Archive for the ‘circo minimo’ Category

Dietro un naso di plastica si nasconde quello vero. Che spesso è più bello.

aprile 10, 2007

Quando ho scritto tutta l’ epopea del circo ho cercato  con cura ogni singolo pezzetto musicale.

Mancava il pagliaccio, mi ha detto qualcuno.

Ho una repulsione per i pagliacci, non è colpa mia. Allora prendo in prestito le parole di qualcun altro.

Questa è la storia di un clown che nello sguardo non ha più nulla di reale.

Che forse potrebbe fare un altro lavoro, ed essere impegnato come la maggior parte di noi, dalle nove alle cinque.

Aver a che fare con numeri e cose simili, muovendo piano le labbra, senza che ne venga fuori nulla di simile a una vera conversazione.

Il  cuore totalmente immobile.

Non lo scuote nemmeno più il suono degli applausi o la risata dei bambini: come immaginare un’altra vita possibile oltre il tendone?

Eppure un giorno qualcosa si muove, piano piano.

Forse è il tempo di aprire la gabbia e tornare per la strada, provare a incontrare la gente che sorride, mettere via quel naso rosso.

Forse è il momento di uscire dal tendone e vedere cosa c’è fuori.

E’ che in fondo ognuno vive come sa, come può.

Ognuno ha il suo tendone gommato a proteggerlo, ognuno sa quando uscirne.

E se io avessi saputo scrivere di un pagliaccio, avrei scritto proprio questa storia qua.

 

Date le premesse, le conclusioni sono inevitabili – post progredito/10

gennaio 27, 2007

Date le premesse, le conclusioni sono inevitabili – post progredito/10

gennaio 27, 2007

Restavano i giocolieri a concludere lo spettacolo, così come lo avevano iniziato.
Bisticci di mani e risate, momento di levità e trasformazione.
Ma già la piazza era stanca e soddisfatta, la musica ancora pervadeva gli spazi.
Zaira e il suo turbante avevano promesso successi e gravidanze, raccolti e perdoni.
Arcadia sorrideva e sentiva la bellezza della terra sotto le piante scalze, sorrideva e sentiva la bellezza della stretta sulla schiena nuda.
Murzuek dormiva e sognava di Alicia che sognava Murzuek che sognava Alicia che sognava Murzuek che sognava Alicia. Infinitamente.
Kareem si flagellava inutilmente, al prezzo della sua desolata sopravvivenza.
Il violinista raccoglieva le note incompiute dei suoi compagni e le trasformava in fuga.
All’alba il circo sarebbe ripartito.
Ed ogni volta era la fatica di non chiedersi nulla, di ignorare quel pungolo, quello che invitava a restare, a fermarsi.
A dire un sì invece di un forse. A dire un sì invece di un no.
Eppure strani prodigi accaddero quella notte, del tutto inattesi.
Fuori dal cerchio dicono che forse esiste un Dio che ama poeti e giocolieri, che protegge le donne e i saltimbanchi, che sorride ai bambini e all’animale che ci portiamo dentro.
Una voce che guida le nostre scelte e ci spiana la strada o il terreno, ci fa piantare le tende o ripartire in gran carriera.
Ma di questo non mi è dato parlarvi.
(Il canto del gallo risveglia il villaggio. Ciò che dunque tra il tramonto e l’alba è accaduto, al mattino sarà chiaro agli occhi di tutti)

Nessuno sa di sé, talvolta nemmeno Dio – post in progress/9

gennaio 26, 2007

(Alla fin fine, poi,
forse si ha nostalgia del momento del lancio,
quando ancora non sai se il coltello ti colpirà o no.
Si ha nostalgia della possibilità che ci trafiggesse,

conficcandoci in quell’istante per l’eternità)

                                                                                                                                                                      Sphera


L’ultimo arrivato nel circo era Kareem, l’Intoccabile.
Così lo chiamavano nel suo villaggio, dopo che l’hagiam non era riuscito ad asportargli il prepuzio nel nome di Allah il Compassionevole, Allah il Misericordioso.
Suo padre aveva deciso di celebrare l’udhrat nella notte del destino, da bravo fedele.
Ma quella sera, benché si fosse ormai quasi alla fine del Ramadan, nessuno riuscì a toccare cibo, nemmeno dopo l’ora convenuta.
L’hagiam scosse il capo e sentenziò che una cosa simile non era mai accaduta nella storia dei tempi.
Hmoud e Nada gli offrirono del denaro e un grosso taglio di montone per essersi preso comunque il disturbo di giungere fino a casa loro, ma l’hagiam rifiutò: non poteva accettare nulla da una casa in cui l’impurità aveva rifiutato di farsi sradicare.
Tra Hmoud e Nada si insinuò il sospetto e da quel momento in poi restò ospite fisso. Della faccenda non se ne parlò mai più e nemmeno giacquero altre volte, per timore di chissà quale punizione divina.
Il bambino restò abbandonato a se stesso, privo di carezze e conforti. Trascorreva intere giornate in strada, schernito dai compagni ed evitato dagli adulti.
La sua pelle era liscia, inattaccabile. Il suo corpo non conosceva ferite, non aveva mai visto una sola goccia di sangue sgorgargli.
La sera che passò il circo, Kareem aveva già da tempo rinnegato il Compassionevole e il Misericordioso: trascorreva intere nottate a ubriacarsi e a perdersi in interminabili risse. La sera che passò il circo lo strapparono a uomini armati di pietre e colli di bottiglia che forse lo avrebbero ucciso.
Ma sul suo corpo, neppure una traccia.
Nei primi tempi Kareem l’Intoccabile si occupò dei pochi animali rimasti, ma quando dopo la grande carestia morirono uno dietro l’altro, si ritrovò a mangiare sassi e punte acuminate, sperando di infliggere al corpo un dolore così grande da trascinare con sé anche l’altro dolore che non poteva ascoltare, così grande da distrarsi dall’altro dolore che non poteva lenire.
Ma fu tutto inutile.
Tu sopravviverai, aveva giurato il Misericordioso ad Abramo, osservando compiaciuto il brandello di pelle strappato e offerto sull’altare di pietra. Anche tu sopravviverai, aveva giurato Kareem a se stesso, visto che non hai altra scelta.
A quelli del circo non importava.
Si accorsero presto che Kareem aveva due cuori, due stomaci, due fegati e che non esistevano passaggi comunicanti tra i doppi. Metà del suo essere era totalmente insensibile, l’altra metà sconosciuta e inaccessibile.
Zaira conosceva la cura, come sempre.
Ma non avrebbe potuto aiutarlo, non questa volta.
La cura ce l’aveva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, ogni volta che Murzuek lanciava una lama su Alicia senza colpirla.
Colpisci me, pensava Kareem, colpiscimi. Fammi sanguinare, se puoi. Colpiscimi nel cuore fragile, quello che io stesso non riesco a trovare, dilaniami e prendimi.
E al suo turno si lasciava scivolare in gola le lame, si infilava frecce sottopelle, trapassandosi le cosce e le braccia da parte a parte.
Si appoggiava tizzoni incandescenti sulla lingua e così si offriva al pubblico, compiendo il giro della piazza fino a convincerli dell’assenza di inganno. Beveva petrolio, succhiava lamette e ingoiava aghi.
Sotto il costume circense un cilicio avvolgeva anche il sesso, serrato in un filo spinato nel disperato bisogno di offrirgli una tregua.
E di notte sognava, anche Kareem l’Intoccabile. Sognava del suo corpo sbocciato come un fiore rosso sangue.
Sognava la morte di Alicia, per sua stessa mano.
Io sopravviverò – si diceva. Non importa a che prezzo. Quale che sia, purché lui solo possa toccarmi.
(Il pubblico applaude smarrito, quasi che non abbia altra scelta. Qualcuno arretra di un passo, come a cercare spazio e aria nella congestione della folla. Come per timore che la massa possa coglierne i segreti pensieri)


Nessuno sa di sé, talvolta nemmeno Dio – post in progress/9

gennaio 26, 2007

(Alla fin fine, poi,
forse si ha nostalgia del momento del lancio,
quando ancora non sai se il coltello ti colpirà o no.
Si ha nostalgia della possibilità che ci trafiggesse,

conficcandoci in quell’istante per l’eternità)

                                                                                                                                                                      Sphera


L’ultimo arrivato nel circo era Kareem, l’Intoccabile.
Così lo chiamavano nel suo villaggio, dopo che l’hagiam non era riuscito ad asportargli il prepuzio nel nome di Allah il Compassionevole, Allah il Misericordioso.
Suo padre aveva deciso di celebrare l’udhrat nella notte del destino, da bravo fedele.
Ma quella sera, benché si fosse ormai quasi alla fine del Ramadan, nessuno riuscì a toccare cibo, nemmeno dopo l’ora convenuta.
L’hagiam scosse il capo e sentenziò che una cosa simile non era mai accaduta nella storia dei tempi.
Hmoud e Nada gli offrirono del denaro e un grosso taglio di montone per essersi preso comunque il disturbo di giungere fino a casa loro, ma l’hagiam rifiutò: non poteva accettare nulla da una casa in cui l’impurità aveva rifiutato di farsi sradicare.
Tra Hmoud e Nada si insinuò il sospetto e da quel momento in poi restò ospite fisso. Della faccenda non se ne parlò mai più e nemmeno giacquero altre volte, per timore di chissà quale punizione divina.
Il bambino restò abbandonato a se stesso, privo di carezze e conforti. Trascorreva intere giornate in strada, schernito dai compagni ed evitato dagli adulti.
La sua pelle era liscia, inattaccabile. Il suo corpo non conosceva ferite, non aveva mai visto una sola goccia di sangue sgorgargli.
La sera che passò il circo, Kareem aveva già da tempo rinnegato il Compassionevole e il Misericordioso: trascorreva intere nottate a ubriacarsi e a perdersi in interminabili risse. La sera che passò il circo lo strapparono a uomini armati di pietre e colli di bottiglia che forse lo avrebbero ucciso.
Ma sul suo corpo, neppure una traccia.
Nei primi tempi Kareem l’Intoccabile si occupò dei pochi animali rimasti, ma quando dopo la grande carestia morirono uno dietro l’altro, si ritrovò a mangiare sassi e punte acuminate, sperando di infliggere al corpo un dolore così grande da trascinare con sé anche l’altro dolore che non poteva ascoltare, così grande da distrarsi dall’altro dolore che non poteva lenire.
Ma fu tutto inutile.
Tu sopravviverai, aveva giurato il Misericordioso ad Abramo, osservando compiaciuto il brandello di pelle strappato e offerto sull’altare di pietra. Anche tu sopravviverai, aveva giurato Kareem a se stesso, visto che non hai altra scelta.
A quelli del circo non importava.
Si accorsero presto che Kareem aveva due cuori, due stomaci, due fegati e che non esistevano passaggi comunicanti tra i doppi. Metà del suo essere era totalmente insensibile, l’altra metà sconosciuta e inaccessibile.
Zaira conosceva la cura, come sempre.
Ma non avrebbe potuto aiutarlo, non questa volta.
La cura ce l’aveva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, ogni volta che Murzuek lanciava una lama su Alicia senza colpirla.
Colpisci me, pensava Kareem, colpiscimi. Fammi sanguinare, se puoi. Colpiscimi nel cuore fragile, quello che io stesso non riesco a trovare, dilaniami e prendimi.
E al suo turno si lasciava scivolare in gola le lame, si infilava frecce sottopelle, trapassandosi le cosce e le braccia da parte a parte.
Si appoggiava tizzoni incandescenti sulla lingua e così si offriva al pubblico, compiendo il giro della piazza fino a convincerli dell’assenza di inganno. Beveva petrolio, succhiava lamette e ingoiava aghi.
Sotto il costume circense un cilicio avvolgeva anche il sesso, serrato in un filo spinato nel disperato bisogno di offrirgli una tregua.
E di notte sognava, anche Kareem l’Intoccabile. Sognava del suo corpo sbocciato come un fiore rosso sangue.
Sognava la morte di Alicia, per sua stessa mano.
Io sopravviverò – si diceva. Non importa a che prezzo. Quale che sia, purché lui solo possa toccarmi.
(Il pubblico applaude smarrito, quasi che non abbia altra scelta. Qualcuno arretra di un passo, come a cercare spazio e aria nella congestione della folla. Come per timore che la massa possa coglierne i segreti pensieri)




La luce cambia ad ogni ora, anche di notte, per quanto in modo impercettibile – post in progress/8

gennaio 25, 2007

Il numero cominciò.
Murzuek vestiva pantaloni a vita alta e una casacca turchese cangiante. I suoi coltelli avevano il manico tempestato di cocci e pietre rilucenti e i capelli riflettevano i bagliori del fuoco circostante.
Alicia gli era di fronte, con un abito largo che le scopriva le gambe.
Tre sequenze di lanci: la prima ad occhi aperti, per delineare un ampio contorno.
La seconda ad occhi chiusi, per restringere il campo.
La terza di spalle, inchiodando al fondale il bordo delle vesti, imprigionandola come in una ragnatela.
Il pubblico era in apnea, l’errore era fatale.
Ad ogni coltello nemmeno un applauso, per téma di distogliere la concentrazione.
Alicia manteneva gli occhi costantemente aperti, era il suo modo di trasmettergli fiducia.
Sapeva nel profondo che lui non era capace di errore, ma solo di volontà. Se doveva essere colpita, voleva vederne in quel esatto istante gli occhi da animale cattivo, voleva cogliere il passaggio della scelta.
Ogni esibizione era una conferma, questo lo sapeva bene.
E ogni conferma le rendeva un pochino più accettabile la fredda lama interposta tra loro.
Il numero si concludeva sempre allo stesso modo: Alicia sfilava le braccia dalle maniche alate e scivolava via, presentandosi con un corpetto che le riguadagnava tutta l’attenzione del pubblico fino a quel momento conquistata da lui.
Lui compiva un piccolo inchino, con una piroetta se la issava in spalla e scomparivano entrambi alla vista.
Tra loro non commentavano mai l’esibizione, nemmeno una parola.
Dopo pochi istanti Murzuek le cadeva spossato tra le braccia, come ad aver compiuto una fatica immane.
Lui nel circo ci era nato, a differenza degli altri. Si era mosso lì fin da bambino e non conosceva altra vita possibile.
O forse aveva semplicemente paura di conoscerla, come una cosa apparentemente così lontana e diversa da lui che la semplice scoperta di un simile desiderio, di una simile attrazione, avrebbe potuto lacerarlo all’istante.
Quando Murzuek parlava, gli altri tacevano. Era così da sempre.
Come se intuissero una forza repressa che lui stesso faticava a tener sotto controllo e che aveva scelto di indirizzare unicamente alle sue abilità, circoscrivendola e impedendole di nuocere.
Di suo padre ricordava i baffi lunghissimi e l’arte di parlare ai cavalli.
Di sua madre una canzone triste in una lingua dai suoni aspirati.
Ma era stato molto, molto tempo prima.
L’ultimo ricordo di infanzia era l’incendio e da allora quella paura che silenziosamente teneva a bada con animo da domatore di belve.
Qualcosa sarebbe cambiato, prima o poi, lo leggeva nello sguardo di Alicia.
Qualcosa, sì.
Ma non voleva pensarci, ché quello sguardo gli ricordava l’incendio e apriva uno squarcio sulla paura.
(Il pianto di un bambino segnala che è l’ora del sonno. Ognuno pensa alla propria casa, a ciò che ha di più caro e si interroga)

La luce cambia ad ogni ora, anche di notte, per quanto in modo impercettibile – post in progress/8

gennaio 25, 2007

Il numero cominciò.
Murzuek vestiva pantaloni a vita alta e una casacca turchese cangiante. I suoi coltelli avevano il manico tempestato di cocci e pietre rilucenti e i capelli riflettevano i bagliori del fuoco circostante.
Alicia gli era di fronte, con un abito largo che le scopriva le gambe.
Tre sequenze di lanci: la prima ad occhi aperti, per delineare un ampio contorno.
La seconda ad occhi chiusi, per restringere il campo.
La terza di spalle, inchiodando al fondale il bordo delle vesti, imprigionandola come in una ragnatela.
Il pubblico era in apnea, l’errore era fatale.
Ad ogni coltello nemmeno un applauso, per téma di distogliere la concentrazione.
Alicia manteneva gli occhi costantemente aperti, era il suo modo di trasmettergli fiducia.
Sapeva nel profondo che lui non era capace di errore, ma solo di volontà. Se doveva essere colpita, voleva vederne in quel esatto istante gli occhi da animale cattivo, voleva cogliere il passaggio della scelta.
Ogni esibizione era una conferma, questo lo sapeva bene.
E ogni conferma le rendeva un pochino più accettabile la fredda lama interposta tra loro.
Il numero si concludeva sempre allo stesso modo: Alicia sfilava le braccia dalle maniche alate e scivolava via, presentandosi con un corpetto che le riguadagnava tutta l’attenzione del pubblico fino a quel momento conquistata da lui.
Lui compiva un piccolo inchino, con una piroetta se la issava in spalla e scomparivano entrambi alla vista.
Tra loro non commentavano mai l’esibizione, nemmeno una parola.
Dopo pochi istanti Murzuek le cadeva spossato tra le braccia, come ad aver compiuto una fatica immane.
Lui nel circo ci era nato, a differenza degli altri. Si era mosso lì fin da bambino e non conosceva altra vita possibile.
O forse aveva semplicemente paura di conoscerla, come una cosa apparentemente così lontana e diversa da lui che la semplice scoperta di un simile desiderio, di una simile attrazione, avrebbe potuto lacerarlo all’istante.
Quando Murzuek parlava, gli altri tacevano. Era così da sempre.
Come se intuissero una forza repressa che lui stesso faticava a tener sotto controllo e che aveva scelto di indirizzare unicamente alle sue abilità, circoscrivendola e impedendole di nuocere.
Di suo padre ricordava i baffi lunghissimi e l’arte di parlare ai cavalli.
Di sua madre una canzone triste in una lingua dai suoni aspirati.
Ma era stato molto, molto tempo prima.
L’ultimo ricordo di infanzia era l’incendio e da allora quella paura che silenziosamente teneva a bada con animo da domatore di belve.
Qualcosa sarebbe cambiato, prima o poi, lo leggeva nello sguardo di Alicia.
Qualcosa, sì.
Ma non voleva pensarci, ché quello sguardo gli ricordava l’incendio e apriva uno squarcio sulla paura.
(Il pianto di un bambino segnala che è l’ora del sonno. Ognuno pensa alla propria casa, a ciò che ha di più caro e si interroga)

Anche il cerchio più stretto ha confini mobili – post in progress/7

gennaio 24, 2007

Anche il cerchio più stretto ha confini mobili – post in progress/7

gennaio 24, 2007

Era così che si diceva Alicia, pensando alla sua vita.
Invece adesso i miei sogni mi opprimono, come animali sconosciuti di cui non distinguo le membra. Animali giganti che continuamente cambiano di forma e  colore.
Quando te li racconto mi sembra di riuscire a costruire una gabbia per imprigionarli ed ogni volta mi accorgo che le sbarre sono troppo sottili o distanti e finiscono per fuggire.
Tu mi ascolti rapito, credendo che si tratti di un gioco che ho inventato da sola, per darmi compagnia nella tua assenza. Invece è per potermi ascoltare come un’ estranea e alla fine, incredula ogni volta, riconoscermi.
Qualche volta nei miei sogni tu sei ferito o muori.
Forse nei sogni c’è tutto quello che si è dimenticato e cercato di uccidere, che durante la notte esce allo scoperto e grida aiuto.
C’è la paura che di giorno nascondo.
A volte mi sembra che siano i pensieri che per anni ci hanno seguito e dominato, che ci sembrava di aver lasciato andare e che invece ritornano per salutarci, come se si fossero dati un appuntamento segreto.
Anche poco fa sognavo e nel mio sogno le bambine avanzavano in fila, simili a una processione di angeli, vestite di un lungo camice bianco e le braccia tese all’infuori, come su un asse di legno sospeso a mezz’aria. E a guidare la fila c’era una suora con un grosso cappello rosso e gli occhi gonfi di pianto e le bambine entravano a gruppi in una grande vasca e ne uscivano con i camici zuppi. Tra le bambine c’ero anch’io e urlavo con tutto il fiato perché l’acqua era ghiacciata, mentre la suora dagli occhi di pianto mi tirava su la veste e tutti gli angeli in fila ridevano insieme con cattiveria, guardando le mie piccole gambe magre.
Mi sono risvegliata di soprassalto, temendo di non poter più fuggire.
Spesso mi chiedo se sia felice di essere qui con te, ma non sempre riesco a trovare una risposta e così mi convinco che è il mio destino.
Poi, quando mi stringi fino a farmi soffocare, so con certezza che davvero non potrei andare in nessun altro posto.
Io morirei per le tue mani, quando salgono silenziosamente dalle cosce ai seni e mi sembra di non avere più anima, né pensieri, semplicemente carne e sangue e un mucchietto di muscoli tesi e pronti a infiammarsi. E tu sei fuoco che incenerisce la mia vita, e lama di coltello che scagli ad occhi chiusi.
Mi chiedo se tu non abbia fatto proprio così fin dal primo istante, se non sia reale la sensazione del ricordo della mia sagoma nella taverna, appoggiata a una parete di legno, circondata da lame che mi tengono ferma, inchiodata, e intanto crocifiggono le fibre del mio corpo fragile.
E se davvero non è solo una sensazione, mi assale la paura che non potrò più liberarmi da questa morsa di legno e acciaio, da questa stretta forte come solo il desiderio può esserlo.
Ti desidero anche adesso, mentre sei perso in questa vita che è solo la tua, che non potremo mai condividere, neanche se camminassi a piedi nudi sul vetro, neanche con le caviglie bruciate dal fuoco.
Mi chiedo se tu morissi cosa ne sarebbe di questo atroce sentimento, che mi riempie di tenerezza e di un biasimo dolce.
Se fosse certo che una cosa porta a un’altra e a quella sola, se le strade che percorro non cambiassero, se potessi sopprimere tutte le parole e i pensieri, duplici e ambigui, le parole e i pensieri che tanto mi  tormentano per i troppi significati che aprono.
(La musica chiude il cerchio dei pensieri e annuncia la nuova esibizione. Le fa da contrappunto lo scrosciare del sangue nelle vene. Il pubblico si assiepa nuovamente dentro il cerchio di fuoco)

Si procede per approssimazioni – post in progress/6

gennaio 23, 2007