che sembrerebbe un’aggravante burocratica, invece a quanto pare è una cosa che ci fa risparmiare tempo, perché noi siamo passeggeri prioritari, club Ulisse e tutti quei fatti vip là.
Non solo.
Sulla carta di precontrollo di Fabio ci sta scritto TSA, che in codice vuol dire che quando passerà il controllo, ha il diritto di non togliersi le scarpe.
Io invece me le devo togliere.
Protesto, anche perché a Montreal mi sono accorta che dopo i dieci chilometri a piedi della mattina per andare in ufficio e tornare, si è bucato un calzino.
Ma niente da fare, pare che questo TSA non si possa concedere a tutti. E nemmeno si capisce sulla base di quali criteri venga concesso.
Ribatto pacatamente che qua più che il TSA ci vuole un TSO, ma per non continuare la polemica andiamo a fare questo precontrollo, che dura più del controllo stesso.
Dopo altra mezz’ora siamo tutti controllati.
Ci prendono le impronte digitali.
Con i nostri passaporti pieni di visti e le nostre carte di imbarco in mano, che si guardano in lungo e in largo, ci fanno domande a trabocchetto tipo:
Siete in partenza?

Ma stasera dove andate?
A Roma.
E da dove venite?
Da Montréal.
E quanti giorni siete stati?
Due, tre.
Due o tre?
Due notti e tre giorni.
Come ti chiami?
Brunella.
Dopo aver appurato che siamo proprio noi e non altri, ci lasciano liberi.
Sono le 20.00: dobbiamo ancora mangiare, bere, far pipì e comprare i souvenir.
Ma il Terminal 1 è quanto di più triste esista nella storia di tutti gli aeroporti del mondo.
Niente souvenir.
Un po’ di pipì.
Vabbè, non ci resta che mangiare. Dopo una giornata di merda, facciamo gli sboroni e andiamocene a farci fare due coccole nella vip lounge Alitalia!
Ma l’America è un paese democratico, e la VIP Lounge ricorda una situazione cinese da anni ’70.
Un frigorifero gigante offre panini semicongelati e immangiabili. O un’insalata di pomodorini e cuori di palma. O un hummus ai peperoni inqualificabile.
Ci sono dei chocochips con un retrogusto di cartone ammuffito, incoerentemente croccanti grazie all’olio di palma di cui sono composti per l’80%.
Il Primitivo di Manduria si beve nei bicchieri di plastica.
Un’ondata di snobismo antidemocratico ci assale.
Mi sento trattata contemporaneamente come una povera crista che voglia immigrare clandestinamente e una vip scrausa.
Di colpo capisco come si fa a votare Trump e ho paura di me.