Archive for the ‘e pistolario’ Category

(Happy) Birthday. Mi scrivo da lontano. Mi auguro cose belle. Desideri. Due o tre, basteranno.

aprile 24, 2013

(…) Potrei tacere, ad esempio. Saggiare il terreno con la punta.

Sentirmi nelle qualità di silenzio inesplorate. Sentirmi ancora in certi scrosci di sangue, come la notte, girandomi nel letto, che rimbombano nelle orecchie e mi fanno paura di morire.

Potrei restare in silenzio anche tutta la vita, non è l’assenza di suono che mi turba.

Parlo per crearmi una pelle. Non uno scudo. Una pelle, uno spessore. Un surrogato da toccare quando non mi si tocca la pelle.

Banalmente, è questo. Come un regalo. La confezione dono.

Ed è da sempre che pasticcio coi fiocchetti del dire.(…)

Come una lettera d'amore. O un film francese, che fa lo stesso.

dicembre 8, 2008

Ho voglia di dirti cose banali, fesse. Tipo: passami il sale, per piacere. Oppure: chiudi la finestra, che l’aria mi fa freddo.

Sentirmi in risposta cose simili, ben intonate.

O anche che al posto del sale mi passi lo zucchero e io allora dico: ohi, sveglia, questo è zucchero, e tu rispondi: i vasetti sono dello stesso colore, scema.

Poi sorridi.

E allora io dico: no, quello del sale è appena appena più scuro.

Tu rimarchi: sì, ma di poco.

E io concludo: beh, è vero.

Insomma, una roba così.

Che tuttavia se uno spettatore osservasse la scena dall’esterno, vorrei che andasse via con l’idea di aver visto un film d’amore. Tornasse a casa pensando di aver visto un film francese, quelli dove nel non succedere niente poi succede tutto e nel non dirsi niente si son detti anche il resto.

Poi direbbe alla sua lei: passami il sale, per piacere.

E lei ribatterebbe: stronzo, prenditelo da solo.

Ma dove cazzo l’hai messo il sale grosso?

Ce l’hai davanti agli occhi, rincoglionito.

Sicché lo spettatore – pensieroso – si direbbe che certe cose accadono solo nei film. Nei film francesi, per esempio. E che la vita vera è questa. La sua.

Quell’altra solo una finzione, un nulla.

Una specie di prigione. Dorata, ma comunque una prigione.

E noi a guardarlo da qui, dall’altro lato del film, dalla nostra pellicola.

Lui chiuso nella sua, di prigione. Rassegnato e triste.

E io invece no. E tu nemmeno. Noi, no.

Magari non vinciamo neanche l’Oscar. Neppure il premio della critica, niente di niente.

Va benissimo così.

J’ai ta main dans ma main.
Je joue avec tes doigts.
J’ai mes yeux dans tes yeux

انتفاضة

gennaio 8, 2008

Ti scrivo dalla fine del mondo, dal buco nero dell’universo, da questa landa desolata.

Ti racconto quel che posso.

C’è chi non capisce, chi parla per banalità, le solite stesse banalità che rimbalzano da un microfono all’altro di certi talk show o da un commento all’altro di certi blog, squallidi almeno quanto la televisione che ci rappresenta e che ci meritiamo.

C’è chi si veste da sociologo e politologo dell’ultim’ora e spiega, parla, descrive e spezza una lancia a favore di quel tizio o quella tizia, amici suoi, che lui li conosce, son brava gente, a dispetto del loro essere campani, differenziano la spazzatura, lo ha visto con i propri occhi, pagano le tasse per la raccolta, per tutto, pure il canone rai,  son proprio brava gente, certo non saranno tutti così, però dai, ce n’è di brava gente anche lì, ci sono stato, non m’hanno rubato il portafogli, mi hanno trattato bene, come una famiglia. Nemmeno li ho visti gettare i sacchetti giù dai balconi, sembravano normali, come noi.

Una volevo addirittura sposarla, ma non posso vivere lì e neppure voglio sradicarla. Lo faccio per il suo bene.

C’è quello che gioca al bastian contrario e ti risponde che sì, ma fino a un certo punto. Perché se vivi lì vuol dire che sei comunque e per forza di cose connivente, che sei quanto meno assuefatto a certe storie e allora in fondo te le meriti, perché non combatti, perché ti fa comodo il parcheggiatore abusivo, ci sono più avvocati che medici perché c’è più bisogno di farla franca che della buona salute, si laureano solo perché c’è disoccupazione e hanno tempo libero, ma in verità non c’è nemmeno la disoccupazione, è solo che nessuno vuole lavorare, vogliono la vita facile, e poi fanno troppi figli e non hanno nemmeno gli occhi per piangere e poi per forza, per forza devono buttarsi nell’illecito e intanto il Paese paga per tutti.

E c’è il bastian contrario del bastian contrario, che gli risponde: e poi? Se invece vengono qui? A rubarci il lavoro, a sporcarci, a marcirci, a imputridirci, a contaminarci? Ci hanno riempito fabbriche, scuole, università, seggi parlamentari, restino a casa loro, tanto ci sono abituati, una chitarra, un mandolino, sorridono sempre. E poi si fa una canna, un trip, un acido, arrivati chissà da dove, chissà come, roba buona, l’ho presa da loro, cazzo se è buona, come ce l’hanno loro, nessuno.

C’è chi si chiede quale sia il senso di una protesta così, devastante, di questo peggiorare le cose capovolgendo cassonetti in mezzo alla strada, incendiando, aumentando il degrado, ed è da qui, signora mia, che si vede che è gente senza dio, senza patria, senza appartenenza, che distrugge le sue stesse cose, le abbrutisce, che è senza grazia, rassegnata, sola con se stessa, che finge di pregare, di sperare, che si inginocchia davanti al sangue liquefatto ma poi dimentica tutto e grida che è stato dio a dimenticarla.

C’è chi non ama le polemiche e dice che sì, non importa, che in fondo questa gente va aiutata, questa terra va sostenuta, costi quel che costi, anche il doppio, anche il triplo, anche il tutto per tutto, anche più del tutto, ci pensiamo noi, siamo i poteri forti, siamo le istituzioni, abbiamo i controcoglioni, apportiamo le riforme strutturali, demaniali, epocali. Arriviamo, facciamo, interveniamo, ci impegniamo, decidiamo. Negoziamo, negoziamo. Negoziamo. Ne godiamo. Scompariamo.

C’è chi la fa semplice e ti parla come fossi un’idiota: ma perché non ve ne andate tutti? Tu perché non te ne vai?

E ti senti veramente idiota perché lo hai ripetuto tante volte il perché, ci credevi, lo sapevi il perché, che non è uno, sono due, tre, sono dieci, ma dopo tante volte ha perduto di senso, come una frase ecolalica che dopo un po’ non significa niente, ti ipnotizza, a me gli occhi, le orecchie, a me tutto quel che hai e in cambio niente. Ripeti un perché dietro l’altro e ti si sgretolano in bocca, amari, aspri, allappanti.

Ti scrivo perché non so dove andare, non posso andare e forse ho paura di andare, più di quanto ne abbia di restare.

Perché il male che ti appartiene lo conosci, lo fronteggi anche quando non lo puoi dominare.

A volte è il bene che non conosci a spaventare.

————

(di ciò che trovo scritto in giro, ho apprezzato molto, moltissimo, questo. e più dettagliato, senza alcuna forma di letterarietà, questo. e ancora questo, bellissimo, sul colore Sud.)

No Title

novembre 22, 2005

Perché vedi, il problema non sono i soldi. Non sono questi ultimi duemila e cinquecento euro che mi sono fatta spillare ieri sera. E nemmeno i  quattromila che ho dato fino ad oggi all’avvocato e che costituiscono solo un acconto.

Il problema non sono neppure gli altri mille che dovrò dare alla signora che curerà la consulenza tecnica d’ufficio e neppure quei sei o settecento che mi hai fatto tirar fuori per costringermi in una stanzetta a chiacchierare con due signore tanto gentili che alla fine si sono dovute arrendere all’evidenza dei fatti. Ti assicuro che non metto nel conto neanche quelli spesi per la fisioterapia dopo che mi hai spolverato la schiena.

Come ti dicevo, il problema non è economico. Arriverei a prostituirmi, se fosse necessario a farti sparire dalla nostra vita, in modo lecito e indolore. Lo farei con il massimo della dignità, come ogni cosa che mi appartiene.

E’ solo una questione di opportunità, di impiego corretto di risorse.

Sono abituata a pianificare e gestire budget di un certo spessore. In quello della mia vita tu risulti come voce in perdita, non riesco nemmeno a trovare la voce contabile esatta per definirti.

Con quello che mi hai costretto a spendere nelle ultime tre settimane io ci avrei pagato la scuola della bambina per i prossimi due anni, tutti i suoi controlli medici fino a dieci, i costumi per i saggi ginnici, le recite scolastiche, le vacanze. Non parliamo poi di quello che ho dilapidato negli ultimi anni.

Magari ci avanzava anche qualcosa per me e potevo farmi, che so, dei colpi di sole.

O dei massaggi per la pelle che comincia a cedere nell’interno coscia o sotto le braccia. E perché no? Passare un pomeriggio in libreria e riempirmi un cestino di emozioni e parole senza dovermi fare i conti in tasca.

Ma non è nemmeno questo il problema, credimi.

E’ che spendere tanti quattrini per mantenere il tuo diritto a esistere e a vaneggiare mi fa davvero perdere le staffe. E’ immorale.

Pago per entrare e uscire da studi di psicologi, psicoanalisti, neuropsichiatri in cui tu mi trascini e dai quali fuggi a gambe levate quando ti mettono alle corde, ti chiudono in un angolo e ti dicono che le tue sono pretese insensate. Quando ti chiedono di sottoporti a dei test e ti rifiuti.

Sai qual è il vero problema?

E’ che la tua vita vale molto meno di ciò che mi costringi a spendere, ma proprio molto di meno.

Vale molto meno di tutto ciò a cui mi hai fatto rinunciare in tutti questi anni.

Lo sai anche tu che vale così poco, altrimenti non l’avresti ridotta così, non ti saresti boicottato fino al punto di ritenere che distruggere gli altri possa essere l’unico motivo sufficiente per restare al mondo.

Più distruggi e più ti viene il dubbio di valere poco. Più te ne rendi conto e più hai voglia di distruggere. Indiscriminatamente.

La verità è che tu sei uno zombie, e più che darmi piccole noie, incubi notturni e conti da pagare non puoi.

Io non sono fragile come speri, e non appartengo nemmeno alla schiera di chi indossa il mantello della tolleranza e dice: nessuno tocchi Caino.

Certe volte non c’è spazio per la riabilitazione: il male si incancrenisce e non può essere sradicato. Il sistema chiede rieducazioni, terapie, riallineamenti, correzione dei comportamenti sociopatici. Ma io non sono il sistema, non posso sprecare ancora  la mia vita così, ad assecondare le tue bizzarrie.

Il mondo deve essere ripulito dalla merda e io mi sento in colpa a pagare per farti esistere.

Mi sento stupidamente in colpa, perché non ho altra scelta.

E quando l’ennesimo psichiatra ieri sera mi ha detto: signora, quello che mi stupisce è che lei non provi rancore né desiderio di vendetta, che non entri futilmente in polemica. Lei è talmente lucida e rigorosa, talmente pacata nei toni, talmente intelligente da schivare le provocazioni gratuite, talmente equilibrata da non farsene sopraffare. Stia tranquilla, signora, abbiamo a che fare con un idiota, con un demente totale, ebbene, io ieri sera ho avuto voglia di piangere.

Non un pianto di tristezza come mi accade altre volte.

Un distillato di rabbia.

Tutti quelli come te dovrebbero morire, lo dico senza rancore, senza attaccamento personale. Morire senza sofferenza, in un colpo solo. Una bella morte serena, di notte.

La vostra presenza è inutile, non serve nemmeno a rimarcare il bene per contrasto. O a rafforzare il carattere di chi vi subisce.

Oggi il cratere del Vesuvio è innevato e c’è una spessa coltre di nuvole basse e bianchissime. Potresti morire oggi e un giorno io scriverei una storia per nostra figlia.

Le direi: tuo padre morì nel giorno della prima neve…

E poi solo cose belle, così come si dice dei morti.

Lettera dal fronte di una domenica

ottobre 30, 2005

Cara sorella lontana,

sono giorni difficili e duri, ma tu che ne sai, tu. Tu. Della mia domenica a mangiare in solitudine, con la badante polacca che ha fatto sparire chissà dove l’apriscatole e io che volevo i borlotti mi trovo obbligata a preferire i cannellini, grazie all’apertura a strappo. Questa è la vita, che credi? Confusamente condizionata dalle circostanze. Per esempio.

Dovrei aver fame, l’orologio biologico mi situa già nel dopopranzo. Ma non ho voglia di mangiare, son giorni che mi nutro a spizzichi. Mi sdraio sul tappeto persiano dove mia figlia sbriciola flauti del mulino bianco e ne aspiro noncurantemente le briciole. O poco più. Al momento mi basta.

La scorsa settimana mi si è risvegliato quel dolore nella guancia destra, quel maledetto nervo facciale per il quale neppure il cortisone è sufficiente. Urlare di dolore non mi allevia. Te lo ricordi l’altra volta? Quando al mattino mi sono svegliata con metà faccia insensibile e priva di espressione? Questa volta non è stato così terribile, è durato meno. Tre giorni appena. Per curarmi ho cambiato il colore dei capelli, virandoli dal castano scompigliami tutta a un castano non c’è tempo. Sfumature sobrie, autunnali.

Del resto alcune cose sono superflue, come sterilizzare l’ago per le iniezioni letali dei condannati a morte. Non si può mai sapere, dici tu. Vabbè, prendiamolo per buono.

Con l’ottimismo residuale mi sono spalmata su viso e collo una maschera energizzante alla Palmaria Palmata che se ci rimetti il tappetto al contrario puoi usarla ben tre volte. Invece dei quindici minuti previsti l’ho tenuta su per trentasei, obbligando tutti i pori del viso a un esercizio aerobico high impact.

Dice il foglietto: la maschera energizzante risveglia, tonifica, illumina pelli spente e senza tono, aumenta la microcircolazione cutanea, la tua pelle ritrova vitalità e freschezza, è più soda, riprende luminosità e colore.

Se funziona te ne mando qualche bustina. Le useremo per farcire i tramezzini in tempo di dieta  emotiva.

Qui il tempo è buono. C’è nebbia al mattino e di notte, ma i giorni sono chiari e luminosi, troppo caldi per la stagione. Indosso calze a rete in cui si impigliano avanzi di parole. La sera le metto in fila per ricomporre il puzzle, ma ne vengono fuori solo cose come: miebbetertinereoraaleieaccia o nostandiquechevofronta o iavomiufa. Troppo poco per costruirci un boomerang e colpire un bersaglio mobile.

Passo le mie giornate per analogia, talvolta per similitudine. La mia vita ricorda un disegno fatto con i chiodini della Quercetti.

Tua nipote cresce bene. Ancora non è esperta della sottile arte di farsi dei nemici, ma la vedo di giorno in giorno progredire in altri campi. Legge libri esoterici adatti alla sua età, manuali di self-help illustrati. Coltiva in un vasetto che le ho regalato i primi semini di masochismo e menta rotundifolia.

Stanotte ho sognato che bevevo matè con quella strana cannuccia che mi hai regalato. Dalla bombilla venivano su liquido e frammenti di foglie marcite, nonostante il filtro dai fori minuscoli. Era chiaro che il sogno alludeva al fondo delle cose, al grattare in fondo alle pentole.

Questo mi ricorda che i fagioli si stanno attaccando e che devo lasciarti.

Hai vinto una scommessa, ricordi?, ti devo cinquecento euro. E’ un fatto di principio, i debiti si pagano. Ed è anche un fatto di onore. Ti pagherò con il prossimo stipendio o, se preferisci, con la collezione delle mie gastroscopie, che ha aggiunto nuovi e superbi esemplari alle precedenti.

Ti abbraccio con affetto.

febbraio 20, 2005

(missiva n. 3)

Mio adorato Andrea,

la tua lettera mi ha acceso di nuove speranze circa la possibilità di un nostro ricongiungimento. Hai ragione, cosa potrebbe fare il tempo se non accendere ancora di più il nostro reciproco desiderio?

Io ti aspetterò in eterno, però ricordati che giovedì prossimo vado dal dentista, alle venti, e che il 12 aprile ho un convegno a Londra…sarebbe davvero orribile se tu venissi e non mi trovassi, o se la casa fosse tutta in disordine!

Non me lo perdonerei mai.

Sappi che ti aspetto a ogni ora del giorno e della notte. Se però ti riesce cerca di farmi prima un colpo di telefono.

Per un attimo ho pensato di poterti sostituire nel mio cuore con qualcun altro, poi ho scoperto che stavo solo mentendo a me stessa: nel mio cuore c’è spazio solo per te. Al massimo posso sostituirti nel mio letto, ma questo non cambia la sostanza del nostro amore.

Come hai ragione quando dici che è la sostanza che davvero conta, anche mettendo la tovaglia nel terzo cassetto.

I nostri comuni amici continuano a chiedermi di te e di noi. Dopo tante lacrime sono stati finalmente felici nel sapere che finalmente hai capito di amarmi. Nicola ha sottolineato che la comprensione, senza essere seguita dall’azione, resta fine a se stessa, ma poi sono riuscita a fargli comprendere che è l’intenzione che davvero conta e fa l’uomo.

Vorrei che riuscissimo ad essere felici insieme. Credo che adesso sarei capace di non spiare più le tue telefonate dall’altro apparecchio e forse non ti cancellerei nemmeno i numeri di telefono dalla rubrica del cellulare. In fondo l’amore è una scelta di libertà, come hai cercato di insegnarmi in questi anni.

Amore vuol dire regalare libertà, e ora capisco che è proprio quello che hai fatto con me quando mi hai lasciato da sola e ancora di più quando mi hai fatto tagliare i fili del telefono perché fossi io a decidere di stipulare un nuovo contratto.

Avevo pensato di andare in vacanza in qualche posto esotico, ma mi è venuto il sospetto che saresti potuto tornare a casa da un momento all’altro, così ho deciso di soprassedere, in attesa di poter partire di nuovo con te per uno di quei viaggi emozionanti come solo i nostri lo sono stati, in cui il fatto di perdere sistematicamente il biglietto aereo, il passaporto e la visa era solo un modo per farmi vivere l’avventura, mentre io – che razza di stupida! – pensavo che fossi solo un terribile distratto.

Sto scoprendo il piacere della solitudine, anche grazie al fatto di non avere né il telefono né l’auto. La settimana scorsa, quando c’è stato lo sciopero degli autobus, sono rimasta a casa tre giorni in stato di totale isolamento.

La vita ha sempre da riservarti nuove sorprese, pensa che durante quei tre giorni è saltata la centrale elettrica del quartiere e siamo rimasti senza corrente. Se non fosse che erano finite le provviste in frigorifero non me ne sarei nemmeno accorta.

Ah, quanto è vero che la vita è fatta solo di stupide abitudini e che tu non sei che una di queste.

Ti amo in maniera paradossale.

                                                                                  La tua pulcina

                                                                                         Paola

febbraio 14, 2005

(missiva n.2) 

Cara Paola,

amore mio, padrona dei miei sogni e dei miei desideri.

Ho letto con avidità la tua lettera e poi ancora, lentamente, come centellinando una coppa di champagne.

Avevo pensato di tenerla con me sul comodino per rileggerla ad ogni passo che la nostalgia muoveva verso di me, ma poi, tutto sommato, ho capito che era meglio imprimerla nel mio cuore e buttarla nel cestino della carta straccia. Le tue sensazioni mi hanno colpito, sono le stesse che provo anch’io in questo momento.

Questa stupida storia dell’enciclopedia ha creato proprio un baratro tra noi. Io un’enciclopedia adesso non ce l’ho e non la comprerò nemmeno, ma se l’avessi e tornassi la metterei sul primo ripiano, te lo giuro.

Il fatto è che non ho ancora nemmeno una vera libreria e così tutto è ammonticchiato sul pavimento in attesa di una sistemazione definitiva.

Mi stupisco quotidianamente nello scoprire quanto sia cambiato in questi due anni trascorsi accanto a te: mi sorprendo in gesti e comportamenti che non mi sono mai appartenuti, in un nuovo sistema di valori – il tuo – che mi calza a pennello, esattamente come quel gilè di cachemere che mi avevi lavato in  lavatrice.

Ho scoperto quanto sia importante preparare la caffettiera prima di andare a letto. La mattina si risparmiano quei tre minuti che possono essere impiegati a scopi più proficui, per realizzare te stesso, come amavi ripetere.

Ma la vera conquista di libertà l’ho raggiunta nel momento in cui ho compreso che non aveva senso dimenticarsi sistematicamente di mettere la benzina in macchina, che tutto sommato, una volta fatto il pieno, lo ritrovi là.

Non è cosa da poco, è stato un pensiero improvviso che mi è scoppiato dentro, mentre tornavo a casa una sera. Sai, il mio nuovo appartamento è in collina e la macchina si è spenta proprio al principio della salita, a circa due chilometri. In quegli attimi, sotto la pioggia e senza ombrello, in piena notte, ho capito quanto valessero i tuoi consigli.

In questi mesi credo di aver davvero capito quanto conti per me. Se tornassimo insieme non spegnerei più le sigarette nelle tazzine da caffè, costringendoti a lavarle tutti i giorni. Ho scoperto addirittura che se le lavi ogni tre la tazza si aromatizza e il caffè è più buono.

Sto pensando sinceramente di tornare da te e magari potremmo tenere lo stereo nella stessa stanza del pc…massì, rompiamo ogni schema, lasciamo che la passione fluisca liberamente.

Il tempo ti ha dato ragione e continuerà a dartene per i prossimi anni: penso che una giusta riflessione sul nostro rapporto non potrà che farmi del bene e aiutarmi a maturare.

Io ti sono sempre fedele e so che anche tu farai altrettanto.

Aspettami, amore mio, prima o poi tornerò per stringerti tra le mie braccia. Sarà fra un giorno, un mese o dodici anni, che importa? L’unica cosa degna di essere presa in considerazione è  l’amore che provo per te e sta’ sicura che non sarà scalfito neppure dal fatto di riporre la tovaglia nel terzo cassetto.

Ti cerco nei miei sogni con la stessa frenesia con cui al mattino cerco le chiavi di casa.

      Tuo Andrea

febbraio 13, 2005

(missiva n.1) 

Caro Andrea,

da quando te ne sei andato questa casa non è più la stessa.

Passo da una stanza all’altra cercando di trovare le tue tracce, ma non ce ne sono. Sei proprio sparito, e con te sono andate via tutte le tue cose, che per due anni mi hanno tormentato, sparse senza ordine né coerenza nei posti meno adatti. Ora che non ci sono più mi mancano da morire le scarpe lasciate alla rinfusa nel bagno, le cravatte appese alle sedie e alle maniglie, i calzini sporchi vicino al letto, gli appunti disseminati come in una caccia al tesoro.

Adesso questa casa mi sembra estranea, ancora più estranea di quanto la sentissi all’inizio.

Perché in fondo la casa che uno si porta nel cuore è quella di mamma e papà, i mobili e la loro antica disposizione, i cassetti e le ante in cui nel tempo scopri cose nuove che qualcuno ha messo lì per riempire il vuoto lasciato dalla tua partenza.

La nostra casa invece non mi è mai piaciuta, sia che ci fossi tu, ancora meno adesso che sei andato via. In principio c’era qualcosa di esaltante. Il nuovo ordine che stavamo cercando di dare alle nostre cose, agli oggetti che ci portavamo dietro e a quelli acquistati di recente, fino a scoprire che di nuovo non c’era proprio niente, perché tutti e due perpetuavamo quell’ordine antico che avevamo appreso nei posti da cui provenivamo.

Il mobiletto del bagno, ad esempio. A casa dei miei io ero sempre stata la titolare dell’anta sinistra e in questa avevo fondato il mio piccolo impero: a nord il settore capelli, al centro le creme e al sud i belletti. Con grande sorpresa scoprimmo che anche tu avevi sempre gestito un’anta sinistra e nessuno dei due voleva capitolare a vantaggio della destra. Poi ci accordammo: tu ottenesti l’anta sinistra, ma io presi i due cassetti superiori del comò, rompendo il consolidato equilibrio al quale avevi fatto oltre trent’anni di abitudine.

Poi dopo poco, quando tutto era ormai sistemato, non c’era più sorpresa. Certo, in una casa in cui abitano due persone che hanno riprodotto antichi schemi è difficile trovare qualcosa di nuovo nel terzo scaffale della libreria. Cos’altro potrebbe esserci se non i dizionari e le enciclopedie? E io che sognavo di piazzare l’enciclopedia al primo ripiano! Ho visto case in cui le sistemano addirittura al quinto, con tutto quel che ne consegue: prendi la scala, no, basta una sedia, sì, ma togliti le scarpe o mettici almeno un giornale per non sporcare il cuscino…e alla fine quell’enciclopedia resta là dimenticata.

Invece tu sostenevi, nella logica del buon senso, che un’enciclopedia non è cosa che si consulti tutti i giorni e che il primo ripiano fosse uno spreco. Ma di fatto poi cosa ci hai messo sul primo scaffale? Tutta la collezione di romanzi in edizione economica che avevamo letto e straletto e certo non si usano tutti i giorni, e nemmeno a giorni alterni.

Forse sei andato via proprio per questo, perché avevamo fissato tutto entro righe e linee predefinite che non hanno lasciato spazio all’immaginazione e alla creatività. Può darsi che in questa smania di sistemare ogni cosa al posto giusto abbiamo incasellato anche i nostri sentimenti, finendo per credere che ad ogni azione corrisponda sempre una reazione, e sempre la stessa.

Mi chiedo cosa stia facendo tu nella nuova casa, se la tovaglia sia nel primo o nel secondo cassetto, che è quello giusto (e su questo non ci piove davvero!) o se tu abbia vinto questa battaglia ricorrendo a una strategia alternativa: niente tovaglia. O magari nell’ultimo cassetto, la piccola rivincita sul posto degli oggetti.

Tra parentesi, lascia che te lo dica, è assurdo spezzarsi la schiena ogni volta per prendere la tovaglia.

Ma magari hai risolto il problema mangiando tutti i giorni al ristorante, o a casa di qualcun altro.

Vorrei darmi da fare per cercare un nuovo appartamento, ma in questo momento mi mancano le forze e una qualsiasi novità mi sembrerebbe un tradimento alla nostra integrità e alla nostra storia d’amore.

Ti penso con la stessa costanza con cui riponevo i tuoi vestiti nell’armadio e mi illudo che tu faccia altrettanto.

Un bacio forte.

                                                                                                          Paola