Quanto ti ho amato e quanto t’amo, non lo sai. E non lo sai perché non te l’ho detto mai.

Le città sono femmine. Lo sono linguisticamente, per ragioni a me ignote.

Ma ho la tendenza a pensarle come grandi amori, e siccome sono femmina anche io, mi diventano maschie.

Forse hanno ragione i francesi, che dicono le vieux Montréal o le beau Paris, cogliendo l’esatta sostanza.

Sono maschi e ti accolgono con un abbraccio o ti respingono con freddezza e mutismi. Sono maschi caotici, disordinati, come quelli che non cambiano il rotolo di carta igienica e spremono il tubetto del dentrificio dal centro.

Questa è la ragione per cui, quando mi scopro a essermi un po’ innamorata di Roma, mi parte il senso di colpa del tradimento per Napoli.

Come se Napoli fosse il grande amore, che dopo una vita di idillio devi lasciare, perché ti hanno combinato un matrimonio con un altro.

Un matrimonio non voluto, con questo tipo sboccato, rozzo, violento, arrogante e supponente. Che fin dal primo giorno mi ha fatto capire che nemmeno lui era tanto contento della combine, che era abituato a fare la bella vita, a incontrare chi gli pareva e quando gli pareva, e che non aveva voglia di occuparsi di me, se non per quel minimo di doveri coniugali imposti da contratto.

Così sono state liti, amplessi frettolosi e deludenti per i primi anni. Abbandoni e sfuriate. Equivoci e incomprensioni.

Per un bel po’ mi sono tenuta Napoli come amante, ma si capiva che non poteva durare in eterno. Napoli è carnale, esigente, reclama possesso e appartenenza. Così un po’ alla volta l’ardore è scemato. Non siamo diventati amici, no. Coltiviamo ancora una passione che arde ma resta silente, sopita per quieto vivere. Ci incontriamo sempre più di rado e per brevi momenti, prendiamo un caffè insieme e ricordiamo i vecchi tempi. Di tanto in tanto ci affoghiamo in una nostalgia di ciò che fu e fu brutalmente interrotto.

Credo che non ce l’abbia con me, non mi ha mai fatto pesare il tradimento subito. Ma un poco si è raffreddata.

Nel tempo il matrimonio con Roma è andato assestandosi, e un po’alla volta mi sono trovata accanto questo marito dal cipiglio imperiale ma con una vita tutta sua, fatta di affari a me ignoti, certo qualcosa di losco c’è. Tuttavia un po’ alla volta abbiamo iniziato a sorriderci. I suoi abbracci, un tempo frettolosi e rigidi, si sono fatti più dolci e frequenti. E io, dal canto mio, ho imparato un pochino a fidarmi e lasciarmici andare.

Anche la grevità, che inizialmente mi allontanava, col tempo ha fatto spazio ad alcuni tratti del carattere che non avevo notato. Cose minime, impercettibili, ma che lasciavano capire che le cose tra noi stavano cambiando. E che dipendeva anche da me lavorarci.

E’ un marito di quelli che ti lasciano molto tempo da sola, ti trascurano. Ti sprofondano in un mare di insicurezza e ti chiedi se dipenda da te, se hai la gambe troppo grosse, o pretese eccessive. O se ne hai bisogno come di una badante, in modo un po’ infantile.

Mi sono dovuta abituare.

Col tempo, ho capito che era il suo dono.

Mi aveva insegnato a crescere, a cavarmela da sola. Mi ha insegnato ad apprezzare l’indipendenza, che non è solitudine. La libertà, che non è mancanza di legame.

Di fatto era con me, anche quando non me ne davo conto.

Credo che mi abbia conquistato in modo sapiente e accorto, come se mi avesse studiato a lungo e avesse scoperto cosa poteva far breccia nel mio cuore.

Non erano oggetti o moine.

Ma tutti i giorni, come a un appuntamento segreto, si è presentato con un fascio di luce. Non era mai la stessa.

Se uscivo dall’ufficio, era un bianco accecante che riverberava ovunque. Se passeggiavo sull’Appia antica, mi inondava di piccoli arcobaleni, se mi trovavo sul Tevere erano grigi cupi e macchie di rosa. O rossi violenti.

Mio marito mi parlava con il linguaggio più seduttivo che conosca, quello che mi va diretto al cuore. Ha fatto in modo che uscissi a cercarlo, e sempre lo trovavo.

Non al bar con gli amici, non con altre donne. Ma era lì, ad aspettarmi sempre. A regalarmi sfumature dorate e piccoli venti tra i capelli. A stupirmi con ombre tremolanti e sprazzi luminosi.

Stasera ci siamo guardati a lungo.

Mi ha accompagnato dolcemente all’auto. E lungo tutta la strada continuava a trasformare tutto quel che passava sotto il mio sguardo.

Sotto casa ho parcheggiato e si era fatto di notte fonda. Ma era dolce, accogliente.

Gli ho sussurrato: ho scoperto di esserti legata, forse di amarti. Ho scoperto la tua bellezza sotto quella patina ostile. So che ci saranno giorni di pioggia e di freddo, che non porterai via le immondizie, che mi farai sempre disperare per le distanze. Lo so. Ma so che stasera, per come ti vedo, per la prima volta ho avuto desiderio di invecchiare con te.

Con le tue cicatrici, la tua sciattezza, la tua sfacciataggine.

Con la tua luce.

IMG_20170507_202709_972
Annunci

Una Risposta to “Quanto ti ho amato e quanto t’amo, non lo sai. E non lo sai perché non te l’ho detto mai.”

  1. federicorpelli Says:

    hai scritto un finale dolcissimo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: