Archive for the ‘chi tène o mare’ Category

Flegrea.

settembre 15, 2014

da Parole Sotto Sale
PiccoloVocabolarioPoetico di Claudia Fabris
Abbandono:
c’è dentro un dono
ma non te ne accorgi
Deve essere una buona notizia
che si traveste malamente
tanto da sembrare cattiva

Mi prendi, mi rivolti di parole, mi dissodi, mi trasformi in un giardino fiorito, qualcosa mai vista, no, solo dimenticata. Qui, nella terra dell’Orco, dove nacqui, dove sono già stata.

Era l’estate, un’estate lontana, e dimenavo i fianchi di ritmi sudamericani.
E’ passato molto tempo da allora, così tanto tempo, da allora. Tu mi guardavi e ridevi, come non avermi mai vista, non mi riconoscevi, nemmeno io, era questa terra a trasformarmi, quando ancora non sapevo cosa accadeva al mio sangue.

Io vestita di abiti di Carnevale, odalisca che muovo i fianchi, ma questo è accaduto prima, ancora prima, qui ho sempre mosso i fianchi.

Vado ancora a ritroso nel tempo, prima del prima, nell’anfiteatro, in un pomeriggio di primavera, mentre mi prendi lontano da ogni sguardo e siamo tanto giovani e il sole che ci aspetta fuori e io sorrido e ancora non lo so che questa terra mi appartiene, che appartengo a questa terra. Tu mi ci porti e mi insegni. Tu mi spiani la strada verso me.

Lo so solo dopo, anni dopo, quando ritorno dopo essermi persa e vengo a cercarmi e arrivo qui, sulla collina e sotto mare immenso di inverno punteggiato di isole e golfo e io non so, non so ancora niente del profondo di questo luogo, ma dimeno i fianchi in una danza sconosciuta e muovo i piedi nudi sull’erba e qualcosa dentro di me mi agita e mi trasforma e mi conosce e mi riconosco.

Ma è stato un attimo prima, prima di dimenticarmi, che ancora ero qui, magra e intensa.
E’ quel giorno che siamo sul porto, sotto la Terra che sbriciola e si alza e si abbassa. Mi ci avevi portato quando eravamo poco più che ragazzi. Sì, forse quella è stata la prima volta, in assoluto, quando ho sentito che questo luogo era mio, e non volevo andare più via. Quando ho giocato a nascondino tra le case abbandonate.

E l’ho amato, e poi dopo ho amato te, poi tutti che erano sempre te e tutti li ho portati qui, per riconoscerli e farmi riconoscere, dimenando i fianchi che un giorno sono stati coda di squame.

Ma quello sul porto era un addio, un abbandono, avevo jeans a fiori e una camicia bianca e piccoli seni che raccoglievi nelle mani a coppa.
Dal mare i pescatori ridevano e la terra tremava sottilmente, e io sparivo e riapparivo altrove.
Un abbandono tra i tanti. Per il dopo che verrà. Un dono che ancora non so.

Un dono che sempre mi aspetta.

Il dopo diventa il tempo dell’acqua, il calore dei fumi, e la sera tornavamo a casa leggeri e mi preparavi da mangiare e annusavi la mia pelle di zolfo e salmastro e mi dicevi che ero bella, come Patti Smith, ma di più, e avevo voce roca e dimenavo i fianchi. Tu mi accendevi una sigaretta e me la poggiavi tra le labbra nel fare l’amore, poi la riprendevi ed era il solo momento in cui fumavi, tra il letto e la scrivania. Poi me ne sono andata così lontano e la nuova terra mi dava tremori alle ossa e nei muscoli. Il medico spiegava che mancavano potassio e magnesio, in questa nuova terra. Ma non era questo, allora non lo potevo sapere che invece era il sangue, la radice, il sale mio.

Poi è stato ancora dopo, nuovamente, un tempo ancora dopo, sopra la collina, col cane che mi si addormentava in grembo e la pioggia che aveva tutto trasformato in fango e io sorridevo, come se nulla potesse strapparmi da quelle rocce. E’ durato un attimo, poi il fango ti ha trascinato a valle, che non eri saldo.

Quando sono tornata ancora, sono tornata all’acqua e ai vapori e ti ho incontrato che mi aspettavi.
Mi hai baciato su uno scoglio e di nuovo ho mosso i miei fianchi, più forte che mai. Non sapevo che avrei avuto una figlia, dalla spuma e dal lago, con onde di rabbia così simili alle mie, di sentimento increspato e concentrico, di addio insistente e temuto.
La prima volta che l’ho portata a questo lago era talmente piccola, pioveva. Siamo state tra i soffioni caldi, avevo jeans neri quel giorno, ricordo sempre ogni dettaglio e poi l’ho portata lungo la costa del mare, ma i bambini dimenticano, non sanno, se non molto dopo, del ventre di terra che li ha partoriti e li segna.
E ancora prima una mattina nel fondo del cratere, un mondo inverso dove le ho mostrato piante e uccelli. Ma questo è stato prima, prima che camminasse. Tu mi andavi accanto senza sapere che eri straniero nella mia terra, in questa terra di mare e rocce laviche, dove io avevo pensato di riconoscerti, ti ho riconosciuto, ma è stato un momento breve, il mare chiama con la sua voce e non si può fare altrimenti.

1538, in una notte emerge il Monte Nuovo, la terra si sconquassa e non si fermerà mai più, un continuo formarsi di avvallamenti e colline, di buchi nel terreno e pozze d’acqua che ingigantiscono e tunnel sotterranei allagati. Io sono sempre lì, acquattata sotto la costa, e mi pettino i capelli e tu passi e guardi e ti lasci ammaliare da una me che solo qui riesce a cantare.

Poi arrivi da lontano, vengo a prenderti a una stazione o un aeroporto, non lo ricordo più e ti porto nel mio regno, entrando di soppiatto. Come se tutto mi appartenesse, nonostante gli enormi cartelli di divieto. Mangiamo lumache di mare, pesce, all’aeroporto depositi baci leggeri sul mio collo e io lascio fare. Nel mio regno non mi oppongo a nulla, accade.
Io solo dimeno i fianchi, quel che fu la mia coda.

Ma prima, prima c’è stato un momento in cui sono stata nell’acqua calda, insieme a te, un altro te, e nell’asciugarmi mi abbracci, in uno spogliatoio angusto e stringo l’asciugamano tra i denti perché dall’esterno non sentano la mia voce e i gemiti.

Poi dopo succede altro, sull’isola che oggi è irraggiungibile, dopo il lungo tunnel. L’isola scomparsa dove dopo poco scompari anche tu. La mia isola non ti piace e nemmeno tu allora puoi piacermi. L’automobile che non riparte e restiamo bloccati, tu che perdi un aereo e allora ti porto all’estremo della mia terra.
La mia terra comincia con le bocche e finisce al promontorio, è una terra di maghe e inferi. Io non lo so, ancora non l’ho imparato: mi muovo tra le coste con ritmo di fianchi, conosco tutte le rocce e non so perché. Mi muovo dalla bocca e finisco al promontorio.

Lo imparo ieri, soltanto ieri e ora lo so per sempre. Lo imparo finalmente ieri, perché così tanto lo avevo vissuto senza saperlo e finalmente la tua parola mi dice e mi insegna.

Lo imparo sempre, ogni volta di nuovo. Come la volta che ti percorro irraggiungibile, sei promontorio lontano, lontana la tua bocca, smisuratamente distante, dove i miei fianchi annaspano e non riesco a trovarti.

Poi torni, e  hai un nuovo volto e siamo in mezzo al mare, coi capelli scomposti dal vento e tu che barcolli sulle caviglie malferme. E mi sembra che tu appartenga a questi luoghi quanto me, poi te ne allontani e ti perdo e ogni volta, per ritrovarti, ti cerco lì.
Lì ti ritrovo, altrove mi sfuggi, in altri mari non siamo più gli stessi, la mia voce si perde, non arrivo distante. Sono di questo mare e queste erbe, di queste acque termali che non mi lasciano andare, senza le quali mi raffreddo e muoio.
Ogni volta che torno mi incammino, il tragitto è disseminato di me, dei miei fianchi ondulati, di tutti i te che qui ho amato, ogni volta con un volto diverso. Ma eri lo stesso, sempre di passaggio.
E sempre mi abbandoni, che è come un dono solo male impacchettato.
Mi lasci libera per altro, come un dono per quel che verrà, per quando verrai di nuovo, con sembianze nuove. Ma io sempre, sempre ti riconosco, da sempre. Da quando mi hai portato qui per la prima volta, fino a ieri. Come una calamita che qui mi conduce per riconoscerti.

Nessuno posso amare che non passi di qui, che non ami questo mare e queste grotte e tutti i dettagli che trascuro nel mio racconto e le volte che ho ballato, sul passato, dimenando i fianchi.

Sempre, dimeno i fianchi in questa terra, non c’è nulla di osceno.

E’ stato prima, molto prima, che eri ubriaco e mi hai portato qui a vedere il mare. E io non sono giovane come sembra, e sono inesperta, ma quando arrivo qui è come se risalisse una memoria profonda di fianchi e code e so cosa fare, in silenzio.
E ancora qui, mi ritroverai tra mille e mille anni, mentre ti incanto, tu che arrivi ogni volta con un volto diverso e sempre poi mi abbandoni e io lascio che tu vada, e un giorno il mare ti riporta e tu hai dimenticato ma io rammento tutto e so cosa fare, mentre spingo le mie parole iridescenti sotto i riflessi di sole
Anche se sei di passaggio, ti porto qui. Come quel giorno che ho portato anche te, così alto e biondo e di sguardo di acciaio e tu non capivi cosa mi legasse a tutto questo.
Mentre invece tu, quando sei comparso, lo sapevi, e mi dicevi che ero terra rossa e dea e Grecia tutta e tante cose che ripetevi e io non sapevo, ma la mia pelle sentiva.
E sempre sarò qui, che ti aspetto, qualunque volto tu abbia.
Sempre ti aspetto, per sapere se hai sapore di sale o di polvere, se ti consuma l’acqua o il vento, per sapere fin dove ti spinge l’onda dei miei fianchi. Ho così tanto da dire, da dirti ancora, di questo luogo che mi abita, che è il solo luogo nel quale so essere.
E’ stato ieri che l’ho imparato con le parole giuste, con il vento che mi trapassava la pelle e le mie parole che trapassavano il cuore e le tue parole che mi hai insegnato ancora una volta di me, come se non mi fossi mai vista.
Sono qui che aspetto. Mi riconosci, dimeno i fianchi come coda di pesce e racconto storie all’orecchio.
Tu mi abbandoni a me stessa e io mi abbandono ad altro, come un dono nascosto.
Tutto questo io non posso dimenticare mai, e ogni volta pago il prezzo di un magone che si dissolve in schiuma e per un momento, un solo istante, brevissimo, dimentico e tu appari e mi sembri sempre nuovo, come se fosse la prima volta e non tutte le vite che ti ho incontrato e poi sempre mi abbandoni, per restituirmi a me fino a che torni con altro volto, e sempre io ti riconosco, fino all’abbandono.

E sempre il mio abbandono non ti basta e te ne vai, e questo è il tuo dono, quello che fino a ieri ancora non so.

Cartoline tra cielo e terra

maggio 26, 2013

Cartoline tra cielo e terra

Percorsi segreti

maggio 11, 2013

Percorsi segreti

Buchi neri

maggio 10, 2013

Nella trasmigrazione del blog, mi accorgo che alcuni post sono andati perduti. Questo, ad esempio. Questo lo volevo moltissimo. Lo volevo oggi, che mi è tornato in mente all’improvviso, chiacchierando di lucciole. Era stupendo. Parlava di infanzia – della mia infanzia – e della scoperta delle lucciole. Volevo rileggerlo e farlo leggere. Vai mo’ a sape’ in quale hard-disk sarà, se in quello del vecchio pc che si è rotto, in quello che mi hanno rubato o in quello esterno che sta già  in una delle scatole da trasloco.

Lo voglio moltissimo. Mi piacerebbe che un blogger del passato mi dicesse: toh, Flounder, pensa te, l’avevo salvato per rileggerlo oltre il tempo. (v. PS n. 1)

Che questa è stata una settimana magica, in cui la memoria è rispuntata da angoli remotissimi, mai esplorati. Oppure ha disposto i ricordi in modo così diverso dal solito, in modo da mostrarmi nuove connessioni.

I cambiamenti avvengono sulla linea di confine tra la figura di primo piano e lo sfondo. E’ una conoscenza che sto sperimentando nella pratica, coscientemente, per la prima volta.

La rivorrei moltissimo, questa storia. Aveva tutta la tenerezza e la meraviglia che di nuovo sento in me.

***

PS n. 1: grazie a Zu, mia memoria storica, che un giorno mi assisterà amorevolmente nel mio Alzheimer, il post è tornato a casa.

PS n. 2: Luca, sono le stesse lucciole. Quelle dello stesso quartiere, intendo. Anno più, anno meno.

Prazeres, Daniel Pedrogam

marzo 15, 2013

Prazeres, Daniel Pedrogam

E’ la soggettiva del pollo arrosto che senza testa pensa più di prima la sua coscienza rimane sveglia giudica tutto quello che passa. (cit.)

novembre 8, 2012

Un po’ per ateismo conclamato, un po’ per indole bohémienne e forse un po’ per un innato spirito di contraddizione con il quale credeva di poter riuscire a fronteggiare le difficoltà della sua vita senza rimuoverne realmente cause od ostacoli, aveva deciso che a differenza del Salvatore dell’umanità, lui sarebbe stato semplicemente Salvatore di se stesso, invertendo nella meccanica il principio di causa ed effetto, la tempistica, la natura delle cose.

Invece di morire e risorgere, lui voleva risorgere e poi morire.

E dunque, nonostante l’ateismo conclamato, l’indole bohémienne e l’innato spirito di contraddizione, decise in ogni caso di fare appello a una cronologia esistente, a un dato da ribaltare: lui sarebbe risorto al venerdì e piano, dolorosamente, si sarebbe poi lasciato morire nel corso del sabato per culminare in una crocifissione la domenica sera.

Poi, seguendo il corso naturale delle cose, dal lunedì mattina avrebbe cercato nuovi stimoli, piccoli segni di vita che di nuovo, con improvviso sussulto, lo avrebbero ricondotto al giovedì, pronto a riprendere il ciclo di Resurrezione e Morte.

Detto in modo più prosaico, aveva un’amante e riusciva a incontrarla solo il venerdì: al principio della settimana lei lavorava in un’altra città e nel fine settimana lui, lontano dall’ufficio, dalle distrazioni di una vita carica di impegni e fastidi, ma soprattutto dalla possibilità di accedere liberamente al telefono, al pc, a qualsiasi mezzo gli consentisse contatti fugaci e intensi con l’amato bene e costretto a ripiegare sulla necessità di essere presente, totalmente presente alla famiglia, non aveva altra possibilità che lasciarsi morire.

Il sabato la morte iniziava con un lento risveglio annoiato, cui faceva seguito l’accodarsi alle attività richieste dal caso: la spesa al supermercato, l’accompagnamento dei figlioli a scuola. Si protraeva semi agonizzante per tutto il pomeriggio e definitivamente, alla domenica, che trascorreva interamente sul divano imbambolato davanti a una tv i cui programmi gli arrivavano come una lontana eco di preghiera, un salmodiare ripetuto, si lasciava morire entro l’ora di cena.

Sua moglie pensava fosse depresso e nonostante i ripetuti tentativi di rianimarlo – proponendogli escursioni, serate teatrali, innovazioni nella lingérie, per quanto acquistata dal cinese all’angolo, compagnia di amici, quantunque pochi – a un dato momento si arrese e confidando nei suggerimenti delle vicine di casa e delle fidate amiche, decise di vuotare il sacco con quelle quattro o cinque che maggiormente le ispiravano fiducia o che avessero un discreto curriculm vitae a far da referenza nel settore: affari matrimoniali irrisolti.

Luigia, che aveva studiato da biologa, sentenziò che forse sì, la depressione poteva essere una ragione, ma che forse no, non del tutto. Piuttosto una questione ormonale, ma non una storia di testosterone, come qualcun’altra volle intendere ammiccando, no. Cortisolo, l’ormone della paura e della fuga.

Ma se non si muove di un passo dal divano, rispose la moglie. Da cosa fugge?

Ma da te, da te, mia cara. Non hai idea di come tu possa spaventarlo?

Non ce l’aveva, la poverina. Spaventarlo, poi. Un uomo grande e grosso come Salvatore. Il poverino – lo considerava ancora un poverino, forse una vittima di qualche ingiustizia subita al lavoro e che lui, con orgoglio e ostinazione cercava di celare – più che spaventato sembrava annoiato a morte.

Ma non è che niente niente…?, sottolineò Amelia, la dirimpettaia,  al secondo consulto.

Niente niente che?

No, per dire…altri interessi.

Un’amante?, sbigottì la moglie. E quando succederebbe, se quello fa casa ufficio ufficio casa?

In ufficio, per l’appunto.

No, in ufficio no. La moglie ne era certa. Più che certa, certissima. Aveva visto Antonietta, l’unica donna dell’organico, e tanto le era bastato.

Amelia non si lasciava scoraggiare, non demordeva: ma non per forza un’amante femmina, Felicia. Magari un compagno maschio.

Ma chi, Salvatore?

Ma se solo, pensava Felicia tra sé e sé, se solo all’idea che il figlio di sette anni gioca con le pentoline, già lo vuole portare dall’endocrinologo per paura che diventi ricchione…ma non scherziamo su, ma quale amante masculo e amante masculo.

E però il sospetto pure un poco si insinuava.

Si sorprese dunque a fissarlo con maggiore attenzione, a spiarne gesti e modi di dire. Ma niente, nessun segnale in tal senso.

Si accorse però che il venerdì sera, quando tornava dalla partita di calcetto con gli amici, che da vent’anni a questa parte si ripeteva con immutata regolarità, aveva un che di diverso. Un odore buono, fresco. Una leggerezza d’animo.

Sicché concluse che forse il movimento, lo sport gli faceva bene, che andava coltivato.

Salvatore, amore mio, ma perché non vai più spesso a giocare a pallone? Tu non ti preoccupare di noi, me, i ragazzi. Vai quando vuoi tu: il sabato, la domenica, il martedì.

Salvatore la ascoltò perplesso.

E perché dovrei andare a giocare a pallone più spesso, di grazia?

Perché ti fa bene.

Passarono tre giorni.

Salvatore rimuginava sulle parole della moglie.

Era venerdì pomeriggio. Dopo la partita avrebbe incontrato Milena. Diminutivo di Maddalena. A lui piaceva Maddalena, gli dava quest’idea della trasgressione e del peccato. Era un nome eccitante. Ma lei niente, voleva essere chiamata Milena. Diceva che Maddalena era paesano, e poi suonava come una specie di maledizione, che fintanto che si fosse chiamata Maddalena la sua vita sentimentale si sarebbe trascinata per sempre così, da un uomo sposato a un altro impegnato. E che lei invece voleva una famiglia come tutti, un uomo solo per sé.

Ma io pure so’ sposato, ribatteva Salvatore. Allora tanto vale che ti chiamo Maddalena.

Nonsignore, Salvato’, tu per me, te l’ho detto tante volte, sei l’ultimo della categoria. Dopo di te viene uno scapolo che mi piglia e mi fa mettere la capa a posto.

E quindi non ci vediamo più, dopo?

E no, non ci vediamo più. Però per il momento stai qua e facciamo quello che dobbiamo fare.

Ma quel venerdì non funzionava, ci stava poco da discutere.

La partita era stata impegnativa, avevano vinto 7 a 3, che non succedeva da mesi e mesi. Un fiatone che un altro poco moriva sul campetto. Ma il fiatone non c’entrava, lo sapeva. C’entrava sua moglie, Maria Felicia, che all’improvviso lo voleva tenere fuori di casa.

Confidò le sue preoccupazioni a Milena.

E non sei contento, chiese lei?

No, non so’ contento, tu negli altri giorni non ci sei, rispose Salvatore. Che mentiva, in realtà non sarebbe stato contento lo stesso, questo pensiero di Maria Felicia che lo metteva fuori di casa per farlo stare meglio non lo convinceva proprio per niente.

Sicché il venerdì successivo, complice un poco di influenza, si risolse a rinunciare alla doppietta: niente partita e niente Maddalena. E voleva proprio vedere, che sarebbe successo.

Maria Felicia un poco si preoccupò per lo stato di salute e un poco si inquietò: l’idea di tenerselo a casa pure il venerdì sera con quella faccia appesa non si poteva proprio sopportare. Il venerdì era la sola serata in cui, uscito il marito, metteva a letto i figli e finalmente si prendeva un poco di tempo: la telefonata con l’amica, il libro, lo smalto sulle unghie dei piedi. Il venerdì sera non cucinava: comprava un pollo alla rosticceria e faceva la gioia dei bambini. Pollo, patatine e coca cola. E poi tutti a letto, felici e contenti.

Salvatore il pollo allo spiedo lo schifava. Non ne sopportava nemmeno l’odore: il sabato mattina era la prima cosa che diceva quando apriva gli occhi. La frase testuale era: il sabato mattina dentro a questa casa non si può campare.

E Felicia ad aprire le finestre e spruzzare deodoranti per l’ambiente. Ma non c’entrava il pollo, lei non lo sapeva.

Sicché quel venerdì, un poco delusa, si chiuse in cucina per preparare la cena, lasciando scontenti i bambini e lei stessa in primo luogo.

Salvatore vedeva le facce funeree e non se ne dava conto.

I suoi sospetti poco a poco si addensavano: neh, ma che succedeva a casa sua il venerdì di cui non si era mai accorto? Fosse che niente niente…

Poi si diceva che non era possibile, che a quell’ora i bambini stavano a casa con la mamma. Certo, dormivano. E quelli i bambini tengono il sonno pesante.

Così decise che la cosa non poteva passare liscia: lui, per un poco di venerdì, se ne sarebbe stato a casa.

Anzi, per essere più credibile: sarebbe andato pure a giocare e poi, invece di simulare la cena coi compagni di squadra, se ne sarebbe tornato a casa senza preavviso.

Quel fine settimana non risorse ma non morì neppure. Stava là, come sospeso in un limbo, con quel tanto di adrenalina necessaria ad assicurargli la sopravvivenza. Si scordò pure di mandare il messaggino della buona notte a Maddalena, Milena. Quella là, insomma.

Il venerdì pomeriggio, come d’abitudine, si preparò la borsa per andare a giocare.

Fece i saluti di routine, si avviò e per una serie di male azioni, dettate dalla scarsa concentrazione, perse pure due passaggi che avrebbero portato sicuramente a goal.

Poi con la faccia di quello che sa il fatto suo, si ritrovò a casa, trovandola inspiegabilmente vuota e senza odori di pollastro.

E sì, perché nel frattempo Maria Felicia le pensava tutte, cercava di andargli incontro in tutti i modi possibili: lo sport gli fa bene? E mo’ gli dico di andare giocare più spesso. La puzza di frittura gli dà fastidio? E vabbè, vuol dire che ce lo andiamo a mangiare dentro alla rosticceria, questo pollo. I bambini sono pure più contenti di fare l’uscita serale, non ci sono abituati. Poi quando torno metto i panni fuori al balcone e la casa resta profumata e magari il sabato mattina si sveglia un poco più contento.

Li aspettò per un’ora e mezza, Salvatore. Passando dall’incredulità alla rabbia alla disperazione.

Sicché quando lei aprì la porta, ridendo insieme ai figli, si trovò davanti un essere ricurvo, che nello spazio di un’ora e mezza aveva perso sette, otto anni.

Salvatore, disse lei, un poco sorridendo e un poco imbronciata, e chi ti aspettava. Ma è successo qualche cosa?

E che altro doveva succedere – ribatté lui – la fine del mondo?

Maria Felicia lascio correre, mise i ragazzini a letto e poi gli si avvicinò con dolcezza: Salvato’, ma che è?

Questa storia del venerdì sera deve finire, decretò lui.

Maria Felicia intristì lo sguardo: lo so. E’ per questo che l’ho fatto, stasera. E mi sono portata pure i bambini. Tieni ragione, io non l’avevo capito, prima.

E ti sei portata pure i bambini?, aggiunse lui in un tono di stupore misto a disprezzo.

E che dovevo fare? –  aggiunse lei – Io è per loro, che lo facevo. Certo, pure un poco per me, dopo una settimana passata a lavorare, a cucinare e la prospettiva di un fine settimana con te che stai sempre più triste. Per essere una mamma sorridente, un poco felice. Solo un poco. In questa casa, a queste condizioni, non si può più campare.

Salvatore non credeva alle sue orecchie: lei glielo diceva così, col massimo candore. Con lo stesso candore di cui anni e anni prima si era innamorato. Si sarebbe voluto arrabbiare come un pazzo, ma non ce la faceva. Teneva un senso di colpa così enorme che qualunque parola gli si sarebbe rivoltata contro come uno spiedo arroventato.

Disse solo: me lo giuri che è finita?

Lei si asciugò una lacrima e annuì.

Non ci sarebbe stata più nessuna Maddalena o Milena, lo giurò all’istante a se stesso.

Il sabato si alzò felice come non lo era da anni. Disse alla moglie di non cucinare.

Andò al supermercato da solo e un impeto di sconsiderata generosità prese un pollo appena arrostito, caldo caldo e zuppo di grasso. Entrò in casa come il cacciatore che riporta a casa le corna dell’alce.

Matteo lo guardò e stupefatto disse: un altro pollo,  papà? Ce lo siamo mangiato ieri sera!

Ma Salvatore non gli diede importanza e nemmeno afferrò il senso della frase.

Accarezzò il bambino sulla testa e rispose: e vuol dire che la settimana prossima non ce lo mangiamo e venerdì, invece della rosticceria, ce ne andiamo tutti a mangiare una pizza.

Aktion: Sicherer Auftritt

luglio 1, 2011

Le risuonavano nella notte le parole ascoltate mesi prima. Quanti? Sei, sette? Ormai aveva perso il conto.
Di giorno il frastuono riusciva a distrarla, a impedirle di pensare, ma quando la sera calava quel ribollire del sangue montava fino alle arterie del collo, ne sentiva il rimbombo nell’orecchio appoggiato sul cuscino: un martellare ritmico, simile allo sferragliare del treno che si trasforma in nenia, in litanìa.
In anatema.
Le condizioni sono queste, aveva detto la vecchia. Se entro ottobre non rientrate, vi posso offrire un’altra scadenza. A dicembre chiudiamo i conti, la settimana prima di Natale. Se ancora non siete rientrata, mettiamo a lavorare la figlia vostra.
Aveva accettato.
Le sembrava impossibile non riuscire a saldare il debito contratto, era certa che ce l’avrebbe fatta, come sempre, come in passato.
E’ solo che questa volta le cose si erano messe peggio e per pagare gli interessi, mese per mese, si era rivolta ad altri.
Adesso si sentiva come una mosca intrappolata in una ragnatela, come un agnello nella gabbia del leone affamato. Di suo non aveva più niente da offrire. Le restava la figlia.
E dove la mettete a lavorare?, aveva chiesto con apprensione, pensando all’Università da terminare, a quella proposta che la ragazza aveva ricevuto mesi addietro per studiare fuori. Un tirocinio di alcuni mesi, per imparare la professione.
Mi avete detto che la ragazza parte per studiare, è vero? La mettiamo a lavorare là. La mattina studia e il pomeriggio ci segue gli interessi. E’ una cosa da niente: gira per qualche ristorante, si informa. Le paghiamo qualche aereo per tornare a casa, ogni due settimane. In fondo di niente, si tratta: portare un pacchetto a certi amici, due volte al mese.
E che ci sta in questo pacchetto?
Ma niente, effetti personali, qualche cosa da mangiare, qualche medicina che là non si trova. Sapete come sono gli emigrati? Si fissano. Dicono che l’aspirina là nun è bbona. Ci manca la A finale. Con l’Aspirin lle vene ‘o male ‘e capa, lle vengono ‘e penziere. Con l’Aspirina, invece, lle passa tutte cosa. Quella l’aspirina nostra sta facendo furore, mo’ la vogliono pure i tedeschi.
E se invece della ragazza mi mettete a lavorare a me?, aveva chiesto timidamente. Pure io la posso portare l’aspirina.
La vecchia aveva riso. Una risata scassata, sguaiata. Una risata di scherno. Poi aveva aggiunto, secca: voi non siete adatta, vi fate troppe domande. Voi pensate solo a far studiare la ragazza, che al resto ci pensiamo noi. E trovatevi un lavoro, che così questi soldi me li restituite entro dicembre e non ne parliamo più.
A fine ottobre si era risolta a parlarne alla figlia.
Ma tu ci devi andare per forza in Germania?
Non è che è per forza. Mi hanno offerto una borsa di studio.
E che vai fare?
Te l’ho spiegato non so quante volte. Un tirocinio. Mi fanno fare esperienza al Ministero dei Lavori Pubblici. Un lavoro di comparazione sulla normativa degli Appalti. Hai presente quando si costruisce un ospedale, una caserma? Il modo in cui si dà da lavorare agli altri, i contratti, le gare, le penali. La sicurezza. Queste cose qua, insomma.
E pure i prestiti?
Pure i prestiti, sì. Le fidejussioni, le agevolazioni. Tutto, insomma.
E quando te lo sei imparato poi che fai?
Poi vediamo. Magari mi chiamano a lavorare qua, mi fanno fare la consulente.
Ho trovato una signora che ti paga l’aereo per tornare a casa due volte al mese. In cambio va trovando che le porti delle medicine a certi amici suoi. Lo sai che l’aspirina tedesca fa venire mal di testa?
Io non voglio tornare ogni due fine settimana, le mandasse per posta.
Dice che se le rubano, che l’aspirina nostra è troppo buona.
Ma che stronzata!
E che so’, sti parole?
Niente.
E allora? Che ne pensi?
Penso che te ne vieni in Germania pure tu, stiamo là sei mesi e poi vediamo. Io no, non posso venire. Devo stare qua a pensare alla casa. E poi tengo il lavoro al ristorante.
E te lo trovi là, un altro lavoro. Sta pieno di ristoranti italiani. Vedi che qualcosa la trovi.
Mi pare brutto, tu stai al Ministero e mammà lava i piatti. Se lo viene a sapere qualcuno, non è bello. Io non ci posso venire. Tengo male ‘e capa e l’aspirina là nun è bbona.
Ce la portiamo da qua l’aspirina. E pure le vitamine. E se manco ti passa prendiamo altri provvedimenti. Quanti debiti tieni?
E che ne sai tu dei debiti?
Si era alzata di colpo, la ragazza. Come scossa da un disgusto improvviso. Un disgusto che le covava dentro da mesi, forse anni. Un disgusto represso sotto i capelli lisci, il cerchietto a reggerglieli, le unghie curate, l’italiano perfetto. Un disgusto carico di colpa con il quale non riusciva a venire a patti, mai.
Nemmeno di sera, quando sentiva la madre agitarsi nel letto e per non pensarci inghiottiva un’aspirina. Simili a quelle della vecchia, quelle che per un po’ tolgono mal di testa e cattivi pensieri. Che le piaceva credere che prima o poi sarebbe tutto finito.
Aveva chiesto la Francia e le avevano offerto la Germania.
E’ un Paese dove abbiamo maggiori interessi strategici, le aveva detto il professore. L’edilizia nostra è forte, si deve consolidare su quel mercato, arrivarci senza perdersi per vie traverse, direttamente. Poi vedi che qualcosa la troviamo pure qua, una collaborazione. L’importante è essere presenti. Contiamo moltissimo su di te.
Mia madre lava i piatti in un ristorante. Stiamo piene di debiti, aveva detto lei a mezza voce, ma ferma.
Per poco, durerà ancora poco. Poi vedi che vi sistemiamo, abbi fiducia. L’importante è che ti fai conoscere, poi il resto viene da sé.

Santità , vota pro nobis

maggio 13, 2011

Che poi lui ci andava a parlare, col santo.
Ma ci andava da prima, da quando ancora non era stato candidato a Sindaco. Da molto prima, almeno trent’anni. Da quella volta che Caterina si fece tutta la gravidanza a letto per dargli il quarto figlio, il maschio che aspettava tanto e che non voleva arrivare.
Si inginocchiò davanti al santo e gli chiese: se me la lasci, a Caterina mia, io ti giuro che dopo mi sto accorto. Niente più figli.
Il santo gliela lasciò. Nacque un’altra femmina.
Antonio sorrise, quella mattina, di un sorriso che non era di circostanza.
A quanti battendogli una mano sulla spalla e facendogli gli auguri gli ripetevano: e mo’, mo’ ci dovete riprovare, mo’ ci vuole il maschio, lui rispondeva che se il santo gli aveva fatto la grazia di arrivare fin lì, è perché così doveva essere, e tanto bastava.
Adesso, dopo trent’anni di devozione, una devozione costruita poco a poco, strappata alla ragione, conflittuale e rabbiosa, col santo ci voleva parlare sempre più spesso. Ed ogni volta erano lunghissimi monologhi nel corso dei quali gli sembrava di sentire la voce del santo che a volte gli dava ragione, più spesso lo contestava.
Statemi a sentire, gli diceva. Gli dava ancora del voi, dopo trent’anni. Ancora non aveva acquistato tutta la confidenza per passare a una più stretta intimità. Statemi a sentire: io non è che me la voglio prendere con voi e tenervi fuori da tutta la faccenda. Voi lo sapete, che con il rispetto che vi porto da trent’anni, questo non sarebbe possibile. Il fatto è che se io vi metto in mezzo, qua non facciamo nemmeno un passo avanti. Io lo so che non è colpa vostra, che non c’entrate niente, ma qua da voi vengono tutti quanti, viene pure Don Fernando Bifero, e io non mi posso ammescare con questa gente. E non è per vincere le elezioni, badate bene, è proprio che non me la sento. Lo so, lo so  che per il masto vostro qua siamo tutti uguali, siamo tutti figli suoi, ma io fratello di don Ferdinando non mi sento e non mi posso sentire, abbiate pacienza.
Allora facciamo così: io nella campagna elettorale non vi nomino proprio, né a voi né a nessuno dei vostri. Poi, se le elezioni vanno bene, io non mi scordo, no. La prima cosa che faccio è un’aiuola davanti alla chiesa. Poi la ristrutturazione. E poi pure il restauro della statua vostra. Ve lo giuro, come ve l’ho giurato trent’anni fa, e voi lo sapete, sono uomo di parola. Però, per piacere, non ve la pigliate, non è un fatto personale: io i voti di tutte quelle bizzoche non li voglio.
Cioè, li voglio pure, ma solo se capiscono che don Fernando Bifero – con rispetto parlando per la persona vostra – è ‘nu ‘mbruglione. Se no, ne faccio a meno. Non li voglio per merito vostro.
Nella penombra la statua del santo, dal legno consunto e scolorito, non rifletteva nemmeno l’unico raggio di luce che penetrava dal finestrone occidentale.
Antonio continuava: e guardate che io non sto qua per richiedere una grazia o il vostro appoggio, non mi fraintendete. Il giorno che mi avete dato la quarta femmina io sono stato pure contento, non mi avete mai sentito dire a o b, niente. L’ho chiamata pure col nome vostro, povera creatura. Mi sono fatto ridere dietro da tutti quelli del Partito. Però ve lo dovevo. Se voi pensate che io queste elezioni non le devo vincere, io non le vinco. E non mi offendo nemmeno. Però, permettetemi, passatevi pure voi, ogni tanto, una mano per la coscienza. Volete a don Ferdinando Bifero perché è una pecorella perduta e la volete salvare? Fate come volete voi, però questa non è meritocrazia. Questo è sicuro. Mo’ me ne vado. Torno fra qualche giorno e ne riparliamo. Torno di mattina, che state pure voi a mente fresca.
Antonio usci dalla chiesa che era già quasi buio. Fuori, sul motorino, lo aspettava la figlia, la quarta.
Ulderica, a papà, ho finito, ce ne possiamo andare.
Che ha detto?, chiese Ulderica tra il divertito e l’apprensivo. Si è pigliato collera?
No, collera no. Certo, bene non ha reagito.
Papà, ma tu veramente pensi che quello ti dà aurienza?
Aurienza, aurienza. Aurienza è una parola grossa. Più che altro tiene la creanza di non interrompere. Ma soprattutto certe cose le sa, c’è passato lui per primo, ai tempi suoi. La burocrazia la conosce, le regole pure. E’ pe’ cchesto che io nun capisco come gli può piacere chill’omm’e niente ‘e Ferdinando. Va trova che gli ha promesso.
Poi, come colpito dalla sua stessa riflessione, rientrò subitaneamente in Chiesa e corse alla statua del santo: le ragioni vostre non le voglio conoscere, i fatti vostri li sapete voi. Perdonatemi lo scatto di nervi. Avete ragione: tengo una fede vacillante, l’animo incerto di un bambino. Ma pecché, Bifero sta meglio ‘e me?

 

Lévi-Stro’€™, vafancu’€™.

dicembre 16, 2010

Che poi, dopo un tot di esami di antropologia in cui ci stava sempre in mezzo questo fatto qua di Lévi-Strauss e le strutture elementari della parentela e tutti i fatti delle filiazioni, delle alleanze, delle discendenze, e io puntualmente a chiedermi: sì, ma a me che me ne importa?, a un certo punto, approssimandosi il Natale, ho avuto l’illuminazione.
Gli studi sulla famiglia e la discendenza servono a capire le dinamiche organizzative del cenone di Natale. Lo so ogni anno, ma poi per il resto del tempo me lo scordo.
Prendiamo il soggetto Ego, figlio di [X e Y], nonché fratello di [Z (maschio) e W (sorella)] a loro volta sposati con Q e T e genitori rispettivamente di [R, S e P] e [O e M]. Non dimentichiamo che Q e T sono a loro volta figli di qualcuno, fratelli, sorelle e cugini incrociati di qualcun altro.
Lo so, dovrei disegnare uno schema, per raccapezzarcisi, ma era giusto per darci un’idea.
Come si stabilisce la compagine del gruppo cenante?
Come si determina la location della cena?
Residenza virilocale, uxorilocale o neolocale?
Composizione patrilineare, matrilineare o ognuno a casa sua?
A partire da quando è ammesso un sovvertimento delle regole? Dal matrimonio di tutti i figli o solo di alcuni?
E se non si sposano e convivono?
Dalla nascita di nipotini?
E il sesso di questi ultimi, nonché il fatto o meno che portino il nome del nonno, come influisce sui posti a tavola?
La vera domanda è un’altra: chi fa famiglia con chi. E soprattutto: perché?
Cosa, simbolicamente, rappresenta una modifica degli schemi agli occhi del gruppo allargato?
Io sono per la delocalizzazione delle feste presso le case dei più giovani, di quelli recentemente sposati.
Che poi a me questo fatto che si deve stare per forza tutti insieme, mi piace e non mi piace.
Mi piace fuori dai pasti, per esempio. La tombola, il mercante in fiera e le fette di pandoro.
Non mi piacciono le facce appese se poco poco si sposta una virgola, una sedia, un’abitudine.
A me le feste mi toccano i nervi.
Perché poi ci stanno quelli onesti, che dicono che a certi fatti ci tengono, e quelli che dicono che non ci tengono, ma poi non è vero. Oppure veramente non ci tengono, ma poi il ricatto affettivo del sangue prende il sopravvento e ci devono tenere per forza. Eccomi, sono io.
Allora l’altra sera ho preso un tassì nel centro di Napoli.
Faceva freddissimo.
Il tassista mi ha raccontato tutto questo fatto che aveva prenotato un agriturismo a Montella, in provincia di Avellino, e se ne andava là con tutta la famiglia, 24, 25 e 26. Che sono sedici figli e ogni anno succede il lutto o devono stare tutti ammassati e a fine serata si appiccicano con le mogli che si sono fatte un mazzo tanto in cucina, sono andate dal parrucchiere – inutilmente – e dopo puzzano di pesce e frittura, e soprattutto non tengono genio di pazziare perché stanno troppo stanche.
Però lui non stava contento di andare a Montella, ci andava solo per la moglie, perché se no quest’anno finiva a mazzate. Che il 24, il 25 e il 26 sono i tre giorni in cui a Napoli si fatica di più, con i tassì. L’anno scorso alle dieci di sera stava ancora lavorando ed è arrivato tardi a cena.
Poi a gennaio e febbraio si fa la fame. Quest’anno si fa pure a dicembre, che i turisti sono pochissimi e a Napoli non ci vogliono venire più.
Quando ho pagato i sei euro e quaranta, mi ha fatto specie che prima di mettersi i soldi nel portafogli, si è fatto il segno della croce e se li è baciati.
Poi mi ha fatto tanti auguri, mi ha detto: signo’, speriamo che a Montella non fa freddo. Ma soprattutto speriamo che nun ce ‘ntussecammo.
Torniamo a noi.
Io quest’anno combatto contro dolori veri e immaginari.
Per fortuna quest’anno non sono i miei, ma mi sono così vicini che non fa differenza.
Combatto contro fisime e paranoie. Nemmeno queste sono le mie, ma stanno così vicine che non fa differenza.
Io quest’anno – più di ogni altra volta nel tempo – penso che ci avete rotto il cazzo, voi e il Natale.
Voi siete la pubblicità, i commercianti, il traffico, ‘a nonna, ‘a zia, quella che deve sgravare, quella che tiene i figli malati, quello che non parla con la cognata, quella che vuole stare solo a casa sua, quella che p’ammore ‘e Ddio non voglio stare a casa mia, quello che dice non facciamo i regali, quella che aggiunge che è solo un fatto di tirchieria, le luminarie, le letterine, gli sms di auguri, le carte oro e argento, la solita storia di chi cucina e cosa, chi va alla messa e chi vuole la tombola, chi non tiene i soldi per i regali perché è stato licenziato ma si sente moralmente costretto a farli, gli emigrati che tornano una volta all’anno, i residenti che approfitterebbero delle feste per espatriare ma siccome tornato gli emigrati si devono stare, chi tiene lo storzillo che si è lasciata col fidanzato e lo devono pagare tutti quanti.
Che uno alla fine un progetto alternativo del Natale ce l’avrebbe.
Ma le strutture elementari della parentela sono peggio della camorra: nun puo’ sgarra'.

Piccole marioliggie senza importanza

dicembre 6, 2010

Era da tra mesi che ci stavamo pensando, io, Giacchino e ‘o stuorto.
Ci avevamo cominciato a pensare una domenica di settembre, una mattina che eravamo andati a Bacoli per farci un bagno e per terra avevamo trovato un grattino del parcheggio nuovo nuovo, senza essere grattato. Quello che durava fino alle quattro e mezza.
Uà, e che ciorta!, aveva detto Giacchino. Ce ne vulesse uno accussì tutt’e dummeneche.
Che poi pure che non tenevamo la macchina comunque faceva specie di trovare un fatto così.
‘O stuorto invece teneva sempre qualcosa da dire, un carattere fetente che gli era venuto da bambino, quando dopo ogni ragazzata lo lasciavano là, a lui solo, e con quella coscia offesa non poteva correre come gli altri, e ne acchiappava solo mazzate.
‘O stuorto, che era di animo malinconico e insieme polemico, disse: uno solo? E che te ne fai? Ti accontenti di piaceri effimeri e volatili. Ce ne vulesse ‘na vrancata!
‘O stuorto sapeva un sacco di parole difficili che si imparava sul vocabolario del nonno e le buttava là per fare impressione. Lui arrancava con la coscia, noi con le parole. Lui teneva le idee, ne teneva assai. E noi gliele facevamo camminare.
Come quella volta che si era inventato che durante l’estate dovevamo lavorare come garzoni di salumeria dalla mamma di Giacchino e che per ogni consegna a domicilio che facevamo, ci imparavamo una poesia con le rime da recitare alla signora per aumentare la mancia. Lui scriveva le poesie e noi ci mettevamo la faccia.
Le poesie, mo’.
 “Signo’, v’o giuro annanz’a ‘stu prusutto/ che ‘o core mio annanz’a vvuje sta chino e strutto/e si nun fosse ca site già ‘nzurata/ je ve facessa ‘na bella cunsignata”.
Fino a che una mattina scese il marito della signora Marciano e si rivolse a Giacchino: giuvino’, si tenite ‘o core chino ‘e strutto, faciteve vede’ d’o cardiologo, sentite a ‘mme. O si no annanz’a ‘stu prusutto/pure finite co’ qualcosa ‘e rutto…
Però questa volta il fatto era ancora più serio, era un piano criminale.
Era qualcosa che non avevamo mai fatto.
Sì, ci eravamo fottuti qualcosa dai negozi, dai supermercati, una coca-cola, qualche maglietta sopra alle bancarelle. Ma non era come rubare veramente.
Era che certe volte non tenevamo i soldi, e altre volte, pure se li tenevamo, dovevamo fare gli sfaccimmi.
Questa volta invece ‘o stuorto voleva fare una rapina.
Io non lo so se me la sentivo. Giacchino non diceva niente. Giacchino non diceva mai niente, basta che poi dopo si mangiava. Teneva sedici anni e pesava centoquaranta chili.
Giacchi’, tu che ne pensi?, gli chiedevo quando stavamo da soli.
Stava un poco in silenzio, con gli occhi chiusi, poi li riapriva lentamente e con quella vocina che non ci azzeccava niente col resto del corpo, stabiliva: e addo’ sta ‘o  problema? Poi ce ne jammo add’o Merlone a ce fa’ ‘na pizza.
Il piano era questo: ci dovevamo scegliere un quartiere dove non ci conoscevano. Entravamo in una tabaccheria con la scusa delle sigarette. Il tabaccaio cominciava la jacovella: ma quanti anni tenete?
Noi dicevamo diciotto.
Il tabaccaio non ci credeva e noi insistevamo, fino a che non perdeva la pazienza e ci chiedeva di cacciare i documenti. A quel punto Giacchino faceva finta che si sentiva male e che sveniva. Noi ci scordavamo delle sigarette e chiedevamo al tabaccaio di aiutarci a tirarlo su da terra, che a due di noi, uno pure zoppo, non ce la potevamo fare. Il tabaccaio usciva da dietro al bancone, ‘o stuorto inciampava e gli cadeva addosso e io mi fottevo una vrancata di gratta e vinci e poi ce ne scappavamo.
Alla fin fine, diceva ‘o stuorto, non è che ce simmo arrubbati niente. Può essere pure che escono tutti negativi e ci troviamo con un montone di cartuscelle inutili. Se invece ci va bene, ce li dividiamo e ce li andiamo a incassare un poco alla volta, nel resto della città.
Ci demmo appuntamento il cinque dicembre a Fuorigrotta, dove non ci sapeva nessuno.
Entrammo e chiedemmo un pacchetto da dieci di Merit. Alla cassa stava una ragazza che chiese: le volete normali o light?
‘O stuorto si innervosì e cacciò due o tre delle parole che sapeva lui: signorì, voi non tenete deontologia professionale.
La ragazza lo guardò senza capire. Poi aggiunse: scusate, mi credevo che volevate le sigarette.
‘O stuorto le rivolse un’occhiata schifata: siamo minorenni, voi le sigarette non ce le dovete vendere. Ci dovete chiedere se teniamo i documenti. Poi fece perno sulla coscia funzionante, girò le spalle e se ne uscì.
Guagliu’, accussì ‘o piano nun po’ funziona’. Stammo dint’a ‘na città illegale e c’avimmo adegua’.
Lasciammo sta’ ‘e sigarette e concentriamoci sullo svenimento.
Facemmo due settimane di prove fino a che Giacchino acquistò una capacità teatrale che faceva paura. Una volta ci fece pure a noi. Ci fece mettere una tale paura che era morto che dopo un quarto d’ora, quando finalmente aprì gli occhi e noi stavamo bianchi come due fantasmi, e disse: e mo’ dateme nu kindèr ca me sento ‘e murì, ‘o stuorto si prese la coscia con le mani e con tutta la forza che gli restava gliela schiantò sotto. Poi disse: e muori, strunz’!
Nico’, gli dicevo, secondo me il piano non può funzionare. Quelli i biglietti tengono la serie stampata dietro. Basta che il tabaccaio fa la denuncia e ci acchiappano. Come appena ci andiamo a incassare quello vincente, ci chiedono: ma dove li avete presi? E noi non teniamo scuse.
‘O stuorto ci rimase male, che con tutte quelle parole difficili che pure sapeva, a questo fatto non ci aveva pensato e si sentiva un poco di fottere, che lui era sempre la mente del gruppo, ma questa volta aveva fatto acqua ‘a pippa.
Si innervosì assai e disse: vabbuo’, fottetevi. Vuol dire che per i regali di natale alle compagne vostre vi dovete ancora fregare i soldi dal portafogli di mammà, comm’e creature.
Io nun ‘a tengo ‘a cumpagna, disse Giacchino. A me nun me ne importa.
‘A tieni, ‘a tieni, rispose Nicola indicandogli la pancia enorme. E chest’è peggio ‘e ‘na guagliona: te sta semp’ ‘ncuollo.
Giacchino rideva. Si toccava la pancia come fosse stata una femmina e ci parlava, faceva la voce come nei film: sì, sì, faje accussì, accussì. Ancora, ahhh, sìììììì.
‘O stuorto non teneva il senso dell’umorismo. Rideva solo se le battute le faceva lui. Se no si metteva con la faccia appesa, l’espressione filosofica e guardava schifato. Poi dopo due o tre ore gli passava e ricominciava da dove aveva lasciato.
E se no, disse, se no ci rubiamo i francobolli e le marche da bollo. Quelli la serie non la tengono.
E che ce ne facciamo?, chiesi io.
Che ce ne facciamo? Chili so’ sordi. Ce li rivendiamo.
E a chi?, chiedevo io, forse ingenuamente. A chi li diamo?
E se no ce li allecchiamo, aggiunse Giacchino. Che una volta per sbaglio si era mangiato uno scatolino di colla, pensando che era gelatina, e gli era pure piaciuta. E di nuovo si toccava la pancia e tirava fuori quella lingua enorme, rossa, pastosa, fingendo di avere la ragazza di prima: vieni, bella, che ti allecco sana sana.
Voi non andrete mai da nessuna parte, ci diceva ‘o stuorto, schifatissimo. Siete due imbelli, due ignavi.
Giacchino mi si sporgeva all’orecchio e chiedeva: che vo’ dicere co’ duje imbelli? Sta sfuttenno?
Giacchi’, nun ‘o saccio. Cert’è che tutta sta bellezza je nun ‘a veco. Però pur’isso è bruttulillo.
Alla fine ci rubammo un pandoro fuori a un supermercato. Che non era rubare veramente. Stava là, a portata di mano.
Nicola disse che faceva schifo, che era dell’anno passato e che stava pieno di conservanti.
Giacchino gli tirò la fetta di mano e rispose: dammelo a me, che si moro mammà si leva ‘nu debito e piglia ‘na Sisal.
A me mi veniva da piangere. Glielo volevo chiedere a Nicola, il perché, ma stava troppo a filosofo e non gli volevo dare soddisfazione.