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La preghiera è una palla. Ma non nel senso che immaginate.

settembre 24, 2010

Trascinata dal vortice del rientro, dell’inizio scolastico, dei miei esami, quasi quasi mi stavo dimenticando di scrivere della costa.

Invece no, eccola.

E mo’ ditemi voi quale santa è capace di farvi guadagnare un giorno imprevisto di viaggio. Eh sì, a Marrakech ci siamo resi conto della discrasia tra pianificazione e prenotazione  e che ci ritrovavamo con una notte in più da spenderci in giro. Eh, e quella santa Yasmina che ci tiene!

Sicché abbiamo ripartito il tempo tra Essaouira, Oualidia, El-Jadida e Casablanca.

A Essaouira ci attendeva il destino, sotto forma di un alloggio che si chiamava Maktoub, che in arabo, appunto, vuol dire destino. E di un ristorante che si chiamava Mon Rêve, all’altezza del suo nome, ma non del suo conto, complice la signora Asmaa, che ci aveva condotti fin là per poi raccontarci a spanne della Mudawana, il nuovo codice della famiglia che nella pratica vieta la poligamia e per la prima volta istituisce il concetto di mantenimento dei figli in caso di divorzio.

L’escursione termica da Marrakech a Essaouira è impressionante: dallo sforzarmi di essere più leggera possibile – e coperta a un tempo per non turbare gli islamici –  all’indossare un fuseaux, un pantalone di tela, due o tre magliette, giubbotto e sciarpa tuareg in meno di due ore, ci si può anche rimanere secchi. Meno male che avevo preso quel paio di chiletti, nonostante il ramadan.

Essaouira è bellissima, sembra il Portogallo. In verità tutta la costa sembra il Portogallo, solo che nel Portogallo c’è il fado e in Marocco la musica gnawa. “Gli Gnawa sono i discendenti degli antichi schiavi provenienti dall’Africa occidentale (Sudan, Mali, Guinea). Integratisi in seguito con la popolazione locale, si sono organizzati in confraternite, creando un culto originale che mischia elementi africani e arabo-berberi. Gli Gnawa praticano, da secoli ormai, un rito di possessione (derdeba) che si svolge nel corso di un’intera notte (lila), da mezzanotte alle sette del mattino. I musicisti, dopo aver eseguito il loro repertorio profano, iniziano a suonare il repertorio sacro, alla fine del quale, aiutato da una veggente addetta al culto, uno dei danzatori entra in trance, posseduto dallo spirito invocato.”

Che non appena sono arrivata nel suk mi sono immediatamente comprata un disco, pensando di entrare in trance, ma niente. Di essere messa in contatto con qualche djinn, anche piccolo. Ma niente da fare.

E’ che io questa costa non la so descrivere, come tutto quello che è paesaggio e bellezza della natura.

Allora racconterò dei tipi rasta, gli alternativi.

Essaouira è la patria di un festival  di musica gnawa che ogni anno ha sempre più partecipanti. Alì Babà mi ha pure fatto vedere un film scemino ma simpatico, che sullo sfondo ha questo fatto qua.

E allora, al Caffè Sicilia, si concentrano tutti questi tipi auanagana, che a differenza degli altri marocchini, non solo si accompagnano alle femmine, ma pure a quelle straniere, violando le logiche degli spazi, della segregazione e della promiscuità. Tuttavia, anche l’alternativo di turno, con mio enorme stupore, non viola i precetti alimentari e sta lì, buono buono e morto di fame, ad aspettare le sette e un quarto per la zuppetta, il dattero e una sigaretta. Solo che poi si accende uno spinello.

Che a me questa cosa mi ha fatto ridere e stupire a un tempo. La trasgressione controllata.

Un’altra cosa trasgressiva sono le donne sulla spiaggia.

A Essaouira manco l’ombra, ma Oualidia, rinomata stazione balneare per casablanchesi ricchi e niente affatto turistica, la spiaggia pullula di mamme, nonne e ragazze emancipate e moderne, che fanno il bagno in burkini, sorta di jellaba in tessuto rapido da asciugare e che, non gonfiandosi di acqua, evita contemporaneamente ogni possibilità di annegamento, preservando l’estetica nazionale.

La platea maschile, accaldata e affamata, non disdegnava tuttavia i lati b decorosamente esposti da turiste straniere, in numero esatto di tre, me inclusa. Non abbiamo avuto tempo per condurre un sondaggio di opinioni sul tema, e dunque siamo rimasti perseguitati dall’inquietante interrogativo:  non cosa penseranno di noi, ma cosa penseranno di loro, i nostri uomini che ci consentono tutto ciò.

Cornuti e felici?

Fortunati e pappemolli?

Va a saperlo.

E intanto, mentre loro si preservano la virtù delle donne – ma anche questo è un luogo comune, più che altro vale il concetto della contaminazione, come ci insegna la brava Mary Douglas, quando dice che una società che difende ossessivamente le gerarchie e vieta gli sconfinamenti sessuali, è una società in cui il potere dominante, nel nostro caso quello maschile, si sente debole, insicuro – le loro donne fanno la fila dai chirurghi plastici di Casablanca per chiedere di sottoporsi con sempre maggiore frequenza alla ricostruzione chirurgica dell’imene, per evitare sgradite sorprese all’indomani della prima notte di nozze.

El Jadida è un’inutile città dominata dai portoghesi, che di bello ha solo una cisterna molto scenografica e dunque dopo un paio d’orette e anche meno spese nel tentativo di farcela inutilmente  piacere, puntiamo su Casa, come la chiamano affettuosamente i marocchini.

Dopo chilometri e chilometri di cammino a piedi per riuscire a ottimizzare fino all’ultimo tutte le risorse temporali, nutriti solo di tè alla menta , Yasmina chiude il nostro viaggio mettendoci davanti due italiani simpatici, con i quali finiamo imprevedibilmente a cena. Sono quei tipi che parlano di destino, di caso, di necessità, di energia, di inevitabile, di poteri superiori e hanno sempre una storiella a dimostrazione degli enunciati.

Quand’ecco che ci mettono al corrente di un fatto incredibile: la preghiera è una palla.

O meglio: gli effetti della preghiera sono una palla.

Ma non nel senso che immaginate. No, tutt’altro. Pare che la concentrazione di energia durante la preghiera serale sia monitorabile a vista. Per tutta la sera scattiamo foto al cielo – siamo a poche centinaia di metri dalla Moschea di Hassan II, la più grande del Maghreb – e man mano che la notte avanza e i fedeli nella moschea diminuiscono, le palle scemano.

Se non l’avessi visto non ci crederei.

Tornati a casa il Secretario recupera una foto del Salone Margherita e ci dimostra che anche il tango è una palla. Nel senso di cui sopra.

L’ho sempre detto, io, che tutto ciò che si fa con passione diventa energia, preghiera, pratica zen. Tutto.

L'hammam? Questione di punti di vista.

settembre 13, 2010

La Volpe del Deserto ci aveva sconsigliato di dormire a Ouarzazate, come avevamo previsto, e bene aveva fatto, considerata l’assoluta finzione del posto, consigliandoci invece di arrivare ad Ait Benaddhou, scenario naturale di tutta una serie di film in costume, città che di volta in volta simula la Persia, l’antica Roma e finanche se stessa, dove la nostra Yasmina si incarna in Dominique, Frédéric e Aicha, mamma e figlio francese, nuora berbère, titolari di un albergo delizioso con una cucina superba in cui capitiamo a causa dell’altro albergo in cui eravamo diretti e che era inspiegabilmente chiuso e di una puntata in altra topaia, come di prammatica.

Dopo aver annusato lenzuola e cuscini, che ormai è la mia pratica quotidiana prima di dare l’occhèi definitivo e aver provato ictu nasi e non priva di un certo razzismo, che non c’è traccia di fluidi corporali berberi, decreto.

Alì Babà, questo albergo deve essere nostro.

Ma quanto costa?

Mo’ vado a sentire…mmmhh…dice 200 dirham a persona con la mezza pensione…totale 400.

Gazelle, ma sei sicura? Ma hai capito bene? Guarda che questo posto è troppo chic, domani paghiamo 400 a persona, ma tu sei sicura che hai capito bene?

Ho capito bene.

Chiedi un’altra volta.

Chiedo un’altra volta.

Ma sei certa?

Ora, se c’è una cosa che mi fa nervosa è quando uno mette in dubbio che io conosca il francese, sicché taglio corto e stabilisco che se ho capito male, chiameremo la Finanza.

C’è una terrazza stupenda, piena di vento. Se non fosse che siamo appena scesi dall’Atlante, direi che si vede il mare. Solo noi e un’altra coppia, parlano tutti a bassa voce, cucinano una pastilla, madò, che paradiso.

Dopo cena ci facciamo una passeggiata e aiutiamo un venditore berbero analfabeta a scrivere una lettera in italiano.

Per ringraziarci decide di leggermi la mano, i polsi, le falangette, il collo, le clavicole e qualunque altra parte scoperta del corpo. Poggia le mani di qua e di là, sotto l’occhio vigile di Alì Babà, dopodiché afferma con certezza che sono divorziata e ho una figlia con un altro uomo, che ho perso un genitore da non molto e che tra due mesi esatti riceverò una notizia bellissima. Stante la veridicità delle prime due affermazioni, decido all’istante di prendere per buona la terza e mi pongo in fiduciosa attesa.

Raccogliamo in quel di Ait Benhaddou un’altra delle perle di saggezze che di tanto in tanto ci forniscono, e che stavolta suona così: sai qual’è la differenza tra un cammello e una donna?

Il cammello ti serve per attraversare il deserto, la donna per attraversare la vita.

(Sempre a patto che sia coperta, velata, che non abbia accesso al mercato dei beni, che non voglia monetizzare il suo lavoro, che metta al mondo almeno tre maschi e cose così, ça va sans dire!)

Dopo aver visto tremila ksour il panorama comincia a farsi monotono e siamo tutti eccitati dall’arrivo a Marrakech, ignari – ahinoi – che questa città è un incubo che si rivela tale fin dal primo istante: caldo, folla, un’aggressione continua per le strade, cibo pessimo.

La famosa piazza patrimonio morale e immateriale dell’Umanità è un delirio: orde di turisti si accalcano intorno alle bancarelle, orde di berberi si sfogano in attesa della cena. Unica cosa positiva: la galanga, un’eccitante bevanda a base di ginseng, zenzero, cannella, noce moscata, chiodo di garofano, lavanda, anice stellato, cardamomo e un altro paio di cose. La spacciano come viagra marocchino e pare faccia miracoli. Noi invece per due sere di seguito, ci addormentiamo all’istante, che pure, col caldo che fa, è un discreto miracolo.

Stanchi e accaldati e anche un po’ stressati, decidiamo di ricorrere ai buoni uffici dell’hammam di fronte casa. Che siccome siamo tipi duri, noi mica andiamo a questi hammam per turisti, macché. Noi andiamo a quello pubblico, quello che costa 10 dirham, con le signore e i signori marocchini veri. E’ dall’inizio del viaggio che lo desideriamo, e non abbiamo mai avuto tempo. E’ dall’inizio del viaggio che favoleggio di hammam orientaleggianti sotto l’influsso di pittori francesi e femmine languide e discinte, dopo che Alì Babà, la sera prima di partire per il Marocco mi ha portato pure in un posto scicchissimo a Roma a fare tutte quelle cose di acqua vaporizzata, essenze profumate. Che mi ha portato pure a Saturnia. Che abbiamo passato sabato scorso tutto il giorno alle terme a sudare e sciaquettarci. Insomma, è un dato certo che siamo tipi da bagno turco, noi.

Partiamo belli attrezzati con guanto di crine, sapone nero che puzza da morire ma fa la pelle bella bella, io la porta di sinistra, Alì Babà in quella di destra.

E qui le versioni dei fatti divergono. Io fornirò la mia.

Appena arrivo all’hammam si prendono le mie cose in custodia, per miseri cinque dirham, e mi chiedono se voglio un massaggio. Io lo vorrei pure, ma non ho sufficiente denaro con me, sicché desisto. Mi dicono allora di spogliarmi e tenere su le mutande.

Dopodiché mi mettono in mano un secchio grande e uno piccolo, per l’acqua calda e la fredda.

Dopo un po’ mi si avvicina una gigantessa nera che aveva sentito la storia del denaro e decide di offrirsi per strigliarmi tutta quanta. En amitié.  Poi si avvicina un’altra e mi regala dell’henné per la pelle, poi un’altra ancora che mi offre un impacco di argilla per i capelli. Così, tra una chiacchierella e l’altra, sedute per terra in mezzo ai vapori caldi e l’acqua bollente che ci scorre ovunque, se ne passa un’oretta abbondante. Dopodiché rilassata, morbida e profumata, mi siedo nello spogliatoio per assistere al miracolo della vestizione. Fuori ci sono quarantasei gradi.

La giovane marocchina di fronte a me indossa, nell’ordine, un mutandone di lana a costine lungo fino alle caviglie, una maglietta della salute a mezze maniche, una tuta di felpa in due pezzi, la tunica di rigore e l’hijab fermato con una spilla, fino a pesare dieci chili in più. Io che sono un’infedele, mi metto pantaloni e magliettina e corro a casa, pensando di prendermi un libro e salirmene in terrazza a guardare il tramonto, immaginando che Alì Babà si sia perso nei fumi vaporosi e che arriverà bello, morbido e profumato come me, tonico e sbarbato.

Macché.

Trovo un uomo incazzato nero.

Ma che è successo?

Che è successo? Che cosa NON è successo, vorrai dire.

E mi fornisce la sua versione dei fatti. Che non è dissimile, no. E’ proprio un altro fatto.

A questo punto fuggiamo a gambe levate da Marrakech, è la fine del sogno berbero.

Ci attende la costa, l’oceano, il destino.

Ah, les berbères, les berbères!

settembre 10, 2010

Frastornata dagli eventi del giorno precedente, rimetto puntualmente la sveglia senza tener conto del fuso orario e alle cinque di mattina siamo in piedi, vispi come grilli, puntualmente senza colazione, senza caffè, senza carta igienica, senza asciugamani, senza nemmeno uno yoghurtino di stramacchio comprato dal mercante, perché sono le sette di mattina, non sa quanto costa e si rifiuta di vendercelo.

E qui va fatta una parentesi sul Ramadan.

Il Ramadan può esasperare il viaggiatore, che arrivato nel paese col suo bel programmino e la sua tabella di marcia, si trova porte chiuse in faccia, inefficienza totale in alcuni orari del giorno e una certa aggressività da ipoglicemia nell’autoctono a partire dalle diciotto. E tuttavia viaggiare durante il Ramadan ha i suoi indubbi vantaggi: meno traffico, meno stress, meno colesterolo. Ma soprattutto dà la misura di quelle che sono le nostre zone di confort abituale, tipo l’idea di non essere efficienti senza caffè o di non riuscire a connettere per i morsi della fame. Insomma, mi ero quasi innamorata di questo Ramadan, dell’idea dell’importanza del digiuno rituale nelle culture, mi stavo già tracciando paragoni e paralleli a specchio tra le tre grandi religioni del Libro e le differenze nelle modalità di digiunare, nonché le pratiche e i divieti connessi, con tutta una serie di considerazioni antropofilosofiche che vi risparmio ma che non mancherò di approfondire in altro momento, quando mi sono imbattuta in due articoli. Uno, decisamente faceto, sul dispendio calorico nelle attività religiose. L’altro  assai interessante, che riduce enormemente la portata spirituale della faccenda.

Torniamo a noi e a santa Yasmina che pareva latitare.

E invece.

E invece era tutto previsto dai suoi disegni. Se non avessimo speso un intero pomeriggio per uscire da quella maledetta quanto splendida foresta dei cedri, avremmo completato la nostra tappa con i centocinquanta chilometri residui, ma l’avremmo completata in ogni caso di notte, e questo ci avrebbe impedito di godere di uno dei panorami più mozzafiato del Marocco, la porta aperta sul sud, il più grande palmeto del paese, che si estende per oltre cento chilometri. Un cambio radicale di vegetazione, architetture, abbigliamento, colori: la Valle del Ziz.

Ma soprattutto non ci saremmo trovati all’incontro col destino che Yasmina aveva predisposto per noi e che si materializza in una tenda berbera issata su un belvedere e abitata dalla Volpe del deserto, un berbero piacione, dotato di italiano forbitissimo, senso dell’humor accattivante,  thé alla menta q.b., che nel giro di dieci minuti ci vende una notte nel deserto a un prezzo che inspiegabilmente non contrattiamo, ammansisce le nostre volontà e ci traveste  da comparse per film in costume, ci traccia un itinerario scritto per i giorni a venire, dandoci dritte per le strade, indicazione su dove dormire e modificando in parte le nostre programmazioni e se a un certo punto non mi fossi ribellata, ci avrebbe venduto anche uno ksar da ristrutturare, fatto pagare la retta per tre studenti all’università Al-Karaouine e un’intera fornitura annuale di datteri.

Seguono litigata in francese nel corso della quale mi sparo tutte le parolacce che conosco, anestetizzo l’antropologa che è in me impedendole di inibirmi con la menata del rispetto delle differenze culturali e poi successiva riconciliazione rituale, saluti e baci.

A questo punto, chiede il lettore, perché mai accettare le proposte della Volpe nel deserto?

Per un motivo ben preciso: perché le due strutture cui ci propone di far capo nel deserto e alla successiva tappa alle Gole del Todra si chiamano Yasmine e dunque non possiamo sottrarci all’omen divino.

Sicché dopo un altro centinaio di chilometri la strada finisce nuovamente e inizia una pista sabbiosa di 14 km, un’ora intera per percorrerla con circa duemila gradi celsius nell’abitacolo, indicazioni desertiche precise che ci portano a casa Yasmina, dove peraltro scopriamo che la Volpe del deserto ci ha fatto pagare un prezzo che è quasi la metà di quello normalmente richiesto.

Il deserto è silenzio, dunque incommentabile. Silenzio puro, in cui senti solo la tua vena giugulare che pulsa e perdi la nozione del tempo. Le lunghe zampe dei dromedari ti trasportano in una visione onirica alla Dalì, mentre il Quartetto Cetra mi rimbalza nella testa e mi fa sorridere tutto il tempo. Ci addormentiamo alla belle étoile e ci risvegliamo alle cinque, io in stato di rigor mortis da congelamento ma felice, granello di sabbia coeso a tutto il resto e con il premio della miglior prima colazione marocchina, pronti a raggiungere le Gole del Todra, dove passare la notte nell’hotel Yasmine, meraviglia incastonata nella roccia, nel punto più stretto della gola e che al nostro arrivo ci delude perché non ha nemmeno una stanza libera.

Santa Yasmi’, e mo’?

E mo’ ci incamminiamo lungo la gola, dieci chilometri di trekking sotto il sole, consumo idrico stimato in otto litri temperatura pediluvio, quando vaghezza ci punge, prima di ricominciare il nostro tragitto in auto che in serata dovrebbe condurci alle Gole del Dadès, di andare a vedere un momento con la macchina cosa c’è proprio in pizzo alla montagna, come se non ci fosse mai capitato di restare imprigionati su una gola, a noi e non sapessimo a che rischio potremmo andare incontro.

E c’è un villaggetto minuscolo e berberissimo che si chiama Tamtattoucht, dove inutilmente cerchiamo di procurarci l’ennesima bottiglia d’acqua, ma nessuno ci dà udienza. Acqua, eau, agua, water, voda, wasser, lo chiediamo in tutte le lingue, ma niente da fare. Sudati e disidrati stiamo per riprendere il cammino verso il basso, quando ci si avvicina un losco figuro che parla un poco di spagnolo e ci chiede che cavolo ci facciamo lì sopra, non prima di averci procurato una bottiglia d’acqua. Quando sente che stiamo andando a cercarci da dormire a valle, ci propone invece di restare in paese, dove suo cugino ha un alberghetto.

Io e Ali Babà ci guardiamo fissi negli occhi e scorgiamo il yasminico brillìo: andiamo a vedere.

Opperbacco: un alberghetto tutto per noi, vista sulla gola. C’è tutto: lenzuola pulite, carta igienica, asciugamani, arietta fresca. Come fossimo a casa nostra.

Ci danno una tinozza per fare il bucato, mi permettono di andare in questa cucina di soli uomini a imparare la tajine di agnello, ci facciamo un giro nel villaggetto, unici stranieri, e ci raccattiamo tutti i bambinetti del paese.

La sera, mollemente adagiati in giardino, riceviamo la visita del signore che ci ha condotto lì, che viene a farsi due chiacchiere. Quando a un certo punto, non so come mi viene, sarà il clima di giovialità, chiedo se per caso da quelle parti si pratichi ancora la hedra, un’antica cerimonia musicale con effetti terapeutici, sorta di danza di possessione simile ai contesti musicali descritti da De Martino nella Puglia tarantata. La hedra è una cerimonia con molti significati: cura le depressioni stagionali, come in Puglia, rafforza la solidarietà femminile, in un contesto in cui le donne possono permettersi di cantare e danzare le loro disgrazie, alla presenza di cantori maschi che, una volta finita la cerimonia, potranno riferire ai padri, ai mariti e alle famiglie delle donne coinvolte, i loro malesseri e bisogni, ma soprattutto, proprio similmente a quanto avviene con il tarantismo, era l’espressione di un male culturale, della frattura tra l’egemonia araba, il governo del Makhzen, e la lenta e progressiva distruzione dell’economia e della cultura berbera.

Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe, manco il tempo di dire hedra e il cugino albergatore, insieme al cuoco e a tutto il gruppo di amici, tirano fuori tamburi d’ogni sorta, strumenti gnawa, violini,  amplificatori e, partendo dalla hedra (di donne però manco l’ombra, durante il Ramadan devono diventare più invisibili che mai, l’astinenza dal contatto sessuale rende l’uomo più che mai vulnerabile alla diabolica seduzione femminile!) ci fanno una festa di ore, cantano, suonano e coinvolgono Alì Babà in una danza di bacini ondeggianti ripresa in un video con il quale lo ricatterò fino alla fine dei suoi giorni.

Quello, il fidanzato mio, balla il tango, spiego al gruppo di musicanti e ballerini che si compiacciono di tanta maestria.

Insomma, a una cert’ora concludo che è meglio che ci ritiriamo nei nostri appartamenti. E’ vero che questi musulmani maschi si tengono la mano per amicizia, però pure questo fatto che io sono l’unica donna e non mi guardano proprio mentre non hanno occhi che per Alì Babà, un poco mi impensierisce.

Ci addormentiamo sull’onda delle percussioni, che continuano fino in mezzo alla notte, ora dell’abboffata rituale.

Buonanotte, santa Yasmi’.

Merci de votre comprehension

settembre 8, 2010

(…continua) In questo Marocco ogni tanto ci si incazza pure, specie nelle grandi città, dove la pressione sul turista è fortissima. D’altronde dovranno pur smistare i trecentosettantadue milioni di babbucce gialle che si producono quotidianamente e tutti gli articoli di pelletteria e gioielleria di purissimo dromedario e argento berbero.

Stando alle dichiarazioni ufficiali dei venditori circa la provenienza delle materie prime, risulterebbe che la popolazione del Marocco sia costituita almeno al 75% da dromedari e possegga i maggiori giacimenti mondiali di argento, nonché, vista la proliferazione del mobilio in profumatissimo legno di cedro, che siano titolari di tutti i cedri del mondo.

Su quest’ultimo punto ci sentiamo di confermare il dato.

Sicché dopo essere stati omaggiati da un’altra delizia gastronomica, il piccione ripieno di semola e uvetta, siamo partiti per iniziare la parte naturalistica del nostro tragitto.

Prima di imbarcarci alla volta di Ifrane vogliamo solo precisare che a Fès si sente la carenza di un dirigente comunale come Hanging Rock, che prontamente si occuperebbe di delocalizzare le produzioni conciarie nella Fès Est con uno dei suoi progettini nonché di delocalizzare da qualche altra parte tutte le relative puzze e creare incubatori di impresa.

Dunque, carichi di babbucce, kajal, una bottiglia di olio d’argan comprata dal contadino zozzoso e quelle cinque, seimila spezie con cui mi faccio economicamente depauperare ogni volta che varco la frontiera di un paese straniero, partiamo per questa Ifrane, che è una specie di Svizzera messa in mezzo al Marocco, quasi al confine con l’Algeria: montagne, foreste, sci. Ospita un’università importantissima dove studiano tutti i rampolli di quelli che contano e che si picca di essere un luogo di tolleranza e accoglienza.

Ciononostante non ci danno nemmeno un caffè e dunque proseguiamo alla volta delle fonti di Oum Er-Rbia, lungo una strada che via via si restringe, si mangiucchia l’asfalto e al momento, nonostante l’appellativo di Foresta dei Cedri, di cedri pare non offrirne nemmeno uno.

L’enorme flusso turistico paventatoci dalle nostre guide si riduce a due auto, la nostra e quella di una coppia franco-argentina che ci precede.

Per solidarietà di gruppo, ci carichiamo quattro autostoppisti: due noi e due i francesi. Noi ci prendiamo le ragazze. Sono tutti e quattro israeliani, e vengono da un villaggio di quelli occupati, per cui ‘sto Marocco gli pare un’oasi di pace.

Non ci dimentichiamo poi che durante la Seconda Guerra Mondiale il Re ha protetto gli ebrei residenti, rifiutandosi di consegnarli ai nazisti e nascondendoli fino alla creazione dello Stato di Israele. Non ci dimentichiamo che l’Islam è una religione di panza e tolleranza, checché un manipolo di fanatici ci voglia far credere altro. Non ci dimentichiamo delle Andalusie perdute di Jacques Berque, né del Mediterraneo utopico e del mito di Cordova raccontati nel 1935 da Jean Ballard : "Nella tollerante Cordova l’estrema libertà di chiosa non si chiamava nemmeno più eresia e si discuteva di cose che sarebbero state espiate sul rogo cinque secoli più tardi (…) Durante più di tre secoli, grazie all’Islam, vi ha regnato un clima unico dell’anima di cui è difficile non avere nostalgia."

Comunque, a un dato momento ci fermano tollerantemente i gendarmi: un uomo di mezza età, autorevole e col baffone si affaccia al finestrino e chiede: Madame, che per caso avete visto quattro stranieri che facevano l’autostop?

In quel momento mi si affacciano tutti i pensieri possibili: dobbiamo dire sì? Dire no? Saranno terroristi? Sarà reato caricare autostoppisti? Porteranno droga? Siamo accusati di favoreggiamento?

Le ragazzette non sanno una sola parola di francese e hanno i visi puliti. Il gendarme insiste: avete mica incontrato quattro ebrei che chiedevano un passaggio?

Guardo smarrita Alì Babà e alla fine confessiamo: ebbene sì, stanno qua.

Il gendarme si apre in un enorme sorriso e ci spiega che poiché in Marocco è cosa assai insolita fare l’autostop, i quattro sono seguiti nel loro tragitto per garantirne l’incolumità. Tira fuori la comunicazione segnaletica, appura tutto contento le generalità (Eh, Madame, ve lo dicevo, io. Ho sentito l’odore, altro che…) e poi passa alle indagini: dove pensate di passare la notte, signorine e signorini?

Io e Alì Babà facciamo da interpreti ufficiali: alla fonte.

Ma alla fonte non ci sono strutture.

Dormiamo in sacco a pelo.

In sacco a peeeeeloooo? Madame, dormono in sacco a pelo, due uomini e due donne…madame, ho capito bene?

Sì, ha capito bene.

Troppo sornione, il gendarme. Ha la faccia di quello che anche lui, in gioventù, tornasse indietro, farebbe una cosa simile. Altro che, se la farebbe. In sacco a pelo, due ragazzi e due ragazze. Altro che.

Ci lascia andare, ma non passano dieci minuti che arriva sparato alle fonti per appurarsi di aver davvero capito bene. I quattro israeliani sono sorridenti e confermano. Il gendarme è letteralmente conquistato e precisa che lui sarà lì, a fare il turno tutto il tempo, a disposizione per tutto.

Invece, dopo nemmeno due ore, mollati gli israeliani, fatto il trekking alla fonte, non lo troviamo più, proprio quando ci serviva sapere se per andare verso l’Atlante era meglio andare di qua o di là.

Così ci arrangiamo da soli: Alì Babà vuole andare di qua, tornare indietro e prendere la statale, io voglio andare di là, per quella strada segnata sulla mappa che ci fa accorciare trenta chilometri, il che, visto lo stato della strada appena percorsa, non sarebbe male.

Dirime la controversia un berbero di passaggio e la Gazelle si aggiudica il percorso.

Bello, il percorso. Migliaia di cedri altissimi, uno strapiombo sotto di quasi duemila metri, rocce rosse di argilla. Guarda, guarda, fa Alì Babà. Guardo, guardo, rispondo io.

Ogni scorcio merita una foto. Fermo qua, fermo là. Intanto il tempo passa e sulla montagna si assembla una nuvolaglia simile a quella di tre giorni prima, quella dell’alluvione.

Per strada nessun’auto, nessun turista. Ogni tanto un berbero a cavallo e una tenda accampata.

Ah, che natura incontaminata. Ah, che vista selvaggia. Ah, che silenzio, che solitudine. Ah, che cedri centenari. Ahhhhhh….la strada finisce all’improvviso, segnalata da un bel cartello: Merci de votre  compréhension. Proprio che finisce. Impossibile tornare anche indietro, si può solo proseguire su una pista, mezza franata dall’alluvione.

Yasmina, dove cazzo stai?

Silenzio. Yasmina non risponde.

Settanta chilometri in tre ore e mezza, mentre nelle nostre teste si addensano pensieri incomunicabili. Dimagriamo a vista, cercando di farci coraggio. Vedrai, fa Alì Babà, ora arriviamo a fondo valle e andrà meglio. Intanto io controllo il cellulare, che ovviamente ha perso ogni segnale. Ma quand’anche?, mi chiedo. Quand’anche succedesse il peggio chi chiamo? E che dico? Dove siamo?

A fondo valle è l’angoscia pura: chiusi in una gola col cielo sempre più nero e i segni incombenti delle recentissime frane. Anche un respiro di troppo può divellere l’ennesimo cedro. Topolina arranca ma resiste. Sgranocchiamo un paio di biscotti che abbiamo comprato per i momenti di emergenza durante il Ramadan, vedi calo improvviso degli zuccheri. Questo è un momento di emergenza, è evidente. Due biscotti, non di più, che gli altri quattro ci servono per il peggio.

Mi immagino passare la notte in una tenda berbera dalla quale non faremo più ritorno, io dedita a tessere tappeti e Alì Babà che pascola le capre. O io coinvolta in una poligamia di fatto col berbero puzzolente e Alì Babà…già, e Alì Babà? Sicuramente maritato con un’undicenne nel nome di Allah, padre di Alì, Mohammed, Fuad e chissà quanti altri, che lì nella tenda berbera non c’è manco la televisione.

Riusciamo finalmente a uscire dalla foresta mentre inizia l’acquazzone. Tre ore e quarantacinque di terrore. Restiamo a lungo in silenzio, è notte e dobbiamo ancora valicare l’Alto Atlante e arrivare alla Valle del Ziz.

La nostra tappa quotidiana non potrà essere compiuta. Scavalliamo e ci fermiamo per eccesso di stress e stanchezza nel primo posto che capita, un’inutile cittadina di montagna in cui ci sono un souk  e due alberghi: uno sporchissimo e uno infrequentabile. Scegliamo quello sporchissimo, che reca le tracce di antichi fasti, ma che oggi è frequentato da svariate famiglie di scarafaggi.

Dopo aver mimato con una certa intensità espressiva al personale la mia richiesta di carta igienica, scuotono la testa e ridono.

Forse Santa Yasmina era nel pollo allo spiedo che hanno preparato apposta per noi, unici ospiti, col sughetto assai poco halal di fegatini e interiora, dopo più ore di digiuno di quelle che farebbe il più devoto islamico. Ma forse.

Santa Yasmina, ora pro nobis. Ovvero: come un incidente di percorso muta la prospettiva delle cose.

settembre 6, 2010

A partire da questo momento Flounder e il Secretario assumono un nome in codice, un’identità conferita loro dai marocchini lungo il viaggio e mai smentita: la Gazelle e Alì Babà.

Saliti a bordo della topolina, cilindrata 1000 abbondanti e priva di climatizzazione, ci incamminiamo alla volta di Meknès. Dopo manco un’ora già ci fermano per eccesso di velocità e ci fanno una ramanzina.

Per la strada, ancora incuranti del clima da Ramadan che sta per avvolgerci e sobillati dalle nostre guide, una Routard e una Lonely Planet (appropo’, non andate MAI in Marocco con la Lonely Planet, deve trattarsi della guida di un altro paese cui hanno cambiato il titolo in stampa) che ci raccontano di enormi congestioni stradali, di un traffico pe-ri-co-lo-sis-si-mo (si sa, francesi e australiani non sono avvezzi a guidare nei Quartieri Spagnoli o a via Marina a Napoli), di un turismo soffocante che impone ritmi serrati e invade tutti gli alberghi disponibili e del rischio false guide, che come arrivi in un posto ti acchiappano e ti portano dove dicono loro e forse dopo ti rapinano pure, telefoniamo a uno degli hotel segnalati per prenotare, fosse mai che ci trovassimo costretti a trascorrere la prima notte in auto.

Lo splendido Hotel Agadir ci attende, raro esempio di topaia con servizi in comune e concetto personale di igiene. Ma proprio molto personale. Oppressi dalla situazione usciamo subito e veniamo acciuffati da una falsa guida nelle cui grinfie cado all’istante accattandomelo per tutto il pomeriggio.

La falsa guida è programmata con un generatore di informazioni randomizzato. Ricorrono i seguenti lessemi: qui dove mangia, qui dove dorme, qui dove prega, qui dove compra, qui dove impara cinque colori del Marocco, qui cooperativa di donne e poco altro, ma ecolalicamente ripetuto contemporanemanete in tre lingue.

Dopo poco beviamo per strada dalla nostra bottiglia d’acqua, ma le popolazioni di strada, affamate e assetate, esprimono veementemente il loro dissenso.

Alle sette la città si svuota. Nemmeno un’anima per strada.

Come due poveri cristi ce ne andiamo a cena nella città nuova, unici frequentatori del tristissimo ristorante Gambrinus. Nessuno dei due osa dire all’altro che questo primo impatto col Marocco è avvilente. Alì Babà forse si sente in colpa per avermici portato, io mi sento in colpa per non aver perorato più del necessario la causa armena. Alle dieci di sera la vita riprende: aprono i negozi, un casino di pazzi per strada che sale dalle finestre fino alle tre della mattina.

Ci consoliamo dicendo che questo è il nostro banco di prova. La giornata si intitola: istruzioni per il Marocco.

Alì Babà, metto la sveglia alle 7 per domani.

Va bene.

Poi mi scordo di regolare il fuso orario e la sveglia squilla alle cinque.

A partire da quel momento il Ramadan si abbatte su di noi: la vita inizia a mezzogiorno e in ogni caso niente caffè, niente colazione. Niente di niente fino a che non si sente un Allah U Akbar che restituisce vita, speranza e calorie.

E’ il passaggio epocale dalla vita del sedentario urbanizzato a quella del nomade berbero, dalla dieta mediterranea all’approvvigionamento di banane e datteri nel mercatino fetente da consumare segretamente nell’abitacolo surriscaldato della vettura, insieme a una bottiglia d’acqua de bersi tutta d’un fiato, prima che raggiunga i quaranta gradi nei cinque minuti seguenti.

Schifati da Meknès partiamo per Fès. Tappa intermedia: la città romana, bellissima, di Volubilis, dove Alì Babà scatta ottomila foto e  si fidanza brevemente con alcuni capitelli, mentre io mi innamoro dei mosaici e frugo gli scavi alla ricerca di luoghi riparati in cui fare segretamente pipì, al riparo da occhi indiscreti e dalla furia di Allah, dopo gli innumerevoli litri d’acqua bevuti.

Non paghi dell’errore del giorno precedente, prenotiamo telefonicamente un’altra bettola, precisando che arriveremo tardi, in serata. Nel frattempo si abbatte un’alluvione devastante che procura una serie di danni fino all’Atlante e anche oltre (lo scopriremo nei giorni a venire) e lemmi lemmi arriviamo a Fès per scoprire che hanno dato via la nostra stanza, ma non prima di aver salito tre piani a piedi con due valigioni.

In quel momento un superchiattone con la faccia da falsa guida cerca di aiutarci, ma noi ci siamo fatti furbi e non diamo confidenza a nessuno. Imprecando e trascinandoci i valigioni nella melma, entriamo nella famosa medina di Fès.

Le guide e gli amici ci hanno detto che uno si perde e non si trova più, nella medina di Fès. Che è pericolosissima. Anche più di Bari. Anzi, che se Fès avesse lu mere sarebbe una piccola Beri. Allora noi stiamo attenti. E’ che ancora non abbiamo scoperto che invece non si perde nemmeno un bambino e ci fidiamo delle informazioni terroristiche forniteci.

Un giovanotto ci adesca per portarci a dormire in un posto che sa lui.

No.

Sì.

No.

Sì.

Stremati dalla stanchezza, dalla fame, dalla sete e dall’incessante tortura del ragazzo, lo seguiamo per vichi e vicarielli fino a che si apre davanti a noi il Dar Yasmine, un palazzotto tutto ristrutturato, bellissimo, dove mi mostrano una specie di suite che in definitiva non  costa niente, ma siccome io e la trattativa siamo una cosa sola,  mi impunto fino a che non mi danno una stanza al piano inferiore ma che costa la metà ed è bella quasi uguale, ma proprio bella bella.

A questo punto che vorreste di più?

Io, per esempio, a quel punto volevo con tutte le mie forze una pastilla, questo piatto narrato mirabilmente nel libro della Mernissi, delizia gastronomica a metà tra il secondo e un dolce.

E nientedimeno non lo trovo nel ristorantino di Thami, otto coperti a trecento metri da casa Yasmina, il miglior microristorante del Marocco, che me la prepara all’istante davantiammè?

Alì Babà stabilisce a questo punto che Yasmina è la reincarnazione, la versione sponda sud della dea Fortuna, di cui lui è adepto devoto e immediatamente istituisce un culto e mi proclama sacerdotessa.

Facciamo subito pace col Marocco tutto, compresi i gendarmi e le false guide: un popolo che ha inventato la pastilla è un popolo che conosce ogni sfumatura della sensualità umana. Ecco. E’ un popolo che sa coniugare morte e dolcezza, che vela donne e piccioni per restituirli intatti e profumati all’intimità di lingua e palato.

Un popolo che ha inventato la pastilla è un popolo che se non fa anche il Ramadan soccombe: al diabete e all’eccesso di piacere. Marocchini, io amo la pastilla e sono disposta a sacrificarmi per lei.

Ecco.

Yasmina intanto se la ridacchia, aspettandoci al varco per i giorni seguenti.

(continua…)

Il Marocco? Une affaire de femmes!

settembre 1, 2010

Diventerò una maga.
Cesellerò parole
che danno corpo ai sogni,
e rendono vane le frontiere

(Fatima Mernissi)

Di fatto, io non lo sapevo. E nemmeno avrei potuto lontanamente immaginare di sbarcare, nella mattina di ferragosto, all’aeroporto di Casablanca.

E’ che l’estate era iniziata in modo aspro e aveva preso una piega tutt’altro che simpatica.

Sicché per farmi ancora più male, secca come stavo, disoccupata intellettuale, affettivamente in leasing con l’incombenza della rata finale di riscatto, avevo deciso di andarmene in Armenia a coltivare il gusto del genocidio e le interminabili messe polifoniche.

Poi invece sono partita dapprima per Parigi con la decenne, che finalmente aveva il suo bel permessino di espatrio e in una vague nostalgica l’ho portata fino all’ Institut du Monde Arabe, dove tutto era mutato dall’ultima volta in cui ci avevo messo piede. Uno sfacelo completo.

Restava la piccola libreria, in cui ho preso due romanzi: La traversée des sens e Rêves de femmes : une enfance au harem.  Ho poi scoperto che entrambi sono tradotti in italiano e che il secondo lo avevo addirittura letto, una decina di anni fa.

Il primo racconta di una giovane donna che nel corso della sua prima notte di nozze non riesce ad essere deflorata dallo sposo, gettando disonore su tutta la famiglia. Nemmeno per un attimo si dubita che la causa della notte in bianco possa risiedere in lui. E’ la donna ad essere stregata, così come sarà maledetta dopo, incapace di procreare. Viene dunque affidata ad una conoscente che, con la scusa di condurla dall strega che ha compiuto il maleficio, la inizierà al sesso e alla conoscenza del suo corpo.

Mi ricorda un testo che trovammo per Buràn, niente di speciale letterariamente, ma che ci colpì per la franchezza della narrazione. Cose così non riuscimmo più a reperirne.

Il secondo è il racconto di un’infanzia negli spazi chiusi dell’harem e di una crescita affettiva, emotiva, psicologica continuamente segnata dall’hudud, il concetto di limite, di frontiera, all’interno del quale si dispiegano tutte le possibili energie creative per attuare una sorta di rivoluzione sotterranea e domestica, che si nutre di piccoli gesti trasgressivi, come il masticare chewing gum americani, non essendo formalmente interdetto dal Corano, o ricamarsi grandi foulard con la scritta Vienna, per evocare e sognare lunghe notti di passione danzando un valzer tra le braccia di un amato più moderno.

Così sono entrata in questo mondo di parola, tanto evanescente quanto poderosa. Ancora una volta mi sono detta che siamo fatti di suoni, prima di ogni altra cosa e che bisogna stare attenti a modularli e alle forme che diamo loro. Narrare è creare, parlare è forgiare.

Ma prima ancora, nel corso di antropologia del Mediterraneo seguito in primavera, quasi una sorta di sesto senso mi aveva indotto a scegliere due libri, questo di Vanessa Maher, centrato sui rapporti di patronnage tra le donne marocchine, l’accesso ai consumi e altre cose ‘e femmene e uno sul neoislamismo in Turchia e la ripresa dell’ utilizzo del velo tra le giovani studentesse .

Una cospirazione, dunque.

Una cospirazione che aveva al suo centro la donna, il corpo negato, la segregazione degli spazi e il Secretario, che in mia assenza tramava e prenotava per portarmi sulla sponda sud.

Il Mediterraneo, lungi dall’essere un bacino che unisce, ormai appare più spesso come un fossato che separa. Due tappe fondamentali, il 1992, quando noi siamo diventati più Noi e loro più Loro e abbiamo iniziato una politica europeista sempre più smaccata, inaugurando nel contempo programmi comunitari come il Med – che, qui lo dico e qui lo nego, essendomene occupata fin dal principio, sono forme di neocolonialismo bello e buono. E il 2001, quando la frattura tra il Bene cristiano e il Male islamico si è fatta più radicale, rigettando loro un passo indietro nella storia e noi, guidati da Huntington, sull’idea malsana che i destini del mondo si compiranno solo mediante il sangue e lo scontro di cultura.

Scrive Huntington, in quello che a me pare un delirio, in quanto cancella l’enorme ricchezza delle sfumature e degli incontri di culture che da sempre hanno fatto prosperare questo Nostro Mare comune: "La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro."

Huntington va esattamente nella direzione che aveva preconizzato Said, quando parlando di Orientalismo, ci aveva raccontato il modo in cui, da Dante in poi, Noi avevamo descritto Loro per stereotipi, nel tentativo di creare un’opposizione binaria, un’alterità ossessiva che, più che a definire le loro identità, servisse a confermare la nostra.

E come Said, Daniel Baremboim che tentando di rompere il legame tra Wagner e il nazionalsocialismo, ha dimostrato che la musica è fortemente asemantica, parla allo spirito e non ha connotazione politica: intorno al Mediterraneo si muove come un’onda e accomuna i suoi abitanti.

Che mangiano le stesse verdure, gli stessi cereali e poi finiscono per litigare se sia meglio l’olio di oliva o quello di argan.

Quattro anni fa, a Castro, in Puglia, in un assolato pomeriggio, ho visto anziane donne ricamare e lavorare il tombolo. Erano fuori dalla propria casa, sedute faccia al muro e spalle alla strada, vigilate da un maschio che dalla porta controllava che nessuno rivolgesse la parola e lo sguardo a quelle donne ormai settantenni.

Il corpo della donna è un affare di stato, è un fatto politico. Che ci si trovi a Roma, New York, Tokyo o Marrakech.

Che sia esibito o nascosto, esaltato o ignorato, sfruttato o valorizzato, è il luogo in cui si combattono da sempre tutte le battaglie. Il corpo della donna è uno spazio pubblico.

Ed anche il luogo in cui possono avvenire le riconciliazioni, secondo modalità e sottili giochi di potere che non sempre assomigliano ai nostri.

In Marocco esiste una forte complementarietà nelle attività produttive. Nell’abbigliamento, dove gli uomini cuciono e le donne ricamano lo stesso abito, ornandolo di passamanerie, nelle calzature, nella lavorazione della terra, dove la donna coltiva e l’uomo trasforma. Ovunque, a prescindere da ciò che ci sembra di cogliere con lo sguardo, i due principi, quello maschile e femminile, si fondono.

E tuttavia ho visto donne portare l’hijab in un modo incredibile, legato con due cocche sotto il mento, da tenere strettamente tra le labbra serrate, perché non voli via e al contempo non si proferisca parola.

Ho indossato l’abito berbero, che inibisce totalmente l’uso dell’impura mano sinistra e affida tutto alla destra.

Mi sono confusa, osservando ruoli apparentemente netti e occhi sottolineati dal kohl, seguendo continuità e inciampando in fratture.

Mi sono mancate le donne, eppure erano lì, erano tantissime. Corpi dissimulati e volti esibiti.

Qualcosa era fuori posto. O loro, o io. O entrambe. O forse tutti, ho pensato il giorno in cui ho scoperto che esistono associazioni per la tutela dei diritti degli uomini scapoli, che sottraendosi all’obbligo morale di procreare, sono anche loro fuori posto.

Fare un figlio è dunque un atto politico o resta ancora un atto poetico?

Dobbiamo gettare via il Mediterraneo con l’acqua sporca?, scrivono i brillanti Bromberger e Durand.

Possiamo specchiarci ognuno negli occhi dell’altro? O continuare a fare del porco, del bue e del montone un punto d’onore?

Alla piccola Fatima che chiede quale sia il suo giusto posto al mondo, la zia Habiba, divorziata e dunque privata del diritto di opinione, risponde in segreto: "Se non puoi modificare il mondo dal posto che occupi e nemmeno cambiare di posto, allora sei dalla parte dei deboli".