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La speranza è il nome nobile che talvolta diamo ai nostri vacui e indicibili pretesti.

novembre 5, 2012

Alcune vite – o forse sarebbe meglio dire tutte le vite, in dati momenti – si basano su un pretesto, sull’accidente momentaneo, utilizzato come leva per scardinare positivamente tutto il resto.

Ci sono poi vite – alcune, non tutte – che si costituiscono quasi esclusivamente su pretesti e voltandosi indietro li si può mettere in fila, come una lunga scala a pioli che non conduce da nessuna parte.

O forse sì: un ampio belvedere sul vuoto.

Che non ci si deve sporgere troppo, la vertigine è immensa, la caduta fatale. Sicché conviene aggiungere un altro pretesto e prendere tempo, un altro piolo su cui appoggiare il proprio malfermo passo sperando in un riscatto, prima o poi.

Che non arriverà mai, se non al prezzo di ridiscendere i pioli uno ad uno, a ritroso, sentirli scricchiolare sotto i piedi, talvolta saltare di due, perché nel tempo uno dei pretesti è andato distrutto, dimenticato, e finalmente ritrovarsi con le ginocchia nel fango sottostante.

E forse la mia è una di queste, non lo so ancora per certo. Osservo il fango con un certo orrore e tuttavia un po’ lo desidero.

Rimasi sostanzialmente orfana all’età di sei anni.

Per il resto, mia madre continuò a vivere formalmente e a rappresentarsi quotidianamente nella mia vita. Rimasi orfana il giorno in cui, rientrando da scuola, la trovai in piedi sul davanzale della finestra, che minacciava di buttarsi giù.

Da allora persi la capacità di orientarmi e mi affidai alle mappe.

Ma furono mappe costruite meccanicamente, mappe semplici che non mi informano delle varietà climatiche, delle diversità biologiche, della complessità dei territori mentali che costituiscono l’Altro. Sono mappe che non indirizzano, ferme al tempo in cui furono prodotte, incuranti dei cambi di sovranità degli stati mentali o degli smottamenti prodotti dal tempo.

L’unica cosa che appresi, in quel momento, fu di non essere abbastanza buona per tenerla ferma, nelle pareti di casa, al mio fianco. Di non essere abbastanza.

Io mi ricordo di me che grido, un grido strozzato di terrore.

Ogni tanto me lo sogno, quel grido che mi paralizza, che mi impedisce qualsiasi movimento, che mi vieta di correre per afferrarle le gambe, per timore che un gesto troppo rapido possa sortire l’effetto contrario e spingerla da basso.

Ho un ricordo preciso, di tutto questo, benché sia occorso in una frazione di tempo brevissima e fulminea.

In quell’istante di tempo c’è stata un’implosione, nella mia testa: si è aperta una voragine che ha ingoiato tutto quanto si stava venendo a formare. Poi è ricresciuta l’erba, lì sopra, ma la terra della mia testa non mi ha mai restituito quello che aveva inghiottito. Sicché credo che oggi sia andato definitivamente perduto.

Ho condotto molti scavi, lì intorno, ma sempre affiorano frammenti indecifrabili: l’archeologia della mente è una scienza incerta, procede per teorie continuamente falsificabili.

Al suo posto, invece, sulla cicatrice della mia crosta cranica, è spuntato un ricordo rigoglioso, rampicante, che si insinua dovunque.

Mio padre restò fermo, impassibile. Tirò un profondo respiro e con voce ferma disse: buttati.

Lei si bloccò e piano ridiscese dal davanzale, per il tramite della stessa sedia che aveva utilizzato per salirci.

Cosa avvenne dopo non lo ricordo più.

L’unica cosa che rammento è che per un momento pensai che se lei si fosse davvero tirata giù, sarei rimasta accanto a un orco, un uomo insensibile. Ho impiegato anni e anni per farmi un’idea del fatto che non fosse esattamente così, ma non so se davvero ci sia ancora riuscita. Ho dati che non entrano nella mappa e forse non posseggo dati che la illuminerebbero. Mi manca la scala delle distanze emotive, l’altimetria delle vette del sentimento.

Mia madre aveva dei bellissimi denti, bianchi e perfetti.

Si era andata convincendo che avessero cominciato a ballarle tra le gengive e che di lì a poco li avrebbe perduti. Aveva meno di trent’anni e trascorreva l’intera giornata davanti ad uno specchio ben illuminato, avvalendosi dell’ausilio di uno specchietto più piccolo che si posizionava in bocca, a scrutarsi il palato e a toccare uno per uno i denti per controllare se fossero al loro posto, con il risultato, dopo mesi di esplorazione, di farseli davvero dondolare un pochino e far sanguinare le gengive.

Non riesco a ricordare se si fosse mai rivolta a un dentista, nel frattempo, ignorandone completamente le rassicurazioni, o se semplicemente mio padre avesse bollato la sua preoccupazione come una fissazione da non alimentare ulteriormente.

Fatto sta che apparentemente, nella mia testa, fu il terrore di perdere i denti a portarla sul davanzale. L’elemento scatenante della sua morte irreale.

Dopo quarant’anni mia madre continua a sognare denti che cadono.

Ed ogni volta se ne lascia intimorire. Ed ogni volta sono  presagio di lutto. E anche quando non lo è, è come se fosse.

Il giorno in cui svenni, spezzandomi un incisivo, otto anni fa, mi sentii presa dal terrore di ciò che potesse rappresentare. Il dente è stato ricostruito e non mostra imperfezioni, ma la frattura si è spostata in un luogo più interno, come una sorta di monito contro il pericolo del mordere.

Come Cappuccetto Rosso anche io devo stare in guardia dal lupo. E’ solo che il lupo ormai abita dentro di me e in alcune notti di luna piena non riesco a tranquillizzarlo. Allora vaga e mi morde le carni. A volte fugge, e torna dopo aver ucciso. Non per fame. Proprio come i lupi, che dopo lunghe carestie, uccidono tutto quanto trovano intorno, come per pareggiare i conti con la natura.

Dopo alcuni mesi dall’incidente del davanzale mi mandarono a vivere dalla nonna: pensavo a mia madre tutti i giorni, ossessivamente, al rischio che di nuovo potesse provare a tirarsi giù da una finestra. E che io non sarei stata lì a tentare di salvarla, che l’orco l’avrebbe spinta giù e poi sempre più giù.

Invece non ci provò mai più, ma nemmeno fu più felice o serena. O forse non lo era mai stata. Non so dirlo.

Non sapevo che anche lei saliva sulla sua scala di pretesti, incapace di scegliere se ridiscendere coraggiosamente nella melma o lanciarsi forsennatamente nel vuoto.

Rimasi dunque orfana, con l’imperativo di costituire il minor disturbo possibile. Ma non ci riuscii un gran che.

Dovetti essere pessima, piuttosto, perché dopo una decina d’anni assolutamente caotici fu mio padre, questa volta, ad andar via, per un tempo che a me parve lunghissimo. Ci lasciò dopo una scenata che distrusse mezza casa, ci impose lividi su tutto il corpo e un disperato bisogno di rifugiarci altrove.

La sua partenza ci precipitò in un tempo che avremmo potuto riempire se non di pace, quanto meno di serenità.

Ma non fu possibile.

Mia madre, l’ombra, alternava lamenti a scenate, minacce a penosi tentativi di impietosimento, improperi e autoumiliazioni. In quei mesi fummo più vicine all’ombra di quanto lo fossimo mai state: era l’unica cosa che ci restava e benché inafferrabile, benché impenetrabile e priva di sostanza, tuttavia l’unico riferimento possibile.

Un altro bambino, uno che fosse rimasto formalmente e sostanzialmente orfano, ne avrebbe subito sicuramente un danno. A me il mio pareva il peggiore di tutti, impediva di elaborare il lutto, di fare i conti con la perdita, di passare oltre. L’ombra era lì, tutti i giorni, e come una donna vera respirava, si nutriva, chiedeva cose e ne imponeva altre. Obbedivamo a un fantasma potentissimo che ci risucchiava energie senza rigenerarci, ma era troppo difficile da spiegare a chiunque.

Lo è ancora oggi, che abbiamo appreso le parole per dirlo, ma non la forza per pronunciarle per intero.

Mia sorella sedeva per ore sul letto, dondolandosi ossessivamente e sbattendo la nuca contro il muro, fino ad addormentarsi nel suo stesso stordimento.

Io mettevo parole in fila e poi strappavo i fogli prima di rileggerli, per paura che l’ombra conoscesse i miei veri pensieri e me ne privasse. Talvolta li mettevo in bocca e li masticavo, pezzetto dopo pezzetto, fino a farne una poltiglia quasi insapore che mandavo giù con ampi sorsi d’acqua.

Pensavo che il mio corpo, visto in controluce, sarebbe diventato una filigrana di parole e che un giorno, senza bisogno di parlare, qualcuno avrebbe letto la storia che raccontava, l’avrebbe decifrata, ricostruito per capitoli e paragrafi il caos con cui io la andavo stratificando e costruendo.

Mia madre si lasciò cadere in una lenta e vorace depressione, dalla quale emerse solo dopo mesi, forse un anno, uno e mezzo, quando lui tornò, in forma e affettuoso, e la portò a fare un giro in auto.

Le dissi: se esci da questa casa e vai con lui, ti odierò per sempre.

Non sapevo ancora che accade anche così, per brevi e folgoranti impulsi. Credevo che l’amore vero fosse questione di continuità e presenze. Lo avevo imparato per contrasto e fatto girare lungamente nella testa, in mezzo al vortice di tutti i pensieri. Infilato nelle fibre della carne, in attesa che qualcuno lo leggesse e me lo restituisse come fatto compiuto.

Lei scese lo stesso, e tornò, bella e innamorata, anche se sarebbe durato poco, pure questa volta.

Quel giorno imparai che un tradimento è semplicemente una promessa non mantenuta, un enunciato smentito da un’azione. O da una mancata azione, è lo stesso.

Quello che forse mai più imparai fu riuscire a distinguere tra le promesse che realmente riceviamo e quelle che da sole si formano dentro di noi, per una fame incontrollabile di appartenenza. Che non si chiamano promesse, ma speranze.

Se sono molto grandi, illusioni. Deliri. Onnipotenze.

E che nessuno dall’esterno può tradire, ma esclusivamente colui che da solo le ha formulate dentro di sé come ennesimo piolo di una scala di pretesti che non conduce in nessun luogo.

Ogni pretesto è solo un tradimento a se stessi.

Ricordi

luglio 19, 2010

Non esistevano i cellulari e scendendo dal traghetto, quello stesso pomeriggio,  ci informarono della strage di Capaci. Ricordo che piangemmo. Di tanto in tanto ci incontriamo ancora, è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa tutti insieme. G. oggi ha lo sguardo spento, il cervello in panne e non ci riconosce quasi più, M. è al secondo marito e secondo figlio, io avevo curve e rotondità e quasi nessuno spigolo, A. è ancora tutto spigoli, P. abbraccia P., ma poi sposerà il fotografo. Quella sera stessa finii in ospedale per un inizio di shock anafilattico, per un morso di zanzara su una vena. Ventotene era bellissima, la stanza piena di gechi e una cucina enorme. S. cucinò per tutti, R. e N. lavarono i piatti. Di lì a poco avrei rinunciato alla borsa di dottorato a Tokyo e mi sarei trasferita a Roma. Credo che sia stato l’ultimo momento lieve, totalmente lieve, che abbia vissuto. E nonostante tutto non tornerei indietro mai, mai, mai. Mai.

Timeo Danaos et dona ferentes

aprile 9, 2010

Mi aspettavano, stanotte.

Me ne sono accorta infilando la chiave nella toppa di casa e iniziando lentamente a girare. Come se all’improvviso il brusio che avvertivo in sottofondo fosse scomparso. E sì che pensavo che quel brusìo fossero i miei pensieri, quelli che involontariamente mi affollano tutti gli spazi mentali non appena salgo in macchina e appoggio le mani sul volante.

Così quatta quatta sono entrata, ho acceso la piccola lampada sull’étagère di fianco alla porta e le ho trovate lì, in un silenzio che sembrava dire: eccoti, finalmente a casa, era ora, chérie. No, per dire: siamo qui da un pezzo, mancavi solo tu. Stai bene, cara? Benone, si direbbe, con questo nuovo taglio di capelli e questo maquillage un po’osé – non certo in assoluto, un po’ osé per te, che sei sempre così volutamente acqua e sapone –  sfaldato dal sonno, dal segno degli occhiali. Sembreresti anche affamata, si direbbe. Hai per caso davvero fame?

Ho deglutito, come quando si riceve una sorpresa non gradita. La visita di vecchi conoscenti di passaggio nella tua città, ad esempio. O quei vicini pettegoli e inopportuni che ti si piantano sul divano e non la smettono di sparlare degli assenti. O creditori stufi di attendere, che non andranno via finché non otterranno il dovuto.

Mi sono guardata intorno. La stanza era piena e se andavano spedite per i quattro angoli della casa, con sicurezza.

Alcune le ho riconosciute.

Quelle che conosco da sempre. Leggermente invecchiate, ma appena appena, quasi un niente.

Devono avermi letto nel pensiero, perché quasi in coro hanno affermato:  ci teniamo in forma, noi, in costante esercizio. All’età nostra, poi, è pericoloso lasciarsi andare, si rischia un tracollo improvviso, la scomparsa prematura.

Alcune tenevano in braccio delle creature più piccine, in tutto e per tutto somiglianti, come fossero state delle figlie o sorelline minori.

Un po’ alla volta si sono presentate tutte, anche quelle che avevo incontrato una sola volta in una determinata occasione, senza possibilità di approfondirne poi la conoscenza: meteore arrivate e sparite. Le piccine mi hanno fatto un inchino. Qualcuna aveva la faccia dispettosa e si intravedeva con chiarezza il germe di un cattivo carattere che non avrebbe tardato a svilupparsi.

Alcune non erano giovanissime, ma mi erano del tutto sconosciute. Ammiccavano sornione, per nulla disturbate dalla mia smemoratezza. Dicevano: embè, prima o poi bisognava incontrarsi. Con un sorriso di complice inevitabilità.

Ed erano contente di essere lì, partecipi di tanta bella compagnia. Tutte parlottavano tra loro, ridevano, mi lanciavano sguardi carichi di significato, di sottintesi. Erano belle, paffute e rubiconde. In piena salute.

Dopo i convenevoli di rito – nel frattempo arrivavo al frigorifero dove una di loro mi assisteva nella scelta di cosa mettere nello stomaco, giacché ero quasi formalmente digiuna e di questi tempi non è che possa permettermelo più di tanto, poi passavo in bagno a struccarmi e infine in camera da letto, dove almeno tre giacevano addormentate sotto il mio piumoncino, come se il mio letto fosse stato il loro, diamine – ho cercato di arrivare al dunque.

A che devo?, ho esordito. Volevo aggiungere “il piacere”, ma mi sembrava decisamente ipocrita.

Ma niente, cara, niente. Stai tranquilla, siedi qua. Nulla di incomodo, davvero. Una festicciola, tutto qui. Una riunione di famiglia, se vuoi vederla così.

E’ che siete tante, stasera. Ma davvero tante.

Ma non siamo mica contro di te, lo sai, del resto!

E’ che non ero tanto sicura di questo, ma non ho ribattuto per non intavolare polemiche in piena notte.

E allora – ho cercato di prendere l’iniziativa in modo gioviale e propositivo – vogliamo parlare di qualcosa? O data l’ora non è forse il caso di andare a nanna e proseguire domattina? Nel frattempo potreste riposare un po’ anche voi…

Mi hanno guardato deluse e francamente anche un po’ disgustate.

Data l’ora, data l’ora, ha ripetuto una delle più nerborute. E’ questa l’ora adatta, direi.

E le altre sembravano grosso modo annuire, salvo un paio di gemelline che sbadigliavano e sarebbero volentieri sparite.

Ho qualche strano pensiero, in effetti – ho esordito per non trascinarla troppo per le lunghe.

Ma lo sappiiiaaaaaamo, lo sappiiiaaaaaamo – flautavano alcune di loro. – E’ per questo che siamo qui, per assisterti, consigliarti, confortarti. Come sempre, insomma.

Mi facevano cerchio intorno, erano vicinissime. Alcune più distinte e nitide di altre, mentre un irrefrenabile prurito mi prendeva la testa e ne cadevano animaletti verdastri e color sabbia, carichi di zampette pelose. Mi sono detta che data l’ora se avessi chiuso gli occhi e poi li avessi riaperti all’improvviso, sarebbero sparite.

Ma facevano cerchio, ed erano sempre più vicine.

Deve essere stata l’alba quando mia figlia si è svegliata ed è venuta a cercarmi.

Che fai qui, mamma? Perché non dormi?

Adesso andiamo insieme, le ho risposto. Tu continua a dormire, io ci provo, magari adesso ci riesco.

Alla vista della bambina sono scappate via, come per un improvviso senso di vergogna. Un  paio le ho viste infilarsi sotto il letto. L’ultima, la più temibile, con sguardo severo mi ha detto: torno più tardi.

E come sempre, sapevo che era da prendere in parola.

 

——

Stanotte si sono date appuntamento nel soggiorno di casa tutte le mie paure, nessuna esclusa. Anche quelle che mai pensavo minimamente di avere. Ho provato a rabbonirle con tisane, biscottini, favole della buona notte. L’unica cosa alla quale non ho pensato è stata di tramortirle con il valium o farle esplodere, per quanto ne avessi i mezzi.

Credo di aver dormito in tutto un’ora e di avere avuto una pazienza sacrosanta, di aver ascoltato rimostranze e desiderata di ognuna di loro.

Stamattina avevo perso tutto il peso recuperato faticosamente in una settimana.

Quanto stancano, certe conversazioni!

Canto notturno di un pastore errante per casa (titolo provvisorio). Sottotitolo: il destino è una scelta o una necessità ? *

maggio 20, 2009

Una decina di anni fa, forse dodici o anche tredici, mi trovavo in viaggio in Turchia, al volante di un Alfa33 che soffriva malamente sulle strade non asfaltate e con il motore al minimo dei giri.

Faceva caldo, caldissimo.

E nel percorrere una strada secondaria che da Ankara tagliava l’Anatolia e si insinuava lungo la Cappadocia fino a Konya, pensavo che se un giorno avessi mai avuto l’intenzione di sparire, era lì che mi sarei rifugiata, in una di quelle casupole immerse nell’erba secca e tra le spighe ingiallite  dal sole.

Per strada non vedevi donne, quelle poche che incontrammo tiravano un carrettino, come buoi. Erano sempre in coppia e a bordo del carretto c’erano il marito e una serie di masserizie.

Ecco una delle applicazioni utili della poligamia, pensavo tra me e me. Altre non ne intravedevo.

E’ che in realtà non sapevo che in quel momento esatto ero anche io parte di un triangolo e che lei, l’altra, in quel momento percorreva gli stessi territori.

Un’automobile ci sorpassò. A bordo c’erano tre ragazze europee.

Il mio compagno mi chiese di frenare e lasciarle passare, per poi accelerare e raggiungerle, poi si sbracciò a salutare.

Ma chi saluti?

Boh, rispose lui, mi sembrava di conoscerle.

Ora anche una stupida ammetterebbe che al centro di una steppa desolata il fatto di salutare con tanto entusiasmo l’equipaggio di una Punto debba dar da riflettere.

Se poi ci aggiungiamo una serie di altri dettagli che per brevità non sto qui a riferire, concluderemo inevitabilmente che la stupidità ha confini talmente estesi che prima di comprenderla e toccarla per intero occorre decisamente del tempo.

Diciamo che per eccesso di autostima mi collocavo temporaneamente al di fuori dei limiti, in quella zona grigia dove già la buona fede inizia a perdere consistenza e assomigliare a qualcos’altro.

Simile a  un disegno di Escher, in cui un cuore piano piano si sfalda, le sue curve dolcemente si allentano e prendono la forma di corna bufaline.

In realtà, più che stupida, io amo definirmi curiosa. Mi piace vedere dove arriveranno le cose, se lasciate a loro stesse. In qualunque circostanza io osservo a lungo, lascio che la trama si svolga e prenda forma il disegno. Solo quando è definitivamente chiaro, intervengo drasticamente per mettere il punto. L’ultima volta è stata ieri mattina in ufficio: il distacco interiore si consuma silenziosamente e senza esibizionismi.

E’ una buona soluzione, a mio avviso. Indubbiamente si perde del tempo, ma lo si recupera successivamente, in termini di assenza di rimpianto e inutili colpevolizzazioni. Un po’ come andare al cinema e pagare il biglietto: nessuno ti ci obbliga. Se il film fa schifo puoi continuare a vederlo con distacco, nell’attesa di un implausibile colpo di scena o per esercitare un corretto potere di critica.

In vita mia ho abbandonato una sala cinematografica solo un paio di volte, e ancora sto qui a chiedermi come sarebbe stato l’epilogo. Una volta era Amos Gitai, un’altra un pallosissimo film d’amore e politica con una pessima Binoche.

In questo lungo viaggio non privo di svariati incidenti di percorso, oltre alla guida e al tentativo di osservare il disegno, avevo un altro importante compito: leggere – a voce alta – Quel pasticciaccio brutto di Via Merulana.

Da sempre, da quando frequentavo la prima elementare, leggo a voce alta per chi mi sta intorno.

Che sia il discorso di fine anno, il saggio di Rousseau al corso di Filosofia della politica, la Prima Lettura nel corso delle cerimonie nuziali di tutti gli amici, il programma del seminario o il benvenuto alla delegazione ostrogota, non c’è dubbio che la cosa toccherà a me.

Dicono che ho il pathos e la voce giusta.

Un’altra delle cose che mi tocca fare sempre è scrivere le cose a mano. Dicono che ho la grafia chiara e incisiva e la mano ferma. Sarà.

Ora, il caso volle che nel viaggio di ritorno, verso Salonicco, un camion che ci precedeva si ribaltò, bloccando la circolazione per circa due ore. Per la precisione, trasportava pollame, sicché le piume rimasero malamente appiccicate all’asfalto invaso dal carburante e si dovette aspettare l’arrivo di camionette spargisale per poter ripartire senza pericolo, il che mi permise di completare la lettura dell’opera e il puzzle della faccenda.

Io a via Merulana ci sono particolarmente legata, del resto ci ho abitato per un lungo momento, e dunque la lettura mi dava particolarmente gusto. Così mentre leggevo scorrevo a memoria i portoni, la piazzetta prima dell’Esquilino dove c’è quel fornaio che fa panini meravigliosi, l’odore delle betulle.

Come già ho avuto spesso modo di dire, per alcune cose io sono dotata di pessima memoria. In generale le trame e i fatti bruti. Come pure le date. Ragion per cui sono sempre andata malissimo in storia, per l’incapacità di collegare cronologicamente le vicende. Ragion per cui, per gli stessi motivi, sono sempre andata male anche nella storia della mia vita, per l’incapacità di ricordare la cronologia dei fatti salienti e farne tesoro.

Ciò suscita in me una certa ammirazione, smaccatamente tinta da invidia, per quei tipi che partecipano ai giochi a quiz dove c’è da sapere tutto su un determinato argomento. Non c’è nulla che io conosca bene, e quel poco che so è doviziosamente mixato con una miriade di fatti inutili.

Per contro, mi ricordo delle reazioni e di tutte le sfumature sensoriali legate a un fatto.

Il risultato è una memoria cenestesica, con brevi flashback e sensazioni di piacere o di disagio, di benessere o malessere.

Questo per dire che io di quel libro non è che mi ricordi come vada a finire o cosa succede nel durante. L’unica cosa che mi viene in mente è che quella Zamira lì sembrava buona buona e invece da lei poteva aspettarcisi di tutto. E questa cosa a tutt’oggi mi procura un lieve senso di nausea e di sfiducia nel genere umano.

Insomma, per via dell’incidente, a Igoumenitsa perdemmo il traghetto e ci toccò aspettare il giorno successivo, in una pensione che non aveva stelle e nemmeno pianeti, dove io continuai a esercitarmi nella pratica del distacco interno e lui in quella della mancanza di contatto esterno.

Al rientro mi aspettava ancora un lungo viaggio. Avrei dovuto mollare l’auto e proseguire in treno per Milano, dove temporaneamente abitavo.

Non so se vi sia mai capitato di abitare due posti contemporaneamente. Avere due case, entrambe arredate, possedere il doppio delle cose per non essere costretti a trasbordarle inutilmente di qua e di là. Ecco, io la trovo una situazione alquanto sgradevole: si finisce per non appartenere a nessuno dei due luoghi, per sentirsi un po’ frammentati. Oppure si definisce l’uno come luogo principale, nel quale progettare e mentalmente disporsi, e l’altro come residenza secondaria, con quel sentimento perenne di sospensione e non-esistenza, sicché tutte le cose che vi sono contenute perdono senso e spessore, come se fossero irreali.

Di lì a poco sarebbero accadute una serie di cose.

Quella più significativa fu l’inversione dei luoghi. La residenza principale divenne mentalmente la secondaria, per colpa di una Zamira, la stessa delle bionde steppe,  che si infilò tra le mie lenzuola e poi pretendeva di offrirmi spiegazioni, giacché le cose non erano come sembravano, nonostante sembrassero assolutamente come invece erano. Poi nel tempo scomparvero del tutto dalla mia vita, lei e quella stanza da letto.

Porto memoria di alcune serate in quella casa, di una cena preparata al tavolo con una pietra ollare e di un pomeriggio trascorso a montare il telo della doccia su una parete tufacea che non reggeva i chiodi a pressione. Una casa che ho amato moltissimo, tortuosa e piena di ripostigli segreti e fessure.

La residenza secondaria divenne per converso l’unica, ma durò solo poco tempo. Dopo qualche mese mi toccò traslocare di nuovo, salutare il Duomo, il portinaio e i conoscenti tutti.

Da allora – quasi fosse un male incurabile o un tic insopprimibile – vivo con lo sfondo di un sentimento costante di non-appartenenza. La mia stessa casa, che pure abito con amore e gusto, mi pare a volte priva di fondamenta. Come certe abitazioni nella zona basca di Francia, che venivano smantellate e rimontate altrove, in occasione del matrimonio dei figli.

Come se poggiasse su un tappeto anatolico che un giorno o l’altro si involerà e ci trasporterà in un altro luogo di cui oggi non ci è dato ancora sapere, ma che a volte compare in certe fantasie che reclamano un nome.

* Sottosottotitolo: danza del ventre, flusso di pensieri e colite

Un'autobiografia (s)ragionata

aprile 20, 2009

Brunella detta Flounder nasce a Napoli il 24 aprile 1967, di mattina.

Da allora darà sempre bellissime feste di compleanno, ché tanto il 25 è festivo e si può far tardi senza problemi. Perché organizzati si nasce, non ci si diventa.

Nel 1969 vede l’uomo sulla luna e capisce che lei invece è un’altra. Scopre così il funzionamento della reazione a catena, il concetto di reciprocità, il calembour, la differenza tra mano destra e sinistra e la sessualità infantile.

Nel 1971 le dondola precocemente il primo dente, che perderà non prima del 1972. E’ l’evento scatenante della poetica della precarietà, che caratterizza tutta la sua opera successiva e permea lo spirito di sopportazione di quanti la circondano.

Nel 1974 sogna per la prima volta la palude, sogno che insieme a quello della madre superiora con il velo incollato ai capelli, la seguirà anche in vacanza all’estero. Per lo spavento cade dal letto e viene presa in ostaggio dalla sua produzione onirica, che si installa in modo del tutto abusivo e parassitario nella sua esistenza, senza licenza, senza pagare contributi e facendo i turni notturni, tutto al nero.

Nel 1978 deve essere accaduto qualcosa, ma non lo ricorda. Anni dopo pagherà profumatamente un analista junghiano per scoprire che non era accaduto praticamente nulla. Poi ne pagherà un altro freudiano per curare la delusione. Poi si fabbricherà dei ricordi fasulli per fregare l’inconscio. In un prossimo futuro conta di invertire il trend e farsi pagare per raccontarli. O anche di restare in silenzio, che forse è meglio.

Nel 1982 raggiunge il suo record personale di altezza: 1 metro e 52, ad oggi rimasto praticamente imbattuto.

Nel 1985 perde la verginità, ma per fortuna era assicurata contro furti e smarrimenti. Anni dopo la ritrova e scopre che in realtà la prima era solo una copia. Quella vera la mamma gliel’aveva conservata in cassaforte.

Nel 1989 si imbarca su un cargo battente bandiera giapponese dove si nutrirà per mesi di sushi liofilizzato e alga wakame. Cerca di organizzare la resistenza eurocentrica leggendo Il Grande Meaulnes, Il diavolo in corpo e La lingua salvata, poi cede sfinita allo strapotere locale e si abbandona a  Mishima e Tanizaki.

Nel 1993 ha una crisi depressiva e un gelo al cuore che cerca di curare omeopaticamente pattinando sul ghiaccio,  con discreto successo e qualche sbucciatura. Si appassiona ai fiori di Bach, a Carlos Gardel e al cous cous. La notte sogna catarticamente di uccidere la sua capufficio e di sparpagliarne le membra nei paesi ACP. Al mattino i sensi di colpa la rendono emaciata e vagamente somigliante a Leonarda Cianciulli.

Nel 1996, dopo molte insistenze e vibranti appelli da parte del suo fidanzato, alla fine accetta di lasciarlo (ad un’altra) e di fuggire (da sola)  nel golfo di Guinea, dove per mesi si nutrirà solo di igname e gamberetti postulandone le intrinseche qualità amnestiche.

Nel 1998 si infila in un tunnel e stipula – a sua insaputa – un mutuo con un avvocato civilista che un giorno la condurrà verso la libertà. Però un giorno, eh, mica adesso.

Nel 1999 si riproduce. La sua stanza da letto è ancora sotto l’analisi del RIS, che da anni cerca di scoprire l’arma del delitto.

Nel 2000 si imbatte in una conoscente che la schiaffeggia a bruciapelo apparentemente senza motivo. Dopo due ore di conversazione isterica si scoprirà che era la donna cui aveva lasciato il suo fidanzato e la cui vita ne è stata irrimediabilmente distrutta. Chiede un risarcimento, ma la pratica viene archiviata per scadenza dei termini di garanzia e rimborso. In compenso diventano amiche, che di questi tempi mica è poco!

Nel 2004 apre un blog senza licenza e la sua vita cambia da così a così. Da così a così. Aspe’…da così a così. No, da così a così. Mome’, che metto un disegno.

Nel 2006 inizia a farsi crescere i capelli, in laboratorio. Provateci voi, ve’, co’ ‘sti cespugli. Dai, provateci. Visto che non è facile?

Nel 2008 compie quarant’anni per la seconda volta e si innamora di un archeologo per la prima. Lui ama le sue rughe ma lei non lo capisce, ha un cuore da Demetra e un poco si schermisce. Talvolta ballano il tango e lei sospira e traspira. Lui di più, però.

Nel 2009 a scopo terapeutico e anche un po’ onanistico si reiscrive all’Università e quando le chiedono: ma tu stai con l’onda?, lei risponde: io? Ma se nemmeno guido il motorino! No, sto a piedi. Però non ride nessuno. Nello stesso anno compie quarant’anni per la terza volta. Lo scopo non è quello di entrare nel Guinnes dei primati, ma di consentire alle amiche più giovani di recuperare lo svantaggio di base senza timore di arrivare in ritardo. Si chiama altruismo.

 

Sto per entrare in questo nuovo anno di vita barcollante tra l’idea hillmaniana che il modo in cui agiamo è esattamente ciò che siamo e lo choc di aver appreso, questa mattina che Vio Barco, figlio di un ex presidente della Colombia e mio compagno di studi in giovinezza, alto, biondo, occhio ceruleo, di mamma svedese e di cui tutte noi fummo pazzamente innamorate e al quale preparammo con diligenza parmigiane di melanzane, tortellini col ragù e quant’altro, ha fondato una grandissima associazione per la tutela dei diversi, nel suo paese, dopo il suo intenso coming out.

Per un’incredibile coincidenza mi resta una foto che ho rivisto ieri sera e che ci ritrae insieme nel giorno del mio ventitreesimo compleanno, in cui siamo addossati ad una parete, lui sorridente e pacato, io con il viso impertinente.

Nei nostri sguardi mi pare impossibile scorgere ciò eravamo e ciò che saremmo (o non saremmo) diventati.

E’ per questo che le biografie si inventano, si rimaneggiano, si rimescolano: per cercare di scorgere nel caos una qualche forma di verità invisibile agli occhi.

Corpi di confine

aprile 2, 2009

Gli uomini del mare ne conoscevano, di storie e canzoni. E lei restava ad ascoltarli per ore.

Accostava il naso all’uniforme di suo padre e ne respirava l’odore di chiuso e di sale.

Quando tornava a casa si fermava tutto. Tutto. La terra smetteva di girare intorno al suo asse e per cinque, sei giorni, massimo dieci, sarebbe stata una lunga giornata senza nuvole, di pieno sole.

Sua madre si scioglieva i capelli, tirava fuori gli abiti migliori.

Lei non sarebbe andata a scuola per tutto il periodo. Niente e nessuno avrebbero avuto la porta di casa aperta. Neppure un’alluvione, nemmeno la guerra.

Il tempo si fermava, per tutto il tempo che lui sarebbe rimasto con loro.

Iniziavano con gli argenti e i cristalli, con le tovaglie di lino e pizzo e mano a mano, nel corso dei giorni – in questi giorni in cui null’altro era possibile se non godere dell’esistenza dell’uomo  – passavano a piatti e bicchieri sbreccati.

Una volta, ricordava, avevano finito per cenare su fogli di giornale, con le mani, mentre in cucina si accatastavano piatti e posate che sarebbero stati lavati dopo, solo dopo la sua partenza, quando con uno scatto fulmineo la terra avrebbe ripreso il suo moto, rincorrendo la nuova stagione.

Ma sua madre era bella, bellissima, trasfigurata.

Cantava di giorno e di notte.

Sua madre aveva i capelli neri di genìa turca e suo padre gli occhi a mandorla di una nonna mongola e un cognome duro, con consonanti gutturali e perentorie.

Sarebbe cresciuta così, lei, tra suoni che non le sarebbero mai stati alieni.

Una figlia unica ovattata tra cuscini di favole e mondi lontani.

Da sua madre avrebbe ereditato i capelli neri e foltissimi, che ancora oggi porta sciolti sulle spalle.

Da suo padre la statura e gli zigomi alti.

Da quel misto di razze e ascendenze nel sangue, la capacità di essere a suo agio dovunque, con chiunque, l’incredibile capacità di toccare le persone nel loro centro esatto, di ricordare le loro diversità e omaggiarle in tutti i modi possibili.

L’ho conosciuta tanti anni fa, nello splendore e nella magia dei suoi quarant’anni, e da allora non ha mai smesso di stupirmi e turbarmi.

Fin dal primo incontro, quando mi appoggiò le mani alla vita, scendendo dolcemente sui fianchi a sottolineare le forme. Lasciai che mi toccasse tutta, io che non amo essere toccata da estranei. Sentivo che era una misura.

Da sempre mi regala cinture e collane, di ritorno da ogni suo viaggio. Non sono ornamenti, mi dice. Non sono solo ornamenti, nulla è mai solo ornamento. Tutto diventa parte, tutto si inserisce e trasforma, tutto lascia traccia e scia.

Non sono ornamenti, mi dice. E’ per segnarti i confini che non hai.

 

(ad E., di cui amerei essere la biografa)

“Se il tuffatore pensasse sempre allo squalo, non metterebbe mai le mani sulla perla”, Abu Muhammad Muslih ibn Abd Allāh*

agosto 27, 2008

Paure.

(Poi certo sì, parleremo anche di vacanze, racconteremo di mari e monti, pesci, tramonti e notti infuocate e barche e tutto quanto fa da antidoto alla paura e ci zavorra, se è di terra che abbiamo bisogno, o ci libra in alto, lievi, se è di aria e cielo che manchiamo)

Io non ho paura di niente. Lo dico oggi, a volte, sempre più raramente. Non come prima, quando lo credevo, e in questi dieci anni – penso spesso, insistentemente a questi ultimi dieci fatidici anni – penso alle cose di cui, dopo, avrei avuto paura e delle quali, quando ero ritta sulle mie gambe – rigide le mie gambe di allora, incapaci di reggere colpi dieci anni fa, all’apparenza ferree, gambe di generale stolto – non avevo paura. O così pensavo. E’ che se non dai nome alle cose puoi ignorarle. Ed è che spesso, forse anche più spesso, i nomi delle cose non li sai. Sì che ho paura oggi, a volte, che i nomi stessi possano essere infiniti. Che in qualche luogo dentro e fuori di me se ne annidino altri che non so.

(Poi sì, racconteremo di tonni arrosto, di questi spicchi di Sicilia visti nel corso degli anni, che sono ormai, definitivamente, piccole enclave milanesi nel Mediterraneo, dove la cameriera al ristorante si rivolge a te con lo stesso accento del locale trendy dei Navigli e quando si avvede che non sei di quelli, immediatamente cambia lingua, e accento, e registro. E anche in questo un poco c’entra la paura, seppur d’ordine diverso, e il bisogno di un cerchio di omologazione che minimizzi le diversità e massimizzi i fatturati).

Io poi ho iniziato lentamente, ad avere paura. Di cose che prima ignoravo e al cospetto delle quali le cose di cui avevo paura ancora prima, quando agli altri e a me stessa raccontavo di non aver paura, erano nulla. Inezie. Piccole paure preposte ad evitare le grandi. Oggi, per buona abitudine e metodo, nomino gli spaventi, li annovero in lunghi elenchi che frammento e disperdo: di qua le cose che esposte alla luce si disgregano da sole, di là quelle per cui mi occorrono pietre in tasca – se è l’aria che temo – o pensieri e azioni paracadute – se è dall’aria che vengo ed il timore sorge dall’impatto sulla terra.

Fino al giorno in cui ho avuto così tante paure e tutte insieme, che mi occorrevano spade e l’imparare a rivolgerle non più verso me stessa ma fuori, per difendermi dal troppo che non era mio, che mi annegava di acqua e sale e non mi lasciava spazio per far crescere il coraggio.

(E poi ci saranno senz’altro parole per la limpidezza del mare e la morbidezza dei gesti e delle mani. Meno ce ne saranno, come è giusto che sia, per descrivere l’assenza di suoni e clamori, per il buio delle notti ed i milioni di stelle sulle teste, quella forma di vuoto che è ciò che più mi manca e meno temo. A me, che certamente oggi schivo ogni eccesso e le onde che non so affrontare e mi ribaltano e di cui posso oggi finalmente dire che ho paura senza più vergognarmi.)

Io a volte avevo paura di avere paura, o almeno così credevo. Invece avevo solo paura di trovarmi di fronte alla paura e lasciarla sconfitta, ed innalzarmi oltre nella vittoria, in uno spazio vuoto e ventoso e per riuscire a vincerla perdere tutto il resto, quel resto che altro non è che l’origine della paura stessa, che nel tempo ci rimane cara e familiare e che nel tempo si addomestica e mai dorme, che ci abitua e ci stanzia, che ci mitridatizza e ci avvelena.

(Le isole, negli anni mi scopro appassionata alle isole, a questi spicchi di terra circondati da un mare senza scampo, io che le ho sempre evitate, proprio per il terrore degli spazi minuti dove si tocca il centro in un momento e dopo un poco non puoi nasconderti più, a niente e nessuno. Oggi io ci passerei la vita, su un’isola. Via i libri, via gli specchi, gli orologi, le scansioni di ritmo urbano, gli intingoli, le cuvée ed ogni forma raffinata ed esclusiva di ricerca. Via da ogni forma elusiva di ricerca.)

Io pensavo che esistessero paure per sé e paure per gli altri. Oggi so che è sempre la stessa: non si protegge nessuno se non per proteggere se stessi ed è tutto terribilmente vano, l’ennesimo inutile girare intorno a ciò che non compete, non è evitabile.

Al fondo delle cose so che ho paura dei fantasmi, di ciò che sembra scomparso e del suo possibile ritorno, di certi mali che credo di aver definitivamente debellato e di cui pure temo improbabili congiure, come nemici nell’ombra.

Al fondo delle cose non è di voi che ho paura, ma di me. Di quel bastarmi appena, a me, e del timore che non basti a chi amo, o che venga in fretta divorato e ancor meno mi basti.

Al fondo delle cose è questo.

(Poi avremo giorni e ore per raccontarci le arancine in riva al mare, i sonni sugli scogli,  i risvegli con onde e abbracci in sottofondo e i retroscena del consiglio comunale. La mafia non esiste, il problema della Sicilia è il tciàffico.)

* Sa’di per gli amici

A veces sabe que tiene frìo, que sufre, que le pegan.(…) A veces es ternura, una sùbita y necesaria ternura (…).

giugno 23, 2008

Che poi siete grandi e grossi e dunque gli approfondimenti ve li fate da soli, magari leggendo qua, dove ve lo spiegano senz’altro con più compiutezza.

Io invece non so nemmeno come ci sono arrivata, come ci sono scivolata in questo kairos qua.

Dieci giorni fa ho pensato che fosse stato il morso della taranta. Venivo da un piccolo seminario di pizzica, nel corso del quale avevo compreso con sufficiente certezza di non essere tagliata per questo ballo, che mi provoca un dolore immediato al ginocchio destro il quale si ripercuote in modo compensativo sull’anca sinistra, ma di essere terribilmente attratta, per contro, dal fenomeno del tarantismo. E tuttavia i sintomi non erano esattamente quelli. Era invece come un sentimento contemporaneo di dentro e fuori, di stare in piedi in perfetto equilibrio sul bordo tra il tempo esterno e quello interno, che mentre fuori tutto si muove e corre, una forza opposta ti tiene ferma e tu stai.

E mentre stai, sei.

Ma di questo ne parleremo un altro giorno, un’altra volta, dopo che la tremenda pila di libri da iniziare e terminare si abbasserà, e in essa la Morte della Pizia, lo Straniero interno, La Terra del Rimorso e Millàs – soprattutto Millàs – mi daranno senso e conforto. E qui mi verrà incontro il dio delle ferrovie dello stato, lo so, e il rollìo del vagone. E il dio della spiaggia e tutto il pantheon delle divinità estive. Speriamo.

Millàs, ecco.

Che se non esistesse come scrittore, bisognerebbe inventarlo come amico.

Che mi ha fatto compagnia in questi giorni raccontandomi della Calle, quella che osservava da bambino dietro la grata dello scantinato del suo amichetto Vitaminas. La Calle che sarebbe diventata il Mondo – la Calle che è la Cosa – questo mondo in cui attraverso piccolissime porticine si può passare da un lato all’altro della realtà, senza che nessuno dei due lati sia sogno, ma semplicemente percezione diversa e dove si comprende che nulla trama contro di te, nemmeno la morte. E che la morte è solo un desplazamiento, un movimento all’interno della vita stessa.

Questo è stato il pensiero di lunedì passato, quello che mi serviva nella sala d’attesa di ospedale per poter sorridere.

Ma già lì il tempo aveva cominciato a rallentare, a fermarsi.

Poi.

Poi è iniziato il male. Malissimo. Nessuna metafora, proprio un male fisico.

Saranno le aringhe, mi sono detta. Che nemmeno ero atterrata e già mi ci ero fiondata su. Con la panna acida e quintali di cipolla cruda.

E’ che questo paese, questa città, mi danno un malessere. Anche l’altra volta è stato così, ho dato la colpa alle aringhe, anche mio padre me lo ha ricordato al telefono. Quell’altra volta ero svenuta e subito prima, in un bagno di sudore ripetevo: mi sento male, ho perso il cuore, non sento più il battito, non ce l’ho più.

E’ che ancora ci ho dovuto fare pace, con questa cosa, e chiedere all’ingegnere di accompagnarmi ai blocchi di granito, a leggere uno per uno i nomi, a camminare in questo ghetto in cui non resta nulla ma sai che sotto ognuno di quei tumuletti ricoperti di erba secca, in mezzo ai casermoni, ce ne sono trecento, quattrocento e i bambini ci giocano a palla.

Questa volta mi era venuta in mente Alina Reyes, ci ho pensato per tutto il tempo. Di notte, tra un conato e l’altro, sono scesa nella hall dell’albergo, alla postazione internet, per cercare il racconto e scoprire durante la ricerca l’esistenza di un legame tra Varsavia e Cortàzar e che nulla, davvero mai nulla è casuale e che tutto, anche un ricordo, anche un’ispirazione, hanno il loro posto preciso e inequivocabile. Senza Cortàzar Millàs non sarebbe mai esistito, lo sa benissimo anche lui. E così in piena notte stavamo tutti seduti al centro del letto: io, Cortàzar, Millàs, Alina, l’altra metà di Alina, il Vitaminas e ci guardavamo per capire chi dovesse fare la prima mossa, e iniziare un dialogo sensato.

Con buona pace delle aringhe ho annunciato allora che l’altra possibilità è che fossi in preda a un mal d’amore.

Ma non uno di quelli che procedono per sottrazione.

No, no, proprio tutt’altro, il suo contrario.

Un mal d’amore apparentabile a uno shock termico, a un’indigestione, a una bevuta troppo veloce d’acqua fredda, a una cosa alla quale non sei abituata e che ti prende un sacco di spazio intorno al plesso solare, a una tintura per capelli che sul foglietto di istruzioni c’è scritto provala prima nell’incavo del gomito o dietro l’orecchio e poi – se non accade nulla di grave in ventiquattr’ore – procedi. E invece tu non aspetti e procedi, e peggio per te. Oppure meglio. Perché era proprio il colore tuo. Però poi passi davanti allo specchio, ti guardi e sobbalzi. Ché quella sei sempre tu, ma col colore nuovo tocca abituarcisi.

Un mal d’amore da improvvisa accumulazione, senza verifica di messa a terra e rischio.

E poi al centro del letto, a tutta la mia platea letteraria, ho annunciato di avere pure un dolore, come uno strappo nella pancia e una lancia nel cuore. Che mi sentivo orfana di figlia, orfana di padre, orfana di passati morti e che tutti questi orfanaggi reali, presenti, ipotetici, metaforici e futuri li volevo chiamare tutti per nome, uno a uno, una buona volta per tutte. Che poi il nome in fondo è solo uno, ma avevo voglia di dirlo, declinarlo, piangerlo e vomitarlo.

E l’ho detto, finalmente. Detto, declinato, pianto e vomitato.

Ma passando a cose più allegre.

A un certo momento ho indossato la scarpetta e sono andata in una milonga in mezzo a un bosco, una cosa un poco nascosta che se non te lo spiegavano non l’avresti mai trovata.  Non ho avuto il tempo di entrare che già stavo ballando con Igor, Mateo, Wincenty e non so chi altro.

Una cosa bella, ma così bella che non si può immaginare, in un posto che era del tutto fuori dal mondo e dal tempo. Dove non si servono alcolici e tutto restava meravigliosamente sobrio. Un posto di inchini e baciamano e Mateo che mi ha chiesto: sei venuta per restare per sempre? E io ho risposto no, parto domani. Anche se in quel momento esatto sapevo che invece stavo, a prescindere dall’andare e venire. E quindi era anche un po’ per sempre. Ma era troppo complicato da spiegare. E poi su Francisco Canaro non si parla.

E poi sono andata a visitare dei centri commerciali, che al confronto i nostri fanno tanto paese sovietico degli anni ottanta e ho pensato che schifo la globalizzazione, ma poiché ero nell’esercizio delle mie funzioni non lo potevo dire. E poi c’erano gli orsi, tantissimi. Centinaia. E poi il vecchio quartiere Praga, e gli artisti finalmente liberi. O diversamente prigionieri, mettiamola così.

Poi sono partita e arrivata in un posto che aveva la forma mia, come un calco. Preciso preciso.

E mi è venuta in mente una storia che avevo scritto un sacco di tempo fa, questa, che mi aveva divertito moltissimo.

E mi sono venute in mente moltissime cose. Iridescenti e in movimento come le perline di un caleidoscopio. Mentre il tempo, lui, continuava a star fermo, fermissimo.

Eonico.

Il tempo fermo e io seduta in mezzo.

E mentre disfo la valigia penso che tra meno di una settimana forse riparto. E che stavolta mentalmente mi farà compagnia Safran Foer e che passeggerò con Brod. E che sono anche un po’ Brod. E che mi piacerebbe imparare l’yiddish. E che forse mi verrà di nuovo mal di stomaco. E che ho la testa piena di musica e sono catastroficamente felice. E che dopo che per tutto l’inverno mia figlia mi ha cantato quella canzone di Jovanotti, con gli occhi lucidi e mamma senti quant’è bello quando dice così e così, e te la dedico mamma, adesso la canto pure io. E che.

Meu coração não se cansa etc etc.

maggio 16, 2008

Così ‘sta settimana mi è presa una specie di botta nostalgica per quando ero una giovane d’oggi.

O di ieri. Ma insomma, non importa, ci siamo capiti. Per quando avevo intorno ai venticinque anni.

Ma non una botta nostalgica sul tempo che passa, le rughe che vengono, le opportunità perdute e la falsa consolazione della saggezza acquisita.

No, no, proprio fatti pratici.

Tipo che volevo ritrovare la cassetta di Elizeth Cardoso – data per dispersa da oltre dieci anni –  per ascoltare Naquela mesa e Barracão e sono andata a casa di mia mamma a mettere sottosopra cassetti, scaffali e ante per cercarla, peraltro inutilmente. E mentre la cercavo mi sono chiesta: ma una volta che la trovo, dove diamine la ascolto? Dove esistono più i mangiacassette?

E già qui la nostalgia è dovuta scendere a patti con la realtà e farsi piccola piccola.

Poi ho capito che forse non la volevo ascoltare veramente, è solo che volevo ritrovare tutto un pezzo di storia personale e che questa frenesia nostalgica è iniziata l’altro giorno su quel benedetto pontile di Bagnoli, sotto quel cielo plumbeo e la pioggia e il ricordo dei Mondiali del ’90 e Lisandro e quell’altro là di cui non mi ricordo il nome che mi aveva regalato una cassetta di tango che pure vorrei ritrovare assai e che era nipote di un nazista fuggito a Buenos Aires e si vergognava moltissimo per via di questo fatto e soprattutto poi, pensando a quegli anni e alla musica, mi è venuto in mente Mario.

E insomma mi è preso l’attacco di nostalgia e non mi ha mollato più.

Dentro questa cassetta della Cardoso – e poi in terza battuta cercavo anche quella di Mysterious Barricades di  Andy Summer, che pure conteneva un abbondante pezzo di vita vissuta andata spersa in chissà quale altrove – c’era tutto il fatto di Mario Lima Brasil. E poi me l’aveva regalata lui al mio compleanno.

Questo tizio era un mio compagnello di studi e di casa, che all’epoca dei fatti io avrò avuto ventidue anni e lui una trentina ed era un musicista e pure un musicologo. Piccolo piccolo, col faccino da indio, magrissimo e barbuto. Credo che mi abbia insegnato a ballare la lambada, erano gli anni in cui si ballava la lambada, era difficile sottrarsi a quest’incombenza.

Insomma questo Mario Lima Brasil, che il padreterno o chi per esso lo benedica mo’ mo’,  dovunque egli sia, faceva degli studi complicatissimi, con tutta un’attrezzatura che non finiva mai, per creare musiche sintetizzandole a partire dai battiti cardiaci, dai respiri, dai rumori della natura.

Così ogni tanto noi dovevamo fare delle cose per lui, tipo una corsa fin quasi a morirne e poi affannarci al microfono, o passare un guaio e piangere in diretta per campionare il suono. Sull’ultimo punto ci accordammo per affittare dei film lacrimevoli e sul più bello lui fermava la riproduzione per acchiappare i pianti e i sospiri e qualche volta le risate. Mi ricordo benissimo di una sera che ci siamo visti Il Laureato in lingua originale coi sottotitoli in portoghese e forse quella sera abbiamo sintetizzato musicalmente il russare.

In cambio di tutti gli algoritmi che inducevamo, lui ci preparava certe colazioni brasiliane, la domenica mattina, che bastavano al fabbisogno calorico di tutta la giornata. Poi lavava pure i piatti.

E insomma un poco alla volta Mario ci disse tutto il fatto: lui era nato e cresciuto nella foresta amazzonica e ne era uscito solo a diciotto anni. Non sapeva cosa fossero un televisore, un semaforo, un telefono. Non sapeva niente. Uscì dalla giungla e stava morendo investito sotto una macchina perché non sapeva che si doveva guardare a destra e a sinistra.

E tutto questo perché i suoi genitori – una scrittrice e un sociologo, o uno scrittore e una sociologa, chi si ricorda più – si erano sottoposti volontariamente a un esperimento di isolamento per fare non so che ricerca e scrivere un libro sulla storia di famiglia. Una specie del bel film di Shyamalan, The Village.

Poi lui era uscito ed era diventato antropologo musicale e nel frattempo faceva pure non so che arti marziali. Un indio civilizzato.

Insomma, un personaggio unico.

Che io lo so che a voi stimati lettori di questo blog non ve ne può fregare di meno di Mario Lima Brasil, ma io in questo blog ci dovrò pur scrivere qualcosa, e soprattutto quando tengo il flusso di coscienza e nostalgia è meglio che lo scrivo, piuttosto che alzare il telefono e raccontarlo a qualcuno per condividerlo, che poi di là non so mai se faccia piacere o meno, nemmeno di qua, ma tanto di qua nessuno vi obbliga a leggerlo, però almeno io mi sfogo, mi passa la crisi di rimembranza acuta e prontamente rientro nel presente con prospettive di breve termine sul futuro.

Mi è preso un tale attacco di nostalgia che ho passato la serata di ieri a cercarlo nel web, ‘sto tipo,  e l’unica cosa che ho saputo è che ha diretto un’opera sinfonica di straordinaria grandezza, sulla lotta del popolo dello stato di Acre: Aquiry, a luta de um povo. E mi piacerebbe tanto ritrovarlo, sapere che ne è stato di lui, quanti figli ha, se ha messo qualche chilo, se si ricorda di quella volta o di quell’altra.

E soprattutto dirgli che la lambada mi ha sempre fatto schifo.

E anche che poiché nulla si crea, nulla si distrugge e mai, mai niente si perde veramente, io sono fiera di aver dato un mio battito, un mio sospiro, una mia lacrima e una risata per la costruzione di tutto quello che è venuto dopo.

Che io in realtà volevo scrivere tutto un altro post, ma la nostalgia non mi ha dato tregua. Ho tirato fuori tutte le foto, quelle di Mario al toga party, e poi è uscita fuori Catherine e poi un altro argentino che faceva il veterinario e mammamia come mi piaceva. E poi sono andata avanti così tutta la settimana. Abbiate pazienza.

[Meu coração não se cansa etc etc.]

Fluxus

aprile 16, 2008

C’è una notte fredda, a Berlino, gelida.

Il vento taglia le facce e spazza le piazze.

Io non lo so, non lo so più come siamo capitati qui.

Ricordo solo che abbiamo bevuto molto, lì’ ad ovest, in compagnia di venezuelani e una coreana con un abito cortissimo, nonostante il gelo, e un altissimo colbacco bianco neve. Ricordo che abbiamo preso una metro allo Zoo e poi un tram. E poi un altro ancora. Abbiamo attraversato un confine che sulla carta già non c’è più ma che per me, sulla pelle, negli sguardi, continua ad esistere.

Un confine che a volte, ancora oggi, traccio tra me e me, per separare parti che non voglio si incontrino. Talvolta immersa nella mia profonda Stasi, dove non mi uccido ma mi esercito a comprimermi fino ad essere insensibile al dolore.

Mi hai portato in un sottoscala e per un momento ho avuto paura.

Sono amici, mi hai detto. Hai sorriso impercettibilmente sotto il taglio dei tuoi occhi a mandorla di sangue misto e bellissimo.

Talvolta ti chiamo Taro, altre David. Non mi ricordo il momento esatto della serata in cui ho incrociato il tuo sguardo per la prima volta. So solo che sei svedese di madre giapponese. Più tardi saprò altri dettagli, intimamente legati all’arte e al socialismo. Di più no.

Nel sottoscala c’è un bar, una stanzetta minuscola dilatata da specchi.

Tu mi spingi oltre, c’è una porticina che dà su un ampio cortile riparato.

Si continua a bere lì, tra sanitari dismessi, enormi tele, musiche squarcianti, dove ragazzi in jeans scoloriti ci guardano come se venissimo dall’altro capo del mondo, dove noi stessi siamo installazione di un’arte che ancora non riescono a comprendere, troppo espressiva, troppo ridondante.

Ci osservano senza parlarci, come se fossimo spie.

Ma noi non siamo spie. Non spiamo nemmeno noi stessi, stanotte. Nessun gesto segreto, nessun’attesa. Non conosciamo prudenza.

Solo azzardi.

Ci baciamo, in questa notte di vento. Ci baciamo come se dovessero separarci al check-point e fucilarci alle spalle.

Ci baciamo, come fosse nostra invenzione, finché non resta più niente.

Solo un pezzetto di foto, ritrovato qualche giorno fa, in cui ho un sorriso che non mi assomiglia, che interrogato si rifiuta di confessare. O forse parla una lingua che ho scelto di disimparare.

Andrea mi dice: in questi giorni hai parole e frasi che sono campanelli d’allarme. Ti ascolto e temo di vederti rompere in pezzi, nonostante le apparenze serene, nonostante il sorriso.

Sono frasi come una contraerea, penso io.  Intente a proteggermi da un dolore che non riesco a tollerare, che cerco di ridurre a zero. Finché forse, se insisto, non resta più niente, come una vecchia foto. Si fa silenzio intorno. Tutto fermo.

Ed è quel niente – dice Andrea –  che un giorno torna a galla e fa male, che ti farà in pezzi quando meno te l’aspetti.

E tra me e me penso che anche saper soffrire è un’arte.