Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.

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6 Risposte to “Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)”

  1. Peppe Coppola Says:

    “Sei quello che scrivi per non essere più quello che sei.”
    Genialmente bella.

  2. CalMaFdd Says:

    Brava, Brunella. Brava assai

  3. Bruno Says:

    Non avevo mai incontrato la tradizione delle fotografie ai funerali, finché un giorno nonna tirò fuori dal cassetto l’album con il servizio fotografico di quello del nonno, che la lasciò quando lei aveva nemmeno 40 anni, due figlie e una vita a fare il meglio possibile nei limiti dello stesso.
    Nonna è l’archivio familiare, giusto oggi cercando un manuale di un telecomando mi ha mostrato un mio quaderno, anno 1980, pagine di “po’” con l’accento, il tema sul mio migliore amico che ho scoperto (ricordato no) chiamarsi Eddy e chissà se ai tempi qualcuno che avesse più dei miei 8 anni pensò che mio padre, già in categoria “altrove”, si chiamava Edy, se Sì finsero, se No sottovalutarono.
    Me l’ha mostrato perché me lo portassi a casa insieme all’attestato della prima comunione così ben conservato che devo averla fatta tipo ieri, ricevendo da me la solita risposta che riceve ogni volta che dopo avermi mostrato qualche pezzo di passato fa il gesto di consegnarmelo “E’ perché li custodisci tu che sono arrivati fino qui”.
    Lei sorride riconoscendo che non sto liquidando un gesto ma celebrando la solennità del compito, ma conoscendomi soprattutto la necessità, e mette via fino alla volta successiva che, giusto per capire la dimensione dell’archivio, ha per protagonista sempre un pezzo diverso, un documento diverso, un quaderno diverso, un disegno diverso.
    Guardai quelle fotografie del funerale con una sensazione strana, era certo lo stupore del vedere un funerale per me importante pure se avvenuto prima che nascessi, ma soprattutto era lo stupore per l’occasione di vedere una cosa nuova.
    Io non ho mai fatto paracadutismo ma so che esiste chi lo fa, non so fare una torta ma le torte le conosco, per dire.
    Del servizio fotografico dei funerali non sapevo proprio l’esistenza perché nemmeno l’immaginario aveva mai inanellato associazioni in grado di produrre l’ipotesi e così la sensazione era di stupore su due livelli di potenza.
    Anzi su tre, perché il pensiero successivo naturalmente impossibile da non tradurre immediatamente in parole fu “Ma perché diavolo lo conservi, questo?”
    Disse che buttarle sarebbe scortesia per il fotografo ma in realtà intendeva per il nonno, che le foto basta non guardarle e così quel giorno capii che buttare le foto è un gesto più importante del conservarle, più potente, va fatto con coscienza e riflessione.
    Io sono nato dopo che nonno è morto ma ho visto il suo funerale, mi piace considerarla una delle tante piccole cose speciali che solo mia nonna può dare e che per questo considero tra quelle cose che non credo siano capitate a molti.
    Escludendo i parenti di Kennedy e di Elvis, dico.

  4. Effe Says:

    These are a few of my favorite things

  5. Effe Says:

    (favourite)

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