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Del perché riusciamo a sopravvivere anche in condizioni di merda (e massimamente in questa porzione di territorio)*

ottobre 31, 2008

* a dispetto di ogni ragionevole motivazione.

Il  problema  dell’età  moderna – ed  è una cosa  di cui  sono  profondamente convinta a prescindere del lato positivo di tutta la faccenda, che comunque esiste – è la specializzazione dei saperi, il che d’altronde è inevitabile, quale sottoprodotto del capitalismo e dell’alienazione dai mezzi di produzione, intendendosi tra questi anche il proprio cervello e i propri sentimenti.

Ciò fa sì che si gridi al miracolo o allo scandalo laddove si verifichino circostanze che la logica e il buon senso, in assoluto, vorrebbero risolte in altro modo e che invece una conoscenza olistica della faccenda liquiderebbe in modo assai più banale.

Se avete la pazienza di guardarvi questa piccola animazione su DaisyWorld e di pensare che, similmente allo Yin e lo Yang, l’Essere e il Non essere, la legge di Lavoisier, le teorie che fondano l’economia internazionale e quant’altro di scisso vi venga in mente, il mondo esiste solo in virtù della coesistenza dei suoi opposti poli e che questa logica si applica anche al Bene e al Male, sarete dunque d’accordo con me nell’ammettere che tutto funziona secondo un’unica spinta.

In altre parole, come dice Lovelock, il sistema è autopoietico e crea le condizioni per la propria ininterrotta sopravvivenza, anche quando non ce lo si aspetterebbe. E questo vale tanto in biologia, quanto in psicologia, in politica estera ed economia aziendale.

All’indomani di una delle più fallimentari giornate lavorative della mia carriera ritengo che solo una spiegazione di questo genere possa consentirmi di farmene una ragione, ma anche, al tempo stesso, di sentirmi totalmente coinvolta nel tracollo generale di un sistema territoriale, in cui l’idea di comportarsi onestamente e correttamente con la modesta pretesa e l’illusione che ciò contribuisca a migliorare il sistema sia totalmente fallace, giacché nell’ipotesi Gaia tutto contribuisce al mantenimento dell’ecosistema e dunque anche l’essere precisi o rigorosi ha una sua precisa colpa, volendo portare la riflessione ai massimi sistemi.

E’ esattamente quello che dice la Arendt quando parla di banalità del male, del processo ad Eichmann, dei burocrati nazisti, del popolo comune che finisce per applicare le regole e si inibisce la facoltà di pensare a vantaggio dell’emergere del mostruoso.

Ora, il fatto che io non abbia perso la capacità di pensare – ma per quanto tempo ancora? Quanto si potrà resistere prima che le facoltà si modifichino, anche impercettibilmente e ci si trovi dall’altro lato senza accorgersene? – e che tuttavia mi trovi costretta ad accettare compromessi in nome della “sopravvivenza”, similmente all’esecutore che accetta ordini dal superiore sotto minaccia di morte e che fonda sul principio di sopravvivenza la ragione giusta per la sospensione del giudizio morale e di un comportamento che vi si conformi, crea in me una frattura insanabile, qualcosa che genera una schizofrenia del sentire e che può essere risolta solo pagando dei prezzi altissimi per non impazzire o – nella migliore delle ipotesi – suicidarsi.

Il prezzo che personalmente pago si scarica nel privato, dove da sola mi sento finalmente libera di stabilire le regole conformi al mio sentire, in piena legittimità e arbitrio e per nulla disposta ad accettare compromessi che in qualche modo, anche minimamente, scalfiscano la mia interezza o compromettano la mia serenità. Nella mia vita privata, quella intima, che si svolge tra le pareti di casa e le cose che amo, nulla che mi disturbi potrà mai più essere ammesso. Mai più. Equivarrebbe a morirne.

Dopo aver rimuginato una settimana intera sulle parole di una delle mie amiche, che in tono dolcemente provocatorio, davanti a un dolce di nattō e alle mie inquietudini a tutto tondo, mi diceva: alla fine, nella peggiore delle ipotesi, al massimo accadrà l’inevitabile, mi sono finalmente  detta: alla fine, nella migliore delle ipotesi, l’inevitabile non accadrà, al massimo lo faremo accadere.

A differenza dell’ignoto, di cui non conosciamo le forme e che ci tracolla addosso a tradimento, l’inevitabile invece sta là, da sempre, ce lo abbiamo accanto, se siamo onesti lo vediamo. Ci veniamo sistematicamente a patti per cercare di eluderlo, per creare una frontiera fittizia che lo separi dalla nostra esistenza, pur sapendo che è una margherita grigia nel nostro prato mentale.

Tutta la vita non è altro che un continuo patteggiamento con l’inevitabile acquattato in ogni singola scelta, in ogni opzione, in ogni azione. Perché non ci aggredisca alle spalle, lo nutriamo con briciole di acquiescenza e false rese, lo intratteniamo con facezie e profferte del tipo “dolcetto o scherzetto?”.

Proprio come l’ignoto, l’inevitabile fa paura anche se è bellissimo, perché in certo qual modo rappresenta una cesura, una svolta, un cambio di rotta, un abbandono, una resa totale, un addio.

Una volta, tempo fa, avevo scritto di addii come produzione autogestita e antidoto alla paura. Stamattina mi sentirei invece di dire che forse non esistono addii o inevitabilità che non siano frutto di co-produzione.

Ma non so ancora se – per questo – sentirmi meglio o peggio.

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(…) e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia (…)

ottobre 20, 2008

Perché vede – mi dice la signora Veronika – i russi altro non sono che degli italiani tristi.

Eh no, signora Veronika, lei mi generalizza troppo – rispondo io – si fa presto a dire italiani. Non parliamo poi dei russi, che mi coprono la metà dei fusi orari terrestri.

Ha ragione. Volevo dire: i moscoviti sono come dei napoletani tristi.

Signora Vero’, si dice milanesi. Milanesi. I napoletani tristi si chiamano milanesi.

Comincia così l’immersione nel paese triste. Dove, generalizzazione per generalizzazione, si scopre che qui latita il senso dell’umorismo, la signora Veronika non ha mica tutti i torti.

Nelle due ore di trasbordo dall’aeroporto al centro, Denis non ha un solo sorriso che sia uno, qualcosa di minimamente apparentabile a un rictus foss’anche involontario.

Non sorridono i camerieri ai ristoranti, non sorridono i negozianti né i receptionist degli alberghi né le interpreti. L’unica che ho visto sorridere è stata l’addetta al banco frutta del Gastronomico Gum, quando ci ha fatto assaggiare il tamarindo, frutto che per quarant’anni mi sono chiesta cosa fosse e di cosa sapesse, e io ho fatto una pantomima da avvelenamento.

Sa di tamarindo, ovviamente. Tipo un dattero fresco ma meno intenso. Un tipico sapore di tamarindo.

Ma lasciamo perdere la frutta tropicale e addentriamoci nella grande madre Russia.

A un dato momento arriva Andrej, un pezzo d’uomo con una conoscenza impressionante della lingua italiana, con una parola appropriata per ogni circostanza. Andrej sa dire: iconostasi, giostrarsi, bradisismo e pure suffragare. Per dirne alcune.

Nell’accompagnarmi all’interno del Cremlino mi dà tutte le informazioni necessarie: adesso le forze dell’ordine le chiederanno di sottoporsi all’ispezione del metal detector e le chiederanno di aprire la borsa per controllarne il contenuto. Obbedisca a tutto senza parlare e senza opporre resistenza. Immagino non abbia segreti.

Andrej, in verità tengo due o tre armi di distruzione di massa, speriamo che non se ne accorgano.

Signora, non sta bene scherzare su queste cose.

Ha ragione Andrej, scusi. La smetto.

Andrej è un altro che non sorride. Ci ho provato in diversi modi, ma niente. Un piccolo guizzo gli scappa dopo avergli raccontato una barzelletta su Stalin.

Ricambia il giorno seguente con un’altra barzelletta politica che non fa ridere nessuno, nemmeno per cortesia.

Resto lì ad aspettare il seguito: e poi?

E poi è finita.

Ma non fa ridere, Andrej.

A noi russi sì.

Il problema di Mosca è il traffico. Là ci sta veramente poco da ridere. Nemmeno a Giakarta, nemmeno a Bangkok una cosa simile. In certi punti ci sono dodici corsie intasate, un lungo serpente di lamiera. Un sistema di sensi unici fa sì che per raggiungere due punti distanti tre chilometri in linea d’aria se ne debbano fare dodici al volante, a passo d’uomo.

Ci proviamo con la metro, ma non c’è una sola indicazione che non sia in cirillico: tra il decifrare la scritta facendo un raffronto con la mappa, chiedere un’informazione e imboccare la coincidenza giusta, passa ancora più tempo.

C’è un disordine urbano che non so spiegare: non è il traffico, non è lo sporco, anzi. E’ un disordine architettonico e stilistico. I dettagli sono perfetti, gli elementi costitutivi impeccabili. L’assemblaggio fa paura.

Ed è una logica, è evidente dall’offerta di abbigliamento delle vetrine e da come invece gli stessi capi, addosso alla gente, siano mischiati in modo stridente. Sono stata in un grande centro di arredo, enorme, Ikea al confronto è una favela minuscola. E pure là una ‘mmescafrancesca, come si dice a casa mia. La totale assenza di un minimo comun denominatore stilistico.

Ho letto un articolo che parla proprio di questo, di come non  siano stati capaci, pur potendo, di riconvertire l’industria in industria di assemblaggio, lasciando gli Usa nelle mani dei cinesi, che invece son stati bravissimi.

Poi però per converso c’è una bellezza che schiaffeggia, in tutte le sue forme: donne caucasiche con occhi neri bistrati e forme piene, le minuscole uzbeke dai denti d’oro e le ossa eleganti, le longilinee bionde e glaciali, gli uomini dagli zigomi alti e gli sguardi intensi.

Non come quelle facce da mangiatori di patate viste nella bellissima e ordinata Kiev, quelle corporature tozze e sguardi molli, quelle atmosfere da Bruegel. Qua sono bellissimi. Però non sorridono.

Non sorride nemmeno la manageressa di soli ventiquattro anni, un orologio francese di brillanti, anelli italiani a tutte le dita e abiti da migliaia di euro. Non sorride, ci sta poco da fare.

Andrej mi racconta un sacco di storie.

Per esempio come fu smascherato il falso zar Dimitri per colpa degli svarioni culturali. Per prima cosa organizzò un ballo per i boiardi: nessuno mai aveva fatto ballare quei nobili tutti d’un pezzo. Poi organizzò un barbecue con carni di vitello, contraddicendo l’antico insegnamento russo secondo cui il vitello deve diventare adulto e dare latte e pelle prima di essere mangiato. E infine, per non indulgere nel pisolino dopo pranzo, suscitando lo stupore di tutta la corte.

Vabbè, Andrej, passi per i primi due fatti, ma il pisolino che c’entra? Mo’ lo zar deve fare il pisolino per contratto?

Tutti gli zar hanno sempre fatto il pisolino, dice serissimo.

Ambè, Andre’, è per questo che so’ arrivati i bolscevichi. Lo zar faceva la siesta e intanto la rivoluzione stava sveglia. La rivoluzione non russa, Andrej caro.

Non ride, è inutile.

La ricchezza di questa città è uno scandalo, uno schiaffo alla miseria. Ho visto un letto che costava sessantamila euro e una poltrona di coccodrillo. Ho visto automobili che con un colpo di acceleratore si fumavano due serbatoi della mia utilitaria, ed erano tante, tantissime. La maggioranza. Ho visto gente elegantissima strafocarsi di salmoni, aragoste e ogni ben di dio con un viso così triste da far pena. Ho visto l’uomo che da qui a un anno rifornirà di carne tutti i McDonald del paese, ed era enorme, grassissimo, disumano. Con una risata che pareva scuotere le fondamenta della terra. Ho visto cose che voi umani.

Per un attimo ho avuto una visione. Si chiama craving, mi pare. In italiano si traduce con appetizione compulsiva, ed è la base di tutte le dipendenze. Non è desiderio, non è voglia, è quando proprio non puoi fare a meno di una cosa, quando perdi il controllo sul tuo stesso desiderio e allora prendi, compri, fumi, giochi, bevi, mangi, accumuli, scopi senza più sapere a quale logica obbedisci, senza riuscire dopo a ricostruire mentalmente il prima, senza riuscire a monitorare il percorso che ti conduce all’azione e dunque senza riuscire ad interromperlo, infrangendo in un istante tutto il sistema di valori in cui a freddo ritieni onestamente e sinceramente di credere.

Mi è sembrato di vedere un’intera umanità in preda al craving, un’incontrollabilità in cui si mischiano impulsi individuali e sociali e tutto muove nella direzione della soddisfazione di questo impulso, a prescindere da cosa accadrà dopo. Con lo stupore di chi diceva che non sapeva che c’erano deportati, e gente che moriva di fame. Che loro non sapevano. Con lo stupore di chi un giorno scopre tramite un romanzo documentario la potenza di un’associazione criminale e si sente in colpa almeno fino al prossimo impulso irrefrenabile. Con lo sguardo perso di chi casca dalle nuvole e non coglie certe connessioni elementari.

A ben pensarci, effettivamente non c’è un cazzo da ridere.

Vado, mi ammazzo e torno

ottobre 12, 2008

http://quikmaps.com/ext2/82015?t=1&ln=0&sn=1&zb=0&d=1&o=0&lat=48.18158585&lng=16.971130350000003&zl=4&mt=2

Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo. Prolegomeni ad una trattazione ufficiale.

luglio 31, 2008

E insomma da qualche mese faccio un altro lavoro. Ossia: in genere penso, progetto, organizzo, eseguo, svolgo, mentre invece questa volta sono stata chiamata a osservare ciò che altri pensano, progettano, organizzano, eseguono e svolgono, sul territorio e all’estero.

Il che, se da un lato sembra terribilmente rilassante, è invece stressante, perché ci sarebbero volte in cui vorrei dire la mia, togliere le cose dalle mani delle persone, farle in modo differente, e invece devo stare buona buona a prenderne nota senza muovere un dito.

Osservare e registrare, registrare e scriverne.

Allora l’altra sera me ne sono andata ad osservare una riunione di un progetto sulla moda: un tot di aziende che producono pellami e un tot di giovani stilisti selezionati a livello internazionale da una commissione piena di nomi altisonanti.

La sfida: prendere ‘sti giovani e mandarli a visitare le aziende per un giorno, fidanzarli un poco con i produttori in nome di affinità e reciproche aspettative e realizzare, in una settimana, quattro o cinque prototipi ciascuno da presentare poi in un concorso nell’ambito di un famoso evento di settore.

Lo stilista che vince ottiene un premio in denaro e la produzione di una collezione a suo nome, che siano abiti, scarpe o borsette.

Pare un reality show. Il Grande Mantello.

I concorrenti, a turno, si presentavano e raccontavano le loro impressioni sulla giornata e descrivevano la loro idea progettuale.

La turca voleva fare una collezione dal titolo Corpo, in cui servirsi della pelle e trattarla a mo’ di pelle femminile. Io volevo approfondire, ma ho avuto un po’ paura.  La turca era ferrigna e preponderante, con una conoscenza dei materiali impressionante. Sono convinta che userà brandelli di pelle umana.

L’americana diceva una serie di beautiful, nice e sweet e poi versatilità versatilità versatilità drappeggi drappeggi e Pier della Francesca e Botticelli e Raffaello e beautiful assai. E poi si schermiva e diceva Oh my God e poi non abbiamo capito che voleva fare. Drappeggi. Forse una tenda.

L’italiana era svampitissima, rideva come una pazza, si emozionava e non finiva le frasi, aveva i capelli lunghi fin quasi a terra e certe idee da lasciare tutti a bocca aperta.

L’inglese era per un prodotto ecofriendly, assai sostenibile, materiali di riciclo, vintage. Se non è biocompatible non ci sto. Dovete essere tutti biocompatibili, il fashion chiede fiori e frutti e farfalle e legno e pietre. Pisenlòve tu evribody.

La danese era assai preoccupata perché la concia delle pelli confliggeva col suo ambientalismo, e dopo averle spiegato che erano pelli ovocaprine, di animali destinati in ogni caso al consumo alimentare, è entrata in crisi perché ciò confliggeva col suo vegetarianismo. Era biondissima, bianchissima, magrissima. Ho cercato di convincerla che si trattava di pelli di animali morti suicidi o di vecchiaia e mi pareva un poco più tranquilla.

E poi c’era lui, unico maschio del gruppo: l’olandese efebico, assai efebico. L’unico con un portfolio di design maschile.

Estratto e traduzione di dialogo tra Stilista Olandese e Produttore di moda femminile:

S: guardi, io nella sua azienda non ci vengo. Io sono stato selezionato per venire in Italia a fare l’uomo.

P: e lo so, lo so, ma non puoi fare pure un poco la donna? Perché nel tuo curriculum ho visto che in passato hai fatto pure la donna.

S: sì, è successo, ma adesso sto qui per fare l’uomo, e per di più non ho mai usato la capra o la pecora. Ho fatto alcune cose col maiale.

P: eh no, qui il maiale non lo trattiamo proprio.

S: è un peccato, perché il maiale dà belle soddisfazioni.

P: lo sento dire, ma è che qui abbiamo altre tradizioni, abitudini antiche. Qui l’uomo preferisce la capra o la pecora…

(forse nella traduzione ho omesso qualcosa, ma grosso modo giuro che era questo)

Come se. Sottotitolo: sentirsi eterni ed essere buoni comunicatori non sempre coincidono, come si scoprirà leggendo.

luglio 8, 2008

A Kiev il tango non si balla. E neppure ci sono ebrei da ricordare o ghetti da visitare.

O forse c’è tutto, ma non mi hanno voluto mostrare né questo né quello. Anzi, sul secondo punto confesso addirittura di aver sentito una certa riprovazione, nel negozio di dischi in cui cercavo musica klezmer, jewish, judìa e pure in russo l’ho chiesto – ce l’avevo scritto su un foglietto con la pronuncia esatta di ciò che dovevo chiedere – ma niente, mi hanno fatto una faccia come a dire: non t’azzardare mai più a chiedere una cosa così, e infatti mi sono comprata un disco di un cantautore russo con la faccia di Serge Gainsbourg e uno di un  gruppo di classica che proprio non si può sentire, e anche uno di lirica contaminata con non so che.

Pure la signora Gala mi ha detto di andare a Odessa, per queste cose, e poi ha ripreso a parlare dei giorni di Chernobyl e di come a volte in aeroporto ancora ti misurino le radiazioni, a campione, e non aver paura se il rilevatore schizza al massimo, tra qualche giorno calano e non ti farà più male di tutto il male che hai sotto casa tua.

Al posto del ghetto che non c’era mi ha portato a visitare il monastero Lavra, pieno di cupole dorate e preti ortodossi che mi hanno sollevato una questione perché avevo i pantaloni – larghi, si badi bene – mentre c’era una specie di fotomodella con una minigonna inguinale (in questo benedetto paese sono tutte fotomodelle, per quanto il signore all’aeroporto, accento napoletano, viso arabo e statura sarda sostenesse che l’unica razza rimasta pura a questo mondo sia quella bielorussa, e difatti lui andava a Minsk e non a contaminarsi con questi caucasico mongoli zozzosi) alla quale non rimproveravano nulla e dopo le mie vibrate proteste mi hanno fatto rilevare che la sua era comunque una gonna innocente, mentre i miei erano blasfemi pantaloni alla pescatora, e io ho risposto un: ma annàtevene affanculo, però l’ho detto in un dialetto stretto che si parla tra Erevan e Baku e così non m’hanno capito.

Con estrema certezza e a meno di non volermi del tutto immedesimare nel personaggio – e lo potrei fare, si badi bene, lo potrei fare benissimo ma non lo voglio fare – Brod non c’era da nessuna parte.

In compenso c’era l’uomo di Kolki.

No, più precisamente: l’uomo di Kolki era in un’immaginaria stanza di fianco, ed io potevo guardarlo attraverso il buco nella parete che separava i nostri spazi e tempi e provare a descrivermelo, mentre accanto a me, sul sofà, la mia amica di sempre mi raccontava ancora una volta di lei, di me, di noi, di ciò che fummo e che siamo e io pensavo che si è sempre sopravvissuti a qualche cosa e quando lo si riesce a raccontare con distacco si è già abbastanza altrove, in un posto migliore, o quanto meno sulla buona strada, e che la cosa terribile adesso è guardare gli altri e vederne i grovigli in trasparenza e sapere senza possibilità di errore che chiunque si avvicini a noi ha un nodo che si incastra perfettamente con i nostri, e che anche quando i nostri ci sembrano totalmente districati, pure un poco ancora si attorcigliano, talvolta di notte, talaltra in certi tardi pomeriggi o in certi risvegli – pochi, ormai pochi, pochissimi, sempre meno, potremmo contarli sulle dita di una mano, per quanto radi si sono fatti, fortunatamente – che non sanno di nulla, privi di gusto.

Privi di tatto, talvolta il problema è questo. Il senso che manca è spesso il tatto, banalmente.

Il non sentirsi  – e il non trovarsi, o il perdersi – appartengono alla sfera del tatto, più che ad altro.

Che poi per inciso e casualità ho pure scoperto che Lacan, questo benedetto Lacan che un giorno prima o poi dovrò leggere, chiama “la Cosa” quel desiderio inconscio che ruota intorno a un vuoto di senso. La chiama la Cosa, esattamente come la chiamo io, quella sorta di mancanza che ci fa da tratto costitutivo, quella mancanza che può riempire tutto e soffocare. Il tatto. C’entra il tatto,

Poi pensavo anche a un altro fatto sul piacere e non piacersi, ma non ho voglia di scriverne ora.

E riflettevo invece sull’altro grande tema di questi giorni, mentre leggo un libro sulla paura che mi dà angoscia e sollievo allo stesso tempo, e racconta di come, perduti nel gorgo del maelstrom o di quello che volete voi purché sia spaventoso, ci si possa salvare solo rinunciando al conosciuto, a ciò che si sa di sé e accettando invece l’idea di procedere come se. Come se si sapesse. Come se. Come se non si avesse nulla da perdere. Rinunciando alle associazioni e ai nessi sperimentati.

Come se si possedessero i mezzi per uscirne.

E pagando poi, al ritorno dall’abisso, il prezzo della diversità, anche agli occhi di chi ci era affine, che senza aver mai visto il gorgo in cui siamo precipitati, ci trova d’improvviso cambiati e un poco spaventosi, in questo come se che fa paura perché ha il marchio di una frontiera attraversata, di un inferno varcato, di ciò che ai più continua a restare straniero.

Così che – muovendosi esattamente come se – tutti i non ti amo che si sono detti,  quelli di Brod, ma anche i miei e i vostri, per intenderci, i non ti amo rivolti a sé e poi al mondo, possano diventare,  per capovolgimento, dei ti amo.

Come se.

Ma non un bluff , un come se autentico.

Come se non ci fossero alternative, e di fatto non ce ne sono. Non esistono altre soluzioni possibili.

Come se potesse funzionare. Come se arginasse la caduta, lo strapiombo, il vuoto.

E funziona.

E poco importa se a Kiev non si balla il tango. Per quello c’è tempo, c’è tutto il tempo.

Ci sono dei momenti ultimamente in cui mi pare di essere eterna. O come se. Il che fa lo stesso.

A veces sabe que tiene frìo, que sufre, que le pegan.(…) A veces es ternura, una sùbita y necesaria ternura (…).

giugno 23, 2008

Che poi siete grandi e grossi e dunque gli approfondimenti ve li fate da soli, magari leggendo qua, dove ve lo spiegano senz’altro con più compiutezza.

Io invece non so nemmeno come ci sono arrivata, come ci sono scivolata in questo kairos qua.

Dieci giorni fa ho pensato che fosse stato il morso della taranta. Venivo da un piccolo seminario di pizzica, nel corso del quale avevo compreso con sufficiente certezza di non essere tagliata per questo ballo, che mi provoca un dolore immediato al ginocchio destro il quale si ripercuote in modo compensativo sull’anca sinistra, ma di essere terribilmente attratta, per contro, dal fenomeno del tarantismo. E tuttavia i sintomi non erano esattamente quelli. Era invece come un sentimento contemporaneo di dentro e fuori, di stare in piedi in perfetto equilibrio sul bordo tra il tempo esterno e quello interno, che mentre fuori tutto si muove e corre, una forza opposta ti tiene ferma e tu stai.

E mentre stai, sei.

Ma di questo ne parleremo un altro giorno, un’altra volta, dopo che la tremenda pila di libri da iniziare e terminare si abbasserà, e in essa la Morte della Pizia, lo Straniero interno, La Terra del Rimorso e Millàs – soprattutto Millàs – mi daranno senso e conforto. E qui mi verrà incontro il dio delle ferrovie dello stato, lo so, e il rollìo del vagone. E il dio della spiaggia e tutto il pantheon delle divinità estive. Speriamo.

Millàs, ecco.

Che se non esistesse come scrittore, bisognerebbe inventarlo come amico.

Che mi ha fatto compagnia in questi giorni raccontandomi della Calle, quella che osservava da bambino dietro la grata dello scantinato del suo amichetto Vitaminas. La Calle che sarebbe diventata il Mondo – la Calle che è la Cosa – questo mondo in cui attraverso piccolissime porticine si può passare da un lato all’altro della realtà, senza che nessuno dei due lati sia sogno, ma semplicemente percezione diversa e dove si comprende che nulla trama contro di te, nemmeno la morte. E che la morte è solo un desplazamiento, un movimento all’interno della vita stessa.

Questo è stato il pensiero di lunedì passato, quello che mi serviva nella sala d’attesa di ospedale per poter sorridere.

Ma già lì il tempo aveva cominciato a rallentare, a fermarsi.

Poi.

Poi è iniziato il male. Malissimo. Nessuna metafora, proprio un male fisico.

Saranno le aringhe, mi sono detta. Che nemmeno ero atterrata e già mi ci ero fiondata su. Con la panna acida e quintali di cipolla cruda.

E’ che questo paese, questa città, mi danno un malessere. Anche l’altra volta è stato così, ho dato la colpa alle aringhe, anche mio padre me lo ha ricordato al telefono. Quell’altra volta ero svenuta e subito prima, in un bagno di sudore ripetevo: mi sento male, ho perso il cuore, non sento più il battito, non ce l’ho più.

E’ che ancora ci ho dovuto fare pace, con questa cosa, e chiedere all’ingegnere di accompagnarmi ai blocchi di granito, a leggere uno per uno i nomi, a camminare in questo ghetto in cui non resta nulla ma sai che sotto ognuno di quei tumuletti ricoperti di erba secca, in mezzo ai casermoni, ce ne sono trecento, quattrocento e i bambini ci giocano a palla.

Questa volta mi era venuta in mente Alina Reyes, ci ho pensato per tutto il tempo. Di notte, tra un conato e l’altro, sono scesa nella hall dell’albergo, alla postazione internet, per cercare il racconto e scoprire durante la ricerca l’esistenza di un legame tra Varsavia e Cortàzar e che nulla, davvero mai nulla è casuale e che tutto, anche un ricordo, anche un’ispirazione, hanno il loro posto preciso e inequivocabile. Senza Cortàzar Millàs non sarebbe mai esistito, lo sa benissimo anche lui. E così in piena notte stavamo tutti seduti al centro del letto: io, Cortàzar, Millàs, Alina, l’altra metà di Alina, il Vitaminas e ci guardavamo per capire chi dovesse fare la prima mossa, e iniziare un dialogo sensato.

Con buona pace delle aringhe ho annunciato allora che l’altra possibilità è che fossi in preda a un mal d’amore.

Ma non uno di quelli che procedono per sottrazione.

No, no, proprio tutt’altro, il suo contrario.

Un mal d’amore apparentabile a uno shock termico, a un’indigestione, a una bevuta troppo veloce d’acqua fredda, a una cosa alla quale non sei abituata e che ti prende un sacco di spazio intorno al plesso solare, a una tintura per capelli che sul foglietto di istruzioni c’è scritto provala prima nell’incavo del gomito o dietro l’orecchio e poi – se non accade nulla di grave in ventiquattr’ore – procedi. E invece tu non aspetti e procedi, e peggio per te. Oppure meglio. Perché era proprio il colore tuo. Però poi passi davanti allo specchio, ti guardi e sobbalzi. Ché quella sei sempre tu, ma col colore nuovo tocca abituarcisi.

Un mal d’amore da improvvisa accumulazione, senza verifica di messa a terra e rischio.

E poi al centro del letto, a tutta la mia platea letteraria, ho annunciato di avere pure un dolore, come uno strappo nella pancia e una lancia nel cuore. Che mi sentivo orfana di figlia, orfana di padre, orfana di passati morti e che tutti questi orfanaggi reali, presenti, ipotetici, metaforici e futuri li volevo chiamare tutti per nome, uno a uno, una buona volta per tutte. Che poi il nome in fondo è solo uno, ma avevo voglia di dirlo, declinarlo, piangerlo e vomitarlo.

E l’ho detto, finalmente. Detto, declinato, pianto e vomitato.

Ma passando a cose più allegre.

A un certo momento ho indossato la scarpetta e sono andata in una milonga in mezzo a un bosco, una cosa un poco nascosta che se non te lo spiegavano non l’avresti mai trovata.  Non ho avuto il tempo di entrare che già stavo ballando con Igor, Mateo, Wincenty e non so chi altro.

Una cosa bella, ma così bella che non si può immaginare, in un posto che era del tutto fuori dal mondo e dal tempo. Dove non si servono alcolici e tutto restava meravigliosamente sobrio. Un posto di inchini e baciamano e Mateo che mi ha chiesto: sei venuta per restare per sempre? E io ho risposto no, parto domani. Anche se in quel momento esatto sapevo che invece stavo, a prescindere dall’andare e venire. E quindi era anche un po’ per sempre. Ma era troppo complicato da spiegare. E poi su Francisco Canaro non si parla.

E poi sono andata a visitare dei centri commerciali, che al confronto i nostri fanno tanto paese sovietico degli anni ottanta e ho pensato che schifo la globalizzazione, ma poiché ero nell’esercizio delle mie funzioni non lo potevo dire. E poi c’erano gli orsi, tantissimi. Centinaia. E poi il vecchio quartiere Praga, e gli artisti finalmente liberi. O diversamente prigionieri, mettiamola così.

Poi sono partita e arrivata in un posto che aveva la forma mia, come un calco. Preciso preciso.

E mi è venuta in mente una storia che avevo scritto un sacco di tempo fa, questa, che mi aveva divertito moltissimo.

E mi sono venute in mente moltissime cose. Iridescenti e in movimento come le perline di un caleidoscopio. Mentre il tempo, lui, continuava a star fermo, fermissimo.

Eonico.

Il tempo fermo e io seduta in mezzo.

E mentre disfo la valigia penso che tra meno di una settimana forse riparto. E che stavolta mentalmente mi farà compagnia Safran Foer e che passeggerò con Brod. E che sono anche un po’ Brod. E che mi piacerebbe imparare l’yiddish. E che forse mi verrà di nuovo mal di stomaco. E che ho la testa piena di musica e sono catastroficamente felice. E che dopo che per tutto l’inverno mia figlia mi ha cantato quella canzone di Jovanotti, con gli occhi lucidi e mamma senti quant’è bello quando dice così e così, e te la dedico mamma, adesso la canto pure io. E che.

Il mondo visto da una graduatoria

dicembre 13, 2007

Ora, alla fine di queste giornate in cui segregata in uno spazio chiuso non ho saputo nulla, non ho saputo di uno sciopero che ha paralizzato il Paese, né di un’acciaieria né di chissà cos’altro, è tuttavia con sufficiente cognizione di causa che posso confermare che l’ordine dell’universo riposa su tre regole fondamentali:

la legge di Lavoisier

la partita doppia

e per finire una mia teoria personale: che la vita sia come il maiale, nel senso che non si butta via niente. Che tutto, anche l’errore più maldestro, anche la vicenda più bizzarra, anche l’esperienza più marginale, alla fine abbiano un risvolto inatteso e imprevedibile, un improbabile tornaconto.

Ci sono errori grossissimi che ho commesso in questa vita e che tuttavia sono certa che non avrei potuto impedirmi.

Errori che hanno modificato l’intero corso delle cose catapultandomi a tratti in una vita non mia, facendomi deviare dalla strada che immaginavo tracciata per andare a finire lungo traverse secondarie e accidentate, buie e ritorte su loro stesse.

Il risultato è che oggi non faccio esattamente ciò che avrei sognato per me, ciò che avevo immaginato e impostato.

L’altro risultato, quello secondario, derivato, è che se le cose non fossero andate così, oggi a una deliziosa signora spagnola non avrei saputo cosa raccontare per farmi perdonare tutte le cattive pronunce e le costruzioni sintattiche fuori posto. E invece sono partita da una frottola fino a farla innamorare di Buràn tanto da rendermi grazia. E che grazia.

E nemmeno a un’altra simpatica signora che mi chiedeva del mio rapporto con un pc e che alla fine si è convinta che un blog insegni molto più dei filtri di excel e delle presentazioni in power point.

Per non parlare del resto, del balzare da un esaminatore all’altro e di come anni spesi in giro per tribunali ti rendano in grado di padroneggiare ogni forma d’ansia e ridere di te, in ogni caso. E coinvolgere gli altri nelle tue risa.

Anni apparentemente perduti, statici, stanziali, ambizioni fortemente ridimensionate, zavorre ai piedi, effimeri passatempi coltivati per distrarmi dalle perdite principali e tentare di riempire dei buchi, sono tornati tutti a mio vantaggio. Come un piccolo capitale sotterrato che cresceva senza che me ne accorgessi.

Non si perde nulla.

Tutto quello che esce dalla porta principale rientra da quella di servizio.

C’è qualcosa nella passione che la rende indivisibile, inseparabile: se c’è, abita tutto quello che ti appartiene, si travasa da un ambito all’altro dell’esistenza e la pervade.

C’è qualcosa nella fantasia che la rende moneta universale: se ne hai piene le tasche, puoi spenderla dovunque e dovunque la accetteranno, anche dove sarebbe inimmaginabile. E puoi lasciarla lì in dono, insieme a un sorriso, senza dover esigere spiccioli in resto e lesinare sul conto.

C’è qualcosa che talvolta rende necessario perdonare e andare avanti. Che ti ricorda che sei tutto ciò che resta, anche quando il resto ti sembra andato via. E non è poco, no.

Stasera offrirei da bere a tutti. Anche all’uomo del Bilancio e del Controllo di Gestione.

Anche a chi ha riempito di sale i tagli che mi aveva provocato, insegnandomi senza volerlo che così cicatrizzano più in fretta.

Donde aprendistes el castellano?

Fue en Buenos Aires, hace mucho tiempo. Fue la noche en la que bailaba sobre las mesas y me llamavan Golondrina…

Se non puoi convincerli, confondili. Appunti di contabilità .

dicembre 7, 2007

Ma veniamo dunque all’ultima parte di questo studio, quella più ostica. Son giorni che guido e intanto parlotto al volante, cerco di fissare concetti astrusi in modo apparentemente sensato.

Mi interrogo da sola.

E siccome sono onesta, mi faccio le domande alle quali non so rispondere.

Poi attivo una zona di disonestà intellettuale e mi esercito a svicolare la questione provando a imbastire un discorso che distragga l’interlocutore da ciò che non so, per infilarci quello che invece so.

C’è una cosa che so per certo: gli uomini vivono per sovrapposizione, le donne per confronto.

Gli uomini semplificano, le donne complicano.

Gli uomini impilano, le donne sparpagliano.

Tranne che a casa, dove in genere avviene l’esatto contrario.

Ora, non voglio farne una regola universale, ma anche negli edipi tardivi il metodo è simile: gli uomini cercano la mamma (e spesso la trovano), alla quale far aderire l’amata con il minor scarto possibile, le donne fanno confronti tra l’amato e il padre e ragionano sulla forbice.

Lo so che qua si apre la polemica, ma d’altronde le catalogazioni sono un fatto soggettivo. Ognuno ha le sue, alle quali è affezionato come la copertina di Linus e può abbandonarle solo nel momento esatto in cui si dà conto che anziché una facilitazione, sono diventate una prigione

Vabbè, allora dicevo dello studio.

La contabilità.

Ci sono cose che posso imparare solo se riesco a snaturare, a trasformarle e riformulare in un modo più adatto e congeniale a me.

Ci ho girato per giorni intorno all’argomento, per trovare una forma che mi fissasse indelebilmente i concetti chiave. Adesso ci sono, più o meno. Più sul meno che sul più, onestamente.

Il bilancio si compone di tre documenti: Stato Matrimoniale, Conto Ergonomico e Nota integrativa.

Lo Stato Matrimoniale è quel documento che fotografa la realtà in un dato momento, fornendo un quadro di stock e non di flusso. E’ formato da due sezioni: in una ci sono le attività, in una le passività.

Il totale delle due sezioni deve essere uguale.

La partita doppia è dunque quel metodo che permette di non rilevare esperienze negative, ma di considerare comunque che tutto fa parte di un unico calderone in cui ciascuno ha le sue responsabilità. Per esempio: quando il marito prende l’iniziativa e la moglie si sottrae lamentando il mal di testa, l’annotazione viene riportata contemporaneamente nelle due colonne, senza utilizzare simboli negativi. A maggiore attività corrisponde maggiore passività. Per diminuire la passività si può lavorare diminuendo le attività.

Si ricorda che l’aumento di attività determinato da passività o finanziamenti esterni non riportabili in bilancio è reato.

Il Conto Ergonomico è invece quel documento che rappresenta la situazione di flusso e il processo di formazione del risultato complessivo, quello che viene poi sintetizzato nello Stato Matrimoniale, ossia l’impiego di risorse, le destinazioni, i costi, i ricavi, le comodità e le scomodità, i benefici, i dispiaceri e tutti i fatti straordinari.

Se alla resa dei conti si sta più comodi che scomodi, il Conto Ergonomico è in attivo. In caso contrario è in passivo.

La Nota Integrativa vi spiega nel dettaglio tutto quello che non capite. Se poi lo capite, me lo spiegate pure a me.

Ma attenzione: da qui le cose si complicano, per la presenza di Ratei e Risconti.

I ratei e i risconti altro non sono che le Aspettative e le Abitudini.

Osserviamo i Ratei, innanzitutto.

La caratteristica principale è di essere presunti, potenziali, ma al tempo stesso di essere considerati come quote attese di qualcosa già maturato. Qualcosa che dunque ci spetta o che ci si aspetta da noi.

Sono valori di integrazione, nel senso che vanno a completare e compendiare ciò che già abbiamo o che ancora non abbiamo.

Infine, variano in base al tempo.

I Risconti, per contro, sono delle rimanenze.

E’ ciò che resta anche quando ormai è finito tutto. Si riferiscono a gioie o dolori non ancora maturati e che forse non matureranno mai.

E’ la permanenza ostinata in una quotidianità, in un’abitudine forzata. Il costo già sostenuto per desideri non ancora realizzati. In un certo senso, vista dal lato positivo,  la scorta, la sedimentazione di qualcosa che ci permette di sopravvivere e andare avanti.

Più o meno dovrebbe essere questo. Più o meno. Ho le idee confuse. Assai.

Che tristezza, ‘sta contabilità. Proprio non ce la  faccio, no.

Arbeit als Beruf? Arbeit o Beruf? Boh

dicembre 4, 2007

Succede che qualcuno che non conosco mi chieda che lavoro faccio. Allora lì è semplice: gli dico che mi occupo di fiere e convegni e finisce subito.

Poi capita che qualcun altro, qualcuno che conosco meglio ma non troppo, come dei conoscenti con scarsa frequentazione o lettori del blog, un giorno mi chiedano in dettaglio: ma tu, proprio precisamente, che lavoro fai? La rappresentante, la guida turistica? La formatrice? L’hostess? La procacciatrice d’affari?

E’ che proprio precisamente non lo so nemmeno io.

Ci pensavo ieri sera, dopo aver tentato di spiegare a mia figlia le basi elementari dei processi di merchandising, ossia perché gli ovetti kinder e tutte le schifezzuole alimentari si trovano sempre alle casse dei supermercati e come si può combattere la globalizzazione cattiva portandosi al cinema il pop-corn fatto in casa anziché pagarlo in situ sei euro.

Mamma, ma tu precisamente, che lavoro fai?

Ecco, potevo mai rispondere alla creatura che faccio il lavoro più antico del mondo?

Marchette.

Sì.

Però d’alto bordo.

Marchette internazionali, clientela raffinata ed esigente.

Per darci un tono diciamo marketing territoriale, come quelle altre là che scrivono massaggi e bagno turco invece di.

E’ un mestiere difficile, lo so. Ma è il mestiere che ho scelto e che ancora oggi, dopo tanti anni e tutti gli inconvenienti del caso, mi dà piacere. Lo dico senza pudore.

Un mestiere non esente da rischi professionali, primo fra tutti la costante esposizione al SIDA (Sindrome da Intelletto Deficienza Acquisita), facilissimo da contrarre quando hai a che fare sistematicamente con portatori di SIDC (Sindrome da Intelletto Deficienza Congenita), madre di tutte le patologie.

Un mestiere che spesso non conosce sabati e domeniche, che sacrifica i giorni festivi al soddisfacimento del cliente di turno.

Le puttane governative devono dire sempre di sì, a uomini e donne, anche a interi gruppi. E’ il loro ruolo, sono pagate per questo. Accettare proposte, suggerire nuove possibilità, insegnare qualche trucchetto ai più inesperti, prodigarsi oltre le prestazioni richieste. Custodire nel segreto dell’alcova professionale le confidenze di imprenditori, amministratori locali e commercialisti.

Ho clienti occasionali e habitué. Mordi e fuggi e lunghe relazioni di servizio.

Periodicamente mi aggiorno – anche nel nostro mestiere serve – affidandomi al Kamasutra dell’esportatore  e al Tantra del buyer, due antichi manuali carichi di saggezza. Da alcune settimane sono ferma sullo studio e la pratica della posizione del Piggy Back e su quella della Penetrazione Commerciale Trasversale.

E’ che a una certa età non c’è più l’elasticità di una volta, le giunture sono meno flessibili, le sinapsi pure.

Ma il mio lenone è impietoso, ha deciso che ho la stoffa da maîtresse e che non posso sottrarmi alle mie responsabilità.

Eppure non pensate che non abbia un cuore, no.

Come tutte, sogno l’amore. Qui, chiusa nel bordello di Stato dal quale è difficilissimo fuggire, dove benché non ci sia lusso veniamo comunque protette dalla precarietà della strada,  coltivo la fantasia di qualcuno che verrà un giorno a prendermi per farmi sua, liberandomi dalla schiavitù del badge e riscattando il mio TFR.

Lo guarderò negli occhi e gli dirò: la mia tariffa giornaliera è di 360,00 euro IVA del 20% esclusa. Ma per lei posso fare un’eccezione.

Poi mi accorgerò che è Hanging Rock, che come me condivide questo destino di cortigiana aziendale e insieme fuggiremo lontano.

Forse apriremo un ristorante cinese, forse una milonga.

Lontano.

Magari su Second Life, dove potremo rifarci una vita cancellando il nostro passato.

Marketing Mix e Unsought Goods

novembre 27, 2007

Tutto ha un suo ciclo di vita: gli esseri umani, i progetti, i prodotti, le aziende. Anche le emozioni.

Anche le delusioni.

Sì, anche le delusioni si sviluppano secondo una curva, che nella sua ascesa porta con sé un carico di dolore e di rabbia, fino a culminare in un picco di cattiveria e autolesionismo.

Poi di colpo la curva inizia a discendere e la delusione è pronta, è matura per essere trasformata in qualcos’altro o essere smaltita.

Perdonate se ho assunto un’impostazione aziendalistica del blog, ma son giorni in cui tra lavoro intenso io ho necessità di studiare per un concorso e sempre, sempre nella mia vita di studentessa, sono riuscita a imparare le cose scrivendole.

Da ragazza riempivo pagine e pagine di riassunti, e poi riassunti dei riassunti, e poi i riassunti dei riassunti dei riassunti, con note di tutti i colori, e poi fino a una sintesi di due, tre parole, che però mi esplodevano in testa e si ramificavano, riportandomi ai contenuti originari.

Ho un cervello che immagazzina zippando. Se qualcuno mi stimolasse il cervello in quel dato punto lì ne verrebbero fuori partite a nascondino e ginocchia sbucciate e profumo di brioche, in quell’altro punto fotogrammi di film e un bigliettino lasciato sopra il parabrezza e sprazzi di verde bosco.

Le millequattrocento pagine dei due volumi di Storia e civiltà dell’Estremo Oriente mi sono entrate in testa con questo metodo, con una serie di artifici visivi fatti di colori e una serie di assonanze e collegamenti degni della migliore tradizione di associazione di idee.

Ma torniamo alle delusioni e a tutte le cose che ci insegna il marketing .

Le quattro P. Le tre L.  Le leve d’azione, le esigenze. Latte, Letto e Lusso.

Le cinque forze di Porter, la piramide di Maslow: tutto concorre a sviluppare e a fomentare la corretta nascita ed evoluzione di un processo delusivo.

E’ così per tutto: vi comprate una cosa e subito dopo scoprite che la concorrenza lo faceva meglio. Vi innamorate e il valore del bene percepito non corrisponde a quello atteso.

Dal sogno al bisogno, dal bisogno all’agogno. E poi mi vergogno.

Mi vergogno di me, sì.

A volte, nella curva calante della delusione, quando scomparsi il cliente e il fornitore resto sola, davanti a me stessa, spaurita.

E mi dico non lo faccio più, non gioco più, non ci casco un’altra volta, no.

E poi ero a cena con amici a Roma, l’altra settimana, e ridevo. Stavo tentando di capire se il marketing nasce quando nel mondo viene a mancare l’amore e dunque si propone di surrogare l’assenza con beni sostitutivi o se – peggio – non sia l’amore stesso una strategia di marketing volta ad anticipare i bisogni del target e a cercare di soddisfarli, con un apparente altruismo che in realtà mira solo a mantenere il proprio posizionamento e un fatturato sentimental-sessuale che non vada al di sotto del punto di pareggio.

Così che quando la delusione inizia a calare e bisogna scegliere se mantenerla o innovarla nascono tutta quelle serie di variazioni sul tema: la guerrilla marketing, il viral marketing, il tribal marketing.

Come dire: ti distruggo, ti martello o ti persuado con un sistema di valori in cui farti identificare per riavvicinarti a me?

O lascio semplicemente che la delusione vada fuori produzione e inizio a ipotizzare nuovi investimenti affettivi e impianti a norma ben certificati e assistenza post-vendita?

E’ che qui il mondo si fa sempre più difficile, aumenta di giorno in giorno la sua complessità: il mio mercato obiettivo mi alza barriere all’entrata, c’è la minaccia di potenziali entranti. Vogliono il brand, il brand. Io al massimo posso offrire un limoncello, quale brandy e brandy!

Think globally and act locally o think locally and act globally?

O non think affatto, act poco poco e arrivederci e grazie?

Mia nonna, che era una grande studiosa di marketing, diceva: fatte accatta’ da chi nun te sape!

Io, che invece sono cretina, mi fisso con la Product Liability e faccio cap’e mmuro.