La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

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Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

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Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

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