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Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato un’ora prima di te.

novembre 5, 2016

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Io questo Canada non lo sapevo proprio, non me l’ero mai filato e nemmeno me lo volevo filare. Faceva parte delle conoscenze di cultura generale, roba di scuola elementare e media, quei paesi complicati con la doppia e tripla capitale, come l’Olanda, il Marocco e l’Australia. Poi c’era il fatto dell’acero e dello sciroppo, poi il bilinguismo, poi la canzoncina famosa, poi il freddo.

Fine della conoscenza del Canada.

Un altro grammo di conoscenza veniva dalla zia Carolina, cugina svampita di mia mamma, che durante l’occupazione americana a Napoli aveva una dozzina d’anni e un giovane ufficiale canadese, già maggiorenne, se ne innamorò e le promise di tornare a prenderla quando fosse diventata maggiorenne.

E veramente tornò, se la sposò e se la portò a Edmonton, con il placet di tutta la famiglia, che non vedeva l’ora di sbarazzarsi di questa creatura ingenua e un poco tontolona, così tontolona che per i successivi trent’anni non imparò mai la differenza di fuso orario, e telefonava nel cuore della notte, spaventando tutti e pigliandosene di jastemme.

La questione però è che la zia Carolina teneva un poco la reputazione della scema del villaggio, come si dice a Napoli, dell’”abbunata”, sicché nelle due o tre volte che tornò in Italia, per presentare i suoi figlioli, che parlavano solo ‘mericano e volevano cornflakes a colazione e icecream nel pomeriggio e la nonna non li capiva e cacciava taralli e tracchiulelle, raccontava cose incredibili.

Che là per là la famiglia la stava pure a sentire, ma poi – erano i primi anni Settanta – quando lei se ne andava, commentavano in maniera risoluta: era pallista pure da criatura, ma mo’ proprio esagera.

Perché la zia Carolina raccontava fatti totalmente inusuali: d’inverno – diceva – non usciva mai per strada, camminavano sottoterra dove c’erano negozi, parrucchieri e tutto, perché il freddo uccideva. Sottoterra c’era una città tale e quale a quella di sopra, con i negozi, i supermercati e le farmacie, bellissima, dove era sempre primavera. E la notte le automobili in garage dovevano tenere sempre il motore acceso, basso basso, se no si gelava il carburante. E poi – e questo, più di ogni altro racconto, sconvolgeva la nonna (la mia bisnonna) e faceva propendere per l’assoluta, totale, scemità di Carolina – lei e il marito si erano aperti un ristorante.

– E che cucini?, chiedeva la nonna, ricordandosi che Carolina non era proprio adatta a cucinare.

E Carolina spiegava che non cucinava affatto, che nel suo ristorante c’erano cibi precotti, che la gente veniva, se li comprava e se li riscaldava in certi fornetti che si chiamavano maicrouév, che in trenta secondi avevano cotto tutto, lei ce lo aveva pure a casa. La nonna scuoteva il capo e commentava:

–  Caroli’, a vuo’ ferni’ ‘e dicere palle?

E Carolina ci rimaneva male e non raccontava più niente.

Poi la bisnonna morì, morì pure il marito di Carolina, morì mia nonna e si persero definivamente i contatti. Zia Carolina, se ancora vive, avrà un’ottantina d’anni, i miei cugini una sessantina e chi s’è visto s’è visto.

Poi per lavoro io un giorno di molti anni fa avevo deciso, per una serie di ragioni che sono lunghe da spiegare, che non mi volevo occupare di tre mercati: USA, Canada e Cina. Per oltre vent’anni ci sono riuscita brillantemente, schivandoli fin dove ho potuto. Una sola volta ho fatto una cosa a New York, ma degli altri non volevo sapere niente di niente.

Potevo mai immaginare che in piena mezza età tutti e tre mi piombassero tra capo e collo? Eccoli qua: USA, Canada e Cina, the day of wine and roses. Perché come dice un proverbio che mi ha insegnato la mia collega canadese: “Per quanto tu possa svegliarti presto al mattino, il tuo destino si è alzato un’ora prima di te”.

E dunque, un po’ seccata di dovermici recare, ho fatto una di quelle cose che mai, mai e poi mai faccio: sono partita impreparata. Così impreparata che non ho guardato una mappa, non ho visto il sito dell’albergo, non mi sono informata di metro, ristoranti, cose da vedere. Niente. Il mio collega mi aveva stampato una microguida che non ho guardato. E addirittura mi sono talmente tanto disinteressata del tutto, che pensavo di tornare sabato e invece era di venerdì. Insomma, sono partita che non ero io, abulica e scocciata, con l’idea del freddo come unica preoccupazione. E la sera che siamo arrivati e abbiamo detto facciamoci un giro dell’isolato, il mio unico commento è stato: mamma e che bruttezza, ‘sta città.

Né la sensazione visiva è migliorata al mattino seguente: sette e mezza del mattino ancora notte, alle otto una cappa plumbea, pioggia. Ma siccome il nostro primo impegno era nel tardo pomeriggio, non è che potevamo starcene tutto il giorno in albergo a strafogarci di pancake, sicché armati di cappotto, sciarpa, cappello, guanti, stivali foderati, mutande di lana, maglietta termica e ombrello, siamo usciti.

Alle otto Toronto era vuota. Totalmente vuota. Non un’anima viva. Vuota alle nove, vuota alle dieci. Vuota. Potevo mai immaginare che il fatto di zia Carolina era vero e stavano tutti sottoterra?

E deve essere stata questa vuotezza, unita al bisogno di camminare e camminare per sconfiggere il freddo, che mi ha innamorato, un po’ per volta, fino a farmi arrivare a sera, e poi ai giorni seguenti, totalmente felice, inebriata, appassionata, dandomi allegramente della stupida per essere ricaduta per l’ennesima volta nella trappola della prima impressione.  Perché l’intuito è importante, ma la pazienza lo è di più.  Perché io lo so, lo so sempre che in tutte, tutte le cose, si annida una bellezza, a volte immediata, a volte segreta.

Ma quando ho freddo, fuori e dentro, perdo la pazienza. Con le cose e le persone.

(continua…)

La lunga strada verso casa

novembre 4, 2016

La nostra odissea inizia alle 14.00, quando dal centro di Montréal chiamiamo un taxi che dovrebbe portarci entro mezz’ora al massimo all’aeroporto.
Il nostro volo è previsto alle 17.00.
Non abbiamo pranzato, non abbiamo bevuto, non abbiamo fatto shopping nella città sotterranea.
Ci siamo detti – io e Fabio detto Furio, per evidenti e ovvie ragioni di precisione e puntualità – che avremmo fatto tutto nell’aeroporto di Montreal: mangiare, bere una birra, far pipì e comprare sciroppi d’acero e statuine inuit a profusione.
Corriamo rapidissimi al check in per sbarazzarci del nostro bagaglio ed essere liberi, quando la gentile addetta, in un misto di inglese e italiano, ci informa che non possiamo partire senza l’ESTA, il visto per gli USA. Noi siamo provvisti di un’ETA, che ci è servito per il Canada, del resto a New York siamo solo in transito. Nessuno ci ha detto niente di questo visto.

Ma non c’è niente da fare: veniamo spediti in una stanzetta tristissima per procurarci questa S che fa la differenza tra i due visti, senza la quale non possiamo tornare a casa.
La stanzetta dei visti è degna dei migliori incubi burocratici: alcuni divani marroni dai rivestimenti lisi e strappati in più punti, un unico computer occupato al momento da una famigliola franco-canadese, che pazientemente richiede il visto per ciascun membro.
Il pc è inflessibile: vuole conoscere mail, numero di cellulare e lavoro del bimbetto di cinque anni, e senza queste informazioni non consente di procedere.

I francocanadesi sono ironici e disperati a un tempo. Noi pure.
Ma intanto il tempo passa, noi dobbiamo mangiare, bere, far pipì e comprare souvenir e invece siamo in una situazione kafkiana.
Finalmente tocca a noi.
Digitiamo certosinamente tutti i dati richiesti rispondendo alle domande del pc americano.
No, non abbiamo mai avuto una seconda identità. Non abbiamo commesso frodi o truffe. Non siamo in bancarotta. Abbiamo un datore di lavoro, sissignore, sta a Roma. I nostri genitori, vivi o morti che siano, si chiamano Pinco e Pallino. Per qualunque cosa, questo è il numero di telefono da contattare. E no, non prendiamo farmaci salvavita e neppure siamo stati in Sudan, Libia, Iraq o Yemen dopo il 2011…guagliu’, noi tre ore in transito a New York dobbiamo stare, e che miseria!
Dopo il pagamento di 14 dollari usa sonanti, ci viene chiesto di stampare la ricevuta, ma il pc non ha stampante. Quindi coi cellulari facciamo una foto che esibiremo al momento del bisogno. La schermata dice che la concessione del visto richiederà da 30 minuti a 72 ore. Tra 72 ore noi dovremmo essere già a casa da due giorni. Qualcosa non quadra, a meno che non sia una mera formalità, una farsa per sottrarci i dollaroni.
Torniamo al check in dalla gentilissima signora italocanadese.
La signora si chiama Rosa D. e parlando parlando si scopre che è quasi compaesanella mia: padre di Rocca d’Evandro e mamma di un paesello del casertano mai sentito, una cosa tipo cinquecento o mille abitanti.
Se non fosse che abbiamo perso oltre un’ora e mezza con l’ESTA, ci fermeremmo ad ascoltare la storia di famiglia, ma dobbiamo ancora caricare i bagagli.
A Montreal, siccome sono un po’ boscaioli e self made man, i bagagli te li devi pesare e caricare da solo su un carrello che li inghiotte e li porta via.

Fatta anche questa.
È il momento della dogana.
I passeggeri vengono smistati su due ingressi secondo criteri imperscrutabili: famiglie smembrate, coppie divise, di qua i belli di là i brutti, scapoli contro ammogliati, boh, non si capisce.
Io e Fabio detto Furio non subiamo discriminazioni e passiamo quella che tecnicamente è una pre-frontiera americana in territorio canadese.
Via le scarpe, mani in alto, radiografia del torace per vedere se tieni la bronchite, l’asbestosi o chissà che, forse un’arma di distruzione di massa sotto all’ascella. Non sia mai iddio che tieni un fazzoletto in tasca o la carta di una caramellina, ci sta un negro tanto che urla e ti fa spogliare sano sano. Secondo Fabio è capace di farti togliere pure i tampax, per evitare ogni rischio.
Riusciamo a passare la frontiera senza grandi drammi.
La mia borsa risulta suspicious e viene passata al vaglio di un metaldetector e altro oggetto a me ignoto che però rivela che sono una brava persona.
Mentre ci rimettiamo le scarpe e il maglione ci accorgiamo che l’aereo parte fra dieci minuti e facciamo una corsa folle senza mangiare, senza bere, senza fare pipì e senza comprare i souvenir.
Vabbè, dài, ci rifacciamo a New York, tre ore a JFK, hai voglia ‘e fa’.
Ma a JFK, per prima cosa dobbiamo andare in un altro terminal.
Dopo tutta la sicurezza e i controlli della prefrontiera, ci fanno girare liberamente per strada, come se non fossimo passeggeri in transito. Entriamo e usciamo dall’aeroporto senza alcun divieto.
Ci cerchiamo il banco dell’Alitalia per capire che dobbiamo fare e ci danno due carte di imbarco. Una delle due serve per il precontrollo prima del controllo. Che sembrerebbe un’aggravante burocratica, invece a quanto pare è una cosa che ci fa risparmiare tempo, perché noi siamo passeggeri prioritari, club Ulisse e tutti quei fatti vip là.
Non solo.
Sulla carta di precontrollo di Fabio ci sta scritto TSA, che in codice vuol dire che quando passerà il controllo, ha il diritto di non togliersi le scarpe.
Io invece me le devo togliere.
Protesto, anche perché a Montreal mi sono accorta che dopo i dieci chilometri a piedi della mattina per andare in ufficio e tornare, si è bucato un calzino.
Ma niente da fare, pare che questo TSA non si possa concedere a tutti. E nemmeno si capisce sulla base di quali criteri venga concesso.
Ribatto pacatamente che qua più che il TSA ci vuole un TSO, ma per non continuare la polemica andiamo a fare questo precontrollo, che dura più del controllo stesso.
Dopo altra mezz’ora siamo tutti controllati.
Ci prendono le impronte digitali.
Con i nostri passaporti pieni di visti e le nostre carte di imbarco in mano, che si guardano in lungo e in largo, ci fanno domande a trabocchetto tipo:
Siete in partenza?

Ma stasera dove andate?
A Roma.
E da dove venite?
Da Montréal.
E quanti giorni siete stati?
Due, tre.
Due o tre?
Due notti e tre giorni.
Come ti chiami?
Brunella.
Dopo aver appurato che siamo proprio noi e non altri, ci lasciano liberi.
Sono le 20.00: dobbiamo ancora mangiare, bere, far pipì e comprare i souvenir.
Ma il Terminal 1 è quanto di più triste esista nella storia di tutti gli aeroporti del mondo.
Niente souvenir.
Un po’ di pipì.
Vabbè, non ci resta che mangiare. Dopo una giornata di merda, facciamo gli sboroni e andiamocene a farci fare due coccole nella vip lounge Alitalia!
Ma l’America è un paese democratico, e la VIP Lounge ricorda una situazione cinese da anni ’70.
Un frigorifero gigante offre panini semicongelati e immangiabili. O un’insalata di pomodorini e cuori di palma. O un hummus ai peperoni inqualificabile.
Ci sono dei chocochips con un retrogusto di cartone ammuffito, incoerentemente croccanti grazie all’olio di palma di cui sono composti per l’80%.
Il Primitivo di Manduria si beve nei bicchieri di plastica.
Un’ondata di snobismo antidemocratico ci assale.
Mi sento trattata contemporaneamente come una povera crista che voglia immigrare clandestinamente e una vip scrausa.
Di colpo capisco come si fa a votare Trump e ho paura di me.