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Una crepa nell’anima, una nascita non carnale, una morte, e quelle fragole. (Guido Ceronetti)

luglio 25, 2017

Mia madre faceva la puttana.

Ma guai a noi, se avessimo pronunciato ancora questa parola. Che a suo dire era eccessiva. Né forniva l’esatta dimensione del suo mestiere. Era semplicemente inadatta.

L’avevamo imparata a scuola, da alcuni compagni che ci deridevano, e l’avevamo ripetuta tornando a casa, in forma di domande di cui ci vergognavamo, come per un presagio: mamma, cos’è una puttana? E’ vero che sei una puttana?

Mia madre rispose con uno schiaffo, l’unico che ricordi della mia infanzia.

Invero ce ne fu un altro, molto anni dopo, per ragioni del tutto diverse. Ma quello schiaffo, il primo, mi insegnò che prima di porre una domanda, è opportuno documentarsi da soli.

Il secondo, invece, quello di cui non parlerò mai, mi rivelò che non sono i destini a ereditarsi, ma le attitudini al loro compimento.

Dopo il ceffone mia madre scoppiò a piangere, per brevi momenti.

Poi passò al riso più sfrenato e ci disse che non era una puttana, checché se ne dicesse in giro. Era una meretrice.

E per la mezz’ora successiva passò a spiegarci la differenza, riempiendoci di storie mitologiche ed etimologiche a un tempo, di liturgie e laghi sacri, di sacralità del sesso e sacerdotesse, di vergini e coiti reservati. Tutte cose che con lei non c’entravano un bel nulla. Lei, ci spiegò, faceva la meretrice: vendeva il suo corpo in cambio di quattrini, e questo era tutto.

Che non ne avessimo a male, ma qualcuno avrebbe pur dovuto pagare bollette in questa casa, e i nostri studi. Che lei non aveva mica talento per questo – se no, insisté, avrebbe fatto la puttana, radice Veda per indicare quanto è sacro, la qadishtu, la mugig, la zêrmasîtu. Al limite l’ètèra. – ma non aveva alcuna pretesa di darsi arie o riconoscersi capacità che non le competevano. Lei si limitava al commercio, come altri si limitano a vendere ortaggi, piastrelle o gioielli, senza per ciò essere agricoltori, ceramisti o artigiani orafi. Come una fotomodella, aggiunse. Forse che una fotomodella non vende il suo corpo? Non lo noleggia ad altri? O un calciatore, se vogliamo dirne un’altra.

Non vorrete mica operare una distinzione tra il noleggio dell’epidermide e delle mucose, figlie mie? Suvvia, siete troppo intelligenti per appiattirvi su questa mediocre visione che vi confina a spazi e pregiudizi. E di lì proseguì su un sentiero difficile, almeno per noi che frequentavamo ancora le scuole medie – io la seconda e mia sorella la prima – sulla questione degli sponsor e della perdita del senso della competizione e dell’agone, tutto ridotto a mercificazione squallida.

Per cui, care le mie figliole, se ancora qualcuno osa fornirvi notizie insensate sul mio conto, sappiate rispondere per le rime e spiegare che il mio lavoro deriva da merere, guadagnare. Cosa che fanno tutti, per tirare a campare in questo mondo. E non mi vengano a dire che, con la mia laurea in lettere classiche, potrei fare di meglio: il meglio non esiste, esiste solo il possibile, il praticabile. E adesso basta con le ciance, ché la cena è pronta.

La sera, a letto, io e Cecilia, che sempre prima di dormire ci perdevamo in racconti e fantasticherie, spegnemmo la luce senza una parola, come se un peso ci opprimesse.

Pensavo, rigirandomi nel lettino, che non mi sarebbe piaciuto dire che mia madre faceva la meretrice. Ma non sapevo esattamente il perché.

Era difficile, quando ci chiedevano del lavoro dei nostri genitori, dire qualcosa: nostro padre se ne era andato alcuni anni prima, senza lasciare tracce né fornire notizie, e nostra madre, ufficialmente, faceva la casalinga.

O, almeno, era quanto credevamo fino alla mattina di quel giorno.

Mia madre ci preparava per la scuola, spesso ci accompagnava, ci aspettava all’ora del pranzo, sfornava torte profumate e sbilenche, guardava con noi la tv dopo i compiti e conosceva storie bellissime su tutti gli dei dell’Olimpo. Leggeva libri dai titoli incomprensibili e senza figure – diceva che non capivamo perché erano in tedesco – scriveva poesie o chissà che su un quadernetto nero (ne aveva decine, tutti uguali, in un cassetto del comodino), si arrabbiava da morire se sbagliavamo le doppie e ci proibiva di fare il bagno al mare se non fossero passate almeno tre ore esatte dalla fine del pranzo.

In breve, era uguale a tutte le madri dei nostri compagni, se non fosse stato per la rivelazione delle sue occupazioni.

Stefania, mi chiese al mattino seguente mia sorella, invece del buongiorno, credi che la mamma morirà presto?

Questo pensiero non mi aveva mai sfiorato, fino a quel momento.

Perché lo pensi?, chiesi a Cecilia.

Per questa storia che vende il corpo. Credi che lo venda tutto insieme o un pezzetto per volta? E quando finirà che succederà?

Andammo a scuola con un magone infinito.

La sera iniziammo a spiarla.

Nei giorni a venire lasciavamo avanzi nei piatti – noi, che eravamo state sempre fameliche – chiedendole di finire tutto, in modo che non finisse lei. Mamma rideva e diceva: mi farete ingrassare, e questo non va bene. Diventerò come vostra nonna.

La nonna era grassa, molto grassa. Quasi non si muoveva dalla sedia.

Cecilia, dopo qualche giorno azzardò una piccola domanda, in punta di piedi: mamma, ma se la nonna è tanto grassa, perché non vende un po’ del suo corpo al tuo posto?

La mamma la guardò, dapprima esterrefatta. Poi scoppiò a ridere, com’era il suo solito. Soffriva di buonumori contagiosi che si alternavano con momenti di una cupezza infinita – quando scriveva nei quadernetti, per esempio. Si sedette a gambe incrociate sul tappeto del soggiorno, accomodò Cecilia nello spazio vuoto, allungandole le gambe a cingerle i fianchi e, guardandola bene in viso, con grande dolcezza, le spostò una ciocca di capelli e le disse: il corpo non si vende a pezzetti, e nemmeno a peso. Sono stata imprecisa, giorni fa: il corpo si affitta, si concede per un tempo prestabilito. Ma non si smembra e non si ripartisce. Invece l’anima non si vende. Ossia, c’è gente che lo fa, ma io no, l’anima no.

Dell’anima avevamo parlato al catechismo, due anni prima. Era una specie di soffio, come un palloncino. Che stava nel corpo o anche fuori dal corpo, non si era mai capito bene. Era come il respiro di Dio per rendere l’Uomo e la Donna diversi dagli animali. Quando nascevi avevi un’anima un po’ sporchina – per via del Peccato originale – poi te la lavavano col battesimo. Poi andando avanti si sporcava sempre un po’, ma si ripuliva con la Confessione dei Peccati e la Comunione. Bisognava stare bene attenti a non sporcarla, evitare di dire bugie, litigare e pensare cose cattive. Infine, al momento della morte, si staccava dal corpo e proprio come un palloncino volava in cielo. Secondo quanto era sporca si decideva se saresti andato in Paradiso o all’Inferno. O in Purgatorio, che doveva essere una specie di lavanderia dove restavi lì per ripulirla dalle macchie. Questo era quello che sapevo dell’anima. Che si potesse anche vendere non ci era stato detto.

Poi mamma sbuffò, incapace di proseguire. O forse non ne aveva voglia.

Mi guardò di sbieco: Stefania, almeno tu, che sei grande, hai capito?

Io annuii, anche se non avevo capito un bel niente. Pensavo a quel giorno che avevamo affittato un pedalò per un’ora, ed eravamo state libere, in mezzo al mare, a fare tuffi e spalmarci la crema. Poi dopo un’ora esatta eravamo tornate alla riva, mamma aveva ripreso il documento,  il bagnino le aveva strizzato l’occhio e lei aveva scritto qualcosa su un foglietto. Il bagnino aveva guardato, lo aveva baciato e se lo era infilato nel costume, dove forse aveva un taschino. Poi  la sera aveva telefonato e mamma era uscita. Forse mamma quella sera gli doveva aver affittato il suo corpo, come il pedalò. Che cosa ne avesse fatto il bagnino, non potevamo saperlo. Non esattamente, almeno. Lievemente intuirlo. Ma ogni volta che il pensiero si soffermava sul bagnino, mi succedeva qualcosa di strano, come un dolore tra la pancia e lo stomaco, e una specie di paura che mi faceva pensare subito ad altro.

Credi che si affitti per i baci?, mi chiese a bruciapelo Cecilia, il pomeriggio di qualche giorno seguente.

Per i baci?

Fu come un’illuminazione.

Può darsi, risposi. In parte sollevata. Ma solo in parte. L’idea che qualcuno pagasse per dare o ricevere dei baci mi sembrava assurda: noi li davamo e li ricevevamo gratis. Ma forse nel mondo degli adulti non era così. Da qualche parte della mia memoria c’era un giorno di Pasquetta, di molti anni prima. Eravamo in campagna – all’epoca c’era ancora papà – e a causa di un temporale ci eravamo rifugiati in una stalla. Papà la teneva per la vita, da dietro, e le baciava il collo. Mamma rideva e gli diceva di smetterla. E rideva.

Poi era andato via, dopo poco.

Forse perché non aveva pagato.

Ma avevo paura di chiederlo alla mamma.

Aspettai qualche settimana, poi mi feci coraggio. La presi da lontano. Le domande erano due, precise: la prima riguardava i motivi reali della compravendita, la seconda aveva a che fare con mio padre.

Mamma, le chiesi, ti ricordi di quella volta che in campagna siamo finiti nella stalla con papà per la pioggia e lui ti baciava?

Mamma trasalì, impercettibilmente, e si morse un labbro.

Non mi ricordo, rispose. E’ stato molto tempo fa.

Le domande mi morirono sulla punta della lingua, a questa possibilità non avevo pensato.

Mi venne incontro un’idea diversa per aggirare l’ostacolo.

Mamma, chiesi allora, quanto costa un bacio?

Scoppiò a ridere, come era suo solito. Quel riso vivace, infantile. Che non mi trasmetteva allegria, ma mi precipitava in un senso di impotenza, di infinita piccolezza.

Costa moltissimo, rispose ridendo a crepapelle, incapace di contenersi. Costa così tanto da non potersi comprare. I baci si possono solo regalare. O al massimo rubare.

La confusione aumentava.

Forse mio padre aveva rubato dei baci ed era fuggito via. O li aveva rubati lei, glieli aveva rubati tutti, e lui era scappato senza  baci. O glieli aveva rubati qualcun’altra. Va’ a saperlo.

La sera riferii a Cecilia: i baci non si vendono e non si comprano, ha detto la mamma.

Cecilia era già mezza addormentata.

Ad occhi chiusi e con la voce impastata rispose: va bene, adesso però dormiamo.

Al mattino seguente la mamma ci svegliò mezz’ora prima del solito.

Voglio andare al mercato, ci disse.

A vendere il corpo?, chiese Cecilia senza alcuna impertinenza.

La mamma rispose seria: no, a comprare le fragole per farvi una crostata. Adesso basta, con questa storia del corpo. Ho sbagliato a tentare di spiegarvi cose che non potete capire.

Poi restammo in silenzio per tutto il tragitto fino alla scuola.

Ci sembrò che qualcuno la guardasse. Era bella, con un vestito a fiori e il rossetto, di primo mattino.

A pranzo trovammo una torta di fragole e panna, un po’ sbilenca da un lato, come le faceva lei. Sono le fragole di Terracina, disse mamma. Chiedono solo di essere mangiate, senza troppi perché.

E per quel giorno non facemmo altre domande.

 

Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

luglio 9, 2017

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.