Una crepa nell’anima, una nascita non carnale, una morte, e quelle fragole. (Guido Ceronetti)

Mia madre faceva la puttana.

Ma guai a noi, se avessimo pronunciato ancora questa parola. Che a suo dire era eccessiva. Né forniva l’esatta dimensione del suo mestiere. Era semplicemente inadatta.

L’avevamo imparata a scuola, da alcuni compagni che ci deridevano, e l’avevamo ripetuta tornando a casa, in forma di domande di cui ci vergognavamo, come per un presagio: mamma, cos’è una puttana? E’ vero che sei una puttana?

Mia madre rispose con uno schiaffo, l’unico che ricordi della mia infanzia.

Invero ce ne fu un altro, molto anni dopo, per ragioni del tutto diverse. Ma quello schiaffo, il primo, mi insegnò che prima di porre una domanda, è opportuno documentarsi da soli.

Il secondo, invece, quello di cui non parlerò mai, mi rivelò che non sono i destini a ereditarsi, ma le attitudini al loro compimento.

Dopo il ceffone mia madre scoppiò a piangere, per brevi momenti.

Poi passò al riso più sfrenato e ci disse che non era una puttana, checché se ne dicesse in giro. Era una meretrice.

E per la mezz’ora successiva passò a spiegarci la differenza, riempiendoci di storie mitologiche ed etimologiche a un tempo, di liturgie e laghi sacri, di sacralità del sesso e sacerdotesse, di vergini e coiti reservati. Tutte cose che con lei non c’entravano un bel nulla. Lei, ci spiegò, faceva la meretrice: vendeva il suo corpo in cambio di quattrini, e questo era tutto.

Che non ne avessimo a male, ma qualcuno avrebbe pur dovuto pagare bollette in questa casa, e i nostri studi. Che lei non aveva mica talento per questo – se no, insisté, avrebbe fatto la puttana, radice Veda per indicare quanto è sacro, la qadishtu, la mugig, la zêrmasîtu. Al limite l’ètèra. – ma non aveva alcuna pretesa di darsi arie o riconoscersi capacità che non le competevano. Lei si limitava al commercio, come altri si limitano a vendere ortaggi, piastrelle o gioielli, senza per ciò essere agricoltori, ceramisti o artigiani orafi. Come una fotomodella, aggiunse. Forse che una fotomodella non vende il suo corpo? Non lo noleggia ad altri? O un calciatore, se vogliamo dirne un’altra.

Non vorrete mica operare una distinzione tra il noleggio dell’epidermide e delle mucose, figlie mie? Suvvia, siete troppo intelligenti per appiattirvi su questa mediocre visione che vi confina a spazi e pregiudizi. E di lì proseguì su un sentiero difficile, almeno per noi che frequentavamo ancora le scuole medie – io la seconda e mia sorella la prima – sulla questione degli sponsor e della perdita del senso della competizione e dell’agone, tutto ridotto a mercificazione squallida.

Per cui, care le mie figliole, se ancora qualcuno osa fornirvi notizie insensate sul mio conto, sappiate rispondere per le rime e spiegare che il mio lavoro deriva da merere, guadagnare. Cosa che fanno tutti, per tirare a campare in questo mondo. E non mi vengano a dire che, con la mia laurea in lettere classiche, potrei fare di meglio: il meglio non esiste, esiste solo il possibile, il praticabile. E adesso basta con le ciance, ché la cena è pronta.

La sera, a letto, io e Cecilia, che sempre prima di dormire ci perdevamo in racconti e fantasticherie, spegnemmo la luce senza una parola, come se un peso ci opprimesse.

Pensavo, rigirandomi nel lettino, che non mi sarebbe piaciuto dire che mia madre faceva la meretrice. Ma non sapevo esattamente il perché.

Era difficile, quando ci chiedevano del lavoro dei nostri genitori, dire qualcosa: nostro padre se ne era andato alcuni anni prima, senza lasciare tracce né fornire notizie, e nostra madre, ufficialmente, faceva la casalinga.

O, almeno, era quanto credevamo fino alla mattina di quel giorno.

Mia madre ci preparava per la scuola, spesso ci accompagnava, ci aspettava all’ora del pranzo, sfornava torte profumate e sbilenche, guardava con noi la tv dopo i compiti e conosceva storie bellissime su tutti gli dei dell’Olimpo. Leggeva libri dai titoli incomprensibili e senza figure – diceva che non capivamo perché erano in tedesco – scriveva poesie o chissà che su un quadernetto nero (ne aveva decine, tutti uguali, in un cassetto del comodino), si arrabbiava da morire se sbagliavamo le doppie e ci proibiva di fare il bagno al mare se non fossero passate almeno tre ore esatte dalla fine del pranzo.

In breve, era uguale a tutte le madri dei nostri compagni, se non fosse stato per la rivelazione delle sue occupazioni.

Stefania, mi chiese al mattino seguente mia sorella, invece del buongiorno, credi che la mamma morirà presto?

Questo pensiero non mi aveva mai sfiorato, fino a quel momento.

Perché lo pensi?, chiesi a Cecilia.

Per questa storia che vende il corpo. Credi che lo venda tutto insieme o un pezzetto per volta? E quando finirà che succederà?

Andammo a scuola con un magone infinito.

La sera iniziammo a spiarla.

Nei giorni a venire lasciavamo avanzi nei piatti – noi, che eravamo state sempre fameliche – chiedendole di finire tutto, in modo che non finisse lei. Mamma rideva e diceva: mi farete ingrassare, e questo non va bene. Diventerò come vostra nonna.

La nonna era grassa, molto grassa. Quasi non si muoveva dalla sedia.

Cecilia, dopo qualche giorno azzardò una piccola domanda, in punta di piedi: mamma, ma se la nonna è tanto grassa, perché non vende un po’ del suo corpo al tuo posto?

La mamma la guardò, dapprima esterrefatta. Poi scoppiò a ridere, com’era il suo solito. Soffriva di buonumori contagiosi che si alternavano con momenti di una cupezza infinita – quando scriveva nei quadernetti, per esempio. Si sedette a gambe incrociate sul tappeto del soggiorno, accomodò Cecilia nello spazio vuoto, allungandole le gambe a cingerle i fianchi e, guardandola bene in viso, con grande dolcezza, le spostò una ciocca di capelli e le disse: il corpo non si vende a pezzetti, e nemmeno a peso. Sono stata imprecisa, giorni fa: il corpo si affitta, si concede per un tempo prestabilito. Ma non si smembra e non si ripartisce. Invece l’anima non si vende. Ossia, c’è gente che lo fa, ma io no, l’anima no.

Dell’anima avevamo parlato al catechismo, due anni prima. Era una specie di soffio, come un palloncino. Che stava nel corpo o anche fuori dal corpo, non si era mai capito bene. Era come il respiro di Dio per rendere l’Uomo e la Donna diversi dagli animali. Quando nascevi avevi un’anima un po’ sporchina – per via del Peccato originale – poi te la lavavano col battesimo. Poi andando avanti si sporcava sempre un po’, ma si ripuliva con la Confessione dei Peccati e la Comunione. Bisognava stare bene attenti a non sporcarla, evitare di dire bugie, litigare e pensare cose cattive. Infine, al momento della morte, si staccava dal corpo e proprio come un palloncino volava in cielo. Secondo quanto era sporca si decideva se saresti andato in Paradiso o all’Inferno. O in Purgatorio, che doveva essere una specie di lavanderia dove restavi lì per ripulirla dalle macchie. Questo era quello che sapevo dell’anima. Che si potesse anche vendere non ci era stato detto.

Poi mamma sbuffò, incapace di proseguire. O forse non ne aveva voglia.

Mi guardò di sbieco: Stefania, almeno tu, che sei grande, hai capito?

Io annuii, anche se non avevo capito un bel niente. Pensavo a quel giorno che avevamo affittato un pedalò per un’ora, ed eravamo state libere, in mezzo al mare, a fare tuffi e spalmarci la crema. Poi dopo un’ora esatta eravamo tornate alla riva, mamma aveva ripreso il documento,  il bagnino le aveva strizzato l’occhio e lei aveva scritto qualcosa su un foglietto. Il bagnino aveva guardato, lo aveva baciato e se lo era infilato nel costume, dove forse aveva un taschino. Poi  la sera aveva telefonato e mamma era uscita. Forse mamma quella sera gli doveva aver affittato il suo corpo, come il pedalò. Che cosa ne avesse fatto il bagnino, non potevamo saperlo. Non esattamente, almeno. Lievemente intuirlo. Ma ogni volta che il pensiero si soffermava sul bagnino, mi succedeva qualcosa di strano, come un dolore tra la pancia e lo stomaco, e una specie di paura che mi faceva pensare subito ad altro.

Credi che si affitti per i baci?, mi chiese a bruciapelo Cecilia, il pomeriggio di qualche giorno seguente.

Per i baci?

Fu come un’illuminazione.

Può darsi, risposi. In parte sollevata. Ma solo in parte. L’idea che qualcuno pagasse per dare o ricevere dei baci mi sembrava assurda: noi li davamo e li ricevevamo gratis. Ma forse nel mondo degli adulti non era così. Da qualche parte della mia memoria c’era un giorno di Pasquetta, di molti anni prima. Eravamo in campagna – all’epoca c’era ancora papà – e a causa di un temporale ci eravamo rifugiati in una stalla. Papà la teneva per la vita, da dietro, e le baciava il collo. Mamma rideva e gli diceva di smetterla. E rideva.

Poi era andato via, dopo poco.

Forse perché non aveva pagato.

Ma avevo paura di chiederlo alla mamma.

Aspettai qualche settimana, poi mi feci coraggio. La presi da lontano. Le domande erano due, precise: la prima riguardava i motivi reali della compravendita, la seconda aveva a che fare con mio padre.

Mamma, le chiesi, ti ricordi di quella volta che in campagna siamo finiti nella stalla con papà per la pioggia e lui ti baciava?

Mamma trasalì, impercettibilmente, e si morse un labbro.

Non mi ricordo, rispose. E’ stato molto tempo fa.

Le domande mi morirono sulla punta della lingua, a questa possibilità non avevo pensato.

Mi venne incontro un’idea diversa per aggirare l’ostacolo.

Mamma, chiesi allora, quanto costa un bacio?

Scoppiò a ridere, come era suo solito. Quel riso vivace, infantile. Che non mi trasmetteva allegria, ma mi precipitava in un senso di impotenza, di infinita piccolezza.

Costa moltissimo, rispose ridendo a crepapelle, incapace di contenersi. Costa così tanto da non potersi comprare. I baci si possono solo regalare. O al massimo rubare.

La confusione aumentava.

Forse mio padre aveva rubato dei baci ed era fuggito via. O li aveva rubati lei, glieli aveva rubati tutti, e lui era scappato senza  baci. O glieli aveva rubati qualcun’altra. Va’ a saperlo.

La sera riferii a Cecilia: i baci non si vendono e non si comprano, ha detto la mamma.

Cecilia era già mezza addormentata.

Ad occhi chiusi e con la voce impastata rispose: va bene, adesso però dormiamo.

Al mattino seguente la mamma ci svegliò mezz’ora prima del solito.

Voglio andare al mercato, ci disse.

A vendere il corpo?, chiese Cecilia senza alcuna impertinenza.

La mamma rispose seria: no, a comprare le fragole per farvi una crostata. Adesso basta, con questa storia del corpo. Ho sbagliato a tentare di spiegarvi cose che non potete capire.

Poi restammo in silenzio per tutto il tragitto fino alla scuola.

Ci sembrò che qualcuno la guardasse. Era bella, con un vestito a fiori e il rossetto, di primo mattino.

A pranzo trovammo una torta di fragole e panna, un po’ sbilenca da un lato, come le faceva lei. Sono le fragole di Terracina, disse mamma. Chiedono solo di essere mangiate, senza troppi perché.

E per quel giorno non facemmo altre domande.

 

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