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Passare di fianco alla bellezza.

novembre 20, 2016

Pensavo dunque ieri pomeriggio – introducendomi rapita in una piccola galleria del centro dove esponeva Lena Salvatori, artista minuta, un’età indefinita e in ogni caso mal portata, con una capigliatura a metà tra boccoli e dreadlock, dei quadri ad olio di paesaggi di una tale potenza risucchiante e introspettiva – che vorrei essere ricca solo per portarmi a casa certi frammenti di bellezza che costantemente intravedo e che mi struggono il cuore.

E di lì pensavo dunque alla bellezza, alla possibilità di fruirne in maniera contemplativa o rapace, e mi dicevo che il non essere ricca mi proteggeva da questa seconda modalità che, spogliata da ogni considerazione filosofica, si riconduce a un mercimonio, a una reificazione di tutto quel che esiste.

E pensavo allora all’artista, una figura che mi induce a un misto di ammirazione e compassione, che mi immagino sballottato, in bilico tra la sua vis creatrice, sofferta e insopprimibile e il suo bisogno di tenersi al mondo e mangiare, bere, sostentarsi come noi comuni mortali e quindi all’arte come possibilità reale di darsi a questo mondo con il duplice scopo di nutrire ed essere a sua volta nutrita, con modalità opposte che a questo punto mi creavano confusione, come sempre, nell’incapacità di mettere a fuoco le priorità, gli istinti.

Ed è una cosa, una diatriba dalla quale, con me stessa, non riesco mai a uscirne.

Sono sensibile alla bellezza.

Non alla perfezione lampante.

A quella bellezza che resta segreta, marginale, che devi andarti a cercare. Che si tratti di persone, oggetti, e pensieri. Sensibile a certi giochi di luce, di parole, al modo in cui le persone abitano lo spazio, sensibile a gesti minuti, a dettagli che riassumono e spiegano. Sensibile a forme inattese che si rivelano dove meno te lo aspetti, talvolta ammantate di simmetria, altre di dissonanze.  Sensibile a tutte le voci che dentro di me, quando toccate, iniziano a parlare o a tacere.

E da lì spostavo la riflessione all’amore, al modo in cui ci si dà agli altri e se ne gode, che assomiglia moltissimo, nella doppia possibilità di contemplazione e appropriazione, quel senso del possesso che tarpa le ali, quella sensazione di incompiuto al non poter disporre, mordere, succhiare, tenere stretto. Ma questo lo lasciamo per un’altra volta,  sebbene tutte le cose funzionino allo stesso modo, questo so per certo, e parlare d’una racconta e illumina le altre, le chiarisce, le spiega.

Pensavo allora, con un’arroganza apparente, un po’ socratica, che gli artisti dovrebbero regalarmi le loro opere, per il solo fatto che le apprezzi in questo modo. Che se fossi stata la pittrice di ieri, o di altri giorni, incontrati per caso sulla mia strada – ammesso che un caso esista, e io non ci credo veramente – direi: scegli, portane a casa uno.

E lì, forse, si assisterebbe alla vera presa d’atto, la messa in discussione: prendere un pezzo o lasciarlo? E se prenderlo, prendere quale? E magari accorgersi che il solo frammento, staccato dal tutto, perde la sua potenza, e rinunciare alla volontà di appropriazione. O prenderne uno, uno soltanto, quello che più parla a me, al mio cuore e dire: questo. Questo che mi restituisce a me stessa, che mi rende una parte di me sconosciuta, taciuta, vulnerabile o forte. Questo, mi incarti questo – ed è possibile incartare la bellezza senza che questa abbia a risplendere fuori, a straripare, a ricondursi alla sua stessa sorgente? – e arrivando a casa disporlo in qualche luogo atto con il rischio di vederlo mutare, privato dal contesto?

Come i figli, pensavo. I figli che abbiamo messo al mondo, plasmato, in parte, nutrito, aiutato a espandersi. Quei figli che ci uccidono, ci rinnegano, che temono la radice e la similitudine, salvo poi ricercarla quando tutto è perduto.

E poi ancora, pensavo, perché questo non mi accade con tutta l’arte, con tutte le forme di bellezza? Mai, chiederei a uno scrittore di darmi gratis la sua opera. Né penserei di portarmi a casa un attore o un cantante. Lo farei con i quadri, le statue, le foto, forse questo dipende dal modo stesso in cui si ha percezione delle cose. Per la parola mi accade solo con la poesia: i poeti non dovrebbero vendere le proprie parole.

So che quando vado in giro mi frustro.

In alcuni musei sono pervasa dalla tentazione di rubare.

Lo farei davvero, se non avessi timore di essere scoperta?

Molti anni fa, andando in giro con un amico scrittore che voleva  scrivere un racconto in cui si parlava di furti di quadri, mi intrattenni a lungo con un custode di Capodimonte sui sistemi di sicurezza, con domande così precise da fargli temere, ridendo, che stessi progettando un colpo.

E mi sentii rispondergli: giammai, non ruberei nemmeno un libro in biblioteca, la bellezza è di tutti, a disposizione. E mai seppi, dentro di me, se era risposta vera o tutelante, di cortesia.

Penso ai collezionisti e mi chiedo: sono animati dal mio stesso senso di bellezza? O è qualcosa di più simile al don Giovanni? O io stessa, se potessi, sarei a mia volta un don Giovanni?

Mentre guido penso, è per questo che mi piace guidare: in una bolla spaziotemporale dove il gesto è automatico e il pensiero fluisce, lo sguardo indugia in diverse forme, vago e focalizzato a un tempo.

Mai nessun posto, come questa città, ha generato in me una tale fame di bellezza, mai soddisfatta, una tale fame d’amore, una totale assenza d’appartenenza spicciola, una simile apertura al Tutto, una solitudine immensa e piena, massacrante e sublime. Un tale entrare e uscire dalle cose, essere esposta al bello quasi in maniera nauseante, una bulimia dello sguardo, un’incapacità di possedere, una smania bramosa di conquista, il caos.

Gli artisti dovrebbero vendere le cose? O farne dono pieno? Essere al mattino impiegati e travet, e alla sera perdersi nella sconfinatezza dell’anima? Sentirsi creatori o dispensatori di un dono che viene da più lontano – e in questo caso, da dove, esattamente? – da elargire senza voler tenere, senza alcuna forma di guadagno formale?

L’artista ha in sé una cupidigia simile, speculare a chi lo acquista: baratta bellezza in cambio di vita pratica, sogni in cambio di bollette.

Da sempre, l’arte mi affascina e mi inquieta. Penso a Van Gogh che coi suoi quadri pagava il conto del macellaio, al gruppo di artisti che tra Olanda e Belgio si offriva da bere e da dormire in cambio di schizzi, tele. A una possibile economia di baratto, che offra bellezza in cambio di servizi.

Penso ancora all’Olanda, dove un mio amico mi racconta della facoltà di concedere opere d’arte al cittadino, per un tempo, per la contemplazione solitaria, prima di restituirle al museo. Per potersi un poco strusciare al Bello, come un amplesso lontano dalla vista degli altri, fino al punto di comprendere che l’amore va espanso, accresciuto nel contatto col mondo, arricchito.

Penso e mi perdo.

È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla pace dell’anima e inquieta (santa Teresa d’Avila, Il castello interiore)

giugno 25, 2016

(…continua)

In Paradiso ci ero già stata, per un’affacciata. Era a ridosso di Forcella, la piccola pratica paradisiaca, in un vecchio opificio la cui porta era perforata da pallottole volanti, simili a quelle che nel 2004 colpirono a morte Annalisa Durante, di quattordici anni, rea di essersi trovata a passare dove avrebbe dovuto essere ‘o rosso,  Salvatore Giuliano, diciannove anni – un altro criaturo – che cadrà per mano della faida nel 2007.

Nella piccola pratica del Paradiso, 6_Miracolo, non ho scattato fotografie: la dimensione estetica era ridotta al minimo a favore della dimensione sostanziale. Grandi stanze piene di ragazzini del quartiere, mandati dai genitori come se si fosse trattato di una ludoteca, assistiti da Gian Maria e Lucrezia, l’anima che accompagna il suo animus e in cui, fisicamente, rivedevo una me ragazza, nelle forme e nei modi, in un’esilità magnetica e nervosa, elettrica.

I ragazzini costruivano un giornalino del quartiere, fatto di titoli, articoli e illustrazioni.

Cronaca nera, soprattutto. Cronaca nera e calcio. Una soltanto ha voluto scrivere di Babbo Natale. I maschietti facevano gli sbruffoni, atteggiandosi a conoscitori del mondo, della vita, del sesso, mimando gesti plateali ogni volta che la coppia riduceva al minimo la distanza fisica.

Le bambine paffute e vestite a festa, in piena controra, con i genitori che venivano a recuperarle per il pranzo e loro che imploravano, nonostante l’ora tarda, di essere lasciate ancora un poco là, con Giammarìa, come dicevano loro.

Un padre entra e Giammarìa gli mostra, in una stanzetta, la pinacoteca realizzata dai ragazzini: ha spiegato arte classica, Caravaggio, arte contemporanea, astrattismo. I ragazzini hanno provato a ispirarsi e a riprodurre. Il padre sorride lontano, più per buona educazione che per comprensione. Caravaggio è a pochi passi, con il suo portato di umanità e perdizione, ma non lo hanno mai visto, pur vivendolo quotidianamente nei gesti del popolo.

La pratica del Paradiso è un’apertura della mente: mostrare a questi ragazzini che il mondo è più vasto di quanto riescano a percepirlo. Che dentro la legittima ambizione di una bambina a diventare estetista e a fare le unghie può vivere una piccola pittrice, che dietro l’irrequietezza di un decenne che vuole fare ammuìna ci può essere acquattato un batterista, che il racconto del quotidiano può diventare mezzo di comprensione e strumento di cambiamento della realtà.

Cerco le tracce del Male, che sempre nelle Sette Stagioni dello Spirito si presenta d’oro e d’arancio: qui nessun pannello, solo scaglie minutissime disseminate in terra, all’intorno. Dove si opera per il Bene, il Male non si cristallizza, viene ridotto in polvere.

L’azione ha il modo della frammentazione, laddove altre azioni, di segno uguale e contrario, hanno cementato. Qui il Male si fracassa, per un momento si acquieta e si arrende.

All’uscita chiedo ad alcune mamme se non abbiano qualche remora o timore a lasciare un’intera giornata lì i loro bambini, nelle mani di due perfetti sconosciuti che fanno cose strane.

La mamma sorride, amara: signo’, meglio ‘ccà che ‘mmiez’a via.

***

Dopo mesi siamo all’ultima tappa: 7_La Terra dell’Ultimo Cielo, nel convento abbandonato della Trinità delle Monache, di fronte alla chiesa dei Sette Dolori, come un contrappasso inevitabile.

E’ il luogo del matrimonio mistico, dopo il fidanzamento spirituale con l’anima durante la pratica. E’ la contemplazione, che si raggiunge non prima, ma solo a compimento dell’agire.

E’ abitato, questo Ultimo Cielo, dalla presenza di molte anime: santa Teresa, che ne è la nostra principale guida e ancora Dante, sant’Agostino, René Daumal, che nel suo viaggio al Monte Analogo ricorda l’importanza di non dimenticare, nell’ascesa, il luogo dal quale si proviene, i mistici sufi, la dissoluzione della fana e l’ammonimento a che l’ascesi, la dissoluzione, non si trasformino in alterigia e arroganza per essersi finalmente liberati, i bodhisattva che di nuovo, illuminati, operano nella materia di cui sono fatti.

Così scrive Teresa alle sue consorelle, nel Castello interiore: “Ripeto, è necessario che cerchiate di non far consistere il vostro fondamento soltanto nel recitare e contemplare, perché se poi non operate nel mondo rimarrete sempre delle nane. E piaccia a Dio che vi limitiate soltanto a non crescere, perché su questa via, come sapete anche voi, chi non va innanzi torna indietro. Tengo per impossibile, infatti, che l’amore, quando vi sia, si contenti di rimaner sempre in uno stato”, ricordandoci che l’Amore, ogni amore che voglia esserlo, non è una stasi ma un processo dinamico attivo, un compiersi, un differenziarsi, un compendiare.

Anche qui, come nelle precedenti tappe, l’ingresso è solitario, individuale, come solo può essere una ricerca interiore, che si nutre degli accidenti che incontra sul suo percorso e li integra.

Sono giorni che cerco risposte, e qui le trovo. Giorni che ho tentazioni e qui imparo come respingerle. O, almeno, a guardarle in viso.

La Terra dell’Ultimo Cielo è vuota e irta: si salgono scale che danno su terrazze. Napoli è grigia, plumbea, color acciaio. In lontananza i tetti di padiglioni industriali e case risplendono di oro e arancio: mi dico che il Male è fuori, nella città, che qui sono protetta, e continuo a salire.

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I vetri sono schermati, opachi, e le forme sfumate dell’esterno rimandano a un sogno, a una distanza da tutte le cose, proprio come scrive la stessa Teresa, “essendo così lontana dal mondo e in compagnia così piccola e santa, vedo ogni cosa come da un’altura, per cui poco mi curo di ciò che si dica o si sappia di me. Più che delle chiacchiere a mio riguardo mi interesso di ogni più piccolo progresso che un’anima possa fare (…) La vita mi è divenuta come una specie di sogno, e sogno mi sembra tutto quello che io vedo. Non sento più né grandi gioie, né grandi afflizioni. E se talvolta ne provo ancora, è solo per poco tempo, tanto da meravigliarmene io stessa, rimanendomene poi con l’impressione come di una cosa sognata”.

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Procedendo nell’ascesi mi imbatto in una panchina. So per certo che è il luogo dell’attesa, proprio di fronte a un lavabo che mi ricorda la purificazione. Mi siedo per un attimo, come per un ultimo esame di coscienza e aspetto un lungo momento. Sul lavabo un grande specchio, che avvicinandomi mi consente di vedere attraverso il vetro, una serie di scrivanie.

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Sembrano cattedre di esaminatori, disabitate. Penso alla necessità di dover superare una prova, ma le cattedre sono vuote, nude, e mi dico che a quel punto nessuno più, se non la nostra immagine riflessa dallo specchio, può giudicarci oltre.

La temperatura è fresca, nonostante sia giugno inoltrato, ma quando apro il grande portone verde, che mi si richiude pesante alle spalle, proprio in cima all’edificio, il caldo nella stanza mi avvolge improvvisamente.

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Sono in Paradiso, e alberi e uccelli mi avvolgono di canti. Sento i muscoli del viso stirarsi in un sorriso che procede oltre me, immodificabile. Gli uccellini sono variopinti. Vedo canarini aranciati e gialli e mi dico che no, non è possibile che il simbolo del Male sia anche qui. O forse il Male non esiste davvero, è solo il peso e il riconoscimento che gli forniamo a renderlo tale.

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Resto in contemplazione, incantata. Così incantata da non riuscire ad andare oltre l’altare.

Dovrò ritornarci dopo, in un secondo giro, per cogliere quanto mi è sfuggito: un’enorme stanza sottoposta, piena di cristalli rotti e del mobilio che ho imparato a conoscere nelle altre tappe: il piccolo letto, le valigie, il quaderno delle riflessioni, la macchina per respirare. Osservo la stanza dall’alto, separata da un vetro, e so che il passato resta fermo lì, per sempre, immodificabile, irraggiungibile. Che tutti i cocci che abbiamo disseminato possono essere solo ammassati, come una maceria, senza poter più modificare nulla.

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E che il futuro è fuori da quella stanza con il ricordo della stanza.

Un vetro, che impone la distanza, è quanto ci protegge dal camminare scalzi sui vetri taglienti di un’intera vita. Eppure tutto, un’intera dimensione esistenziale, riposa ordinatamente sui frantumi, ad indicarmi che qualcosa è ancora possibile, a patto di non dimenticare mai.

So che ho imparato, grazie alle immagine, alle sensazioni, ciò che in altri modi cerco di imparare da una vita: che il senso tutto è nello stare in prossimità di se stessi, che certe beatitudini improvvise tendono poi a sfaldarsi, a perdere di efficacia, e che solo la memoria e la prassi possono consentire di ricominciare daccapo, ogni volta con un pezzetto di conoscenza maggiore, per acquisirla per sempre.

“Non dovete credere, sorelle, che gli effetti di cui ho parlato si mantengano sempre nel medesimo grado. È per questo che quando mi ricordo dico che ciò avviene in via ordinaria, perché alle volte il Signore abbandona l’anima alla sua natura, e allora sembra che tutte le cose velenose dei dintorni e delle mansioni del castello si uniscano insieme per vendicarsi di lei anche per quel tempo che non possono averla fra le mani”

Mi guardo le mani.

Sorrido, all’idea di essere stata così abile, nel primo giro, ad evitare l’incontro col passato, come un lapsus involontario e rivelatore. Una mancanza che mi racconta tutta. Eppure l’uccello che vola impazzito dietro i vetri per un attimo mi aveva dato un piccolo indizio: la contemplazione, priva della libertà dell’agire,  può essere una prigione.

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Mi guardo le mani e mi scopro a giungerle, come una piccola preghiera. Un ringraziamento e una piccola supplica. Per non dimenticare.

Puntate precedenti:

L’Inferno

Il Purgatorio

La spiaggia del Paradiso

Possono succedere tante cose nella vita, eppure si perde tempo ad aspettare (Pamuk, La casa del silenzio). Una piccola – si fa per dire – nota a margine di Istanbul e il Museo dell’Innocenza.

giugno 10, 2016

Istanbul e il Museo dell’Innocenza

Non ho mai letto Pamuk.

Nemmeno un rigo, neppure una citazione, fino al momento di scrivere questo post. So solo che il mio vicino di ombrellone da circa un decennio, che si chiama Pierluigi, fa l’avvocato, ha una cultura stratosferica e condivide con me la sue letture, me ne parla da anni.

Me ne parla con un misto di piacere e fastidio, come di un eccesso di verbosità che si fa perdonare grazie ai contenuti. E pure come un fastidio da eccesso levantino, una cosa che forse a me che sono napoletana non disturberebbe, mentre lui che è di Frosinone e corre la maratona di New York – un uomo tutto rigore – lo sente come un qualcosa di appiccicaticcio e ineluttabile.

Alle persone cui sono molto legata o delle quali ho profonda stima – come in questo caso Pierluigi – faccio totale affidamento per i consigli sugli acquisti, di qualunque genere, con una domanda semplice semplice: ma a me mi piace?

Perché chi mi conosce e mi è intimo è la stessa persona che deve conoscermi nelle pieghe invisibili del pensiero e nelle onde del desiderio. Se non lo sa o toppa sul giudizio, allora non mi conosce. Ma questo mo’ è un altro fatto che non ci azzecca.

E sulla domanda se questo Pamuk mi piacerebbe, Pierluigi mi ha sempre detto un sì. Ma un sì controverso: mi piacerebbe e mi innervosirebbe, un poco come succede pure a lui. Ma più che mi piacerebbe. E la verbosità diventerebbe, per me che sono sempre di fretta e dritta al punto, un modo per coltivare la lentezza e l’abbandono, una cosa simile alla sicurezza quieta dell’harem e alla voluttà della danza del ventre, forse.

Fatto sta che credo di averlo evitato proprio per questo.

Una volta avevo fatto un viaggio in Turchia che mi era molto piaciuto, nonostante tutto. Era un viaggio che segnava la fine di un amore. Di un grande amore. Uno dei due grandi amori della mia vita, che in totale sono stati due, più degli amorucci senza nulla a pretendere in termini di grandiosità. E avevo pensato alla linea sottile che taglia il Mediterraneo e congiunge Istanbul a Napoli e Lisbona, le tre città che trovo più simili per forma e sostanza e che amo follemente, per quel misto di decadentismo e bellezza, per la forma delle luci notturne, per il disegno delle colline sul mare, per la similitudine degli abitanti e la bellezza delle donne e degli sguardi maschili.

Vabbè, come al solito mi parte l’ùzzolo della narrazione comincio a divagare. Ferma.

Torniamo al punto: pur non conoscendo Pamuk, sono stata tuttavia presa dalla curiosità violenta di andare a vedere questo film, tratto dal suo romanzo su Istanbul e il Museo dell’Innocenza, che si proiettava a Roma, solo per due giorni  e solo in due sale, e senza sapere che cosa fosse, senza aver letto nulla e senza neppure aver visto il trailer.  E tuttavia sapevo di doverlo fare, per ragioni a me ignote e che – a dire il vero – ancora non mi si sono chiarite. E ci sono andata con un’amica mia che mi ha seguito sulla fiducia e che forse è la ragione principale per cui sono finita a vedere il film, per le cose che, poi, mi avrebbe detto. Ma questo mo’ è ancora un altro fatto che non pertiene del tutto alla vicenda. O forse sì, se consideriamo il cuore della vicenda l’ossessione amorosa.

Perché questo film – ammesso che si possa chiamarlo film – narra di un’ossessione amorosa, quella del protagonista Kemal per la bella commessa Füsun, un’ossessione che dura circa un quindicennio, fino al tragico epilogo, e che vede l’ossesso Kemal raccogliere, come surrogati di presenza, tutti gli oggetti che nell’arco del tempo appartengono a Füsun, o vengono da lei toccati: forcine per capelli, soprammobili, suppellettili da cucina, orecchini smarriti, mozziconi di sigaretta sporchi di rossetto.

Mozziconi di sigarette a decine, centinaia, migliaia, incollati su giganteschi pannelli ospitati nel Museo dell’Innocenza, piccolo gioiello di ricostruzione amorosa e storica che lo stesso Pamuk ha voluto montare a Istanbul, per immergere il visitatore nella storia di una follia, di un’ossessione sentimentale che in realtà non è altro che la stessa ossessione che Pamuk coltiva per la sua Istanbul e la sua Turchia.

Gli anni rappresentati e descritti nel Museo dell’Innocenza, oltre a descrivere la parabola di un destino amoroso che si compie (o non si compie) con estrema fatica, sono gli stessi anni che vedono la storia della Turchia ripiegarsi in un destino sempre più cupo e introflesso, retrocedendola da capitale dell’Asia Minore, avida di cultura internazionale, di cinema, di baci e modernità a un luogo sofferto, retrivo.

Sì che il film, un lungo racconto intervista da parte dei protagonisti del romanzo, di personaggi della strada, dello stesso Pamuk che occhieggia da televisori disposti in tutta la città, diventa una lunga conversazione sulla Memoria e sul peso della storia.

Le riprese, con lunghissimi piani sequenza e macchina disposta su carrello che lentamente si  insinua e scivola per la città, sinuosa, come un serpente, con una voluttà indescrivibile, sono tutte notturne: Istanbul di giorno è un luogo caotico, infernale, che rivela la sua bellezza solo di notte, che si tratti delle luci sul Bosforo o dei vicoli di cani randagi e straccivendoli. Le riprese indugiano, come in una Grande Bellezza alla turca, su ogni minuscolo dettaglio, minuziosamente. Ossessivamente, appunto. Senza mai effettuare un salto, un brusco passaggio da un’immagine a un’altra. La camera scorre e seduce, si ferma, accarezza la città e nel frattempo evoca i quarantaquattro incontri carnali tra i protagonisti, le millecinquecentocinquanta  cene nella casa di lei. Tutto schedato, numerato, esposto, nel racconto come nel Museo. Una somma di elenchi alla Perec, un’ecolalia del significante. Tutti i segni tipici dell’ossessione alla Barthes: le attese, i cataloghi, i ricordi, le scaramanzie.

Credo sia stato questo ad affascinarmi più di tutto: il linguaggio a me più noto, quello della catalogazione e della tassonomia, della collezione entomologica di attimi che hanno appena smesso di respirare, per cercare di preservarli nella loro effimera bellezza.

Mentre mi faccio tutt’uno con la telecamera e ne assorbo il tempo  e la lentezza, lentamente scivolo in una sorta di ipnosi – credo che il film voglia proprio questo, o forse lo vuole da me, come in una meditazione Vipassana: lasciare che il cervello non si fissi su tutti i dettagli proposti ma, al contrario, se ne serva per sviare l’attenzione e consentire un flusso più profondo – in cui mi tornano in mente echi  di nomi e letture: Joel Candau  e Maurice Halbwachs  su tutti. Il sottile equilibrio della Memoria, la costruzione dell’identità, il braccio di ferro e la necessaria combutta tra la memoria individuale e quella collettiva per la costruzione del senso.

In fondo questo film non fa altro che raccontare la storia di una perdita, muovendosi per onde concentriche sempre più ampie: la perdita di un amore, la perdita dell’identità di una città, la perdita del senso della Storia, la perdita del senso del futuro.

Da ragazza avevo studiato una cosa che mi aveva stupito molto: la presenza, totalmente inspiegabile a livello storico e migratorio, di alcune strutture linguistiche, sintattiche e grammaticali, presenti in pochissime lingue del mondo: il giapponese e la sua componente ainu, il turco, il sardo e il basco. Sono, oltre che ad avere forse una comune origine che le sistema nel gruppo altaico, lingue agglutinanti e non flessive, in cui il senso delle cose non è dato dalla declinazione o dalle coniugazioni, ma dal posto che la parola occupa nella frase. Come una sorta di ordine cosmogonico del Verbo, che successivamente ordina il mondo con le stesse regole.

Sono lingue di popoli che hanno fatto della tradizione e dell’identità una fissità, un’ossessione, il centro esatto e immodificabile della loro costituzione in popolo, a prescindere da quanto accade all’esterno.

Esiste una parola, in turco – l’ho imparata nel film – che ha una certa equivalenza nel giapponese mono no aware, il sentimento di afflizione per la precarietà di tutte le cose: hüzün.

Una parola che superficialmente si traduce con tristezza, ma che contiene al suo interno moltissime sfumature: il distacco irreversibile dalla persona amata e per esteso la consapevolezza del divario incolmabile tra Uomo e Dio. Hüzün è una parola spola, sospesa tra il senso negativo della perdita e l’aspirazione positiva a far ripartire la propria ricerca.

Come scrive Pamuk in Istanbul: i ricordi e la città, ripreso da qui: “Così agivano gli eroi dei film turchi di quando ero ragazzo e anche gli eroi della vita vera: sembrava che fin dalla nascita i loro cuori fossero segnati dall’hüzün, per questo non erano capaci di battersi per ottenere denaro, successo o le donne che amavano. L’hüzün non solo paralizza gli abitanti di Istanbul. Rappresenta anche una specie di licenza poetica che giustifica la loro fuga”.

C’è qualcosa di Borges, in questo film, anche se non saprei dire cosa. Come un costante senso di capovolgimento della realtà o quel modo labirintico di attraversare la città e la narrazione. O il sentimento che le cose, tutte le cose, gli oggetti, stiano là come sospesi, in attesa di rivelarci un loro intimo segreto. O la chiave della nostra impossibile felicità.

Quando sono uscita avevo anche io un piccolissimo hüzün, una tristezza di distanza non superabile.

E’ perché anche tu hai un’ossessione amorosa, mi ha detto la mia amica, descrivendo il modo del mio sguardo, dopo mesi che non ci vedevamo, e il modo in cui disponevo le parole.

Secondo me no, ho risposto io.

Ma avevo bisogno di dormirci su. E di poter dire a me stessa, come Kemal alla fine del libro, nonostante tutte le assurdità della sua vita e il dolore appreso: “Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice”.

Perché felice forse è quel tormento che ci permette di superare noi stessi. Non lo so.

Devo dormirci ancora su.

A spasso nella Mente

febbraio 3, 2016

Da sempre l’Arte mi interroga.

Come un infinito esame dello stare al mondo e prima di tutto in se stessi, mi si para dinanzi e invece di lasciarsi contemplare, silenziosa, mi fa un sacco di domande. Sono sempre difficili, a volte difficilissime. E quasi sempre la prima risposta non è sufficiente. Vuole che scavi, che costruisca, che elabori .

Vuole – perché possa rispondere compiutamente alle sue domande – farmi da specchio, e rimandarmi ciò che so di me. Ancor di più, ciò che ignoro di me, quel che non voglio sapere né scorgere. Ciò che temo. Ciò che bramo ma non accetto. E tutte le cose che sono frammentate, segrete, sperdute e non sempre riconoscibili.

Da ragazza, molto giovane, mi piaceva visitare le chiese e i siti archeologici. Pensavo che nelle prime avrei incontrato la marca dello Spirito e che nei secondi avrei camminato nel solco immodificabile della Storia. Da ragazza, molto giovane, pensavo inoltre che  il Diritto fosse l’emanazione della Giustizia e fosse univoco e certo. Lo pensavo anche delle Scienze, in particolare della Medicina.

Insomma, per dirla in breve, pensavo che molte cose fossero ferme e definite. E che attingendo a queste forme fisse, mi sarei stabilizzata un pochino pure io, che invece mi sentivo fragile e fluttuante.

Poi ho smesso, tranne rari casi, di visitare chiese, ho preso in uggia i siti archeologici, ho smesso di credere al diritto e alla scienza e un po’ per volta un nuovo orizzonte ha preso corpo dentro di me: ho imparato che lo Spirito non alberga nelle chiese, ma in tutti i posti possibili, che l’unica forma certa è quella fluttuante, che la scienza è figlia delle conoscenze della sua epoca e che la legge è diversa per tutti.

Ma torniamo all’Arte.

Qui ho capito che le mie esperienze di incontro artistico più intense hanno tutte un unico denominatore: la solitudine. Mi piace, che sia una mostra, un museo, un’installazione, essere sola. Non che non mi piaccia essere in compagnia. In compagnia mi piace il cinema, il teatro. Non so perché. Forse perché parlano e allora poi mi ispirano la parola, il dialogo, lo scambio col compagno, l’amica, il vicino di poltrona. Penso sia questo, ma non sono sicura.

Delle mie esperienze in solitudine, quando dico sola voglio dire due cose: essere per  esempio in un museo con altre persone, e avere l’isolamento derivante da un’audio guida. Oppure – e questo mi piace proprio molto di più – essere proprio sola a occupare lo spazio, sentirmi padrona assoluta del tempo e delle sale.

Le solitudini più intense e produttive, negli ultimi anni, le ho sperimentate allo Yad Vashem, di cui scrivevo incidentalmente qui; nelle opere di Tosatti; quel giorno che ho passato un pomeriggio cupo e dolente con Hopper e, per ultimo, qualche settimana fa, il Museo della Mente, dove ho passato quasi tre ore. Ne avevo sentito parlare anni fa, a Napoli, una sera che ero stata a una presentazione di Studio Azzurro in uno studio di architetti, dove c’era gente strana e interessantissima.

Poi è passato tempo, un bel po’ di tempo, credo quattro o cinque anni, prima che mi decidessi a visitarlo. E non certo per mancanza di tempo e di opportunità. No.

Credo che le cose si presentino quando è il momento.

E per me, l’ho capito un sabato mattina, questo era il momento adatto, dopo le Sette stagioni dello Spirito di Tosatti: l’irrompere della follia come elemento essenziale e irriducibile di qualunque sviluppo personale. Forse addirittura necessario.

In un altro momento, visitando il Museo, avrei sentito la netta separazione tra me e loro, tra me e i pazzi, con un malcelato terrore di non riuscire a inquadrare correttamente la linea di confine e poter transitare senza saperlo, senza volerlo, nella gabbia dei matti, nel recinto della follia. Ché questa è la cosa che, fin dalla gioventù, mi spaventa più di ogni altra, più dei ragni, delle pentole a pressione e delle stufe a gas: la follia, la perdita del controllo, lo smarrimento di sé e della forma senza più possibilità di recuperarla.

Oggi, dopo che questo è successo, dopo che sono caduta e mi sono rialzata, dopo aver smarrito una forma e averne trovato altre, so che siamo sempre tutti a rischio, che le strade sono accidentate e le sensibilità scivolose e che la linea di confine non esiste più, non esiste davvero, non è mai esistita.

Come scrivevo  a completamento della visita, settimane fa, se un museo non ti racconta di te, quel museo ha fallito. Se un’opera d’arte non ti apre uno spiraglio di ulteriore conoscenza sul tuo conto, non è arte. Secondo me questa è la regola. Semplice, basilare.

Il Museo della Mente ha il grande pregio non già dell’interattività, come comunemente intesa – sì, c’è anche quella – ma dell’immedesimazione: farti attraversare l’esperienza della pazzia prima di parlarti dell’istituzione manicomiale, ridurre quanto più possibile la separazione tra te e l’Altro, riuscire a farti sentire cosa sente.

Geniali espedienti audiovisivi ti fanno udire le “voci”, sia quelle altrui, sia la tua propria, captata con un sofisticato meccanismo. La stanza della schizofrenia ti permea completamente e ti fa provare l’esperienza dell’esasperato dialogo interno, dello sdoppiamento, dell’istigazione al suicidio.

Dopo le voci sperimenti l’alterazione spazio temporale, grazie a uno specchio che ti rimanda la tua immagine profondamente invecchiata e i tuoi gesti sconnessi, alterati.

Un tableau di fotografie si anima nel momento in cui, seduta, inizi a ondeggiare su te stessa, come presa da un moto irreferenabile, e faccioni compaiono vicino al tuo viso e ti parlano, sommergendoti di storie.

Una stanza, dalla quale sbirci attraverso un foro, ti mostra una realtà dimensionale stravolta e per uno strano gioco di autopersuasione ti convinci che quel che vedi sia normale, pur di non accettare che le realtà siano diverse, plurime.

Questa prima parte, da sola, sarebbe già sufficiente: ti conduce attraverso i sensi a una comprensione che altrimenti coglieresti solo per le vie intellettuali, con quel distacco protettivo atto a farti comprendere che tra te e loro c’è un abisso di lontananza, una differenza irriducibile. E invece non è così.

La seconda parte, dopo che sei stato toccato nel profondo del sentimento, inizia a raccontarti di loro, di chi per una vita è rimasto confinato tra le mura di un’istituzione sostanzialmente carceraria, violenta, fatta di abusi e ipocrisia, come obbligare i pazienti a mangiare tutto con il cucchiaio, per timore di ferimenti e al tempo stesso, quasi come una promozione, costringerli a un lavoro coatto di muratura, giardinaggio, fornendo loro strumenti molto più pericolosi di una forchetta o un coltello.

Fino allo sciopero della fame organizzato da Lia Traverso, per reclamare le posate.

Pazienti geniali, inventori di mondi, come Gianfranco Baieri, pittore del tempo e di orologi e Oreste Fernando Nannetti, graffitaro antelitteram e autore di un epistolario vivido e immaginifico ai parenti che lo dimenticarono lì per sempre.

Per tutta la durata della visita mi torna in mente La Pecora nera di Ascanio Celestini.

E poi la ricostruzione degli ambienti: la stanza del medico, il refettorio, la stanza di contenzione, la fagotteria.

E i documenti visivi che riportano le interviste di tutti quei medici e infermieri  che vollero battersi per rendere l’istituzione più umana, bloccare il furto delle derrate destinate ai pazienti, abolire le punizioni corporali e le percosse, grandi, silenziosi e ignoti Eroi del Bene, che raccontano come il Manicomio, privo di fondi e attenzione pubblica, si sia sostentato anche grazie alla vendita dei manufatti artistici dei suoi abitanti, il cui ricavato è andato per intero alla comunità e mai ai singoli.

Dal Museo della Mente si esce adulti e sofferenti.

In qualche modo migliori.

Di falli, ragni e ghigliottine.

dicembre 12, 2015

Vado indietro nella memoria per ricordare quando ti ho conosciuto, la prima volta che ho saputo della tua esistenza, rimanendone definitivamente avviluppata; ma per quanti sforzi faccia non me lo ricordo più.

Forse ti ho conosciuta in un libro, più probabilmente in un museo. Potrebbe essere il Pompidou o il Moma.

Con un ulteriore sforzo potrei risalire anche all’anno, ma la memoria mi si appanna. Mi ricordo solo di me che entro in una grande sala. In questa sala c’è una gabbia, piena di bambole di pezza incomplete: senza testa, senza arti, fatte di vecchi stracci. Su questa gabbia c’è un ragno, un enorme ragno di cui non capisco le intenzioni, non riesco a comprendere se cerchi di penetrare la gabbia per danneggiare le creature che ospita o se, al contrario, la stia proteggendo da un altro predatore che al momento è invisibile, forse in agguato da qualche parte.

Resto inebetita nella sala, a fissare la scena.

Nonostante il terrore che provo per i ragni, anche per le loro riproduzioni e raffigurazioni, entro nella gabbia aperta, insieme alle pupette di stoffa. Per un momento, insieme alla paura, che mi sale dalle viscere, profondissima, provo anche un senso di accudimento, di protezione.

Quel giorno di tanti anni fa imparo senza parole quello che da tempo già so bene: che ogni affetto è una prigione, che le madri possono tessere tele in cui cullarti e strangolarti a un tempo. Come vogliono. Come possono.

Non conoscevo ancora il Ragno Maschio, quello che da lì a diversi anni dopo sarebbe entrato nella mia vita e mi avrebbe irretito, conquistato con cura come una preda saporita, un buon bocconcino da non divorare tutto insieme, da tenere lì, nella tela di parole e di umori, di mani e odori, sapientemente avviluppata, per mangiarne un pochino all’occorrenza.

E di nuovo sospendermi lì, farmi cadere e di colpo riprendermi, offrirmi un sostegno labile e incerto, filamentoso. Carezzarmi con una lunga zampa, a distanza, intanto che le altre fossero impegnate altrove.

La prima cosa, una delle prima cose che feci con il Ragno Maschio, fu portarlo a vedere una tua mostra.

Questo lo ricordo bene, era il 2008 e Napoli risplendeva di sole autunnale.

Avevo già intravisto le sue bave translucide, il modo in cui tesseva le fila di disegni che mi sarebbero apparsi chiari solo anni dopo. Quella mattina, con i suoi ritardi che tentavo di giustificare chiamandoli stanchezza, distanza, traffico, qualcosa in profondità mi raccontava altro.

Chi ha paura dei ragni ha paura di tante cose: dei legami, dell’accorciarsi delle distanze, della propria forza creatrice, della fame. Chi ha paura dei ragni a volte si fa ragno, come sempre si diventa il contrario di ciò che si teme, per esorcizzarlo e dimenticarlo.

Il giorno che sei morta è stato come perdere qualcuno di famiglia.

Non esagero: chi ti insegna qualcosa di te, chi ti insegna a muoverti nel mondo, in qualche modo che ancora non avevi sperimentato, è un genitore spirituale.

Quel giorno ho sentito di aver perso qualcuno di importante e di dover in qualche modo celebrare la perdita.

Questo il mio lungo epitaffio, una raccolta di ragni.

L’inverno scorso ti ho trovata dovrei non avrei immaginato, in una piazza ventosa di Tokyo, che sovrastavi la città dall’alto della collina di Roppongi, in una notte piena di stelle.

Mi commuove sempre ritrovarti quando non me l’aspetto.

Ieri sera ti ho incontrata in uno dei tuoi momenti migliori: avevi voglia di chiacchierare, e hai scelto una delle migliori artiste che conosca, per parlare e per parlarmi.

Hai parlato d’amore, ieri sera. Con i tuoi modi. Con una sedia.

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La vita è una sedia.

L’amore è una sedia vuota sulla quale invitarci a sedere per riposare, dalla quale raccontarci una storia per confortarci.

L’odio e la paura sono una sedia dalla quale dominarci e spaventarci.

Il dolore è una sedia, sulla quale salire per l’ultima volta e sospendersi a una corda.

Sei scesa dal palco per consegnarmi quel foglio su cui avevi scritto, colta dalla follia del dolore, quella verità assoluta, costitutiva, quella che un giorno di tanti anni fa ha fatto in modo che ti riconoscessi e non ti lasciassi mai più:

NON MI ABBANDONARE

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Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

E poi restare soli, osservare quel “momento in cui il sesso e la morte sono una cosa sola. (…) Essere artisti è essere ambiziosi. Implacabili. Guardare dentro di sé fino a farsi male. Rischiare. Avere il coraggio di dire, di pensare, di raccontare. Essere nudi, esposti. Mostrarsi. Non è divertente. (…) Tutto quello che faccio è una battaglia, un combattimento all’ultimo sangue. E’ doloroso. Si rischia di morire ogni volta. Ma rischiare di morire è necessario, per sopravvivere”.

Alla prossima volta, Louise.

Nel frattempo ti ricreo dentro di me infinite volte, come si fa con chi si ama.

 

 

 

 

La nostra natura è così fiacca che, anche quando la prova non è penosa, pensiamo sempre, sopportandola, di fare un grande atto, e ci crediamo sul serio! (S. Teresa d’Avila)

novembre 28, 2015

(…continua)

Ci vorrà pazienza per leggermi, come ne occorre a me per scriver di ciò che ignoro. Alle volte mi avviene di prender in mano la penna come un’ idiota, senza sapere cosa dire, né da dove cominciare. Tuttavia, farò del mio meglio per spiegarvi certe cose interiori, che credo vi saranno utili.

Così scrive, Teresa d’Avila nel Castello Interiore, e così riprendo io, dopo aver scorso le pagine di quest’opera che non conoscevo e che viene menzionata da Gian Maria durante la sua chiacchierata alla spiaggia del Purgatorio, come fonte ispiratrice della sua opera.

Nello scorrere le righe, man mano che avanzo, mi sembra che ci sia un’assoluta vicinanza allo zen.

Sono giorni, che cerco di continuare a scrivere di tutto questo, senza riuscirci. Un po’ faccio fatica a incastrare le idee, un po’ mi manca il tempo. Mi succedono cose, come ne La leggenda del santo bevitore, piccoli e grandi impedimenti, che mi distraggono dal compito e sorrido pensando che esse stesse, sono il compito. Che questa distrazione, questa frammentazione hanno a che fare col compito, anche quando non mi è chiaro, quando non lo vedo.

Allora mi sono detta che è inutile affannarmi: sono in una specie di Purgatorio scrivendo di Purgatorio, con tutto il tempo che necessita per venirne fuori, se mai se ne verrà fuori.

Dalla spiaggia del Purgatorio, che Tosatti ha voluto ambientare nel vecchio Ospedale militare, sopra ai Quartieri Spagnoli, muoviamo verso la montagna del Purgatorio, che si trova invece più a valle.

Lì per lì non so se questa cosa sia volontaria, l’aver invertito l’alto con il basso, e aver posto la spiaggia, ingresso del Purgatorio, in collina, per poi iniziare la scalata scendendo in città.

Lo saprò dopo, scalando faticosamente la montagna e poi culminando in Paradiso.

Saprò esattamente che il Purgatorio è uguale al Limbo, gli è totalmente speculare. Due luoghi che possono trattenere in eterno.

L’ho già scritto.

Due luoghi né troppo confortevoli né troppo scomodi, in cui il rischio maggiore è quello di un avvolgimento a spirale su se stessi senza mai trovare uno sbocco. Luoghi di incertezza teologica, esistenziale.

Dalla stagnazione della spiaggia alla rarefazione della montagna il rischio è quello di una perenne anossia dello Spirito.

Questa Montagna del Purgatorio è ambientata presso l’Ex Convento di Santa Maria della Fede. Ci arriviamo dopo un corpo a corpo tra centinaia di turisti che già infestano san Gregorio armeno e i decumani, molto prima di Natale.

Ci facciamo strada, ci infiliamo per vicoli alternativi, viuzze strettissime. Ci imbattiamo, in questo scontro di corpi, in un Gian Maria frettoloso e sorridente che ci indica la strada e ci dice che poi ci vediamo, ci vediamo dopo,  più tardi, ci aspetta in Paradiso. Gian Maria qui, in questo decumano congestionato, ha qualcosa di ieratico, non so spiegarlo. Come se la folla non lo ostacolasse minimamente: ha il piglio dell’arcangelo Michele mentre sta facendo tutto il possibile per ridurre la permanenza delle anime nel Purgatorio e si muove con leggerezza tra i turisti, come se a lui non fossero carne, come li percepiamo noi, ma spettro sottile che non ostacola il suo andare.

Anche qui ci tocca aspettare il nostro turno di ingresso, messi in fila e in ordine da un arcangelo negretto, come nelle tappe precedenti. Per l’ansia di completare tutto il giro dell’opera abbiamo saltato il pranzo.

Di questa quinta tappa, quinto capitolo dell’opera, che Tosatti vuole intitolare I fondamenti della luce, leggo questa recensione su ArtTribune: “Questo lavoro è ispirato da una lettera d’amore scritta da una ragazza vissuta all’inizio del secolo scorso, Paolina T., che nel 1917, all’età di vent’anni, rea di non essere una nobildonna ma una semplice “povera” – così è definita nella cartella di ricovero – non ebbe il privilegio del convento e fu internata nel manicomio di Sant’Antonio Abate, a Teramo, con la diagnosi di “immoralità costituzionale”Di qui il collegamento con la sede prescelta, l’ex reclusorio di Santa Maria della Fede, in fondo una specie di carcere per donne libere, la cui struttura diviene metafora di un percorso ascensionale che si confronta con un altro purgatorio napoletano come quello narrato da Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli, nel capitolo dedicato a La città involontaria. 5_I fondamenti della luce è un’opera, quindi, sullo splendore insopprimibile che alberga nel fondo dell’uomo e che è il motore primo della sua esistenza anche nei momenti più oscuri.”

Nella memoria faccio fatica a ricollocare le emozioni così come le ho vissute: ho delle fotografie che mi aiutano, un susseguirsi di sequenze, una storia visiva che si racconta e mi racconta del tempo che abbiamo impiegato a crescere, a formarci.

Il Purgatorio è il nostro apprendistato, la nostra vita in costruzione, l’impegno ideologico ed egoico al tempo stesso. E’ quello che raccontava Padre Piras, che tanto avrebbe amato quest’opera.

Per quel che mi riguarda direi anche che il Purgatorio è un’errata percezione del Tempo: il giovanile credere – o l’adulto voler credere – che tutto il tempo che abbiamo a disposizione sia infinito. E dunque procrastinare, lasciarsi andare, perdersi, credersi onnipotenti, invincibili. Il Purgatorio è anche la morsa del ricordo, la zavorra del passato, la fossa scavata con le proprie mani, la fine improvvisa della festa.

E tuttavia, rispetto alla Spiaggia desolante, qui la Montagna si arricchisce, stanza dopo stanza, delinea un percorso ascensionale di liberazione e salvezza, un lento liberarsi di scorie, una progressiva costruzione che man mano mi allevia: qui scompaiono le grate e si aprono grandi finestre e terrazze dalle quali l’Anima si affaccia, passeggia, respira e si libra.

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Mi sembra di completare il mio giro contenta, man mano che salgo le stanze si fanno sempre più ariose e piene di luce.

Arrivo all’ultimo corridoio e mi parte un piccolo urlo: in fondo al corridoio una porta murata, tutta dipinta d’oro bronzato. Ho imparato la simbologia di Tosatti: quest’oro è il colore del Male, che ci attrae, ci riflette, ci seduce.

Questo Male sempre presente, sempre in agguato, anche nelle nostre stanze piene di Luce.

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Lancio un piccolo urlo, di paura e sorpresa e velocemente, quasi a perdifiato, ripercorro a ritroso la Montagna, cerco una via di fuga nel cortile e lì un poco mi acquieto.

Mentre i miei compagni finiscono il giro, penso a quel che ho sentito e ho imparato lassù: il rischio narcisista dell’autorealizzazione e dell’impegno.

Poi lentamente ci avviamo verso il Paradiso.

(…continua…)

Hopperbacco! Sottotitolo: dietro un uomo famoso c’è sempre una donna. Il contrario, invece, non è esente da rischi.

maggio 6, 2010

C’è qualcosa, nella mostra di Hopper vista venerdì passato, che per giorni mi ha impedito di scriverne, fin dal primo istante.

Pensavo che fosse banalmente l’emozione. Poche volte mi era capitato di emozionarmi in tal modo a una mostra, posso contarle sulla punta delle dita: il Caravaggio a Napoli nel 1985, gli Impressionisti a Parigi, Hokusai nel 2003 e davvero poco altro, talvolta quadri isolati, momenti precisi.

Ora, perché io fossi talmente emozionata non so nemmeno dirlo.

Quel che so è che Hopper, di cui non conoscevo nulla, nulla assolutamente sotto il profilo biografico, nemmeno se fosse vivo o morto, è da molti anni uno dei miei pittori preferiti. Ma nemmeno di questo avrei saputo dirne esattamente il perché.

Non è la tecnica, no. Credo sia la luce e il senso costante di vuoto. L’occhio che attraversa le finestre e sbircia dentro le case e coglie solitudini. Donne che o sono ritratte da sole o diventano ancora più sole in compagnia di uomini che nemmeno le guardano, intenti al lavoro, alla lettura del giornale. Persone vicine ma distanti, persone che non si guardano, persone in contatto come si può essere in contatto in uno stupro. Donne ripiegate su se stesse, cadute da un letto. Corpi dolenti, soli, inutili.

Un quadro mi ha stupito, uno che non conoscevo: Girlie Show, la spogliarellista dal viso mascolino e contratto. E poi l’enorme solitudine della donna che lavora come maschera al cinema. Non era in mostra ma faceva parte dell’apparato didattico, tra l’altro ottimo.

So però che mi interessano le biografie, illuminano le opere di una luce completamente diversa e tornata a casa, per alcuni giorni, ho cincischiato qua e là per saperne di più.

La mostra è ricca, molto bella. Mancano alcune delle mie opere preferite – le donne alla finestra che per anni si sono succedute sul lay-out di questo blog – e che esercitano su di me un’attrazione profondissima.

Un’intera sala della mostra è dedicata a loro.

Il curatore scrive: donne irraggiungibili, donne dalle pretese insoddisfacibili. Donne distanti e inappagabili.

Mi sono detta: sarà questo dunque ad attrarmi? Questo rispecchiamento del mio senso di distanza?

Non lo so, poi ci penserò.

Un’altra parte della mostra contiene in formato digitale i diari di Josephine Nivison, la moglie di Hopper. E’ da lì che sono partita incuriosita in questa ricostruzione.

La donna, la donna che appare sempre nei suoi quadri era lei, le fattezze assolutamente riconoscibili in quel mento aguzzo e sporgente.

Lei e Hopper erano stati compagni di liceo, ma si rincontrano nell’estate dei loro quarant’anni.

Josephine è una pittrice affermata, ha esposto con Modigliani e Picasso; lui ha lavorato come illustratore per mantenersi, è frustrato. E’ frustrato da sempre, viene da una famiglia tradizionalista, cattolica e repressiva. In tutta la sua vita ha venduto un unico quadro. Poi è partito per l’Europa e ha imparato a dipingere alla maniera degli Impressionisti, ma la critica americana lo ha stroncato.

La critica americana risente a mio avviso in quegli anni dell’enorme impatto sociale della fotografia, non ha cuore e vista per i colori pastello e le delicate armonie da immaginare da lontano. L’America guarda a se stessa con gli occhi della Farm Security o della street photography, è uno zum-zum e patùn patùn di macchinari, rotaie e sbuffi di fumo.

Ma torniamo alla nostra coppia.

Ad una mostra del 1922, in cui lei lo fa inserire tramite le sue conoscenze, lui si presenta con un’acquaforte e lei con un acquerello, riscuotendo un enorme successo. Allora gli suggerisce di provare, di cominciare a usare la stessa tecnica e lo fa inserire in una  mostra successiva. E’ lì che lui riuscirà a vendere dopo molti anni il suo secondo quadro, raggiungendo la fama.

A partire da quel momento inizia la scomparsa di Josephine Nivison. I quadri successivi porteranno la firma Jo N. Hopper, che nel tempo diventerà J. Hopper. I galleristi non la chiamano più, con l’idea che un’artista, dopo il matrimonio, abbandoni la sua arte.

Discutevamo giorni fa, in un’appassionante lezione di Antropologia del Mediterraneo e prima di vedere questa mostra, del triste destino riservato alle artiste. Uccise perché considerate immorali o mai valorizzate, perché la valorizzazione passa attraverso la discendenza o un congiunto che si faccia carico dell’operazione. E da sempre le donne artiste sono restate spesso sole, fino alla morte. Molto amate e mai sposate. Come se l’arte o il talento facciano più paura delle corna. Chissà.(. )

Edward e Josephine si sposano nemmeno un anno dopo dal loro incontro sulla spiaggia.

Lei è vergine, nonostante l’età avanzata, e siamo in un’epoca in cui non si parla con le altre donne, ma soprattutto non si parla di sesso. Lei lamenta nei suoi diari la totale assenza di piacere, con stupore. Non ha confronti. Sa solo che non ritiene normale che lui la prenda da dietro, sempre, con violenza. Ma non sa cos’è normale, non lo saprà mai.

Si installano in un piccolo appartamento al quarto piano senza ascensore, dove passeranno tutta la loro vita. Senza un frigorifero, senza un bagno in casa.

Per tre anni, gli anni della grande depressione del marito, non vedranno gente, mangeranno cibo in scatola e trascorreranno insieme ventiquattr’ore su ventiquattro al giorno.

Lui la distrugge lentamente, critica la sua arte, la ritrae in caricature o con il volto totalmente cancellato. La donna invisibile.

Lei comprende lentamente la sua ingratitudine e l’inspiegabile ostilità, un po’ alla volta capisce che la donna che lui raffigura nei suoi quadri è solo un soggetto, ma non l’oggetto dei suoi desideri e delle sue fantasie maschili.

Non ha troppa fantasia, lui. In fondo, secondo le sue stesse parole, “non voleva altro che dipingere la luce su una parete”.

Restano sposati per quarantatré anni. La Nivison ha qualcosa di più della vittima e lui qualcosa di meno del carnefice. In fondo si sposarono dopo i quarant’anni ed entrambi conoscevano il senso e il valore del vivere da soli. E tuttavia si scelsero e restarono morbosamente insieme.

I loro studi occupano due stanze dell’appartamento. Vi hanno collocato degli specchi, in modo che ognuno possa costantemente sbirciare nello studio dell’altro. Lei si avvale del meccanismo e gli rimanda – difficile dire se con compassione o dispetto – un ritratto maschile che raffigura un martire. Quando partono per le loro lunghe sedute di pittura al mare, a Cape Cod o altrove, lui le impedisce di guidare e allontanarsi. Restano lì per settimane, mesi, a dipingere insieme gli stessi soggetti.

Lei dipinge rapidamente, molto aderente alla realtà. Lui invece ha bisogno di lunghi studi preparatori, poi impazzisce per i titoli. Lei tiene un diario in cui riporta, per ogni quadro del marito, tutto quello che è accaduto, i colori impiegati, il luogo in cui sono stati acquistati, il costo, ciò che hanno mangiato, ciò di cui hanno discusso. Lei lo vede in difficoltà e inventa storie per i protagonisti dei suoi quadri, storie per le assenze, dialoghi immaginari a spiegare il vuoto e il freddo della coppia ritratta, finché lui può ricominciare a dipingere. Lei inventa i nomi dei personaggi, li anima. Lui li immortala.

Per celebrare i venticinque anni di matrimonio Josephine, ironizzando sulle percosse subite nel corso degli anni, gli regala una croce d’oro di Gran Combattente. Lui ricambia con uno stemma araldico sul quale sono raffigurati un’armatura e un matterello. Lei lo morde fino all’osso, lui le picchia la testa sulle pareti e poi le lecca il viso imbrattato di sangue.

Ai suoi sessant’anni, lui ne fa la modella per Girlie Show. Ancora una volta l’ha picchiata ma lei è fiera di posare lì per lui, nuda e fiera. Il viso è tirato, rabbioso. Ma non c’è nessun’altra a fargli da modella e non ci sarà mai.

Josephine Nivison muore dieci mesi dopo il marito. Non avendo eredi, e nemmeno amici e familiari, che lui le ha proibito di vedere nel corso degli anni, lei lascia la produzione pittorica di entrambi al Whitney Museum of American Art.

Non è ancora iniziato il ’68, le donne sono ancora meno di zero, i quadri della Nivison finiscono negli scantinati e poi distrutti. E’ solo da poco che è iniziata un’operazione di ricostruzione attraverso cataloghi, fotografie e poche tracce rimaste.

Nel 1970 le Women Artists for Revolution invadono il Whitney Museum e lasciano tampax insanguinati sullo scalone per attirare l’attenzione sulle artiste donne. Sembra la scena di Agorà in cui Ipazia presenta il fazzoletto sporco al suo corteggiatore.

Sono uscita dalla mostra ignorando tutto questo, avevo solo un senso di grande intensità, una pienezza traboccante. Un qualcosa di enorme che mi sfuggiva e che volevo afferrare. Oltre l’estetica, oltre gli allestimenti, oltre le sensazioni.

Hopper è un uomo nero, malato di tiroide, che anela alla luce. Sua moglie la sua lampada alogena, carica di incandescenza e di iodio.