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Lo sguardo dell’altro. E pure la barba.

aprile 25, 2017

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Ci ho pensato spesso, in questi giorni, immersa in un mondo in cui la maggior parte portava a spasso una barba: statue di imperatori e filosofi, giovani hipster, qualche pope, anziani e meno anziani, mentre il mio sguardo rapito saltava dall’uno all’altro.

Ci ho pensato perché il pensiero non è un’attività quieta e contemplativa, ma la traduzione di impulsi elettrici, di sensazioni che prendono la strada di immagini e concatenazioni di frasi mentali e diventano una sostanza concreta. Modificabile, ma concreta. Che a sua volta genera nuove sensazioni e impulsi elettrici, fino a formare un disegno più o meno comprensibile, articolato, di linee e chiaroscuri, di ombre e rivelazioni. E tutte quelle barbe vaganti mi riempivano di impulsi, a me.

Tempo fa un amico mi diceva che la mia inspiegabile attrazione per le barbe – attrazione che nel tempo va trasformandosi non in ossessione o mania, bensì in sola forma possibile del virile come personalmente inteso – derivava dal fatto che mio padre si era rasato tutti i giorni della sua vita. Puntuale, ogni mattina. E puntualmente, quando non era stato più in grado di tenersi impiedi, ero stata io a raderlo. Fino all’ultimo.   Per la precisione fino al penultimo giorno della sua vita, perché l’ultimo giorno, con gesti minimi e un filo di voce arrochita, si era decisamente rifiutato, dicendo testualmente: oggi no, tanto oggi devo morire.

E nel tardo pomeriggio era spirato, con una barba dura e ispida, che gli cresceva velocissima. A volte si radeva anche due volte al giorno, se aveva impegni serali, tanta era la rapidità di crescita.

Quando lo abbiamo preparato per l’altro mondo, gli zii volevano  sbarbarlo.

Ma io mi sono fermamente opposta: era stato il suo atto di ribellione, l’unico di una vita ordinata e mossa dal senso del dovere, e non doveva essere cancellato, non doveva essere contraddetto. Voleva morire facendo una cosa che non si fa, seminando il germe di un piccolo caos senza nessun effetto.

E così lo abbiamo deposto nella sua bara, ben vestito e con il viso cereo e pieno di peli, che continuavano a crescere incuranti della sua dipartita.

Dunque l’amico mio sosteneva che la mitizzazione delle figura paterna mi porti ad escludere dalla mia visione del maschile tutti gli uomini ben sbarbati, che tanto non potranno mai reggere il confronto.  Mentre invece quelli barbuti, essendo un genere a parte, mi offrirebbero una possibilità, seppur minima, di un dialogo. Ma soprattutto di un’attrazione fisica, laddove il terrore edipico interverrebbe a frustrare il desiderio nella parte restante dell’umanità, quella liscia liscia e profumata.

Devo dire che là per là, ma anche nelle settimane a seguire, la spiegazione mi era parsa di tutto rispetto, chiara e confortante. Sensata e triste a un tempo.

Fino a ieri sera.

Quando, lette le decine e decine di auguri per il compleanno, ce n’erano alcuni, provenienti dalle persone più intime e con maggiore confidenza, che mi auguravano di trovare finalmente qualcuno di cui innamorarmi.

Ora, io apprezzo moltissimo il garbo e l’affetto da cui sono circondata e i sinceri auguri che mi si indirizzano. Pur tuttavia, non so che razza di augurio sia mai questo.

Come se in qualche modo mi si dicesse che sono monca, carente di qualcosa, come se mi si vedesse infelice e solitaria. Onestamente preferirei trovare per terra duecentomila euro, di questi tempi, e l’augurio che ciò si materializzasse nel più breve tempo possibile. Ma augurare a qualcuno di innamorarsi non lo so se lo comprendo veramente.

Perché poi io sono estremamente letterale, ho un cervello che funziona per associazioni, se partono da me, ma per interpretazioni elementari per quanto mi viene detto da altri.

E così, sdraiata nel mio letto ateniese, ho pensato alle due cose, in cui vedevo una stretta relazione: gli innamoramenti mancati e i barbuti. E mentre mi incamminavo sulla via del sonno cercavo la chiave.

Per innamorarsi, mi dicevo, occorre la seduzione, in senso proprio etimologico del portare l’altro a sé.

Ora, io so per certo, avendo ormai raggiunto il mezzo secolo di età, che nessuno può far niente per portarmi a sé. E questo per la semplice ragione che non sono sensibile a complimenti, doni, gesti galanti e moine.

Sono sensibile a tutt’altro.

A cose che non si possono architettare, preparare, organizzare, disporre. A cose che ci sono o non ci sono.

E poco importa cosa faccia l’altro, non sono dipendenti dalla sua volontà.

Sono cose di grande semplicità, ma non modificabili con un atto intenzionale. La qualità dello sguardo, ad esempio. Il timbro della voce. Il modo di occupare lo spazio. La gestualità propria di ciascun individuo. L’odore corporeo, il calore della pelle.  Un certo tipo di intelligenza mista di acume e sensibilità

Niente può alterare questi dati o camuffarli, nulla può simularli.

E per quanti sforzi faccia l’altro, niente potrà condurmi nella sua traiettoria se non c’è, da parte mia, il riconoscimento di questi elementi nelle forme a me gradite. Che non ha assolutamente niente a che fare con bellezza e bruttezza, ma è tutt’altro genere di categorie.

Così mi sono soffermata sullo sguardo, che è la cosa che mi colpisce per prima in qualunque essere umano.

Quello che chiamo lo sguardo magnetico.

E in quest’aggettivo – magnetico – ho trovato la chiave.

Magnetico, dicevamo. Come i poli, che si attraggono o si respingono. Come le calamite sul frigorifero, che resistono agli scossoni e alle sbattute di porta.

Lo sguardo magnetico è uno sguardo che attrae.

Non lo sguardo lascivo che si protende e ti scivola addosso come bava, no.

E’ lo sguardo che attrae e ti calamita, dal quale puoi staccarti solo esercitando una forza di pari entità.

Ora, i magneti funzionano solo in presenza di altri magneti, secondo una formula e delle unità di misura che non staremo ad approfondire, tutto il fatto dei tesla, del raggio e della distanza, che ci interessa qui solo metaforicamente, ma fatto sta che le cose vanno esattamente così.  Esiste una struttura atomica fornita di determinate caratteristiche e queste si focalizzano nello sguardo, sicché un corpo viene mosso in direzione di un altro che crea un campo magnetico, e quanto maggiore è la sua forza, la sua sostanza, la sua densità, tanto maggiore è l’attrazione che ne deriva e la velocità di attaccamento dell’altro corpo.

In sostanza, uno sguardo magnetico non si protende, ma attrae. Invita l’altro corpo a raggiungere il suo spazio. In un certo senso gioca su un vuoto da esplorare. Non è mai predatorio ma curioso. Non è mai pieno del tutto, come le terre rare, e gioca su questo vuoto che chiede di essere riempito dagli elettroni dell’altro. Grosso modo per capirci.

L’altro elemento di attrazione di un volto è la bocca. Per la sua mobilità, in parte, per i contenuti che veicola.

A differenza dello guardo – ma ripeto, questa è solo una visione molto soggettiva della faccenda – la bocca non attrae, ma si protrae. Parla, parla, racconta, dice cose, invade lo spazio dell’altro, lo riempie. Oppure no. Nel tacere genera un campo di assenza che va comunque letto, interpretato.

Il combinato di sguardo e parola, di occhio e bocca, di vuoto e pieno alternato, è quanto genera l’interesse di un individuo. O la sua totale indifferenza, in senso attivo e passivo.

Ora, che ti fa una barba, nel caso maschile?

Maschera e isola, genera una cornice che occulta ogni altra forma di espressività, che ricopre la maggior parte dei muscoli del viso, e focalizza l’attenzione su occhi, in primo luogo, e su bocca, in secondo. Come dei segnali del traffico, quelli del senso obbligato o dello stop, e ti induce a concentrarti esattamente sulle zone di comunicazione suprema, senza altre distrazioni, senza rumori. La barba ti dirige su quelle parti del corpo che non sanno, non possono mentire, quelle che raccontano la rabbia, il disgusto, la paura, lo stupore, la gioia, la curiosità. Nel bene e nel male, la barba ti costringe a osservare, a fermarti, a considerare.

Come i particolari che mi riempiono di stupore in una fotografia, la barba è una cornice che delimita e, laddove ci sia, fa risaltare al mio sguardo il dettaglio isolato, quello che mi interessa e mi conquista. E’ la mia bussola, il mio microscopio, la mia lente di ingrandimento, il mio pantografo.

A volte vorrei condurre un’indagine sul mondo maschile, barbuto e non, e chiedere: ma tu, che hai in quella testa? Perché porti o non porti la barba?

Personalmente penso che il gesto di radersi, al mattino, predisponga alla violenza: la lama fredda, tagliente, che scorre sul volto. A volte penso che sia il contrario: è durante la guerra che non ci si rade, per mancanza di tempo e materiali. In definitiva, non lo so.

Da Adriano a Caracalla, tutti gli imperatori si sono fatti crescere la barba. E con loro i filosofi, gli uomini di potere, i saggi. Poi Costantino inverte la tendenza e si torna ai tonsori. Ma gli uomini belli hanno la barba: Karl, Ernesto, Fidel, per dirne tre.

Leggo, in una storia della barba,  che le preferenze in fatto di barbe seguono una dinamica definita “negative frequency-dependent sexual selection” (selezione negativa dipendente dalla frequenza), un meccanismo evolutivo per cui un tratto fenotipico raro all’interno di una popolazione determina un vantaggio per i portatori e che, in modo analogo, quando le persone iniziano a seguire una moda, questa comincia a perdere in termini di popolarità. Risultato: sia le facce irsute che quelle levigate diventano più attraenti tanto quanto sono più rare. Lo stesso meccanismo porta i popoli mediterranei ad apprezzare chiome e capelli chiari.

Sono certa che la moda non sia sufficiente a spiegare il fenomeno e che dietro una barba si nasconda molto altro, un insieme di cose possibili e miste. Ed è la ricerca di questo misterioso qualcosa che mi porta a gradire le gote irsute. E quello sguardo magnetico che emerge improvviso, facendosi strada tra peli, ciglia e sopracciglia, che pare dire: avvicinati, vieni a vedere. Più vicino, più vicino ancora, oltre il bosco, nella foresta. Dove ululano i lupi e si incontrano le lucciole danzanti.

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