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Quanto ti ho amato e quanto t’amo, non lo sai. E non lo sai perché non te l’ho detto mai.

maggio 7, 2017

Le città sono femmine. Lo sono linguisticamente, per ragioni a me ignote.

Ma ho la tendenza a pensarle come grandi amori, e siccome sono femmina anche io, mi diventano maschie.

Forse hanno ragione i francesi, che dicono le vieux Montréal o le beau Paris, cogliendo l’esatta sostanza.

Sono maschi e ti accolgono con un abbraccio o ti respingono con freddezza e mutismi. Sono maschi caotici, disordinati, come quelli che non cambiano il rotolo di carta igienica e spremono il tubetto del dentrificio dal centro.

Questa è la ragione per cui, quando mi scopro a essermi un po’ innamorata di Roma, mi parte il senso di colpa del tradimento per Napoli.

Come se Napoli fosse il grande amore, che dopo una vita di idillio devi lasciare, perché ti hanno combinato un matrimonio con un altro.

Un matrimonio non voluto, con questo tipo sboccato, rozzo, violento, arrogante e supponente. Che fin dal primo giorno mi ha fatto capire che nemmeno lui era tanto contento della combine, che era abituato a fare la bella vita, a incontrare chi gli pareva e quando gli pareva, e che non aveva voglia di occuparsi di me, se non per quel minimo di doveri coniugali imposti da contratto.

Così sono state liti, amplessi frettolosi e deludenti per i primi anni. Abbandoni e sfuriate. Equivoci e incomprensioni.

Per un bel po’ mi sono tenuta Napoli come amante, ma si capiva che non poteva durare in eterno. Napoli è carnale, esigente, reclama possesso e appartenenza. Così un po’ alla volta l’ardore è scemato. Non siamo diventati amici, no. Coltiviamo ancora una passione che arde ma resta silente, sopita per quieto vivere. Ci incontriamo sempre più di rado e per brevi momenti, prendiamo un caffè insieme e ricordiamo i vecchi tempi. Di tanto in tanto ci affoghiamo in una nostalgia di ciò che fu e fu brutalmente interrotto.

Credo che non ce l’abbia con me, non mi ha mai fatto pesare il tradimento subito. Ma un poco si è raffreddata.

Nel tempo il matrimonio con Roma è andato assestandosi, e un po’alla volta mi sono trovata accanto questo marito dal cipiglio imperiale ma con una vita tutta sua, fatta di affari a me ignoti, certo qualcosa di losco c’è. Tuttavia un po’ alla volta abbiamo iniziato a sorriderci. I suoi abbracci, un tempo frettolosi e rigidi, si sono fatti più dolci e frequenti. E io, dal canto mio, ho imparato un pochino a fidarmi e lasciarmici andare.

Anche la grevità, che inizialmente mi allontanava, col tempo ha fatto spazio ad alcuni tratti del carattere che non avevo notato. Cose minime, impercettibili, ma che lasciavano capire che le cose tra noi stavano cambiando. E che dipendeva anche da me lavorarci.

E’ un marito di quelli che ti lasciano molto tempo da sola, ti trascurano. Ti sprofondano in un mare di insicurezza e ti chiedi se dipenda da te, se hai la gambe troppo grosse, o pretese eccessive. O se ne hai bisogno come di una badante, in modo un po’ infantile.

Mi sono dovuta abituare.

Col tempo, ho capito che era il suo dono.

Mi aveva insegnato a crescere, a cavarmela da sola. Mi ha insegnato ad apprezzare l’indipendenza, che non è solitudine. La libertà, che non è mancanza di legame.

Di fatto era con me, anche quando non me ne davo conto.

Credo che mi abbia conquistato in modo sapiente e accorto, come se mi avesse studiato a lungo e avesse scoperto cosa poteva far breccia nel mio cuore.

Non erano oggetti o moine.

Ma tutti i giorni, come a un appuntamento segreto, si è presentato con un fascio di luce. Non era mai la stessa.

Se uscivo dall’ufficio, era un bianco accecante che riverberava ovunque. Se passeggiavo sull’Appia antica, mi inondava di piccoli arcobaleni, se mi trovavo sul Tevere erano grigi cupi e macchie di rosa. O rossi violenti.

Mio marito mi parlava con il linguaggio più seduttivo che conosca, quello che mi va diretto al cuore. Ha fatto in modo che uscissi a cercarlo, e sempre lo trovavo.

Non al bar con gli amici, non con altre donne. Ma era lì, ad aspettarmi sempre. A regalarmi sfumature dorate e piccoli venti tra i capelli. A stupirmi con ombre tremolanti e sprazzi luminosi.

Stasera ci siamo guardati a lungo.

Mi ha accompagnato dolcemente all’auto. E lungo tutta la strada continuava a trasformare tutto quel che passava sotto il mio sguardo.

Sotto casa ho parcheggiato e si era fatto di notte fonda. Ma era dolce, accogliente.

Gli ho sussurrato: ho scoperto di esserti legata, forse di amarti. Ho scoperto la tua bellezza sotto quella patina ostile. So che ci saranno giorni di pioggia e di freddo, che non porterai via le immondizie, che mi farai sempre disperare per le distanze. Lo so. Ma so che stasera, per come ti vedo, per la prima volta ho avuto desiderio di invecchiare con te.

Con le tue cicatrici, la tua sciattezza, la tua sfacciataggine.

Con la tua luce.

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Safe Area

marzo 28, 2017

Finché venne il momento in cui ci accorgemmo che le cose non sarebbero mai più state come prima. Di più: ci accorgemmo che quello che chiamavamo “prima”, di fatto forse non era mai esistito.
Il che, visto da un certo punto di vista, poteva anche rappresentare una forma di liberazione: liberi dal prima non ci saremmo più dovuti preoccupare del dopo che, convenzionalmente, è composto da un terzo di prima, un terzo di presente, un terzo di imponderabile e una ‘ntecchia di periodico.

Liberi dal prima, ci dicemmo, le cose sarebbero andate molto meglio: al mattino, ad esempio, allungando la mano e trovandoti al mio fianco, avrei potuto tirare a indovinare: chi tu fossi, cosa facessi lì, nel mio letto, vicino a me. Porre la domanda senza conoscere la risposta. Liberi dal prima, al mattino, avrei potuto essere ogni giorno una donna diversa. E tu pure, l’uomo alternativo.
Liberi dal prima a me si scatenava la fantasia delle piccole cose: potevo porre domande stupide, ovvie, senza rischiare di essere banale. Potevo addirittura porre decine di volte la stessa domanda senza timore di infastidire o ricevere un riscontro prevedibile e scontato.

Certo, da un altro punto di vista, le cose si complicavano. Privi di un prima toccava essere totalmente presenti e pronti alla novità. Poi però, a pensarci bene, visto che non esisteva un prima con cui fare paragoni, nemmeno poteva essere possibile la novità. Che, convenzionalmente, è composta al novanta per cento da elementi nuovi e inattesi. Ma poiché veniva a mancare l’elemento di paragone, cadeva automaticamente anche quello di innovazione.

Insomma, la faccenda non era così semplice come appariva al primo sguardo. Allora si stabilì una regola. Se uno per caso riconosceva qualcosa, qualcosa che era avvenuta in un altro tempo, doveva fare un gesto convenuto. Che so, fischiare in un fischietto, alzare una bandierina rossa, dire altolà. Insomma, una cosa qualunque.

La questione però non si semplificava. Perché la memoria, per quanto ci si possa sforzare, non è mai una cosa del tutto condivisa. Sicché uno fischiava e l’altro si chiedeva il perché, e ne seguivano interminabili discussioni: ma questa cosa è una replica o un originale? E nel tentativo di rimettere le cose in ordine si scivolava nel prima, che però siccome era stato abolito, alla fine si scivolava in un buco nero, in un’area indistinta, desertica, dove uno vedeva le oasi, però poi si avvicinava e non c’era più niente.

Allora si pervenne a una possibile soluzione.

Qualcosa, prima, doveva pur esserci stato. E se si era deciso di cancellarlo, andava in qualche modo sostituito. Si poteva inventare, costruirlo insieme, inserirci tutti i dettagli del caso. E poco importava che fossero reali o immaginifici. Stabilimmo dunque che un giorno, un giorno imprecisato di tanto tempo prima, avevamo perduto un figlio. Lo avremmo chiamato Stefano. Ce ne dispiacemmo molto.

Di fatto non era mai avvenuto, ma l’idea che fosse vero un poco ci confortava, ci faceva sentire più uniti. Un’altra volta fabbricammo il ricordo di quando avevamo trascorso le nostre vacanze in Paraguay. Della sera in cui non trovammo da dormire in nessuno degli alberghi della città e ci accomodammo sulla panchina di un parco pubblico, tormentati dalle zanzare e da un gruppo di musicisti ubriachi che non riuscivano a ritrovare la via di casa. E più dettagli aggiungevamo, più ci veniva da sorridere.

Una mattina, al risveglio, pretesi di essere Maria Callas. E tu no, non eri Onassis, e nemmeno Kennedy. Quella mattina eri Gianfranco Mirozzi, impiegato di banca prossimo alla pensione e impelagato in certe questioni di TFR e sindacato.
Posso aiutarla io, Mirozzi, dissi. Il mio primo marito mi ha lasciato una cospicua eredità. Poi mi accorsi che non esisteva un prima, e rimanemmo in attesa dell’intervento sindacale.
Ma tu eri così contento che quella stessa mattina andammo a fare colazione al bar. A mezzogiorno ero diventata Augusta de Lollis, maestra elementare alle prime armi. Tu Orazio Nelson, e non so dove volevi portarmi con la tua nave. Invece avevi solo una Clio ammaccata in una portiera.

Ogni mattina, come d’abitudine, la sveglia suonava alle sette. Ogni mattina dovevamo ricordarci di correre in ufficio. Fuori, fuori dalle pareti di casa, il prima continuava ad esistere, come se niente avesse potuto intaccarlo. La sera, tornando alle sette, non avrei saputo immaginare cosa potesse aspettarmi. Se anche fosse stata una routine, non me ne sarei accorta. Avevamo scoperto che il prima, quello che pensavamo essere stato un prima, non era mai esistito.

Prendemmo allora l’abitudine di redigere un diario. Ci annotavamo le piccole cose: oggi, martedì, abbiamo visto un film al cinema e mangiato cinese. Nei giorni a venire lo rileggevamo e poco a poco le cose riacquistavano un senso.

Le piccole cose, quelle apparentemente insignificanti, riempivano tutto il nostro mondo, lo ridisegnavano.

Il giorno che mi fermò la polizia per un controllo di routine, scorsi il diario a ritroso. A pagina nove c’era scritto: effettuata revisione auto.

Alla fine stabilimmo che non valeva più la pena scrivere e nemmeno darsi tanta pena per niente. Le cose andavano come andavano, e andavano bene. No, nemmeno bene. Andavano e basta. E tanto bastava.

La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

Ancora sul dettaglio. E sulla fotografia. Meno di un manifesto: un’affiche.

febbraio 28, 2017

Dal 1989 al 1997 ho scattato un numero impressionante di fotografie.

Intere scatole di provini, sviluppi e stampe, prima di passare alle diapositive.

Poi intere scatole di pellicola inquadrata nei suoi telaietti, bene allineati su un caricatore pronto a sparare sprazzi di luce e colore su una parete bianca.

Poi, d’improvviso, un rallentamento. Progressivo, fino al blocco totale, per un periodo lungo. Un rigetto.

Paesi visitati senza nemmeno portare la macchina fotografica, affidati unicamente alla memoria dello sguardo e della parola. Ricorrenze trascurate. Obiettivi oscurati. Una specie di iconoclastia.

Una totale incapacità a effettuare qualunque scatto e a darmi una spiegazione convincente di questa improvvisa inabilità.

In quel momento non sapevo che fosse in corso una crisi di carattere cognitivo, una rivoluzione che si sarebbe manifestata solo molto tempo dopo. Mi dicevo solo che la fotografia non era più adeguata a descrivere la realtà, che ne era solo una pallida riproduzione, frammentata. E che il frammento, lungi dal restituire, distruggeva, immobilizzava, uccideva.

In mezzo alla riflessione c’era il ricordo di Luis, un compagno di studi portoghese, architetto e fotografo, che un giorno si era lasciato cadere dal Colosseo Quadrato a Roma, durante uno shooting. Era sopravvissuto, rimanendo zoppo per sempre, e raccontando che si era trattato di un incidente.

Poi un giorno di molti anni dopo la caduta, in un improvviso slancio di sincerità, mi aveva raccontato tutta la storia. Che non era stato un accidente ma un tentativo di suicidio finito bene. O male, secondo i punti di vista. Perché la sua vita in quel momento era spezzata da troppi dolori e non riusciva più a tenersi dentro in una cornice di riferimento. Si sentiva un fotogramma, invece che una storia. E come fotogramma sentiva che non aveva senso.

Era una storia più grande di me, io avevo poco più di vent’anni e lui sopra i trenta. Ma al momento giusto è tornata su e l’ho capita. Quando mi serviva.

Nel frattempo mi raccontavo altro, incapace di arrivare al punto.

Per anni mi sono allineata sulla visione dei primitivi e della foto che ruba l’anima di colui che ne è oggetto.

Nel 2002 acquistai la prima macchina fotografica digitale, a Dubai. Ma solo perché costava poco e la mia Fuji analogica aveva deciso di abbandonarmi per sempre, dopo molti anni di onorato servizio.

La usavo poco, in maniera compunta, come se si trattasse ancora di un’analogica: risparmiando gli scatti e selezionando a monte, prima del clic, cosa fosse degno di essere immortalato e cosa no.

Ancora nel pieno della crisi cognitiva, per molto tempo ho usato il grandangolo, convinta che l’ampiezza della visione riuscisse a rappresentare porzioni quanto più ampie possibili di realtà e perciò stesso vere.

Ho impiegato anni per capire che nessuna fotografia, nessuno scritto, nessun verso rappresentano fedelmente la realtà. L’ho imparato di pari passo con altre cose che mi hanno reso possibile questa comprensione: che nessuna sentenza di tribunale rende giustizia alla verità, che nessun amore assorbe in pieno la profondità dell’esistenza, che nessuna fede, nessun credo posseggono la chiave della salvezza, che nessuna prassi, per quanto positiva, esaurisce la correttezza piena dell’agire. Potrei andare avanti per ore, su tutti i niente che ho imparato.

E’ stato un lento smantellamento di certezze che vacillavano, che si sgretolavano e mi lasciavano scoperta, nuda di fronte a una realtà disfatta, che mai più avrei potuto cercare di tenere insieme come un tempo.

Io stessa ero disfatta, screpolata, incapace di rappresentarmi a me stessa in una totalità.

Di me vedevo solo schegge, frammenti, ed ero incapace di tenerli insieme.

Come Luis, finalmente sentivo una sensazione credo molto simile.

Osservarli uno per volta, questi frammenti, riconoscerli e ricominciare a fotografare, è stato un tutt’uno.

Ho trasformato il mio modo di vedere, all’interno e all’esterno.

Qualcuno pensa che sia una bulimica dell’immagine. Una fotografa compulsiva, come spesso mi definisco per tagliare corto con chi – scherzosamente e incomprensibilmente – mi sottolinea quante fotografie scatti.

Ne scatto molte, moltissime. Mai abbastanza.

Ne scatto quanti sono i frammenti che riesco a scorgere. E all’interno dei frammenti ne scorro altri, più minuti, talvolta sfuggiti al primo sguardo. Come le scatole cinesi.

Quando ingrandisco le foto, grazie alla magia del digitale, specie le fotografie che non riescono a ricordarmi esattamente cosa stessi riprendendo, le fotografie apparentemente insignificanti, scopro in secondo piano oggetti o movimenti che erano sfuggiti all’occhio cosciente e che tuttavia avevano catturato in modo subliminale l’attenzione. Come messaggi sottili, segreti.

Ho imparato a concentrarmi sulle cose molto piccole. Di pari passo, come una ginnastica aggraziata di cui non senti il peso, grazie a una pratica graduale, mi sono ritrovata un occhio allenatissimo, capace di scorgere ombre, giochi di luce, sfumature, refusi negli scritti, distonie nelle voci, simmetrie e dissonanze nascoste, bouquet floreali, gusti inediti, parole soffocate in respiri troppo lunghi, alzate di sopracciglio. Non solo di scorgerli, perché forse ne ero già capace, ma di inquadrarli e fissarli, dare loro compiuta dignità di esistenza, senza lasciarli scorrere fingendo a me stessa di avere mal visto o ignorato.

Come se educare a dismisura un senso, lungi dall’assopire gli altri, li avesse coinvolti tutti in un nuovo progetto, in una nuova educazione possibile. L’educazione al dettaglio, di cui scrivevo giorni addietro, ma che in realtà è molto più che questo. E’ piuttosto un’educazione alla relazione, al modo in cui i dettagli si dispongono nel tempo, nello spazio, tra individui. E come formino, simili ai caleidoscopi, dei disegni sempre nuovi e sorprendenti. Mutevoli.

E come ognuno di questi disegni rappresenti esattamente la realtà.

Non quella che cercavo di catturare prima, squadrata e grandangolare, paesaggio da cartolina, ma la realtà del qui e ora, l’unica possibile dato il contesto, il frammento, l’osservatore e l’osservato. L’Eternità che è in ogni singola particella del Tutto.

Poi c’è stata l’epoca della postproduzione, del ritocco, che per anni avevo vissuto come un inganno, una menzogna.

Se nella mia idea disabilitante lo scatto uccideva il reale, fermava il momento e lo assolutizzava, il ritocco assomigliava all’imbalsamazione, alla tassidermia, al trucco imposto alle salme. Qualcosa di simile a quegli animaletti che sopravvivono negli alberi morti, e li abitano dall’interno costruendo gallerie e tane, rigonfiandoli all’inverosimile e trasformandoli in strutture bitorzolute, immensi termitai.

Credo che a liberarmi da questa visione sia stato un film, Departures, e la dolcezza della restituzione alla semplicità delle cose, alla possibilità di una bellezza anche oltre il confine della morte. Improvvisamente mi è sembrato che niente fosse più bello che cogliere un dettaglio e abbellirlo, farlo rivivere con uno sguardo nuovo, concedergli una seconda possibilità, una trasmigrazione nella memoria.

E’ così che mi sono appassionata alle foto d’epoca e alla loro trasformazione. Cercando di cogliere nello sguardo, nella postura di persone ormai defunte e scomparse un guizzo del loro desiderio. Di riportare in vita una pulsione segreta, mai espressa o un piacere perduto troppo in fretta. Di provare a offrire loro un nuovo destino.

Per molto tempo ho sostenuto che lo scrivere è la pratica del troppo pieno, dell’esubero, dell’abbondanza di sé che va riversato nel mondo e che il fotografare è invece la pratica del troppo vuoto e della necessità di incamerare l’altro, l’esterno. Quasi un modo di nutrirsi.

In parte ne sono ancora convinta.

In parte penso che ci sia uno scambio, un’ecologia della mente. Un modo dello spirito di riciclare e reimpastare, di riutilizzare parti spurie per rinnovarsi e rinnovare. Come un battito di cuore o un respiro. Come l’occhio che si apre e si chiude secondo la quantità di luce. Come la bocca, lo stomaco. La fame, i grossi bocconi e i morsettini.

Departures

Changing of the Seasons

febbraio 18, 2017

L’amante del dettaglio teme l’Amore, ma non lo sa. Questo è quello che dicono gli altri. Lo dicono sempre, e a volte finisce per crederci.

Il suo mondo si configura in liste, elenchi, punti da sviluppare, frammenti da cogliere, stralci di frasi, particolari di immagini, sguardi fugaci, timbri vocali.

L’amante del dettaglio si perde nei labirinti del particolare. In fondo è un collezionista, dicono gli altri, ma non sa nemmeno questo. E il dramma del collezionismo è l’incompletezza della collezione.

Le collezioni sono dei sottoinsiemi di insiemi più ampi, si espandono nell’Universo come le galassie. E poco importa che le teorie cosmogoniche e la scienza ci raccontino che l’Universo sia finito. O infinito. Poco importa, davvero.

Noi amanti del dettaglio ci muoviamo lungo i bordi, nelle periferie dei luoghi e dell’Essere in cerca di quel limite estremo oltre il quale non trovare nulla. O trovare la chiave, la soluzione, il Tutto. Ed entrambe le prospettive sono terribili: la prima metterebbe fine alla ricerca, la seconda le spalancherebbe l’angustia di un procedere infinito.

L’amante del dettaglio non ha scampo, è sempre in bilico su questo osservare incessante, su una catalogazione che sfugge alle etichette, sull’attribuzione corretta del senso, sulla familiarità delle cose che incontra, sulla loro totale inconoscibilità. Si appassiona a un bottone, a un polsino, alle venature di una foglia, alla luce che gioca su un ricciolo, a un capello caduto sul revers di una giacca, a un verbo inusuale, a un aggettivo fuori posto, a una dissonanza. L’amante del dettaglio paga simmetrie con irregolarità e dimentica il resto alla cassa, separa le immondizie con smisurata cura e dei sogni ricorda i colori. Trastulla l’attenzione con minuscoli segni, ad altri invisibili, riconosce un odore ma prima che si accorga che sta bruciando l’arrosto si è già perduto nel suo catalogo di ricordi di odori.

L’amante del dettaglio è distratto,  dicono tutti.

Ma posso assicurarvi che non è vero, è solo concentrato sulla forma mutevole di tutte le cose, inciampa per guardare il disegno che ora fanno le nuvole e la luce d’inverno. Nella sua testa c’è un orto botanico, una collezione di ali di farfalla, il fremito sottile di quella piuma che toccò da bambino, una filastrocca di parole allitterate senza alcun senso apparente ma belle a sentirsi. L’amante del dettaglio non ha freddo e non ha caldo, ma la pelle d’oca che sale dal braccio sinistro e una piccola arsura e gocce che imperlano il collo e scivolano sul petto e rotolando si raffreddano e poi incontrano un neo, di cui sentono il bordo. E quando parlano con uno che ha il nodo della cravatta troppo stretto vorrebbero allentarglielo e deglutiscono a fatica, almeno fino a quando non vengono distratti da quel piccolo, impercettibile mutamento della voce dell’altro. Agli altri dicono: ho freddo, ho caldo. Ma non significa niente, è solo per intendersi.

L’amante del dettaglio ha paura dell’Amore, si è detto. Ha paura di questa forza che unifica e cancella le distinzioni, che getta tutto in una massa indistinta, dai contorni sfocati. Questo è quanto dicono gli altri, ma lui non ci crede e continua ad amare con convinzione la goccia di cera che rapida scivola lungo il fianco della candela e con l’aria fredda, lontana dalla fiamma, si solidifica e resta ferma, immobile, Per essere ancora riplasmata dal calore della mano, dai polpastrelli che imprimono nuove forme. Sempre, incessantemente.

E poco importa di quel che dicono gli altri.

L’amante del dettaglio ha una riserva di bellezza segreta, talmente ampia da non accorgersi del resto. E perde il senso, i sensi, perde tutto e costantemente lo ricombina. Come pensa che debba essere l’Amore. Minuto e imperfetto, somma infinita di piccoli gesti.

 

Passare di fianco alla bellezza.

novembre 20, 2016

Pensavo dunque ieri pomeriggio – introducendomi rapita in una piccola galleria del centro dove esponeva Lena Salvatori, artista minuta, un’età indefinita e in ogni caso mal portata, con una capigliatura a metà tra boccoli e dreadlock, dei quadri ad olio di paesaggi di una tale potenza risucchiante e introspettiva – che vorrei essere ricca solo per portarmi a casa certi frammenti di bellezza che costantemente intravedo e che mi struggono il cuore.

E di lì pensavo dunque alla bellezza, alla possibilità di fruirne in maniera contemplativa o rapace, e mi dicevo che il non essere ricca mi proteggeva da questa seconda modalità che, spogliata da ogni considerazione filosofica, si riconduce a un mercimonio, a una reificazione di tutto quel che esiste.

E pensavo allora all’artista, una figura che mi induce a un misto di ammirazione e compassione, che mi immagino sballottato, in bilico tra la sua vis creatrice, sofferta e insopprimibile e il suo bisogno di tenersi al mondo e mangiare, bere, sostentarsi come noi comuni mortali e quindi all’arte come possibilità reale di darsi a questo mondo con il duplice scopo di nutrire ed essere a sua volta nutrita, con modalità opposte che a questo punto mi creavano confusione, come sempre, nell’incapacità di mettere a fuoco le priorità, gli istinti.

Ed è una cosa, una diatriba dalla quale, con me stessa, non riesco mai a uscirne.

Sono sensibile alla bellezza.

Non alla perfezione lampante.

A quella bellezza che resta segreta, marginale, che devi andarti a cercare. Che si tratti di persone, oggetti, e pensieri. Sensibile a certi giochi di luce, di parole, al modo in cui le persone abitano lo spazio, sensibile a gesti minuti, a dettagli che riassumono e spiegano. Sensibile a forme inattese che si rivelano dove meno te lo aspetti, talvolta ammantate di simmetria, altre di dissonanze.  Sensibile a tutte le voci che dentro di me, quando toccate, iniziano a parlare o a tacere.

E da lì spostavo la riflessione all’amore, al modo in cui ci si dà agli altri e se ne gode, che assomiglia moltissimo, nella doppia possibilità di contemplazione e appropriazione, quel senso del possesso che tarpa le ali, quella sensazione di incompiuto al non poter disporre, mordere, succhiare, tenere stretto. Ma questo lo lasciamo per un’altra volta,  sebbene tutte le cose funzionino allo stesso modo, questo so per certo, e parlare d’una racconta e illumina le altre, le chiarisce, le spiega.

Pensavo allora, con un’arroganza apparente, un po’ socratica, che gli artisti dovrebbero regalarmi le loro opere, per il solo fatto che le apprezzi in questo modo. Che se fossi stata la pittrice di ieri, o di altri giorni, incontrati per caso sulla mia strada – ammesso che un caso esista, e io non ci credo veramente – direi: scegli, portane a casa uno.

E lì, forse, si assisterebbe alla vera presa d’atto, la messa in discussione: prendere un pezzo o lasciarlo? E se prenderlo, prendere quale? E magari accorgersi che il solo frammento, staccato dal tutto, perde la sua potenza, e rinunciare alla volontà di appropriazione. O prenderne uno, uno soltanto, quello che più parla a me, al mio cuore e dire: questo. Questo che mi restituisce a me stessa, che mi rende una parte di me sconosciuta, taciuta, vulnerabile o forte. Questo, mi incarti questo – ed è possibile incartare la bellezza senza che questa abbia a risplendere fuori, a straripare, a ricondursi alla sua stessa sorgente? – e arrivando a casa disporlo in qualche luogo atto con il rischio di vederlo mutare, privato dal contesto?

Come i figli, pensavo. I figli che abbiamo messo al mondo, plasmato, in parte, nutrito, aiutato a espandersi. Quei figli che ci uccidono, ci rinnegano, che temono la radice e la similitudine, salvo poi ricercarla quando tutto è perduto.

E poi ancora, pensavo, perché questo non mi accade con tutta l’arte, con tutte le forme di bellezza? Mai, chiederei a uno scrittore di darmi gratis la sua opera. Né penserei di portarmi a casa un attore o un cantante. Lo farei con i quadri, le statue, le foto, forse questo dipende dal modo stesso in cui si ha percezione delle cose. Per la parola mi accade solo con la poesia: i poeti non dovrebbero vendere le proprie parole.

So che quando vado in giro mi frustro.

In alcuni musei sono pervasa dalla tentazione di rubare.

Lo farei davvero, se non avessi timore di essere scoperta?

Molti anni fa, andando in giro con un amico scrittore che voleva  scrivere un racconto in cui si parlava di furti di quadri, mi intrattenni a lungo con un custode di Capodimonte sui sistemi di sicurezza, con domande così precise da fargli temere, ridendo, che stessi progettando un colpo.

E mi sentii rispondergli: giammai, non ruberei nemmeno un libro in biblioteca, la bellezza è di tutti, a disposizione. E mai seppi, dentro di me, se era risposta vera o tutelante, di cortesia.

Penso ai collezionisti e mi chiedo: sono animati dal mio stesso senso di bellezza? O è qualcosa di più simile al don Giovanni? O io stessa, se potessi, sarei a mia volta un don Giovanni?

Mentre guido penso, è per questo che mi piace guidare: in una bolla spaziotemporale dove il gesto è automatico e il pensiero fluisce, lo sguardo indugia in diverse forme, vago e focalizzato a un tempo.

Mai nessun posto, come questa città, ha generato in me una tale fame di bellezza, mai soddisfatta, una tale fame d’amore, una totale assenza d’appartenenza spicciola, una simile apertura al Tutto, una solitudine immensa e piena, massacrante e sublime. Un tale entrare e uscire dalle cose, essere esposta al bello quasi in maniera nauseante, una bulimia dello sguardo, un’incapacità di possedere, una smania bramosa di conquista, il caos.

Gli artisti dovrebbero vendere le cose? O farne dono pieno? Essere al mattino impiegati e travet, e alla sera perdersi nella sconfinatezza dell’anima? Sentirsi creatori o dispensatori di un dono che viene da più lontano – e in questo caso, da dove, esattamente? – da elargire senza voler tenere, senza alcuna forma di guadagno formale?

L’artista ha in sé una cupidigia simile, speculare a chi lo acquista: baratta bellezza in cambio di vita pratica, sogni in cambio di bollette.

Da sempre, l’arte mi affascina e mi inquieta. Penso a Van Gogh che coi suoi quadri pagava il conto del macellaio, al gruppo di artisti che tra Olanda e Belgio si offriva da bere e da dormire in cambio di schizzi, tele. A una possibile economia di baratto, che offra bellezza in cambio di servizi.

Penso ancora all’Olanda, dove un mio amico mi racconta della facoltà di concedere opere d’arte al cittadino, per un tempo, per la contemplazione solitaria, prima di restituirle al museo. Per potersi un poco strusciare al Bello, come un amplesso lontano dalla vista degli altri, fino al punto di comprendere che l’amore va espanso, accresciuto nel contatto col mondo, arricchito.

Penso e mi perdo.

La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

novembre 13, 2016

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Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

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Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

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Eros e Trikos – una storia d’amore e di capelli.

giugno 22, 2016

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C’è sempre un punto di inizio, una cosa che dà origine a tutte quelle che seguiranno.

E una volta che capisci da dove hanno preso le mosse certe vicende, è più facile interromperle. O anche perseverare. Ma questa volta con maggiore attenzione al dipanarsi e alle conseguenze.

Quando impari da dove tutto è cominciato, riesci a osservare la struttura dall’esterno. Talvolta a modificarla, studiandola attentamente.

Mia madre aveva paura. Aveva paura praticamente di tutto: del sole, della pioggia, delle malattie, dei cani, del sesso, di mio padre, dei terremoti, del mondo, di sé stessa.

Ora apparentemente tutto questo non dovrebbe avere relazione con la mia ossessione per i parrucchieri, ossessione che, si badi bene, nulla ha a che fare con la frequenza delle mie visite ai saloni di coiffure bensì con il modo esatto con cui mi relaziono al parrucchiere. Ai parrucchieri.

E invece esiste una relazione molto stretta, legata alla paura, una paura ereditata con il dna, con i gesti, con le forme del vivere e il bisogno profondo e coesistente di affrontare e minare il terrore del cambiamento per riuscire a trasportarsi altrove.

Avevo da bambina dei capelli lunghi e bellissimi che sfioravano la vita, per lo più stretti in due trecce lucide.

Li ho portati fino all’inizio delle scuole elementari, quando cominciai a soffrire di una tonsillite recidivante. Mia madre era convinta che l’igiene personale, le lunghe abluzioni, l’asciugatura dei capelli lunghi, che trattenevano umidità e freddi, avessero un ruolo preponderante nel protrarsi della malattia, e quindi si decise che avremmo sacrificato tutta la chioma per ridurre al massimo l’esposizione all’agente patogeno.

Avevo sette anni quando persi trecce e frangetta e mi accomodai su un taglio che mi avrebbe poi accompagnato per la maggior parte del tempo della mia vita a venire: i capelli alla maschietto.

Non esiste cosa più terribile – quando non sia frutto di una scelta personale – avere i capelli alla maschietto nell’età adolescenziale, alla comparsa delle prime forme della femminilità. In quell’epoca avevo i capelli lisci lisci, pesanti e untuosi. Credo che facesse parte del pacchetto ormonale, insieme a un cospicuo numero di brufoli, ai peli sulle gambe e a quel fetore caprino  che annuncia l’approssimarsi di un adolescente nel tuo raggio di azione, aspetto di cui sono rimasta totalmente inconsapevole fino al giorno in cui mia figlia è diventata adolescente e dentro di me si è accesa come una piccola spia di vergogna all’idea del tormento che mio malgrado infliggevo al prossimo.

Con una madre che aveva paura delle malattie e delle febbri, tutto questo peggiorava.

Ricordo di mesi di raffreddori e sciampi a secco. Che se in un primo momento pareva dare ricetto a tutta l’untuosità, nel tempo trasformava qualunque chioma in stoppa biancastra. Ricordo la forfora. Ricordo una serie di disgrazie che nel corso della vita non si sono mai più ripresentate e che hanno reso profondamente infelice il mio passaggio all’età giovanile.

A volte, nel pieno di un accesso febbrile o di una bronchite, mi lavavo i capelli di nascosto, come la cosa più trasgressiva che potessi fare.

E’ talmente difficile spiegare l’ambivalenza di questo gesto apparentemente normale: era il filo del rasoio, il crinale tra la trasgressione e la punizione. Era la libertà e il dramma. Perché se fosse aumentata la febbre o la tosse, la preoccupazione materna si sarebbe trasformata velocemente in terrore e poi ira. E l’ira di mia madre aveva i toni delle ire bibliche, quelle che fendono il mondo e le rocce e ti lasciano nudo e sanguinante.

Ci sono bambine che reagiscono alle invasioni della sfera fisica, personale – da parte di genitori troppo ansiosi – diventando adolescenti ribelli, anoressiche, drogate, promiscue, alcoliche, maniacali o chissà cos’altro.

Io no.

Io reagii trasgredendo su tutto quello che riguardasse i capelli.

All’inizio fu dura. Erano piccole trasgressioni: non potevo tingerli, non potevo arricciarli con una permanente, non potevo illuminarli con mèches.

C’era un divieto assoluto, e soprattutto non ne avevo i mezzi economici.

Però potevo tagliarli, potevo tagliarli quanto volevo, come volevo. Era la piena disponibilità del mio corpo.

Ero tondetta e non potevo mettermi a dieta: le invasioni della sfera personale passano molto attraverso il cibo. Noi del Sud siamo gente di tavola, siamo gente che l’amore lo impiatta, lo sfiletta, lo abbonda nei condimenti, lo bissa, lo riscalda e te lo ripropone per cena,  lo farcisce, lo stufa.

Non avevo controllo sul mio corpo, su quello che entrava attraverso la mia bocca.

Questo lo acquisii più tardi, iniziando l’Università e cominciando a mangiare alla mensa, dove potevo scegliere il come e il quanto. Dimagrii all’Università e non tornai mai più tonda, se non per ospitare mia figlia.

In compenso  avevo controllo sui capelli. Sperimentai tagli corti, tagli medi, tagli asimmetrici, rasature di ogni tipo, parrucchieri da donna e barbieri. Per anni fui la modella di chiunque volesse esercitarsi a sperimentare forme ardite. Tutto. Tutto tranne colorare e riflessare. Molto dopo, ripensando a tutto questo, mi è venuto da sorridere: quasi come un apprendistato erotico, tutto dedito al preliminare e girando intorno al vero desiderio, quello per cui non si è pronti e si ha timore, quello per cui si ostenta un meccanismo di sfida sfacciata ma solo perché si sa che per cause esterne la sfida non potrà essere condotta fino in fondo, che qualcosa dall’esterno si interpone e in fondo ci protegge.

Non ricordo  la prima volta in cui ho colorato i capelli, così come non ricordo la prima volta in cui ho fatto l’amore. Ero adulta, in entrambi i casi, e totalmente spaventata. Così spaventata da aver osservato i due fenomeni dall’esterno, come dall’alto, senza alcuna forma di partecipazione emozionale. Di fatto ricordo precisamente i luoghi e i modi di entrambi,  dei dettagli situati esattamente trent’anni fa e di cui non ho alcuna traccia emotiva, se non la memoria, situata in qualche luogo all’altezza dello stomaco, della paura di essere lì in quel momento, e della scelta di anestetizzarmi per non esserci completamente.

Da allora è accaduto di tutto: sono stata nero corvino, bionda, castana, méchata, brizzolata, permanentata, allisciata, cheratinata. Ho sperimentato tutte le innumerevoli possibilità del rosso, ho gocciolato henné su teli da spiaggia, spiegandoli come una sacra sindone, ho decolorato, decapato, glossato, ritonalizzato.

I miei parrucchieri, tranne sbiaditi e rarissimi casi, sono stati uomini.

Di tutti ricordo i dettagli, i modi, la ritualità. Come i baci, le parole e le idiosincrasie di chiunque abbia amato.

Ce n’era uno, l’ho frequentato per qualche tempo, che era un musicofilo: con  cura sceglieva la musica da abbinare a ciascuna cliente. Mi faceva dei colpi di luce sul ciuffo che mai più nessuno è stato in grado di replicare. Una volta, nel pieno della relazione, quando potevo concedermi già qualche confidenza, mi presentai con il Concierto de Aranjuez, un’altra volta col Bolero di Ravel.

Ma il punto di massimo godimento lo raggiungemmo su un intervento che durò un paio d’ore, per il quale scelsi Keith Jarrett e il Koeln Concert, che alla fine del trattamento gli regalai.

La nostra relazione terminò a causa dell’intervento della sua consorte, che in uno dei nostri incontri ai quali pacificamente assisteva dalla cassa, mi avvicinò privatamente per propormi un servizio di colorazione pubica che riprendesse le medesime nuances del capello, che avrebbe effettuato lei stessa in una saletta defilata del salone, proposta che mi lasciò turbata e scandalizzata a un tempo, lasciandomi intravedere una familiarità mai sollecitata e la possibilità che nel tempo la nostra relazione si trasformasse in un ménage à trois ma, quel che è peggio, che saremmo finiti a trattare i capelli con il sottofondo di Eros Ramazzotti o chissà chi.

A un certo punto della mia vita lavorativa mi trasferii a Milano. Si era al principio degli anni Novanta e Milano era ancora tutta da bere e pettinare.

Lavoravo e vivevo in pieno centro, a pochi passi dal Duomo.

Il mio ufficio era proprio di fronte al Cenacolo, che non visitai mai, preferendogli, nell’androne di un cortile di fianco, un salone di bellezza molto lussuoso. Erano i favolosi anni Novanta, la crisi era lontana e certi lussi ancora alla mia portata.

Quando approdai nel salone la mia cadenza mi tradì all’istante e il parrucchiere, originario calabrese ma ben camuffato, mi raccontò che aveva clienti – clienti peraltro notissimi di cui non farò nomi ma che all’epoca erano sicuramente tra i più ricchi di Napoli – che gli erano talmente affezionati da muoversi in aereo per andare da lui a farsi tagliare e pettinare, uomini e donne. L’intera famiglia, nipotine comprese.

E io pensavo all’idiozia del riaffrontare un viaggio aereo di ritorno, con l’aria pressurizzata che ti ammoscia tutta la messa in piega, e mi dissi che era una bufala e che stava lì a millantare per giustificare con me la salatissima parcella da primario tricologico.

Solo che anni dopo, molti anni dopo, questi signori ricchissimi che nel frattempo erano leggermente caduti in disgrazia, io li conobbi. E dopo due o tre incontri decisi di appurare la leggendarietà del racconto, scoprendo che invece era vero e che forse, sotto sotto, un poco della disgrazia economica in cui si erano imbattuti, forse pure se l’erano meritata con questo spendi e spandi incontrollato per due bigodini e un poco di lacca.

In quel periodo ero nella fase del fai da te, che è tornata spesso negli anni, dipendente non tanto dall’aspetto economico, ma dalla precisa volontà di operare direttamente sul mio corpo, unica artefice della trasformazione, come quando da sola mi bucai i lobi delle orecchie per dimostrare a me stessa che non avevo paura del dolore e poi diventai bianca bianca fin quasi a svenire: indossavo un henné aranciato da fricchettona, che a Milano, dove mi occupavo di tessili pregiati, insieme a noti economisti e magnati giapponesi, non era ammissibile. Così decisi di rivolgermi a un professionista  per tornare a una castana sobrietà. Scelsi lui, per praticità. Nella pausa pranzo.

Lo scienziato esaminò con cura la chioma, la passò attraverso dei macchinari e delle lenti per analizzare le squame, strappò un paio di fili che depositò su un vetrino con un reagente e alla fine dell’anamnesi tirò fuori la diagnosi e anche la possibile cura: era un intervento delicato, delicatissimo, con un’ampia possibilità di insuccesso.

Se le cose fossero andate bene, sarei diventata castana.

In caso di fallimento, invece, i capelli sarebbero diventati totalmente verdi e non ci sarebbe stato nulla da fare se non tagliarli quasi a zero. Che la cosa non dipendeva da lui, ma dalle mie possibili reazioni e che comunque era un intervento che non poteva essere fatto su due piedi, ma andava programmato.

Sfogliò l’agenda e mi accomodò per la settimana seguente, salutandomi non privo di indicazioni e di una costosissima terapia da seguire a domicilio, fatta di lozioni acide, sciampi neutri e cose così, in modo da rendere il capello non so più se molto arido o molto idratato e permettere al reagente di attecchire e decaparmi tutta. Decapare è una parola che mi ha sempre fatto pensare alla ghigliottina e alla Rivoluzione Francese, al perdere la testa. Che in fondo forse era quello, in una forma simbolica e meno drastica.

L’intervento durò circa tre ore e lasciò tutti con il fiato sospeso, per l’ansia. L’odore del reagente era simile a quello dello sverniciatore del legno, con esalazioni mefitiche che mi fecero lacrimare gli occhi e mi irritarono per giorni il cuoio capelluto, ma alla fine dell’operazione ero salva e castana.

Mi felicitò tutto lo staff, le infermiere, i portantini, come per essere scampata a una malattia mortale. Pagai di buon cuore l’onorario del chirurgo e finalmente Milano mi accolse come meritavo: una castana signorina ammodo che andava alla Scala, a Brera, ad ascoltare il jazz, i fine settimana a Portofino e gli aperitivi ai Navigli.

Adesso molti penseranno che io esageri, che in fondo tutte le donne di tutto il mondo esercitano un’innata cura per la propria capigliatura e che non ci sia nulla di strano in questo mio smodato interesse, come non ve ne sarebbe laddove spostassi l’attenzione ad un altro dei tipici feticci femminili, le calzature.

Mi rincresce sconfermare questa semplice e riduttiva visione del mondo, ma non posso altrimenti, e la ragione per cui l’argomentazione mi riesce estremamente facile per lo smantellamento di questa ipotesi è che nel resto del mondo le donne operano sui propri capelli al fine di valorizzare la loro femminilità e bellezza, ungendoli con burri e oli, setificandoli, coprendoli ove richiesto per non suscitare brame incontrollate nel maschio, sacrificandoli e  offrendoli in dono alle divinità, lasciandoli allungare per occasioni importanti quali il matrimonio e altri riti di passaggio.

Nel mio caso la cura spasmodica del capello non hai quasi mai coinciso con la miglioria estetica, ma piuttosto con una subdola mortificazione della carne.

La chioma come un cilicio, eterna punizione per avere ormoni, curve e desideri.

In un’altra epoca sarei stata una santa, una Teresa d’Avila o una Giovanna d’Arco, chiusa in convento a sciorinare odi al Signore per addomesticare ogni sorta di passione terrena o ardita combattente in nome della Fede.

Nel mio caso la cosa procedeva sotterraneamente, senza offrirmi né l’una né l’altra possibilità, ma solo uno sconcertante panorama di ricci,  che nel ricordarmi la mia natura, si alleavano con i sotterranei moti del mio cuore, sì che non appena mi distraevo un attimo, pretendevano, da me e da altri, attenzioni e tutto il resto.

Le mani tra i capelli. Le mani altrui tra i capelli, per esempio.

Come spiegare che è una delle cose che amo di più e alla quale ho rinunciato per non soccombere a me stessa? Se Sansone aveva la sua forza nei capelli, nei miei si annidava la mia debolezza. Tagliavo per non cedere, per mimetizzarmi. Per confondere i miei desideri.

Erano anni in cui cedetti anche le forme, per quanto possibile, in cui provai a essere invisibile, bidimensionale. Gli anni della paura, che si presentava ogni volta che qualcosa sembrava piacermi, piacermi così tanto da portarmi oltre me stessa, in un altrove che mai avevo sperimentato.

A volte il pericolo ama i travestimenti, i depistaggi.

Convinta che il Male fosse tra i ricci, lasciai il collo scoperto per anni. Fragile, bianco, vulnerabile.

Con la convinzione che fosse insensibile.

E invece il pericolo si acquattava lì, alla base della nuca, dietro le orecchie, lungo i tendini, percorreva lo sternocleido-mastoideo, saltellava tra l’atlante e l’epistrofeo.

In altre parole, ero femmina, e non ci potevo fare assolutamente niente. E quel che è peggio, ero una femmina ipersensibile.

Uso il passato per difendermi, come un ulteriore armatura, come se allontanando la definizione non ne venissi più toccata, come se la cosa non mi appartenesse. Ma non è così, lo so bene. Mi piace ignorarlo, come tutte le cose che turbano la quiete.

Ho avuto anni di tregua, anni in cui ho vissuto lontano, in climi molto umidi che mi facevano dimenticare i capelli. Erano morbidi, sinuosi. Come lo ero anche io, lontana da certe forme dell’apparire e dell’essere. Ero giovane, non avevo ancora imparato la difficile arte del decondizionamento e dell’asciugatura casuale, dello spettinato esistenziale. E che mai maneggerò con la sufficiente maestrìa.

In quegli anni ero in pace con tutto, con le ambizioni e le vertigini del cuoio capelluto. Scorreva il tempo in modo lieve, senza sensi di colpa, fluttuante. Senza necessità di doversi ancorare a nulla, come accadde in seguito.

Non ebbi amori né parrucchieri, ed ero felice.

Poi la mia vita tornò ad assestarsi, stabile e stanziale. Conobbi la provincia e la grande città: in una vivevo e in una lavoravo.

Per molti anni vissi la follia del barcamenarmi tra più relazioni, contemporaneamente: alcuni li vedevo il sabato mattina, più o meno vicino casa; altri li incontravo nella pausa pranzo.

A tutti mentivo, spudoratamente. Il parrucchiere, come un amante, richiede una fedeltà sciocca e ignobile. Proprio come quegli uomini che tradiscono la moglie e poi ti tormentano con insensate scene di gelosia e di possesso.

Non avevo scelta oltre la menzogna: a Gaetano raccontavo che mi era toccato un matrimonio in altra città, ad Alberto che ero stata in missione all’estero, a Michele che avevo ricevuto in dono un buono prova.

Ho mentito per anni, senza vergogna. Pagavo, e tanto mi bastava. E pagavo fintanto che ne fossi soddisfatta. Dai racconti delle mie amiche sui loro mariti avevo tratto un importante parallelo: dopo qualche tempo la passione scema, si diventa complici, intimi, affezionati. Ma la novità e il trasporto venivano meno. Ho ascoltato storie terribili di ménage coniugali appiattiti su un sesso mansueto e sopito, al giovedì, insieme agli gnocchi, o quando la squadra del cuore vinceva il campionato.

Con i parrucchieri succedeva la stessa cosa, credo.

Dopo un po’, quando trovavamo un certo affiatamento, svaniva del tutto il senso della sorpresa. Allora diventavo qualcosa di conosciuto, di infinitamente noto. Il peggio era quando tiravano fuori la scheda colore per riprodurre a distanza di un mese o due la stessa alchimia che mi aveva appassionato nel precedente incontro, senza curarsi di me, di cosa fosse cambiato nel frattempo, di cosa avvenisse nella mia vita, se avessi bisogno di essere supportata o blandita, esaltata o ridimensionata.

Credo che sia per questo che ho difficoltà con l’Amore: è che a volte lo vedi sotto una luce al neon o su una cartella colore e non in pieno sole e poi scopri che sono due cose completamente diverse. A volte certe colorazioni mi irritavano la cute per giorni, esattamente come certi figuri petulanti; altre sbiadivano in un niente, con tre lavaggi, come personalità sfuggenti, non ben  fissate; altre, infine, mi inaridivano le fibre, proprio come quegli amori a senso unico, senza scambio, che succhiano energia fino ai bulbi, lasciandoli impoveriti.

Negli anni avevo imparato delle parole, che mi venivano somministrate dallo sciamano di turno, come possenti mantra: anagen, katagen, telogen, kenogen, abracadabra, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio e vedrai che si avvererà.

Poi aprivo gli occhi e non accadeva nulla: avevo il solito caschetto con le punte all’insù o quel ciuffo ribelle da tirare dietro l’orecchio e arrotolare nei momenti di nervosismo. Tricotillomania, si chiama.

Ed è della stessa famiglia del mangiarsi le unghie, tirar via le pellicine e infliggersi piccoli e inutili tormenti per aggirare quelli grandi e distrarsi un poco dalla paura.

Ho sempre avuto una gran massa di capelli. Devo sfoltirli in continuazione, crescono come cespugli, floridi e velocissimi. Di più dal lato sinistro, perché dormo rannicchiata sul destro. Nei periodi in cui sono stata fedele, i miei parrucchieri si stupivano della rapidità di allungamento. Ancora oggi mi capita che la gente mi incontri per strada, a distanza di qualche mese, e non mi riconosca per il cambio radicale di aspetto.

Non credo sia una cosa buona, ma sono sicura che serva, che abbia una sua precisa funzione. Forse come quegli animali che cambiano colore per nascondersi ed evitare i predatori, per meglio adattarsi all’ambiente. Non so. So che mi serve a reinventarmi, a darmi la possibilità – o forse solo l’illusione? – di un nuovo inizio, quando le cose rallentano o non vanno particolarmente bene. Ma anche quando vanno benissimo, come prova di entusiasmo e dell’ingresso in un nuovo ciclo.

Poi accadde che iniziai a perdere i capelli. Iniziò un diradamento che non lasciava presagire nulla di buono. La prima volta avevo sedici anni, la seconda trentatré.

Dissero che era stress.

La prima volta mi propinarono fiale, lozioni, vitamine, lieviti, punture. Ma a me sarebbe bastato vedere i miei genitori non separarsi.

La seconda volta dissero che era per colpa dell’allattamento, che il mio corpo era stremato dal nutrire e non riusciva a ristabilirsi. Con un apparecchio modernissimo mi sottoposero a un’ecografia dei bulbi piliferi e dei pori. Visti così, ingranditi, sullo schermo che avevo di fronte, sembravano piccole bocche aperte, che non avevano la forza di richiudersi e trattenere. Era un lasciarsi andare che aveva preso svariate forme: virus che si annidavano in vari punti del corpo, afte, febbricole. Io tutta mi lasciavo andare, mi perdevo. Poi lasciai andare mio marito e la sua violenza, e di colpo tutto rifiorì.

Per il mio matrimonio mi ero affidata alle mani di Franco, che frequentai per lunghi anni. Franco aveva inaugurato in città – o meglio, nel primo centro commerciale della città – un salone in franchising. Era una catena francese in cui mi ero imbattuta molti anni prima a Parigi, che mi piaceva per le forme assolutamente scanzonate dei tagli, per le modelle dei cataloghi, totalmente prive di trucco e di fronzoli, che anche nelle sfilate apparivano come appena scese da una barca, o alzate dal letto dopo una notte selvaggia, o prese in uno scatto a sorpresa durante la spesa, con una baguette sotto il braccio, un cane. tre bambini e un immancabile sorriso sulle labbra. Naturalissime nella posa e nella pettinatura.

Con Franco iniziarono le sperimentazioni serie, gli esercizi. Ci prese talmente tanto gusto che oltre ai giorni prefissati, in cui si effettuavano sconti alla clientela, continuava a praticarmi sconti in tutte le giornate della settimana, divertito dal mio coraggio e dalla intraprendenza. Mi accoglieva con un enorme sorriso e con gli occhi che gli brillavano di contentezza. Quando mi allontanavo o partivo per lavoro, anche per periodi lunghi, faceva sempre in modo che nei mesi a seguire mi ricordassi di lui, con una sfumatura diversa, un colore ponderato, un taglio pensato per durare senza crearmi imbarazzi.

Non ebbi il coraggio di dirgli che mi sarei sposata.

Un giorno mi presentai al salone, era di pomeriggio, per preannunciargli che di lì a poco avrei partecipato a un matrimonio. Non gli rivelai mai che era il mio. Gli raccontai del vestito che avrei indossato: un tubino lungo beige, disseminato da minutissime perle tonde e scaramazze. Riprodussi, su minuscoli fermaglietti la stessa decorazione dell’abito e una mattina – la stessa del mio matrimonio, previsto al pomeriggio – mi presentai per farmi legare le ciocche e sistemare pazientemente, uno a uno, i decori di perle. Mi dicevo che in questo modo avrei evitato di pagare le cifre spropositate che normalmente i parrucchieri chiedono alle spose, speculando sul giorno più bello e importante della loro vita. E di fatto pagai la stessa cifra di una seduta normale, con un inspiegabile magone nel petto.

Al salutarmi Franco mi disse che avrei dovuto essere io, la sposa, bella com’ero quel giorno.

Fu l’ultima volta che lo vidi, un po’ per il dispiacere di avergli mentito, ma soprattutto perché rimettere piede nel suo salone, ogni volta mi avrebbe ricordato l’errore commesso, di cui ero talmente consapevole da aver passato sotto silenzio quello che avrebbe dovuto essere un momento così importante.

Mi sono sposata per paura, dopo quasi vent’anni posso finalmente dirlo. Una paura travestita da testardaggine, da sfida, da innumerevoli altre cose che conoscevo tutte, e che mi erano rimaste impigliate tra i capelli, indistricabili.

Per un certo tempo frequentai Mimmo, un barbiere che aveva la mano d’oro. Era manierato e grezzo a un tempo, con l’unghia del mignolo lunghissima e nessuna cognizione del congiuntivo. Ma faceva correre le forbici sul collo provocandomi brividi di piacere. Per non mettermi in imbarazzo con la clientela maschile e i discorsi che ne provenivano, mi riceveva il lunedì, nel giorno di chiusura.

Abbassava la saracinesca a metà, per non essere disturbato e per evitare ingressi inopportuni. Mi prestava un grembiule da concorso, che se fosse arrivata la Finanza o la Confcommercio per un controllo, avremmo detto che stavamo facendo le prove per una manifestazione importantissima.

Uscivo androgina e bellissima, con sfumature alte da marinaio che pungevano la mano e quando mi accarezzavano mi sentivo un gatto selvatico, di quelli che inarcano la schiena e drizzano il pelo per non dare soddisfazione. Per lasciar credere di non appartenere, di essere i padroni dello spazio e del tempo. Ma è solo una finzione. Anche i gatti lo sanno.

Poi accadde qualcosa che non ricordo, forse mi innamorai di qualcuno che mi voleva più femminile e per un certo tempo abbandonai la caserma. Ma non ne sono certa, credo di stare inventando per coprire una falla nella memoria o qualcosa che non ho assolutamente voglia di rivangare.

Ma c’è stato un momento, un momento preciso in cui il mio rapporto con i capelli è cambiato e si è introdotta una devianza estetica. Di colpo non volevo più recidere, non volevo tagliare, non volevo rinunciare a niente. Avevo scoperto una parte di me che mi piaceva moltissimo e volevo che fossimo amiche.

All’epoca il mio favorito era Albano, che sapeva regalarmi sfumature ciliegia e certi trattamenti costosissimi che annientavano il crespo. Una specie di tortura medioevale fatta di tiraggi dolorosissimi e precauzioni: per quarantott’ore dovevo evitare qualunque forma di umidità: da quella atmosferica alla sudata della palestra ai vapori della cucina. I momenti migliori per intervenire erano nella mezza stagione, quando il caldo non incombeva. Controllavamo la meteo per decidere il giorno perfetto. I giorni, anzi, perché il trattamento si svolgeva su due giornate.

La materia era composta da piccole palline che sembravano di plastica, grandi poco più del caviale ma costose quanto uno delle migliori qualità. Le pesava in un bilancino come si fosse trattato di cocaina – e al grammo me le vendeva – poi le scioglieva lentamente, in un cucchiaio simile all’assenzio, le stendeva su ciascuna ciocca con un pennello piatto e durissimo, che lasciava le ciocche come incollate. Poi riscaldava una piastra per saldare l’impasto ai miei capelli.  Il giorno seguente si ricominciava.

Ricordo una sera di aprile, poco prima del mio compleanno, in cui fummo sorpresi da un acquazzone improvviso che avrebbe distrutto tutto. Albano escogitò una fuga sotterranea: mi coprì la testa con una busta di plastica e mi trascinò nei meandri interrati del Centro Direzionale di Napoli, in modo da farmi raggiungere la mia automobile, parcheggiata dal lato opposto del quartiere, senza che una sola goccia d’acqua mi sfiorasse.

Per fortuna le giornate erano ancora corte e nel buio nessun passante intervenne per sventare quello che al primo colpo d’occhio aveva tutta l’aria di essere un rapimento perpetrato con una violenza inimmaginabile, con una busta di plastica in testa con cui il mio rapitore, se solo avesse voluto, avrebbe potuto soffocarmi.

Con Albano sarebbe andata avanti a lungo. E’ stato il parrucchiere più amato, la relazione tricologica più lunga che mi sia mai consentita. Addirittura monogama.

Quella volta fu lui a lasciarmi: aprì un secondo salone al Vomero e mi abbandonò nelle mani di giovani tirocinanti sovrappeso che nulla avevano in comune con lui.

Per un certo periodo, per riprendermi dal dispiacere e dall’addio, frequentai una scuola di estetica: un posto di cui eravamo venute a conoscenza con un passaparola segretissimo. Lavoravo al sedicesimo piano di un grattacielo e loro erano al ventunesimo. Un esercito di apprendisti stregoni, diretti da un effeminato milanese che dava ordini con lievi cenni del capo, minuscoli spostamenti del mento, alzate di sopracciglia e dita che delicatamente fendevano l’aria, come un direttore d’orchestra.

Non si pagava niente, solo il costo delle materie prime impiegate. Pochi spiccioli. In compenso non si poteva negoziare su nulla: se volevano tagliare, tagliavano, se volevano renderti viola, ti violavano. Non ricordo i dettagli, ma si veniva ammessi come ad una sorta di loggia massonica. Bisognava entrare e uscire con estrema discrezione, senza proferire parola con nessuno. Forse avevamo delle parole d’ordine, ma non ne sono sicura, sarà uno scherzo della memoria.

Poi di colpo scomparvero, senza dire nulla. Un pomeriggio, nel giorno convenuto fin dall’inizio, salimmo e avevano smantellato tutto. Chiedemmo al portinaio dello stabile, agli altri occupanti l’edificio, ma nessuno seppe dirci nulla. Di più: nessuno sembrava sapere dell’esistenza della scuola.  Come in un romanzo di Saramago finimmo per convincerci che la scuola non fosse mai esistita e che in realtà l’avessimo solo sognata, desiderata a tal punto da credere fosse vera.

Quando iniziai a ballare il tango avevo i capelli abbastanza lunghi. Li legavo a coda per il caldo, il sudore mi imperlava la fronte e il collo. Furono gli anni dei rossi esplosivi. Una droga da cui non ho mai smesso di dipendere. Rossi autunnali, rossi anticonvenzionali, rossi dubbiosi e relativi, rossi aggressivi e passionali, rossi turbolenti, furiosi, rossi imploranti e ricattatori.

Ho provato svariate volte a disintossicarmi, ma sempre ci ricasco, come una debolezza acquisita, un piacere segreto che mi tiene compagnia quando mi sento sola e sfiduciata, come altre fanno con l’alcool o un toyboy.

Quando iniziai a ballare il tango avevo da poco riscoperto l’henné: non quello aranciato della mia giovinezza, ma un prodotto sofisticato, che avevo studiato con un anziano erborista di Sabaudia che conosceva tutte le misture del mondo e trascorreva oziosi pomeriggi estivi a raccontarmi le differenze tra le colorazioni egiziane e iraniane, indiane e pakistane. La parola che mi stregò fu  picramato di sodio: un ingrediente segretissimo e probabilmente tossico  che nessun ortodosso dell’henné poteva tollerare ma che lui, che aveva vissuto lungamente a Parigi con una compagna asiatica molto ma molto ma molto più giovane di lui, aveva iniziato a spacciare nelle classi bene che, pur stufe dell’arancio marcato, non accettavano l’idea di colorazioni del tutto sintetiche. Lo tagliava, come si tagliano le droghe, e me lo consegnava in una bustina odorosissima. Credo di averne ancora una discreta scorta occultata in un cassetto del bagno. Odora di erba, un misto di spezia e marijuana.

Mi sono sempre chiesta se tra i miei ospiti ci siano quelli che, accomodandosi nei bagni altrui, aprano i cassetti – io a volte  lo faccio, per sentire gli odori degli altri – e, al salire dell’effluvio, lo identifichino o non credano piuttosto che conservi lì, con nonchalance, droghe esotiche e leggere per momenti di evasione.

A un certo punto, scientemente e per ragioni che ho rimosso e non voglio ricordare, travestite dalla noia di dover continuamente ritoccare la ricrescita, decisi che volevo invecchiare. Erano anni che mi arrossivo, avevo completamente dimenticato il colore naturale dei miei capelli, ma soprattutto non sapevo cosa vi avrei trovato.

Rasai tutto, ripetutamente, per mesi, fino ad arrivare alla colorazione naturale: un sale e pepe disomogeneo.

Ho un grande ciuffo bianco sulla tempia destra, ce l’ho dal 1998, mi è venuto tutto in una notte.

Ero in Africa e mi ammalai di malaria. Nonostante le cure, nessuno mi aveva spiegato bene le caratteristiche della malattia: che dovessi evitare il sole, ad esempio, o la feroce intermittenza delle febbri. Così, un giorno che credevo di essere guarita, trascorsi  l’intera giornata camminando in una piantagione di banane. La sera un tracollo improvviso, mancanza d’aria. A quattro zampe mi trascinai alla porta del mio vicino di albergo, un anziano francese con cui condividevo lavoro e serate in cui mischiavamo le nostre solitudini in racconti pieni di Napoli e Marsiglia, della mia vita un poco scombinata e delle sue quattro figlie lontane e dei nipotini. Chiesi un medico d’urgenza, prima di svenire.

Il dottor Safi arrivò in pochi minuti, mi strappò la maglietta e mi fece un massaggio cardiaco, poi una flebo di qualcosa. Poi mi accese una sigaretta e me la posò tra le labbra.

Obiettai che mi faceva male, ma lui ridendo rispose che poteva essere l’ultima, e che la malattia mi poteva far peggio.

Poi dormii e al mattino avevo questo gran ciuffo bianco.

Quando ho deciso di invecchiare, un bravo parrucchiere ha omogeneizzato tutta la testa, mi ha sbiancato uniformemente, impresso dei bei colpi di sole argentei. Mi piacevano moltissimo. Erano chic e austeri.

Poi mia figlia mi ha detto di smettere, che non ero abbastanza vecchia per lasciarmi invecchiare e un poco alla volta mi ha convinto. Dopo sei, sette mesi, ho accettato di ringiovanire, almeno formalmente e poi, un poco alla volta, anche dentro.

Mia figlia è rossa per scelta, come me, come se qualcosa nei nostri geni ci tradisse e ci obbligasse a rivelarci o a nasconderci. Non gliel’ho mai vietato, volevo che arrivasse alla sua natura prima di quanto ci sia arrivata io. Con meno paura.

Di colpo mi sono ritrovata giovane e piena di voglie e non la ringrazierò mai abbastanza.

Mai abbastanza, soprattutto in questi giorni, quando ho rinunciato al mio utero, alle mie tube e ho continuato a sentirmi giovane, anche desiderabile, e mi sono data un rosso rame che lungi dal farmi sentire ossidata, mi protegge, come il verderame, da tutte le malattie.

Da quando ho cambiato città le cose sono diventate complicate: qui in Capitale per andare da un parrucchiere ci vuole la raccomandazione di qualche Ministro, forse del Papa. Bisogna prenotare, parola odiosissima. Ottimizzare, definire, concordare.

Ma il parrucchiere è la liberazione, la realizzazione di un impulso, l’erompere incontrollabile del desiderio. E’ come se programmassi un amplesso. Mi vengono in mente quelle donne che non riescono a rimanere incinte e programmano i rapporti col marito, con l’ausilio dei dosaggi ormonali: oggi alle tre e venticinque il progesterone raggiungerà il suo picco massimo, non c’è tempo, bisogna agire. E vai di reggicalze e guepiere per favorire la velocità, mentre lui si districa nel traffico per arrivare in tempo all’appuntamento fatale, pena il ripetersi delle fauste circostanze astrali e ormonali tra non meno di ventisei giorni e non più di trenta.

No, no, e no. Il parrucchiere è un incontro libero, mosso dal desiderio e non dalla necessità.

Cioè sì, a volte sì, ma solo dalla necessità di una gratificazione momentanea, non per un progetto a lungo termine.

A Roma ne ho già frequentati diversi. Il primo è stato un signore del Testaccio, un microscopico salone frequentato da transessuali, in cui sono stata non più di tre volte, e tutte e tre per tagliare moltissimo. Le signore mi guardavano allibite, intente a farsi applicare ciocche lunghissime e a coltivare femminilissime chiome.

Ho smesso di andarci perché mi sentivo diversa.

Poi ne ho provata una, una donna, questa volta, che mi è stata odiosa. Mi ha messo davanti un catalogo di tagli e colori e mi ha detto: scelga.

Scelga? Ma stiamo scherzando? Siamo impazzite? Io non scelgo nulla, la parrucchiera è lei, è lei che saprà cosa fare di me, delle mie caratteristiche, della qualità dei miei capelli, del modo in cui, oggi, qui in questo momento, mi vede e mi impara.

Non c’è stato verso, non voleva la responsabilità.  Ho lavato e messimpiegato e sono uscita disgustata da tanta irresponsabilità e mancanza di deontologia: se le avessi chiesto di diventare bionda, mi avrebbe fatto bionda, la pusillanime.

Poi ho incontrato Glauco. Ci passavo davanti spesso, in questo salone anni Settanta semi deserto. Ne usciva bella musica. Così una mattina mi sono fatta coraggio, benché non ci fosse nessuno e sono entrata: ho conosciuto Glauco e Stefania, sposati da oltre trent’anni: lei fa il colore e lui taglia.

Due persone splendide, con un passato alle spalle che solo a tratti intuisco. Un passato denso e complesso. Due persone che si amano e si apprezzano moltissimo, che si riversano stima e affetto in ogni gesto, che hanno separato rigorosamente gli ambiti. Da loro mi sento quasi come in famiglia.

Ci sono ragazzi, tra i clienti, e anziane donne. I ragazzi arrivano a volte con chitarre e improvvisano pezzi metal o cantautori americani, mentre le vecchine battono ritmicamente il tempo con la testa e le mani.

Disseminati all’intorno oggetti, sculture di legno che fa lui, testi buddhisti, vestigia di un passato glorioso, fatto di diplomi e riconoscimenti, ma ormai decaduto. Glauco ha sessantadue anni ma ne dimostra molti di meno: un fisico possente, muscoloso, da praticante di arti marziali.

La testa completamente rasata, i tatuaggi, l’orecchino, un pizzetto. Un erotismo insopprimibile che si rivela nel modo in cui tocca i capelli, il collo, nelle parole, nel modo in cui si staglia davanti, alto, con il pube quasi ad altezza viso. Un uomo pulito, nessuna confidenza oltre il limite, nessuna libertà licenziosa. Glauco è erotico in quanto lo è. Mi parla in napoletano, mi chiama la scugnizza. Non è geloso. Il primo parrucchiere che non è geloso e non si offende se lo tradisco. Sa che se torno da lui è perché mi piace. Perché è lui che voglio, non è un ripiego. Sa che possono trascorrere mesi ma poi ritorno, per le sue mani nei capelli, perché quando gli chiedo: oggi che mi fai?, mi risponde: che cazzo ne so? Mo’ vediamo.

Glauco mi vede, come mai nessuno mi ha visto prima.

In questi mesi ho imparato a fermarmi da loro anche per un caffè, al pomeriggio. Per il piacere di sentirmi accolta e ascoltare con loro un po’ di musica buona.

Un giorno si era tatuato una daruma sul braccio, e a tutte le clienti spiegava il senso di quel tatuaggio, del fatto che abbia a che fare con la realizzazione di un desiderio o un’ambizione e solo dopo, dopo che si è avverato, si disegna l’altro occhio. La Daruma non è il simbolo della fortuna, ma quello dell’impegno, per questo è cieca da un occhio, per ricordare la necessità della perseveranza. Ed è tonda sotto, oscilla, per ricordare l’importanza della tenacia e del non cadere mai.

Non gli ho chiesto niente, si vedeva che aspettava una domanda da me, un piccolo commento.

Gli ho recitato una filastrocca giapponese per bambini:

Una volta! Due volte!

Sempre il Daruma di rosso vestito

Incurante torna seduto!

ed è finita lì, ci eravamo capiti.

Poi ne ho conosciuto un altro, una specie di colpo di fulmine. So che potrebbe cambiarmi moltissimo. E’ un avanguardista.

Non ho ancora avuto il coraggio di andarci, ho solo esplorato lungamente il suo ambiente.

So che mi trasformerà. So che potrebbe addirittura rendermi pronta a un nuovo amore. Nel dubbio aspetto: non so ancora da cosa voglio cominciare, se dall’amore o dal colore. Lascio che le cose vadano e nel frattempo permetto nuovamente ai miei capelli di allungarsi, quando non lo credevo più possibile.

La mia vita è stata piena di Aldo, Mimmo, Alberto, Renato, Ciro, Albano, qualche Vincenzo, uno o due Ugo, un Glauco, un Armando, Michele, Gaetano.

Di altri ho dimenticato i nomi, ma mai quel che mi hanno fatto, fin dove si sono spinti e anche dove non hanno mai osato. Che è come dire dove non mi hanno mai permesso – o dove non mi sono mai permessa – di spingermi.

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Atto di dolore

dicembre 28, 2014

Non si dovrebbe tornare mai, sul luogo del delitto. Mai. Mai mai.

Ché le atmosfere riportano alla ricerca dell’indizio, della prova, dell’accusa e degli inutili tentativi di difesa. Perché si aprono le vecchie ferite e si cerca di occultarle nuovamente. Eppure si sa, che le ferite guariscono solo se esposte alla luce e al sole, mentre se vengono coperte suppurano, si infettano e di nuovo rinviano l’infezione a tutto il corpo.

Natale è una ferita aperta e quest’anno più che mai, un reumatismo che fa dolere tutto, è il luogo dei vuoti e delle assenze incolmabili, dei buchi che non saranno mai più riempiti perché, per quanto se ne dica, gli esseri umani sono irrimpiazzabili, nel bene e nel male.

In realtà non è il Natale: sono le vicinanze, a sottolineare le assenze.

Sento dolori antichi misti a rancori senza fine. Laddove il dolore potrebbe spontaneamente regredire, se solo volesse, il rancore è la sua benzina sul fuoco, la bestia nera che del dolore si alimenta e cresce: il rancore ci mangia e ci consuma come mai prima. Vorrei placarlo, in qualche modo, foss’anche con un sacrificio profondo e antico, ma pare che nulla valga, nulla serva.

Offro il mio corpo, che tutto somatizza e restituisce, perché sia fatta una tua volontà, una qualsiasi delle tue volontà che ci liberi dal male che pesca nel ricordo. Tento abbracci che non riscaldano, ingoio lacrime e vomito rabbia e avanzi di cene e dispiaceri. Mi dico che il corpo è il solo che sa, è il solo che possa sfogare e liberarci e farci nuovi, ma questo nuovo non arriva mai. O quando timidamente si affaccia siamo pronti a invecchiarlo di nuovo, con rughe posticce che sembrano vere e di cui dimentichiamo la natura fasulla.

Ci nutriamo di sensi di colpa e del dovere, abbiamo poi digestioni difficili, risale alla gola il bolo indigesto degli errori di cui tanto siamo golosi.

Altrove, in altre case, qualcuno sta peggio di noi: finiamo per invidiare quei dolori che li cementano insieme, privi di acrimonia. Abbiamo un senso della parola che sfugge al controllo e un senso dell’azione mal direzionata, abbiamo parole che sfidano e colpiscono al centro del cuore, vendette che nascono sofisticate e lungo la strada si primitivizzano.

Come se servisse a qualcosa, come se avesse un fine che invece non riusciamo a trovare. Una tragedia senza catarsi, uno spettacolo che infinite volte si ripete lasciando lo spettatore incredulo e incapace di comprendere.

Si torna a volte sul luogo del delitto per rivivere l’esperienza e superare il trauma, per dirsi che questa volta andrà meglio, per sperimentarsi in una nuova lezione. E si impara sempre così poco. Brindiamo con calici colmi di acque dell’oblio e nuovamente ricominciamo, come fosse la prima volta. Tendiamo trappole in cui noi stessi cadiamo. Abbiamo fame, una fame di amore che ci assilla e che non sappiamo placare e una vita intera che non riusciamo a perdonare.

In a time lapse

dicembre 18, 2014

Ogni tirocinio che si rispetti ha le sue verifiche intermedie, gli esami di fine periodo.

A me è toccato questa settimana. Stanotte, tutta la notte, dopo il concerto di ieri sera che non mi è bastato – non mi è bastato, no – ho riascoltato questo pezzo. L’album si intitola “Al rallentatore”. Ho dovuto cercare la traduzione, non sapevo significasse questo, ed è sicuramente la cosa di cui avevo più bisogno: rallentare, ripercorrere alla moviola quest’ultimo anno. Sono maniaca di liste e bilanci, questo lo so da sempre. Il bilancio è una sosta, una cesura, un soppesare ciò che si è imparato e ciò che si crede resti da sapere. Che poi non è mai ciò che realmente occorre: gli apprendimenti avvengono per balzi, su terreni accidentati che uno non immaginerebbe di percorrere.

Ci si prepara sempre, mentalmente, ad affrontare difficoltà che sono già note. Perché è più facile ipotizzare soluzioni. E perché le difficoltà ignote sono troppo oltre l’immaginazione. E quand’anche vengano sfiorate in un sogno, in un’intuizione momentanea, alla prova concreta dei fatti sono sempre altro.

Il mio esame intermedio – che di fine corso è troppo pretenzioso – è una dissertazione dal titolo: la scienza del dolore.

Guardo la platea e il mio interrogatore con aria smarrita e deglutisco. Poi provo a sostenere che il dolore non si muove nella scienza. Al massimo vaga e trova senso in una metafisica.

Ma il mio esaminatore non mi permette di tergiversare: faccia la candidata appello a tutte le sue conoscenze scientifiche, acquisite per studio o per prassi, e ci tratteggi le linee guida di una scienza del dolore.

La platea attende e dentro di me ho un’unica certezza: che se si sa e conosce qualcosa, verrà fuori. Se non si sa, non c’è verso.

Inizio dalla geologia, spiego come il dolore si muova alla stregua dell’acqua, infiltrandosi nelle parti molli del terreno psichico e scavando fiumi sotterranei, fino a creare un paesaggio carsico. O come sappia anche irrompere attraverso le rocce solide, creando spaccature che nel tempo disegneranno altre forme o che si trasformeranno in venature in cui cristallizzano i sedimenti dolorosi, sì che osservando un cuore roccioso, da vicino, se ne coglie la stratificazione, ammirandone a un tempo la bellezza. Parlo poi di come, similmente all’acqua, anche il dolore proceda per stillicidi, piccoli accumuli quotidiani che nel tempo formano stalattiti e stalagmiti, dure e delicate a un tempo. E di come la fantasia umana riesca a scorgere nei carbonati di dolore immagini fiabesche con cui evadere dalla pena e di come il tempo lentamente muti le forme e di come all’allungarsi della stalattite, questa diventi più puntuta e a un tempo più fragile e sia possibile distruggerla, liberandosi dalle concrezioni.

Proceda, chiede l’esaminatore. Ci prospetti adesso una geometria del dolore. Enunci qualche teorema.

In una relazione amorosa – inizio – il dolore costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei dolori portati addosso dai due partner per anni. Poi mi fermo e aggiungo che questo è valido solo nelle geometrie euclidee. In quelle non-euclidee può essere maggiore o minore. Maggiore quando la relazione è una gabbia angusta, minore quando si attribuisce all’ipotenusa un valore x compreso tra una o più relazioni fuori dalla misura dei due cateti, anche se questo si verifica solo nel caso in cui i due cateti abbiano misure diverse, con uno sbilanciamento a favore di uno dei due partner. Poi mi fermo di nuovo, la geometria non è mai stata il mio forte. Amavo la chimica, io.

L’esaminatore sorride e parte con la prima domanda: il dolore – secondo lei – si situa nel campo della chimica organica o inorganica?

Istintivamente risponderei che afferisce all’organica, al campo della vita. Ma non affretto, ho come la sensazione che sia una domanda trabocchetto. Poi ci provo: a un primo esame diremmo che il dolore si inserisce in una chimica organica, in quanto strettamente collegato a processi vitali; a una più approfondita analisi, tuttavia, il dolore risulta causato da un blocco e una paralisi delle possibilità vitali, tanto a livello fisico, si pensi ai muscoli, tanto a livello psichico, se si comprende che in quel caso è frutto delle scarse possibilità di immaginazione che da soli ci si concede. E dunque, limitandoci alla scarsità dei composti ottenibili dal dolore o alle loro similitudini, si può valutare l’ipotesi di essere nel campo dell’inorganico: il dolore come mancanza di vita.

La platea sembra trattenere il respiro.

Proseguo spiegando il caso dei legami  covalenti e della fissità delle forme determinata dall’esigenza di minor dispendio fisico possibile. Mi sento raccontare cose mai dette né pensate, nozioni che albergano in qualche parte di me che non credo di aver mai conosciuto a fondo.

Vengo interrotta sul più bello per discettare di una fisica del dolore. Io la fisica non riuscivo a capirla: l’inerzia, i vettori, i piani inclinati. La fisica mi perde. Penso ad archi, frecce, traiettorie, penso alla balistica. Mi vengono in mente solo armi, scivolo poco a poco in una medicina del dolore, nella sua farmacologia.

L’esame si conclude dopo quasi due ore e non comporta valutazioni o giudizi.

L’esaminatore sorride e credo di sapere cosa stia pensando, ma non ne sono del tutto certa. Il cuore ha smesso di battere all’impazzata, quella morsa allo stomaco – paura – si è allentata: adesso sento solo un’immensa malinconia, un senso di resa.

Se esiste un Dio, oltre tutto ciò, in questo momento non ho più bisogno di muovermi o parlare. Non ho bisogno di spiegazioni né di altre dimostrazioni, che siano da offrire o ricevere. La scienza del dolore è inesatta e imperfetta come tutte le altre e la metafisica ne è solo insignificante placebo. Faccio fatica a ripetere quel che ho capito, ma sorrido. E la platea si distrae da me e torna alla musica. In a time lapse.