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Lo sguardo dell’altro. E pure la barba.

aprile 25, 2017

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Ci ho pensato spesso, in questi giorni, immersa in un mondo in cui la maggior parte portava a spasso una barba: statue di imperatori e filosofi, giovani hipster, qualche pope, anziani e meno anziani, mentre il mio sguardo rapito saltava dall’uno all’altro.

Ci ho pensato perché il pensiero non è un’attività quieta e contemplativa, ma la traduzione di impulsi elettrici, di sensazioni che prendono la strada di immagini e concatenazioni di frasi mentali e diventano una sostanza concreta. Modificabile, ma concreta. Che a sua volta genera nuove sensazioni e impulsi elettrici, fino a formare un disegno più o meno comprensibile, articolato, di linee e chiaroscuri, di ombre e rivelazioni. E tutte quelle barbe vaganti mi riempivano di impulsi, a me.

Tempo fa un amico mi diceva che la mia inspiegabile attrazione per le barbe – attrazione che nel tempo va trasformandosi non in ossessione o mania, bensì in sola forma possibile del virile come personalmente inteso – derivava dal fatto che mio padre si era rasato tutti i giorni della sua vita. Puntuale, ogni mattina. E puntualmente, quando non era stato più in grado di tenersi impiedi, ero stata io a raderlo. Fino all’ultimo.   Per la precisione fino al penultimo giorno della sua vita, perché l’ultimo giorno, con gesti minimi e un filo di voce arrochita, si era decisamente rifiutato, dicendo testualmente: oggi no, tanto oggi devo morire.

E nel tardo pomeriggio era spirato, con una barba dura e ispida, che gli cresceva velocissima. A volte si radeva anche due volte al giorno, se aveva impegni serali, tanta era la rapidità di crescita.

Quando lo abbiamo preparato per l’altro mondo, gli zii volevano  sbarbarlo.

Ma io mi sono fermamente opposta: era stato il suo atto di ribellione, l’unico di una vita ordinata e mossa dal senso del dovere, e non doveva essere cancellato, non doveva essere contraddetto. Voleva morire facendo una cosa che non si fa, seminando il germe di un piccolo caos senza nessun effetto.

E così lo abbiamo deposto nella sua bara, ben vestito e con il viso cereo e pieno di peli, che continuavano a crescere incuranti della sua dipartita.

Dunque l’amico mio sosteneva che la mitizzazione delle figura paterna mi porti ad escludere dalla mia visione del maschile tutti gli uomini ben sbarbati, che tanto non potranno mai reggere il confronto.  Mentre invece quelli barbuti, essendo un genere a parte, mi offrirebbero una possibilità, seppur minima, di un dialogo. Ma soprattutto di un’attrazione fisica, laddove il terrore edipico interverrebbe a frustrare il desiderio nella parte restante dell’umanità, quella liscia liscia e profumata.

Devo dire che là per là, ma anche nelle settimane a seguire, la spiegazione mi era parsa di tutto rispetto, chiara e confortante. Sensata e triste a un tempo.

Fino a ieri sera.

Quando, lette le decine e decine di auguri per il compleanno, ce n’erano alcuni, provenienti dalle persone più intime e con maggiore confidenza, che mi auguravano di trovare finalmente qualcuno di cui innamorarmi.

Ora, io apprezzo moltissimo il garbo e l’affetto da cui sono circondata e i sinceri auguri che mi si indirizzano. Pur tuttavia, non so che razza di augurio sia mai questo.

Come se in qualche modo mi si dicesse che sono monca, carente di qualcosa, come se mi si vedesse infelice e solitaria. Onestamente preferirei trovare per terra duecentomila euro, di questi tempi, e l’augurio che ciò si materializzasse nel più breve tempo possibile. Ma augurare a qualcuno di innamorarsi non lo so se lo comprendo veramente.

Perché poi io sono estremamente letterale, ho un cervello che funziona per associazioni, se partono da me, ma per interpretazioni elementari per quanto mi viene detto da altri.

E così, sdraiata nel mio letto ateniese, ho pensato alle due cose, in cui vedevo una stretta relazione: gli innamoramenti mancati e i barbuti. E mentre mi incamminavo sulla via del sonno cercavo la chiave.

Per innamorarsi, mi dicevo, occorre la seduzione, in senso proprio etimologico del portare l’altro a sé.

Ora, io so per certo, avendo ormai raggiunto il mezzo secolo di età, che nessuno può far niente per portarmi a sé. E questo per la semplice ragione che non sono sensibile a complimenti, doni, gesti galanti e moine.

Sono sensibile a tutt’altro.

A cose che non si possono architettare, preparare, organizzare, disporre. A cose che ci sono o non ci sono.

E poco importa cosa faccia l’altro, non sono dipendenti dalla sua volontà.

Sono cose di grande semplicità, ma non modificabili con un atto intenzionale. La qualità dello sguardo, ad esempio. Il timbro della voce. Il modo di occupare lo spazio. La gestualità propria di ciascun individuo. L’odore corporeo, il calore della pelle.  Un certo tipo di intelligenza mista di acume e sensibilità

Niente può alterare questi dati o camuffarli, nulla può simularli.

E per quanti sforzi faccia l’altro, niente potrà condurmi nella sua traiettoria se non c’è, da parte mia, il riconoscimento di questi elementi nelle forme a me gradite. Che non ha assolutamente niente a che fare con bellezza e bruttezza, ma è tutt’altro genere di categorie.

Così mi sono soffermata sullo sguardo, che è la cosa che mi colpisce per prima in qualunque essere umano.

Quello che chiamo lo sguardo magnetico.

E in quest’aggettivo – magnetico – ho trovato la chiave.

Magnetico, dicevamo. Come i poli, che si attraggono o si respingono. Come le calamite sul frigorifero, che resistono agli scossoni e alle sbattute di porta.

Lo sguardo magnetico è uno sguardo che attrae.

Non lo sguardo lascivo che si protende e ti scivola addosso come bava, no.

E’ lo sguardo che attrae e ti calamita, dal quale puoi staccarti solo esercitando una forza di pari entità.

Ora, i magneti funzionano solo in presenza di altri magneti, secondo una formula e delle unità di misura che non staremo ad approfondire, tutto il fatto dei tesla, del raggio e della distanza, che ci interessa qui solo metaforicamente, ma fatto sta che le cose vanno esattamente così.  Esiste una struttura atomica fornita di determinate caratteristiche e queste si focalizzano nello sguardo, sicché un corpo viene mosso in direzione di un altro che crea un campo magnetico, e quanto maggiore è la sua forza, la sua sostanza, la sua densità, tanto maggiore è l’attrazione che ne deriva e la velocità di attaccamento dell’altro corpo.

In sostanza, uno sguardo magnetico non si protende, ma attrae. Invita l’altro corpo a raggiungere il suo spazio. In un certo senso gioca su un vuoto da esplorare. Non è mai predatorio ma curioso. Non è mai pieno del tutto, come le terre rare, e gioca su questo vuoto che chiede di essere riempito dagli elettroni dell’altro. Grosso modo per capirci.

L’altro elemento di attrazione di un volto è la bocca. Per la sua mobilità, in parte, per i contenuti che veicola.

A differenza dello guardo – ma ripeto, questa è solo una visione molto soggettiva della faccenda – la bocca non attrae, ma si protrae. Parla, parla, racconta, dice cose, invade lo spazio dell’altro, lo riempie. Oppure no. Nel tacere genera un campo di assenza che va comunque letto, interpretato.

Il combinato di sguardo e parola, di occhio e bocca, di vuoto e pieno alternato, è quanto genera l’interesse di un individuo. O la sua totale indifferenza, in senso attivo e passivo.

Ora, che ti fa una barba, nel caso maschile?

Maschera e isola, genera una cornice che occulta ogni altra forma di espressività, che ricopre la maggior parte dei muscoli del viso, e focalizza l’attenzione su occhi, in primo luogo, e su bocca, in secondo. Come dei segnali del traffico, quelli del senso obbligato o dello stop, e ti induce a concentrarti esattamente sulle zone di comunicazione suprema, senza altre distrazioni, senza rumori. La barba ti dirige su quelle parti del corpo che non sanno, non possono mentire, quelle che raccontano la rabbia, il disgusto, la paura, lo stupore, la gioia, la curiosità. Nel bene e nel male, la barba ti costringe a osservare, a fermarti, a considerare.

Come i particolari che mi riempiono di stupore in una fotografia, la barba è una cornice che delimita e, laddove ci sia, fa risaltare al mio sguardo il dettaglio isolato, quello che mi interessa e mi conquista. E’ la mia bussola, il mio microscopio, la mia lente di ingrandimento, il mio pantografo.

A volte vorrei condurre un’indagine sul mondo maschile, barbuto e non, e chiedere: ma tu, che hai in quella testa? Perché porti o non porti la barba?

Personalmente penso che il gesto di radersi, al mattino, predisponga alla violenza: la lama fredda, tagliente, che scorre sul volto. A volte penso che sia il contrario: è durante la guerra che non ci si rade, per mancanza di tempo e materiali. In definitiva, non lo so.

Da Adriano a Caracalla, tutti gli imperatori si sono fatti crescere la barba. E con loro i filosofi, gli uomini di potere, i saggi. Poi Costantino inverte la tendenza e si torna ai tonsori. Ma gli uomini belli hanno la barba: Karl, Ernesto, Fidel, per dirne tre.

Leggo, in una storia della barba,  che le preferenze in fatto di barbe seguono una dinamica definita “negative frequency-dependent sexual selection” (selezione negativa dipendente dalla frequenza), un meccanismo evolutivo per cui un tratto fenotipico raro all’interno di una popolazione determina un vantaggio per i portatori e che, in modo analogo, quando le persone iniziano a seguire una moda, questa comincia a perdere in termini di popolarità. Risultato: sia le facce irsute che quelle levigate diventano più attraenti tanto quanto sono più rare. Lo stesso meccanismo porta i popoli mediterranei ad apprezzare chiome e capelli chiari.

Sono certa che la moda non sia sufficiente a spiegare il fenomeno e che dietro una barba si nasconda molto altro, un insieme di cose possibili e miste. Ed è la ricerca di questo misterioso qualcosa che mi porta a gradire le gote irsute. E quello sguardo magnetico che emerge improvviso, facendosi strada tra peli, ciglia e sopracciglia, che pare dire: avvicinati, vieni a vedere. Più vicino, più vicino ancora, oltre il bosco, nella foresta. Dove ululano i lupi e si incontrano le lucciole danzanti.

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Il corteggiatore men che perfetto, ma auspicabile. Un trattatello men che esaustivo, ma conciso.

gennaio 26, 2017

Sempre, per comprendere l’esatta natura delle cose, o quanto meno avvicinarvisi di molto,  è necessario partire dall’origine delle parole che la definiscono.

E dunque il corteggiamento, come definisce il nostro amato dizionario etimologico, così è spiegato: derivante da corteggiare.

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Ma non paghi dell’etimologia, ci spingiamo addirittura a considerare le possibili variazioni sul tema, studiando sulla Treccani le numerose varianti del concetto e delle parole che li rappresentano e descrivono per nuance e possibilità le diverse sfaccettature, iniziando da un corteggiatore base, spingendosi a un adoratore, a un audace, per culminare nelle versioni deteriori del fenomeno, quali il dongiovanni e il persecutore, che oggi con termine moderno chiameremmo stalker.

Converrete con me che orientarsi in questa panoplia linguistica è cosa ardua.

Pertanto, oggetto di questa trattazione non sarà fornire chiavi interpretative ulteriori, né definire i crismi del corteggiatore perfetto (giacché mi viene fatto notare quanto sia stucchevole la perfezione), bensì provare a tratteggiare le linee guida del “Corteggiatore men che perfetto ma auspicabile”. Come la madre sufficientemente buona di Winnicot: un essere imperfetto, ma sano e affettivamente presente.

Come da mia natura, dovrò operare per classificazioni di massima. Sappiamo bene che la classificazione è uno strumento non gradito a molti, poiché cristallizza e pone limiti, ma sappiamo altresì che è un importante strumento conoscitivo, oltre che catalogante, temuto da quanti amano la vaghezza e le performance anguillesche.

Partiamo dalla definizione centrale: “Essere assiduo presso una donna, al fine di conquistarne l’affetto”.

E qui dividiamo i corteggiatori (o presunti tali) in tre macrocategorie:

  1. Coloro i quali non hanno nulla a pretendere, ma corteggiano tanto per fare una cosa. Nella mia gioventù frequentai un’Università andalusa, dove le mie nordiche compagne erano terrorizzate e scandalizzate dalla pratica del piropo, il complimento salace rivolto alle fanciulle in strada dagli indigeni. In quanto napoletana e avvezza a un innocuo quanto reiterato “te chiavass’”, tipico del maschio partenopeo, mi trovai a dover spiegare loro la totale innocuità del piropo, che non richiede repliche né tantomeno sviluppi ulteriori: è un’azione conchiusa in se stessa, autistica quanto basta, che non necessita di repliche né di inutili sdegni, ma va classificata in un range che si muove dal totalmente inutile al rinforzo positivo di autostima
  2. Coloro i quali si muovono con pretese esclusivamente carnali, con due sottocategorie: relativisti e finalisti. I primi sparano nel mucchio, con un repertorio spesso stereotipato, basato sul complimento fesso. Si scoprono poco, non raccontano nulla di sé, se non quanto funzionale alla conquista. I secondi mostrano un’inventiva maggiore e una discreta perseveranza, abbinate a un esercizio di fine tuning sulla destinataria di turno. Entrambi hanno una gittata temporale di breve/medio periodo, che si esaurisce al raggiungimento dello scopo o all’eccessivo impegno richiesto da quest’ultimo, dal quale desistono in favore di obiettivi più facilmente raggiungibili.
  3. Coloro i quali perseverano, al fine di suscitare affetto e potenzialmente ricambiarlo. Per non complicare le cose con inutili sottocategorie trasversali, daremo per scontato che in questa categoria troveremo persone sostanzialmente in buona fede, ascrivendo al punto 2) quanti simulino interessi affettivi a scopo meramente carnale.

A questo punto è opportuno spendere due parole sulla metodologia.

Le tre categorie definite non sono da noi considerate in termini di merito o di giudizio: si tratta semplicemente di riconoscere la tipologia di corteggiatore e valutare se collimi con i nostri desideri e aspirazioni, e successivamente regolarsi.

Si può benissimo, in un momento della vita, aspirare al corteggiatore di tipo 1), in momenti in cui si ha bisogno di un surplus vitaminico per curare un’autostima depressa dall’inverno, dalla menopausa, da un impertinente brufolo spuntato sulla guancia, da una trascuratezza coniugale, così come si può scegliere un corteggiatore di tipo 2) per diversificare i propri investimenti sensuali, spolverare la solitudine, per attrazione momentanea o quel che volete.

L’importante è non confondere le caratteristiche tipologiche, al fine di evitare cocenti delusioni, coltivare sterili aspettative e rimanere delusi dalla vita.

Personalmente sono interessata al corteggiatore di tipo 3), ritenendo il sentimento quale unico carburante dell’azione umana e attribuendogli preminenza rispetto alla mera sensazione. Si tratta di un’inclinazione personale, del tutto opinabile e senza pretesa alcuna di verità.

Ciò premesso, il corteggiatore di tipo 3) dovrà presentare una serie di requisiti, taluni prioritari, talaltri accessori. Invito sempre a costruire una lista di priorità, anche nel caso in cui le preferenze si orientino su altre tipologie. Nel caso 2), ad esempio, si badi che egli sia amante accorto e generoso, a prescindere dalla condizione familiare e che non mostri gelosie o possessività. Analogamente, nel caso 1) si stabiliscano interiormente le soglie valicabili, anche se solo verbali, e si definisca il netto confine che separa il motteggio dalla noia. Sono solo piccoli consigli che torneranno utili nella pratica.

Tornando al nostro favorito, il corteggiatore di tipo 3), la mia personalissima lista, non priva di consigli e indicazioni per ambo i sessi, è la seguente:

  • Egli doserà adeguatamente l’interesse che manifesta per voi con un’apertura su se stesso, in modo da focalizzare la vostra attenzione sui suoi punti di forza e di debolezza, lasciando intravedere frange di lati oscuri, vulnerabilità e senza indulgere in sforzi narcisisti. Talvolta è gradita la compensazione tra lati positivi e negativi con accorte misure di contenimento;
  • Saprà alternare sapientemente momenti di galanteria a momenti di semplicità comunicativa, argomenti da massimi sistemi filosofici e pratiche organizzative;
  • Definirà con sostanziale chiarezza la sua condizione affettiva e il suo stato civile: separato in casa, in una relazione aperta, in pausa di riflessione e simili non vogliono dire disponibile. La confusione e il tormento interiore si curano dallo psicologo, i precedenti fallimenti affettivi, addotti a motivo ostativo di uno step successivo, devono essere gestiti da Equitalia;
  • Non adotterà meschine politiche di scambio sul brevissimo periodo, del tipo: ti invito a cena e tu al dopocena, ci vediamo tre volte, ma se alla quarta non succede niente metto il broncio;
  • Calibrerà l’utilizzo delle estremità corporee in funzione del momento e non di calcoli predeterminati, secondo una gradualità e una tempistica che coniughi spontaneità ed esame obiettivo delle circostanze;
  • Un aspetto molto importante è quello della reciprocità e delle iniziative. Come si usa ancora dire in alcuni ambienti meridionali, “l’ommo adda omminia’ e ‘a femmina adda femminia’”. Si tratta di una regola basilare, non intaccata dall’evoluzione dei tempi e dai femminismi, da intendersi tuttavia in maniera ragionevole e plastica, non tassativa. In poche parole, l’iniziativa la deve prendere lui, ma deve lasciar pensare che la prenda lei, e interpretare correttamente le sue titubanze non come un rifiuto, ma come una lotta intestina che la povera donna compie contro i suoi atavici retaggi che la condannano a un’indisponibilità sostanziale. Per contro, laddove l’iniziativa promanasse da lei, lui deve accettarla, senza sentirsi deprivato del suo ruolo né cantare vittoria troppo presto e dare il seguito per scontato. I femminismi ci hanno insegnato ad essere disinibite, un po’ aggressive e a fare il primo passo, ma non ci è mai stato dettagliato con sufficiente precisione come muovere il secondo e il terzo;
  • L’igiene personale meriterebbe una trattazione separata: ci affidiamo al buon senso e a una consultazione del web. Per par condicio, riteniamo che sia argomento condiviso da entrambe le controparti;
  • Se in presenza di reiterate proposte, anche non particolarmente impegnative, ella si sottrae, probabilmente non è interessata. Non è il caso di insistere, ma è opportuno che faccia le sue riflessioni in solitudine. Se trascorso un ragionevole tempo optasse per accettare un invito, una proposta, o presentarla essa stessa, non trattatela con sufficienza e nemmeno attuate azioni di rappresaglia o comportamenti di tipo aggressivo-passivo;
  • Se occorrono spostamenti territoriali, non invitatela a compierli, ma assumetevene l’onere iniziale, con discrezione e senza accollarvi: un intero fine settimana può essere fantastico ma anche devastante. Meglio peccare in difetto di presenza che in eccesso. Questa regola vale non solo per i corteggiamenti, ma in tutte le occasioni che la vita ci riserva, insieme al suo corollario: è meglio abbandonare le situazioni idilliache un attimo prima che raggiungano il culmine della parabola ascendente, piuttosto che scivolare in una rovinosa caduta verso il basso. La parabola potrà essere ripercorsa in successivi momenti con maggiore maestria e bastoni da nordic walking per attutire la ripidezza della discesa.
  • Per le signore: se un corteggiatore non vi interessa, non siete tenute a compiacerlo, Né a spiegargliene le ragioni. Ma soprattutto è vietatissimo tenerlo sulla corda, per questioni fondamentalmente etiche e di buon gusto. Forse come regola vale anche al contrario, nel caso di corteggiatrici indesiderate.

Condivido con voi l’opinione che questo breve decalogo sia démodé e probabilmente troppo impegnativo.

Nessuno è obbligato a seguirlo o a rispettarlo.

A me, piace.

Fiamme tremule. Sottotitolo: scusi, ha da accendere?

aprile 4, 2013

Da qualche parte, in questo blog, ma non saprei dire esattamente dove, c’è un post che parla della Piccola Fiammiferaia. L’avevo scritto – me lo ricordo benissimo – intorno al 2006 o 2007, all’indomani della lettura di un minuscolo libro di una narratrice belga, di cui nemmeno mi ricordo il nome, che avevo comprato a Parigi, in una libreria vicino alle Tuileries, affascinata dalla quarta di copertina che, appunto, citava la fiaba in questione in un modo commovente. Me lo ricordo come fosse ieri.

Le fiabe sono dei modelli di esistenza e a me, da sempre, le due che più mi hanno affascinato e che sento mie, sono questa della Fiammiferaia e quella della Bella e la Bestia. Due fiabe  che ho sempre amato, cercandone la parte migliore, il messaggio di speranza e che oggi invece mi irritano.

Due favole che da un’altra angolazione e con una lettura meno buonista e forse un po’ più disincantata, relegano la femminilità a una sorta di incompiutezza, l’amore a un sacrificio abnegato senza un’impostazione paritaria. Due fiabe che contengono una promessa di riscatto futuro: la Piccola Fiammiferaia, in un aldilà confortevole pieno di nonne accudenti, pasticcini e pellicciotti, la Bella e la Bestia in un imprevisto rivolgimento della realtà, che all’improvviso, in nome dell’accettazione incondizionata dell’orrore, si rivelerà migliore di come ce l’aspettiamo, perpetuando la mitologia della donna salvatrice che grazie al potere dell’amore salverà il Principe dalla sua rospitudine, la Bestia dalla sua ferinità, il marito violento dalla sua ferita infantile e chi più ne ha, più ne ammetta.

Parafrasando la nota canzoncina francese dell’allodola, verrebbe da dire: Allumette, gentille Allumette, Allumette tu m’eclairciras.

Mi illuminerai, mi riscalderai. Mi mostrerai fugaci e allettanti visioni di futuro, mi darai fiducia, speranza, resistenza nell’attesa, pazienza, tolleranza, entusiasmo.

Ma torniamo a noi.

Ieri sera mi è stata consegnata una storia. O meglio, il seguito di una storia che già conoscevo. Ma c’erano dettagli nuovi, che hanno catturato la mia attenzione riportandomi alla fiaba.

E lì mi si è aperto un mondo.

Ho appreso la differenza tra Grande Seduttore e la sua variante meno nota ma magistralmente studiata da un ricercatore italiano, definita Allumeur. O allumeuse, che qui non si fa torto a nessuno.

Il nostro ricercatore analizza, studia, esplora decine e decine di rapporti epistolari, da quelli famosi i cui protagonisti si chiamano ad esempio Guido Gozzano e Jacopo Ortis, a quelli del tutto sconosciuti e post moderni, che si chiamano Marco e Paola o Tizio e Caia, per decriptare semanticamente le modalità espressive del linguaggio “allumistico” e da lì ricostruire pazientemente le dinamiche messe in opera da questo tipo di seduzione.

Una lettura alluminante. Ops, illuminante.

Da un lato dunque i Seduttori classici, gli amanti della pronta beva che nulla promettono oltre il fugace e momentaneo piacere, dall’altro i procrastinatori. Le giovani promesse della leva calcistica. Non per inesperienza, beninteso. Per potenzialità (ancora) inespresse.

In platea, tutta una serie di soggetti facilmente agganciabili secondo precise modalità linguistiche e relazionali.

A differenza del Seduttore, che mira al piacere della conquista e dell’atto in sé – scopereccio o meno che sia – , l’Allumeur aspira alla dilatazione temporale della conquista, al differimento. Non necessariamente dell’atto sessuale, che magari ci può pure essere. No, dell’atto promesso. Quale che sia. Anche una promozione sul lavoro, volendo.

Della promessa di futuro di cui si serve per mantenere aperta la relazione – una relazione che di fatto non c’è,  non c’è più, non c’è mai stata, per asimmetria, perdita progressiva di contenuti, mancanza di vera progettualità e altre mille ragioni – e che sistematicamente continua a far cadere o a differire ulteriormente nel tempo. Un viaggio, una convivenza, una ristrutturazione immobiliare. Un progetto qualsiasi.

Scrive Gabriele Lenzi: “Si tratta di una forma di molestia morale [per una recente introduzione al fenomeno si veda Hirigoyen 1998] caratterizzata dalla situazione seguente: una persona (A) fa insorgere o alimenta in una seconda persona, vittima (V) della molestia, il desiderio che avvenga un certo fatto (X), che coinvolge entrambi, che è di grande importanza emotiva e psicologica almeno per V, e in cui A ha un ruolo centrale anche come mezzo per ottenere X. Dopodiché, A rimanda asintoticamente la realizzazione di X, assumendo il ruolo di potere che ne deriva, mantenendo V legato al desiderio e alla speranza che X accada.”

Uno meno capace con le parole direbbe semplicemente: l’Allumeur è qualcuno che ti tiene sulla corda. Sì e no. Banalizzando sì, ovviamente, ma sotto sotto c’è sofferenza, c’è dolore.

Pure l’Allumeur ha una sua precisa sofferenza. Il cerino acceso in mano non è sempre innocuo. La cera bollente ustiona.

Si tratta, sempre secondo Lenzi, di un compromesso tra il voler vivere il rapporto con l’altro e allo stesso tempo non permetterne alcuno sviluppo, nessuna evoluzione. Scrive una cosa che grosso modo, suona così: il rimando asintotico con cui si manifesta non è che un tentativo di rendere eterno il rapporto per fermarlo in una fase in cui i sentimenti – o meglio, le sensazioni – sono forti e non v’è responsabilità alcuna. E allo stesso tempo, bloccandone lo sviluppo concreto e alimentando le fantasie di futuro, renderlo controllabile ed emotivamente non minaccioso.

Perché l’Allumeur è spaventato. Teme il fuoco grande e allora accende fuochi piccoli. Poi li spegne, per timore che divampino.

Il fulcro della comunicazione paradossale che viene messa in atto è la creazione, da parte dell’Allumeur, di diverse cornici di riferimento, per cui volutamente si genera un’ambiguità dalla quale gli è poi possibile elegantemente sottrarsi, giacché al momento della ritirata, nella sua testa fa riferimento a uno solo possibile dei frame, dopo aver situato l’interlocutore, mediante un astuto gioco semantico, in un altro frame, parzialmente alterato nei suoi principali riferimenti e tuttavia non così tanto da essere completamente svuotato di significati.

In questo modo l’Allumeur si ritira dalla scena, senza contraddire se stesso e le sue precedenti comunicazioni, semplicemente avendo posizionato l’altro su un differente piano di gioco. L’Altro rimane confuso, interdetto, frustrato, talvolta con un sentimento di aver commesso gravi colpe. Di sicuro con l’incapacità di comprendere fino in fondo l’accaduto e con la volontà, spesso tramutantesi in ossessione, di capire, di ottenere spiegazioni, chiarimenti, ragioni.

Un gioco che apparentemente – e forse anche praticamente – non ha soluzioni. Un gioco a somma zero. La soluzione esiste, ma è al di fuori dello schema. I giocatori incalliti non amano quasi mai soluzioni esterne ai loro giochi relazionali: amano mosse note, copioni prevedibili, detestano i colpi di scena.

L’Allumeur andrebbe affrontato con un atto irrazionale, una secchiata d’acqua, ad esempio. Ma i giocatori seri non amano atti irrazionali, sono al di fuori delle regole di gioco. Il giocatore esistenziale è serissimo, in quanto a questo: anche se gioca un gioco sporco, scorretto – in fondo anche rapinare una banca è un gioco, come lo è lo stupro di gruppo, la reiterata pedofilia del sacerdote, il tradimento seriale, l’alcolismo e via dicendo – le regole del gioco ci sono e vanno rispettate. Oppure non si gioca più. Oppure si va a giocare altrove, dove giocatori più compiacenti asseconderanno, prevederanno e completeranno le nostre mosse.

La storia che mi hanno raccontato ieri è una storia di questo genere: una storia di promesse dilazionate nel tempo, piccole concessioni a un mese, tre mesi o sei mesi, che permettono a chi le riceve di continuare a sperare, di immaginare un futuro rischiarato dalla fiammella tremula.

Con il beneficio della possibilità di imprevisto all’ultimo momento. Ché il futuro, si sa, è incerto, e farà un po’ come crede.

Senza che mai niente, davvero, cambi.

Should the colon be sacrificed or may it be reformed?

novembre 19, 2009

E qua vi si devono dire parecchie cose. Innanzitutto che questo post parla di cacca.

In secondo luogo che la cacca non è qualcosa di privato, come finora abbiamo creduto, ma è qualcosa di tremendamente pubblico. Il passaggio dalla sua dimensione pubblica al fare della cacca un mezzo di controllo politico ed economico è brevissimo e si traduce nell’esercizio del potere sui corpi altrui.

In terzo luogo vi verrà detto che le cacche non sono tutte uguali. Alcune sono più controllate di altre, per ragioni che adesso vi verranno spiegate.

In quarto luogo si precisa che qui non si parla di Freud, di fasi anali e controlli sfinterici, con tutto quel che in psicologia clinica ne consegue o meno: avarizia, aridità, timore delle punizioni, autostima, fissazioni, ostinazioni, disorganizzazione e quant’altro. Nonzignore. Qua si parla di cacca e controllo sulle donne. Mo’ ve l’ho detto.

La frase che dà il titolo al post in realtà è il titolo di un articolo scientifico scritto nel 1893 da John Harvey Kellogg, medico chirurgo nonché papà del vegetarianismo nonché fratello di Will Keith Kellogg, che si impossessò della ricetta formulata dal fratello e fondò l’omonima azienda produttrice di cerali.

Il dottor Kellogg, quale membro devoto di una qualche chiesa americana, forse gli Avventisti, forse i Mormoni, era un uomo morigerato e timoroso di Dio, e ai suoi pazienti somministrava una dieta totalmente priva di derivati animali, aboliva alcol, caffeina e tabacco, mirando in questo modo sia alla pulizia del colon che all’abbattimento delle passioni.

In poche parole il cornflake nasce come purificatore e antiafrodisiaco.

Ammettiamo anche per un attimo che sia vero – e personalmente potrei sostenere il contrario, in termini tanto personali quanto oggettivamente energetici – e facciamo un passo ulteriore.

La maggior parte dei pazienti del dottor Kellogg erano delle pazienti. Donne affette dal dramma della costipazione che nella sua terapia, fatta di ricorso a cibi semplici,  salassi e purificazioni di ogni sorta, parevano trovare sollievo.

Ma andiamo avanti e pensiamo per un attimo a tutte le pubblicità sulla costipazione. Che si tratti di cereali, bifidi, lassativi o chissà quale altra sostanza per favorire l’evacuazione, il testimonial è sempre una donna. Spesso due. Una che è l’amica “liberata” e l’altra che invece si sente “prigioniera”.

Idem per tutto il marketing del mestruo, prima, durante e dopo quei giorni.

Ultimamente c’è una pubblicità sull’incontinenza, con tre amiche dinamiche sedute su una vetta di montagna. Avranno trentadue, trentacinque anni al massimo, e grazie al mitico pannolone hanno scalato la montagna senza bagnarsi i pantaloni. Ah, povero sesso debole!

Parallelamente, nel discorso della pubblicità, gli uomini evacuano senza drammi. Loro soffrono di altre cose.

Prendono aerei distrutti da riunioni snervanti e dall’emicrania e grazie all’ ammiccamento da parte della biondazza nordica di turno e pillolina di conforto, il mal di testa passa all’istante.

Condiscono insalate con oli senza trigliceridi, per saltare la cavallina oltre i cinquant’anni.

Restano bloccati da un mal di schiena a causa delle routine quotidiane che li vedono impegnati in attività di falegnameria, bricolage e trasporto carichi.

Loro si ammalano perché “fanno”. Noi perché “siamo”.

Ho letto un libro molto affascinante, carico di spunti e con una bibliografia corposissima che parte da Aristotele e finisce ai giorni nostri. Un libro che tratta della costruzione culturale della donna, a partire dal suo corpo, dalla sua fisiologia misteriosa.

Parrebbe dunque che il male e la malattia siano connaturati, consustanziati al corpo femminile. La donna è un essere pletorico, c’è da fare attenzione. Pandora il vaso lo porta dentro di sé.

Le malattie sessuali sono tutte veneree. D’altronde zeusee o gioviali sarebbe cacofonico o incongruo, ammettiamolo.

Nel caso degli uomini, invece, lo stato di malattia proviene per lo più da agenti e fattori esterni, da equazioni elementari e principi di azione e reazione.

Vale a dire che l’uomo ha un corpo, e poi anche tutto il resto, mentre invece la donna è un corpo e tutta la messa in cultura si svolge a partire dalla cavità in cui si annidano sangue, cacche, sperma. Umori prodotti in autonomia, proprio a causa della diversa composizione istologica, ormonale, oppure assunti per impregnazione. Il discorso dell’impregnazione è molto interessante, riguarda tra le altre cose l’azione salvifica del seme maschile su questa povera crista malaticcia. Ti salvo e ti domino. Ti impregno e ti trasformo.

Mi ha fatto venire in mente il bukkake e il gokkun, mi ha fatto venire in mente tutta una serie di videogiochi incentrati sulla figura delle gigantesse, creature cibernetiche enormi che si nutrono di piccoli omini. Il concetto di impregnazione va oltre il tempo e le culture. E’ fondante. E poi l’altra faccia di questo ventre misterioso che tutto inghiotte e tutto contiene. La Grandi Viscere che incombono, che incessantemente prendono e rilasciano, sporcano il mondo e al tempo stesso lo creano, dando vita.

Questo signor Remaury, l’autore del libro,  analizza il linguaggio della cosmetica e descrive questa povera Donna da sempre alle prese con l’ambiguità delle definizioni: da un lato una certa mollezza fisica,  una porosità del corpo, sotto le perenne minaccia di agenti interni ed esterni che non le lasciano pace. Dall’altro quest’appetito insaziabile che va contenuto e placato, per evitare la distruzione del genere maschile.

Descrive mirabilmente il senso di colpa che grava sulle Donne per tutte le trasgressioni che eventualmente vogliano agire contro l’ideale di salute e di bellezza imposto dall’alto. Le rende responsabili della salute dell’intero corpo sociale e – al tempo stesso – della sua perdizione.

La Donna è un Monatto.

Insomma, una gabbia dalla quale non si riesce ad uscire se non travestendosi con altri stereotipi a mo’ di mantello per tentare una fuga, peraltro  verso non si sa dove.

Giorni fa segnalavo su facebook questo articolo, che riassume un po’ il senso della faccenda.

E dunque questo corpo poroso, freddo e umido, ha il potere di trattenere e rilasciare come spugna.

Il corpo della donna – che assomma in sé corpo, cervello, psiche e immaginario altrui – può far ammalare il corpo sociale maschile, diffondendo ogni sorta di malattia venerea e psichica. Va dunque curato, fatto oggetto di prevenzione e profilassi, osservato, sezionato e ricomposto in forme gradite e accettabili per il mantenimento dell’ordine.

Ecco perché dovete fare la cacca tutti i giorni.

E se fosse il tatto un’attitudine alla menzogna, come sostiene Aurelien Scholl?

febbraio 11, 2009

Leggevo qualche settimana fa un libro assai avvincente, Homunculus,  la cui sinossi recita: Nel senso comune viene dato per scontato che l’essere umano sia portatore al suo interno di un’essenza, di un homunculus, ovvero una sorta di “doppio” in miniatura che compie, in scala ridotta, ciò che viene manifestato attraverso i comportamenti (…). In questo volume l’identità viene invece presentata non in quanto sostanza, ma come il nome attribuito ad uno stato dell’essere, un artefatto narrativo socialmente determinato, la cui funzione principale è quella di fornire, sia soggettivamente che oggettivamente, un dispositivo di riconoscimento coerente e adatto alla propria cultura di appartenenza.

Già ‘sto saggio mi aveva in qualche modo turbato, ma in uno dei capitoli finali mi sono imbattuta in una citazione letterario/cinematografica che ha fatto il resto: l’Avversario, di Nicole Garcia, cui corrisponde l’omonimo romanzo di Emanuel Carrère.

Di Carrère se ne era già parlato qui, una volta in questo blog, a proposito del Grande Seduttore, che a mio parere non è del tutto avulso da questa riflessione, ma sulla quale adesso, per il momento, non ho voglia di soffermarmi ancora.

Spinta da una curiosità irriducibile, tra venerdì e domenica, non senza intoppi tecnici, siamo finalmente riusciti a vedere questo film con Daniel Auteil.

Un film caricato dall’angoscia di non riuscire mai, nemmeno per un momento, a offrire una spiegazione.

Un film che tende a dimostrare che il Male non è l’assenza di Bene, ma l’inevitabile conseguenza del Vuoto.

La sensazione che trasmette è di freddo biancore, c’è neve ovunque. Passi lievi, impronte, segni impercettibili.

Il protagonista indossa la cravatta sempre, anche a letto con l’amante.

Spazio vuoto e simulacri, credo che sia  riassumibile in questo.

E’ inutile raccontare quanto mi abbia scosso, quanto abbia risvegliato le più profonde paure, scuotendo la radice di tutto ciò di cui mi servo per avere conforto e coraggio. E’ come se avesse sollevato di colpo un  drappo, una coperta, mostrando un improvviso baratro sottostante, un vortice che può risucchiare con estrema facilità. Un pericolo di cui conosci quotidianamente l’esistenza e con il quale quotidianamente ti misuri, in un braccio di ferro di coraggio e indifferenza.

Scherzavo l’altro giorno con mia madre sul fatto che siamo donne di scienza e non di fede, tranquillizzate unicamente dalla conoscenza, quand’anche diventi portatrice di ulteriore dolore. Siamo quelle dell’enciclopedia medica, della verità brutale, della derisione verso la speranza.

Così sono andata a cercare e leggere qualcosa sulla storia vera da cui origina quest’Avversario, la storia del dottore Jean Claude Romand, stimato ricercatore dell’OMS, benestante e sensibile, delicato e accorto, che il 9 gennaio 1993 sterminò l’intera famiglia: genitori, moglie, cane, due figli.

Ho cercato di sapere qualcosa in più di quest’uomo, che in realtà non fu mai ricercatore, e nemmeno medico. Qualcosa in più della sua vita, della “sua” verità.

Figlio unico, gravato da enormi aspettative circa la sua riuscita, un modello tanto frequente quanto banale. Fu un bambino modello, educato, tranquillo, grande lettore. Il figlio che i genitori volevano che fosse.

Confessa a Carrère, che per anni lo ascolta, durante la stesura del romanzo documentario, che talvolta mentiva ai grandi, ma solo per non impensierirli. Per proteggerli.

Per dodici anni consecutivi si iscrisse ai corsi della facoltà di medicina e alle successive specializzazioni, senza mai sostenere un solo esame ma fingendo di averli superati tutti.

Acquistando libri, facendo fotocopie. Come tutti.

Alla fine del corso di studi annuncia a tutta la famiglia di essere diventato ricercatore all’OMS.

Si sposa, con una cugina lontana che lo aveva sistematicamente ignorato fino al giorno in cui lui le racconta del suo male, un linfoma, che lo consuma. In seguito la malattia altalenante e inesistente gli permetterà di eludere qualsiasi conversazione impegnativa, pena lo stress e l’insorgenza di atroci dolori e anche di giustificare improvvisi e fasulli vuoti di memoria.

Si procura carta intestata e tutto quanto rechi il logo del suo impiego, annuncia lunghi viaggi di lavoro che si arrestano alla soglia di un piccolo albergo nelle vicinanze dell’aeroporto, dove resta per giorni confinato in una stanza leggendo guide turistiche del paese in cui dovrebbe essere in missione, in modo da fornire il maggior numero possibile di dettagli al suo rientro.

Per mantenere un tenore di vita adeguato convince la famiglia che il suo status di funzionario internazionale gli consente agevolazioni bancarie in Svizzera: le somme che gli vengono conferite dai parenti non verranno mai restituite.

Romand trascorre le giornate rubando testi e riviste alla biblioteca dell’Oms e ascoltando la radio fermo per ore nelle piazzole degli autogrill o passeggiando nei boschi. Sembra un ottimo padre e un marito devoto.

C’è una menzogna originale, su cui fonda tutta la sua vita. E’ un tema che mi ossessiona, ne avevo scritto una storia, tempo fa, qui dentro. E’ più di un’ossessione, è il terrore. E’ quanto di peggio immagino che possa capitarmi al mondo: precipitare rovinosamente nel vuoto altrui, esserne risucchiata,  e accorgermi solo dopo di non essere mai riuscita nemmeno a scorgerlo.

Catherine Marchi, psicologa clinica dell’Università René Descartes di Parigi, esperta di stati borderline, sostiene che  esista una « gioia » particolare nella mitomania, consistente nel  lasciarsi credere che qualunque desiderio possa essere realizzato.

Non è dunque il bisogno di evitare una punizione, ma qualcosa di più profondo.

E’ una necessità esistenziale, e perciò stesso più difficile da sradicare e combattere.

Di tutta la vicenda ciò che più mi turba è il diploma di maturità di Romand.

Presentò una dissertazione scritta, in filosofia, dal titolo: Esiste la verità?, riportando un voto elevatissimo.

Forse la sua vita non fu che un tentativo di dimostrare il suo teorema.

“Seduci Divertendoti” – Questionario

maggio 12, 2008

Caro blogghèr, ti avevamo lasciato alle tue pene amorose. Ma non ti abbiamo dimenticato, no. Siamo qui per sostenerti e aiutarti. Ricordi la nostra presentazione?

Adesso siamo nuovamente con te per invitarti a compilare questo piccolo questionario.

Si tratta dell’innovativo sistema di autovalutazione previsto dal metodo “Seduci Divertendoti”™: grazie ad esso ogni giorno potrai controllare da solo gli incredibili progressi effettuati e valutare le tue prestazioni.

Non ringraziarci.

Ringrazia te stesso.

Tu, vali.

Non sappiamo quanto, ma sappiamo che vali.

Almeno un poco.

Forse.

 

QUESTIONARIO

(cerchiare una sola risposta)

(data _______________ora________________)

 

1) Mi sento solo?      Sì –  No – Non lo so – Chi ha parlato?

2) Da quanto tempo non riesco a divertirmi come vorrei?   1 settimana – 2 mesi – 6 anni – Come vorrei?

3) Quand’è l’ultima volta che ho corteggiato una donna?  Oggi – 3 mesi fa – Al secondo anno di scuola materna – Toccare il sedere in metro vale?

4) Da quanto tempo non faccio l’amore?   2 settimane – 3 anni – Non mi ricordo – Sono illibato

5) Perché?  Non ho tempo – Mi respingono – Voglio la mamma – Complotti internazionali, shhh, non mi fate parlare

6) Cos’è che mi impedisce una sana vita sentimentale e sessuale?  La timidezza – La paura delle malattie – Il cilicio – Il mio psicologo

7) Provo imbarazzo riferendomi a qualche parte del mio corpo?  No, mai – Sì, qualche volta – Non ho parti, sono tutto intero – Chi parte?

8) Cosa voglio ottenere davvero da questo corso? Una compagna per la vita – Due compagne per i fianchi – Un harem rinnovabile – Una promozione sul lavoro

9) Quanto sono disposto a investire in quest’impresa? Da 15 a 30 minuti al giorno -Da tre a cinque giorni la settimana – Non più di 100 euro a botta – Non guido

10) Come immagino che migliorerà la mia vita dopo questo corso? Non cenerò più da solo – I miei amici mi guarderanno ammirati e invidiosi – Il mio capufficio smetterà di seguirmi al bagno – Mia moglie chiederà il divorzio

 

Hai risposto a tutte le domande?

Sei pronto?

Bene, stai per entrare in questa grande avventura che cambierà radicalmente la tua vita.

E’ tutto nelle tue mani.

Solo nelle tue.

(sì, però adesso lascia e smettila di toccarti)

Nel caso in cui le risposte fossero inadatte al tuo caso, ti preghiamo di segnalarci la tua posizione precisa.

Cosa? La Fenice che gioca in una grotta rossa?

Vabbè, va. Va’ a gioca’ a sceriffi, va’.

Vai, vai. Vai. Cammina, vai.

Seduci Divertendoti – Introduzione

aprile 3, 2008

Caro amico,

se sei arrivato fin qui è perché nella tua vita qualcosa non funziona come dovrebbe. Hai amici, amiche, un buon lavoro, svariati passatempi. Ma c’è qualcosa che ti manca.

Niente di grave, si tratta solo di quella marcia in più.

Con questo rapido corso, in brevissimo tempo raggiungerai gli obiettivi che ti sei prefissato e anche quelli che non immagini neppure di avere.

Questo corso aumenterà il tuo livello di autostima, se necessario lo ridurrà, nella peggiore delle ipotesi lo lascerà inalterato, ma in ogni caso ti fornirà tutti gli strumenti necessari per aggiungere quel qualcosa che manca alla tua esistenza, ti fornirà chiavi inglesi e di lettura, nonché metodi sicuri e infallibili per conquistare non 1, ma 10, 100, 1000 donne.

Tutte quelle che vorrai, ora e per sempre.

Voglio solo citarti alcune delle testimonianze di amici che hanno deciso di seguire questa via prima di te.

 

Leopold Mittsmangrüber, Austria

 

Prima ti sfoliare kweste poke paccine ero un uomo molto timido, spaventato talle tonne. Occi cammino in strata e sono stupefatto. Kwesto korso ha veramente cambiato mia vita. Kome si kiama? Korso Magenta, Korso Trieste?

 

Pierrick Vittel, Francia

 

Avant di leggere questo libro je non riuscivo a mantenir una rélation per più di due settimane. Sembrava que le femmes fuggissero da me, mi trattavano come il loro meilleur ami. Oggi sono sposato et ho due enfants, que ne m’assomigliano manco per rien. Mais la vie mi sorride, grazie. Merci ancore.

 

Enrique Cacères, Argentina

 

Se dice aquì che un uomo a dieci años deve saber fumar, giocare al fùtbol e baciare. Se no sei maricòn, omosessuale. Io fumavo muchisimo, tiravo in porta y goleavo, pero con le donne era un fracaso total. Dopo aver iniziato il corso todo ha cambiato: ero in possesso di un potere que no comprendevo, como un fluido che avvolgeva tutte le mujeres che incontravo. Mi sono fermato alla quinta lecciòn, di più no podìa: non ce la facevo a sopportarlas todas y querìa jugàr di più al fùtbol.

 

Sono migliaia gli uomini che finalmente hanno incontrato successo nella loro vita sentimentale e sessuale.

Perché aspettare ancora?

Perché tergiversare?

Pochi giorni e anche tu potrai essere come loro, con il nostro pratico ed efficace metodo: “Seduci divertendoti”™.

Con l’invio del primo fascicolo, riceverai il libro degli esercizi e una pratica audiocassetta* da ascoltare comodamente a casa, in auto, in metropolitana.

(* previsto anche CD o possibilità di scaricare file MP3 con password utilizzabile una sola volta)

 

Pochi minuti al giorno per trasformarti in ciò che hai sempre desiderato, ma che per pigrizia, difficoltà, problemi quotidiani, uso compulsivo del blog, non sei mai riuscito ad essere.

Perché chiunque può sedurre divertendosi.

Non ringraziarci, amico, per averci scelti.

Ringrazia te stesso, per la forza e il carattere dimostrati nella scelta.

 

Di seguito, prima di procedere alla lettura del primo fascicolo, che ti verrà inviato dopo la tua adesione, e all’esecuzione dei relativi esercizi, ti preghiamo di compilare questo piccolo questionario.

Si tratta dell’innovativo sistema di autovalutazione previsto dal metodo “Seduci Divertendoti”™:

grazie ad esso ogni giorno potrai controllare da solo gli incredibili progressi effettuati e valutare le tue prestazioni.

Non ringraziarci.

Ringrazia te stesso.

Tu, vali.

(segue questionario conoscitivo e motivazionale)

Facciamo un gioco

febbraio 5, 2007

Voglio farti una proposta. A partire da questo momento, tu farai tutto quello che ti dico. Letteralmente. Passo passo (…)
Nel 2004 Emmanuel Carrère  pubblica un libro che si intitola Facciamo un gioco.
Edizioni Einaudi.
Non è altro che la ripresa editoriale di una lunga lettera d’amore e desiderio destinata alla sua compagna. Solo che la lettera non viene inviata alla destinataria, ma pubblicata su Le Monde della domenica, nel luglio 2002, letta da seicentomila lettori e tra questi tutte le donne che in quel momento, quotidiano alla mano, sono salite sullo stesso treno che trasporta la sua compagna al luogo del loro appuntamento e dallo scrittore vengono trattate alla stregua delle destinatarie della missiva, che contiene ordini precisi e rituali erotici da compiere lungo il viaggio.
Viaggio che lui ha minuziosamente organizzato per lei, prenotandole un biglietto da Parigi a La Rochelle, facendole trovare una copia del quotidiano e dando nella lettera consegne precise sulle pause di lettura e le azioni da compiere.
Per un bizzarro caso del destino, la sera prima della pubblicazione tra i due scoppia una gravissima crisi, ma il racconto è ormai nelle rotative, come inserto speciale al quotidiano.
Lui prova a ripercorrere in treno il tragitto inverso, come nel tentativo di riprendere in mano le chiavi del gioco, ma inutilmente.
Con questo gioco Carrère provoca migliaia di orgasmi al solo scopo di ottenerne uno solo per lui.
Lo scambio si rivela insoddisfacente e drammatico.
Il libro termina così: Pensi che me la tiro. Hai ragione: me la tiro. Ti aspetto al binario.
Quanto è alto il prezzo della seduzione?
Chi lo paga?
Perché?
Fornisca il candidato la formula esatta, i metodi di neutralizzazione dei rischi di cambio, disegni le curve ascendenti e discendenti della passione e per concludere reciti tre ave maria e due pater noster per i pensieri peccaminosi suscitati dalla lettura del libro.

Per dire (riflessioni a margine dell'azzeccamento della marca da bollo da 40,29 euro sul passaporto senza chip biometrico)

novembre 22, 2006

Ora,  il  volo  che da Parigi va  ad  Abidjan dura un po’  di tempo.  Si sorvola il deserto, si intravedono le piste. Ha un che di avventuroso ed entusiasmante.

E il mio collega Alfredo, che veniva a raggiungermi per l’Assemblea della banca, si trovò come vicino di poltrona il giornalista americano.

Il mio collega Alfredo era un tipo tutto sui generis: nevrotico ossessivo. Ho sempre avuto colleghi di stanza nevrotici, quelli che nessuno sopporta ma che a me non disturbano e infatti me li affibbiano tutti a me. Le persone nevrotiche sono tranquille e gentili, basta lasciarle libere di esprimere le loro manie, senza ostacolarli.

Alfredo, per esempio, tra le altre aveva quella dei post-it, che appiccicava dovunque. Quando si sposò, in età avanzata, per un tempo sospettai che li appiccicasse anche addosso alla moglie. Che so, la prima notte di nozze, un post-it con scritto su: consumare.

Per esempio.

Poi Alfredo era un chiacchierone, sicché quando si inaugurò l’Assemblea, mi trovai accanto un giovanotto ma bello, ma bello che non si poteva guardare, che durante il volo aveva raccolto tante di quelle informazioni su di me da lasciarmi esterrefatta.

Alfredo, ma che gli hai raccontato?

Un po’ di tutto. Poi lo sai, ti stimo.

Alfredo era uno che aveva un mio racconto nel portafogli, per dire, e gli pareva giusto raccontaglielo anche al giornalista americano, per dire.

Un’altra delle manie di Alfredo era quella di aggiungere sempre, ad ogni frase, l’espressione “per dire”. Per dire.

L’Assemblea durava cinque giorni ed era noiosissima: delegati da tutto il mondo a turno prendevano la parola e descrivevano gli scenari economici, politici e sociali di tutti gli stati africani, avanzavano proposte per la riduzione del debito e queste cose così. E Alfredo attaccava post-it e l’americano mi guardava adorante.

Ci vieni a cena con me, stasera?

No, non posso.

E domani sera?

Nemmeno

E l’ultima sera che c’è il galà?

Forse sì.

E ogni volta che si avvicinava io scappavo. Intendiamoci, non è che non mi piacesse, anzi. E’ che mi piaceva proprio troppo. Così, meglio evitare a monte.

La sera del galà l’americano era affiancato da due colleghe, biondissime e altissime e molto  -issime, in generale. Sicché mi sembrò un’ottima ragione per sedere a un altro tavolo e dinanzi alle sue vibranti proteste, gli risposi semplicemente: ubi blondhair, minor cessat.

Ma dopo cena andiamo a ballare?

Spiacente, sono un pezzo di legno.

Che poi, diciamola tutta: in quel benedetto paese c’era un tasso di umidità del 99%, si era in piena stagione delle piogge. Avete idea dei miei capelli in piena stagione delle piogge? Ecco, quella roba là. Quella indistricabile, impresentabile. Per carità. Per dire.

Al mattino dopo partivano tutti, tutti i delegati e io finalmente tiravo un respiro di sollievo: niente più Alfredo, niente più americano, sarei tornata alle mie piccole cose senza intoppi.

E infatti di buon’ora insieme alla mia amica Rosa stabilimmo di andare a comprarci un bel quotidiano italiano e poi spaparanzarci da qualche parte a leggerlo.

Per comprare un quotidiano italiano in quel posto, non era immediato: dovevi chiamare un taxi, costeggiare tutta la Corniche fino a raggiungere il lato opposto della laguna, totale 13 chilometri, arrivare in un albergo con cinque, seimila stelle e poi finalmente pagare a prezzo triplo il quotidiano di due giorni prima. Ma vabbè. Se non ti concedi questi lussi, che campi a fare?

Nel taxi io raccontavo a Rosa tutta la faccenda dell’americano e lei diceva: secondo me tu sei scema.

E continuavo a raccontare fino a che, nel corner dell’edicolante, pestai i piedi a un tizio, alzai lo sguardo, dissi pardon e mi ritrovai l’americano davanti.

Uh, gesù, e tu non dovresti essere partito?

Parto domani.

E Rosa mi chiedeva, alle spalle: e questo chi è? Ma è bellissimissimissimissimo.

E l’americano ripeteva: bellissimissimissimo, it’s like muy lindo, really?

Che poi venimmo a sapere, ma questo avvenne ore dopo, non mi fate precorrere i tempi, che sua sorella faceva la dottoressa senza frontiere in America latina dove pure lui era stato per qualche anno e che dunque meglio sarebbe stato non parlare in italiano che poi si facevano gaffe mostruose.

E cosa fate oggi?, chiese l’americano.

Abbiamo da fare, risposi io.

Niente, rispose Rosa.

Vorrei andare a vedere il mare, disse lui.

Tra poco pioverà, risposi io.

Era anche la nostra idea, aggiunse Rosa.

Quando dalle quinte comparvero le due -issime, con certi short e certe cosce lunghe tre metri l’una e voce flautata: Aaaaarrrrooooon, darling, shaaaalll we goooo?

E Aaron – così si chiamava, ed era ebreo – disse: se non venite anche voi, mi suicido. Ho queste galline addosso da una settimana. Disse qualcosa che secondo me in inglese voleva dire: nun cià faccio ccchiù, aiutateme. Per dire.

Però io non lo presi proprio in considerazione.

Ma Rosa disse: puveriello, lo vuoi far morire?

E io conclusi: vabbuò, andiamo al mare, ma vi avverto che  fra poco viene a piovere.

Così andammo al mare, con un taxi grande grande che aveva posto per tutti. Che per fare quei trenta chilometri ci voleva un tempo infinito, la strada a buche, quelli con la bicicletta, tutti i posti di blocco e fammi vedere il passaporto e non ce l’ho, ho la fotocopia, e la fotocopia non è legale, e lo so ma mi hanno detto di non portarlo in giro che poi me lo rubano, e chi te l’ha detto?, i colleghi vostri, e sì ma la fotocopia non è legale, eh vabbè, pigliati questi cazzo di 10 franchi CFA e facci passare. Una, due, tre volte. All’andata e al ritorno.

E le due –issime parlavano solo con Aaron, gli dicevano: Aaroncino bello di qua e Aaroncino bello di là e non gli facevano dire manco una parola.

Ma va bene, arriviamo al mare, ci sediamo per pranzare e nel giro di mezz’ora si scatena il pata pata dell’acqua.

Che quei ristoranti sono fatti di capannine e quando inizia il pata pata dell’acqua te ne devi solo scappare e Aaron, con abile mossa del bacino e del gomito, mi prese, mi mise in un taxi, chiuse portiera e sicura e disse al tassista: vada.

E il tassista andò.

Cosicché siamo rimasti soli, disse Aaron.

No, risposi io, c’è pure il tassista.

E Aaron parlava, parlava, parlava, e sotto quella pioggia le strade si allagavano, perdevano di senso, che alla fine per tornare a casa impiegammo tre ore.

E Aaron parlava e chiedeva: ma tu ce l’hai il fidanzato?

No, io no.

Nemmeno io. Ma tu sei mai stata a New York?

No.

E in Venezuela?

No.

Parli tedesco?

No.

Ma conosci qualche altra parola oltre no?

Sì.

Insomma arrivammo all’albergo e dietro di noi il taxi con Rosa e le –issime. Rosa scese inviperita, l’americano disse: e stasera ci vieni a cena con me? Io risposi: no, le –issime corsero e lo agguantarono: Aaronino, Aaronuccio nostro.

Arrivederci e grazie.

Che poi la mia amica Rosa, che conoscevo da molti anni e avevo incontrato lì per caso e me l’ero portata a vivere con me, era una  schietta, in tutto e per tutto. E’ la stessa che ha formulato la famosa teoria secondo la quale in realtà io mi nutro delle spoglie di depressi e tipi strani, che se no non si spiegherebbe l’attrazione che esercito sui relitti dell’umanità.

Sicché disse: io poi vorrei capire questo che ci ha trovato, in te.

Che lo volevo capire pure io, ma non c’era mica bisogno che lo dicesse così.

E’ colpa di Alfredo, cercai di spiegare.

Poi squillò il telefono, era il servilissimo portiere nero dell’albergo di bianchi, che annunciava: mademoiselle, monsieur Aaron.

Marò, che ossessione.

Aaron, dimmi.

No, no, scendi: sono nella hall. Almeno l’aperitivo.

Vabbuò, facciamo l’aperitivo e leviamoci questo molare, jammo bello.

E durante l’aperitivo Aaron parlava, parlava, parlava. Però parlavo un pochino pure io.

Poi guardò l’orologio e disse: me ne devo andare, fra poco passano quelle a prendermi per la cena.

E io risposi: bravo, vai a cena con quelle là e divertiti, fate buon viaggio e statevi bene.

Ma mentre dicevo questo fatto qua questo Aaron mi prese e mi baciò.

E poi mi ribaciò.

E poi mi riribaciò.

E per finire mi ririribaciò e aggiunse: bellissimissimissimo.

Poi se ne andò.

E questo fu tutto il fatto di Aaron, che aveva gli occhi neri, i capelli mossi, era bellissimissimissimo e viveva affianco alla Fifth Avenue. Per dire.

aprile 4, 2005

Mi sono svegliata abbastanza presto per andare a votare.

Tra i candidati alla Provincia è presente un tipo bislacco, che cerca ormai di emergere in tutte le elezioni, alleandosi di volta in volta dove glielo consentano.

Molti lo avranno visto anni fa di passaggio da Costanzo, quando ancora si faceva chiamare Doctor Seduction e impartiva corsi a pagamento sull’oscura arte della seduzione e dell’acchiappo.

Io poi che lo incontro di tanto in tanto sul corso della città posso testimoniare che come arriccia lui il labbro superiore in segno di richiamo non lo sa fare nessuno.

Adesso si è candidato con l’Ulivo.

Giuseppe Cirillo detto Condom King.

Testuale così sulla scheda elettorale, sui manifesti, sui bigliettini.

La sua piattaforma politica, da una decina di anni a questa parte:

Punto primo: mandare tutti i giovani, dai 16 anni in su, un mese gratis ad Amsterdam a spese dello Stato italiano, perché conoscano sesso e spinello libero.

Punto secondo: inaugurare “parchi dell’amore” dove le coppiette prive di altri luoghi per appartarsi possano amarsi tranquillamente, in auto o en plein air

Punto terzo: dotare il viale del Palazzo Reale, lungo 6 km, di fontanelle ogni 300 mt., per permettere agli sportivi della città di abbeverarsi a loro piacimento senza doversi caricare di inutili borracce.

Punto quarto: autobus notturni che prelevino i ragazzi presso le discoteche e li riportino a casa uno ad uno, per evitare le stragi del sabato sera.

Punto quinto: distribuzione gratuita di preservativi. Quest’anno ne ha fatto il suo gadget elettorale, una scatolina con la sua immagine e il logo “Tirakmisuk”. Ho supplicato il presidente di seggio di vendermi la sua, ma è stato irremovibile

Altre iniziative degne di rilievo sono state: la Campagna contro la scostumatezza degli Automobilisti. I partecipanti ricevevano in omaggio strisce pedonali pieghevoli da sistemare in caso di necessità di attraversamento fuori dagli spazi previsti, la Campagna per la totale mutuabilità dei profilattici, la Campagna per il Diritto all’orgasmo.