Archive for marzo 2017

Safe Area

marzo 28, 2017

Finché venne il momento in cui ci accorgemmo che le cose non sarebbero mai più state come prima. Di più: ci accorgemmo che quello che chiamavamo “prima”, di fatto forse non era mai esistito.
Il che, visto da un certo punto di vista, poteva anche rappresentare una forma di liberazione: liberi dal prima non ci saremmo più dovuti preoccupare del dopo che, convenzionalmente, è composto da un terzo di prima, un terzo di presente, un terzo di imponderabile e una ‘ntecchia di periodico.

Liberi dal prima, ci dicemmo, le cose sarebbero andate molto meglio: al mattino, ad esempio, allungando la mano e trovandoti al mio fianco, avrei potuto tirare a indovinare: chi tu fossi, cosa facessi lì, nel mio letto, vicino a me. Porre la domanda senza conoscere la risposta. Liberi dal prima, al mattino, avrei potuto essere ogni giorno una donna diversa. E tu pure, l’uomo alternativo.
Liberi dal prima a me si scatenava la fantasia delle piccole cose: potevo porre domande stupide, ovvie, senza rischiare di essere banale. Potevo addirittura porre decine di volte la stessa domanda senza timore di infastidire o ricevere un riscontro prevedibile e scontato.

Certo, da un altro punto di vista, le cose si complicavano. Privi di un prima toccava essere totalmente presenti e pronti alla novità. Poi però, a pensarci bene, visto che non esisteva un prima con cui fare paragoni, nemmeno poteva essere possibile la novità. Che, convenzionalmente, è composta al novanta per cento da elementi nuovi e inattesi. Ma poiché veniva a mancare l’elemento di paragone, cadeva automaticamente anche quello di innovazione.

Insomma, la faccenda non era così semplice come appariva al primo sguardo. Allora si stabilì una regola. Se uno per caso riconosceva qualcosa, qualcosa che era avvenuta in un altro tempo, doveva fare un gesto convenuto. Che so, fischiare in un fischietto, alzare una bandierina rossa, dire altolà. Insomma, una cosa qualunque.

La questione però non si semplificava. Perché la memoria, per quanto ci si possa sforzare, non è mai una cosa del tutto condivisa. Sicché uno fischiava e l’altro si chiedeva il perché, e ne seguivano interminabili discussioni: ma questa cosa è una replica o un originale? E nel tentativo di rimettere le cose in ordine si scivolava nel prima, che però siccome era stato abolito, alla fine si scivolava in un buco nero, in un’area indistinta, desertica, dove uno vedeva le oasi, però poi si avvicinava e non c’era più niente.

Allora si pervenne a una possibile soluzione.

Qualcosa, prima, doveva pur esserci stato. E se si era deciso di cancellarlo, andava in qualche modo sostituito. Si poteva inventare, costruirlo insieme, inserirci tutti i dettagli del caso. E poco importava che fossero reali o immaginifici. Stabilimmo dunque che un giorno, un giorno imprecisato di tanto tempo prima, avevamo perduto un figlio. Lo avremmo chiamato Stefano. Ce ne dispiacemmo molto.

Di fatto non era mai avvenuto, ma l’idea che fosse vero un poco ci confortava, ci faceva sentire più uniti. Un’altra volta fabbricammo il ricordo di quando avevamo trascorso le nostre vacanze in Paraguay. Della sera in cui non trovammo da dormire in nessuno degli alberghi della città e ci accomodammo sulla panchina di un parco pubblico, tormentati dalle zanzare e da un gruppo di musicisti ubriachi che non riuscivano a ritrovare la via di casa. E più dettagli aggiungevamo, più ci veniva da sorridere.

Una mattina, al risveglio, pretesi di essere Maria Callas. E tu no, non eri Onassis, e nemmeno Kennedy. Quella mattina eri Gianfranco Mirozzi, impiegato di banca prossimo alla pensione e impelagato in certe questioni di TFR e sindacato.
Posso aiutarla io, Mirozzi, dissi. Il mio primo marito mi ha lasciato una cospicua eredità. Poi mi accorsi che non esisteva un prima, e rimanemmo in attesa dell’intervento sindacale.
Ma tu eri così contento che quella stessa mattina andammo a fare colazione al bar. A mezzogiorno ero diventata Augusta de Lollis, maestra elementare alle prime armi. Tu Orazio Nelson, e non so dove volevi portarmi con la tua nave. Invece avevi solo una Clio ammaccata in una portiera.

Ogni mattina, come d’abitudine, la sveglia suonava alle sette. Ogni mattina dovevamo ricordarci di correre in ufficio. Fuori, fuori dalle pareti di casa, il prima continuava ad esistere, come se niente avesse potuto intaccarlo. La sera, tornando alle sette, non avrei saputo immaginare cosa potesse aspettarmi. Se anche fosse stata una routine, non me ne sarei accorta. Avevamo scoperto che il prima, quello che pensavamo essere stato un prima, non era mai esistito.

Prendemmo allora l’abitudine di redigere un diario. Ci annotavamo le piccole cose: oggi, martedì, abbiamo visto un film al cinema e mangiato cinese. Nei giorni a venire lo rileggevamo e poco a poco le cose riacquistavano un senso.

Le piccole cose, quelle apparentemente insignificanti, riempivano tutto il nostro mondo, lo ridisegnavano.

Il giorno che mi fermò la polizia per un controllo di routine, scorsi il diario a ritroso. A pagina nove c’era scritto: effettuata revisione auto.

Alla fine stabilimmo che non valeva più la pena scrivere e nemmeno darsi tanta pena per niente. Le cose andavano come andavano, e andavano bene. No, nemmeno bene. Andavano e basta. E tanto bastava.

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La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

La cella di rigore. Storie di ritrovamenti.

marzo 13, 2017

La chiamano cella di rigore.
Dove nulla è permesso, nessun contatto, niente carta e penna.
Ma io, io.
Io sono una che va avanti per buona condotta.
Spontaneamente scelgo la via della chiusura, il momento della sospensione.
Scrivere è una sublimazione, lo sai da sempre ma te ne accorgi davvero nell’attimo esatto in cui ne fai a meno.
L’assenza di parole non è semplice vuoto, ma una pienezza d’altro.
La decisione di non trasfigurare mi produce un’esplosione interna, mi mette in moto altri pensieri, fa affiorare i desideri.
La parola li uccide, il silenzio me li nutre.
Adesso scrivo lettere invisibili.
Non posso avere una stilografica, userei la punta per infilarmela nella carne. Aspirerei sangue con lo stantuffo e sarebbero parole troppo rosse e vive.
Mi concedo una trasgressione, adesso. Qui. Dove nessuno risponde, in quella simulazione a volte troppo simile a un corpo a corpo ma al tempo stesso priva di corpo.
La carta che ho tra le mani è morbidissima, soffice, fatta di riso.
Me la strofino tra le gambe fino ad impregnarla. La lascio asciugare.
E poi ancora. Ancora. E ancora.
Anche questa è sublimazione.
Posso comunque infilarla in una busta e spedirla.
Non occorre saper leggere, non occorre decifrare segni.
Nessuna metafora.
Non mi occorre un parlatorio.
Adesso tengo tutto a mente, fino a che mi sembra di impazzire.
Puoi portare il segno con la punta della lingua e restare avvinto alla carta in attesa di un’altra missiva.
Farei altrettanto, ricevendo una tua lettera senza tracce di inchiostro.