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È assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone si dividono in simpatiche e noiose. (Oscar Wilde)

maggio 4, 2017

Qui dunque non si tratta di prendere in considerazione la noia come fatto psicologico, esistenziale. Né di dare la stura all’analisi di tutti i filosofi che hanno cercato di spiegarcene origini e cause, da Seneca a Pascal, da Kierkegaard a Bergson.

No, no.

Qui si tratta piuttosto di capire perché le persone ci annoiano, come ci annoiano e cosa potrebbero fare e potremmo fare per sormontare la circostanza.

Dapprima lo studio del fenomeno.

Uno psicoterapeuta, anni fa, mi ha insegnato che la noia non esiste: è una parola di copertura per indicare un doppio sentimento, misto di rabbia e tristezza e delle loro possibili declinazioni che fa sì che, in quel momento esatto, noi non vogliamo essere in quel posto a occuparci di quella cosa. Perché quella cosa ci rimanda a sensazioni moleste, a un generico senso di fastidio, non ancora tanto definito da farci piangere o farci scattare d’ira. Uno stato latente, in cui galleggiamo senza voler approfondire la causa sottostante. Ma se solo per un attimo ci permettessimo di andare a guardarla, a cercarla, inevitabilmente produrrebbe una reazione più profonda, che con molta probabilità ci condurrebbe a un’azione – mettersi a piangere, urlare, sbattere un pugno sulla scrivania, voltare le spalle e andarcene, dire una parolaccia, sbottare in un sonoro pernacchione – che ipso facto ci trascinerebbe fuori dalla scomoda zona della noia.

Fatta questa premessa, viene intuitivo comprendere che le persone noiose sono quelle che ci sprofondano in questo sentimento e di fronte alle quali vorremmo in qualche modo reagire, ma per un insieme di ragioni non possiamo o non ci riusciamo. E viene anche intuitivo comprendere quanto il sentimento di noia, ancorché indotto da cause esterne, sia una percezione del tutto soggettiva e personale, un farci toccare determinate corde che ci risuonano male.

Qualche giorno fa pensavo proprio a questo fatto delle corde e pensavo che ci sono persone che mi irritano perché mi pizzicano sempre allo stesso modo. Persone che mi scambiano per una chitarra e che, sapendo solo strimpellare la chitarra, producono sempre lo stesso effetto su di me, senza accorgersi che magari potrei essere un flauto o una pianola, e quindi dover essere soffiata o martellata invece che pizzicata. O magari può anche darsi il caso che io sia davvero una chitarra e loro suonatori di chitarra, ma in questo caso un buon suonatore di chitarra dovrebbe assumersi l’onere di toccare le mie corde in modo da stupire me, innanzitutto. Questo si chiama stimolo, estro, fantasia, capacità. Ed è l’esatto contrario di quanto invece produce la noia.

Quindi la prima possibile deduzione: la persona che ci annoia non ci vede, non ci riconosce, ci suona a suo piacimento, incurante della musica che potremmo produrre. Riversa su di noi l’unica tecnica che possiede e la sola melodia possibile. Senza volerlo, ci usa come un esercizio simile alle diteggiature per pianoforte che i principianti ripetono ossessivamente per la disperazione di mamma, papà e i vicini di casa.

Dunque, se è vero da un lato che esiste una percezione soggettiva della noia, è altresì vero che il soggetto che ci annoia, è forse obiettivamente noioso: monotono, ripetitivo. E questa monotonia può riguardare tanto i contenuti, gli argomenti che cerca di sottoporre alla nostra attenzione, tanto le forme, che si tratti di una voce monocorde,  di quel parlare fitto fitto senza arrivare al punto, del toccarti costantemente un braccio quando si accorge di smarrire la nostra presenza e non è in grado di sollecitarla in altro modo, se non con la sonatina che ha diligentemente appreso tempo addietro e che continua imperterrito a ripetere.

Seconda questione: i contenuti.

In linea di principio non esistono contenuti noiosi.

Tutto è degno di attenzione, tutto contiene un potenziale di attrattività capace di entusiasmarci, di interessarci. Io, personalmente, non riesco ad annoiarmi. E se succede, è gravissimo. Tanti anni fa ho scoperto che il più potente antidoto alla noia era l’osservazione minuziosa di ciò che mi circonda, senza tuttavia fissarmici. un cogliere e poi lasciar andare.

Questo è uno dei motivi per cui scatto tante fotografie: ho abituato l’occhio a cogliere dettagli magnifici, interessanti, bizzarri, curiosi in tutto quello che mi trovo vicino. Di solito tento di fare così anche con le persone che mi annoiano: mentre parlano mi concentro su particolari del viso, della pettinatura, dell’abbigliamento, calibro i gesti, i toni. Dopo aver compiuto questa disamina, passo a immaginarmele in situazioni che mi divertono, a ipotizzare dei colpi di scena. Il più delle volte mi distraggo dalla conversazione, al punto che penseranno di me che sono noiosa. Ma rapidamente, facendo leva su un dettaglio, la riacciuffo e sposto il punto di vista dell’interlocutore che, spiazzato, o si allontana insoddisfatto, o si trova costretto a imprimere una svolta a quanto sta dicendo, risintonizzandoci entrambi su un nuovo piano.

Questo significa che l’interlocutore ha modificato, seppur costretto, il suo stato emotivo, è uscito temporaneamente dallo spartito che suonava a memoria, a occhi chiusi, e si trova costretto a una piccola benefica improvvisazione. In questo guizzo di improvvisa apertura può accadere il miracolo della rivelazione: che consegni a noi – e in primis a se stesso – una luce che fino a quel momento gli era ignota. Come un piccolo insight che lo destabilizza e gli restituisce un frammento di verità. Tuttavia, se l’interlocutore, oltre che noioso è anche stupido, non comprenderà mai la bellezza di questo istante, e ci bollerà definitivamente come maleducati, disattenti o disinteressati, abbandonandoci. In ogni caso, il risultato di liberarsi del soggetto noioso è stato raggiunto.

Non so davvero se esistano cose e persone obbiettivamente noiose, ma penso di sì, che esista un denominatore comune della noia, un quid palloso, una noiosità in re ipsa e che tutti siamo in grado di cogliere. Meno capaci di definire.

A volte mi è capitato di pensare che l’autocentratura, l’egocentrismo siano assolutamente noiosi. In realtà non è vero, non è vero per niente. Anche qua è il modo, il ritmo che si impone al proprio ombelico, il problema.  Il problema è sempre legato alla qualità e alla quantità dei sentimenti messi in campo. Alla profondità del sentire.

Il racconto di una disgrazia amorosa o di un lutto, ad esempio, possono essere noiosi o non esserlo affatto.

Quanto più l’interlocutore è distante emotivamente da quanto ci riferisce, tanto più ci annoia. Una persona che piange a dirotto non ci annoia, una che piagnucola senza variazione di tono sì. L’amica che ci racconta di come sia stata scaricata dal suo uomo, con una dovizia di particolari, ognuno dei quali impregnato di disistima per se stessa o rimpianto, ci annoia; quella che nel mezzo del racconto a un certo punto sbotta in un vigoroso vaffanculo all’indirizzo del tipo, seguito da un intermezzo pettegolo in cui racconta di tutte le volte che si specchiava vanesio allo specchio tirando in dentro la pancia e gonfiando i pettorali, non ci annoia. Penso allora che la noia venga prodotta dalla mancanza di modulazione. De resto le ninne nanne, che si basano su questo assunto, ci fanno dormire. E l’ipnosi funziona allo stesso modo.

Per lavoro incontro decine, centinaia di persone.

La maggior parte mi annoiano a morte: sono quelli che al termine di una giornata di fiera, ad esempio, giunti finalmente a cena, ancora indossano l’habitus professionale e mentre mangiano una cena buonissima che ci costa un occhio della testa, preparata dallo chef stellato così e cosà, ancora parlano di business, di fatturati e di strategie, senza soluzione di continuità.

Quelli che non mi annoiano sono quelli che sanno cambiarsi la giacca mentale e introdursi curiosi nel nuovo scenario.

Un capitolo a parte meriterebbero i corteggiatori noiosi, per i quali valgono tutte le considerazioni già fatte più alcune precisazioni specifiche, legate al fatto che – similmente all’interlocutore generico – vi è una dinamica di attrazione, di seduzione, ma, a differenza del caso generico, il corteggiatore ha in mente anche un aspetto carnale. O quanto meno, lo si auspica.

Tuttavia si tratta di un capitolo denso e corposo, che non può essere mortificato in una trattazione così generica, e di cui in parte, ma solo in minima parte, si è già detto qui.

Il punto vero del noioso è che nella maggior parte dei casi non sa di esserlo: è vittima della sua stessa noia, che non riesce a conoscere o riconoscere. Per lo più il noioso pensa di essere un incompreso e non riesce a capire perché venga allontanato, evitato. A volte, nel peggiore dei casi, non si accorge nemmeno di questo evitamento e imperversa, incurante degli sguardi che si abbassano per evitare il suo, della fretta che si imprime ai propri passi quando lo si incontra in un corridoio, della concentrazione estrema che si prodiga alle punte delle proprie scarpe quando lo si abbia accanto in ascensore.

Il noioso vive in un guscio di noce, raggomitolato.

Il curioso, se sta in un guscio di noce, immagina di trasformarne metà in barchetta, metà in berretto, e uscire a solcare i mari.

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Eros e Trikos – una storia d’amore e di capelli.

giugno 22, 2016

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C’è sempre un punto di inizio, una cosa che dà origine a tutte quelle che seguiranno.

E una volta che capisci da dove hanno preso le mosse certe vicende, è più facile interromperle. O anche perseverare. Ma questa volta con maggiore attenzione al dipanarsi e alle conseguenze.

Quando impari da dove tutto è cominciato, riesci a osservare la struttura dall’esterno. Talvolta a modificarla, studiandola attentamente.

Mia madre aveva paura. Aveva paura praticamente di tutto: del sole, della pioggia, delle malattie, dei cani, del sesso, di mio padre, dei terremoti, del mondo, di sé stessa.

Ora apparentemente tutto questo non dovrebbe avere relazione con la mia ossessione per i parrucchieri, ossessione che, si badi bene, nulla ha a che fare con la frequenza delle mie visite ai saloni di coiffure bensì con il modo esatto con cui mi relaziono al parrucchiere. Ai parrucchieri.

E invece esiste una relazione molto stretta, legata alla paura, una paura ereditata con il dna, con i gesti, con le forme del vivere e il bisogno profondo e coesistente di affrontare e minare il terrore del cambiamento per riuscire a trasportarsi altrove.

Avevo da bambina dei capelli lunghi e bellissimi che sfioravano la vita, per lo più stretti in due trecce lucide.

Li ho portati fino all’inizio delle scuole elementari, quando cominciai a soffrire di una tonsillite recidivante. Mia madre era convinta che l’igiene personale, le lunghe abluzioni, l’asciugatura dei capelli lunghi, che trattenevano umidità e freddi, avessero un ruolo preponderante nel protrarsi della malattia, e quindi si decise che avremmo sacrificato tutta la chioma per ridurre al massimo l’esposizione all’agente patogeno.

Avevo sette anni quando persi trecce e frangetta e mi accomodai su un taglio che mi avrebbe poi accompagnato per la maggior parte del tempo della mia vita a venire: i capelli alla maschietto.

Non esiste cosa più terribile – quando non sia frutto di una scelta personale – avere i capelli alla maschietto nell’età adolescenziale, alla comparsa delle prime forme della femminilità. In quell’epoca avevo i capelli lisci lisci, pesanti e untuosi. Credo che facesse parte del pacchetto ormonale, insieme a un cospicuo numero di brufoli, ai peli sulle gambe e a quel fetore caprino  che annuncia l’approssimarsi di un adolescente nel tuo raggio di azione, aspetto di cui sono rimasta totalmente inconsapevole fino al giorno in cui mia figlia è diventata adolescente e dentro di me si è accesa come una piccola spia di vergogna all’idea del tormento che mio malgrado infliggevo al prossimo.

Con una madre che aveva paura delle malattie e delle febbri, tutto questo peggiorava.

Ricordo di mesi di raffreddori e sciampi a secco. Che se in un primo momento pareva dare ricetto a tutta l’untuosità, nel tempo trasformava qualunque chioma in stoppa biancastra. Ricordo la forfora. Ricordo una serie di disgrazie che nel corso della vita non si sono mai più ripresentate e che hanno reso profondamente infelice il mio passaggio all’età giovanile.

A volte, nel pieno di un accesso febbrile o di una bronchite, mi lavavo i capelli di nascosto, come la cosa più trasgressiva che potessi fare.

E’ talmente difficile spiegare l’ambivalenza di questo gesto apparentemente normale: era il filo del rasoio, il crinale tra la trasgressione e la punizione. Era la libertà e il dramma. Perché se fosse aumentata la febbre o la tosse, la preoccupazione materna si sarebbe trasformata velocemente in terrore e poi ira. E l’ira di mia madre aveva i toni delle ire bibliche, quelle che fendono il mondo e le rocce e ti lasciano nudo e sanguinante.

Ci sono bambine che reagiscono alle invasioni della sfera fisica, personale – da parte di genitori troppo ansiosi – diventando adolescenti ribelli, anoressiche, drogate, promiscue, alcoliche, maniacali o chissà cos’altro.

Io no.

Io reagii trasgredendo su tutto quello che riguardasse i capelli.

All’inizio fu dura. Erano piccole trasgressioni: non potevo tingerli, non potevo arricciarli con una permanente, non potevo illuminarli con mèches.

C’era un divieto assoluto, e soprattutto non ne avevo i mezzi economici.

Però potevo tagliarli, potevo tagliarli quanto volevo, come volevo. Era la piena disponibilità del mio corpo.

Ero tondetta e non potevo mettermi a dieta: le invasioni della sfera personale passano molto attraverso il cibo. Noi del Sud siamo gente di tavola, siamo gente che l’amore lo impiatta, lo sfiletta, lo abbonda nei condimenti, lo bissa, lo riscalda e te lo ripropone per cena,  lo farcisce, lo stufa.

Non avevo controllo sul mio corpo, su quello che entrava attraverso la mia bocca.

Questo lo acquisii più tardi, iniziando l’Università e cominciando a mangiare alla mensa, dove potevo scegliere il come e il quanto. Dimagrii all’Università e non tornai mai più tonda, se non per ospitare mia figlia.

In compenso  avevo controllo sui capelli. Sperimentai tagli corti, tagli medi, tagli asimmetrici, rasature di ogni tipo, parrucchieri da donna e barbieri. Per anni fui la modella di chiunque volesse esercitarsi a sperimentare forme ardite. Tutto. Tutto tranne colorare e riflessare. Molto dopo, ripensando a tutto questo, mi è venuto da sorridere: quasi come un apprendistato erotico, tutto dedito al preliminare e girando intorno al vero desiderio, quello per cui non si è pronti e si ha timore, quello per cui si ostenta un meccanismo di sfida sfacciata ma solo perché si sa che per cause esterne la sfida non potrà essere condotta fino in fondo, che qualcosa dall’esterno si interpone e in fondo ci protegge.

Non ricordo  la prima volta in cui ho colorato i capelli, così come non ricordo la prima volta in cui ho fatto l’amore. Ero adulta, in entrambi i casi, e totalmente spaventata. Così spaventata da aver osservato i due fenomeni dall’esterno, come dall’alto, senza alcuna forma di partecipazione emozionale. Di fatto ricordo precisamente i luoghi e i modi di entrambi,  dei dettagli situati esattamente trent’anni fa e di cui non ho alcuna traccia emotiva, se non la memoria, situata in qualche luogo all’altezza dello stomaco, della paura di essere lì in quel momento, e della scelta di anestetizzarmi per non esserci completamente.

Da allora è accaduto di tutto: sono stata nero corvino, bionda, castana, méchata, brizzolata, permanentata, allisciata, cheratinata. Ho sperimentato tutte le innumerevoli possibilità del rosso, ho gocciolato henné su teli da spiaggia, spiegandoli come una sacra sindone, ho decolorato, decapato, glossato, ritonalizzato.

I miei parrucchieri, tranne sbiaditi e rarissimi casi, sono stati uomini.

Di tutti ricordo i dettagli, i modi, la ritualità. Come i baci, le parole e le idiosincrasie di chiunque abbia amato.

Ce n’era uno, l’ho frequentato per qualche tempo, che era un musicofilo: con  cura sceglieva la musica da abbinare a ciascuna cliente. Mi faceva dei colpi di luce sul ciuffo che mai più nessuno è stato in grado di replicare. Una volta, nel pieno della relazione, quando potevo concedermi già qualche confidenza, mi presentai con il Concierto de Aranjuez, un’altra volta col Bolero di Ravel.

Ma il punto di massimo godimento lo raggiungemmo su un intervento che durò un paio d’ore, per il quale scelsi Keith Jarrett e il Koeln Concert, che alla fine del trattamento gli regalai.

La nostra relazione terminò a causa dell’intervento della sua consorte, che in uno dei nostri incontri ai quali pacificamente assisteva dalla cassa, mi avvicinò privatamente per propormi un servizio di colorazione pubica che riprendesse le medesime nuances del capello, che avrebbe effettuato lei stessa in una saletta defilata del salone, proposta che mi lasciò turbata e scandalizzata a un tempo, lasciandomi intravedere una familiarità mai sollecitata e la possibilità che nel tempo la nostra relazione si trasformasse in un ménage à trois ma, quel che è peggio, che saremmo finiti a trattare i capelli con il sottofondo di Eros Ramazzotti o chissà chi.

A un certo punto della mia vita lavorativa mi trasferii a Milano. Si era al principio degli anni Novanta e Milano era ancora tutta da bere e pettinare.

Lavoravo e vivevo in pieno centro, a pochi passi dal Duomo.

Il mio ufficio era proprio di fronte al Cenacolo, che non visitai mai, preferendogli, nell’androne di un cortile di fianco, un salone di bellezza molto lussuoso. Erano i favolosi anni Novanta, la crisi era lontana e certi lussi ancora alla mia portata.

Quando approdai nel salone la mia cadenza mi tradì all’istante e il parrucchiere, originario calabrese ma ben camuffato, mi raccontò che aveva clienti – clienti peraltro notissimi di cui non farò nomi ma che all’epoca erano sicuramente tra i più ricchi di Napoli – che gli erano talmente affezionati da muoversi in aereo per andare da lui a farsi tagliare e pettinare, uomini e donne. L’intera famiglia, nipotine comprese.

E io pensavo all’idiozia del riaffrontare un viaggio aereo di ritorno, con l’aria pressurizzata che ti ammoscia tutta la messa in piega, e mi dissi che era una bufala e che stava lì a millantare per giustificare con me la salatissima parcella da primario tricologico.

Solo che anni dopo, molti anni dopo, questi signori ricchissimi che nel frattempo erano leggermente caduti in disgrazia, io li conobbi. E dopo due o tre incontri decisi di appurare la leggendarietà del racconto, scoprendo che invece era vero e che forse, sotto sotto, un poco della disgrazia economica in cui si erano imbattuti, forse pure se l’erano meritata con questo spendi e spandi incontrollato per due bigodini e un poco di lacca.

In quel periodo ero nella fase del fai da te, che è tornata spesso negli anni, dipendente non tanto dall’aspetto economico, ma dalla precisa volontà di operare direttamente sul mio corpo, unica artefice della trasformazione, come quando da sola mi bucai i lobi delle orecchie per dimostrare a me stessa che non avevo paura del dolore e poi diventai bianca bianca fin quasi a svenire: indossavo un henné aranciato da fricchettona, che a Milano, dove mi occupavo di tessili pregiati, insieme a noti economisti e magnati giapponesi, non era ammissibile. Così decisi di rivolgermi a un professionista  per tornare a una castana sobrietà. Scelsi lui, per praticità. Nella pausa pranzo.

Lo scienziato esaminò con cura la chioma, la passò attraverso dei macchinari e delle lenti per analizzare le squame, strappò un paio di fili che depositò su un vetrino con un reagente e alla fine dell’anamnesi tirò fuori la diagnosi e anche la possibile cura: era un intervento delicato, delicatissimo, con un’ampia possibilità di insuccesso.

Se le cose fossero andate bene, sarei diventata castana.

In caso di fallimento, invece, i capelli sarebbero diventati totalmente verdi e non ci sarebbe stato nulla da fare se non tagliarli quasi a zero. Che la cosa non dipendeva da lui, ma dalle mie possibili reazioni e che comunque era un intervento che non poteva essere fatto su due piedi, ma andava programmato.

Sfogliò l’agenda e mi accomodò per la settimana seguente, salutandomi non privo di indicazioni e di una costosissima terapia da seguire a domicilio, fatta di lozioni acide, sciampi neutri e cose così, in modo da rendere il capello non so più se molto arido o molto idratato e permettere al reagente di attecchire e decaparmi tutta. Decapare è una parola che mi ha sempre fatto pensare alla ghigliottina e alla Rivoluzione Francese, al perdere la testa. Che in fondo forse era quello, in una forma simbolica e meno drastica.

L’intervento durò circa tre ore e lasciò tutti con il fiato sospeso, per l’ansia. L’odore del reagente era simile a quello dello sverniciatore del legno, con esalazioni mefitiche che mi fecero lacrimare gli occhi e mi irritarono per giorni il cuoio capelluto, ma alla fine dell’operazione ero salva e castana.

Mi felicitò tutto lo staff, le infermiere, i portantini, come per essere scampata a una malattia mortale. Pagai di buon cuore l’onorario del chirurgo e finalmente Milano mi accolse come meritavo: una castana signorina ammodo che andava alla Scala, a Brera, ad ascoltare il jazz, i fine settimana a Portofino e gli aperitivi ai Navigli.

Adesso molti penseranno che io esageri, che in fondo tutte le donne di tutto il mondo esercitano un’innata cura per la propria capigliatura e che non ci sia nulla di strano in questo mio smodato interesse, come non ve ne sarebbe laddove spostassi l’attenzione ad un altro dei tipici feticci femminili, le calzature.

Mi rincresce sconfermare questa semplice e riduttiva visione del mondo, ma non posso altrimenti, e la ragione per cui l’argomentazione mi riesce estremamente facile per lo smantellamento di questa ipotesi è che nel resto del mondo le donne operano sui propri capelli al fine di valorizzare la loro femminilità e bellezza, ungendoli con burri e oli, setificandoli, coprendoli ove richiesto per non suscitare brame incontrollate nel maschio, sacrificandoli e  offrendoli in dono alle divinità, lasciandoli allungare per occasioni importanti quali il matrimonio e altri riti di passaggio.

Nel mio caso la cura spasmodica del capello non hai quasi mai coinciso con la miglioria estetica, ma piuttosto con una subdola mortificazione della carne.

La chioma come un cilicio, eterna punizione per avere ormoni, curve e desideri.

In un’altra epoca sarei stata una santa, una Teresa d’Avila o una Giovanna d’Arco, chiusa in convento a sciorinare odi al Signore per addomesticare ogni sorta di passione terrena o ardita combattente in nome della Fede.

Nel mio caso la cosa procedeva sotterraneamente, senza offrirmi né l’una né l’altra possibilità, ma solo uno sconcertante panorama di ricci,  che nel ricordarmi la mia natura, si alleavano con i sotterranei moti del mio cuore, sì che non appena mi distraevo un attimo, pretendevano, da me e da altri, attenzioni e tutto il resto.

Le mani tra i capelli. Le mani altrui tra i capelli, per esempio.

Come spiegare che è una delle cose che amo di più e alla quale ho rinunciato per non soccombere a me stessa? Se Sansone aveva la sua forza nei capelli, nei miei si annidava la mia debolezza. Tagliavo per non cedere, per mimetizzarmi. Per confondere i miei desideri.

Erano anni in cui cedetti anche le forme, per quanto possibile, in cui provai a essere invisibile, bidimensionale. Gli anni della paura, che si presentava ogni volta che qualcosa sembrava piacermi, piacermi così tanto da portarmi oltre me stessa, in un altrove che mai avevo sperimentato.

A volte il pericolo ama i travestimenti, i depistaggi.

Convinta che il Male fosse tra i ricci, lasciai il collo scoperto per anni. Fragile, bianco, vulnerabile.

Con la convinzione che fosse insensibile.

E invece il pericolo si acquattava lì, alla base della nuca, dietro le orecchie, lungo i tendini, percorreva lo sternocleido-mastoideo, saltellava tra l’atlante e l’epistrofeo.

In altre parole, ero femmina, e non ci potevo fare assolutamente niente. E quel che è peggio, ero una femmina ipersensibile.

Uso il passato per difendermi, come un ulteriore armatura, come se allontanando la definizione non ne venissi più toccata, come se la cosa non mi appartenesse. Ma non è così, lo so bene. Mi piace ignorarlo, come tutte le cose che turbano la quiete.

Ho avuto anni di tregua, anni in cui ho vissuto lontano, in climi molto umidi che mi facevano dimenticare i capelli. Erano morbidi, sinuosi. Come lo ero anche io, lontana da certe forme dell’apparire e dell’essere. Ero giovane, non avevo ancora imparato la difficile arte del decondizionamento e dell’asciugatura casuale, dello spettinato esistenziale. E che mai maneggerò con la sufficiente maestrìa.

In quegli anni ero in pace con tutto, con le ambizioni e le vertigini del cuoio capelluto. Scorreva il tempo in modo lieve, senza sensi di colpa, fluttuante. Senza necessità di doversi ancorare a nulla, come accadde in seguito.

Non ebbi amori né parrucchieri, ed ero felice.

Poi la mia vita tornò ad assestarsi, stabile e stanziale. Conobbi la provincia e la grande città: in una vivevo e in una lavoravo.

Per molti anni vissi la follia del barcamenarmi tra più relazioni, contemporaneamente: alcuni li vedevo il sabato mattina, più o meno vicino casa; altri li incontravo nella pausa pranzo.

A tutti mentivo, spudoratamente. Il parrucchiere, come un amante, richiede una fedeltà sciocca e ignobile. Proprio come quegli uomini che tradiscono la moglie e poi ti tormentano con insensate scene di gelosia e di possesso.

Non avevo scelta oltre la menzogna: a Gaetano raccontavo che mi era toccato un matrimonio in altra città, ad Alberto che ero stata in missione all’estero, a Michele che avevo ricevuto in dono un buono prova.

Ho mentito per anni, senza vergogna. Pagavo, e tanto mi bastava. E pagavo fintanto che ne fossi soddisfatta. Dai racconti delle mie amiche sui loro mariti avevo tratto un importante parallelo: dopo qualche tempo la passione scema, si diventa complici, intimi, affezionati. Ma la novità e il trasporto venivano meno. Ho ascoltato storie terribili di ménage coniugali appiattiti su un sesso mansueto e sopito, al giovedì, insieme agli gnocchi, o quando la squadra del cuore vinceva il campionato.

Con i parrucchieri succedeva la stessa cosa, credo.

Dopo un po’, quando trovavamo un certo affiatamento, svaniva del tutto il senso della sorpresa. Allora diventavo qualcosa di conosciuto, di infinitamente noto. Il peggio era quando tiravano fuori la scheda colore per riprodurre a distanza di un mese o due la stessa alchimia che mi aveva appassionato nel precedente incontro, senza curarsi di me, di cosa fosse cambiato nel frattempo, di cosa avvenisse nella mia vita, se avessi bisogno di essere supportata o blandita, esaltata o ridimensionata.

Credo che sia per questo che ho difficoltà con l’Amore: è che a volte lo vedi sotto una luce al neon o su una cartella colore e non in pieno sole e poi scopri che sono due cose completamente diverse. A volte certe colorazioni mi irritavano la cute per giorni, esattamente come certi figuri petulanti; altre sbiadivano in un niente, con tre lavaggi, come personalità sfuggenti, non ben  fissate; altre, infine, mi inaridivano le fibre, proprio come quegli amori a senso unico, senza scambio, che succhiano energia fino ai bulbi, lasciandoli impoveriti.

Negli anni avevo imparato delle parole, che mi venivano somministrate dallo sciamano di turno, come possenti mantra: anagen, katagen, telogen, kenogen, abracadabra, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio e vedrai che si avvererà.

Poi aprivo gli occhi e non accadeva nulla: avevo il solito caschetto con le punte all’insù o quel ciuffo ribelle da tirare dietro l’orecchio e arrotolare nei momenti di nervosismo. Tricotillomania, si chiama.

Ed è della stessa famiglia del mangiarsi le unghie, tirar via le pellicine e infliggersi piccoli e inutili tormenti per aggirare quelli grandi e distrarsi un poco dalla paura.

Ho sempre avuto una gran massa di capelli. Devo sfoltirli in continuazione, crescono come cespugli, floridi e velocissimi. Di più dal lato sinistro, perché dormo rannicchiata sul destro. Nei periodi in cui sono stata fedele, i miei parrucchieri si stupivano della rapidità di allungamento. Ancora oggi mi capita che la gente mi incontri per strada, a distanza di qualche mese, e non mi riconosca per il cambio radicale di aspetto.

Non credo sia una cosa buona, ma sono sicura che serva, che abbia una sua precisa funzione. Forse come quegli animali che cambiano colore per nascondersi ed evitare i predatori, per meglio adattarsi all’ambiente. Non so. So che mi serve a reinventarmi, a darmi la possibilità – o forse solo l’illusione? – di un nuovo inizio, quando le cose rallentano o non vanno particolarmente bene. Ma anche quando vanno benissimo, come prova di entusiasmo e dell’ingresso in un nuovo ciclo.

Poi accadde che iniziai a perdere i capelli. Iniziò un diradamento che non lasciava presagire nulla di buono. La prima volta avevo sedici anni, la seconda trentatré.

Dissero che era stress.

La prima volta mi propinarono fiale, lozioni, vitamine, lieviti, punture. Ma a me sarebbe bastato vedere i miei genitori non separarsi.

La seconda volta dissero che era per colpa dell’allattamento, che il mio corpo era stremato dal nutrire e non riusciva a ristabilirsi. Con un apparecchio modernissimo mi sottoposero a un’ecografia dei bulbi piliferi e dei pori. Visti così, ingranditi, sullo schermo che avevo di fronte, sembravano piccole bocche aperte, che non avevano la forza di richiudersi e trattenere. Era un lasciarsi andare che aveva preso svariate forme: virus che si annidavano in vari punti del corpo, afte, febbricole. Io tutta mi lasciavo andare, mi perdevo. Poi lasciai andare mio marito e la sua violenza, e di colpo tutto rifiorì.

Per il mio matrimonio mi ero affidata alle mani di Franco, che frequentai per lunghi anni. Franco aveva inaugurato in città – o meglio, nel primo centro commerciale della città – un salone in franchising. Era una catena francese in cui mi ero imbattuta molti anni prima a Parigi, che mi piaceva per le forme assolutamente scanzonate dei tagli, per le modelle dei cataloghi, totalmente prive di trucco e di fronzoli, che anche nelle sfilate apparivano come appena scese da una barca, o alzate dal letto dopo una notte selvaggia, o prese in uno scatto a sorpresa durante la spesa, con una baguette sotto il braccio, un cane. tre bambini e un immancabile sorriso sulle labbra. Naturalissime nella posa e nella pettinatura.

Con Franco iniziarono le sperimentazioni serie, gli esercizi. Ci prese talmente tanto gusto che oltre ai giorni prefissati, in cui si effettuavano sconti alla clientela, continuava a praticarmi sconti in tutte le giornate della settimana, divertito dal mio coraggio e dalla intraprendenza. Mi accoglieva con un enorme sorriso e con gli occhi che gli brillavano di contentezza. Quando mi allontanavo o partivo per lavoro, anche per periodi lunghi, faceva sempre in modo che nei mesi a seguire mi ricordassi di lui, con una sfumatura diversa, un colore ponderato, un taglio pensato per durare senza crearmi imbarazzi.

Non ebbi il coraggio di dirgli che mi sarei sposata.

Un giorno mi presentai al salone, era di pomeriggio, per preannunciargli che di lì a poco avrei partecipato a un matrimonio. Non gli rivelai mai che era il mio. Gli raccontai del vestito che avrei indossato: un tubino lungo beige, disseminato da minutissime perle tonde e scaramazze. Riprodussi, su minuscoli fermaglietti la stessa decorazione dell’abito e una mattina – la stessa del mio matrimonio, previsto al pomeriggio – mi presentai per farmi legare le ciocche e sistemare pazientemente, uno a uno, i decori di perle. Mi dicevo che in questo modo avrei evitato di pagare le cifre spropositate che normalmente i parrucchieri chiedono alle spose, speculando sul giorno più bello e importante della loro vita. E di fatto pagai la stessa cifra di una seduta normale, con un inspiegabile magone nel petto.

Al salutarmi Franco mi disse che avrei dovuto essere io, la sposa, bella com’ero quel giorno.

Fu l’ultima volta che lo vidi, un po’ per il dispiacere di avergli mentito, ma soprattutto perché rimettere piede nel suo salone, ogni volta mi avrebbe ricordato l’errore commesso, di cui ero talmente consapevole da aver passato sotto silenzio quello che avrebbe dovuto essere un momento così importante.

Mi sono sposata per paura, dopo quasi vent’anni posso finalmente dirlo. Una paura travestita da testardaggine, da sfida, da innumerevoli altre cose che conoscevo tutte, e che mi erano rimaste impigliate tra i capelli, indistricabili.

Per un certo tempo frequentai Mimmo, un barbiere che aveva la mano d’oro. Era manierato e grezzo a un tempo, con l’unghia del mignolo lunghissima e nessuna cognizione del congiuntivo. Ma faceva correre le forbici sul collo provocandomi brividi di piacere. Per non mettermi in imbarazzo con la clientela maschile e i discorsi che ne provenivano, mi riceveva il lunedì, nel giorno di chiusura.

Abbassava la saracinesca a metà, per non essere disturbato e per evitare ingressi inopportuni. Mi prestava un grembiule da concorso, che se fosse arrivata la Finanza o la Confcommercio per un controllo, avremmo detto che stavamo facendo le prove per una manifestazione importantissima.

Uscivo androgina e bellissima, con sfumature alte da marinaio che pungevano la mano e quando mi accarezzavano mi sentivo un gatto selvatico, di quelli che inarcano la schiena e drizzano il pelo per non dare soddisfazione. Per lasciar credere di non appartenere, di essere i padroni dello spazio e del tempo. Ma è solo una finzione. Anche i gatti lo sanno.

Poi accadde qualcosa che non ricordo, forse mi innamorai di qualcuno che mi voleva più femminile e per un certo tempo abbandonai la caserma. Ma non ne sono certa, credo di stare inventando per coprire una falla nella memoria o qualcosa che non ho assolutamente voglia di rivangare.

Ma c’è stato un momento, un momento preciso in cui il mio rapporto con i capelli è cambiato e si è introdotta una devianza estetica. Di colpo non volevo più recidere, non volevo tagliare, non volevo rinunciare a niente. Avevo scoperto una parte di me che mi piaceva moltissimo e volevo che fossimo amiche.

All’epoca il mio favorito era Albano, che sapeva regalarmi sfumature ciliegia e certi trattamenti costosissimi che annientavano il crespo. Una specie di tortura medioevale fatta di tiraggi dolorosissimi e precauzioni: per quarantott’ore dovevo evitare qualunque forma di umidità: da quella atmosferica alla sudata della palestra ai vapori della cucina. I momenti migliori per intervenire erano nella mezza stagione, quando il caldo non incombeva. Controllavamo la meteo per decidere il giorno perfetto. I giorni, anzi, perché il trattamento si svolgeva su due giornate.

La materia era composta da piccole palline che sembravano di plastica, grandi poco più del caviale ma costose quanto uno delle migliori qualità. Le pesava in un bilancino come si fosse trattato di cocaina – e al grammo me le vendeva – poi le scioglieva lentamente, in un cucchiaio simile all’assenzio, le stendeva su ciascuna ciocca con un pennello piatto e durissimo, che lasciava le ciocche come incollate. Poi riscaldava una piastra per saldare l’impasto ai miei capelli.  Il giorno seguente si ricominciava.

Ricordo una sera di aprile, poco prima del mio compleanno, in cui fummo sorpresi da un acquazzone improvviso che avrebbe distrutto tutto. Albano escogitò una fuga sotterranea: mi coprì la testa con una busta di plastica e mi trascinò nei meandri interrati del Centro Direzionale di Napoli, in modo da farmi raggiungere la mia automobile, parcheggiata dal lato opposto del quartiere, senza che una sola goccia d’acqua mi sfiorasse.

Per fortuna le giornate erano ancora corte e nel buio nessun passante intervenne per sventare quello che al primo colpo d’occhio aveva tutta l’aria di essere un rapimento perpetrato con una violenza inimmaginabile, con una busta di plastica in testa con cui il mio rapitore, se solo avesse voluto, avrebbe potuto soffocarmi.

Con Albano sarebbe andata avanti a lungo. E’ stato il parrucchiere più amato, la relazione tricologica più lunga che mi sia mai consentita. Addirittura monogama.

Quella volta fu lui a lasciarmi: aprì un secondo salone al Vomero e mi abbandonò nelle mani di giovani tirocinanti sovrappeso che nulla avevano in comune con lui.

Per un certo periodo, per riprendermi dal dispiacere e dall’addio, frequentai una scuola di estetica: un posto di cui eravamo venute a conoscenza con un passaparola segretissimo. Lavoravo al sedicesimo piano di un grattacielo e loro erano al ventunesimo. Un esercito di apprendisti stregoni, diretti da un effeminato milanese che dava ordini con lievi cenni del capo, minuscoli spostamenti del mento, alzate di sopracciglia e dita che delicatamente fendevano l’aria, come un direttore d’orchestra.

Non si pagava niente, solo il costo delle materie prime impiegate. Pochi spiccioli. In compenso non si poteva negoziare su nulla: se volevano tagliare, tagliavano, se volevano renderti viola, ti violavano. Non ricordo i dettagli, ma si veniva ammessi come ad una sorta di loggia massonica. Bisognava entrare e uscire con estrema discrezione, senza proferire parola con nessuno. Forse avevamo delle parole d’ordine, ma non ne sono sicura, sarà uno scherzo della memoria.

Poi di colpo scomparvero, senza dire nulla. Un pomeriggio, nel giorno convenuto fin dall’inizio, salimmo e avevano smantellato tutto. Chiedemmo al portinaio dello stabile, agli altri occupanti l’edificio, ma nessuno seppe dirci nulla. Di più: nessuno sembrava sapere dell’esistenza della scuola.  Come in un romanzo di Saramago finimmo per convincerci che la scuola non fosse mai esistita e che in realtà l’avessimo solo sognata, desiderata a tal punto da credere fosse vera.

Quando iniziai a ballare il tango avevo i capelli abbastanza lunghi. Li legavo a coda per il caldo, il sudore mi imperlava la fronte e il collo. Furono gli anni dei rossi esplosivi. Una droga da cui non ho mai smesso di dipendere. Rossi autunnali, rossi anticonvenzionali, rossi dubbiosi e relativi, rossi aggressivi e passionali, rossi turbolenti, furiosi, rossi imploranti e ricattatori.

Ho provato svariate volte a disintossicarmi, ma sempre ci ricasco, come una debolezza acquisita, un piacere segreto che mi tiene compagnia quando mi sento sola e sfiduciata, come altre fanno con l’alcool o un toyboy.

Quando iniziai a ballare il tango avevo da poco riscoperto l’henné: non quello aranciato della mia giovinezza, ma un prodotto sofisticato, che avevo studiato con un anziano erborista di Sabaudia che conosceva tutte le misture del mondo e trascorreva oziosi pomeriggi estivi a raccontarmi le differenze tra le colorazioni egiziane e iraniane, indiane e pakistane. La parola che mi stregò fu  picramato di sodio: un ingrediente segretissimo e probabilmente tossico  che nessun ortodosso dell’henné poteva tollerare ma che lui, che aveva vissuto lungamente a Parigi con una compagna asiatica molto ma molto ma molto più giovane di lui, aveva iniziato a spacciare nelle classi bene che, pur stufe dell’arancio marcato, non accettavano l’idea di colorazioni del tutto sintetiche. Lo tagliava, come si tagliano le droghe, e me lo consegnava in una bustina odorosissima. Credo di averne ancora una discreta scorta occultata in un cassetto del bagno. Odora di erba, un misto di spezia e marijuana.

Mi sono sempre chiesta se tra i miei ospiti ci siano quelli che, accomodandosi nei bagni altrui, aprano i cassetti – io a volte  lo faccio, per sentire gli odori degli altri – e, al salire dell’effluvio, lo identifichino o non credano piuttosto che conservi lì, con nonchalance, droghe esotiche e leggere per momenti di evasione.

A un certo punto, scientemente e per ragioni che ho rimosso e non voglio ricordare, travestite dalla noia di dover continuamente ritoccare la ricrescita, decisi che volevo invecchiare. Erano anni che mi arrossivo, avevo completamente dimenticato il colore naturale dei miei capelli, ma soprattutto non sapevo cosa vi avrei trovato.

Rasai tutto, ripetutamente, per mesi, fino ad arrivare alla colorazione naturale: un sale e pepe disomogeneo.

Ho un grande ciuffo bianco sulla tempia destra, ce l’ho dal 1998, mi è venuto tutto in una notte.

Ero in Africa e mi ammalai di malaria. Nonostante le cure, nessuno mi aveva spiegato bene le caratteristiche della malattia: che dovessi evitare il sole, ad esempio, o la feroce intermittenza delle febbri. Così, un giorno che credevo di essere guarita, trascorsi  l’intera giornata camminando in una piantagione di banane. La sera un tracollo improvviso, mancanza d’aria. A quattro zampe mi trascinai alla porta del mio vicino di albergo, un anziano francese con cui condividevo lavoro e serate in cui mischiavamo le nostre solitudini in racconti pieni di Napoli e Marsiglia, della mia vita un poco scombinata e delle sue quattro figlie lontane e dei nipotini. Chiesi un medico d’urgenza, prima di svenire.

Il dottor Safi arrivò in pochi minuti, mi strappò la maglietta e mi fece un massaggio cardiaco, poi una flebo di qualcosa. Poi mi accese una sigaretta e me la posò tra le labbra.

Obiettai che mi faceva male, ma lui ridendo rispose che poteva essere l’ultima, e che la malattia mi poteva far peggio.

Poi dormii e al mattino avevo questo gran ciuffo bianco.

Quando ho deciso di invecchiare, un bravo parrucchiere ha omogeneizzato tutta la testa, mi ha sbiancato uniformemente, impresso dei bei colpi di sole argentei. Mi piacevano moltissimo. Erano chic e austeri.

Poi mia figlia mi ha detto di smettere, che non ero abbastanza vecchia per lasciarmi invecchiare e un poco alla volta mi ha convinto. Dopo sei, sette mesi, ho accettato di ringiovanire, almeno formalmente e poi, un poco alla volta, anche dentro.

Mia figlia è rossa per scelta, come me, come se qualcosa nei nostri geni ci tradisse e ci obbligasse a rivelarci o a nasconderci. Non gliel’ho mai vietato, volevo che arrivasse alla sua natura prima di quanto ci sia arrivata io. Con meno paura.

Di colpo mi sono ritrovata giovane e piena di voglie e non la ringrazierò mai abbastanza.

Mai abbastanza, soprattutto in questi giorni, quando ho rinunciato al mio utero, alle mie tube e ho continuato a sentirmi giovane, anche desiderabile, e mi sono data un rosso rame che lungi dal farmi sentire ossidata, mi protegge, come il verderame, da tutte le malattie.

Da quando ho cambiato città le cose sono diventate complicate: qui in Capitale per andare da un parrucchiere ci vuole la raccomandazione di qualche Ministro, forse del Papa. Bisogna prenotare, parola odiosissima. Ottimizzare, definire, concordare.

Ma il parrucchiere è la liberazione, la realizzazione di un impulso, l’erompere incontrollabile del desiderio. E’ come se programmassi un amplesso. Mi vengono in mente quelle donne che non riescono a rimanere incinte e programmano i rapporti col marito, con l’ausilio dei dosaggi ormonali: oggi alle tre e venticinque il progesterone raggiungerà il suo picco massimo, non c’è tempo, bisogna agire. E vai di reggicalze e guepiere per favorire la velocità, mentre lui si districa nel traffico per arrivare in tempo all’appuntamento fatale, pena il ripetersi delle fauste circostanze astrali e ormonali tra non meno di ventisei giorni e non più di trenta.

No, no, e no. Il parrucchiere è un incontro libero, mosso dal desiderio e non dalla necessità.

Cioè sì, a volte sì, ma solo dalla necessità di una gratificazione momentanea, non per un progetto a lungo termine.

A Roma ne ho già frequentati diversi. Il primo è stato un signore del Testaccio, un microscopico salone frequentato da transessuali, in cui sono stata non più di tre volte, e tutte e tre per tagliare moltissimo. Le signore mi guardavano allibite, intente a farsi applicare ciocche lunghissime e a coltivare femminilissime chiome.

Ho smesso di andarci perché mi sentivo diversa.

Poi ne ho provata una, una donna, questa volta, che mi è stata odiosa. Mi ha messo davanti un catalogo di tagli e colori e mi ha detto: scelga.

Scelga? Ma stiamo scherzando? Siamo impazzite? Io non scelgo nulla, la parrucchiera è lei, è lei che saprà cosa fare di me, delle mie caratteristiche, della qualità dei miei capelli, del modo in cui, oggi, qui in questo momento, mi vede e mi impara.

Non c’è stato verso, non voleva la responsabilità.  Ho lavato e messimpiegato e sono uscita disgustata da tanta irresponsabilità e mancanza di deontologia: se le avessi chiesto di diventare bionda, mi avrebbe fatto bionda, la pusillanime.

Poi ho incontrato Glauco. Ci passavo davanti spesso, in questo salone anni Settanta semi deserto. Ne usciva bella musica. Così una mattina mi sono fatta coraggio, benché non ci fosse nessuno e sono entrata: ho conosciuto Glauco e Stefania, sposati da oltre trent’anni: lei fa il colore e lui taglia.

Due persone splendide, con un passato alle spalle che solo a tratti intuisco. Un passato denso e complesso. Due persone che si amano e si apprezzano moltissimo, che si riversano stima e affetto in ogni gesto, che hanno separato rigorosamente gli ambiti. Da loro mi sento quasi come in famiglia.

Ci sono ragazzi, tra i clienti, e anziane donne. I ragazzi arrivano a volte con chitarre e improvvisano pezzi metal o cantautori americani, mentre le vecchine battono ritmicamente il tempo con la testa e le mani.

Disseminati all’intorno oggetti, sculture di legno che fa lui, testi buddhisti, vestigia di un passato glorioso, fatto di diplomi e riconoscimenti, ma ormai decaduto. Glauco ha sessantadue anni ma ne dimostra molti di meno: un fisico possente, muscoloso, da praticante di arti marziali.

La testa completamente rasata, i tatuaggi, l’orecchino, un pizzetto. Un erotismo insopprimibile che si rivela nel modo in cui tocca i capelli, il collo, nelle parole, nel modo in cui si staglia davanti, alto, con il pube quasi ad altezza viso. Un uomo pulito, nessuna confidenza oltre il limite, nessuna libertà licenziosa. Glauco è erotico in quanto lo è. Mi parla in napoletano, mi chiama la scugnizza. Non è geloso. Il primo parrucchiere che non è geloso e non si offende se lo tradisco. Sa che se torno da lui è perché mi piace. Perché è lui che voglio, non è un ripiego. Sa che possono trascorrere mesi ma poi ritorno, per le sue mani nei capelli, perché quando gli chiedo: oggi che mi fai?, mi risponde: che cazzo ne so? Mo’ vediamo.

Glauco mi vede, come mai nessuno mi ha visto prima.

In questi mesi ho imparato a fermarmi da loro anche per un caffè, al pomeriggio. Per il piacere di sentirmi accolta e ascoltare con loro un po’ di musica buona.

Un giorno si era tatuato una daruma sul braccio, e a tutte le clienti spiegava il senso di quel tatuaggio, del fatto che abbia a che fare con la realizzazione di un desiderio o un’ambizione e solo dopo, dopo che si è avverato, si disegna l’altro occhio. La Daruma non è il simbolo della fortuna, ma quello dell’impegno, per questo è cieca da un occhio, per ricordare la necessità della perseveranza. Ed è tonda sotto, oscilla, per ricordare l’importanza della tenacia e del non cadere mai.

Non gli ho chiesto niente, si vedeva che aspettava una domanda da me, un piccolo commento.

Gli ho recitato una filastrocca giapponese per bambini:

Una volta! Due volte!

Sempre il Daruma di rosso vestito

Incurante torna seduto!

ed è finita lì, ci eravamo capiti.

Poi ne ho conosciuto un altro, una specie di colpo di fulmine. So che potrebbe cambiarmi moltissimo. E’ un avanguardista.

Non ho ancora avuto il coraggio di andarci, ho solo esplorato lungamente il suo ambiente.

So che mi trasformerà. So che potrebbe addirittura rendermi pronta a un nuovo amore. Nel dubbio aspetto: non so ancora da cosa voglio cominciare, se dall’amore o dal colore. Lascio che le cose vadano e nel frattempo permetto nuovamente ai miei capelli di allungarsi, quando non lo credevo più possibile.

La mia vita è stata piena di Aldo, Mimmo, Alberto, Renato, Ciro, Albano, qualche Vincenzo, uno o due Ugo, un Glauco, un Armando, Michele, Gaetano.

Di altri ho dimenticato i nomi, ma mai quel che mi hanno fatto, fin dove si sono spinti e anche dove non hanno mai osato. Che è come dire dove non mi hanno mai permesso – o dove non mi sono mai permessa – di spingermi.

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A spasso nella Mente

febbraio 3, 2016

Da sempre l’Arte mi interroga.

Come un infinito esame dello stare al mondo e prima di tutto in se stessi, mi si para dinanzi e invece di lasciarsi contemplare, silenziosa, mi fa un sacco di domande. Sono sempre difficili, a volte difficilissime. E quasi sempre la prima risposta non è sufficiente. Vuole che scavi, che costruisca, che elabori .

Vuole – perché possa rispondere compiutamente alle sue domande – farmi da specchio, e rimandarmi ciò che so di me. Ancor di più, ciò che ignoro di me, quel che non voglio sapere né scorgere. Ciò che temo. Ciò che bramo ma non accetto. E tutte le cose che sono frammentate, segrete, sperdute e non sempre riconoscibili.

Da ragazza, molto giovane, mi piaceva visitare le chiese e i siti archeologici. Pensavo che nelle prime avrei incontrato la marca dello Spirito e che nei secondi avrei camminato nel solco immodificabile della Storia. Da ragazza, molto giovane, pensavo inoltre che  il Diritto fosse l’emanazione della Giustizia e fosse univoco e certo. Lo pensavo anche delle Scienze, in particolare della Medicina.

Insomma, per dirla in breve, pensavo che molte cose fossero ferme e definite. E che attingendo a queste forme fisse, mi sarei stabilizzata un pochino pure io, che invece mi sentivo fragile e fluttuante.

Poi ho smesso, tranne rari casi, di visitare chiese, ho preso in uggia i siti archeologici, ho smesso di credere al diritto e alla scienza e un po’ per volta un nuovo orizzonte ha preso corpo dentro di me: ho imparato che lo Spirito non alberga nelle chiese, ma in tutti i posti possibili, che l’unica forma certa è quella fluttuante, che la scienza è figlia delle conoscenze della sua epoca e che la legge è diversa per tutti.

Ma torniamo all’Arte.

Qui ho capito che le mie esperienze di incontro artistico più intense hanno tutte un unico denominatore: la solitudine. Mi piace, che sia una mostra, un museo, un’installazione, essere sola. Non che non mi piaccia essere in compagnia. In compagnia mi piace il cinema, il teatro. Non so perché. Forse perché parlano e allora poi mi ispirano la parola, il dialogo, lo scambio col compagno, l’amica, il vicino di poltrona. Penso sia questo, ma non sono sicura.

Delle mie esperienze in solitudine, quando dico sola voglio dire due cose: essere per  esempio in un museo con altre persone, e avere l’isolamento derivante da un’audio guida. Oppure – e questo mi piace proprio molto di più – essere proprio sola a occupare lo spazio, sentirmi padrona assoluta del tempo e delle sale.

Le solitudini più intense e produttive, negli ultimi anni, le ho sperimentate allo Yad Vashem, di cui scrivevo incidentalmente qui; nelle opere di Tosatti; quel giorno che ho passato un pomeriggio cupo e dolente con Hopper e, per ultimo, qualche settimana fa, il Museo della Mente, dove ho passato quasi tre ore. Ne avevo sentito parlare anni fa, a Napoli, una sera che ero stata a una presentazione di Studio Azzurro in uno studio di architetti, dove c’era gente strana e interessantissima.

Poi è passato tempo, un bel po’ di tempo, credo quattro o cinque anni, prima che mi decidessi a visitarlo. E non certo per mancanza di tempo e di opportunità. No.

Credo che le cose si presentino quando è il momento.

E per me, l’ho capito un sabato mattina, questo era il momento adatto, dopo le Sette stagioni dello Spirito di Tosatti: l’irrompere della follia come elemento essenziale e irriducibile di qualunque sviluppo personale. Forse addirittura necessario.

In un altro momento, visitando il Museo, avrei sentito la netta separazione tra me e loro, tra me e i pazzi, con un malcelato terrore di non riuscire a inquadrare correttamente la linea di confine e poter transitare senza saperlo, senza volerlo, nella gabbia dei matti, nel recinto della follia. Ché questa è la cosa che, fin dalla gioventù, mi spaventa più di ogni altra, più dei ragni, delle pentole a pressione e delle stufe a gas: la follia, la perdita del controllo, lo smarrimento di sé e della forma senza più possibilità di recuperarla.

Oggi, dopo che questo è successo, dopo che sono caduta e mi sono rialzata, dopo aver smarrito una forma e averne trovato altre, so che siamo sempre tutti a rischio, che le strade sono accidentate e le sensibilità scivolose e che la linea di confine non esiste più, non esiste davvero, non è mai esistita.

Come scrivevo  a completamento della visita, settimane fa, se un museo non ti racconta di te, quel museo ha fallito. Se un’opera d’arte non ti apre uno spiraglio di ulteriore conoscenza sul tuo conto, non è arte. Secondo me questa è la regola. Semplice, basilare.

Il Museo della Mente ha il grande pregio non già dell’interattività, come comunemente intesa – sì, c’è anche quella – ma dell’immedesimazione: farti attraversare l’esperienza della pazzia prima di parlarti dell’istituzione manicomiale, ridurre quanto più possibile la separazione tra te e l’Altro, riuscire a farti sentire cosa sente.

Geniali espedienti audiovisivi ti fanno udire le “voci”, sia quelle altrui, sia la tua propria, captata con un sofisticato meccanismo. La stanza della schizofrenia ti permea completamente e ti fa provare l’esperienza dell’esasperato dialogo interno, dello sdoppiamento, dell’istigazione al suicidio.

Dopo le voci sperimenti l’alterazione spazio temporale, grazie a uno specchio che ti rimanda la tua immagine profondamente invecchiata e i tuoi gesti sconnessi, alterati.

Un tableau di fotografie si anima nel momento in cui, seduta, inizi a ondeggiare su te stessa, come presa da un moto irreferenabile, e faccioni compaiono vicino al tuo viso e ti parlano, sommergendoti di storie.

Una stanza, dalla quale sbirci attraverso un foro, ti mostra una realtà dimensionale stravolta e per uno strano gioco di autopersuasione ti convinci che quel che vedi sia normale, pur di non accettare che le realtà siano diverse, plurime.

Questa prima parte, da sola, sarebbe già sufficiente: ti conduce attraverso i sensi a una comprensione che altrimenti coglieresti solo per le vie intellettuali, con quel distacco protettivo atto a farti comprendere che tra te e loro c’è un abisso di lontananza, una differenza irriducibile. E invece non è così.

La seconda parte, dopo che sei stato toccato nel profondo del sentimento, inizia a raccontarti di loro, di chi per una vita è rimasto confinato tra le mura di un’istituzione sostanzialmente carceraria, violenta, fatta di abusi e ipocrisia, come obbligare i pazienti a mangiare tutto con il cucchiaio, per timore di ferimenti e al tempo stesso, quasi come una promozione, costringerli a un lavoro coatto di muratura, giardinaggio, fornendo loro strumenti molto più pericolosi di una forchetta o un coltello.

Fino allo sciopero della fame organizzato da Lia Traverso, per reclamare le posate.

Pazienti geniali, inventori di mondi, come Gianfranco Baieri, pittore del tempo e di orologi e Oreste Fernando Nannetti, graffitaro antelitteram e autore di un epistolario vivido e immaginifico ai parenti che lo dimenticarono lì per sempre.

Per tutta la durata della visita mi torna in mente La Pecora nera di Ascanio Celestini.

E poi la ricostruzione degli ambienti: la stanza del medico, il refettorio, la stanza di contenzione, la fagotteria.

E i documenti visivi che riportano le interviste di tutti quei medici e infermieri  che vollero battersi per rendere l’istituzione più umana, bloccare il furto delle derrate destinate ai pazienti, abolire le punizioni corporali e le percosse, grandi, silenziosi e ignoti Eroi del Bene, che raccontano come il Manicomio, privo di fondi e attenzione pubblica, si sia sostentato anche grazie alla vendita dei manufatti artistici dei suoi abitanti, il cui ricavato è andato per intero alla comunità e mai ai singoli.

Dal Museo della Mente si esce adulti e sofferenti.

In qualche modo migliori.

Cose che re-imparo, in conversazioni più grandi di me.

luglio 24, 2014

Una madre gelosa della compagna del proprio figlio maschio adulto ha due possibilità di interpretazione: o non si è staccata da lui, o gli si vuole ricongiungere.
O non l’ha realmente partorito e offerto libero al mondo o vuole possederlo. Come un bimbo piccolo, talvolta.
Il figlio maschio è il fallo.
Può capitare anche con le figlie femmine, ma lì la cosa è differente. Prende un’altra forma, meno fallica e più uterina, in cui il senso di completezza non viene dal bisogno/desiderio di essere penetrata, quanto di essere com-penetrata dalla carne filiale che si fa tutt’uno col corpo materno e la abita. Pesa sempre la mancanza del fallo, anche qui. Ma il fantasma dell’incesto, così ingombrante nel rapporto madre/figlio, con la figlia si sfuma, fino a sparire.
Vedo molte madri di figlie che piuttosco seducono, seppur involontariamente, il compagno della figlia, si proiettano in una sorta di rivalità, di supremazia. Come per adombrare la maturità sessuale delle figlie a beneficio della propria, ormai consunta dall’età biologica. E’ più un aggrapparsi alla vita, che una mancanza del fallo.
E non lo dico io, sto leggendo delle cose interessanti, anche se troppo lacaniane. Anche post-lacaniane. Come dice l’amico mio Pietro, lacaniane con lieve svolta a destra, nell’eccesso di importanza che si attribuisce alla figura del padre, così ottusamente conservatrice dell’ordine. Ma tant’è, checchè se ne voglia fare una critica demolitrice: in assenza del padre e del fallo paterno, la madre reclama per sé il riempimento di quest’assenza, e si sceglie il figlio come sostituto.

Non ti presento mia madre perchè, sai, è un po’ gelosa, un po’ possessiva.
E perché? Ci scopi, con tua madre?
(silenzio imbarazzato, espressione di risentimento e stupore) Che c’entra?
E c’entra, altro che. Le gelosie si danno per timore di dover condividere la stessa cosa con qualcun altro, così come le invidie si danno perché l’altro possiede qualcosa che noi non possediamo.

Ciò che distingue una compagna dalla propria madre è il sesso, la possibilità procreativa, la progettualità comune. Tutte cose che non sono oggetto del contendere con una mamma.

Cosa vuole una madre gelosa dalla compagna del suo figlio adulto?

Che lo lasci bambino, nel suo immaginario di trastulli affettuosi?

Che non la privi della presunta tutela su un essere che viene così assoggettato, ridotto a cosa, incapace di evoluzione come persona?

Che non la lasci in balia di quel vuoto in cui dovrebbe – fisicamente e metaforicamente – albergare un fallo adulto?

(replica irosa, stizzita) Ma no, è naturale: le madri ci crescono e soffrono all’idea che qualcuna modifichi le loro regole, le loro abitudini. Che debbano perdere una parte di amore. E’ una forma di affetto, anche se forse un po’ patologica.

Ci sono conversazioni che mi fanno sorridere, amaramente sorridere, che raccontano in poche battute il modo in cui ci si vede o non si riesce a vedersi, il modo in cui si è cresciuti o non si è cresciuti.
Abbiamo tutti il nostro cordone ombelicale, più o meno lungo, e reciderlo è la cosa più difficile del mondo.
Ma legati a un cordone, per quanto lungo, non si va abbastanza lontano.
Che poi il lontano non è spaziale. E’ piuttosto un andare verso sé, dentro sé, un conoscersi nella propria, personale individuazione.
Sono contenta di non avere figli maschi e non dover fronteggiare anche questo dolore, questa incapacità.
Che già ho le mie a zavorrarmi.

Rileggo spesso questa di Pasolini, e sempre mi dà la pelle d’oca, mi restituisce le forme di qualcosa che sento, che conosco, che ho imparato nel tempo. Del figlio dimenticato, mai cresciuto, del figlio assoggettato privato della capacità di essere realmente se stesso e amare. Mi dà la pelle d’oca e un grande senso di perdita, una perdita che a vari livelli mi prende tutta.

E’ difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile.
Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo.
Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore
è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma, ora è finita.
Sopravviviamo,
ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
sono qui, solo, con te,
in un futuro aprile…

 

Cosa unisce i seguenti vocaboli: patata, cozza, butterfly e passerina?

maggio 21, 2013

Ora io sto per scrivere una cosa che susciterà come commento un enorme: sééééé, non ci credo, non può essere. Che infatti è quello che ho pensato pure io, quando me l’hanno detto. Poi però mi hanno fornito la spiegazione scientificissima, e mi so’ stata.

Che io, quando mi trovo seduta a tavola con uno psichiatra, un genetista o un neuroscienziato, non sia mai iddio che questi aprono bocca sul loro lavoro o sulle loro ricerche, che è la fine: inizio a fare domande e non la finisco più. Che i poverini vorrebbero pure cenare in santa pace, ma io lo so, lo so, che l’anima dello scienziato è tale che una volta sollecitato sul suo ambito di ricerca, non gli pare vero che ti possa spiegare a te, ignorante e neofita ancorché interessatissima, tutto questo gomitolo concettuale per cui spende i giorni e le notti, e allora ti perdona pure il fatto che nel frattempo la pasta si fa fredda o servono il dolce mentre ancora tieni il piatto precedente tutto pieno.

Perché lo scienziato è narcisista, ci sta poco ‘a fa’.

E per avere a che fare con i narcisisti le metodologie sono poche e semplicissime. Un poco più complesse nel caso in cui te li volessi fidanzare, sposare o farti amare, ma questo mo’ è un altro argomento e non c’entra.

Insomma, questo amico qua che di formazione è medico, di mestiere fa il neuroscienziato e passa la vita un poco al Cnr, un poco dentro alla piramide del Nepal, un poco in Svezia, un poco in Giappone, un poco qua e un poco là, è uno di quelli che se qualche anno fa tu gli chiedevi cosa pensasse delle psicoterapie, se ci credesse o le ritenesse efficaci, nella migliore delle ipotesi, ti guardava con una sorta di compatimento.

E poi, a un certo punto, come san Paolo fulminato sulla via di Damasco, ecco che si imbatte in una cosa che combina una ERP con una  ERP. Che lo scienziato narcisista a un certo punto dice ERP, senza aggiungere altro, pensando che tu non sai cos’ è una ERP, né in un senso né nell’altro, e allora i casi sono due: o fai finta che hai capito e si passa a parlare di vacanze e figli, oppure chiedi che cos’è, e anche là lo scenario plausibile si biforca: o te lo spiega terra terra e poi si scoccia, o ti arronza direttamente e passa al secondo piatto.

Ahhhh, ma io invece lo sapevo di mio che cos’era l’ERP, a me non mi arronzi, mio caro. Mo’ mi spieghi, mi spieghi bene perché te ne devi andare un momento dall’altro capo del mondo passando per il Marocco e tornando dall’Australia a preoccuparti di questa cosa che è una psicoterapia e che dunque tu dovresti ripudiare.

E insomma, pare che qua si sta sperimentando un nuovo protocollo terapeutico che sostituirà le normali terapie cognitivo-comportamentali, attraverso questa metodologia del tutto innovativa, che consiste in esposizioni al problema – e fin qua niente di che – azioni di previsione e costruzione delle nuove risposte – e pure qua, con risultati a volte soddisfacenti, a volte molto meno, pure ci si arriva – e, udite udite, con dei semplici meccanismi fisici, che intervenendo in un momento preciso dell’elaborazione cognitiva del trauma e dell’elaborazione della nuova risposta, interrompono il meccanismo solito che genera ansia, panico, terrore, stress post-traumatico, disturbo alimentare, disturbo ossessivo-compulsivo (e poche altre cose, in verità) in un modo del tutto incredibile.

Molto semplicisticamente detto, il dottore si mette davanti al paziente e, mentre lui parla e rievoca il trauma, gli schiocca le dita davanti agli occhi, in modo simmetrico, destra e sinistra o tutte e due insieme. Oppure: sempre mentre parla, gli fa battere le mani sulle cosce, simmetricamente o asimmetricamente, monolaterale o bilaterale, questo mo’ è un fatto che decide il medico in base a una serie di cose che vede passare sulla faccia del paziente. Oppure, con le braccia incrociate sul petto e le mani sugli omeri, gli fa fare sempre lo stesso movimento di pat-pat, a mani alternate o insieme, per almeno trenta secondi.

Dopo pochissime sedute il paziente ha superato il trauma, con risultati di stabile rimozione del pensiero ossessivo, del sintomo invalidante, dell’ansia o di quel che sia, per un periodo di almeno tre anni. Lo stanno sperimentando sulle vittime del terremoto de L’Aquila, di san Giuliano, dell’Emilia, sulle mamme cui muoiono i figli davanti agli occhi falciati da automobilisti sbronzi, sugli stupri, sui superstiti di grandi catastrofi. Pare che funzioni pure per i lutti, i tradimenti e gli abbandoni, che sono considerati pari merito come fonti primarie di disturbo da stress postraumatico e messi al secondo posto nelle cause di disagio psicologico di grandi e piccini. Credo che al primo posto ci siano guerre e calamità naturali.

Mo’, detta così, pare una stronzata. Snap snap, tap tap.

E invece.

Invece il fatto sta tutto nel rapporto tra amigdala e ippocampo.

L’amigdala immagazina le emozioni, l’ippocampo fotografa la realtà. Il risultato è che qualunque cosa ci accada, inserito in una storia personale, contaminato dal condizionamento socio ambientale e da vari altri fattori, produce uno schema definito, in cui al ripetersi di determinate circostanze, si attivano delle reazioni emotive automatiche che conducono a risposte sempre uguali. In pratica: l’ippocampo registra l’informazione, l’amigdala la riconosce e le lega la molecola di ricordo positivo o negativo ed insieme forniscono ai lobi frontali lo schema di azione/reazione. Come il fatto del cane di Pavlov. Ora, la normale terapia cognitivo-comportamentale tende a rompere lo schema, a ricognitivizzare il problema e a introdurre una risposta alternativa.

Pare che sia stata trovata una porticina segreta tra ippocampo e amigdala, ma piccola piccola, minuscola, che può essere aperta o chiusa per impedire il rapido passaggio di informazioni tra i due e di conseguenza rompere lo schema fatale che conduce alla reazione irriflessa, che sia la paura di guidare dopo un incidente o l’abboffata compulsiva.

Nel momento in cui al paziente viene chiesto di esporre il trauma, c’è un momento preciso, che credo si desuma dal movimento oculare, o non so da che, in cui lo schiocchio simmetrico o asimmetrico delle dita, delle mani o di qualunque oggetto che produce un rumore ritmico, interrompe la connessione automatica tra ippocampo e amigdala e, di conseguenza, il flusso di dati ai lobi. Come un piccolo choc sottotono, che devia la reazione appresa. Anzi, più che deviarla, la inibisce, lasciando campo aperto a una nuova possibilità di azione.

Che poi mi faccio mandare l’articolo che ha pubblicato su Science e approfondiamo ancora più tecnicamente.

Ora, l’antropologa che è in me si diverte moltissimo, perché in realtà le neuroscienze non fanno altro che trovare una spiegazione a modalità già esistenti nelle culture. Lo zen, per esempio, quando il maestro ti dà una mazzata in testa o ti suona all’orecchio il gong mentre stai entrando in un flusso che tu credi essere meditativo, mentre invece è solo riepilogativo dei soliti modi di concentrazione e la mazzata ti tira fuori dal circolo.

Il Paternoster ogni cinque Avemarie del rosario, che introduce un ritmo recitativo nuovo e una diversa respirazione alla trance precedente.

Come scrivono alcuni scienziati già da anni, Dio esisterà sempre perché il cervello umano è concepito per creare Dio. La preghiera non è solo l’esercizio vacuo del desiderare ciò che è già in nostro potere, come diceva saggiamente la buonanima di Elias Canetti, ma anche una delle modalità espressive del cervello umano, che attraverso questo tipo di esercizio conferma la plasticità delle sue strutture e le consolida. E quando dico preghiera, è un fatto ampio, mi riferisco alla ritualità tutta.

Tutta questa cosa degli schiocchi è ovviamente documentata da elettrodi posti sulla testa del paziente che registrano le onde, prima, durante e dopo, le mettono a confronto con le onde di chi, a pari condizioni traumatiche, si sottopone a psicoterapie tradizionali, e a loro volta si paragonano con le onde del sonno, per capire come un cervello dormiente trattato in un modo o nell’altro continui a lavorare sulla falsariga solita o sulle nuove modalità, anche quando subcosciente.

Insomma, una cosa seria.

Le aree cerebrali attivate dai movimenti delle mani sono le stesse che vengono attivate durante la psicoterapia tradizionale, ma con il vantaggio che nella ERP i risultati sono più immediati, stabili e si passa attraverso il passaggio segreto, cosa che la parola non riesce a fare se non in lunghissimi tempi di elaborazione, e nemmeno sempre.

Resta l’enigma del titolo del post.

Poi lo spiego un’altra volta. Ma quella cosa là, quella che tutti avete immaginato, non c’entra affatto. Sono le vostre connessioni tra ippocampo e amigdala a fare brutti scherzi. Snap snap.

(…)

maggio 6, 2013

“Il movimento di riconciliazione è proprio questo: entrambe le parti vedono il dolore reciproco. Soffrono insieme. Poi guardano avanti e vedono ciò che in futuro possono fare insieme e l’uno per l’altro. Non guardano più indietro. Su questa base possono mettere in moto qualcosa che giova a entrambe le parti. (…) La riconciliazione è possibile solo se entrambe le parti soffrono insieme per ciò che hanno perso”. (Bert Hellinger,  Il grande conflitto).

Che sia un figlio,  una casa,  una guerra,  un amore, un congiunto, un’occasione. Le parole chiave sono quelle della vicinanza nel dolore. Nient’altro è possibile. Un autore dirompente, non convenzionale, che parla di insensatezza del perdono e della vendetta. Giacché nessun atto unilaterale, nemmeno se positivo e idealmente ispirato dal Bene, può far progredire e crescere un sistema.

Vuoi salire? Ti mostro la mia collezione di metafore.

aprile 9, 2013

Che poi pure al gruppo delle casalinghe disperate, come le chiamo io per scherzare, che casalinghe non lo sono affatto e forse sì, solo un po’ disperate, ma neanche molto, che se uno tende una mano per farsi aiutare vuol dire che già non è più disperato, già ha dentro di sé l’energia, le risorse, la volontà di traversare il ponte, passare il guado, trasportarsi altrove, con e senza i bagagli di una vita – preferibilmente senza, ma sfortunatamente e inevitabilmente con – magari lasciando qualche masso zavorrante, solo quello, e insomma, l’altra sera – tira un respiro Flounder, movimento di diaframma, che quando sei concitata parli velocissima senza pause non respiri e poi dimentichi tutto– si parlava di metafore.

Delle mie, metafore. Che ce n’è sempre una buona per l’occasione, pronta come un pane appena sfornato. Come un coniglio che salta dal cappello (metafora prestidigitatoria), come un lapsus (metafora psicoanalitica), un’erezione ballerina (metafora da scarso controllo).

Ora, io sono convinta da sempre, gravemente convinta che la metafora non sia un artificio letterario, ma un fatto scientifico. Un fatto che ha a che fare con la struttura del cervello. Prima o poi troverò qualcuno che me lo spiegherà, spero. Anzi, qualcuno l’ho già trovato: una coppia di signori che si chiamano Lakoff e Johnson. Dai quali mi aspetto che mi dicano se viene prima l’uovo o la gallina (metafora veterinario evoluzionistica), se il cervello che si muove per metafore è generato da una precoce esposizione alle stesse – tipo la nonna che per tenerti buona ti mette in mano la Settimana Enigmistica -o se, all’inverso, è un cervello conformato così e cosà che produce metafore invece di pensierini.

Sicuramente gioca la questione del raccordo tra micro e macro, il confronto analogico tra diversi punti, luoghi, aspetti della realtà. Quella fissazione a voler trovare il punto comune, la regola condivisa di funzionamento di tutte le cose, il fil rouge (metafora guidopancaldiana).

La metafora, ordunque, è un metodo cognitivo, qualcosa che ti permette di accostare due distinti ambiti del sapere e li raccorda. Non come una similitudine, che ti informa che se la cosa A funziona in questo modo, anche la cosa B avrà un simile andamento.

No. La metafora funziona piuttosto come dicevano quei due tizi – alquanto odiosi e ripetitivi, a onor del vero – che sostenevano il concetto di Rimediazione: non l’accostamento, ma la trasposizione di un sistema in un altro, che incorporando delle caratteristiche simili, ma in parte diverse, genera dei contenuti innovativi che a loro volta possono poi riversarsi sul primo sistema, quello più obsoleto, e illuminarlo di luce nuova (metafora elettrica) o infondergli nuova linfa (metafora agronomica)

La metafora dà ordine al mondo, al sistema concettuale. Lo informa di un certo tipo di andamento: la vita è un viaggio, l’amore è una traversata, la politica è una guerra, le organizzazioni sono piante e così via. Ma mica così, a casaccio. No, no. Su una base percettiva, condizionata dalla nostra conoscenza della fisiologia, del nostro umanissimo senso dello spazio e del tempo. Ed è per questo che poi le metafore riescono ad essere largamente condivise, proprio perché fanno appello a una conoscenza sperimentata da tutti, tanto generale e generica quanto pregnante (metafora ingravidante). Una conoscenza infusa (metafora bagnata, metafora fortunata), incarnata. Embodied, come dicono gli esperti.

(Embodied è una parola che si porta assai, ed è molto chic usarla. Ultimamente va per la maggiore in treatment, ma ancora non l’ho mai usata, un po’ per pudore, un po’ per mancanza di tempo e opportunità)

La metafora, allora, deve restare sul vago.

Che se noi diciamo che la tizia è una quadrata, lo capiamo tutti.

Ma se ci spingiamo a sostenere che la tizia è quadrata, con il lato misurante 37 centimetri, ci pigliano per scemi.

Ma non è tutto.

Una volta che la metafora si è insediata (metafora di tipo stanziale) nei nostri sistemi culturali, e viene dimenticata come tale, li modella dall’interno e li rafforza.

Per esempio il fatto della concezione del tempo: noi occidentali abbiamo un’idea di tempo lineare, progressivo, che parte da qua e arriva là e talvolta prevede l’ingresso della Provvidenza; gli orientali hanno un concetto circolare, in cui prima o poi devi ripassare sullo stesso punto, in questa vita o nelle prossime in cui ti reincarnerai in forma d’uccello, abete natalizio o Buddha.

Questo fa sì che per noi il futuro sia davanti e il passato dietro, pronto anche a pugnalarti o peggio (metafora anal-assassina), mentre per loro tutto questo fatto di davanti e dietro non conta, sicché non corrono rischi, fanno una giravolta e stanno sempre nel qui e ora.

(Bisognerebbe a questo punto chiedersi se per gli orientali valga allora tutto il fatto dell’amigdala che immagazzina i ricordi e poi te li rilascia quando meno te lo aspetti, boicottandoti l’esistenza, ma le cose finirebbero per complicarsi oltre modo, dando la stura – metafora alcolico-idraulica – a tutta una serie di riflessioni sulla possibilità di psicoterapie in culture diverse e bla bla, ma oggi non è cosa).

Questo fa sì che tutto quel che è pieno per noi è bello e buono, mentre tutto quel che è vuoto è bello e buono per loro e dunque tutti i contenuti metaforici che facciano appello ai concetti antitetici di pieno e vuoto finiscano poi per ingenerare pesanti confusioni sul significato.  La stessa cosa per il concetto di su e quello di giù: a noi ci piace su e a loro giù. Che potrei fare degli esempi sui matrimoni misti, ma è meglio che lascio perdere, se no poi sembra che sto mandando la metafora in caciara.

Adesso, senza troppo soffermarci sull’interculturale e giusto per restare qui, a casa nostra, risulta evidente che, con un minimo di attenzione, possiamo arrivare a conoscere qualcuno in profondità (metafora polisemica, che abbraccia geotrivellazione, archeologia, simbologia ctonia e sesso) non già grazie ai contenuti verbali che ci trasmette, ma al modo in cui li ordina e li infiocchetta (metafora dell’incontro come dono, rarissimo in natura, sopravvalutato in cultura).

Fuori da ogni scherzo e scemità, sono convinta che l’organizzazione metaforica del discorso ti consegna (metafora postale) la Weltanschauung dell’individuo. Un’operazione di decodifica e comprensione sicuramente difficile da fare nel discorso verbale, ma assolutamente più semplice se con calma e pazienza si esaminano gli scritti di qualcuno.

Scopri così interi ragionamenti che fanno capo a un dominio source basato sulla pulizia, sugli elementi naturali, o sul cibo, sul tempo. Su quella che è la caratteristica mentale organizzativa di ognuno di noi, una caratteristica così radicata e inconsapevole da condizionare tutto quanto segue.

Sicché verrebbe da credere che le incompatibilità, tutte le incompatibilità che sperimentiamo, che praticamente si traducono in discussioni senza fine, fraintendimenti, abbiano tutte la loro origine nella concezione metaforica del proprio universo interiore: come posso pensare di affidarti il timone della mia vita se pensi che l’amore sia una passeggiata? E come potrai mai dormire tra due guanciali mentre io penso che il nostro rapporto è ormai alle corde?

Va bene, Flounder, ma se le cose stanno così allora i colpi di fulmine (metafora meteorologica) e le antipatie a pelle (metafora dermatologica) non sono altro che l’incontro o lo scontro di due sistemi metaforici che si riconoscono o si disconoscono battendo sul tempo il ragionamento consapevole? E’ mai possibile che la percezione sensibile sia talmente rapida e immediata da tirare fuori, all’istante, tutto l’arsenale metaforico (metafora belligerante) per piacersi o dispiacersi? E soprattutto, quanto è ingannevole, tutto questo, alla resa dei conti (metafora vangelica, Luca)?

Quanti matrimoni o società d’affari sono andati in frantumi (metafora non infrangibile) perché non s’era partiti (metafora da formula uno) con la metafora giusta o un progetto di metafora condivisa mentre invece si credeva che?

E io questo non lo so, non lo so dire.

E nemmeno so trovare un rimedio utile alla bisogna.

Però bisogna starci attenti, alle metafore. Son cose fondamentali e delicatissime.

Fiamme tremule. Sottotitolo: scusi, ha da accendere?

aprile 4, 2013

Da qualche parte, in questo blog, ma non saprei dire esattamente dove, c’è un post che parla della Piccola Fiammiferaia. L’avevo scritto – me lo ricordo benissimo – intorno al 2006 o 2007, all’indomani della lettura di un minuscolo libro di una narratrice belga, di cui nemmeno mi ricordo il nome, che avevo comprato a Parigi, in una libreria vicino alle Tuileries, affascinata dalla quarta di copertina che, appunto, citava la fiaba in questione in un modo commovente. Me lo ricordo come fosse ieri.

Le fiabe sono dei modelli di esistenza e a me, da sempre, le due che più mi hanno affascinato e che sento mie, sono questa della Fiammiferaia e quella della Bella e la Bestia. Due fiabe  che ho sempre amato, cercandone la parte migliore, il messaggio di speranza e che oggi invece mi irritano.

Due favole che da un’altra angolazione e con una lettura meno buonista e forse un po’ più disincantata, relegano la femminilità a una sorta di incompiutezza, l’amore a un sacrificio abnegato senza un’impostazione paritaria. Due fiabe che contengono una promessa di riscatto futuro: la Piccola Fiammiferaia, in un aldilà confortevole pieno di nonne accudenti, pasticcini e pellicciotti, la Bella e la Bestia in un imprevisto rivolgimento della realtà, che all’improvviso, in nome dell’accettazione incondizionata dell’orrore, si rivelerà migliore di come ce l’aspettiamo, perpetuando la mitologia della donna salvatrice che grazie al potere dell’amore salverà il Principe dalla sua rospitudine, la Bestia dalla sua ferinità, il marito violento dalla sua ferita infantile e chi più ne ha, più ne ammetta.

Parafrasando la nota canzoncina francese dell’allodola, verrebbe da dire: Allumette, gentille Allumette, Allumette tu m’eclairciras.

Mi illuminerai, mi riscalderai. Mi mostrerai fugaci e allettanti visioni di futuro, mi darai fiducia, speranza, resistenza nell’attesa, pazienza, tolleranza, entusiasmo.

Ma torniamo a noi.

Ieri sera mi è stata consegnata una storia. O meglio, il seguito di una storia che già conoscevo. Ma c’erano dettagli nuovi, che hanno catturato la mia attenzione riportandomi alla fiaba.

E lì mi si è aperto un mondo.

Ho appreso la differenza tra Grande Seduttore e la sua variante meno nota ma magistralmente studiata da un ricercatore italiano, definita Allumeur. O allumeuse, che qui non si fa torto a nessuno.

Il nostro ricercatore analizza, studia, esplora decine e decine di rapporti epistolari, da quelli famosi i cui protagonisti si chiamano ad esempio Guido Gozzano e Jacopo Ortis, a quelli del tutto sconosciuti e post moderni, che si chiamano Marco e Paola o Tizio e Caia, per decriptare semanticamente le modalità espressive del linguaggio “allumistico” e da lì ricostruire pazientemente le dinamiche messe in opera da questo tipo di seduzione.

Una lettura alluminante. Ops, illuminante.

Da un lato dunque i Seduttori classici, gli amanti della pronta beva che nulla promettono oltre il fugace e momentaneo piacere, dall’altro i procrastinatori. Le giovani promesse della leva calcistica. Non per inesperienza, beninteso. Per potenzialità (ancora) inespresse.

In platea, tutta una serie di soggetti facilmente agganciabili secondo precise modalità linguistiche e relazionali.

A differenza del Seduttore, che mira al piacere della conquista e dell’atto in sé – scopereccio o meno che sia – , l’Allumeur aspira alla dilatazione temporale della conquista, al differimento. Non necessariamente dell’atto sessuale, che magari ci può pure essere. No, dell’atto promesso. Quale che sia. Anche una promozione sul lavoro, volendo.

Della promessa di futuro di cui si serve per mantenere aperta la relazione – una relazione che di fatto non c’è,  non c’è più, non c’è mai stata, per asimmetria, perdita progressiva di contenuti, mancanza di vera progettualità e altre mille ragioni – e che sistematicamente continua a far cadere o a differire ulteriormente nel tempo. Un viaggio, una convivenza, una ristrutturazione immobiliare. Un progetto qualsiasi.

Scrive Gabriele Lenzi: “Si tratta di una forma di molestia morale [per una recente introduzione al fenomeno si veda Hirigoyen 1998] caratterizzata dalla situazione seguente: una persona (A) fa insorgere o alimenta in una seconda persona, vittima (V) della molestia, il desiderio che avvenga un certo fatto (X), che coinvolge entrambi, che è di grande importanza emotiva e psicologica almeno per V, e in cui A ha un ruolo centrale anche come mezzo per ottenere X. Dopodiché, A rimanda asintoticamente la realizzazione di X, assumendo il ruolo di potere che ne deriva, mantenendo V legato al desiderio e alla speranza che X accada.”

Uno meno capace con le parole direbbe semplicemente: l’Allumeur è qualcuno che ti tiene sulla corda. Sì e no. Banalizzando sì, ovviamente, ma sotto sotto c’è sofferenza, c’è dolore.

Pure l’Allumeur ha una sua precisa sofferenza. Il cerino acceso in mano non è sempre innocuo. La cera bollente ustiona.

Si tratta, sempre secondo Lenzi, di un compromesso tra il voler vivere il rapporto con l’altro e allo stesso tempo non permetterne alcuno sviluppo, nessuna evoluzione. Scrive una cosa che grosso modo, suona così: il rimando asintotico con cui si manifesta non è che un tentativo di rendere eterno il rapporto per fermarlo in una fase in cui i sentimenti – o meglio, le sensazioni – sono forti e non v’è responsabilità alcuna. E allo stesso tempo, bloccandone lo sviluppo concreto e alimentando le fantasie di futuro, renderlo controllabile ed emotivamente non minaccioso.

Perché l’Allumeur è spaventato. Teme il fuoco grande e allora accende fuochi piccoli. Poi li spegne, per timore che divampino.

Il fulcro della comunicazione paradossale che viene messa in atto è la creazione, da parte dell’Allumeur, di diverse cornici di riferimento, per cui volutamente si genera un’ambiguità dalla quale gli è poi possibile elegantemente sottrarsi, giacché al momento della ritirata, nella sua testa fa riferimento a uno solo possibile dei frame, dopo aver situato l’interlocutore, mediante un astuto gioco semantico, in un altro frame, parzialmente alterato nei suoi principali riferimenti e tuttavia non così tanto da essere completamente svuotato di significati.

In questo modo l’Allumeur si ritira dalla scena, senza contraddire se stesso e le sue precedenti comunicazioni, semplicemente avendo posizionato l’altro su un differente piano di gioco. L’Altro rimane confuso, interdetto, frustrato, talvolta con un sentimento di aver commesso gravi colpe. Di sicuro con l’incapacità di comprendere fino in fondo l’accaduto e con la volontà, spesso tramutantesi in ossessione, di capire, di ottenere spiegazioni, chiarimenti, ragioni.

Un gioco che apparentemente – e forse anche praticamente – non ha soluzioni. Un gioco a somma zero. La soluzione esiste, ma è al di fuori dello schema. I giocatori incalliti non amano quasi mai soluzioni esterne ai loro giochi relazionali: amano mosse note, copioni prevedibili, detestano i colpi di scena.

L’Allumeur andrebbe affrontato con un atto irrazionale, una secchiata d’acqua, ad esempio. Ma i giocatori seri non amano atti irrazionali, sono al di fuori delle regole di gioco. Il giocatore esistenziale è serissimo, in quanto a questo: anche se gioca un gioco sporco, scorretto – in fondo anche rapinare una banca è un gioco, come lo è lo stupro di gruppo, la reiterata pedofilia del sacerdote, il tradimento seriale, l’alcolismo e via dicendo – le regole del gioco ci sono e vanno rispettate. Oppure non si gioca più. Oppure si va a giocare altrove, dove giocatori più compiacenti asseconderanno, prevederanno e completeranno le nostre mosse.

La storia che mi hanno raccontato ieri è una storia di questo genere: una storia di promesse dilazionate nel tempo, piccole concessioni a un mese, tre mesi o sei mesi, che permettono a chi le riceve di continuare a sperare, di immaginare un futuro rischiarato dalla fiammella tremula.

Con il beneficio della possibilità di imprevisto all’ultimo momento. Ché il futuro, si sa, è incerto, e farà un po’ come crede.

Senza che mai niente, davvero, cambi.

Fiat lux

febbraio 7, 2013

E’ solo che non avevo visto l’interruttore. Come in quelle case antiche, dove ti muovi nel buio, a tentoni, varchi la soglia e allunghi la mano a destra, per accendere la luce, mentre invece è subito prima della porta, fuori, a sinistra. Ma tu non lo sai, non ci pensi. E allora cerchi, sempre muovendoti nel buio, una candela, sai che è nel secondo cassetto del primo mobile che incontri percorrendo la stanza in senso antiorario. La accendi, con i fiammiferi che sono sempre lì di fianco, a garanzia di riuscire a farti rischiarare le idee, e tutto si riempie di ombre tremule.

Poi me l’hanno mostrato, ed è bastato schiacciarlo.

E’ solo che non l’avevo visto, l’interruttore. Per il resto, la lampadina funzionava. E quando la stanza si è rischiarata ho smesso all’istante di inciampare su mobili e sedie e procurarmi inutili lividi sbattendo negli spigoli. Mi sono mossa senza dover indovinare dai contorni, presagire, supporre, scommettere. Ho visto un’altra stanza, nella mia testa. Che non era quella in cui avevo imparato a muovermi.

Non l’avevo mai visto, l’interruttore. Mai. Subito prima dello stipite, a sinistra.

Stanotte niente insonnia, non accadeva da mesi. Ho sognato mio padre e un immenso campo di fragole. Enormi, rosse, rossissime. Poi stamattina ho letto che hanno a che fare con la fecondità, la ricchezza, in senso lato. Con i capezzoli.  Con l’essere femmina. Quel maledettissimo Freud ne sapeva una più del diavolo.  E le sue amiche, pure.

‘O cazzo nun vo’ pensieri. Un breve compendio di biologia, neuroscienze e saggezza classica.

gennaio 5, 2013

Ogni anno ha un inizio tutto suo. La sera del primo gennaio, mollemente adagiata su un divano non mio, in una casa non mia, con un bel libro non mio in mano, facevo una pausa di lettura e mi chiedevo che cosa ne sarebbe stato di me, di quest’anno che entrava, del come ci sono entrata io, esattamente all’opposto di come avrei immaginato di volerci entrare. Mi chiedevo se c’era qualcosa che potessi già immaginare o desiderare, se fosse già il momento di cominciarci a pensare o invece lasciar fluire gli eventi, attendere. Se essere paziente o assertiva, se sollecitare il destino o lasciarlo pigramente al fatto suo, visto come  si era comportato negli ultimi tempi. Poi, un po’ per pigrizia, un po’ per una strana sensazione di dolcezza ovattante, da penombra non mia, copertina non mia e musica non mia di sottofondo, mi sono detta che non era il giorno giusto per pensarci. Che questa prima settimana era una vacanza della mente, dello spirito. Una vacanza dall’ansia, soprattutto. E così sono andata direttamente al due gennaio, intendendolo come primo giorno dell’anno. Pronta all’ascolto di qualunque cosa incontrassi, senza pregiudizi. Con un senso di grande libertà di spirito e di novità. Come se nulla fosse mio, né dovesse diventarlo.

Io poi ammetto che per quanto mi interessino la psicologia e le neuroscienze, poi alla fine resta un fatto amatoriale, anche un po’ ignorante. Tipo che mi credevo che il cervello limbico, quello con tutto il fatto dell’amigdala, era il cervello antico, il più antico che possedevamo. E invece no. In un tot di ore, e anche a più riprese, mi sono sentita tutta la spiegazione che mi ha fatto l’amico mio scienziato. Vabbè, scienziato è parola grossa. E in effetti pure amico mio è eccessivo. Insomma, il tizio che mi ha spiegato il cervello e pure un sacco di altre cose.

Pare dunque che l’uomo non abbia istinti. Che detta così non sembra credibile. E invece lo è, perché mi ha spiegato che confondiamo l’istinto con la pulsione: il primo è autoregolato, il secondo è condizionato. Che detto più terra terra vuol dire che l’animale ammazza solo per mangiare, si accoppia durante il calore, trasmigra quando fa freddo e cose così. Mentre noi beviamo whisky, fumiamo sigari cubani e ci mettiamo le calze a rete. Ma non è così banale e riduttivo. Il problema è proprio del mammifero in quanto tale, fosse pure leone o gazzella: se li tieni in cattività e poi li liberi nella giungla, si sono scordati chi sono e si fanno sopraffare pure dal gattino di casa. Se invece fossero rettili, li potresti tenere in cattività per generazioni, poi prenderesti l’ultimo serpentello della covata, dopo trecento anni che la famiglia vive in un terrario, lo porteresti nella foresta, e quello saprebbe perfettamente che deve fare per non farsi fottere. E forse pure per questo si dice, di qualcuno che sa sempre come fregarti, che è una serpe. Ovvi’, la saggezza popolare?

Da qui la teoria del cervello tripartito, che è di un tizio che si chiama, forse, Mc Lean: pare che in testa abbiamo un cervello rettiliano, uno limbico e uno un po’ più moderno. Il primo ci serve a scappare se sentiamo puzza di gas, se vediamo una tigre nel salotto. E’ quello che mantiene l’omeostasi, protegge il sistema cardiaco, riproduttivo, presiede al senso dello spazio, del territorio e del significato puro, prima ancora che ai livelli superiori intervenga la pippa mentale o la complicata costruzione di autogiustificazione e autoindulgenza per fare qualcosa che ci piace. Il secondo è quello che ci fa piangere al cinema, ci fa innamorare di una tale e quale a mammà, che ci ricorda l’umiliazione dell’interrogazione della seconda elementare, ci fa abbracciare la tale fede politica e presiede alla produzione di tutte le madeleines dell’universo. Il terzo, infine, un poco più moderno,  serve a fare le cose cognitive: addizioni, sottrazioni, rime baciate, contabilità, arte figurativa, passi di cha cha, calcolo del mutuo, preparazione di pasti in tre portate per gruppi di quindici persone e cose così.

Ora, parrebbe che lo sviluppo e l’evoluzione del cervello, nonché la sue successive specializzazioni funzionali, tipo i lobi frontali e tutta questa parte deputata alle funzioni cognitive, abbiano parzialmente scalzato il cervello rettiliano, imponendogli una nuova tempistica, regole diverse, un migliore adattamento al mutamento ambientale, ma al prezzo di privare l’uomo del suo istinto per compensarlo con la moneta falsa delle pulsioni, che sono una specie di istinto deviato, starato, una memoria dell’istinto che però viene contaminata dalle immagini che il lobo frontale raccoglie e che assolutamente identifica come realtà. Il problema delle pulsioni è che non sono capaci di autoregolazione, a differenza dell’istinto. E questa è la ragione per cui si diventa alcolisti, tabagisti, obesi gravi e maniaci sessuali. Per cui bisogna intervenire sul mondo delle pulsioni per regolamentarle.

A questo punto sorge il problema, perché se da un lato sappiamo che l’istinto sta conservato e acquattato nel cervello rettile, proprio dove comincia la colonna vertebrale, non sappiamo esattamente, dove si formino le pulsioni. O meglio, sappiamo che si formano a metà strada tra il cervello limbico, che è quello emotivo, e il cervello moderno, neocorticale, cognitivo. Quello che non a caso governa il Talamo, ma di questo parliamo dopo. Forse. Ma anche no. Che mi torna tutto il dispiacere.

Stando a metà strada tra i due sistemi, le pulsioni diventano un fatto difficile da governare, sono tutte un mescolamento di immagini e ricordo, sogno e paradosso, violenza e paura. E allora, arrivato a millemila anni fa, ecco che l’uomo, per governare le pulsioni, ti inventa via via i sistemi sociali, i riti, le religioni e le psicoterapie. Ovverossia dei sistemi di controllo complessi che giocano sui due cervelli, quello limbico e neocorticale, secondo le loro diverse modalità, e un poco col senso di colpa e il ricordo della dolcezza perduta, un poco con esercizi da praticare quotidianamente e ampie negoziazioni tra un lobo e un altro, ti permettono di stare al mondo in maniera più o meno decorosa.

In effetti si tratta di uno scambio conveniente: in cambio della possibilità di vivere in case col riscaldamento centralizzato, il pc, il telefono, il frigorifero, la lavatrice e il cane, di andare per cinema e musei, di poter diventare scienziati, ingegneri, poeti, santi e navigatori, noi cediamo l’istinto belluino e cerchiamo, nei limiti del possibile, di non scoparci la moglie di nostro fratello. Ma al di là della convenienza, pare si tratti in realtà di uno scambio necessario, dovuto all’evoluzione, per cui non resta che capire il funzionamento e vedere il buono e il malamente che c’è dietro la perdita dell’istinto e come ce la possiamo cavare per passare questi settanta, ottant’anni che teniamo a disposizione in questa terra.

Fondamentalmente, la prossima volta che sentite qualcuno dirvi che è un tipo istintivo, potete scegliere se farvi una risata o sputargli direttamente in faccia, secondo se volete attivare la vostra neocorteccia ed essere civili o affidarvi in toto al sistema limbico.

Dopo circa un’ora e mezza di questa spiegazione, il mio mentore è passato all’argomento successivo: ovverossia, il governo delle pulsioni. Premesso che non ci sta niente da fare, l’istinto non lo possiamo recuperare, la cosa migliore che possiamo fare è regolare le pulsioni in modo da allinearle su ciò che l’istinto farebbe, se fosse attivo. E qua le cose si complicano, perché se fosse così semplice, non ci sarebbe un mondo di pazzi, di gente che si compra il viagra per le défaillances ansiogene, di cocainomani o casalinghe ossessionate dal calcare nella vasca da bagno. Il problema è che il cervello limbico la fa da padrone.

Mi spiega il mio conferenziere privato che basta munirsi di un libro, le Lettere a Lucilio di Seneca, e leggerlo e introiettarlo fino a farne natura propria. Rileggerlo per settimane, mesi, applicando quanto si è letto e osservando intorno a sé quanto, di ciò che si è letto, si verifica ad altri. Leggere solo questo, senza concedersi, per lungo tempo, ulteriori stimoli intellettuali. Il problema, mi dice, non è ottenere il bene e accumularlo, ma riacquisire quello perduto. Immaginarci come un mastello e controllare tutte le doghe, per valutare che non ve ne sia una un po’ più bassa d’altre che faccia fluire all’esterno i contenuti immessi. Nel caso, sostituirla.

Pensarsi come pianta, vivere sapendo che siamo regolati dalla legge di Liebig, che non c’entra col brodo di carne, ma con la consapevolezza che la nostra crescita è influenzata non dall’ammontare delle risorse disponibili, ma dalla disponibilità di quella più scarsa. Solo l’aumento della somministrazione della sostanza più scarsa favorisce lo sviluppo e la crescita. Cercare la falla, il minimo presente in noi stessi e nutrirlo.

E’ stata una settimana istruttiva, non c’è che dire.