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Il corteggiatore men che perfetto, ma auspicabile. Un trattatello men che esaustivo, ma conciso.

gennaio 26, 2017

Sempre, per comprendere l’esatta natura delle cose, o quanto meno avvicinarvisi di molto,  è necessario partire dall’origine delle parole che la definiscono.

E dunque il corteggiamento, come definisce il nostro amato dizionario etimologico, così è spiegato: derivante da corteggiare.

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Ma non paghi dell’etimologia, ci spingiamo addirittura a considerare le possibili variazioni sul tema, studiando sulla Treccani le numerose varianti del concetto e delle parole che li rappresentano e descrivono per nuance e possibilità le diverse sfaccettature, iniziando da un corteggiatore base, spingendosi a un adoratore, a un audace, per culminare nelle versioni deteriori del fenomeno, quali il dongiovanni e il persecutore, che oggi con termine moderno chiameremmo stalker.

Converrete con me che orientarsi in questa panoplia linguistica è cosa ardua.

Pertanto, oggetto di questa trattazione non sarà fornire chiavi interpretative ulteriori, né definire i crismi del corteggiatore perfetto (giacché mi viene fatto notare quanto sia stucchevole la perfezione), bensì provare a tratteggiare le linee guida del “Corteggiatore men che perfetto ma auspicabile”. Come la madre sufficientemente buona di Winnicot: un essere imperfetto, ma sano e affettivamente presente.

Come da mia natura, dovrò operare per classificazioni di massima. Sappiamo bene che la classificazione è uno strumento non gradito a molti, poiché cristallizza e pone limiti, ma sappiamo altresì che è un importante strumento conoscitivo, oltre che catalogante, temuto da quanti amano la vaghezza e le performance anguillesche.

Partiamo dalla definizione centrale: “Essere assiduo presso una donna, al fine di conquistarne l’affetto”.

E qui dividiamo i corteggiatori (o presunti tali) in tre macrocategorie:

  1. Coloro i quali non hanno nulla a pretendere, ma corteggiano tanto per fare una cosa. Nella mia gioventù frequentai un’Università andalusa, dove le mie nordiche compagne erano terrorizzate e scandalizzate dalla pratica del piropo, il complimento salace rivolto alle fanciulle in strada dagli indigeni. In quanto napoletana e avvezza a un innocuo quanto reiterato “te chiavass’”, tipico del maschio partenopeo, mi trovai a dover spiegare loro la totale innocuità del piropo, che non richiede repliche né tantomeno sviluppi ulteriori: è un’azione conchiusa in se stessa, autistica quanto basta, che non necessita di repliche né di inutili sdegni, ma va classificata in un range che si muove dal totalmente inutile al rinforzo positivo di autostima
  2. Coloro i quali si muovono con pretese esclusivamente carnali, con due sottocategorie: relativisti e finalisti. I primi sparano nel mucchio, con un repertorio spesso stereotipato, basato sul complimento fesso. Si scoprono poco, non raccontano nulla di sé, se non quanto funzionale alla conquista. I secondi mostrano un’inventiva maggiore e una discreta perseveranza, abbinate a un esercizio di fine tuning sulla destinataria di turno. Entrambi hanno una gittata temporale di breve/medio periodo, che si esaurisce al raggiungimento dello scopo o all’eccessivo impegno richiesto da quest’ultimo, dal quale desistono in favore di obiettivi più facilmente raggiungibili.
  3. Coloro i quali perseverano, al fine di suscitare affetto e potenzialmente ricambiarlo. Per non complicare le cose con inutili sottocategorie trasversali, daremo per scontato che in questa categoria troveremo persone sostanzialmente in buona fede, ascrivendo al punto 2) quanti simulino interessi affettivi a scopo meramente carnale.

A questo punto è opportuno spendere due parole sulla metodologia.

Le tre categorie definite non sono da noi considerate in termini di merito o di giudizio: si tratta semplicemente di riconoscere la tipologia di corteggiatore e valutare se collimi con i nostri desideri e aspirazioni, e successivamente regolarsi.

Si può benissimo, in un momento della vita, aspirare al corteggiatore di tipo 1), in momenti in cui si ha bisogno di un surplus vitaminico per curare un’autostima depressa dall’inverno, dalla menopausa, da un impertinente brufolo spuntato sulla guancia, da una trascuratezza coniugale, così come si può scegliere un corteggiatore di tipo 2) per diversificare i propri investimenti sensuali, spolverare la solitudine, per attrazione momentanea o quel che volete.

L’importante è non confondere le caratteristiche tipologiche, al fine di evitare cocenti delusioni, coltivare sterili aspettative e rimanere delusi dalla vita.

Personalmente sono interessata al corteggiatore di tipo 3), ritenendo il sentimento quale unico carburante dell’azione umana e attribuendogli preminenza rispetto alla mera sensazione. Si tratta di un’inclinazione personale, del tutto opinabile e senza pretesa alcuna di verità.

Ciò premesso, il corteggiatore di tipo 3) dovrà presentare una serie di requisiti, taluni prioritari, talaltri accessori. Invito sempre a costruire una lista di priorità, anche nel caso in cui le preferenze si orientino su altre tipologie. Nel caso 2), ad esempio, si badi che egli sia amante accorto e generoso, a prescindere dalla condizione familiare e che non mostri gelosie o possessività. Analogamente, nel caso 1) si stabiliscano interiormente le soglie valicabili, anche se solo verbali, e si definisca il netto confine che separa il motteggio dalla noia. Sono solo piccoli consigli che torneranno utili nella pratica.

Tornando al nostro favorito, il corteggiatore di tipo 3), la mia personalissima lista, non priva di consigli e indicazioni per ambo i sessi, è la seguente:

  • Egli doserà adeguatamente l’interesse che manifesta per voi con un’apertura su se stesso, in modo da focalizzare la vostra attenzione sui suoi punti di forza e di debolezza, lasciando intravedere frange di lati oscuri, vulnerabilità e senza indulgere in sforzi narcisisti. Talvolta è gradita la compensazione tra lati positivi e negativi con accorte misure di contenimento;
  • Saprà alternare sapientemente momenti di galanteria a momenti di semplicità comunicativa, argomenti da massimi sistemi filosofici e pratiche organizzative;
  • Definirà con sostanziale chiarezza la sua condizione affettiva e il suo stato civile: separato in casa, in una relazione aperta, in pausa di riflessione e simili non vogliono dire disponibile. La confusione e il tormento interiore si curano dallo psicologo, i precedenti fallimenti affettivi, addotti a motivo ostativo di uno step successivo, devono essere gestiti da Equitalia;
  • Non adotterà meschine politiche di scambio sul brevissimo periodo, del tipo: ti invito a cena e tu al dopocena, ci vediamo tre volte, ma se alla quarta non succede niente metto il broncio;
  • Calibrerà l’utilizzo delle estremità corporee in funzione del momento e non di calcoli predeterminati, secondo una gradualità e una tempistica che coniughi spontaneità ed esame obiettivo delle circostanze;
  • Un aspetto molto importante è quello della reciprocità e delle iniziative. Come si usa ancora dire in alcuni ambienti meridionali, “l’ommo adda omminia’ e ‘a femmina adda femminia’”. Si tratta di una regola basilare, non intaccata dall’evoluzione dei tempi e dai femminismi, da intendersi tuttavia in maniera ragionevole e plastica, non tassativa. In poche parole, l’iniziativa la deve prendere lui, ma deve lasciar pensare che la prenda lei, e interpretare correttamente le sue titubanze non come un rifiuto, ma come una lotta intestina che la povera donna compie contro i suoi atavici retaggi che la condannano a un’indisponibilità sostanziale. Per contro, laddove l’iniziativa promanasse da lei, lui deve accettarla, senza sentirsi deprivato del suo ruolo né cantare vittoria troppo presto e dare il seguito per scontato. I femminismi ci hanno insegnato ad essere disinibite, un po’ aggressive e a fare il primo passo, ma non ci è mai stato dettagliato con sufficiente precisione come muovere il secondo e il terzo;
  • L’igiene personale meriterebbe una trattazione separata: ci affidiamo al buon senso e a una consultazione del web. Per par condicio, riteniamo che sia argomento condiviso da entrambe le controparti;
  • Se in presenza di reiterate proposte, anche non particolarmente impegnative, ella si sottrae, probabilmente non è interessata. Non è il caso di insistere, ma è opportuno che faccia le sue riflessioni in solitudine. Se trascorso un ragionevole tempo optasse per accettare un invito, una proposta, o presentarla essa stessa, non trattatela con sufficienza e nemmeno attuate azioni di rappresaglia o comportamenti di tipo aggressivo-passivo;
  • Se occorrono spostamenti territoriali, non invitatela a compierli, ma assumetevene l’onere iniziale, con discrezione e senza accollarvi: un intero fine settimana può essere fantastico ma anche devastante. Meglio peccare in difetto di presenza che in eccesso. Questa regola vale non solo per i corteggiamenti, ma in tutte le occasioni che la vita ci riserva, insieme al suo corollario: è meglio abbandonare le situazioni idilliache un attimo prima che raggiungano il culmine della parabola ascendente, piuttosto che scivolare in una rovinosa caduta verso il basso. La parabola potrà essere ripercorsa in successivi momenti con maggiore maestria e bastoni da nordic walking per attutire la ripidezza della discesa.
  • Per le signore: se un corteggiatore non vi interessa, non siete tenute a compiacerlo, Né a spiegargliene le ragioni. Ma soprattutto è vietatissimo tenerlo sulla corda, per questioni fondamentalmente etiche e di buon gusto. Forse come regola vale anche al contrario, nel caso di corteggiatrici indesiderate.

Condivido con voi l’opinione che questo breve decalogo sia démodé e probabilmente troppo impegnativo.

Nessuno è obbligato a seguirlo o a rispettarlo.

A me, piace.

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