Archive for febbraio 2017

Ancora sul dettaglio. E sulla fotografia. Meno di un manifesto: un’affiche.

febbraio 28, 2017

Dal 1989 al 1997 ho scattato un numero impressionante di fotografie.

Intere scatole di provini, sviluppi e stampe, prima di passare alle diapositive.

Poi intere scatole di pellicola inquadrata nei suoi telaietti, bene allineati su un caricatore pronto a sparare sprazzi di luce e colore su una parete bianca.

Poi, d’improvviso, un rallentamento. Progressivo, fino al blocco totale, per un periodo lungo. Un rigetto.

Paesi visitati senza nemmeno portare la macchina fotografica, affidati unicamente alla memoria dello sguardo e della parola. Ricorrenze trascurate. Obiettivi oscurati. Una specie di iconoclastia.

Una totale incapacità a effettuare qualunque scatto e a darmi una spiegazione convincente di questa improvvisa inabilità.

In quel momento non sapevo che fosse in corso una crisi di carattere cognitivo, una rivoluzione che si sarebbe manifestata solo molto tempo dopo. Mi dicevo solo che la fotografia non era più adeguata a descrivere la realtà, che ne era solo una pallida riproduzione, frammentata. E che il frammento, lungi dal restituire, distruggeva, immobilizzava, uccideva.

In mezzo alla riflessione c’era il ricordo di Luis, un compagno di studi portoghese, architetto e fotografo, che un giorno si era lasciato cadere dal Colosseo Quadrato a Roma, durante uno shooting. Era sopravvissuto, rimanendo zoppo per sempre, e raccontando che si era trattato di un incidente.

Poi un giorno di molti anni dopo la caduta, in un improvviso slancio di sincerità, mi aveva raccontato tutta la storia. Che non era stato un accidente ma un tentativo di suicidio finito bene. O male, secondo i punti di vista. Perché la sua vita in quel momento era spezzata da troppi dolori e non riusciva più a tenersi dentro in una cornice di riferimento. Si sentiva un fotogramma, invece che una storia. E come fotogramma sentiva che non aveva senso.

Era una storia più grande di me, io avevo poco più di vent’anni e lui sopra i trenta. Ma al momento giusto è tornata su e l’ho capita. Quando mi serviva.

Nel frattempo mi raccontavo altro, incapace di arrivare al punto.

Per anni mi sono allineata sulla visione dei primitivi e della foto che ruba l’anima di colui che ne è oggetto.

Nel 2002 acquistai la prima macchina fotografica digitale, a Dubai. Ma solo perché costava poco e la mia Fuji analogica aveva deciso di abbandonarmi per sempre, dopo molti anni di onorato servizio.

La usavo poco, in maniera compunta, come se si trattasse ancora di un’analogica: risparmiando gli scatti e selezionando a monte, prima del clic, cosa fosse degno di essere immortalato e cosa no.

Ancora nel pieno della crisi cognitiva, per molto tempo ho usato il grandangolo, convinta che l’ampiezza della visione riuscisse a rappresentare porzioni quanto più ampie possibili di realtà e perciò stesso vere.

Ho impiegato anni per capire che nessuna fotografia, nessuno scritto, nessun verso rappresentano fedelmente la realtà. L’ho imparato di pari passo con altre cose che mi hanno reso possibile questa comprensione: che nessuna sentenza di tribunale rende giustizia alla verità, che nessun amore assorbe in pieno la profondità dell’esistenza, che nessuna fede, nessun credo posseggono la chiave della salvezza, che nessuna prassi, per quanto positiva, esaurisce la correttezza piena dell’agire. Potrei andare avanti per ore, su tutti i niente che ho imparato.

E’ stato un lento smantellamento di certezze che vacillavano, che si sgretolavano e mi lasciavano scoperta, nuda di fronte a una realtà disfatta, che mai più avrei potuto cercare di tenere insieme come un tempo.

Io stessa ero disfatta, screpolata, incapace di rappresentarmi a me stessa in una totalità.

Di me vedevo solo schegge, frammenti, ed ero incapace di tenerli insieme.

Come Luis, finalmente sentivo una sensazione credo molto simile.

Osservarli uno per volta, questi frammenti, riconoscerli e ricominciare a fotografare, è stato un tutt’uno.

Ho trasformato il mio modo di vedere, all’interno e all’esterno.

Qualcuno pensa che sia una bulimica dell’immagine. Una fotografa compulsiva, come spesso mi definisco per tagliare corto con chi – scherzosamente e incomprensibilmente – mi sottolinea quante fotografie scatti.

Ne scatto molte, moltissime. Mai abbastanza.

Ne scatto quanti sono i frammenti che riesco a scorgere. E all’interno dei frammenti ne scorro altri, più minuti, talvolta sfuggiti al primo sguardo. Come le scatole cinesi.

Quando ingrandisco le foto, grazie alla magia del digitale, specie le fotografie che non riescono a ricordarmi esattamente cosa stessi riprendendo, le fotografie apparentemente insignificanti, scopro in secondo piano oggetti o movimenti che erano sfuggiti all’occhio cosciente e che tuttavia avevano catturato in modo subliminale l’attenzione. Come messaggi sottili, segreti.

Ho imparato a concentrarmi sulle cose molto piccole. Di pari passo, come una ginnastica aggraziata di cui non senti il peso, grazie a una pratica graduale, mi sono ritrovata un occhio allenatissimo, capace di scorgere ombre, giochi di luce, sfumature, refusi negli scritti, distonie nelle voci, simmetrie e dissonanze nascoste, bouquet floreali, gusti inediti, parole soffocate in respiri troppo lunghi, alzate di sopracciglio. Non solo di scorgerli, perché forse ne ero già capace, ma di inquadrarli e fissarli, dare loro compiuta dignità di esistenza, senza lasciarli scorrere fingendo a me stessa di avere mal visto o ignorato.

Come se educare a dismisura un senso, lungi dall’assopire gli altri, li avesse coinvolti tutti in un nuovo progetto, in una nuova educazione possibile. L’educazione al dettaglio, di cui scrivevo giorni addietro, ma che in realtà è molto più che questo. E’ piuttosto un’educazione alla relazione, al modo in cui i dettagli si dispongono nel tempo, nello spazio, tra individui. E come formino, simili ai caleidoscopi, dei disegni sempre nuovi e sorprendenti. Mutevoli.

E come ognuno di questi disegni rappresenti esattamente la realtà.

Non quella che cercavo di catturare prima, squadrata e grandangolare, paesaggio da cartolina, ma la realtà del qui e ora, l’unica possibile dato il contesto, il frammento, l’osservatore e l’osservato. L’Eternità che è in ogni singola particella del Tutto.

Poi c’è stata l’epoca della postproduzione, del ritocco, che per anni avevo vissuto come un inganno, una menzogna.

Se nella mia idea disabilitante lo scatto uccideva il reale, fermava il momento e lo assolutizzava, il ritocco assomigliava all’imbalsamazione, alla tassidermia, al trucco imposto alle salme. Qualcosa di simile a quegli animaletti che sopravvivono negli alberi morti, e li abitano dall’interno costruendo gallerie e tane, rigonfiandoli all’inverosimile e trasformandoli in strutture bitorzolute, immensi termitai.

Credo che a liberarmi da questa visione sia stato un film, Departures, e la dolcezza della restituzione alla semplicità delle cose, alla possibilità di una bellezza anche oltre il confine della morte. Improvvisamente mi è sembrato che niente fosse più bello che cogliere un dettaglio e abbellirlo, farlo rivivere con uno sguardo nuovo, concedergli una seconda possibilità, una trasmigrazione nella memoria.

E’ così che mi sono appassionata alle foto d’epoca e alla loro trasformazione. Cercando di cogliere nello sguardo, nella postura di persone ormai defunte e scomparse un guizzo del loro desiderio. Di riportare in vita una pulsione segreta, mai espressa o un piacere perduto troppo in fretta. Di provare a offrire loro un nuovo destino.

Per molto tempo ho sostenuto che lo scrivere è la pratica del troppo pieno, dell’esubero, dell’abbondanza di sé che va riversato nel mondo e che il fotografare è invece la pratica del troppo vuoto e della necessità di incamerare l’altro, l’esterno. Quasi un modo di nutrirsi.

In parte ne sono ancora convinta.

In parte penso che ci sia uno scambio, un’ecologia della mente. Un modo dello spirito di riciclare e reimpastare, di riutilizzare parti spurie per rinnovarsi e rinnovare. Come un battito di cuore o un respiro. Come l’occhio che si apre e si chiude secondo la quantità di luce. Come la bocca, lo stomaco. La fame, i grossi bocconi e i morsettini.

Departures

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Siamo o non siamo Soli nell’Universo?

febbraio 23, 2017

stelle

In quel momento esatto lui la scorse, dentro di sé, come una visione.

Bella come non era possibile altrimenti. Bella come non aveva mai visto nessuna su questa terra. Bella come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerla, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

In quel momento esatto lei lo scorse, dentro di sé, come una visione.

Bello come non era possibile. Bello come non aveva mai visto nessuno su questa terra. Bello come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerlo, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

Tra loro, a separarli, solo trentanove anni luce. Un’inezia.

Molti meno del tempo necessario a percorrere il Grande Raccordo Anulare nell’ora di punta, il Traforo del Monte Bianco in una giornata di neve, l’Asse Mediano alla chiusura dei Centri commerciali, il Red Carpet durante la notte degli Oscar, l’attesa del regionale per Cerignola sul binario 2.

Trentanove minutissimi anni luce per arrivare sfolgoranti alla meta, illuminati come una Madonna da processione o un Elvis Presley dal ciuffo aerodinamico. La distanza che un fotone percorre nello spazio vuoto in assenza di campo gravitazionale o magnetico in un anno giuliano moltiplicata per trentanove. Una quisquilia, un niente, una questione di volontà, di motivazione, di entusiasmo, di lotta alla pigrizia, di sfacciataggine, di coraggio, di audacia, di ardore, di spostare quei due o tre appuntamenti in agenda, di una sigaretta di attesa, di prenotare una pulizia del viso, di infilarsi un paio di jeans e una maglietta pulita, di mangiare un boccone a volo in un’area di servizio. Trentanove rapidissimi anni luce per fantasticare nel frattempo sull’arrivo, sull’accoglienza, sul riconoscersi, sull’abbraccio, sul dirsi tutte le cose taciute, mai espresse, dimenticate, sottese, sognate.

Nessuno dei due, assorbito dalla visione, pensò che il corpo celeste dell’altro, intravisto quasi in sogno,  in un ricordo di infanzia, in una festa da adolescenti, in un passato di appena trentanove anni luce addietro, appartenesse al momento esatto dell’osservazione e non al punto di arrivo, di incontro.

Nemmeno per un momento pensarono che avrebbero potuto non riconoscersi, tanta era la smania di superare lo spazio/tempo dei trentanove anni luce in un soffio. Perché la teoria raccontava che la distanza era immensa, per il fotone che doveva affrontare lo spazio vuoto.

Ma il loro spazio era pieno, denso, popolato, abitato di case, alberi, automobili, uffici postali, salumerie. Ed era pieno del desiderio, dell’amore, della fretta, delle fantasie, di tutte le cose che, a dispetto del loro ingombro, avrebbero facilitato i passaggi, raccorciato i tempi, avvicinato i luoghi.

Così che quando finalmente si incrociarono, tornati entrambi al paese per la festa del Patrono, dentro una piazza scintillante di luci e luminarie che disegnavano stelle e pianeti, non ebbero difficoltà a riconoscersi.

Lui le orbitò intorno e facendo la ruota da pavone, le disse: sono qui per rivoluzionare la tua vita.

Lei sorrise birichina e compì una rotazione su un piede solo, e un piccolo inchino.

E poi gli sussurrò in un orecchio, soffiando piano nei capelli: l’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi. Due Soli non sono ammissibili.

Perché si era informata, sapeva che lui era sposato, e che in un sistema solare non possono esistere due Soli. Uno soltanto. E che al momento il Sole ufficiale era la moglie, salvo diverso avviso astronomico e legale.

Si vede che sei inesperta e disinformata, rispose lui. Ma ridendo, per non indispettirla.

E dalla tasca dei jeans tirò fuori un articolo che aveva stampato, che parlava di Star Wars, di Tatooine e delle stelle gemelle che si condividono i pianeti. E aggiunse: è la Ricerca che ce lo chiede, la Scienza, il Progresso, la Verità.

Così lei finì per salire sulla sua auto e dirigersi verso nord, a trentanove chilometri luce dal paese, in un piccolo albergo dove nessuno avrebbe badato all’eccentricità della questione, né alla profondita delle orbite oculari il giorno seguente, né fatto chiacchiere inopportune.

Fonti bibliografiche:

Pianeti adulteri

Pianeti musulmani

Changing of the Seasons

febbraio 18, 2017

L’amante del dettaglio teme l’Amore, ma non lo sa. Questo è quello che dicono gli altri. Lo dicono sempre, e a volte finisce per crederci.

Il suo mondo si configura in liste, elenchi, punti da sviluppare, frammenti da cogliere, stralci di frasi, particolari di immagini, sguardi fugaci, timbri vocali.

L’amante del dettaglio si perde nei labirinti del particolare. In fondo è un collezionista, dicono gli altri, ma non sa nemmeno questo. E il dramma del collezionismo è l’incompletezza della collezione.

Le collezioni sono dei sottoinsiemi di insiemi più ampi, si espandono nell’Universo come le galassie. E poco importa che le teorie cosmogoniche e la scienza ci raccontino che l’Universo sia finito. O infinito. Poco importa, davvero.

Noi amanti del dettaglio ci muoviamo lungo i bordi, nelle periferie dei luoghi e dell’Essere in cerca di quel limite estremo oltre il quale non trovare nulla. O trovare la chiave, la soluzione, il Tutto. Ed entrambe le prospettive sono terribili: la prima metterebbe fine alla ricerca, la seconda le spalancherebbe l’angustia di un procedere infinito.

L’amante del dettaglio non ha scampo, è sempre in bilico su questo osservare incessante, su una catalogazione che sfugge alle etichette, sull’attribuzione corretta del senso, sulla familiarità delle cose che incontra, sulla loro totale inconoscibilità. Si appassiona a un bottone, a un polsino, alle venature di una foglia, alla luce che gioca su un ricciolo, a un capello caduto sul revers di una giacca, a un verbo inusuale, a un aggettivo fuori posto, a una dissonanza. L’amante del dettaglio paga simmetrie con irregolarità e dimentica il resto alla cassa, separa le immondizie con smisurata cura e dei sogni ricorda i colori. Trastulla l’attenzione con minuscoli segni, ad altri invisibili, riconosce un odore ma prima che si accorga che sta bruciando l’arrosto si è già perduto nel suo catalogo di ricordi di odori.

L’amante del dettaglio è distratto,  dicono tutti.

Ma posso assicurarvi che non è vero, è solo concentrato sulla forma mutevole di tutte le cose, inciampa per guardare il disegno che ora fanno le nuvole e la luce d’inverno. Nella sua testa c’è un orto botanico, una collezione di ali di farfalla, il fremito sottile di quella piuma che toccò da bambino, una filastrocca di parole allitterate senza alcun senso apparente ma belle a sentirsi. L’amante del dettaglio non ha freddo e non ha caldo, ma la pelle d’oca che sale dal braccio sinistro e una piccola arsura e gocce che imperlano il collo e scivolano sul petto e rotolando si raffreddano e poi incontrano un neo, di cui sentono il bordo. E quando parlano con uno che ha il nodo della cravatta troppo stretto vorrebbero allentarglielo e deglutiscono a fatica, almeno fino a quando non vengono distratti da quel piccolo, impercettibile mutamento della voce dell’altro. Agli altri dicono: ho freddo, ho caldo. Ma non significa niente, è solo per intendersi.

L’amante del dettaglio ha paura dell’Amore, si è detto. Ha paura di questa forza che unifica e cancella le distinzioni, che getta tutto in una massa indistinta, dai contorni sfocati. Questo è quanto dicono gli altri, ma lui non ci crede e continua ad amare con convinzione la goccia di cera che rapida scivola lungo il fianco della candela e con l’aria fredda, lontana dalla fiamma, si solidifica e resta ferma, immobile, Per essere ancora riplasmata dal calore della mano, dai polpastrelli che imprimono nuove forme. Sempre, incessantemente.

E poco importa di quel che dicono gli altri.

L’amante del dettaglio ha una riserva di bellezza segreta, talmente ampia da non accorgersi del resto. E perde il senso, i sensi, perde tutto e costantemente lo ricombina. Come pensa che debba essere l’Amore. Minuto e imperfetto, somma infinita di piccoli gesti.