Ancora sul dettaglio. E sulla fotografia. Meno di un manifesto: un’affiche.

Dal 1989 al 1997 ho scattato un numero impressionante di fotografie.

Intere scatole di provini, sviluppi e stampe, prima di passare alle diapositive.

Poi intere scatole di pellicola inquadrata nei suoi telaietti, bene allineati su un caricatore pronto a sparare sprazzi di luce e colore su una parete bianca.

Poi, d’improvviso, un rallentamento. Progressivo, fino al blocco totale, per un periodo lungo. Un rigetto.

Paesi visitati senza nemmeno portare la macchina fotografica, affidati unicamente alla memoria dello sguardo e della parola. Ricorrenze trascurate. Obiettivi oscurati. Una specie di iconoclastia.

Una totale incapacità a effettuare qualunque scatto e a darmi una spiegazione convincente di questa improvvisa inabilità.

In quel momento non sapevo che fosse in corso una crisi di carattere cognitivo, una rivoluzione che si sarebbe manifestata solo molto tempo dopo. Mi dicevo solo che la fotografia non era più adeguata a descrivere la realtà, che ne era solo una pallida riproduzione, frammentata. E che il frammento, lungi dal restituire, distruggeva, immobilizzava, uccideva.

In mezzo alla riflessione c’era il ricordo di Luis, un compagno di studi portoghese, architetto e fotografo, che un giorno si era lasciato cadere dal Colosseo Quadrato a Roma, durante uno shooting. Era sopravvissuto, rimanendo zoppo per sempre, e raccontando che si era trattato di un incidente.

Poi un giorno di molti anni dopo la caduta, in un improvviso slancio di sincerità, mi aveva raccontato tutta la storia. Che non era stato un accidente ma un tentativo di suicidio finito bene. O male, secondo i punti di vista. Perché la sua vita in quel momento era spezzata da troppi dolori e non riusciva più a tenersi dentro in una cornice di riferimento. Si sentiva un fotogramma, invece che una storia. E come fotogramma sentiva che non aveva senso.

Era una storia più grande di me, io avevo poco più di vent’anni e lui sopra i trenta. Ma al momento giusto è tornata su e l’ho capita. Quando mi serviva.

Nel frattempo mi raccontavo altro, incapace di arrivare al punto.

Per anni mi sono allineata sulla visione dei primitivi e della foto che ruba l’anima di colui che ne è oggetto.

Nel 2002 acquistai la prima macchina fotografica digitale, a Dubai. Ma solo perché costava poco e la mia Fuji analogica aveva deciso di abbandonarmi per sempre, dopo molti anni di onorato servizio.

La usavo poco, in maniera compunta, come se si trattasse ancora di un’analogica: risparmiando gli scatti e selezionando a monte, prima del clic, cosa fosse degno di essere immortalato e cosa no.

Ancora nel pieno della crisi cognitiva, per molto tempo ho usato il grandangolo, convinta che l’ampiezza della visione riuscisse a rappresentare porzioni quanto più ampie possibili di realtà e perciò stesso vere.

Ho impiegato anni per capire che nessuna fotografia, nessuno scritto, nessun verso rappresentano fedelmente la realtà. L’ho imparato di pari passo con altre cose che mi hanno reso possibile questa comprensione: che nessuna sentenza di tribunale rende giustizia alla verità, che nessun amore assorbe in pieno la profondità dell’esistenza, che nessuna fede, nessun credo posseggono la chiave della salvezza, che nessuna prassi, per quanto positiva, esaurisce la correttezza piena dell’agire. Potrei andare avanti per ore, su tutti i niente che ho imparato.

E’ stato un lento smantellamento di certezze che vacillavano, che si sgretolavano e mi lasciavano scoperta, nuda di fronte a una realtà disfatta, che mai più avrei potuto cercare di tenere insieme come un tempo.

Io stessa ero disfatta, screpolata, incapace di rappresentarmi a me stessa in una totalità.

Di me vedevo solo schegge, frammenti, ed ero incapace di tenerli insieme.

Come Luis, finalmente sentivo una sensazione credo molto simile.

Osservarli uno per volta, questi frammenti, riconoscerli e ricominciare a fotografare, è stato un tutt’uno.

Ho trasformato il mio modo di vedere, all’interno e all’esterno.

Qualcuno pensa che sia una bulimica dell’immagine. Una fotografa compulsiva, come spesso mi definisco per tagliare corto con chi – scherzosamente e incomprensibilmente – mi sottolinea quante fotografie scatti.

Ne scatto molte, moltissime. Mai abbastanza.

Ne scatto quanti sono i frammenti che riesco a scorgere. E all’interno dei frammenti ne scorro altri, più minuti, talvolta sfuggiti al primo sguardo. Come le scatole cinesi.

Quando ingrandisco le foto, grazie alla magia del digitale, specie le fotografie che non riescono a ricordarmi esattamente cosa stessi riprendendo, le fotografie apparentemente insignificanti, scopro in secondo piano oggetti o movimenti che erano sfuggiti all’occhio cosciente e che tuttavia avevano catturato in modo subliminale l’attenzione. Come messaggi sottili, segreti.

Ho imparato a concentrarmi sulle cose molto piccole. Di pari passo, come una ginnastica aggraziata di cui non senti il peso, grazie a una pratica graduale, mi sono ritrovata un occhio allenatissimo, capace di scorgere ombre, giochi di luce, sfumature, refusi negli scritti, distonie nelle voci, simmetrie e dissonanze nascoste, bouquet floreali, gusti inediti, parole soffocate in respiri troppo lunghi, alzate di sopracciglio. Non solo di scorgerli, perché forse ne ero già capace, ma di inquadrarli e fissarli, dare loro compiuta dignità di esistenza, senza lasciarli scorrere fingendo a me stessa di avere mal visto o ignorato.

Come se educare a dismisura un senso, lungi dall’assopire gli altri, li avesse coinvolti tutti in un nuovo progetto, in una nuova educazione possibile. L’educazione al dettaglio, di cui scrivevo giorni addietro, ma che in realtà è molto più che questo. E’ piuttosto un’educazione alla relazione, al modo in cui i dettagli si dispongono nel tempo, nello spazio, tra individui. E come formino, simili ai caleidoscopi, dei disegni sempre nuovi e sorprendenti. Mutevoli.

E come ognuno di questi disegni rappresenti esattamente la realtà.

Non quella che cercavo di catturare prima, squadrata e grandangolare, paesaggio da cartolina, ma la realtà del qui e ora, l’unica possibile dato il contesto, il frammento, l’osservatore e l’osservato. L’Eternità che è in ogni singola particella del Tutto.

Poi c’è stata l’epoca della postproduzione, del ritocco, che per anni avevo vissuto come un inganno, una menzogna.

Se nella mia idea disabilitante lo scatto uccideva il reale, fermava il momento e lo assolutizzava, il ritocco assomigliava all’imbalsamazione, alla tassidermia, al trucco imposto alle salme. Qualcosa di simile a quegli animaletti che sopravvivono negli alberi morti, e li abitano dall’interno costruendo gallerie e tane, rigonfiandoli all’inverosimile e trasformandoli in strutture bitorzolute, immensi termitai.

Credo che a liberarmi da questa visione sia stato un film, Departures, e la dolcezza della restituzione alla semplicità delle cose, alla possibilità di una bellezza anche oltre il confine della morte. Improvvisamente mi è sembrato che niente fosse più bello che cogliere un dettaglio e abbellirlo, farlo rivivere con uno sguardo nuovo, concedergli una seconda possibilità, una trasmigrazione nella memoria.

E’ così che mi sono appassionata alle foto d’epoca e alla loro trasformazione. Cercando di cogliere nello sguardo, nella postura di persone ormai defunte e scomparse un guizzo del loro desiderio. Di riportare in vita una pulsione segreta, mai espressa o un piacere perduto troppo in fretta. Di provare a offrire loro un nuovo destino.

Per molto tempo ho sostenuto che lo scrivere è la pratica del troppo pieno, dell’esubero, dell’abbondanza di sé che va riversato nel mondo e che il fotografare è invece la pratica del troppo vuoto e della necessità di incamerare l’altro, l’esterno. Quasi un modo di nutrirsi.

In parte ne sono ancora convinta.

In parte penso che ci sia uno scambio, un’ecologia della mente. Un modo dello spirito di riciclare e reimpastare, di riutilizzare parti spurie per rinnovarsi e rinnovare. Come un battito di cuore o un respiro. Come l’occhio che si apre e si chiude secondo la quantità di luce. Come la bocca, lo stomaco. La fame, i grossi bocconi e i morsettini.

Departures

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5 Risposte to “Ancora sul dettaglio. E sulla fotografia. Meno di un manifesto: un’affiche.”

  1. Peppe Coppola Says:

    È così.

    • flounder Says:

      Peppe Coppola, due o tre cose. Bello il video. Qua si dà per scontato che sappia il francese. E vabbè, meno male che lo so. Poi: come si chiama la canzone dei RadioHead alla fine? E infine: ma tu chi sei?

  2. Zu Says:

    Che bello ‘sto post, Brunella, e che bella tu.

  3. Broono Says:

    Il mio percorso professionale è iniziato nei ’90 in un’agenzia nella quale si facevano “multivisioni”.
    Proiezioni video che ricreavano l’effetto movimento attraverso la proiezione in sequenza (e allineate) di diapositive in numero proporzionale ai fotogrammi che rendono il “cinema” ma tipo 3 o 4 al secondo invece di 25.
    Dovevi fare un zoommata?
    SI fotografavano i passaggi in sequenza e si stampava una diapo per ogni passaggio, per poi proiettarle sincronizzate con la musica e ottenere così l’effetto zoom.
    Castelli di 3 proiettori (Carousel) per torre ogni circa 3 metri moltiplicati per la base dello schermo, a volte anche 30mt.
    Tutto questo per dire che ogni multivisione era fatta da migliaia di diapositive e quelle migliaia di dipaositive erano tutte stampate intelaiate e allineate dal garzone, io.
    Uh quante ne ho intelaiate negli anni, migliaia, migliaia.
    Ma quant’era bello l’effetto non lo sto nemmeno a raccontare, o si è stati naso sul tavolo luminoso con migliaia di scatti da selezionare per ore, giorni, settimane, mesi, o non si potrà mai sapere quanto emozionante fosse il momento in cui si spegnevano le luci e il pubblico vedeva in 3 minuti quello che non sapeva essere un lavoro di mesi..

    Vabbè, preambolo (sì era il preambolo, lo sai) a parte, la parte bella è questa:
    io ho fotografato le parole.
    Non c’era la proizione digitale, tutto era in diapo e quando si dice tutto si intende tutto, quindi anche in testi.
    Come si ottenevano?
    Con il sistema delle fustelle.
    C’era una pellicola, mi pare si chiamasse Polagraph, Polacore, PolaBoh, fai tu, comunque Polaroid, sulla quale con il principio del bianco/nero stampavi la parola che volevi sullo schermo.
    La pellicola era una sorta di film metallico che veniva “bucato” nella parte della parola, così che la luce passasse solo attraverso quella sagoma, lasciando il resto intatto, quindi metallico, quindi schermante.
    Immagina di prendere una lastra di metallo e di bucarla con sagome che formano la frase “mammamia Bruno quanto ti penso”, poi immagina di metterci davanti una luce e immagina la parete di fronte.
    Ecco, tu dirai “vabbé facile” e io dirò “no, mica finiva lì”.
    Perché sarebbe finita lì se la parola fosse stata proiettata su nero, quindi su assenza di luce, ma in sovrimpressione sulle immagini, quindi su una proiezione a sua volta di luce?
    Capisci che il nero non è proiettabile, quindi le immagini avrebbero annullato le scritte?
    Oh accipicchia, quindi come ce le mettevi le scritte in diapo sullo stesso schermo sul quale stavi proiettando delle immagini di sfondo in diapo pure loro?
    COn la contromaschera.
    Per ogni scritta su pellicola bucata e intelaiata in una bella slide si stampava (e intelaiava) il suo contrario, una slide che aveva bucato tutto il resto e mascherata la scritta, dopodiché la si intelaiava insieme all’immagine che doveva fare da sfondo alla scritta e così avevi un proiettore che proiettava una foto di quanto sono bello con una maschera a forma di scritta “mammamia Bruno quanto ti penso” che creava un buco di luce (nero) a forma della scritta e sull’altro proiettore si montava la slide con il positivo della scritta che, allineata, andava a proiettare la luce fatta con la stesa identica sagoma esattamente nello spazio nero creato dalla prima maschera.

    Scrivere semplicemente “Brunella” su una foto di Brunella era lavoro di artigianato, notti sveglio chino sul tavolo luminoso, tentativi e rulli e rulli buttati fino a perfezione millimetrica.
    Io fotografavo le parole, si può, un tempo si faceva ed era bellissimo e le parole non le potevi sbagliare perché per scrivere Brunella servivano ore, giorni, settimane anni di lavoro.
    Hai mai pensato che si potessero fotografare anche le parole e non nel senso di fotografia di una pagina ma nel senso di fotografia della luce che le crea?
    Si può, era tipo magia perché non c’era il soggetto, o meglio il soggetto era quello che tu volevi la parola dicesse e quello diventava l’immagine.
    Io faccio un lavoro bellissimo perché ho iniziato quando era un lavoro bellissimo.

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