Archive for the ‘il bar sotto il mare’ Category

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luglio 15, 2014

Non potevo immaginare che una cosa così banale producesse un effetto così dirompente. Una piccola app, scoperta per caso – già non ricordo più se ne avessi letto, se me ne avessero parlato o cos’altro – che di notte ti monitora il sonno, i sogni, i movimenti, i mugugni.
Che sembra impossibile, ma è vero.
Te ne accorgi al mattino, leggendo il diagramma di flusso, che contiene tutto il tuo sonno, e ha registrato il russare, le parole mormorate nella notte; una piccola app che con una serie di ninne nanne e cantilene incorporate, che scattano non appena il sensore registra che entri in fase rem (e lo registra dalla respirazione, dai movimenti del corpo e da non so che altro) lentamente ti guida a esplorare l’universo onirico, che ti risveglia prima che la sveglia suoni, nell’esatto momento dell’alba in cui registra che il tuo sonno è ormai lieve lieve e in quel risveglio anticipato, in una fase in cui mai da solo riusciresti a svegliarti, ti spalanca un mondo di confine, dove non sei del tutto addormentato ma neppure sveglio. Una dimensione altra, non usuale, in cui fluttuano immagini e visioni. Una dimensione liquida, in cui non solo la mente, ma anche la percezione del corpo è del tutto diversa. Come se il corpo fosse enorme, esteso, e occupasse più spazio di quello usualmente occupato da svegli.
Difficile da spiegare, sono sensazioni forti ma difficili da rendere a parole.
Così ho completato la mia prima opera d’arte. Più che opera, un’operina. Ma meglio di niente. E’ qualcosa di finito, completo. Ho impiegato tre settimane, lavorandoci quotidianamente, con le immagini dei sogni. Dalle ombre è venuta fuori una cosa concreta, tangibile. E’ venuta fuori un’abilità che non sapevo di possedere, io che mi credevo donna fatta di parole, di frasi e punteggiature, di regole e abitudini.
All’inizio ci lavoravo senza sapere bene cosa ne sarebbe stato. Ai due terzi ho compreso che era un dono, un dono di me da fare a una persona cara. Un dono unico, irripetibile, che consegnerò nei prossimi giorni. Un’opera prima.
Io stessa mi commuovo all’idea. Vorrei essere chi lo riceverà, per emozionarmi, ma al tempo stesso sono felice di essere chi dona. E’ come fossi entrambe le cose.
Stamattina la app mi ha restituito chiara e netta la mia voce che seriamente affermava: è proprio così, anche io avrei dovuto restare zitta.
La settimana scorsa, invece, nel sogno ero finita in un lago cristallino, con tutta l’auto, e non riuscivo ad aprire le portiere. Ma la mia voce sussurrava: ci sono dei pesci bellissimi, qui, non esco.
Mi è venuto spesso in mente, in queste settimane, il libro di Herrigel di cui mi ha parlato un amico. In particolare la frase che dice: se vuoi centrare l’obiettivo, devi distrarti e dimenticare l’obiettivo.
Ecco, là per là, quando ne abbiamo parlato, ho pensato fosse impossibile.
Poi nei giorni è accaduto. Ho dimenticato un po’ l’obiettivo. Mi sono distratta, mentre tiravo con l’arco nelle direzioni più disparate.
E’ accaduto, mentre ero impegnata a dare forma visibile ai sogni. E più li rendevo manifesti, concreti, più i sogni si facevano reali e prendevano corpo intorno a me. Come se avessi immesso nuove immagini nel mondo e queste immagini si fossero poi consolidate. Una cosa rivoluzionaria, un tale capovolgimento che al mattino, al risveglio, mi pare di infilarmi in giornate di sogno, dove tutto è possibile e tutto ha una tempistica perfetta.
Ogni tanto riascolto la voce dei miei sonniloqui e sorrido: è così precisa, netta, così chiara nelle indicazioni, così semplice da tradurre in azione.
Penso all’ultimo anno e mezzo, alle mie insonnie senza fine, ai miei sonni comandati da pasticche, a tutti i tentativi di eludere la voce dei sogni, evitando inconsapevolmente di dormire o abbandonandomi a sonni chimici dalle visioni alterate.
Io che mi sapevo donna di parole, di frasi e punteggiature, di regole e abitudini, ora sperimento altre vie. Scopro le mani, scopro la voce, abilità finora sconosciute o poco e male usate.
Scopro che in fondo al lago ci sono pesci bellissimi e che l’acqua non soffoca.
So che un giorno, prima o poi, mi riprenderà alla gola e mi sentirò mancare, nuovamente. Ma al momento fluttuo, galleggio, di colpo ogni movimento diventato facile, ogni azione aggraziata.
Che forse sarà vero, che chi dorme non piglia pesci. E manco li vede.

Il “bar” sotto il mare. Sottotitolo: orgasmo, petite mort e paurosissime storie di profondità.

agosto 31, 2009

Questo blog, un tempo diretto da una certa signora Flounder, femmina all’anagrafe e sogliola per elezione, oggi è il blog di una certa signora Flounder, sempre femmina all’anagrafe e sogliola per elezione, ma attenzione.

Se prima la sogliola era quella creatura con grande aspirazione ad una vita ambientata sotto la sabbia, mimetica e fatta di understatement, oggi la sogliola è pesce brevettato.

Partiamo daccapo.

Chiunque mi conosca bene, sa che dietro le apparenze, io sono una grandissima paurosa di morte.

Di morte generica, che di volta in volta prende le più diverse sembianze: in senso psicologico e affettivo ha la forma degli addii, degli abbandoni, dei tradimenti, delle separazioni definitive, in mare si trasforma in morte per congelamento, quando l’acqua è fredda, ossia sempre. Oppure in morte per annegamento e basta davvero pochissimo, poche gocce d’acqua nel naso, o morte per maciullamento degli arti, se sono in barca e a venti miglia vedo un piroscafo che già immagino in collisione. Per non parlare delle paure di morte in aereo, nelle varie fasi del volo, suggerite da qualsiasi rumore del motore o scricchiolio di un sedile. Indugio sulle paure di morte per soffocamento al mangiare un chicco d’uva, una caramella o se mi vada di traverso un sorso di vino. Sorvolo sulle paure di morte per malattia e anche su quelle per interposta persona, relative a tutti quelli che amo. Per non dire delle paure degli abissi, del vuoto, della velocità, dell’ebbrezza, degli incidenti stradali, del botulino, dei funghi velenosi, delle cavallette, dell’inflazione, dei moti dell’animo altrui che non riesco a interpretare, della perdita di controllo, della menzogna, della troppa passione, della scarsa passione

Insomma, per farla breve, certe volte penso di essere proprio un guaio. Altre volte mi complimento da sola per riuscire a sopravvivere a dispetto di tutte queste paure e mi chiedo da dove tiri il coraggio, da quale zona di follia o saggezza. O se tutte queste paure messe insieme non siano il tratto costitutivo che più mi rende forte. Non lo so e non lo posso sapere. E forse nemmeno lo voglio sapere, un po’ mi fa paura, credo.

Ed è così che in quest’estate triste e pesante, quando il DF (Dolce Fidanzato) ha stabilito di diventare supporto, anestetico, sostegno e puntello di buona parte di tutte queste paure e in uno slancio di bellezza ci siamo trascinati a svolgere l’indagine preliminare dei Diving del circondario, ho capito che o l’andava o la spaccava. Che poi pure mia madre e la mia amica Jane mi hanno detto: ma che sei pazza? Ma non te la ricordi la predizione dell’indiano che quindici anni fa ti ha detto che potevi morire affogata pure sotto la doccia?

Voglio anticipare, anche se non è metodologicamente corretto, una serie di conclusioni cui sono arrivata: i subacquei sono dei tossici. Come quelli che ballano ossessivamente il tango, come quelli che vanno al cinema tutte le sere, come quelli che mangiano solo macrobiotico, come quelli porno-addicted.

Il subacqueo esperto fa dell’immersione un pretesto per poi riemergere e giocare a chi ce l’ha più lungo. Si intende l’erogatore.

A chi ce l’ha più grosso. Si intende il GAV.

A chi dura di più. Si intende con la bombola.

A chi ne fa due o tre nella stessa giornata. Si intendono le immersioni.

E per finire, a chi se ne è fatte di più. Crociere sub, ovviamente.

Torniamo a noi.

L’AF (Acquatico Fidanzato) è un tizio nato con le branchie, che si mette il costumino e nuota, nuota, nuota fino allo sfinimento. Io invece no. L’AF va in apnea, io nemmeno se mi minacciano di morte (a quel punto preferisco scegliere di che morte morire, abbiate pazienza). Per finire l’AF non ha freddo mai, io invece sono ipotermica come una lucertola.

Scena prima. Mare, tre metri di profondità, temperatura dell’acqua sui ventiquattro gradi, correnti zero.

L’SF (Subacqueo Fidanzato) è già sceso. Io ho ancora l’acqua che mi lambisce i capelli e già riemergo per fare testamento. Dopo dieci minuti di questa jacovella, riprova, risali, riprova, risali, non ce la faccio, sì ce la fai, no, non posso, sì che puoi, decido di arrendermi, risalire in barca (ho tralasciato volutamente la pena dello scendervi, che fa capo alla paura del vuoto sotto, dell’annegamento e dell’impiccagione involontaria con la cima), togliermi la muta e la maschera che mi fanno effetto Vergine di Norimberga, la cazzo di bombola e di zavorra che pesano più di me, le pinne causa di crampi e di sicura morte per successivo arresto cardiaco e tornarmene a prendere il sole (abbronzante protezione 20, paura delle scottature e dei melanomi).

Ma il PF (Paziente Fidanzato) insieme al PI (Paziente Istruttore) sono irremovibili e mi trascinano verso morte sicura. La sera sono corsa in ospedale per un mal d’orecchio che sicuramente poteva essere causa dello sfondamento di un timpano. Per non parlare della sensazione di affanno, indizio certo di incipiente angina pectoris con inevitabili drammatiche conseguenze.

Non più tardi di cinque giorni dopo, ancorché temendo stavolta di morire per assideramento (e tralasciando per il momento la morte per embolia, la narcosi da azoto e la malattia da decompressione), a quindici metri mi infilavo e sfilavo la maschera, mi spogliavo del giubbotto e me lo reinfilavo, mi toglievo l’erogatore e continuando a far bolle ci davo pure un bacio in bocca all’EF (Erotico/Eroico Fidanzato).

Dieci giorni dopo nuotavamo a diciotto metri tra centinaia e centinaia di barracuda in transito, un impressionante caos sottomarino. Mica fanno paura, i barracuda!

E ieri, ieri, quando infilandomi sotto l’arco naturale a trentotto metri sotto il mare, completamente distratta dal panorama, dalla vegetazione, da quella sorta di abbandono controllato così simile alla costruzione di un amore, anche un po’ incurante del freddo gelido e dell’onda lunga che si faceva beffe di me della mia zavorra e dell’assetto neutro, mi sentivo così tranquilla.

Ma bravissima, ha detto il CF (Compiaciuto Fidanzato).

Ho creato un mostro, ha detto il CI (Compiaciuto Istruttore) quando siamo risaliti.

Per un fatto di pudore non ho detto a nessuno dei due che avevo paura di non avere più paura.