Archive for the ‘menzogne fetenti’ Category

La sciamarrata

marzo 28, 2016

Lui se l’era cantata, senza troppi scrupoli.

Stretto in una morsa di terrore atavico e mancanza di senno, alla fine aveva ammesso tutto. Non solo le corna, ma pure i nomi e i cognomi. Senza pensare alle conseguenze. Perché lui alle conseguenze non ci pensava mai. Quelle a lungo raggio, intendo dire.
Era bravo sulle sparate a corta gittata, la bugia che fa quadrare il cerchio per le prossime ore, qualche settimana, lo spazio di qualche mese, al massimo. Per il resto, una frana.
Così lei si era trovata in mano questo telefono che gli aveva sottratto in un impeto di rabbia e decisione di andare fino in fondo, almeno per una volta, di fronte all’ennesima farfugliata menzogna senza né capo né coda: una lunga, lunghissima rubrica di nomi, cognomi e soprannomi.
Alla quinta telefonata si fermò, seppe che non ce l’avrebbe fatta: un poco si vergognava e un poco le veniva da vomitare. Con le prime due signore, quelle di cui aveva avuto nomi e cognomi, si era intesa e spiegata, con un altro paio pure. Ma dopo era troppo.

Allora fece quello che mai avrebbe pensato: affidò il telefono a Ciro e gli disse sbrigatela tu.
Ciro fa l’investigatore privato di mestiere. Un bravo ragazzo, accurato. Senza troppe pretese, specializzato in relazioni extraconiugali, divorzi, accertamenti finanziari, bancari. Uno che vola basso ma che sa il fatto suo, che ti fa firmare due o tre cartuscelle in cui c’è scritto che se poi lo spiato si vuole rivalere su qualcuno per violazione della privacy, lui non ne vuole sapere niente, soprattutto se ti fa un’indagine informatica fitta fitta con i software che tiene lui e che sempre sono un poco illegali, perché te li danno gli amici poliziotti ma così, aumm aumm, in cambio di certe informazioni che procuri.

E insomma, se il tizio indagato poi si vuole rivalere, su quei fogli che hai firmato sta scritto che hai fatto tutto tu e Ciro non ci azzecca niente. E tu firmi volentieri, perché Ciro è gentile e tiene i prezzi buoni e dici vabbè, questo rischio lo corro. Perché tanto lo sai che quando si arriva a correre questo rischio è perché già sai a che vai incontro, e che la persona di cui vuoi conoscere la verità tiene tanto di quello sporco dentro che a farti casino per la privacy ci può solo perdere.
Ciro disse solo: mo’ sto un poco impegnato. Se volete un lavoro fatto bene, ci metto almeno due, tre settimane. Però poi vi faccio sapere tutto: a chi appartengono i numeri, chi sono le persone, in che relazione stanno con l’amico vostro e pure qualche altro fattariello che vi vergognate di chiedermi ma che io lo so che le donne lo vogliono sapere, specialmente quelle precise comm’a voi, e allora me lo vedo io, faccio questo di mestiere.
Così lei si mise in trepida attesa, che Ciro sicuramente le avrebbe fornito qualche dato in più. Che non c’erano solo quelle corna che lui le aveva confessato, dando peraltro a lei, la colpa, a lei, che gli si era allontanata, presa dal suo stress, dal tran tran, dall’aggressività. Lei lo sentiva che c’era altro. E lo voleva sapere. Perché era un’ostinata, una di quelle che non si accontentano del singolo episodio, perché quello alla fine lo perdonano. Lei era una di quelle che per amore si sarebbe fatta scamazzare, una di quelle che alla fine chiudeva gli occhi e andava avanti.

Questa volta però no, questa volta voleva vedere gli episodi in un contesto, come i fotogrammi di una storia precisa. Perché lei ai singoli fotogrammi lo sapeva, si ribellava, ma alla storia intera intera no. La trama la inchiodava.
E intanto che aspettava Ciro iniziò a pensare che lui era proprio un Giuda, un traditore senza possibilità di recupero. Perché è vero che a lei ci aveva messo le corna, ma era vero pure che senza scrupolo alcuno le aveva messo tra le grinfie i nomi delle amanti, i numeri di telefono. E quando lei aveva borbottato qualche cosa sui suoi rapporti attuali con queste qua, che ancora continuavano, nonostante il casino che aveva provocato, lui aveva risposto che erano amiche, prima, durante e dopo il fatto. Ma qualche cosa non quadrava. Qua il tradimento era doppio: dell’amata e delle “amiche”. Così poi si ricordò che anni prima, quando le aveva fatto un’altra schifezza, coinvolgendo un amico in una bugia colossale, alla fine si era cantato pure l’amico. E pure con questo i rapporti proseguivano cordiali e indisturbati. Come se niente fosse.

E non c’era molto da capire, da valutare: erano tutti tali e quali, traditi e traditori. A nessuno gliene importava niente, perché tanto nessuno di loro valeva niente. Innocenti bravate portate a compimento da gente senza qualità, che poi magari ci rideva su. Che perdonava, perché mai niente era stato leso. Tutto aveva lo stesso scarso significato, la stessa minima importanza. Oggi a me, domani a te. Che un poco le venne pure da ridere, a rileggere le lettere e i messaggi di lui, a ricordarne le parole con cui cercava di scusarsi, vittimizzarsi, colpevolizzarla nello stesso tempo. Pensò ridendo alle amiche di lui, agli amici, a certe insensatezze di cui non si era mai data conto. Al modo in cui lui le diceva, ancora, di voler mettere le cose a posto. Ma quali cose? Stavano tutte là, sotto al sole, in piena evidenza. Le amiche, le parole, gli amici, le corna, le promesse, le chiavate, la scansione vacua e arbitraria del tempo, il nulla, l’indifferenza, le pasticchelle di viagra, il vuoto, lo zero.
Così che quando Ciro, con la faccia cupa cupa le consegnò la busta e le disse: signo’, mi dispiace assai, ma nella rubrica ci stanno cose poco simpatiche e pure il numero di un locale un poco equivoco, insomma, uno di quei posti dove un uomo per bene non ci dovrebbe mai andare, lei lo interruppe subito.
Poi rise: la busta tenevetela voi, Ciro, a me non mi serve niente più. Non mi serviva manco prima. Poi gli dette duecento euro in più. Perché quando la gente vale e lavora, se li merita.

La sciamarrata

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Il cinico è uno che conosce il prezzo di tutto, e il valore di nulla. Oscar Wilde.

agosto 4, 2014

Il cinismo è una brutta malattia, forse la più brutta di tutte. Perché non ha un decorso con guarigione, ma si avvita su se stessa, in circolo. Si cronicizza.

E’ come un serpente, più che un serpente un uroboro, senza principio né fine. Ti avvolge tra le spire e ti stritola, ti riempie quotidianamente di veleno.

I sintomi del cinismo, anche quando sapientemente occultati, sono tanti: la difficoltà a immedesimarsi nei sentimenti, propri e altrui, la distruzione di ogni possibilità di appartenenza, l’appiattimento delle sfumature, l’assenza di scopo. E poi un’invidia corrosiva, malcelata. E’ disprezzo profondo di ciò che non si riesce a ottenere, giudizio marcato e negativo travestito da valutazione sensata. E’ nichilismo. E’ l’ideale abbattuto e sconfitto, la parodia del sentimento, l’omicidio del senso di umanità.

Ce ne sono altri, che vengono fuori anche quando si cerca di rappresentare il contrario.

La mancanza di tenerezza, l’assenza di passioni profonde, l’impossibilità di condividere a un livello diverso dalla mera superficie.

E ancora, la necessità di consumo rapido e immediato, di ciò che è a portata di mano: siano sensazioni, oggetti o persone.

Il cinismo è una macchina divorante, che mangia contemporaneamente ciò che trova all’esterno e ciò che alberga all’interno di se stessi. Come quelle macchine che distruggono documenti, riduce tutto in fibre sfilacciate, in trame illeggibili.

Il cinismo sa essere elegante sarcasmo, raffinata eloquenza, supremazia intellettuale. Sa essere charme, seduzione, maschera appropriata. Apparentemente è uno sguardo intrepido sul reale. Di fatto, evita la realtà per non fronteggiarla.

Ma è un guscio vuoto, dal rumore sordo.

E’ difficile spaccarlo, perché nel tempo la corteccia si fa forte di sé, e il continuo esercizio rende quasi invulnerabile: sigilla tutte le crepe e gli spiragli di apertura con un materiale più adesivo e impermeabile del silicone.

Ad oggi, non credo che esistano solventi in grado di produrre fratture capaci di modificare lo stato delle cose. Forse una perdita improvvisa, dolorosa. Un rivolgimento a centoottanta gradi della propria esistenza.

Ma non un rivolgimento in bene.

Il bene rafforza il cinismo, è la minaccia maggiormente temuta. Il bene rappresenta il tempo perso,  le occasioni mancate, la perduta realizzazione, lo sguardo triste su se stessi, l’accettazione. Il mancato bene è l’humus che ha nutrito il cinismo per anni, prima che esplodesse in malattia.

Il cinismo dichiara di voler raggiungere la felicità, ma questa si situa al di fuori del percorso ricorsivo delle sue modalità e resta inattingibile, surrogata da parvenze di bene che nel tempo producono nuove intossicazioni.

Forse solo un male maggiore del cinismo stesso può insinuarsi tra le sue spire e far leva per spaccare tutto, per cambiare non solo la pelle, ma l’intero apparato muscolo-scheletrico di questo mostro affamato.

Ma forse. Qualcuno mi dice che occorre un atto di volontà e che è la volontà la prima cosa ad essere consumata dal cinismo. E’ un serpente che muove solo in un senso e non può tornare indietro, a ripercorrere un percorso inverso.

Ho paura, del cinismo.

Sembra essere la peggiore delle prigioni possibili.

Non ti amo più, hai la menopausa

maggio 13, 2014

E’ così, mi spiegano le signore dell’assistenza alle cinquantenni e dintorni. E’ così e ce ne si deve fare una ragione, e poi prendere questa ragione e spiegarla agli altri. E se gli altri la capiscono, bene. Sennò, pazienza.

Raccontano storie, un sacco di storie. Hanno occhi lucidi e bigliettini scritti a pennarello, come dei pizzini che fanno passare tra le mani. Dentro di me mi chiedo perché mi trovi in questo consesso di femmine (molte) e mariti (pochi). I mariti sono impacciati: ogni volta che qualcuno tenta di prendere timidamente la parola, viene sbranato da una post-femminista di turno.

“Io sono molto vicino a mia moglie, in questo problema”, dice un signore pelatino che per tutta la sera è rimasto a braccia conserte, come a volersi proteggere da una furia ormonale per la quale non ha difese da opporre.

“Problema? Ma non è un problema, è uno stato naturale dell’esistenza. Siete voi uomini che ne fate un problema”

Il poverino stringe ancora di più le braccia e rassegnato risponde: avete ragione, il problema è mio. Parlerà solo un’altra volta, semplicemente per dire che da piccolo aveva un cavallo a dondolo, e forse questo fa la differenza.

C’è anche la mia vicina di pianerottolo, quella antipatica. Ci ritroviamo inopinatamente sedute vicine. Mi è epidermicamente antipatica, ma mi diventa simpatica quando mi dice: ogni tanto gridate, da voi, vi sento. Ma è normale, il climaterio  lo fa.

Lo fa, lo fa, signora mia. Il problema però non è la menopausa, ma l’uso della menopausa come paravento per le intemperanze.

Qualcuno mi sente e ribatte: il problema non è l’uso della menopausa come paravento, ma il non voler riconoscere che certe intemperanze sono proprie del climaterio. Che mi verrebbe da assolvermi, ma mi difetta l’innocenza.

Una donna, la più triste, dice una cosa interessantissima. Ha cinquantadue anni, in menopausa da un anno e una figlia di cinque, concepita naturalmente. Si sta separando e non riesce a darsi pace di come sia stata breve la sua vita: ne colloca l’inizio con la nascita della figlia, che l’ha resa madre e donna completa e la sua fine dopo pochissimo, con la menopausa. Ha dimenticato tutto il prima e non riesce a vedere un dopo. Viene voglia di abbracciarla, sembra piccolissima e sperduta. Dice proprio così: la mia vita è stato uno spazio brevissimo tra un’apertura e una chiusura. Sembra strozzata da qualcosa e mi fa un’enorme tenerezza.

La questione è ardua, pare che il trifoglio rosso faccia miracoli. Almeno quanto lo xanax. Ma correttamente abbinato agli isoflavonoidi di non so che e a un’altra cosa che mo’ non mi ricordo, dal nome impronunciabile.

E la secchezza delle fauci?, fa un’altra

Fauci??, sbigottisce un altro signore carino, curato. Con una bella barba.

Tutti ridono.

E’ per via di quella storia della vagina dentata, faccio io. Un po’ ci si confonde.

Mentre le ascolto mi viene in mente un’immagine, come una vignetta della Settimana Enigmistica: c’è una coppia e lei strilla, lancia oggetti, ride forsennatamente, piange, sposta tutti gli oggetti di casa, mentre lui resta impassibile. Nell’ultima lui è sulla soglia di casa, con le valigie in mano e dice: non ti amo più, hai la menopausa.

Inizio a ridere come una pazza. Le mie vicine mi guardano ma io rido, irrefrenabilmente. Penso tra me e me: pensa te se invece avesse avuto il cancro. E mi viene da ridere e piangere nello stesso tempo. Il climaterio lo fa, dicono.

Ma io non ci credo. O forse è che preferisco pensarmi più matta che vecchia, con tutto quel che ne consegue. Nel bene e nel male.

 

Vuoi salire? Ti mostro la mia collezione di metafore.

aprile 9, 2013

Che poi pure al gruppo delle casalinghe disperate, come le chiamo io per scherzare, che casalinghe non lo sono affatto e forse sì, solo un po’ disperate, ma neanche molto, che se uno tende una mano per farsi aiutare vuol dire che già non è più disperato, già ha dentro di sé l’energia, le risorse, la volontà di traversare il ponte, passare il guado, trasportarsi altrove, con e senza i bagagli di una vita – preferibilmente senza, ma sfortunatamente e inevitabilmente con – magari lasciando qualche masso zavorrante, solo quello, e insomma, l’altra sera – tira un respiro Flounder, movimento di diaframma, che quando sei concitata parli velocissima senza pause non respiri e poi dimentichi tutto– si parlava di metafore.

Delle mie, metafore. Che ce n’è sempre una buona per l’occasione, pronta come un pane appena sfornato. Come un coniglio che salta dal cappello (metafora prestidigitatoria), come un lapsus (metafora psicoanalitica), un’erezione ballerina (metafora da scarso controllo).

Ora, io sono convinta da sempre, gravemente convinta che la metafora non sia un artificio letterario, ma un fatto scientifico. Un fatto che ha a che fare con la struttura del cervello. Prima o poi troverò qualcuno che me lo spiegherà, spero. Anzi, qualcuno l’ho già trovato: una coppia di signori che si chiamano Lakoff e Johnson. Dai quali mi aspetto che mi dicano se viene prima l’uovo o la gallina (metafora veterinario evoluzionistica), se il cervello che si muove per metafore è generato da una precoce esposizione alle stesse – tipo la nonna che per tenerti buona ti mette in mano la Settimana Enigmistica -o se, all’inverso, è un cervello conformato così e cosà che produce metafore invece di pensierini.

Sicuramente gioca la questione del raccordo tra micro e macro, il confronto analogico tra diversi punti, luoghi, aspetti della realtà. Quella fissazione a voler trovare il punto comune, la regola condivisa di funzionamento di tutte le cose, il fil rouge (metafora guidopancaldiana).

La metafora, ordunque, è un metodo cognitivo, qualcosa che ti permette di accostare due distinti ambiti del sapere e li raccorda. Non come una similitudine, che ti informa che se la cosa A funziona in questo modo, anche la cosa B avrà un simile andamento.

No. La metafora funziona piuttosto come dicevano quei due tizi – alquanto odiosi e ripetitivi, a onor del vero – che sostenevano il concetto di Rimediazione: non l’accostamento, ma la trasposizione di un sistema in un altro, che incorporando delle caratteristiche simili, ma in parte diverse, genera dei contenuti innovativi che a loro volta possono poi riversarsi sul primo sistema, quello più obsoleto, e illuminarlo di luce nuova (metafora elettrica) o infondergli nuova linfa (metafora agronomica)

La metafora dà ordine al mondo, al sistema concettuale. Lo informa di un certo tipo di andamento: la vita è un viaggio, l’amore è una traversata, la politica è una guerra, le organizzazioni sono piante e così via. Ma mica così, a casaccio. No, no. Su una base percettiva, condizionata dalla nostra conoscenza della fisiologia, del nostro umanissimo senso dello spazio e del tempo. Ed è per questo che poi le metafore riescono ad essere largamente condivise, proprio perché fanno appello a una conoscenza sperimentata da tutti, tanto generale e generica quanto pregnante (metafora ingravidante). Una conoscenza infusa (metafora bagnata, metafora fortunata), incarnata. Embodied, come dicono gli esperti.

(Embodied è una parola che si porta assai, ed è molto chic usarla. Ultimamente va per la maggiore in treatment, ma ancora non l’ho mai usata, un po’ per pudore, un po’ per mancanza di tempo e opportunità)

La metafora, allora, deve restare sul vago.

Che se noi diciamo che la tizia è una quadrata, lo capiamo tutti.

Ma se ci spingiamo a sostenere che la tizia è quadrata, con il lato misurante 37 centimetri, ci pigliano per scemi.

Ma non è tutto.

Una volta che la metafora si è insediata (metafora di tipo stanziale) nei nostri sistemi culturali, e viene dimenticata come tale, li modella dall’interno e li rafforza.

Per esempio il fatto della concezione del tempo: noi occidentali abbiamo un’idea di tempo lineare, progressivo, che parte da qua e arriva là e talvolta prevede l’ingresso della Provvidenza; gli orientali hanno un concetto circolare, in cui prima o poi devi ripassare sullo stesso punto, in questa vita o nelle prossime in cui ti reincarnerai in forma d’uccello, abete natalizio o Buddha.

Questo fa sì che per noi il futuro sia davanti e il passato dietro, pronto anche a pugnalarti o peggio (metafora anal-assassina), mentre per loro tutto questo fatto di davanti e dietro non conta, sicché non corrono rischi, fanno una giravolta e stanno sempre nel qui e ora.

(Bisognerebbe a questo punto chiedersi se per gli orientali valga allora tutto il fatto dell’amigdala che immagazzina i ricordi e poi te li rilascia quando meno te lo aspetti, boicottandoti l’esistenza, ma le cose finirebbero per complicarsi oltre modo, dando la stura – metafora alcolico-idraulica – a tutta una serie di riflessioni sulla possibilità di psicoterapie in culture diverse e bla bla, ma oggi non è cosa).

Questo fa sì che tutto quel che è pieno per noi è bello e buono, mentre tutto quel che è vuoto è bello e buono per loro e dunque tutti i contenuti metaforici che facciano appello ai concetti antitetici di pieno e vuoto finiscano poi per ingenerare pesanti confusioni sul significato.  La stessa cosa per il concetto di su e quello di giù: a noi ci piace su e a loro giù. Che potrei fare degli esempi sui matrimoni misti, ma è meglio che lascio perdere, se no poi sembra che sto mandando la metafora in caciara.

Adesso, senza troppo soffermarci sull’interculturale e giusto per restare qui, a casa nostra, risulta evidente che, con un minimo di attenzione, possiamo arrivare a conoscere qualcuno in profondità (metafora polisemica, che abbraccia geotrivellazione, archeologia, simbologia ctonia e sesso) non già grazie ai contenuti verbali che ci trasmette, ma al modo in cui li ordina e li infiocchetta (metafora dell’incontro come dono, rarissimo in natura, sopravvalutato in cultura).

Fuori da ogni scherzo e scemità, sono convinta che l’organizzazione metaforica del discorso ti consegna (metafora postale) la Weltanschauung dell’individuo. Un’operazione di decodifica e comprensione sicuramente difficile da fare nel discorso verbale, ma assolutamente più semplice se con calma e pazienza si esaminano gli scritti di qualcuno.

Scopri così interi ragionamenti che fanno capo a un dominio source basato sulla pulizia, sugli elementi naturali, o sul cibo, sul tempo. Su quella che è la caratteristica mentale organizzativa di ognuno di noi, una caratteristica così radicata e inconsapevole da condizionare tutto quanto segue.

Sicché verrebbe da credere che le incompatibilità, tutte le incompatibilità che sperimentiamo, che praticamente si traducono in discussioni senza fine, fraintendimenti, abbiano tutte la loro origine nella concezione metaforica del proprio universo interiore: come posso pensare di affidarti il timone della mia vita se pensi che l’amore sia una passeggiata? E come potrai mai dormire tra due guanciali mentre io penso che il nostro rapporto è ormai alle corde?

Va bene, Flounder, ma se le cose stanno così allora i colpi di fulmine (metafora meteorologica) e le antipatie a pelle (metafora dermatologica) non sono altro che l’incontro o lo scontro di due sistemi metaforici che si riconoscono o si disconoscono battendo sul tempo il ragionamento consapevole? E’ mai possibile che la percezione sensibile sia talmente rapida e immediata da tirare fuori, all’istante, tutto l’arsenale metaforico (metafora belligerante) per piacersi o dispiacersi? E soprattutto, quanto è ingannevole, tutto questo, alla resa dei conti (metafora vangelica, Luca)?

Quanti matrimoni o società d’affari sono andati in frantumi (metafora non infrangibile) perché non s’era partiti (metafora da formula uno) con la metafora giusta o un progetto di metafora condivisa mentre invece si credeva che?

E io questo non lo so, non lo so dire.

E nemmeno so trovare un rimedio utile alla bisogna.

Però bisogna starci attenti, alle metafore. Son cose fondamentali e delicatissime.