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Che tu sia per me coltello.

luglio 31, 2014

Poi viene un giorno, un giorno imprevisto, inatteso, in cui ti assestano la coltellata finale. Che poi a pensarci bene non è così: le conosco, io, le coltellate. Sono inferte per colpire, fare male, fosse anche solo per legittima difesa.
Invece no.
Viene inatteso il giorno in cui, con un bisturi fatto di parole, un’anima pia apparentemente uscita dal nulla interviene dolorosamente sulla carne, isola quell’ultimo pezzo infetto, suppurato, e lo estrude. Non importa quanto dolore faccia, non importa. E’ come quando si succhia via il veleno di una vipera, non importa quanto l’incisione debba andare a fondo, come quando si asporta un cancro radicato, e si scava in profondità. Non importa della cicatrice che lascia, l’importante è che la vita sia salva.
E’ stato così.
E’ stato sentirmi raccontare nei dettagli chi era l’uomo che ho amato più di ogni cosa al mondo, chi era davvero, cosa è stato, prima di me, mentre era con me. Farmi consegnare tutti i tasselli del puzzle mancanti. Non così tanti che io non potessi già individuare il disegno complessivo, ma quelli del dettaglio estremo, preciso. Quelli che hanno spiegato anni di buio e di dubbio. Quelli per la cui assenza mi sentivo insicura di me, delle mie percezioni, della mia capacità di intendere. Parole di donna. Precise e circostanziate come solo le parole di donna sanno essere. La voce che risuona e dice: non ho mai potuto dirtelo prima, e mi chiedevo come potessi non sapere.
Ho ascoltato con pazienza, per ore, provando un dolore di chirurgia a freddo, totalmente priva di anestetico.
Un dolore di intensità estrema, al quale ho retto stringendo i denti, senza versare una sola lacrima. Nemmeno una.
E poi innumerevoli punti di sutura a consolarmi, per rimarginare una ferita  già non più ampia in estensione, ma di una profondità che non credevo possibile.
Avevo i sintomi, è vero. Ma non conoscevo la stadiazione del male, la sua profondità.
Credo di essere libera, adesso.
Ho solo voglia di dormire. Dormire a lungo e svegliarmi senza memoria.
Sapere che è passato tutto, che non ero la visionaria folle che mi si voleva raccontare di essere. Sapere che è passato tutto e di poterlo finalmente dimenticare senza pentimenti, senza rimpianti.

E’ stato ritrovato un amore, di età imprecisata. In lieve stato confusionale. Indossa una maglietta a righe e un pantaloncino.

luglio 21, 2013

Stava lì e faceva segni con le braccia, con le mani, gesti e smorfie di ogni tipo, come a dire: eccomi, sono qua, ehi, voi, guardate da questa parte, sto qua.

Ma niente da fare, sembrava invisibile. Solo un gran caos di pianti e urla, di piatti lanciati, di notti cogitabonde, recriminazioni, addii, abbandoni, porte sbattute. Giovani, vecchi, adolescenti tremanti, uomini, donne, attrici di prim’ordine, scrittori da strapazzo, vedove di guerra, feti abortiti. Dovunque si girasse, dovunque tentasse di sostare un poco, sentiva la stessa storia: ho perso l’amore, era l’amore della mia vita, non ho più amore, l’amore non esiste.

Come, non esiste? Ma se sto qua, a ballarvi davanti, a tirarvi per la gonnella, ad impigliarmi nei vostri baffi, vengo fuori dalle lenzuola, dal cassetto delle posate, da lettere mai spedite, da fotografie raccolte in un album, da quell’incredibile somiglianza tra lo sguardo di quel bambino che siede spaurito e i vostri. Sono quaaaaa, ehi voi, sono qua.

Se ne andò in giro per caserme, tribunali, ospedali, sale bingo, sezioni di partito,  saloni di bellezza, biblioteche, palestre, teatri, cinema, cafè chantant, alla posta centrale, al liceo all’angolo, in salumeria, dal gommista, dall’orefice, ai giardini pubblici. E dovunque era sempre la stessa storia, la solita lagna: è scomparso, è scomparso l’amore, non lo ritroverò mai più.

Era talmente stanco e sconsolato che si appoggiò al tavolino di un bar, seduto accanto ad una coppia quieta quieta, che stava lì a prendere un caffè, in silenzio. Tranquilli, senza nemmeno una parola. Non gli pareva vero.

Si avvicinò con circospezione e titubanza. Mi scusino, chiese con tutto il garbo possibile, non è che per caso avete perso qualcosa?

La coppia lo guardò stupita, poi si scambiarono un paio di occhiate tra loro, perplessi. La donna cominciò a frugare nella borsa con una certa sollecitudine, poi alzò lo sguardo rassicurata e rispose: no, ho tutto.

Lui aggiunse. io ho perso un ombrello, la settimana passata. Ma poiché siamo in estate, poco male. Se ne riparlerà a ottobre.

L’amore si sentiva ancora inquieto. Ma siete ben certi di non aver perso nulla, ultimamente?, chiese ancora.

La donna abbassò un poco la testa. Proprio ultimamente no, ecco. E’ stato un anno fa: abbiamo perduto un figlio, ero al quarto mese di gravidanza. Sì, aggiunse lui, e dopo poco io sono stato licenziato. Ma siamo certi, conclusero all’unisono, che le cose andranno meglio.

E poi?, chiese l’amore. Siete davvero sicuri sicuri di non aver perso altro?

A ben pensarci io ho perso la metropolitana stamattina, aggiunse l’uomo. Ma ne è passata un’altra, dopo pochi minuti.

E io, invece, disse la donna, io ho perso un sacco di tempo a ridarmi lo smalto alle unghie, ma guardi adesso come è venuto bene. Certo, fra tre o quattro giorni toccherà rifarlo.

L’amore cominciava a spazientirsi. Decise di andare dritto al sodo, brutale, a gamba tesa: signori, quello che sto cercando di capire è se voi abbiate perso l’amore!

I due lo guardarono sbigottiti, come se qualcuno avesse chiesto, che so, avete perso la luna, il sole, una molecola di ossigeno dal vostro respiro, una sistole, un poro della pelle?

Caro, hai lasciato l’amore da qualche parte?, chiese la donna, vagamente preoccupata da un’improvvisa perdita di cui, fino a quel momento pareva non essersi data conto.

No, rispose lui. Poi per sicurezza controllò sotto le gambe del tavolino, al bancone del bar. E, come preso da una piccola ansia, le pose la stessa domanda: e tu? Non è che lo hai dimenticato in qualche posto?

Ma no, disse la donna, me ne sarei accorta, sciocchino.

E sorridendo all’amore, conclusero: non abbiamo perso niente, caro signore. Ma se lei crede di aver trovato qualcosa di importante, forse è opportuno che vada alla polizia, magari possono aiutarla a rintracciare il proprietario, magari ci scappa anche una bella mancia per lei, o finisce sui giornali, per aver salvato la vita di qualcuno. O può provare a mettere un annuncio da qualche parte. Noi qui non abbiamo perso niente.

L’amore si rilassò, lasciò che la schiena si ammorbidisse lungo lo schienale della sedia del bar, allungò le gambe. Per un attimo si chiese se fosse il caso di far piedino alla donna, ma solo per un attimo.

E vi dispiacerebbe dunque, chiese con timidezza, se mi fermassi ancora un po’ con voi, a prendere qualcosa di fresco da bere? E’ talmente tutto agitato, qui intorno, c’è una confusione che non potete credere. Hanno perso tutti l’amore e fanno un baccano indicibile.

Ma faccia pure, sorrise la donna, faccia come stesse tra vecchi amici. Se ne ha voglia, può venire con noi, dopo. E’ talmente stanco e malconcio, che avrà bisogno di una doccia, e magari una cenetta. Abbiamo un divano letto, può passare la notte da noi. Lei ha un viso talmente familiare, che anche messo così, è come se la conoscessimo da sempre. Poi, se qualcuno reclama qualche perdita, verranno sicuramente a cercarla, stia tranquillo. O si rassegneranno. La gente è pigra, sa. Quando perde qualcosa, preferisce ricomprarla subito, senza affannarsi a cercarla. Magari ce l’ha proprio sotto gli occhi  e non la vede e un bel giorno rispunta sotto il sedile dell’auto o dal trumeau del salotto buono. Vedrà, prima o poi la contatterà qualcuno.

Fallo tu! No, tu.

aprile 26, 2013

Che io poi mi vergogno a raccontare di questa cosa, ma tant’è. Allora, tra i regali di compleanno propriamente detti, che sono stati pochissimi, perché in realtà ai miei amici gli ho chiesto graziosamente di regalarmi tutt’un altro fatto e loro hanno ancor più graziosamente provveduto, mi arriva a casa un pacchetto debitamente confezionato – scatola a parallelepipedo con carta rossa e tanto di fiocco – con un biglietto assolutamente anonimo, stampato, con scritto “Tanti auguri a te”.

E io lo apro, già chiedendomi chi l’ha mandato e cosa potrà contenere, e dentro ci trovo nientepopodimeno che un coso, un oggetto fallico a pile. Insomma, un vibratore. E poi tutta una specie di attestato tecnico, che recita: complimenti per la vostra scelta, ciccì e bubbà, un prodotto garantito come non se ne trovano altrove, fabbricato così e cosà, la sicurezza, la product liability, i termini di resa. E poi pure un altro foglio con su scritto che se entro trenta giorni vado al negozio, lo posso cambiare con un’altra cosa. Che so: due palline rotanti con i villi fluorescenti, delle manette ricoperte di vera pelliccia di lapin, un baby doll di big babol premasticate, un anello vibrante con timer incorporato. Uh Gesù, mi sono detta. E un poco pure mi veniva da ridere. E chi mai mi può aver mandato questo coso? Un gruppo di buontemponi? Un’amica compassionevole? Il medico di base? La Confraternita di Sant’Arduino?

E mica posso andare in giro a chiedere: scusate, siete voi che mi avete mandato un oggetto fatto a forma di missile spaziale con tanto di bustina di raso che me lo posso mettere tranquillamente in borsetta senza dare nell’occhio e al più dire che si tratta di un portabanane da passeggio? Che poi a me manco mi piacciono le banane. E nemmeno le arance, ‘a verità. Non ci sta manco un timbro postale, niente. Quelle cose con la privacy totale. E pure che mi dicono che lo posso cambiare, mi mandano una sfilza di negozi in tutt’Italia che nulla mi dice circa la provenienza dell’oggetto in questione.

E che faccio? Lo cambio? Lo sostituisco con qualcosa di più utile? Me lo conservo nel cassetto del comodino che poi me lo scordo e viene fuori durante il trasloco e gli energumeni dei trasportatori chissà che si pensano? Me lo porto alla prossima riunione d’Area e bell’e bbuono lo caccio e lo sbatto sul tavolo, tipo Kruscev con la scarpetta?

Per prima cosa mi sono fatta una passeggiata su Wikipedia, che io poi sono una razionale e se capisco tutte le implicazioni di un fatto, lo accetto meglio, mi rilasso. Trovo questa locandina degli anni ’10 che titola: Vibration is Life. E già mi pare un fatto buono, come la bioenergetica, il grounding. I muscoli, le fibre devono vibrare, in risonanza con il respiro, l’universo, il vento. Guai, guai a voi se non vibrate. Così diceva la mia maestra, tanti anni fa. Ma era un altro fatto. O forse ci azzeccava pure un poco, con questo fatto qua, ma in via assai indiretta.

E però, al paragrafetto dedicato agli Stati Uniti mi si rischiara la mente: ecco, può essere usato a scopi educativi. Questo fatto mi intriga. Perché alla buona educazione io ci tengo assai, buongiorno e buonasera, permette, prego, no, passi prima lei, non si telefona alla gente dopo le 22.00, non si mettono le dita nel naso, non si fanno i rutti a tavola, insomma, tutti questi “non” che aiutano a vivere meglio, a starci più simpatici.

La buona educazione è fatta prevalentemente di privazioni, di continue autolimitazioni per riuscire a stare tutti insieme nello stesso spazio senza darci fastidio. Se tanto mi dà tanto,  con un sillogismo deduttivo di dubbia fattura, se questo coso serve per l’educazione, si deve abbinare a qualche non. Mo’ tutto sta’ a capire di che stiamo parlando e di come possiamo sfruttarne al massimo gli effetti educativi. Una precisazione a monte pure si deve fare: la buona educazione è una cosa, i convenevoli sono un’altra. No, perché qua c’è gente che fa tutti gli scemanfù e poi è scostumatissima. E quello poi lo dice la parola stessa: scemanfù, francesismo partenopeo da Je m’en fous. Quindi deduciamo che con l’oggetto in questione non si devono fare convenevoli e inutili moine: si va diretti al punto (G?), al sodo (senza ombra di dubbio), con franchezza e garbo (infatti pare che pure Greta, sotto sotto, vezzi da diva, si sa come sono, ma vabbè, non divaghiamo).

Veniamo a noi: l’educazione femminile.

Leggi e rileggi, alla fine succede sempre che queste cose sono inventate dagli uomini per curare le donne, le poverette isteriche. Come se le anormali fossimo noi. Le malate. Ammesso anche che fosse vero, ma proprio così, in un esercizio per assurdo, questi che fanno? Operano per delega, affidando a un oggetto sostitutivo quello che dovrebbero fare in prima persona. Quanto sono pigri, gli uomini? Poi dicono che noi abbiamo il mal di testa. Leggende metropolitane da primo Ottocento. Poi però quando ce li dovessero vedere in casa, direbbero che siamo frigide o assatanate, e si creerebbe un circolo vizioso dal quale non si esce più. Ma non vizioso nel senso divertente. Tutt’un fatto di inadeguatezza, sospetti e compagnia bella.

Vabbè, torniamo allo scopo educativo. E’ una questione di accenti: o larga oppure o stretta? Perché se è il secondo caso, tutto è più semplice. Io invece mi sono intestardita sulla prima possibilità. Poi mi sono detta che magari le due cose andavano di pari passo. Ma fino a che non avessi visto con chiarezza la funzione educativa, non avrei pigiato sul tasto di accensione. Nemmeno per scherzo, nemmeno per prova. Avesse le lame, dico io, potrei usarlo per fare un passato di verdura, un frappé. Ma non ce le ha. E nemmeno le setole, che potevo sostituire lo spazzolino elettrico. E poi tiene un’autonomia ridotta e con tutte queste batterie che si devono cambiare, non è manco ecosostenibile. Ma soprattutto: non parla e non tiene le mani, che sono due fatti necessari e indispensabili. Come dice mia figlia: tutti sono bravi a dire “ti amo”, ma quanti sanno dire “vuoi quei kiwi”? Ecco, il ragionamento è un po’ lo stesso, la tredicenne ha le idee chiare.

Così mi sono armata di pazienza e mi sono messa a spulciare il sito dello shop on line, quello segnato sotto tutti i documenti di accompagno, per vedere se mai lo potessi cambiare veramente con qualche cosa. Mi sono avvilita: lenzuola di vinile in pvc, che al solo pensiero che mo’ viene l’estate già sudo mentalmente, teglie e formine per il ghiaccio a forma di cazzetti, sculacciatori in pelle di brontosauro, altalene da appendere agli stipiti della porta con tutto il fattapposta incorporato. Mi sono avvilita. L’ho già scritto, lo so. Ma mi sono proprio avvilita. Avevo pensato: magari ci trovo una caffettiera elettrica programmabile, per il dopo, e io poi invece la uso quando mi pare a me. E invece niente. Un avvilimento.

Allora dopo averci pensato un’intera giornata, mi sono detta: mo’ lo riciclo. Rifaccio il pacchetto tale e quale e al primo compleanno di qualche amica mia, glielo metto nella buca delle lettere. Poi se la vede lei, col fatto educativo, gli usi e i costumi. Che a me l’educazione me l’hanno insegnata le monache, insieme al portamento, e non credo che ci posso aggiungere niente più. Magari mi potrei diseducare, questo sì. Iniziare il percorso a ritroso. Ma per quello ci vogliono altri mezzi, non questi regali da educanda. E manco è detto che ci si riesca.

La solitudine si deve fuggire.

aprile 6, 2013

Si comincia da questo. Poi si vedrà.

Un’idea non bella, di più: bellissima. Iniziamo il 19 aprile: chi si prenota, c’è. Chi non c’è, non c’è.

Lévi-Stro’€™, vafancu’€™.

dicembre 16, 2010

Che poi, dopo un tot di esami di antropologia in cui ci stava sempre in mezzo questo fatto qua di Lévi-Strauss e le strutture elementari della parentela e tutti i fatti delle filiazioni, delle alleanze, delle discendenze, e io puntualmente a chiedermi: sì, ma a me che me ne importa?, a un certo punto, approssimandosi il Natale, ho avuto l’illuminazione.
Gli studi sulla famiglia e la discendenza servono a capire le dinamiche organizzative del cenone di Natale. Lo so ogni anno, ma poi per il resto del tempo me lo scordo.
Prendiamo il soggetto Ego, figlio di [X e Y], nonché fratello di [Z (maschio) e W (sorella)] a loro volta sposati con Q e T e genitori rispettivamente di [R, S e P] e [O e M]. Non dimentichiamo che Q e T sono a loro volta figli di qualcuno, fratelli, sorelle e cugini incrociati di qualcun altro.
Lo so, dovrei disegnare uno schema, per raccapezzarcisi, ma era giusto per darci un’idea.
Come si stabilisce la compagine del gruppo cenante?
Come si determina la location della cena?
Residenza virilocale, uxorilocale o neolocale?
Composizione patrilineare, matrilineare o ognuno a casa sua?
A partire da quando è ammesso un sovvertimento delle regole? Dal matrimonio di tutti i figli o solo di alcuni?
E se non si sposano e convivono?
Dalla nascita di nipotini?
E il sesso di questi ultimi, nonché il fatto o meno che portino il nome del nonno, come influisce sui posti a tavola?
La vera domanda è un’altra: chi fa famiglia con chi. E soprattutto: perché?
Cosa, simbolicamente, rappresenta una modifica degli schemi agli occhi del gruppo allargato?
Io sono per la delocalizzazione delle feste presso le case dei più giovani, di quelli recentemente sposati.
Che poi a me questo fatto che si deve stare per forza tutti insieme, mi piace e non mi piace.
Mi piace fuori dai pasti, per esempio. La tombola, il mercante in fiera e le fette di pandoro.
Non mi piacciono le facce appese se poco poco si sposta una virgola, una sedia, un’abitudine.
A me le feste mi toccano i nervi.
Perché poi ci stanno quelli onesti, che dicono che a certi fatti ci tengono, e quelli che dicono che non ci tengono, ma poi non è vero. Oppure veramente non ci tengono, ma poi il ricatto affettivo del sangue prende il sopravvento e ci devono tenere per forza. Eccomi, sono io.
Allora l’altra sera ho preso un tassì nel centro di Napoli.
Faceva freddissimo.
Il tassista mi ha raccontato tutto questo fatto che aveva prenotato un agriturismo a Montella, in provincia di Avellino, e se ne andava là con tutta la famiglia, 24, 25 e 26. Che sono sedici figli e ogni anno succede il lutto o devono stare tutti ammassati e a fine serata si appiccicano con le mogli che si sono fatte un mazzo tanto in cucina, sono andate dal parrucchiere – inutilmente – e dopo puzzano di pesce e frittura, e soprattutto non tengono genio di pazziare perché stanno troppo stanche.
Però lui non stava contento di andare a Montella, ci andava solo per la moglie, perché se no quest’anno finiva a mazzate. Che il 24, il 25 e il 26 sono i tre giorni in cui a Napoli si fatica di più, con i tassì. L’anno scorso alle dieci di sera stava ancora lavorando ed è arrivato tardi a cena.
Poi a gennaio e febbraio si fa la fame. Quest’anno si fa pure a dicembre, che i turisti sono pochissimi e a Napoli non ci vogliono venire più.
Quando ho pagato i sei euro e quaranta, mi ha fatto specie che prima di mettersi i soldi nel portafogli, si è fatto il segno della croce e se li è baciati.
Poi mi ha fatto tanti auguri, mi ha detto: signo’, speriamo che a Montella non fa freddo. Ma soprattutto speriamo che nun ce ‘ntussecammo.
Torniamo a noi.
Io quest’anno combatto contro dolori veri e immaginari.
Per fortuna quest’anno non sono i miei, ma mi sono così vicini che non fa differenza.
Combatto contro fisime e paranoie. Nemmeno queste sono le mie, ma stanno così vicine che non fa differenza.
Io quest’anno – più di ogni altra volta nel tempo – penso che ci avete rotto il cazzo, voi e il Natale.
Voi siete la pubblicità, i commercianti, il traffico, ‘a nonna, ‘a zia, quella che deve sgravare, quella che tiene i figli malati, quello che non parla con la cognata, quella che vuole stare solo a casa sua, quella che p’ammore ‘e Ddio non voglio stare a casa mia, quello che dice non facciamo i regali, quella che aggiunge che è solo un fatto di tirchieria, le luminarie, le letterine, gli sms di auguri, le carte oro e argento, la solita storia di chi cucina e cosa, chi va alla messa e chi vuole la tombola, chi non tiene i soldi per i regali perché è stato licenziato ma si sente moralmente costretto a farli, gli emigrati che tornano una volta all’anno, i residenti che approfitterebbero delle feste per espatriare ma siccome tornato gli emigrati si devono stare, chi tiene lo storzillo che si è lasciata col fidanzato e lo devono pagare tutti quanti.
Che uno alla fine un progetto alternativo del Natale ce l’avrebbe.
Ma le strutture elementari della parentela sono peggio della camorra: nun puo’ sgarra'.

Ricordi

luglio 19, 2010

Non esistevano i cellulari e scendendo dal traghetto, quello stesso pomeriggio,  ci informarono della strage di Capaci. Ricordo che piangemmo. Di tanto in tanto ci incontriamo ancora, è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa tutti insieme. G. oggi ha lo sguardo spento, il cervello in panne e non ci riconosce quasi più, M. è al secondo marito e secondo figlio, io avevo curve e rotondità e quasi nessuno spigolo, A. è ancora tutto spigoli, P. abbraccia P., ma poi sposerà il fotografo. Quella sera stessa finii in ospedale per un inizio di shock anafilattico, per un morso di zanzara su una vena. Ventotene era bellissima, la stanza piena di gechi e una cucina enorme. S. cucinò per tutti, R. e N. lavarono i piatti. Di lì a poco avrei rinunciato alla borsa di dottorato a Tokyo e mi sarei trasferita a Roma. Credo che sia stato l’ultimo momento lieve, totalmente lieve, che abbia vissuto. E nonostante tutto non tornerei indietro mai, mai, mai. Mai.

Timeo Danaos et dona ferentes

aprile 9, 2010

Mi aspettavano, stanotte.

Me ne sono accorta infilando la chiave nella toppa di casa e iniziando lentamente a girare. Come se all’improvviso il brusio che avvertivo in sottofondo fosse scomparso. E sì che pensavo che quel brusìo fossero i miei pensieri, quelli che involontariamente mi affollano tutti gli spazi mentali non appena salgo in macchina e appoggio le mani sul volante.

Così quatta quatta sono entrata, ho acceso la piccola lampada sull’étagère di fianco alla porta e le ho trovate lì, in un silenzio che sembrava dire: eccoti, finalmente a casa, era ora, chérie. No, per dire: siamo qui da un pezzo, mancavi solo tu. Stai bene, cara? Benone, si direbbe, con questo nuovo taglio di capelli e questo maquillage un po’osé – non certo in assoluto, un po’ osé per te, che sei sempre così volutamente acqua e sapone –  sfaldato dal sonno, dal segno degli occhiali. Sembreresti anche affamata, si direbbe. Hai per caso davvero fame?

Ho deglutito, come quando si riceve una sorpresa non gradita. La visita di vecchi conoscenti di passaggio nella tua città, ad esempio. O quei vicini pettegoli e inopportuni che ti si piantano sul divano e non la smettono di sparlare degli assenti. O creditori stufi di attendere, che non andranno via finché non otterranno il dovuto.

Mi sono guardata intorno. La stanza era piena e se andavano spedite per i quattro angoli della casa, con sicurezza.

Alcune le ho riconosciute.

Quelle che conosco da sempre. Leggermente invecchiate, ma appena appena, quasi un niente.

Devono avermi letto nel pensiero, perché quasi in coro hanno affermato:  ci teniamo in forma, noi, in costante esercizio. All’età nostra, poi, è pericoloso lasciarsi andare, si rischia un tracollo improvviso, la scomparsa prematura.

Alcune tenevano in braccio delle creature più piccine, in tutto e per tutto somiglianti, come fossero state delle figlie o sorelline minori.

Un po’ alla volta si sono presentate tutte, anche quelle che avevo incontrato una sola volta in una determinata occasione, senza possibilità di approfondirne poi la conoscenza: meteore arrivate e sparite. Le piccine mi hanno fatto un inchino. Qualcuna aveva la faccia dispettosa e si intravedeva con chiarezza il germe di un cattivo carattere che non avrebbe tardato a svilupparsi.

Alcune non erano giovanissime, ma mi erano del tutto sconosciute. Ammiccavano sornione, per nulla disturbate dalla mia smemoratezza. Dicevano: embè, prima o poi bisognava incontrarsi. Con un sorriso di complice inevitabilità.

Ed erano contente di essere lì, partecipi di tanta bella compagnia. Tutte parlottavano tra loro, ridevano, mi lanciavano sguardi carichi di significato, di sottintesi. Erano belle, paffute e rubiconde. In piena salute.

Dopo i convenevoli di rito – nel frattempo arrivavo al frigorifero dove una di loro mi assisteva nella scelta di cosa mettere nello stomaco, giacché ero quasi formalmente digiuna e di questi tempi non è che possa permettermelo più di tanto, poi passavo in bagno a struccarmi e infine in camera da letto, dove almeno tre giacevano addormentate sotto il mio piumoncino, come se il mio letto fosse stato il loro, diamine – ho cercato di arrivare al dunque.

A che devo?, ho esordito. Volevo aggiungere “il piacere”, ma mi sembrava decisamente ipocrita.

Ma niente, cara, niente. Stai tranquilla, siedi qua. Nulla di incomodo, davvero. Una festicciola, tutto qui. Una riunione di famiglia, se vuoi vederla così.

E’ che siete tante, stasera. Ma davvero tante.

Ma non siamo mica contro di te, lo sai, del resto!

E’ che non ero tanto sicura di questo, ma non ho ribattuto per non intavolare polemiche in piena notte.

E allora – ho cercato di prendere l’iniziativa in modo gioviale e propositivo – vogliamo parlare di qualcosa? O data l’ora non è forse il caso di andare a nanna e proseguire domattina? Nel frattempo potreste riposare un po’ anche voi…

Mi hanno guardato deluse e francamente anche un po’ disgustate.

Data l’ora, data l’ora, ha ripetuto una delle più nerborute. E’ questa l’ora adatta, direi.

E le altre sembravano grosso modo annuire, salvo un paio di gemelline che sbadigliavano e sarebbero volentieri sparite.

Ho qualche strano pensiero, in effetti – ho esordito per non trascinarla troppo per le lunghe.

Ma lo sappiiiaaaaaamo, lo sappiiiaaaaaamo – flautavano alcune di loro. – E’ per questo che siamo qui, per assisterti, consigliarti, confortarti. Come sempre, insomma.

Mi facevano cerchio intorno, erano vicinissime. Alcune più distinte e nitide di altre, mentre un irrefrenabile prurito mi prendeva la testa e ne cadevano animaletti verdastri e color sabbia, carichi di zampette pelose. Mi sono detta che data l’ora se avessi chiuso gli occhi e poi li avessi riaperti all’improvviso, sarebbero sparite.

Ma facevano cerchio, ed erano sempre più vicine.

Deve essere stata l’alba quando mia figlia si è svegliata ed è venuta a cercarmi.

Che fai qui, mamma? Perché non dormi?

Adesso andiamo insieme, le ho risposto. Tu continua a dormire, io ci provo, magari adesso ci riesco.

Alla vista della bambina sono scappate via, come per un improvviso senso di vergogna. Un  paio le ho viste infilarsi sotto il letto. L’ultima, la più temibile, con sguardo severo mi ha detto: torno più tardi.

E come sempre, sapevo che era da prendere in parola.

 

——

Stanotte si sono date appuntamento nel soggiorno di casa tutte le mie paure, nessuna esclusa. Anche quelle che mai pensavo minimamente di avere. Ho provato a rabbonirle con tisane, biscottini, favole della buona notte. L’unica cosa alla quale non ho pensato è stata di tramortirle con il valium o farle esplodere, per quanto ne avessi i mezzi.

Credo di aver dormito in tutto un’ora e di avere avuto una pazienza sacrosanta, di aver ascoltato rimostranze e desiderata di ognuna di loro.

Stamattina avevo perso tutto il peso recuperato faticosamente in una settimana.

Quanto stancano, certe conversazioni!

Da leggere e da scrivere, consigli per gli acquisti.

gennaio 27, 2010

Mi sono trovata tra le mani – un dono – questo librettino della Voland, casa editrice che conosco esclusivamente per aver letto la Nothomb.

Si intitola Rive Lontane, di Laurent Martin. Un archeologo.

Credo che gli archeologi siano dei bravi giallisti, capaci di mantenere la suspence fino alla fine, mai scontati. Credo che sia per via del fatto che sanno scorgere tracce sottili, invisibili agli occhi dei più.

Normalmente quando leggo un giallo o anche al cinema, dopo cinque minuti ho già idea di chi sia l’assassino. Sicché trascorro la maggior parte del tempo nello studiare in che modo l’autore – tecnicamente – mantiene l’impianto, quali indizi semina. Non è la stessa cosa che restare seduti avvinghiati da una trama, ma non è tuttavia un cattivo esercizio.

In Rive Lontane invece è accaduto il contrario.

Non ci sono descrizioni, ma solo dialoghi serrati. E fino alla fine, fino alla penultima pagina, mi sono chiesta dove sarebbe andato a finire.

E questa è una cosa.

Poi ce ne sono altre.

C’è la traduzione di Sabrina Manca, che sappiamo già scrivere bene, ma che qua ci restituisce uno stile secco, scarno, molto simile alla Kristof in Quello che resta: le frasi sono acuminate e si susseguono con un tale ritmo incalzante che le ferite che provocano in corso di lettura non riescono a smettere di sanguinare prima che ne arrivi un’altra. Anzi, forse c’è di peggio: è solo alla fine della lettura, che scorre rapida e senza intoppi, che scopri i segni che ha lasciato.

Qui  si può leggere il primo capitolo.

Ho parlato di giallo, ma non sono sicura. E’ che l’omicidio incombe e catalizza l’attenzione, ma non è tutto. C’è un materiale umano denso, c’è odore di vino di cattiva osteria, e personaggi che chi chiamano Samira, Mustafà, Ivan, Serghej, Itsik, Jesus Pereira. E poi ci sono dei non luoghi, non nel senso di Marc Augé, ma forse come meglio direbbe Bauman descrivendo frammentazioni, evaporazioni di certezze, di riferimenti comuni per il vivere insieme,  che si chiamano la Città, la Fabbrica, la Caserma e il Panama, che fanno quadrato intorno a questa banlieue senza nome in cui si svolge la storia.

Più che un giallo ha qualcosa del romanzo sociale, antropologico, politico.

Mi fa pensare molto allo spirito che abita I dannati della terra di Fanon: la città coloniale spaccata in due, le zone abitate dai coloni e dai colonizzati sono opposte, ma non al servizio di un’umanità più alta. Nessuna conciliazione è possibile perché uno dei due termini è superfluo. Non lo è realmente, giacché l’economia della città dei colonizzati sostenta quella dei colonizzatori, ma è superfluo in quanto a potere di promuovere il cambiamento.

Qui invece il colonialismo è dentro casa, alle porte di Parigi, Marne la Vallée: i reietti non hanno da essere per forza stranieri, basta che siano marginali al sistema. Inconoscibili e governabili a un tempo.

Come in Fanon e nella sua descrizione del mondo coloniale, anche qui “lo spartiacque, il confine è indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia. (…) Nelle regioni coloniali, il gendarme e il soldato, con la loro presenza immediata, i loro interventi diretti e frequenti, mantengono il contatto col colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente o di napalm, di non muoversi”.

Anche di fronte alla tragedia, dalla Città non viene mai nessuno. Se non – ed esclusivamente – per ripristinare un ordine e perseguire la logica di equilibrio che lascia tutto inalterato.

La salvezza – se mai possa esistere una salvezza, quando tutta la vita resta puntellata di ricordi – può essere solo individuale. E’ questo, più di ogni altra cosa, che lascia amari.

Un bel libro, sì.

 

Se invece avete voglia di scrivere, c’è Microcenturie, il ritorno di Effe.

Scrivete e spargete a piene mani.

Dicevamo con Hanging Rock, qualche settimana fa, stabilendo una sorta di sillogismo forse improprio, che se il sesso è una forma di comunicazione e la materia del sesso, il seme, crea il mondo, allora anche la parola, che strumento di comunicazione è, può inseminare e creare mondi, nuove realtà.

In Microcenturie anche un mio raccontino, veramente niente di che.

Nella logica dell’inseminazione e della creazione, riuscisse a rompere almeno una, una sola finzione in qualcuno che mi è caro, ne sarei già soddisfatta.

Corpi di confine

aprile 2, 2009

Gli uomini del mare ne conoscevano, di storie e canzoni. E lei restava ad ascoltarli per ore.

Accostava il naso all’uniforme di suo padre e ne respirava l’odore di chiuso e di sale.

Quando tornava a casa si fermava tutto. Tutto. La terra smetteva di girare intorno al suo asse e per cinque, sei giorni, massimo dieci, sarebbe stata una lunga giornata senza nuvole, di pieno sole.

Sua madre si scioglieva i capelli, tirava fuori gli abiti migliori.

Lei non sarebbe andata a scuola per tutto il periodo. Niente e nessuno avrebbero avuto la porta di casa aperta. Neppure un’alluvione, nemmeno la guerra.

Il tempo si fermava, per tutto il tempo che lui sarebbe rimasto con loro.

Iniziavano con gli argenti e i cristalli, con le tovaglie di lino e pizzo e mano a mano, nel corso dei giorni – in questi giorni in cui null’altro era possibile se non godere dell’esistenza dell’uomo  – passavano a piatti e bicchieri sbreccati.

Una volta, ricordava, avevano finito per cenare su fogli di giornale, con le mani, mentre in cucina si accatastavano piatti e posate che sarebbero stati lavati dopo, solo dopo la sua partenza, quando con uno scatto fulmineo la terra avrebbe ripreso il suo moto, rincorrendo la nuova stagione.

Ma sua madre era bella, bellissima, trasfigurata.

Cantava di giorno e di notte.

Sua madre aveva i capelli neri di genìa turca e suo padre gli occhi a mandorla di una nonna mongola e un cognome duro, con consonanti gutturali e perentorie.

Sarebbe cresciuta così, lei, tra suoni che non le sarebbero mai stati alieni.

Una figlia unica ovattata tra cuscini di favole e mondi lontani.

Da sua madre avrebbe ereditato i capelli neri e foltissimi, che ancora oggi porta sciolti sulle spalle.

Da suo padre la statura e gli zigomi alti.

Da quel misto di razze e ascendenze nel sangue, la capacità di essere a suo agio dovunque, con chiunque, l’incredibile capacità di toccare le persone nel loro centro esatto, di ricordare le loro diversità e omaggiarle in tutti i modi possibili.

L’ho conosciuta tanti anni fa, nello splendore e nella magia dei suoi quarant’anni, e da allora non ha mai smesso di stupirmi e turbarmi.

Fin dal primo incontro, quando mi appoggiò le mani alla vita, scendendo dolcemente sui fianchi a sottolineare le forme. Lasciai che mi toccasse tutta, io che non amo essere toccata da estranei. Sentivo che era una misura.

Da sempre mi regala cinture e collane, di ritorno da ogni suo viaggio. Non sono ornamenti, mi dice. Non sono solo ornamenti, nulla è mai solo ornamento. Tutto diventa parte, tutto si inserisce e trasforma, tutto lascia traccia e scia.

Non sono ornamenti, mi dice. E’ per segnarti i confini che non hai.

 

(ad E., di cui amerei essere la biografa)

Tutti pazzi per me(ry). Sottotitolo: narrativa, delirio di onnipotenza e dialettica servo/padrone. Vabbè, dai, sto esagerando.

gennaio 30, 2009

Insomma io gli avevo chiesto un alibi.

Un alibi, sì.

Sapete quei momenti in cui ammazzereste qualcuno e dite: “dammi un alibi, che lo faccio”?

Ecco, è andata così, ispettore.

Me ne ha dati due o tre. Sì, sì, lui, il tizio. Niccolai, si chiama. E’ un blogger.

Ma erano così belli questi alibi che m’è sembrato uno spreco usarli così, per me. Sa quando dietro la superficie un’intuizione ti dice che c’è qualcosa di meglio? Che non vale sporcarti le mani e fare il loro gioco? Allora gli ho detto: senti,  Niccolai, tienili tu ‘sti alibi e scrivimi una storia. Subito, ti do quattro giorni di tempo. Oppure trovatelo tu, un alibi.

E’ così che nascono le storie, ispetto’, è così che si cambia il destino del mondo: lei si immagini come sarebbe stato diverso se alle 15.00 di due giorni fa io mi fossi tenuta gli alibi e avessi fatto fuori il mio capo. Lei provi a immaginarsi il seguito della vicenda. Una storia banale, racconto di piccole vessazioni quotidiane prive di sviluppo e catarsi. Invece guardi tra le sue dita che gioiello, questi alibi.

Come vede non c’è nessun morto, è pura finzione letteraria. Non c’è stata copula, non ci sono impronte digitali da raccogliere. E’ una storia, ispettore. Un racconto di fantasia. Non esiste la Sarti, non esiste la Cirinnà, non esiste il Reboni. Adesso sono libera, ispettore? Posso andare?

Vada, signora Saccone, vada. Posso tenere una fotocopia del racconto?

Due giorni dopo il Niccolai fu trovato riverso in strada, in un bagno di sangue.

Coglione senza speranza,” glielo dici a qualcun altro, stronzo!, ripeté ecolalicamente il Codognotto durante l’interrogatorio, simulando di infliggergli ancora, caparbiamente, un colpo dietro l’altro. 

Trentasei coltellate correttamente fascicolate, nessun alibi.