Archive for the ‘cuba libre’ Category

Quanto ti ho amato, e Guantanamo non lo sai.

marzo 12, 2006

Mi telefonano sempre più raramente e ogni volta con una nota dolente nella voce.

Sento una voce metallica che gracchia nella cornetta: llamada intercontinental para Flounder.

L’ultima volta ho chiesto: e allora? Che fine avete fatto?

Siamo a Guantanamo, mi ha risposto Fidel.

Ma subito Ernesto Guevara detto il Che gli ha strappato la cornetta di mano: non es verdad, Flounder, estamos de vacaciones.

Ma si sentiva che non era vero.

Vabbè, ragazzi, ricordatevi che vi aspetto. Quando venite vi faccio i calamari ripieni.

In sottofondo si percepiva un tramestìo e la voce lamentosa di Fidel che continuava a cantilenare: Guantanamo, Guantanamo, Guantanamo.

Che per un momento mi è sembrato di sentire: quanto t’amo, quanto t’amo, quanto t’amo.

Ma sono gli scherzi della telefonia internazionale, lo so.

A seguire come il rumore di un ceffone.

Ernesto Guevara detto il Che ha un brutto carattere. Morirà giovane se continua così.

Silenzio.

Poi si è interrotta la comunicazione.

A Guantanamo le badanti sono severissime. Nemmeno gli gnocchi al giovedì, figurarsi un blog.

Llevàme contigo

luglio 29, 2005

Caro Fidel,

quando leggerai questa mia sarò già lontana. In una segretissima località balneare fuori dal controllo della CIA (no, no, non è quel posto lì, tranquillo. Qui al massimo c’è qualche cinghiale).

Perché lo so che la leggerai, approfittando della mia assenza per inforcare quegli occhialetti da presbite riparati malamente col nastro adesivo. Con la scusa ufficiale che lì a Cuba non vi potete permettere altro, mentre la verità è che sei tirchio e basta.

Lo so che ti farà male leggerla, ma ho avuto l’illuminazione stanotte, ripensando alle tue parole.

Quando mi parlavi di moroso.

Credi che non abbia compreso l’antifona?

Credi che sia così ingenua da non aver capito che ti stavi proponendo, con la scusa della napoletana a coppe?

Moroso, certo. Nel senso che toccherebbe a me pagare le bollette, la settimana bianca e la spesa al Carrefour. Che vorresti tutte quelle cosine esotiche che per tutta la vita non ti hanno mai permesso di acquistare, che ti fanno anche venire il colesterolo. Che mi riempiresti il carrello di zollette di zucchero fino a farmi venire il diabete.

Lo so, Fidel, oggi sono dura e tu starai pensando che non meriti questo. Che un rivoluzionario resta pur sempre degno di rispetto, anche quando la nazione cade in rovina.

In fondo lo penso anche io e la durezza serve solo a rafforzare il concetto.

A farti presente che in un futuro luminoso saresti tu a portare le casse d’acqua e a sistemarle nel ripostiglio.

A rammentarti che i meravigliosi accordi con la Cina amica per importare ottocentomila televisori a colori non ti consentirebbero comunque di fare un improbabile zapping televisivo fino alle tre del mattino, perché il Ministero della Controinformazione – da me egregiamente rappresentato – te lo impedirebbe.

A ricordarti infine che non è possibile mantenere intatto l’orgoglio cubano senza imparare due passetti di salsa per portarmi a ballare. In locali del popolo, siamo d’accordo. Bevendo birra del popolo, siamo d’accordo anche su questo. Ma ciò non muta il senso delle mie parole.

Da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni, caro Fidel.

Poi non venirmi a dire che non ti avevo avvertito.

 

(seguirà spedita a parte lista dei bisogni, n. 16 fogli manoscritti recto/verso, formato A4)

Cuanto me quieres, Fidel?

luglio 28, 2005

(perché los Van Van sono sempre los Van Van. E anche Manolito, el medico de la salsa. Ho bevuto, lo confesso. E anche ballato tanto. Serve a scrivere meglio)

E’ malinconico stasera. Glielo leggo negli occhi, per quanto sorrida.

Poi la mano sale a stropicciarseli e tra le pieghe della  pelle abbronzata compaiono strisce bianchissime, simili alla raggiera di stecche di un piccolo ventaglio. E’ un’immagine che racconta di sé.

Allo stesso modo in cui  si conta l’età degli alberi dai cerchi del tronco.

Anche a me sta accadendo. Non ancora tanto da incorniciare lo sguardo, ma in altri piccoli posti. Dove la pelle si appoggia con morbidezza e rifugge il sole. Piccole ostilità non dichiarate che operano silenziosamente.

E allora, Fidel, ti dispiace che le vacanze siano finite?

Cerca la risposta appoggiando il mento sulla clavicola, alzando un po’ la spalla a sostenerlo.

Sì. Ma non per le vacanze, che tanto lì mi annoiavo.

Ti annoiavi? E il chioschetto, il pedalò, la bandana?

Macché. Tornei di tressette che non finivano mai. Ma tu, per esempio, quando hai il due e l’asso  e poi solo un sei e un sette, che cosa cali per primo?

Prima una scartina e poi il due.

Ecco. Io invece l’asso, e quello dopo aveva sempre il tre, così poi mi toccava litigare con Ernesto che mi diceva che sono rincoglionito.

Non sei rincoglionito. Ma non sai giocare, Fidel. Meglio la briscola.

Poi vedo che si rabbuia e non insisto.

Sai che altro? Quando ero bambino le vacanze duravano un sacco. Anche il Natale. Preparavamo l’albero sotto la neve, con le ginocchia rosse e il naso freddo freddo.

La neve a Cuba? Maddài, Fidel.

Sì, cantavamo anche una canzoncina: le sapin de mon jardin. La conosci?

(Quando fa così non so mai se stia scherzando o se debba assecondarlo, oggi gli è presa proprio male)

No, non la conosco, me la canti?

Non canta. E’ li che rimugina qualcosa, tra un po’ la tira fuori, lo so. Devo solo aspettare e lasciar fare.

E’ che pensavo a tante cose. Per esempio a questa storia di dover fare sempre la stessa parte. Ma lo sai quante volte avevo voglia di fare altro? Secondo te io mi diverto a sparare sui gommoni?

La vuoi un’orzata?

No.

Un succo di frutta?

No. Ma tu ce l’hai il moroso?

Che cosa? Che c’entra adesso!?

Così, per dire. Ce l’hai sì o no? Giusto per sapere.

Fidel, ma che dici? Ma lo sai che due giorni fa era la festa della Rivoluzione?

Seeee,

la Rivoluzione ! E chi ci pensa più. Ma tu come lo vorresti il moroso? Un rivoluzionario in pensione? Un post-rivoluzionario? Un revisionista o un imperialista?

Hai qualcuno in mente, Fidel? Vuoi presentarmi un tuo amico?

Uff, no, era per dire. Allora ricominciamo: prima la scartina e poi il due. E se invece ho solo l’asso e le figure?  E se ho due assi e un tre diverso?

E  poi lo sai a che altro pensavo? Che te a guardarti bene da vicino hai delle rughette agli occhi. E anche sul collo. Sono poche, però ci sono. Io le vedo. Mica sei tanto bambina come dice Ernesto.

Ma il moroso ce l’hai? Sì o no? Uff, e rispondi, topina!

Los hombres marineros

luglio 4, 2005

Frettolosa e carica di zaini e zainetti apro la cassetta della posta e leggo una grafia maldestra: Ehi bambina, ti sono cresciute le tette? Firmato:  Ernesto Guevara detto il Che.

Che istintivamente mi verrebbe da rispondergli: scusi, Comandante, e a lei è cresciuto …?…ehm…non son cose da dirsi, queste, non a lui. E poi sono pur sempre una signora.

Giro la cartolina e scoppio in una sonora risata. E’ una di quelle kitsch, con una scritta e un cuore. Solo che il cuore è disegnato da due generose forme femminili. Troppo generose.

Secondo me è un fotomontaggio, non può esistere in natura una cosa così. Oppure sarà una malattia genetica ad esito fatale. Un virus che gira lì sulla Riviera.

Non faccio in tempo a entrare in casa che già il telefono squilla. Sento un parlottio di sottofondo e una musica caraibica.

Dove siete?

Qui, al chioschetto. C’è anche il juke box. Lo sai che ci vuole un euro per sentire una canzone e non hanno nemmeno Celia Cruz?

Mannaggia. Come vi va la vita? Non dovevate fare una gita in barca?

Sento Ernesto che inizia a innervosirsi: sì, sì, dovevamo fare la gita in barca. Solo che le barche non c’erano e allora io ho detto prendiamo un gommone.

Bene, allora siete andati in gommone?

Ma che dici, bambina! Non appena ha visto il gommone questo qui ha dato di matto, dice che non si poteva, che davamo il cattivo esempio, che sono anni che spara sui gommoni e non ci poteva proprio salire.

E allora?

Allora alla fine abbiamo preso il pedalò, ma poi arrivati in mezzo al mare si era stancato e ha detto che non pedalava più, che lo facessero anche prigioniero politico. E come se non bastasse si è messo una bandana gialla, che dice che i veri Capi di Stato hanno la bandana.

Sento Fidel che cerca di strappargli il telefono e intanto grida: segnorita, no le des cuenta, es un permaloso y tambièn estùpido.

Quando tornate?

Fra un po’, bambina. Ti abbiamo preso anche un regalo, ma è una sorpresa. Una cosa che non immagineresti mai.

Li conosco. Come minimo sarà una padella antiaderente. Vabbè.

Allora, Comandante, vi saluto. Volevo dirle solo una cosa: lo sa che quella cartolina non mi è piaciuta per niente?

Ride come un matto, andrebbe registrato.

Comandante, si ricorda come diceva il suo amico Karl? A ciascuno secondo i suoi bisogni eccetera eccetera? Si vede che non avevo bisogno, ecco. E’ inutile che continua a fare lo spiritoso.

Bambina, accosta il telefono che ti dico un segreto. Lo sai che Karl l’era un bischero?

Li lascio che ridono a crepapelle…ahahaha…un bi-schero, un bi-schero…

Y no me pida nada, por favor

giugno 26, 2005

Lo sapevo. Lo sapevo che succedeva un pandemonio.

M’ha telefonato alla spiaggia, Ernesto Guevara detto il Che. Con una voce tutta arrabbiata, che si  sentiva che questa volta non me la faceva passare.

E’ vero che te scrivi nel blog anche le cose di Fidel?, dritto al punto.

Anzi, è vero che te a Fidel gli hai dato un bacio? Che lo racconta da giorni a tutti. E dice anche che la prossima volta gliene dai due. Allora, è vero o no?

Dove si trova adesso, Comandante?, ho cercato di replicare in modo da distrarlo dalla questione.

Bambina, siamo in missione segreta.

Bene, Comandante, e cosa fate in questa missione segreta?

Dobbiamo rimilitarizzare la spiaggia di Igea Marina Le signorine ci hanno dato i secchielli e le palette,  noi li riempiamo e costruiamo delle piccole fortezze.

E’ pericoloso, Comandante?

Pericolosissimo, bambina. Alle 12 e un quarto suona la contraerea e ci chiudono in un rifugio che in codice chiamano Refettorio. Ma non farti ingannare, qui si rischia la vita tutti i giorni.

Poi torna alla carica: allora, questo bacio, gliel’hai dato o no?

Se gli dico di sì è la fine. D’altronde se gli dico la verità quell’altro mi tiene il muso per due mesi. Occorre la terza via.

Comandante, gli dico serissima, il telefono è stato messo sotto controllo dalla CIA. Lo sa cosa rischiamo se le rivelo quest’informazione?

No. Cosa rischiamo?

Abbasso la voce per passargli il segreto: giovedì niente gnocchi. E nemmeno il gelato.

No!

Sì!

No, perdinci.

Sì. Mi faccia tacere.

Mugugna sospettoso. Poi ci pensa e dice: va bene bambina, facciamo come dici. Se però scopro che gliel’hai dato per davvero gli do un pugno in faccia.

Lasci perdere, Comandante, non è carino all’età vostra.

Appunto, bambina. E’ quello che ho detto anche a Fidel: ma ti pare che all’età tua ti dava un bacio? A te che sembri il padre di Matusalemme?

E lui, Comandante, come ha risposto?

Dice che quando finisce la missione segreta si accorcia la barba e se la tinge di biondo. Adesso no, perché le signorine si arrabbiano. Scusa, ma ora devo andare, hasta luego, querida.

Querida? Ha detto querida? Dovrò preoccuparmi?

Porqué a mì me diò un beso, cabròn

giugno 21, 2005

Terribili ‘sti cubani! Peggio dei ragazzini.

Che non puoi dare confidenza a uno che subito l’altro si adombra, si ingelosisce e mette il broncio.

L’ho trovato che mi aspettava a casa, ieri sera, seduto composto e impettito sul divano.  Si era fatto aprire la porta dalla domestica e ogni cinque minuti le chiedeva: ma quando torna?

E Anna, con quel ritmo di voce sempre uguale: nònzo cuando mia signora torna.

Poi sono tornata.

Si era pettinato come uno scolaretto, con la riga a lato, precisa precisa. E doveva aver passato il pettine sotto l’acqua, perché i capelli gli stavano appiccicati con cura.

Accanto al divano, per terra, aveva appoggiato uno scatolone. Che mi è venuto subito da ridere perché sembrava un reliquiario.

Allora, Fidel, come mai da queste parti?, gli ho chiesto.

E’ arrossito un po’ e ha aperto lo scatolone. Mi ha tirato fuori: una serie di cartoline, conchiglie, delle statuette fatte con il das bianco, un quadernetto, una vecchia montatura di occhiali, una ciocca di capelli tra due vetrini. Ma non finiva lì. In fondo alla scatola c’era un album rilegato in pelle.

E questo?

Si è schiarito la voce e poi ha risposto: questo è il book.

Fidel, ti sei fatto un book? E per far cosa? Poi mi sono morsa la lingua per averglielo chiesto.

No, è che pensavo…ma tu te la metteresti una maglietta con la mia faccia? O sono troppo vecchio? Ma secondo te Dolce e Gabbana  la farebbero una collezione per me?

Come si fa a dire vecchio a Fidel quando il genere femminile di tutte le età ancora sbava dietro a Sean Connery?

Ma che dici, Fidel? Vecchio tu? Ma se sembri un ragazzino, con questi bermuda!

Ernesto dice di sì, che sono vecchio e vanitoso. Dimmi che non è vero.

Mannaggia a te, Comandante. Che chissà in questo momento dove cavolo ti sei cacciato e mi lasci con l’amico tuo a curargli gli scompensi affettivi.

Ma dai, Fidel, che Ernesto scherza.

No, no, lui lo dice sul serio. E allora per dimostrare che non sono vecchio, il book l’ho messo anche su dvd.

Ma davvero?

Sì, cioè non proprio io, è stata mia nipote.

Hai una nipote, Fidel?

Carajo, non te lo dovevo dire. Adesso sì che mi dici che sono vecchio. E comunque è una nipote adottiva. Ecco.

Abbiamo guardato tutte le foto. Alcune erano carine: Fidel che fa i tuffi, Fidel che legge il giornale con gli occhialetti da presbite, Fidel che beve

la Coca Cola al MacDonald (pure questa ha messo nel book!), Fidel che fa lo sguardo sensuale.

Fidel con il dito nel naso non l’hai messa? Gli chiedo per ridere, perché ‘sta storia del book la sta prendendo troppo sul serio.

Cretina, m’ha risposto tutto arrabbiato. Si vede che te ci tieni di più a quell’altro. Solo perché ha la moto e le magliette. Ma tanto è tutto scemo, non lo fanno nemmeno uscire da solo.

Ha rimesso  le reliquie nello scatolone e se n’è andato tutto offeso.

Poi torna, lo so.

E per far arrabbiare Ernesto gli racconta che a lui gli ho dato un bacio.

Sentàbamos nos en frente de la Revoluciòn

giugno 16, 2005

Ernesto Guevara detto il Che ieri era in vena di confidenze. Si vede che ultimamente si era sentito un po’ solo. O forse non gli avevano dato il sigaro che gli spetta. O non aveva visto il suo programma preferito alla tv. Non so.

Fatto sta che mi ha dato una foto di Fidel, scattatagli di nascosto. Per la verità è solo un pezzo di foto, come se fosse stata strappata una parte per nascondere qualcosa.

E lì Ernesto ammiccava.

Poi l’ha detta: Fidel aveva il dito nel naso e non gli andava di mostrarsi in giro così. E rideva come un bambino mentre me lo diceva. Che Fidel fa le caccole e le appiccica sotto le sedie. E anche le bolle con la saliva.

Ma non è questo.

Mi ha raccontato che in fin dei conti nemmeno a Fidel gliene è mai fregato un gran che della Rivoluzione. Che un giorno che non avevano niente da fare – presente quei pomeriggi torridi a Cuba sotto il sole quando neppure i cani hanno la forza di muovere un passo? – insomma che quel giorno lì non era il caso di giocare a calcetto e allora si erano dati alla Rivoluzione.

Che in realtà se avessero saputo ballare avrebbero preferito imparare il son. Ma erano due tipi un po’ scoordinati.

E poi non sapevano nemmeno baciare, che se a Cuba balli il son come minimo devi essere un grande amatore. Ma faceva troppo caldo anche per quello. Invece la Rivoluzione la potevano progettare a tavolino, poi darla da eseguire agli altri. E quando sarebbe tornato un po’ di freschetto avrebbero ricominciato a giocare a pallone. Poi però la gente ci ha preso gusto e sono stati costretti a continuare.

Che dopo hanno litigato perché a Fidel piacevano i begli abiti, quelli di fattura italiana, con le cravatte di Marinella e le giacche di Brionj, e invece per anni a portare ‘ste mimetiche. E anche che  tutto il mondo aveva le magliette con la faccia di Ernesto e lui no, non se lo filava nessuno.

Ernesto dice che non è colpa sua se era più carino, sono le donne che fanno il marketing di queste cose. E che la storia di essere duri senza perdere la tenerezza l’aveva messa in giro Fidel per screditarlo, per far credere alle donne che lui fosse un mollaccione. Forse anche un po’ gay.

Insomma la Storia sta cambiando. Ernesto me la racconta in tutt’altro modo e io non posso che credergli. Di tanto in tanto si inalbera, quando metto un po’ in discussione le sue parole.

Mi chiama bambina, credo che sia per la differenza di età. O per la miopia. O forse è una tecnica per far vedere che lui non guarda le donne.

Ma non mi azzardo a contraddirlo. Adesso sto aspettando che mi racconti come sono andate davvero le cose a Baia dei Porci. E se mi autorizza anche a mettere le foto sul blog.

Comandante, stia tranquillo, questo è un posto sicuro. E’ in buone mani.

Nel frattempo quelli del programma di protezione speciale lo hanno ripreso. Hanno una maglietta con su scritto Casida de salud mental.  Ma Ernesto mi dice che è un nome in codice e non mi devo preoccupare. E mi faceva gli occhiolini come per dire: poi ti racconto il resto. E mandava bacini con la mano.

 

(lo so che due post nella stessa giornata sono troppi, ma Ernesto mi ha detto che oggi era il giorno che gli facevano leggere il blog, sennò poi deve passare un’intera settimana. Ciao, Ernesto)