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Dummi’, ‘e figlie so’ tutte eguale…

gennaio 8, 2007

Non mi dite che non  avete sentito niente,  che avete continuato a dormire come se niente fosse.

Che qua tutta la notte è stato un andirivieni continuo: medici, infermiere, ostetriche, flebo, ossitocina a palate.

Il tocografo registrava contrazioni sempre più intense e  ravvicinate, fino a che l’urlo: è nata, è nata.

E fin lì tutto bene, la creatura era viva e vegeta, una lieve patina di ittero, ma nella norma, apgar nove.

Il problema è stato dopo, al momento della registrazione all’anagrafe.

Chi è il padre?, e una serie di coppie d’occhi e dita levate: io, io, io, io.

L’addetto ha perso immediatamente la pazienza: signora, visto che lei è la madre, la prego di definirmi le generalità del padre.

Ma io subito ho precisato che non ero affatto la madre,  ma solo una specie di coso, di incubatore, di utero in affitto.

L’addetto si è spazientito ulteriormente: vabbè, non mi interessano i fatti vostri, ma qua occorrono un padre e una madre. O la volete disconoscere all’istante?

Noooo, ma che disconoscere, quella è figlia nostra. Diciamo che è stato il frutto di…

Del peccato?, ha chiesto l’addetto.

Noooo, ma che peccato e peccato! Di….

Di un errore di gioventù, un’improbabile leggerezza?

Nooo, ma quale errore di gioventù, uffà.

Di un adulterio?

Eh, una specie. Diciamo che è stato il frutto di un’inseminazione culturale, ecco.

L’addetto si è innervosito ancora di più: per piacere, a me queste schifezze che fate voi giovani d’oggi non mi interessano. Ditemi solo io mo’ qua che ci devo scrivere.

Nome: Buràn

Cognome: sconosciuto

Nata: l’8 gennaio 2007

Peso alla nascita: un tot di mega-byte

Altezza: un migliaio di pixel

Die di….?

Uffà, ma come siete noioso:  di questi qua che vedete e anche di certi altri e certe altre che oggi non sono potuti venire.

L’addetto ha scosso la testa e ha imboccato il corridoio. Da lontano lo sentivamo borbottare: so’ cose ‘e pazze…poi dice che uno si butta a destra, poi dice.

Se la volete vedere sta qua, un poco sofferta a causa del giro di link che teneva intorno al collo.

Ma guardate quant’è bella.

Tutta suo padre, tutta suo padre.

Come? Chi è il padre?

Mai! Nemmeno in punto di morte ve lo dirò!

Finalmente on-line il primo numero di Buràn, ancora un poco ammaccatello e frastornato.

Non lasciare che resti figlio unico, collabora all’inseminazione del secondo numero: redazione[at]buran.it

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Una lunga postilla al post:

 

io credo che il raggiungimento di un obiettivo sia bello quando riesce a riassumere e contenere anche pezzi di vita precedente, quando diventa somma ed espressione di molte esperienze, di desideri coltivati a lungo e cose mai raccontate.

In questi giorni buranici mi sono venute in mente alcune cose.

I miei esami di quinta elementare, ad esempio. Avevo il morbillo e così la commissione si presentò a casa e mi isolarono in una stanza. Il tema era: il più bel giorno della mia vita, e scrissi una lunga storia inventata di viaggi e avventure. Erano gli anni della guerra in Angola e io avevo un atlante fotografico sul quale sognavo il Taj Mahal e i templi di Angkor Vat. Raccontavo di popoli e usanze come fossero stati i miei vicini di casa. Io da bambina sognavo di fare l’esploratrice. Non sapevo ancora che i mondi interiori hanno più varietà e paesaggi e alture di quelli esteriori.

Dissero che era bello, ma fuori tema. Avrei dovuto scrivere di prime comunioni e cose così.

In quarto ginnasio ero un’adolescente timida, venivo da una media tutta femminile. Ero paffutella e impacciata. Così inventai il blog e la rete relazionale. Ma siccome non lo sapevo cos’era un blog, inventai una cosa senza nome.

Presi un quaderno, il primo giorno di scuola, e nelle prime due pagine scrissi una breve presentazione di me e poi lo passai in giro a tutta la classe, perché scrivessero di loro. La professoressa di italiano si arrabbiò, disse che queste cose si facevano fuori dalla scuola. Allora io presi un altro quaderno e iniziai a riscrivere i Promessi Sposi, sostituendo ai personaggi tutti quelli della scuola, preside e bidelli inclusi. Il quaderno girava allo stesso modo. Per ogni capitolo, i lettori lasciavano commenti, ribaltavano, suggerivano. Poi mi vietarono pure quello.

A diciassette anni arrivò una professoressa di italiano nuova.

Io non facevo i temi di letteratura, mai. Trovavo irritante stare lì a ripetere frasi e valutazioni altrui, né avevo la capacità di far critica letteraria autonoma.

Mi piacevano invece quelli in cui ti davano una frase o un testo da commentare e si poteva andare oltre, oltrissimo.

Quell’anno presi per la prima volta un due in italiano, a uno scritto, e piansi di rabbia.

Questo è un liceo, disse l’insegnante. Lei è tenuta a studiare, come tutti gli altri, e a rispondere alle interrogazioni. Io la punisco.

Anche in greco prendevo sistematici tre, ma con grandissime soddisfazioni.

L’’insegnante entrava e si accomodava, poi diceva: vi ho portato le versioni corrette. Ascoltate questa: è così che dovreste rendere i significati, è questo genere di sfumature che vorrei.

Poi leggeva ad alta voce.

La prima volta mi sono gongolata. Alla fine della lettura ho detto: è la mia, che voto ho avuto?

Tre meno meno.

Sbigottimento.

E’ che lei non ha capito nulla del testo, lo ha travisato completamente. Il senso è tutt’altro, ma lo ha raccontato in un modo così bello che meriterebbe dieci. Lei non traduce: lei inventa.

Un blog o una rivista che traduce blog è la rivalsa contro il tentativo di sterminio della fantasia e dell’inventiva, che viene sistematicamente perpetrato dall’alto.

Forse questa – più di ogni altra cosa – è l’essenza di ciò che Effe chiama “le scritture invisibili”, quelle che non avrebbero mai avuto voce in contesti istituzionalizzati.