Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato un’ora prima di te.

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Io questo Canada non lo sapevo proprio, non me l’ero mai filato e nemmeno me lo volevo filare. Faceva parte delle conoscenze di cultura generale, roba di scuola elementare e media, quei paesi complicati con la doppia e tripla capitale, come l’Olanda, il Marocco e l’Australia. Poi c’era il fatto dell’acero e dello sciroppo, poi il bilinguismo, poi la canzoncina famosa, poi il freddo.

Fine della conoscenza del Canada.

Un altro grammo di conoscenza veniva dalla zia Carolina, cugina svampita di mia mamma, che durante l’occupazione americana a Napoli aveva una dozzina d’anni e un giovane ufficiale canadese, già maggiorenne, se ne innamorò e le promise di tornare a prenderla quando fosse diventata maggiorenne.

E veramente tornò, se la sposò e se la portò a Edmonton, con il placet di tutta la famiglia, che non vedeva l’ora di sbarazzarsi di questa creatura ingenua e un poco tontolona, così tontolona che per i successivi trent’anni non imparò mai la differenza di fuso orario, e telefonava nel cuore della notte, spaventando tutti e pigliandosene di jastemme.

La questione però è che la zia Carolina teneva un poco la reputazione della scema del villaggio, come si dice a Napoli, dell’”abbunata”, sicché nelle due o tre volte che tornò in Italia, per presentare i suoi figlioli, che parlavano solo ‘mericano e volevano cornflakes a colazione e icecream nel pomeriggio e la nonna non li capiva e cacciava taralli e tracchiulelle, raccontava cose incredibili.

Che là per là la famiglia la stava pure a sentire, ma poi – erano i primi anni Settanta – quando lei se ne andava, commentavano in maniera risoluta: era pallista pure da criatura, ma mo’ proprio esagera.

Perché la zia Carolina raccontava fatti totalmente inusuali: d’inverno – diceva – non usciva mai per strada, camminavano sottoterra dove c’erano negozi, parrucchieri e tutto, perché il freddo uccideva. Sottoterra c’era una città tale e quale a quella di sopra, con i negozi, i supermercati e le farmacie, bellissima, dove era sempre primavera. E la notte le automobili in garage dovevano tenere sempre il motore acceso, basso basso, se no si gelava il carburante. E poi – e questo, più di ogni altro racconto, sconvolgeva la nonna (la mia bisnonna) e faceva propendere per l’assoluta, totale, scemità di Carolina – lei e il marito si erano aperti un ristorante.

– E che cucini?, chiedeva la nonna, ricordandosi che Carolina non era proprio adatta a cucinare.

E Carolina spiegava che non cucinava affatto, che nel suo ristorante c’erano cibi precotti, che la gente veniva, se li comprava e se li riscaldava in certi fornetti che si chiamavano maicrouév, che in trenta secondi avevano cotto tutto, lei ce lo aveva pure a casa. La nonna scuoteva il capo e commentava:

–  Caroli’, a vuo’ ferni’ ‘e dicere palle?

E Carolina ci rimaneva male e non raccontava più niente.

Poi la bisnonna morì, morì pure il marito di Carolina, morì mia nonna e si persero definivamente i contatti. Zia Carolina, se ancora vive, avrà un’ottantina d’anni, i miei cugini una sessantina e chi s’è visto s’è visto.

Poi per lavoro io un giorno di molti anni fa avevo deciso, per una serie di ragioni che sono lunghe da spiegare, che non mi volevo occupare di tre mercati: USA, Canada e Cina. Per oltre vent’anni ci sono riuscita brillantemente, schivandoli fin dove ho potuto. Una sola volta ho fatto una cosa a New York, ma degli altri non volevo sapere niente di niente.

Potevo mai immaginare che in piena mezza età tutti e tre mi piombassero tra capo e collo? Eccoli qua: USA, Canada e Cina, the day of wine and roses. Perché come dice un proverbio che mi ha insegnato la mia collega canadese: “Per quanto tu possa svegliarti presto al mattino, il tuo destino si è alzato un’ora prima di te”.

E dunque, un po’ seccata di dovermici recare, ho fatto una di quelle cose che mai, mai e poi mai faccio: sono partita impreparata. Così impreparata che non ho guardato una mappa, non ho visto il sito dell’albergo, non mi sono informata di metro, ristoranti, cose da vedere. Niente. Il mio collega mi aveva stampato una microguida che non ho guardato. E addirittura mi sono talmente tanto disinteressata del tutto, che pensavo di tornare sabato e invece era di venerdì. Insomma, sono partita che non ero io, abulica e scocciata, con l’idea del freddo come unica preoccupazione. E la sera che siamo arrivati e abbiamo detto facciamoci un giro dell’isolato, il mio unico commento è stato: mamma e che bruttezza, ‘sta città.

Né la sensazione visiva è migliorata al mattino seguente: sette e mezza del mattino ancora notte, alle otto una cappa plumbea, pioggia. Ma siccome il nostro primo impegno era nel tardo pomeriggio, non è che potevamo starcene tutto il giorno in albergo a strafogarci di pancake, sicché armati di cappotto, sciarpa, cappello, guanti, stivali foderati, mutande di lana, maglietta termica e ombrello, siamo usciti.

Alle otto Toronto era vuota. Totalmente vuota. Non un’anima viva. Vuota alle nove, vuota alle dieci. Vuota. Potevo mai immaginare che il fatto di zia Carolina era vero e stavano tutti sottoterra?

E deve essere stata questa vuotezza, unita al bisogno di camminare e camminare per sconfiggere il freddo, che mi ha innamorato, un po’ per volta, fino a farmi arrivare a sera, e poi ai giorni seguenti, totalmente felice, inebriata, appassionata, dandomi allegramente della stupida per essere ricaduta per l’ennesima volta nella trappola della prima impressione.  Perché l’intuito è importante, ma la pazienza lo è di più.  Perché io lo so, lo so sempre che in tutte, tutte le cose, si annida una bellezza, a volte immediata, a volte segreta.

Ma quando ho freddo, fuori e dentro, perdo la pazienza. Con le cose e le persone.

(continua…)

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