Archive for the ‘cretinismi’ Category

La modernità è un lungo processo di decostruzione. Come sfogliare una cipolla, insomma.

aprile 16, 2010
A me, che ho l’istinto voyeristico e subantropologico, mi piace assai guardare i profili di Facebook. E più li guardo, più mi interrogo.
Assomigliano a quel test che si fa per entrare nelle grandi aziende, quello con cento domande a scelta multipla che si contraddicono in fase di svolgimento e poi c’è una scala di congruità per misurare se sei pazzo o bugiardo, inaffidabile o schizoide.
Pinco pallino è sposato e dichiara che gli piacciono le donne. A scanso di equivoci.
Tizia cerca un appuntamento in rete ma è fidanzata e tra i suoi amici c’è pure il suo fidanzato. Cattolico militante.
Caio è ateo però si è iscritto al gruppo “Raccogli i soldi per la Madonna di Montefronzolo”.
Sempronio è al tempo stesso fan di “Vino e spirito” e “Andate piano”.
Una mattina ti svegli e hanno tutti l’avatar di Affluency, delle Sorelle di Giugno o del drappo a lutto, che dopo mezz’oretta ti confondi e azzecchi le migliori figure di merda.
Voci di corridoio mi informano che uno scrittore famoso ha organizzato una festa a cui partecipavano tutti e pure gli amici loro e poi non si è presentato nessuno. Per lo scuorno si è cancellato dal network.
L’italiano medio che durante i mondiali diventa Commissario Tecnico ipso facto, su Facebook acquisisce competenze di: critico letterario, agitatore di folle, giornalista fatto in casa, politologo, musicista e statistico (col margine di errore stocastico).
Odiano tutti la tv, ma vi sanno citare ogni singola frase di ogni singola trasmissione televisiva.
Serissime mamme di famiglia si producono in ammiccantissimi test da dove vengono fuori dei profili psicologici da ninfomane, diva burlesque o esperte di kamasutra high impact (da praticare solo con apposito cardio-frequenzimetro)
Bambini di scuole elementari citano Goethe e Nietzsche abboffandoli di cuoricini.
Mia mamma è confusa.
Continua a chiedermi: ma perché questi vogliono fare amicizia con me che manco mi sanno?
Mamma, è il social network.
Ho capito, ma io tengo sessantaquattro anni, questi so’ giovanotti.
Mammi’, saranno necrofili, che ti devo dire?
E’ confusa, la povera donna, non si fa capace.
Sì, ma io non ho capito una cosa: perché Mariastella de Bumbis ci fa sapere che si è iscritta al gruppo “Questi frullati di frutta avranno più successo di Alvaro Vitali?”
Perché siamo in un’epoca di condivisione, mamma. La gente vuole comunicare, dirsi, riconoscersi, affiliarsi, appartenersi.
Sì, ma a noi che ce ne importa?
Vabbuò, jà, ma allora tu del social network non hai capito niente!
Ma dove lo trova la gente, tutto ‘sto tempo per scrivere?
Mamma, ma non scrivono: linkano. Trovano una cosa e la segnalano, la condividono. E’ una specie di comunismo delle idee, come lo scambio di figurine.
E dove le pigliano?
Dalla Rete, le scovano.
Scuote la testa, con un piede nella realtà e uno nella fossa virtuale.
Mammi’, se vuoi essere moderna ti devi attrezzare. Tu per esempio nel profilo non ci devi scrivere “casalinga”, ma devi trovare una formula più adeguata. Che so, “Manager per il terziario domestico”, oppure “Chef per microcomunità”. Una cosa accattivante insomma.
Ma pe’ fa’ che?
E che ne sai? Magari ti scelgono per un reality!
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Win for wife. In un certo senso come un’esaltazione della piccola solidità borghese.

ottobre 7, 2009

E allora mi sono messa a osservare questa cosa del Win for Life e mi sono balzate agli occhi subito due cose.

Premetto che era già da diverse settimane che stavo pensando ai giochi e alle lotterie, per via di un saggio che avevo letto sui combattimenti dei galli a Bali e le relative scommesse, e mi ero fatta curiosa dei meccanismi alla base del gioco e delle funzioni e delle dinamiche di regolazione sociale che ci sono dietro.

Non i meccanismi psicologici dell’ossessione-compulsione, dell’adrenalina, della dipendenza  e del contenimento dell’ansia, che tanto quelli si assomigliano un poco tutti.

No, no, non mi interessava questo fatto qua, quanto piuttosto l’analisi del potere che sottende alle relazioni che regolano i diversi giochi, e come si differenziano secondo il tipo di rapporto che si intrattiene col gestore del gioco stesso e le modalità di partecipazione.

E qua so che per esempio Zu capisce bene quello che voglio dire: il bancolottista che diventa una specie di confessore, di deposito di sogni e confidenze, anche intime e non rivelabili ad altri, a fronte del freddo Bingo dove non c’è contatto umano.

Così pensavo al Pachinko, alla Lotteria Italia, al Gratta e vinci. Pensavo che vorrei avere tempo e modo per approfondire questa cosa, che mi diverte moltissimo. Al contenuto celato di ciascun gioco, oltre la superficie apparente della posta e della vincita.

Quando è comparso per l’appunto questo nuovo gioco.

Dicevo delle due cose che mi sono balzate agli occhi: la prima è una vincita infima con virgola.

Uno vince due euro virgola nove e chiede: mi dia un gratta e vinci. E sta a posto così. Un altro vince due euro virgola tredici e ne ritira due. O ne rigioca due, e non esige le cifre dopo la virgola.

Non lo fa nessuno, mi ci sono messa appostata a osservare, ci sono stata un bel po’ di tempo.

Dove vanno i decimi e i centesimi?

Nelle tasche del tabaccaio?

E’ lui, dunque, che win for life?

Ascoltavo giorni fa un programma radiofonico in cui si parlava del Mistery Spending, di quelle cifre che inspiegabilmente a fine mese scompaiono. Si aggirano sui cento, centocinquanta euro a persona e scompaiono in un mondo non contabilizzato, una sorta di economia sommersa che altera in vari modi il reale computo della crisi.

Ma questo riguarda altri fatti.

Seconda questione, che riguarda invece una sorta di paradosso insito nel gioco, rispetto al quale sono arrivata osservando il regolamento, che con trasparenza assoluta, spiega e conteggia il numero di combinazioni necessarie per vincere.

E qui il fatto teorico è questo: Win for Life è un’apparente moralizzazione della faccenda economica. Non più cifre astronomiche, destinate a pochi eletti, eventuali fonte di stress e rovina psicologica.

Cchiù win pe’ tutti.

La vincita massima di Win for Life consiste nell’acquisizione di un tranquillo status borghese, medio, per un medio periodo di vent’anni. Il sogno del piccolo borghese che si fa realtà, l’uomo medio che finalmente si accontenta di quel piccolo surplus che gli permette di arrivare a fine mese e levarsi qualche sfizio, cambiarsi l’auto pagandola a rate e arrivare mezz’ora dopo in ufficio senza pensare che a fine mese la trattenuta di centocinquanta euro sullo stipendio sottrarrà risorse vitali alla famiglia.

E allora diciamolo.

Diciamolo, che non eravamo gente di grandi sogni, di chioschetti lascio tutto e fuggo, di elevate ambizioni imprenditoriali!

Diciamolo, che alla fine eravamo tipi che si accontentano, tipi medi. Tipi che aspiravano al part-time, alla pizza non solo il sabato sera ma anche il martedì. Tipi tranquilli. Che volevano magari completare le rate del mutuo e permettersi pure un figlio. O il secondo.

Medi come quell’uomo di cui scriveva una volta Zaritmac. Una medietà di cui non vogliamo più vergognarci, perché l’assenza di grandi progetti irrealizzabili non è mica peccato.

Va bene, va bene così, lo abbiamo ammesso.

Salvo poi dimostrare che in Win for Life non vince la medietà. Non la totalizzazione del cinque o del sei.

No, occorre situarsi agli estremi, all’eccezionalità della sorte: il massimo o il minimo.

Per essere medi bisogna prima aver toccato una qualche punta – seppur in modo casuale e del tutto involontario – di eccezionalità.

Visto così sembra un poco un gioco zen, per spirito ed equilibrio.

Come il saggio che alla fine del suo lungo percorso di apprendimento torna nella sua baracca a versare l’acqua nel bicchiere, esattamente così come era partito, ma con la consapevolezza che adesso né l’acqua è la stessa, né lo è il bicchiere, né, infine, lui.

Hai totalizzato 0? credi aver toccato l’acme della fortuna?

No, caro mio. Hai raggiunto il satori*. Che vuoi che te ne freghi adesso dei soldi! 

* Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori il quale non corrisponde al nirvana delle scuole del Buddhismo dei Nikaya: se quest’ultimo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità. (fonte: Wikipedia)

La coscienza di Zen. Brevi raccontini di saggezza mascherata da profonda idiozia (o viceversa).

settembre 17, 2009

C’era una volta, in una remota provincia di un imprecisato paese probabilmente asiatico, in un tempo molto remoto e su un pizzo di montagna remotissimo, che ci volevano giorni e notti per raggiungerlo, un monaco famoso per i suoi consigli.

In realtà non è nemmeno sicuro se fosse un monaco, ma ci piace pensare così. E forse non dava nemmeno consigli, ma la storia così vuole.

C’era invero una lunghissima lista d’attesa per incontrarlo, nonostante la fatica e le difficoltà scoraggiassero molti. Ma evidentemente i bisognosi erano più dei molti. Erano molti e un tot.

Questo monaco – che per praticità e distinguerlo da altri monaci che in quel tempo spuntavano come funghi chiameremo Satria Bagus Pulosari Pon-go – era specializzato nella risoluzione di casi abbastanza impossibili.

Non totalmente impossibili, ma almeno un bel po’.

Un giorno si presentò a lui una signora molto afflitta e gli si inginocchiò ai piedi.

Venerabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono qui perché ho perduto la motivazione a vivere.

Il monaco la guardò, osservò i vestiti impolverati, i piedi piagati nelle scarpe consunte, la pelle bruciata dal sole e tutte le tracce del lungo viaggio che la donna aveva affrontato per essere lì,  e le disse: signora mia, parliamoci chiaramente. Come l’ha perduta? E’ stato un atto di imperdonabile distrazione?

La donna strabuzzò gli occhi: come, di distrazione?

Signora cara, sulla motivazione ci sono varie possibilità: o la si perde per distrazione, o viene rubata, o la si lascia andare perché non è la propria o infine perché si è consumata, andava cambiata per tempo,  e per pigrizia o comodità si è lasciato che si sfilacciasse, senza sostituirla con una nuova. A quale dei casi è da ascrivere la sua perdita?

Non saprei, disse la donna. Non ci ho mai pensato. Non saprei proprio.

E si figuri come posso saperlo io, rispose  Satria Bagus Pulosari Pon-go. Torni a casa e quando ha le idee più chiare ci rivediamo. Magari mentre rimette in ordine la casa, la trova nel posto più impensato. Da quanto tempo non mette in ordine la casa?

Da tanto, da quando ho perso la motivazione a vivere, rispose la donna.

Lo vede che tutto quadra?, concluse il monaco. Vada, vada.

Settimane dopo si presentò al suo cospetto un giovane dal fare seccato: non ho più motivazione, disse.

Il monaco lo guardò e chiese circospetto: l’hai perduta?

Il giovane rispose deciso: sì.

Sapresti ricordare dove e quando l’hai vista per l’ultima volta questa benedetta motivazione?

Il giovane aveva le idee chiarissime: sì, rispettabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, è stato il 27 giugno del 1985, a seguito di una gara sportiva di mezzo fondo nella quale mi classificai secondo. Dopodiché, nel ritirare il trofeo, mi accorsi che avevo smarrito la motivazione a correre ancora. La cercai dovunque, nei giorni a venire, ma non c’era. Sparita.

Mmmmhhhh, rifletté il monaco…e da allora non hai più corso?

Mai più.

E ti manca?

Per nulla.

Ne sei certo?

Certissimo.

Sei proprio sicuro sicuro sicuro?

E dàlli, rispose il giovane.

E allora cosa cerchi qui da me?

Voglio sapere solo dove vanno le motivazioni perdute, ecco. E’ una questione di principio.

Satria Bagus Pulosari Pon-go osservava nel frattempo i piedi del giovane seduto agitarsi freneticamente, mossi  da un moto insopprimibile, come di chi avesse l’impazienza di muoversi e fosse costretto a non farlo da forze ignote. Allora tirò fuori dalla tasca una mappa consunta sulla quale erano marcati con un cerchietto vari luoghi, enormemente distanti tra loro.

Le motivazioni perdute, spiegò, vengono conservate in questi depositi, distanti tra loro molti e molti chilometri. Prova a farti un giro, fino a che non ritrovi la tua. Se non dovessi ritrovarla, ti aspetto ancora qui. Ma ti aspetto tra non più di cinque giorni, ché poi dovrò partire per un lungo viaggio e starò via molti e molti mesi. Ti metto al primo posto nella lista degli appuntamenti, va’.

Il giovane partì e a gran velocità toccò tutti i punti segnati dalla mappa, ma della sua motivazione non v’era traccia.

Tornò sconsolato dal monaco.

Saggio Satria Bagus Pulosari Pon-go, ho girato il paese a piedi in lungo e in largo, ma della mia motivazione nessuna traccia.

Quanti chilometri hai percorso in questi cinque giorni?, chiese il monaco.

Millesettecentoventisette, rispose il giovane. Tutti correndo per non arrivare secondo all’appuntamento.

Il monaco gli consegnò un sacchetto: tieni, qui dentro c’è la tua motivazione. Conservala in un cassetto del comodino e non aprire mai il sacchetto, mai. Controlla ogni giorno che sia al suo posto e non la perdere mai più.

E se la perdo?

Ti rifai il giro dei depositi e poi torni qua. Però ti metto in lista a fine serata, te lo dico subito.

Un giorno arrivò un uomo di mezza età, con una faccia intelligente e tristissima.

Onorevole Satria Bagus Pulosari Pon-go, so che altri prima di me hanno varcato la soglia di questa dimora e hanno visto risolti i loro problemi, così vengo umilmente a chiederti di aiutarmi.

Cosa ti occorre, brav’uomo?

E’ come se avessi perduto la motivazione rispetto alle cose che amavo.

E cosa amavi?, chiese curioso il monaco.

Amavo lo studio e l’idea di diventare il più grande scienziato del paese.

E poi?

E poi, per quanti sforzi abbia fatto, per quanti riconoscimenti abbia ottenuto, poco a poco la passione è affievolita e oggi non trovo più motivo per essere ancora il grande scienziato che fui.

Uhm, disse il monaco, questo è un caso davvero difficile. Sono stati forse gli sforzi a demotivarti?

No, illustre Satria Bagus Pulosari Pon-go.

E’ stata la penuria di denaro a scoraggiarti?

No, magnanimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Uhm…e cosa hai fatto in tutto questo tempo in cui svaniva la tua motivazione?

L’uomo iniziò a sciorinare una serie di fatti, eventi, e man mano che raccontava, la fronte gli si spianava: ho avuto tre figli, a due di loro ho insegnato a cavalcare, ho costruito una casa per la mia famiglia, ho assistito i miei anziani, ho toccato le sponde di fiumi e mari,  ho visto il sole tramontare dai monti…e poi diventavo scontento e volevo tornare allo studio, e poi di nuovo ricominciava il tormento. E nuovamente gli si disegnò sul volto l’infelicità.

Il monaco si passò la mano sul capo pelato, non riuscendo a comprendere il problema.

Ricominciamo daccapo, disse all’uomo. Che cosa ti disturba dell’aver perso la tua motivazione?

E’ come se, rispose l’uomo, è come se qualunque cosa io faccia, provi gusto solo a fare altro e per questo mi senta in colpa. E’ come se in qualche modo, qualsiasi cosa faccia, tradisca il vero me stesso, che è sempre quell’altro.

Benissimo, concluse il monaco porgendogli due braccialetti, il caso è risolto: qui ci sono due motivazioni. Il braccialetto rosso è quello della scienza, quello verde è quello degli affetti. Di volta in volta ne indosserai uno e ti comporterai secondo la motivazione prescelta. Quando sarai stanco metterai l’altro, e così di seguito. Dovrai attenerti nelle tue azioni solo al braccialetto che indossi.

E funzionerà?, chiese l’uomo. Funzioneranno sempre entrambi?

Moltissimo, rispose Satria Bagus Pulosari Pon-go, nessuno si è mai lamentato e non sarai certo tu il primo. Se non dovessero proprio funzionare, ti verrà un senso di colpa molto più grande di quello che hai portato qui oggi e dovremo passare dalla gestalt alle maniere forti.

E sarà doloroso?,  chiese lo scienziato.

Meno di quel che credi, concluse il monaco, ma non ci farai di certo una bella figura.

Infine si presentò una giovane donna.

Non dirmi che sei qui per la motivazione!, sbottò il paziente monaco, che ogni tanto avrebbe voluto qualcuno che salisse sulla montagna a raccontargli storie piccanti di tradimenti e dilemmi amorosi, vendette da compiere, maldicenze dei vicini.

Non esattamente, fulgido Satria Bagus Pulosari Pon-go, la motivazione ce l’ho, non so cosa mi manca. Forse solo un poco in più me ne serve, ma pochissima. Quasi niente.

Sono spiacente, rispose il monaco, ma io di motivazioni da dare ad altri non ne ho più, arrangiamoci in qualche altro modo. Potrei darti del denaro, del cibo. Un orologio a cucù. Che ne dici?

Non è ciò di cui ho bisogno, pragmatico Satria Bagus Pulosari Pon-go. Quello che mi serve è cambiare la mia vita, cambiarla completamente.

Cosa c’è che non va nella tua vita?

Sono triste, infelice, sola, mi lamento. Sono troppo remissiva e troppo arrabbiata, ogni giorno mi aspetto che accada qualcosa a scuotermi e non accade, faccio mille propositi e poi non so da dove cominciare per metterli in pratica, io ci metto tutta la buona volontà, ma poi la vita resta sempre la stessa, non è colpa mia se sono sfortunata.

Come ti ho detto, replicò il monaco, non ho motivazioni da offrirti. Arrivano il mese prossimo. Sicché dobbiamo escogitare qualcosa. Entriamo nel dettaglio: ma tu, per cambiare la tua vita, cosa saresti disposta a fare?

Di tutto, spiritualissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Di tutto di tutto ma proprio di tutto anche una cosa imprevista e magari non proprio regolare e pure in camera da letto?

Qualsiasi cosa. Non è la volontà che mi manca, penetrantissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono disposta a grandissimi sacrifici, è che vorrei solo un aiutino per iniziare, un punto che mi indicasse la via da seguire.

Bene. A che ora sei solita alzarti al mattino?

Alle otto, rispose la donna.

Benissimo. A partire da domani ti sveglierai alle sei e mezza, per almeno un mese consecutivo.

Ma è prestissimo, Satria Bagus Pulosari Pon-go, e con l’inverno che arriva il freddo mi gelerà i piedi e le mani, e sarà ancora buio. E soprattutto: cosa farò una volta alzatami così presto?

Ti osserverai alzarti così presto, rispose il monaco.

Non vorrei insistere, sagace Satria Bagus Pulosari Pon-go, ma mi sembra un fatto totalmente inutile, sussurrò la donna alquanto infastidita.

E come pensi dunque di voler davvero cambiare completamente la tua vita se non riesci nemmeno a svegliarti un’ora e mezza prima?

Poi Satria Bagus Pulosari Pon-go si alzò, con fare ieratico, e scomparve dietro una cortina, richiamato da una profonda motivazione alla minzione.

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Ho ritrovato questa mattina una cartellina di appunti di un corso sulla motivazione lavorativa e indecisa se chiuderla in un pacco bomba da inviare in una serie di sedi istituzionali o eventualmente rileggerla caso mai mi fosse sfuggito qualcosa di fondamentale,  mi sono detta che era meglio se respiravo in profondità e poi mi ci facevo una risata su. Ecco.

Un'autobiografia (s)ragionata

aprile 20, 2009

Brunella detta Flounder nasce a Napoli il 24 aprile 1967, di mattina.

Da allora darà sempre bellissime feste di compleanno, ché tanto il 25 è festivo e si può far tardi senza problemi. Perché organizzati si nasce, non ci si diventa.

Nel 1969 vede l’uomo sulla luna e capisce che lei invece è un’altra. Scopre così il funzionamento della reazione a catena, il concetto di reciprocità, il calembour, la differenza tra mano destra e sinistra e la sessualità infantile.

Nel 1971 le dondola precocemente il primo dente, che perderà non prima del 1972. E’ l’evento scatenante della poetica della precarietà, che caratterizza tutta la sua opera successiva e permea lo spirito di sopportazione di quanti la circondano.

Nel 1974 sogna per la prima volta la palude, sogno che insieme a quello della madre superiora con il velo incollato ai capelli, la seguirà anche in vacanza all’estero. Per lo spavento cade dal letto e viene presa in ostaggio dalla sua produzione onirica, che si installa in modo del tutto abusivo e parassitario nella sua esistenza, senza licenza, senza pagare contributi e facendo i turni notturni, tutto al nero.

Nel 1978 deve essere accaduto qualcosa, ma non lo ricorda. Anni dopo pagherà profumatamente un analista junghiano per scoprire che non era accaduto praticamente nulla. Poi ne pagherà un altro freudiano per curare la delusione. Poi si fabbricherà dei ricordi fasulli per fregare l’inconscio. In un prossimo futuro conta di invertire il trend e farsi pagare per raccontarli. O anche di restare in silenzio, che forse è meglio.

Nel 1982 raggiunge il suo record personale di altezza: 1 metro e 52, ad oggi rimasto praticamente imbattuto.

Nel 1985 perde la verginità, ma per fortuna era assicurata contro furti e smarrimenti. Anni dopo la ritrova e scopre che in realtà la prima era solo una copia. Quella vera la mamma gliel’aveva conservata in cassaforte.

Nel 1989 si imbarca su un cargo battente bandiera giapponese dove si nutrirà per mesi di sushi liofilizzato e alga wakame. Cerca di organizzare la resistenza eurocentrica leggendo Il Grande Meaulnes, Il diavolo in corpo e La lingua salvata, poi cede sfinita allo strapotere locale e si abbandona a  Mishima e Tanizaki.

Nel 1993 ha una crisi depressiva e un gelo al cuore che cerca di curare omeopaticamente pattinando sul ghiaccio,  con discreto successo e qualche sbucciatura. Si appassiona ai fiori di Bach, a Carlos Gardel e al cous cous. La notte sogna catarticamente di uccidere la sua capufficio e di sparpagliarne le membra nei paesi ACP. Al mattino i sensi di colpa la rendono emaciata e vagamente somigliante a Leonarda Cianciulli.

Nel 1996, dopo molte insistenze e vibranti appelli da parte del suo fidanzato, alla fine accetta di lasciarlo (ad un’altra) e di fuggire (da sola)  nel golfo di Guinea, dove per mesi si nutrirà solo di igname e gamberetti postulandone le intrinseche qualità amnestiche.

Nel 1998 si infila in un tunnel e stipula – a sua insaputa – un mutuo con un avvocato civilista che un giorno la condurrà verso la libertà. Però un giorno, eh, mica adesso.

Nel 1999 si riproduce. La sua stanza da letto è ancora sotto l’analisi del RIS, che da anni cerca di scoprire l’arma del delitto.

Nel 2000 si imbatte in una conoscente che la schiaffeggia a bruciapelo apparentemente senza motivo. Dopo due ore di conversazione isterica si scoprirà che era la donna cui aveva lasciato il suo fidanzato e la cui vita ne è stata irrimediabilmente distrutta. Chiede un risarcimento, ma la pratica viene archiviata per scadenza dei termini di garanzia e rimborso. In compenso diventano amiche, che di questi tempi mica è poco!

Nel 2004 apre un blog senza licenza e la sua vita cambia da così a così. Da così a così. Aspe’…da così a così. No, da così a così. Mome’, che metto un disegno.

Nel 2006 inizia a farsi crescere i capelli, in laboratorio. Provateci voi, ve’, co’ ‘sti cespugli. Dai, provateci. Visto che non è facile?

Nel 2008 compie quarant’anni per la seconda volta e si innamora di un archeologo per la prima. Lui ama le sue rughe ma lei non lo capisce, ha un cuore da Demetra e un poco si schermisce. Talvolta ballano il tango e lei sospira e traspira. Lui di più, però.

Nel 2009 a scopo terapeutico e anche un po’ onanistico si reiscrive all’Università e quando le chiedono: ma tu stai con l’onda?, lei risponde: io? Ma se nemmeno guido il motorino! No, sto a piedi. Però non ride nessuno. Nello stesso anno compie quarant’anni per la terza volta. Lo scopo non è quello di entrare nel Guinnes dei primati, ma di consentire alle amiche più giovani di recuperare lo svantaggio di base senza timore di arrivare in ritardo. Si chiama altruismo.

 

Sto per entrare in questo nuovo anno di vita barcollante tra l’idea hillmaniana che il modo in cui agiamo è esattamente ciò che siamo e lo choc di aver appreso, questa mattina che Vio Barco, figlio di un ex presidente della Colombia e mio compagno di studi in giovinezza, alto, biondo, occhio ceruleo, di mamma svedese e di cui tutte noi fummo pazzamente innamorate e al quale preparammo con diligenza parmigiane di melanzane, tortellini col ragù e quant’altro, ha fondato una grandissima associazione per la tutela dei diversi, nel suo paese, dopo il suo intenso coming out.

Per un’incredibile coincidenza mi resta una foto che ho rivisto ieri sera e che ci ritrae insieme nel giorno del mio ventitreesimo compleanno, in cui siamo addossati ad una parete, lui sorridente e pacato, io con il viso impertinente.

Nei nostri sguardi mi pare impossibile scorgere ciò eravamo e ciò che saremmo (o non saremmo) diventati.

E’ per questo che le biografie si inventano, si rimaneggiano, si rimescolano: per cercare di scorgere nel caos una qualche forma di verità invisibile agli occhi.

Tutto a cinquanta centesimi.

marzo 27, 2009

Adorati e squallidi lettori, stimati e dopati commentatori di passaggio, avvenenti e idiopatici lurker,

oggi per noi è un giorno dicotomico e antifrastico.

D’altronde, di questi tempi, anche le certezze vengono a costare assai e dunque si viene meno qua e là, si taglia e si lima, si riduce. Si risparmia anche sulle virgole, se necessario.

Stanotte mi sono sognata nell’acquisto di scarpe cinesi – una volta sognavo di acquistare marche prestigiose – e questo la dice tutta.

La crisi e la riduzione al minimo è talmente persistente che un amico mi riferiva che anche il suo immaginario onirico erotico da un po’ di tempo a questa parte si è ridotto ai soli preliminari, per di più relegati alla breve fase Rem, passata la quale gli chiedono un codice e scopre di essere in un Pay-Dream e di aver esaurito il credito della sua card.

Ebbene, sciamanici e rupestri lettori, avidi e bolsi consumatori di inutili e aggettanti parole, sappiate che a causa della crisi vi beccherete un inutile post sulle chiavi di ricerca che menano a questo blog, che questo mese tuttavia mi appaiono succulente e anche un po’ gliscromorfe, con decenza parlando.

La prima, che mettiamo all’asta a partire da un’offerta libera, siòri e siòre, è: graforrea bipolare.

Si tratta di una malattia contagiosissima che consiste nello scrivere un giorno sì e un giorno no. Nel giorno sì vengono composte poesie, redatte petizioni,  scritte pasquinate, discettate erudite teorie e vergate preziose epistole. Nel giorno no ce ne si pente drammaticamente e si medita a come rimediare il giorno seguente. E’ contagiosissima, s’è detto. A nulla vale indossare un preservativo durante l’atto scrittorio, al massimo infilatelo sulla tastiera.

Segue, a prezzo popolare, un’affermazione che ci darà a lungo da riflettere: la Callas aveva l’elefantiasi. A riprova della natura antitetica e polemica delle nostre esistenze, sappiamo che non si può avere tutto dalla vita: o la voce o le gambe, o la bellezza o l’intelligenza, o il denaro o la sensibilità, o il mare o la montagna, o le tette o il culo. Unica eccezione: prosciutto e mozzarella.

E chest’è.

Per la sezione bricolage ed economia domestica, ci vengono a trovare mediante uno squali a punto prosciutto. Il punto prosciutto è un evoluzione del punto nodino o la sua variante un po’ mouliné? Ma soprattutto – ed è ciò che mi inquieta – quando e dove avrò scritto io, in questo blog, di queste cose?

Alla voce "Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avreste mai osato chiedere", abbiamo niente popodimeno che due item. Il primo: baccalà prestazioni sessuali; il secondo: caratteristiche delle misure dei cazzi.

E qui s’apre il dibattito. Allora, la questione del baccalà va scissa in due momenti, secondo se vogliamo riferirci a un’utenza maschile o femminile. Nel caso di uomini, potrà essere consumato una o due volte al dì, in forma di filetto o crocchetta, o mantecandolo e spalmandolo sulla parte nella speranza di un maggiore inturgidimento. Nel caso delle donne, si raccomanda, ai fini di una maggiore soddisfazione, di usare invece lo stoccafisso, perché il ripetuto contatto tra il filetto salato e le mucose genitali potrebbe essere fonte di irritazioni.

Sulle caratteristiche delle misure, suggeriamo solo di non far confusione tra il sistema metrico decimale e quello anglosassone. Avete solo due pollici, non barate.

Ma non dimentichiamo che questo è un blog di buongustai. E dunque arrivarci digitando pietanze comuniste non può che riempirci di orgoglio. La cucina comunista, come tutti sanno, è una cucina a base essenzialmente proteica, che nel tempo può dare luogo a problemi di uricemia, ritenzione idrica e patologie irritative dell’apparato digestivo. C’è da dire che negli anni la diminuzione delle nascite ha indotto sensibili variazioni nella dieta del comunista, che ai bambini ha sostituito prodotti più ricchi di Omega 3. Alcuni gourmet proporrebbero il ritorno a piatti tipici e sostanziosi, ai sapori dell’antichità, ma i disfattisti scuotono tristemente la testa e sostengono che non esiste nemmeno più la Satura lanx di una volta. Che tristezza la dieta, agognati e purulenti lettori miei.

Passate un buon fine settimana, voi che potete. Io mi chiuderò in casa, darò quattro mandate di chiavi di ricerca e cercherò di trovare delle frasi ad effetto sul tema ”non si fa credito”.

Se avete suggerimenti non esitate a comunicarmeli.

Certe piccole posologie

marzo 3, 2009

Se una serie di persone di cui mi fido mi dicono che mi sentono agitata, forse sono agitata.

Va bene, allora: sono agitata. Lo ammetto. Come volete.

Poi mi passa.

E se non passa, resterò agitata. Turbolenta. Molto mossi tutti i bacini. Tutti tutti.

Prima o poi mi passerà.

Prima.

O poi.

O.

Nella peggiore delle ipotesi mi verrà un altro herpes. Uno in più, uno in  meno, chi vuoi che stia a contarli.

Nella migliore potrei imparare a volare e a volteggiare sui tetti.

Sopra il tetto come i gatti.

Come le stelle comete.

Come le stelle come te.

(Prossima settimana né caffeina, né teobromina.

Nemmeno nitroglicerina, la sera solo un po’ di minestrina.

Evitare rimbrotti e strapazzi.

Dormire bene, rifuggire imbarazzi e schiamazzi.

Volteggiare sui tetti, eventualmente. Sì.

E niente caffè, abbiamo detto, solo un po’ di te.)

Bottana industriale? No, digitale.

gennaio 15, 2009

– Secondo te se vado a letto contemporaneamente con uno dei miei commentatori, con un blogger di un’altra piattaforma, con un contatto di Facebook, con un utente Twitter, con un Tumblerista e il titolare di un account Flickr sono un po’ zoccola?

– Se l’IP è lo stesso, no.

Vi auguro un Natale "elettrico"

dicembre 23, 2008

http://www.faceinhole.com/PlayAnim.swf?versao=1&swf=anim004.swf&uilang=US&folder=08/12/23/&img=8633e7d8c1717352bab&numHoles=1

Le madri non sbagliano mai

novembre 6, 2008

Sono la mamma di John Mc Cain e vi dico subito, francamente, che questa storia non mi è affatto piaciuta.

Dopo essere andata tutto il pomeriggio avanti endré a preparare thermos di coca cola e hamburger cotti a puntino per i suoi amici mi sento dire pure che le cose sono andate come sono andate per colpa della mia cucina.

John ha detto che è tutta colpa mia, perché la nonna di Barack, per i suoi amichetti, aveva preparato un sacco di cose: le frittatine di maccheroni per l’elettorato di origine italiana, il riso al curry per gli indiani, i blinis per i russi, il pollo fritto all’ananas per gli hawaiani, il bami goreng e dio solo sa cos’altro.

Io non ci credo, quella lì non ha mai saputo cucinare. Avrà ordinato tutto alla rosticceria sotto casa.

Ora non è che voglia parlar male, per carità. Ma le avrete sentite pure voi queste storiacce che girano.

Una famiglia un poco strana, a voler essere buoni.

Io, per esempio, non mi sono mai messa nuda con gli stivali sadomaso, come faceva sua mamma.

E nemmeno gli ho mai detto mettiti la maglia di lana, come faceva quella là. O tutte quelle cose che dicono queste mamme del Sud.

Gli ha fatto venire un Edipo grande così, a ‘sto ragazzino, che poi cresci co’ ‘sta cosa che devi dimostrare a tutti che ce l’hai più lungo, che sei più intelligente, più bravo.

E che volete che vi dica, ‘sti figli non so’ mai contenti.

Il mio adesso se ne sta lì, mogio mogio, palliduccio e frigna. Dice che per colpa mia non lo inviteranno mai più alle festine di compleanno che organizza Silvio, che non può giocare più a soldatini con quell’altro, come si chiama, Dmitrij. Mammamia, quant’è dispettoso, quell’altro.

‘sti ragazzetti di oggi, sempre a fare questioni.

Tutta la notte al telefono ha passato, con quelle cose, come si chiamano, i giochi di ruolo: e quanti Stati abbiamo? E quanti ce ne mancano? E dammi una figurina che mi manca e io ti do due doppioni e tre biglie. E l’Illinois di chi è? E poi ci andiamo a fare il campo scuola nell’Ohio?

E poi a un certo punto l’ho sentito pure che litigava con la ragazzetta sua, Sarah.

Ma che t’ha fatto?, gli ho chiesto. Perché le dici le cose brutte, amore di mamma?

Tutta colpa sua, tutta colpa sua, m’ha risposto.

Mannaggia ‘sti uomini, quanto avrei voluto una figlia femmina che giocava alle bamboline. Mannaggia.

Passando poi gli ho fatto una carezza: eddài, John, state giocando, non fate cosi. Mica davvero si diventa il Presidente degli Stati Uniti!? E per una volta tanto fai vincere l’amichetto tuo, quello nero. Fai vedere che sei gentile, mamma che t’ha insegnato? E adesso lo vuoi fare un pisolino che mamma dopo ti prepara la merenda? E però prima ci andiamo a tagliare un poco i capelli? Te li faccio fare corti corti come Silvio? E mi vuoi bene, a me?

Never Let Monkey Eat Bananas

settembre 15, 2008

“La teoria originale era sbagliata: non c’è bisogno di stimoli esterni per restare svegli.

Attraversai intere ore di nullafacenza per dimostrare a me stesso che non era necessario affardellarsi di cattivi pensieri e preoccupazioni, di impegni insostenibili e nemmeno assumere sostanze eccitanti o cose simili per provocarsi l’insonnia.

Superato il primo tunnel di desiderio di sonno, il bisogno pian piano scompariva e ci si poteva addentrare in una dimensione dall’apparenza artefatta, ma che dopo un poco appariva molto più reale e concreta di quelle conosciute fino a quel momento.”

John C. Lilly, Il Centro del Ciclone

 

Oliver: e fu così, dopo la lettura di questa pagina, che io e la signora Eva Godall decidemmo che non avremmo più dormito.

Tra noi non furono nemmeno necessarie le parole, o una qualsiasi forma di concertazione.

Aspettavamo il buio, e intanto dal lampeggiare dei nostri occhi l’eccitazione di un gioco nuovo si propagava a tutto il corpo. L’ultima cosa altrettanto divertente che ricordavo era stato l’apprendimento della formula leucocitaria.

Lei insisteva che per impararla a memoria io dovessi usare la frase mnemonica: Never Let Monkey Eat Bananas. La trovavo davvero comica, anche se fingevo di non volerla apprendere per una questione di principio.

All’inizio questa cosa del sonno durò tre giorni. Poi, stremati dal freddo e dalla stanchezza, ci assopimmo per un periodo che ci parve eterno, mentre non furono che poche decine di minuti.

 

Miss Godall: al risveglio lui mi accarezzò col gesto sicuro di chi conosceva ogni cellula del mio corpo, quel gesto che aveva pianificato minuziosamente per giorni, mesi e pur senza esercitare aveva la consistenza della conoscenza perfetta.

Sorrisi. 

Al mattino – ma avrà ancora un senso parlare di mattino, ormai? – la luce inondava tutto e restavamo a farci sommergere. Giravamo su noi stessi, simili a grosse corolle.

Oliver: con l’affievolirsi dei colori sgranchivamo le gambe, passeggiavamo a lungo senza una meta, incapaci di offrirci il benché minimo progetto.

Nei giorni ci accorgemmo che veniva meno anche l’appetito, anche la sete.

Attraversammo ore intere di digiuno per approdare a uno stato in cui non avevamo bisogno di nulla.

 

Miss Godall: nel tempo le sue mani diventavano più lievi, diafane. A memoria ripercorrevano sentieri sulla mia schiena: potevo sentirne il tocco ossuto e contare le mie vertebre. Era piacevole.

Qualcuno ci informò che stavamo morendo.

Sentivamo la sua voce a distanza, come ovattata.

Ma noi ridevamo, in preda a euforia incontenibile. Non stavamo morendo, eravamo solo transitati in un’altra dimensione, difficile da spiegare.

 

Oliver: rifiutammo ogni proposta e i tentativi di farci addormentare.

Resistemmo.

Quando ci offrirono una mela, la accettammo. Non la mangiammo.

La mettemmo da parte, solo per accontentarli.

 

Al settimo giorno di esperimento, le due cavie non danno segnali di cedimento.

Risulta alterata la percezione dei tempi di veglia e sonno, sicché  ritengono di aver trascorso l’intero periodo in totale privazione di sonno, mentre invece il rallentamento delle pulsazioni cardiache e l’ampliamento della frequenza respiratoria rivelano uno stato di addormentamento di cui essi stessi sono inconsapevoli.

Da quarantott’ore hanno smesso volontariamente di alimentarsi e i primi segnali di dimagrimento sono evidenti, ancorché non sia sopravvenuta disidratazione.

L’esemplare maschio continua a sfregarsi, per quanto con maggiore delicatezza, sul corpo dell’esemplare femmina, che reagisce positivamente e non mostra ostilità.

Il rifiuto di alimentarsi correttamente viene meno di fronte alla possibilità di un approvvigionamento di tipo vegetariano, al quale accedono concordi.

Allo scadere dei sette giorni l’esperimento si considera concluso e la due cavie saranno rimesse in libertà.

 

All’uscita ci aspettava la macchinetta del caffè, una stanzetta in cui permetterci un adeguato riposo e un abbondante buffet. C’erano molti giornalisti e la signora Eva Godall rispose compitamente alle loro domande.

Non avevamo fame: chiedemmo un taxi, intascammo la paga e tornammo a casa.

Il primo reality nella storia dell’umanità ci vedeva vincitori assoluti.

Io e la signora Godall stabilimmo di continuare a vivere insieme.

Al mattino mi avrebbe annodato la cravatta, almeno per i primi tempi. Non più di un paio di settimane.

Noi scimpanzé impariamo in fretta.

In cambio le avrei grattato la schiena ogni sera, l’avrei accompagnata al cinema e in vacanza.

L’amore sarebbe venuto nel tempo, ne ero certo.

[a mia figlia, che mi ha spiegato a parole sue la differenza tra creazionismo ed evoluzionismo, tra Dio e Darwin e che quando leggerà questa storia mi dirà: mamma, dài, ma sei scema?]