Archive for the ‘circo minimo’ Category

Chi raccoglie con costanza figurine Miralanza.

luglio 15, 2018

Ho una specie di fascinazione per i campi nomadi, i circhi, le roulotte. Per tutte le vite itineranti che si fanno e si disfano, si scompongono, si adattano ai luoghi e alle circostanze.

 


Quando mia figlia era piccola portavo i suoi abitini da neonata in un campo desolatissimo, nella zona industriale tra Caserta e Napoli, verso Gricignano d’Aversa, dove i miasmi delle fabbriche erano irrespirabili, le strade colabrodi che d’inverno non assorbivano le piogge e trasformavano tutto in una palude di rifiuti galleggianti.
Ci andavo spesso, i bambini crescono in fretta. E portavo poi anche giocattoli, pannolini. Soldi mai. E nemmeno me li hanno mai chiesti.
Mi invitavano a bere il caffè, ma non l’ho mai accettato. Restavo sulla soglia del campo, e la signora che mi accoglieva era sempre la stessa. Mi chiedeva notizie della mia bambina. Un giorno mi ha chiesto di portagliela a vedere.
L’ho portata due volte.
Una era piccola piccola, e le bimbette la toccavano. La seconda volta avrà avuto quattro o cinque anni: urlò a perdifiato e non volle scendere dall’auto, in preda al terrore.
Anni fa ero ancora più fiduciosa del mondo di quanto lo sia adesso: dormivo con le finestre aperte e senza dare mandate alla porta di ingresso
Una mattina mi sono svegliata e ho visto un cassetto aperto.
Mancava anche il portatile e uno zainetto della bambina, che conteneva tutti i suoi costumini di scena per il saggio di ginnastica della settimana a venire.
Ricordo l’urlo che ha svegliato tutti, la sensazione di essere violata nel sonno.
La polizia mi mostrò le impronte di mani e piedi piccolissimi che si erano arrampicati lungo le grondaie per arrivare al quarto piano.
Nel cortile si erano poi sbarazzati dei vestitini, tenendo solo lo zainetto, forse per infilarci il portatile.
Non ho sporto denuncia.
Pensavo ai bambini che si erano inerpicati, al pericolo. E a mia figlia che dopo due giorni sarebbe salita sul palco di un teatro, pagando per farlo.
Avevo visto le prove generali del saggio.
Era piccola e leggerissima, l’avevano scelta per metterla al vertice della piramide umana, dove agilmente sarebbe salita scavalcando corpi, montando su spalle. E da cui si tuffava.
Alle prove mi si fermò il cuore.
Guardando le impronte delle manine e dei piedini dei piccoli ladri lungo il muro perimetrale mi si fermò di nuovo e non riuscii ad essere arrabbiata nemmeno un secondo di più.
Mi dispiaceva solo aver perduto tutte le foto dei primi anni di mia figlia, che non avevo salvato su nessun supporto esterno.
Ancora oggi, per scherzo, quando mi chiede come è possibile che non abbia foto di lei piccina, le dico che è perché l’ho presa al campo nomadi. La fa arrabbiare moltissimo.
Non so se mi piacciono gli zingari, non ne conosco.
Ma mi affascina la loro vita quotidiana.
Non è la fascinazione di Melquìades, di Carmen, di tutti quei personaggi consegnati alla storia, alla letteratura, al sentimento.
Mi affascinano le vite sudicie e minute, l’insediamento umano spontaneo, la resilienza, la capacità di vivere dove altri perirebbero.
Mi interessa questa forma di esistenza che ricorda tanto certe forme di vita animale o vegetale: le simbiosi, i parassitismi, la vita dei batteri e dei microbi, con le loro mutazioni.
La Storia racconta che, traversando l’Europa in tempi di guerre, abbiano deciso di non appartenere a nessuno e non essere coinvolti in battaglie di confini e di identità: questo è uno dei motivi del nomadismo e dello sparpaglio. Piccoli gruppi capaci di adattarsi, flessibilmente, sopravvivendo con poco.
Quest’anno sono stata un paio di volte al Maam, che è uno dei miei posti preferiti a Roma. È l’ex fabbrica dei salumi Fiorucci, oggi museo di arte contemporanea e abitato da molte famiglie zingare e qualcuna sudamericana.
In una delle due volte ci hanno accompagnato in giro quattro ragazzine sorridenti e chiacchierone. Studiavano.
Una voleva diventare avvocato, una medico, una era troppo piccola per saperlo e una, biondissima e longinea, fotomodella.
Con loro un fratellino piccolo piccolo e buffissimo, con un problena di articolazione del linguaggio, che per non essere da meno a sorelle e cugine ci ha portato ad esplorare la parte privata del museo, le case, i garage, raccontandoci a modo suo le pitture murali, i mostri, le sue paure e i suoi modi per fronteggiarle.
A Saintes Maries de la Mer, dove sono stata a maggio per il pellegrinaggio annuale dei gitani, era tutt’altra atmosfera: la musica faceva da base, da collante. Trasfigurava il tutto portandolo in un ambito molto più prossimo a quello della narrativa e del folclore, e perciò stesso meno inquietante e minaccioso.
A Saintes Maries de la Mer il tempo si era addensato in una bolla, come sospeso. Lontano da tutte le riflessioni su convivenza, inmigrazione, alterità. Era la festa religiosa, con le sue precise strutture antropologiche.
Mi è capitato invece di imbattermi, giorni fa, in questa proposta di addentrarci, in una camminata guidata, nelle strutture della vecchia fabbrica della Miralanza, abbandonata a se stessa, dove poco alla volta si è insediata una comunità rom. E dove ha operato Seth, un artista francese, con un progetto intitolato Range ta chambre.

 


Metti a posto la stanza.
Metti in ordine la tua camera.
È impossibile entrare in questo casino.
Sento la mia voce ogni volta che varco la soglia della minuscola stanza di mia figlia, dove mi accoglie un letto disfatto, piatti e tazzine, ossi di pesca, scontrini appallottolati, libri sparpagliati, trucchi, scarpe spaiate, vestiti ammucchiati, fotografie e tutto quel che è possibile ammassare nell’adolescenza, dove ogni oggetto, anche il più minuto, ha un valore simbolico, marca un piccolo rito di passaggio e un tassello della memoria.

Nella Miralanza la sensazione è stata la stessa: una vasta area aperta e ordinatissima, nella quale sono state edificate baracche, cucine, stanzette.
Tutto in ordine, pulito, abbellito da quadri, specchi, tovaglie fiorate.
Poi si passa per una scaletta che apre su una pittura che mostra un volto con le mani sugli occhi. Per non guardare.
È l’ingresso al museo abusivo: un padiglione chiuso che è un’enorme discarica, un immondezzaio putrido e maleodorante, le cui pareti sono state fatte oggetto dell’intervento pittorico.
È sempre un bambino, il protagonista delle opere d’arte
L’innocenza che fa da contraltare alla struttura pericolante, al degrado, alla sporcizia, ai topi, alla perdita di speranza, all’implosione fallimentare della UE.
Un bambino che trova soluzioni, si adatta, si specchia e vede in sé un futuro possibile.

 


Poi si torna alla luce, nel terzo padiglione crollato, dove ci teniamo sul sentiero centrale per proteggerci da possibili crolli ulteriori delle vecchie travi di legno.
I pilastri coloratissimi hanno un titolo: Palmira. Il memento della distruzione.
Mentre le pitture ai lati, enormi congestioni umane, sono dedicate a Lampedusa. Intensi i titoli delle opere: Vultus est index animi, Lux in tenebris, Habent sua fata libelli. Richiamano all’atrocità del luogo, alla scomparsa della cultura e alla speranza di riscatto.
Seth qui svela il ventre della città, il lato oscuro.
Se i primi graffiti – dice in qualche intervista – volevano coprire le città, questa seconda fase vuole svelare le città.
Quelle città parallele che ci esplodono accanto, silenti e sotterranee, selvaggiamente vitali.
Baracche ordinate, pulite, in mezzo alla devastazione. Ragazzi ben pettinati. Specchi ovunque per aggiustarsi, le donne, collane e fiori tra i capelli
Nessuno è immune alla bellezza.
Nel padiglione infetto, pieno di tutti i rifiuti del mondo e delle pitture di Seth, di libri bruciati e avanzi della civiltà, una signora sussurra: Dio mio, che schifo.
Le dico: questo siamo noi.
La signora mi fa una domanda con lo sguardo.
Questi non sono gli zingari, questi siamo noi. Questo il nostro specchio, i rifiuti che produciamo, la montagna del nulla che giorno dopo giorno ammassiamo. Gli zingari ce lo rendono manifesto, ce lo ricordano. È per questo che li odiamo.
Ma nessuno, nemmeno nell’orrore, è immune alla Bellezza.

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Dietro un naso di plastica si nasconde quello vero. Che spesso è più bello.

aprile 10, 2007

Quando ho scritto tutta l’ epopea del circo ho cercato  con cura ogni singolo pezzetto musicale.

Mancava il pagliaccio, mi ha detto qualcuno.

Ho una repulsione per i pagliacci, non è colpa mia. Allora prendo in prestito le parole di qualcun altro.

Questa è la storia di un clown che nello sguardo non ha più nulla di reale.

Che forse potrebbe fare un altro lavoro, ed essere impegnato come la maggior parte di noi, dalle nove alle cinque.

Aver a che fare con numeri e cose simili, muovendo piano le labbra, senza che ne venga fuori nulla di simile a una vera conversazione.

Il  cuore totalmente immobile.

Non lo scuote nemmeno più il suono degli applausi o la risata dei bambini: come immaginare un’altra vita possibile oltre il tendone?

Eppure un giorno qualcosa si muove, piano piano.

Forse è il tempo di aprire la gabbia e tornare per la strada, provare a incontrare la gente che sorride, mettere via quel naso rosso.

Forse è il momento di uscire dal tendone e vedere cosa c’è fuori.

E’ che in fondo ognuno vive come sa, come può.

Ognuno ha il suo tendone gommato a proteggerlo, ognuno sa quando uscirne.

E se io avessi saputo scrivere di un pagliaccio, avrei scritto proprio questa storia qua.

Date le premesse, le conclusioni sono inevitabili – post progredito/10

gennaio 27, 2007

Restavano i giocolieri a concludere lo spettacolo, così come lo avevano iniziato.
Bisticci di mani e risate, momento di levità e trasformazione.
Ma già la piazza era stanca e soddisfatta, la musica ancora pervadeva gli spazi.
Zaira e il suo turbante avevano promesso successi e gravidanze, raccolti e perdoni.
Arcadia sorrideva e sentiva la bellezza della terra sotto le piante scalze, sorrideva e sentiva la bellezza della stretta sulla schiena nuda.
Murzuek dormiva e sognava di Alicia che sognava Murzuek che sognava Alicia che sognava Murzuek che sognava Alicia. Infinitamente.
Kareem si flagellava inutilmente, al prezzo della sua desolata sopravvivenza.
Il violinista raccoglieva le note incompiute dei suoi compagni e le trasformava in fuga.
All’alba il circo sarebbe ripartito.
Ed ogni volta era la fatica di non chiedersi nulla, di ignorare quel pungolo, quello che invitava a restare, a fermarsi.
A dire un sì invece di un forse. A dire un sì invece di un no.
Eppure strani prodigi accaddero quella notte, del tutto inattesi.
Fuori dal cerchio dicono che forse esiste un Dio che ama poeti e giocolieri, che protegge le donne e i saltimbanchi, che sorride ai bambini e all’animale che ci portiamo dentro.
Una voce che guida le nostre scelte e ci spiana la strada o il terreno, ci fa piantare le tende o ripartire in gran carriera.
Ma di questo non mi è dato parlarvi.
(Il canto del gallo risveglia il villaggio. Ciò che dunque tra il tramonto e l’alba è accaduto, al mattino sarà chiaro agli occhi di tutti)

Nessuno sa di sé, talvolta nemmeno Dio – post in progress/9

gennaio 26, 2007

(Alla fin fine, poi,
forse si ha nostalgia del momento del lancio,
quando ancora non sai se il coltello ti colpirà o no.
Si ha nostalgia della possibilità che ci trafiggesse,

conficcandoci in quell’istante per l’eternità)

                                                                                                                                                                      Sphera


L’ultimo arrivato nel circo era Kareem, l’Intoccabile.
Così lo chiamavano nel suo villaggio, dopo che l’hagiam non era riuscito ad asportargli il prepuzio nel nome di Allah il Compassionevole, Allah il Misericordioso.
Suo padre aveva deciso di celebrare l’udhrat nella notte del destino, da bravo fedele.
Ma quella sera, benché si fosse ormai quasi alla fine del Ramadan, nessuno riuscì a toccare cibo, nemmeno dopo l’ora convenuta.
L’hagiam scosse il capo e sentenziò che una cosa simile non era mai accaduta nella storia dei tempi.
Hmoud e Nada gli offrirono del denaro e un grosso taglio di montone per essersi preso comunque il disturbo di giungere fino a casa loro, ma l’hagiam rifiutò: non poteva accettare nulla da una casa in cui l’impurità aveva rifiutato di farsi sradicare.
Tra Hmoud e Nada si insinuò il sospetto e da quel momento in poi restò ospite fisso. Della faccenda non se ne parlò mai più e nemmeno giacquero altre volte, per timore di chissà quale punizione divina.
Il bambino restò abbandonato a se stesso, privo di carezze e conforti. Trascorreva intere giornate in strada, schernito dai compagni ed evitato dagli adulti.
La sua pelle era liscia, inattaccabile. Il suo corpo non conosceva ferite, non aveva mai visto una sola goccia di sangue sgorgargli.
La sera che passò il circo, Kareem aveva già da tempo rinnegato il Compassionevole e il Misericordioso: trascorreva intere nottate a ubriacarsi e a perdersi in interminabili risse. La sera che passò il circo lo strapparono a uomini armati di pietre e colli di bottiglia che forse lo avrebbero ucciso.
Ma sul suo corpo, neppure una traccia.
Nei primi tempi Kareem l’Intoccabile si occupò dei pochi animali rimasti, ma quando dopo la grande carestia morirono uno dietro l’altro, si ritrovò a mangiare sassi e punte acuminate, sperando di infliggere al corpo un dolore così grande da trascinare con sé anche l’altro dolore che non poteva ascoltare, così grande da distrarsi dall’altro dolore che non poteva lenire.
Ma fu tutto inutile.
Tu sopravviverai, aveva giurato il Misericordioso ad Abramo, osservando compiaciuto il brandello di pelle strappato e offerto sull’altare di pietra. Anche tu sopravviverai, aveva giurato Kareem a se stesso, visto che non hai altra scelta.
A quelli del circo non importava.
Si accorsero presto che Kareem aveva due cuori, due stomaci, due fegati e che non esistevano passaggi comunicanti tra i doppi. Metà del suo essere era totalmente insensibile, l’altra metà sconosciuta e inaccessibile.
Zaira conosceva la cura, come sempre.
Ma non avrebbe potuto aiutarlo, non questa volta.
La cura ce l’aveva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, ogni volta che Murzuek lanciava una lama su Alicia senza colpirla.
Colpisci me, pensava Kareem, colpiscimi. Fammi sanguinare, se puoi. Colpiscimi nel cuore fragile, quello che io stesso non riesco a trovare, dilaniami e prendimi.
E al suo turno si lasciava scivolare in gola le lame, si infilava frecce sottopelle, trapassandosi le cosce e le braccia da parte a parte.
Si appoggiava tizzoni incandescenti sulla lingua e così si offriva al pubblico, compiendo il giro della piazza fino a convincerli dell’assenza di inganno. Beveva petrolio, succhiava lamette e ingoiava aghi.
Sotto il costume circense un cilicio avvolgeva anche il sesso, serrato in un filo spinato nel disperato bisogno di offrirgli una tregua.
E di notte sognava, anche Kareem l’Intoccabile. Sognava del suo corpo sbocciato come un fiore rosso sangue.
Sognava la morte di Alicia, per sua stessa mano.
Io sopravviverò – si diceva. Non importa a che prezzo. Quale che sia, purché lui solo possa toccarmi.
(Il pubblico applaude smarrito, quasi che non abbia altra scelta. Qualcuno arretra di un passo, come a cercare spazio e aria nella congestione della folla. Come per timore che la massa possa coglierne i segreti pensieri)




La luce cambia ad ogni ora, anche di notte, per quanto in modo impercettibile – post in progress/8

gennaio 25, 2007

Il numero cominciò.
Murzuek vestiva pantaloni a vita alta e una casacca turchese cangiante. I suoi coltelli avevano il manico tempestato di cocci e pietre rilucenti e i capelli riflettevano i bagliori del fuoco circostante.
Alicia gli era di fronte, con un abito largo che le scopriva le gambe.
Tre sequenze di lanci: la prima ad occhi aperti, per delineare un ampio contorno.
La seconda ad occhi chiusi, per restringere il campo.
La terza di spalle, inchiodando al fondale il bordo delle vesti, imprigionandola come in una ragnatela.
Il pubblico era in apnea, l’errore era fatale.
Ad ogni coltello nemmeno un applauso, per téma di distogliere la concentrazione.
Alicia manteneva gli occhi costantemente aperti, era il suo modo di trasmettergli fiducia.
Sapeva nel profondo che lui non era capace di errore, ma solo di volontà. Se doveva essere colpita, voleva vederne in quel esatto istante gli occhi da animale cattivo, voleva cogliere il passaggio della scelta.
Ogni esibizione era una conferma, questo lo sapeva bene.
E ogni conferma le rendeva un pochino più accettabile la fredda lama interposta tra loro.
Il numero si concludeva sempre allo stesso modo: Alicia sfilava le braccia dalle maniche alate e scivolava via, presentandosi con un corpetto che le riguadagnava tutta l’attenzione del pubblico fino a quel momento conquistata da lui.
Lui compiva un piccolo inchino, con una piroetta se la issava in spalla e scomparivano entrambi alla vista.
Tra loro non commentavano mai l’esibizione, nemmeno una parola.
Dopo pochi istanti Murzuek le cadeva spossato tra le braccia, come ad aver compiuto una fatica immane.
Lui nel circo ci era nato, a differenza degli altri. Si era mosso lì fin da bambino e non conosceva altra vita possibile.
O forse aveva semplicemente paura di conoscerla, come una cosa apparentemente così lontana e diversa da lui che la semplice scoperta di un simile desiderio, di una simile attrazione, avrebbe potuto lacerarlo all’istante.
Quando Murzuek parlava, gli altri tacevano. Era così da sempre.
Come se intuissero una forza repressa che lui stesso faticava a tener sotto controllo e che aveva scelto di indirizzare unicamente alle sue abilità, circoscrivendola e impedendole di nuocere.
Di suo padre ricordava i baffi lunghissimi e l’arte di parlare ai cavalli.
Di sua madre una canzone triste in una lingua dai suoni aspirati.
Ma era stato molto, molto tempo prima.
L’ultimo ricordo di infanzia era l’incendio e da allora quella paura che silenziosamente teneva a bada con animo da domatore di belve.
Qualcosa sarebbe cambiato, prima o poi, lo leggeva nello sguardo di Alicia.
Qualcosa, sì.
Ma non voleva pensarci, ché quello sguardo gli ricordava l’incendio e apriva uno squarcio sulla paura.
(Il pianto di un bambino segnala che è l’ora del sonno. Ognuno pensa alla propria casa, a ciò che ha di più caro e si interroga)

Anche il cerchio più stretto ha confini mobili – post in progress/7

gennaio 24, 2007

Era così che si diceva Alicia, pensando alla sua vita.
Invece adesso i miei sogni mi opprimono, come animali sconosciuti di cui non distinguo le membra. Animali giganti che continuamente cambiano di forma e  colore.
Quando te li racconto mi sembra di riuscire a costruire una gabbia per imprigionarli ed ogni volta mi accorgo che le sbarre sono troppo sottili o distanti e finiscono per fuggire.
Tu mi ascolti rapito, credendo che si tratti di un gioco che ho inventato da sola, per darmi compagnia nella tua assenza. Invece è per potermi ascoltare come un’ estranea e alla fine, incredula ogni volta, riconoscermi.
Qualche volta nei miei sogni tu sei ferito o muori.
Forse nei sogni c’è tutto quello che si è dimenticato e cercato di uccidere, che durante la notte esce allo scoperto e grida aiuto.
C’è la paura che di giorno nascondo.
A volte mi sembra che siano i pensieri che per anni ci hanno seguito e dominato, che ci sembrava di aver lasciato andare e che invece ritornano per salutarci, come se si fossero dati un appuntamento segreto.
Anche poco fa sognavo e nel mio sogno le bambine avanzavano in fila, simili a una processione di angeli, vestite di un lungo camice bianco e le braccia tese all’infuori, come su un asse di legno sospeso a mezz’aria. E a guidare la fila c’era una suora con un grosso cappello rosso e gli occhi gonfi di pianto e le bambine entravano a gruppi in una grande vasca e ne uscivano con i camici zuppi. Tra le bambine c’ero anch’io e urlavo con tutto il fiato perché l’acqua era ghiacciata, mentre la suora dagli occhi di pianto mi tirava su la veste e tutti gli angeli in fila ridevano insieme con cattiveria, guardando le mie piccole gambe magre.
Mi sono risvegliata di soprassalto, temendo di non poter più fuggire.
Spesso mi chiedo se sia felice di essere qui con te, ma non sempre riesco a trovare una risposta e così mi convinco che è il mio destino.
Poi, quando mi stringi fino a farmi soffocare, so con certezza che davvero non potrei andare in nessun altro posto.
Io morirei per le tue mani, quando salgono silenziosamente dalle cosce ai seni e mi sembra di non avere più anima, né pensieri, semplicemente carne e sangue e un mucchietto di muscoli tesi e pronti a infiammarsi. E tu sei fuoco che incenerisce la mia vita, e lama di coltello che scagli ad occhi chiusi.
Mi chiedo se tu non abbia fatto proprio così fin dal primo istante, se non sia reale la sensazione del ricordo della mia sagoma nella taverna, appoggiata a una parete di legno, circondata da lame che mi tengono ferma, inchiodata, e intanto crocifiggono le fibre del mio corpo fragile.
E se davvero non è solo una sensazione, mi assale la paura che non potrò più liberarmi da questa morsa di legno e acciaio, da questa stretta forte come solo il desiderio può esserlo.
Ti desidero anche adesso, mentre sei perso in questa vita che è solo la tua, che non potremo mai condividere, neanche se camminassi a piedi nudi sul vetro, neanche con le caviglie bruciate dal fuoco.
Mi chiedo se tu morissi cosa ne sarebbe di questo atroce sentimento, che mi riempie di tenerezza e di un biasimo dolce.
Se fosse certo che una cosa porta a un’altra e a quella sola, se le strade che percorro non cambiassero, se potessi sopprimere tutte le parole e i pensieri, duplici e ambigui, le parole e i pensieri che tanto mi  tormentano per i troppi significati che aprono.
(La musica chiude il cerchio dei pensieri e annuncia la nuova esibizione. Le fa da contrappunto lo scrosciare del sangue nelle vene. Il pubblico si assiepa nuovamente dentro il cerchio di fuoco)

Si procede per approssimazioni – post in progress/6

gennaio 23, 2007

Alicia abbassava lo sguardo e lasciava fluire i suoi pensieri neri insieme alle note.
Il numero di Alicia e Murzuek era il pezzo più rischioso del circo, benché lui non la pensasse  alla stessa maniera e gli sembrasse naturale scagliare da lontano coltelli e parole acuminate.
Passava ore da solo, ad esercitare la concentrazione rimanendo immobile su un piede solo, mentre lei restava a guardarlo incantata.
Non aveva paura, no.
Non aveva mai temuto che una lama le potesse infilzare il cuore. Nemmeno quando lui si bendava o lanciava i coltelli volgendole le spalle.
D’altronde il suo cuore era trafitto da sempre, dall’inizio, fin da quando si erano incontrati per la prima volta in una taverna fumosa di Alicante, dove lei serviva da bere ai tavoli e inceneriva con lo sguardo gli avventori triviali.
Murzuek l’aveva invitata allo spettacolo della sera e da allora non si erano mai più lasciati.
Ma il loro stare insieme aveva una sottile lama d’acciaio a separarli, un  filo tagliente al quale era troppo pericoloso avvicinarsi. Una cesura costante, una distanza incolmabile anche nei moti della passione.
Come se lui fosse sempre e in qualche modo anche altrove, perduto in fantasie alla quali a lei non era dato l’accesso.
Lo osservava e in cuor suo si chiedeva: si può dunque desiderare qualcosa che già si possiede e tremare al pensiero che forse tra un attimo non lo si possiederà più e avvelenarsi per questo il presente?
Ho nostalgia di te, anche se mi sei accanto.
La mia nostalgia è una lunga impazienza: solo se avessi già vissuto tutta l’eternità e sapessi che tu mi apparterrai sempre allora tornerei con te a vivere tutti i momenti.
Pesantezza della devozione, malvagità del possesso, frenesia della fedeltà, angoscia del distacco. O semplicemente amore?
Un giorno forse avremo un figlio e gli racconteremo di noi.
Lui parlerà la tua lingua e la mia. Insieme. Confondendole senza confondersi. Avrà i nostri occhi e forse anche lui camminerà nelle città chiuse, cinte da mura, dove tutte le strade si incrociano e diventano una. Percorrerà i tortuosi labirinti della memoria, i vicoli ciechi della solitudine. Abiterà come noi in corpi dalle anguste finestre, nei paesi dove lo straniero è riconosciuto, braccato e marchiato a fuoco.
E come noi vivrà giorni deserti, in attesa perenne di quelli che non verranno mai.
Proprio come noi, ogni volta che alzando la testa abbiamo visto il cielo aperto, così sereno che avevamo un solo desiderio, tuffarci dentro, trovare un posto che sembrasse proteggerci, dove forse saremmo diventati più semplici.
Un cielo vasto, dove anche i sogni sarebbero stati più lievi.
(Il violinista si arresta e passa con il suo cappello. Il pubblico gli sorride, incurante della cecità)

L’aspetto delle cose future è vago – post in progress/5

gennaio 21, 2007

E dalla folla avanzò il giovane con gli occhi di fiamma, le strinse i polsi e la vita e iniziò a ballare con la funambola Arcadia, al suono del violino.
Il violinista si appoggiava a una quinta in cartone e faceva volare l’archetto sulle corde.
Le dita si muovevano agilissime e il ritmo incalzava o rallentava seguendo il respiro dei ballerini.
Lui in questo circo ci era finito molto tempo prima, ancora prima di Zaira, all’indomani della notte in cui si persero in mare.
Era l’epoca della Grande Spedizione, quella che avevano coltivato per mesi e anni, raggranellando i risparmi per allestirla.
Volevano arrivare al di là dell’oceano, dove qualcuno aveva loro raccontato che avrebbero trovato una sorta di paradiso.
In tutti questi anni non ne aveva mai parlato con nessuno. Era l’unico scampato al naufragio e la colpa gli pesava. Quelli del circo erano stati i soli a non fare domande, ed è per questo che li aveva seguiti.
La vista gli era scomparsa quella stessa notte, dopo un bagliore accecante che non aveva saputo spiegarsi, e nelle orecchie gli erano rimasti i versi che la poetessa aveva continuato a recitare all’ impiedi, mentre la barca si inabissava rapidamente e il comandante cercava di metterla in salvo.
La poetessa era stata la prima a imbarcarsi, sembrava quasi che la Grande Spedizione fosse stata pensata per lei sola. Era seguito il banchiere, poi il filosofo, la puttana e lui, il musicista.
E infine il comandante, un uomo taciturno e triste, di cui si sapeva soltanto che aveva perso la moglie e due figlie piccine, di una febbre assassina.
Durante il viaggio ognuno aveva raccontato della spinta che lo aveva condotto fin lì, della sua segreta speranza.
Ognuno aveva ripetuto ciò che altri avevano prima di loro raccontato di questo paradiso in attesa, di questa terra da raggiungere.
Il banchiere parlava di cibo, era ossessionato da ogni sorta di pietanza che avrebbe potuto trovarci e ottenere senza aver nulla da barattare. Descriveva le grandi battute di caccia al cinghiale alle quali avrebbe partecipato.
La puttana lo ascoltava per ore e poi scoppiava in fragorose risate.
Lì –  diceva – nella terra laggiù, non ci sono altre donne, e la poetessa sarà troppo impegnata con i suoi versi per badare agli uomini.
La poetessa sapeva che avrebbe trovato rime che nessuno mai aveva avuto l’ardire di pronunciare, che da alberi altissimi avrebbe raccolto distici e ditirambi maturi e profumati. Raccontava di erbe medicamentose e fiori grandissimi, di uccelli dalle piume amaranto e albe di interminabile durata.
Il filosofo era spesso pensoso, ragionava sul qui e l’altrove, lui voleva solo dimostrare che il mondo si dà a partire da un’idea, ma non aveva idea di quale fosse la sua.
A metà della traversata affermò che tanto valeva essere rimasto a casa, che nessun paradiso gli si sarebbe mai manifestato, giacché la sua anima era nera e inquieta. Ma la puttana sapeva il fatto suo e gli passò un paio di ideuzze.
Niente che avesse sapor di iperuranio, ma al filosofo tanto bastò per proseguire.
Il violinista accompagnava il sorgere del sole e il  tramonto con antiche melodie che provenivano da lontano. A chi chiedeva se quello che cercava fosse una musica nuova, rispondeva di no, che non era stato quello il suo motore.
Con la musica lui ci era cresciuto, nel paradiso avrebbe incontrato il silenzio ininterrotto.
Ma in realtà voleva comporre una melodia fatta solo di battiti di cuore, di doppi battiti raccolti all’unisono, è solo che aveva pudore di dirlo.
Il comandante guardava le mappe e di tanto in tanto si asciugava una lacrima.
E poi accadde all’improvviso, dopo due notti di bonaccia in cui la barca non era avanzata nemmeno di un miglio. Il cielo fu squarciato dai lampi e da una luce indefinibile, come di sole in piena notte, mentre un’enorme colonna d’acqua sollevò l’imbarcazione per decine di metri e un vortice li trascinava lontano.
Il violinista sentiva le grida in lontananza e la voce della poetessa che declamava: tutto ci è chiaro/dacché la nebbia/diviene  limpido cristallo…
E poi più nulla.
Lo avevano ritrovato giorni dopo su una costa isolata, con le orbite vuote e il violino stretto al petto.
Non ricordava niente e nemmeno credeva di essere vivo.
Poi, un giorno, erano arrivati quelli del circo e lo avevano portato con loro, insieme ad orfani di guerra, sognatori e qualche ex-galeotto colpevole di non aver saputo tenere a bada l’anima del leone che era improvvisamente affiorata, costringendo a uccidere per trovare pace.
Suonava, il violinista, anche nei momenti in cui non lavoravano, come se il produrre suoni potesse placarlo e ripagarlo di un sogno perduto.
La sera si sedeva accanto ad Alicia e le raccontava della sua terra lontana senza parole, solo con musiche struggenti.
(In lontananza fuochi d’artificio riempiono l’aria di fumo. Il pubblico osserva compiaciuto)

I dati non sono definitivi – post in progress/4

gennaio 20, 2007

Cammino già da tempo, ho compiuto più di metà percorso.
Immagino sotto di me i volti allibiti e timorosi della gente che guarda, i respiri trattenuti. Li immagino, li immagino solamente, non li ho mai potuti vedere. Tra poco arriverà il momento in cui mi toccherà fare un po’ di scena, come ogni volta, per riaccendere la tensione nel pubblico.
Fingerò di mettere un piede in fallo e la corda ondeggerà paurosamente, ma dopo un attimo sarò di nuovo al sicuro, confortata dal respiro di sollievo di queste centinaia di angeli custodi, di questi padri e madri amorevoli che ogni giorno mi offrono il pane che mangio e il vino che bevo.
Così pensava Arcadia tra sé, intervallando i suoi passi con brevi ricordi.
Sono qui, come in una galleria d’arte, circondata da piccoli ritratti tutti senza cornice, giacché da sempre la vita ci offre solo i giorni e spetta a noi collocarli nella giusta luce e in una cornice appropriata. Troppe volte ho sbagliato, lasciando nella penombra le immagini più belle e contornando di ebani e stucchi quelle meno significative, troppo distaccata da ciò che mi circondava o troppo immersa.
Il percorso era quasi terminato.
I cerchi attorno ai polsi continuavano a roteare simultaneamente e nemmeno una goccia d’acqua fu versata dal capo.
In quel momento sarebbe potuta scoppiare una guerra o il mondo intero precipitare e scomparire, ma per lei nulla sarebbe mutato. Era sola, stagliata sullo sfondo di una notte nera, avvolta dalle colonne di fumo che salivano sempre più in alto, fino a toccare le stelle. E d’improvviso ricominciò a pensare ai giorni che erano andati via, ai capelli che aveva tagliato centinaia di volte e con loro, ogni volta, aveva troncato le radici che volevano ancorarla al suolo, ed ogni volta il colpo d’accetta era stato sempre più doloroso, ed ogni volta la sua linfa, abbondante come un fiume in piena, scorreva e inondava il mondo. Quand’è che aveva scelto questa vita? O non era stata piuttosto la vita a sceglierla, vedendola così lontana da sé?
Allora comprese.
La zingara aveva ragione, conosceva ogni cosa.
Non c’è futuro per chi corre su un filo.
Un brivido la prese. Voleva scendere, correre da lei con una moneta d’argento per avere conferma di ciò che sentiva.
Ma ormai non ce n’era più bisogno.
Con passo veloce giunse alla fine della corda, gettò via i cerchi e con uno strattone si strappò la benda dagli occhi.
Il pubblico applaudì. Un applauso lungo che la invase tutta, come non era mai accaduto prima.
Allora si ricordò del bicchiere d’acqua sul capo. Trattenendo il respiro lo prese e bevve tutto d’un fiato. Poi lo scagliò lontano e sorrise alle centinaia di frammenti che brillavano vicino al fuoco.
E con lo sguardo ancora luccicante incontrò gli occhi di un giovane che la guardava affascinato, continuando ad applaudire.
Grande festa, signori e signore – urlò. Questa sera la funambola Arcadia si offre come un dono. Non per denaro, ma per amore. Forza signori, fatevi avanti, perché apparterrò per sempre a chi saprà danzare con me per tutta la notte.
(Piccoli strumenti riempiono l’aria di suoni. Il pubblico si disperde per un breve momento)

Potrebbe accadere qualcosa – post in progress/3

gennaio 19, 2007

Non posso predirti  il futuro – aveva  risposto Zaira. Non esiste futuro per chi procede su un filo sospeso a mezz’aria.

Eppure per tutti gli altri non ha esitazioni, racconta di attimi luminosi e speranze serene e la gente ritorna a casa soddisfatta, dopo aver gettato via una moneta d’argento in cambio di chiacchiere inutili e senza senso.

Invece, quando siamo da sole, mette via le sue carte ed il pendolo magico e mi guarda trasognata.

Anche oggi è stato così, prima che iniziasse il mio numero. Mi ha stretto le spalle con una forza  che non credevo possibile in una donna e mi ha detto sorridendo: sai anche tu che per noi non esiste un futuro certo. Quello che accadrà domani o dopodomani non è cosa che ci riguardi, lasciamo che il fiume scorra nel suo letto, più o meno placido, e dissetiamoci laddove l’acqua è più fresca e il fondale meno sabbioso.

Ma allora – ho chiesto  io – sono solo sogni quelli che racconti alla grande massa di illusi che ti si accosta ogni giorno? Sono solo vacue lusinghe quelle che dispensi in cambio delle loro monete d’argento?

No – mi ha risposto – molti arrivano a me carichi di incertezze e nella nebbia della disperazione non vogliono accorgersi che il loro presente contiene già i tratti del futuro, e che domani non sarà meno triste di oggi, se non lo vogliono. Non offro stupide ciarlatanerie, ma allontano il velo dai loro occhi. Insegno loro pochi e facili passi, invento un futuro che trasformi il loro presente. Sono pochi coloro i quali realmente non sanno. Loro non vengono mai da me, o molto raramente. Tutti gli altri, semplicemente, sollevano problemi la cui soluzione è già nella stessa domanda. Invece tu ed io siamo accomunate da un destino diverso: troppe volte abbiamo aspettato l’alba stringendo i denti e troppe volte abbiamo dato fuoco alle strade dietro di noi. Ma quando sarà il momento io ti parlerò, Arcadia, di quella zona luminosa che non annerisce mai, della candela eterna che ci arde dentro, che mi spingerà nuovamente verso terre lontane e mondi sconosciuti e che ti spingerà dove non immagini. Ma adesso non è ancora il tempo. Va’, cara, va’ e non darti più pena. Il tuo futuro è questo: una corda tesa a mezz’aria e la pozza d’oro alla fine di ogni percorso. Sta a te sola trovarla e specchiartici.

Di Zaira sapevo poco o nulla. Mi aveva detto che aveva sempre raccontato storie e che era finita nel circo per caso. Prima di arrivare qui, viaggiava da sola, di villaggio in villaggio, e si guadagnava da vivere con i suoi personaggi inventati.

Un giorno un uomo le disse: raccontami una storia, ti farò un dono.

Zaira cominciò. Andò avanti per giorni, mesi. Anni.

Finché si accorse di essere stata ingannata: l’uomo era morto, senza mantenere la promessa.

Allora raccolse le sue cose e partì.

Più avanti il circo la aspettava per ascoltare il seguito. Le aprirono la porta, senza prometterle nulla.

Si sedette, e cominciò a raccontare. Per ogni storia ci fu una carezza e un bicchiere di vino.

Allora comprese che il dono dell’uomo consisteva nell’averla trattenuta tutto il tempo necessario per permetterle quell’incontro.

Non un attimo in più, non uno di meno.

In quel momento è iniziato il rullare dei tamburi che annunciava la mia esibizione.

(Un grido di incitazione. L’attimo si sospende in attesa di compiersi)