Archive for the ‘omaggio. o giugno.’ Category

Womb Poetry

maggio 27, 2013

Scanzonata e vera. Mi mette di buon umore: Marisa Porello, poetessa dell’utero.

Io poi all’utero ci sono affezionata, come potrebbe essere altrimenti? E’ un organo attivo, che ti fa compagnia vivacemente per molti anni, con cui c’è tutto un rapporto di odio/amore. Non ne puoi fare a meno, ma ci litighi spesso. Uguale alla mamma, per certi versi. Un organo che anche quando funziona bene, è ingombrante, invadente, iperpresente. Un organo potentissimo, uno a volte lo dice, ma lo dice così, come a darlo per scontato, frase fatta femminista. Poi invece ci ripensa un attimo e proprio si commuove, di averci un utero. E di tutto quello che col suo utero ci ha fatto. E anche di quel che ci ha fatto suo malgrado.

Che poi forse viene un momento in cui l’utero deve andare in pensione, ma non gli va, non gli va davvero. Recalcitra. Come quelli che hanno fatto gavetta in un posto e poi da cottimisti sono diventati Dirigenti e fino all’ultimo sanno il fatto loro, che tu a mandarli in pensione li uccidi. Devono fare i consulenti, invece. Ecco, questa è una possibilità: prendere un utero che smette di lavorare a tempo pieno e incaricarlo della consulenza esterna. Attività di formazione e counseling, per esempio. Non era questo il ruolo delle donne anziane, una volta?

In alcuni momenti dell’esistenza l’utero si confonde, si scoordina. Grida, piange.

Vorrei scrivere anch’io delle cose sull’utero, ci penso da giorni. Settimane, ormai. Ho un utero offeso, impermalito, che reclama attenzione. Ipersensibile, dispiaciuto, in protesta. Forse dovrei includerlo in un nuovo progetto di creazione, qualcosa che non si aspetterebbe. Forse dovrei parlarci, affrontare l’argomento con franchezza. Lo porto in giro, a passeggio, a scattare foto, a visionare appartamenti, a contemplare bellezza dall’alto di colline, gli annuncio che presto partiremo: per le vacanze, il lavoro, varie ed eventuali. Forse non gli è piaciuto il trasloco, l’aria, le frequentazioni. Forse vuole restare al Sud, ed è il suo modo per dirmi: separiamoci, ormai siamo adulte, che ognuna vada per la sua strada. O forse non capisco niente, ed è soltanto la sua ebbrezza per la nuova vita. Come se fosse sbronzo, confuso ma felice. Entusiasticamente proliferativo. Iperespressivo.

Forse, se ci parlasse un uomo – vis-à-vis, da moltissimo vicino – perverrebbero a un accordo. Capitolerebbe, disposto a miti consigli. Forse, però. In realtà non lo so. Forse gli uomini sono troppo pragmatici e parlano con gli uteri solo quando possono tirarci fuori qualcosa di concreto. Non lo so, sono perplessa.

Rileggo una poesia di Marisa, si intitola Silenzio. Che gli uteri fanno così, a volte s’azzittiscono, a volte parlano troppo. Sono uterini.

Il mio Utero c’è ancora,
ma è silenzioso.
Non dice più la sua
su ogni cosa,
non è presente alle cene
non va ai vernissage
né alle prime a teatro.
Il mio Utero è vivo ancora
ma non mi sfinisce più
con le sue filosofie
con i suoi ragionamenti
con i suoi discorsi.
Non mi punisce
non mi tormenta
non grida a squarciagola.
È come se fosse diventato grande
e se ne fosse andato di casa.
Mi ignora e nemmeno
alla domenica si fa vivo.
Dovrei esserne contenta.
Invece, a volte,
sento la sua mancanza.

(…)

maggio 6, 2013

“Il movimento di riconciliazione è proprio questo: entrambe le parti vedono il dolore reciproco. Soffrono insieme. Poi guardano avanti e vedono ciò che in futuro possono fare insieme e l’uno per l’altro. Non guardano più indietro. Su questa base possono mettere in moto qualcosa che giova a entrambe le parti. (…) La riconciliazione è possibile solo se entrambe le parti soffrono insieme per ciò che hanno perso”. (Bert Hellinger,  Il grande conflitto).

Che sia un figlio,  una casa,  una guerra,  un amore, un congiunto, un’occasione. Le parole chiave sono quelle della vicinanza nel dolore. Nient’altro è possibile. Un autore dirompente, non convenzionale, che parla di insensatezza del perdono e della vendetta. Giacché nessun atto unilaterale, nemmeno se positivo e idealmente ispirato dal Bene, può far progredire e crescere un sistema.

La variante di Lüneburg. O dell’amare gli spigoli.

aprile 23, 2013

(Ci sarebbero parole, a corredo. Ricordi, immagini. Desideri sopiti, rimpianti. La pioggia battente ieri sera, sul Ghetto, a rimescolare tutto. Le tengo per me, questa volta. Ich liebe Libeskind, come ho scritto tempo fa. Lui è una specie di fil rouge degli ultimi anni, qui e lì. In vari altrove in cui mi sono persa. Certi spigoli o li ami o li odi, che siano nei disegni, nelle architetture o nel carattere. Io li amo. Più di ogni melliflua morbidezza. Più di ogni curva. )

La variante di Lüneburg. O dell'amare gli spigoli.

Neanche un minuto di non amore. Battisti, mi pare.

aprile 22, 2013

Si impara dall’osservazione, che nell’umano non esiste staticità. Mai.

Che anche un quadro contiene una precisa tensione fatta di microaggiustamenti che servono a tenere insieme in equilibrio le sue componenti.

Ieri ho visto uno spettacolo che mio padre avrebbe amato moltissimo, ci pensavo mentre ero rapita dal veloce e reiterato backstage che in realtà è un frontstage, una preparazione rapidissima, in diretta, della sintesi che poi si andrà a rappresentare. Complicatissime pose plastiche tenute insieme da una concentrazione muscolare estrema, morbidi drappeggi e giochi di luce. Una finzione, sì, ma solo apparente. Una realtà effettiva ma non sostenibile a lungo. Non so come spiegare.

Mi sono poi detta, ripensandoci, riguardando le fotografie e considerando l’insieme della giornata, delle persone che l’hanno riempita, dei miei stessi pensieri che di tanto in tanto si allontanavano dai luoghi  per infilzarsi altrove, in certi strati più profondi del sapere, come le frecce nelle carni di un san Sebastiano imbelle, che due sono le cose orribili che possono capitarti nel tentativo di interazione profonda con una persona: la prima, mettere l’altro – volontariamente o involontariamente –  in condizione da non poter essere ciò che realmente è.  La seconda: trovarsi di fronte a un altro che sceglie autonomamente nei tuoi riguardi di assumere una posizione che non gli corrisponde realmente.

Il risultato di questi errori non è  una relazione ma un tableau vivant, un insieme di singoli momenti creati ad arte, concentrati e isolati, a volte finanche perfetti, che per mantenersi richiedono uno sforzo intenso che non può essere sopportato troppo a lungo nel tempo, pena il cedimento. E che tuttavia, per essere creati e mantenuti, comportano la necessità e la fatica di un costante allenamento.

E allora,  finché si tratta di uno spettacolo della durata di quaranta, quarantacinque minuti, con regolare biglietto pagato, eventuale promessa di replica e la coscienza condivisa che sia una finzione messa su per conquistare, stupire, divertire, sorprendere, irritare, far pensare, va bene per tutti.

Il problema è che non funziona fuori da uno spazio teatrale.

Il problema – quando si approssima il compleanno mi viene sempre da fare un bilancio severo, forse  per via di tutto il fatto della rivoluzione solare, l’ho appena appreso, e dunque del desiderio di ricominciare da un punto zero, cercando di darsi e dare del bene – è che non si può vivere di soli teatrini, che non si può fare ricerca e sperimentazione sulla pelle di qualcuno, trattandolo come uno spettatore ignaro cui non è stato comunicato il costo del biglietto. E nemmeno che c’era un biglietto da pagare.

Per quest’anno che inizio non ho voglia di pezzi di avanspettacolo, di farse, e neppure di una brillante commedia degli equivoci o di romantiche interpretazioni che ti tradiscono sulla soglia dell’atteso lieto fine, con un colpo di scena, un deus ex machina, o l’impenitente maggiordomo colto sul fatto.

Non voglio  il Sold Out dell’anno passato, no.  Che passata la festa, talvolta si decade in men che non si dica dal cartellone, rimpiazzata dalla concorrenza del disperato mondo di personaggi in cerca d’autore e agente.

Qui, fuori dalla scena, smetto di credere nella possibile conversione dei cavalli. Lascio perdere anche l’accavallarsi dei cavilli. C’è una serie di eclissi in arrivo, non è un caso.

La solitudine si deve fuggire.

aprile 6, 2013

Si comincia da questo. Poi si vedrà.

Un’idea non bella, di più: bellissima. Iniziamo il 19 aprile: chi si prenota, c’è. Chi non c’è, non c’è.

Di vita. (Un testo di Simone Guidi, una dedica al signor Effe)

marzo 28, 2013

“Di vita e non di altro moriremo. Di vizi migliori di voi e di virtù migliori di noi. Di attese alle stazioni, di arrivare all’ultimo secondo al check-in degli aereoporti, di corsa.

Di come il fiato si fa fumo di inverno. Di come ci fermeremo perchè una donna incinta passi sulle strisce.

Moriremo di zuccheri e di sale.  Moriremo che i nostri padri diventano sordi con l’età del pensiero che si finisce e non si è scambiabili con altro.

Di donne che se ne sono andate e non furono mai così belle come quando non saranno più tue.

Moriremo di come la Noia occupa militarmente le nostre stanze. E di troppo ridere fino alle lacrime. Di fuochi e di geli. Di strade all’alba e di colpi di sonno agli autogrill. Della nostra faccia delusa nello specchio. Di un bacio di figlia sulla guancia. Di bassi appetiti e di nobili scelte.

Di cento piccole morti che sconteremo vivendo. Di vita (ripeto) e non di altro.”

Prazeres, Daniel Pedrogam

marzo 15, 2013

Prazeres, Daniel Pedrogam

Homenaje a Milton Fernàndez. Un poeta contemporaneo.

febbraio 23, 2013

Se nos gana la noche

in tutto il corpo

saber que estás ahí, inalcanzable y sola, que mis

sapere che sei lì, inarrivabile e sola, che le mie

manos te buscan, aunque yo no te busque, aunque yo

mani ti cercano, anche se io non ti cerco, anche se

no lo quiera, que por algún lado estás, que tenés que

non lo voglio, che da qualche parte sei, che dovresti

estar para que tenga un sentido lo que siento, y que

esserci perché possa avere un senso quel che sento, e che

me estás buscando, amor, aunque vos no lo quieras,

mi stai cercando, amore, anche se non lo vuoi,

aunque nunca lo sepas, que se nos va la vida en tanto

anche se non lo ammetti, che ci scappa la vita in tanto

andar, en tanto oscuro a tientas, que me gusta

andare, in tanto folle, assurdo rovistare, che mi piace

pensar cuando estoy solo, pensar en vos, pensar que

pensare quando sono da solo, pensare a te, pensare

estoy en vos, pensar en vos sin mí, en mis manos vacías,

stando in te, in te senza me, in queste mani vuote,

en esa vocación de zaguán al sur que llevás en el pelo,

in quella vocazione di corridoio a sud che porti nei capelli,

en ese andén vacío que no pisamos nunca,

in quel binario vuoto in cui non ci siamo mai attesi,

en ese juego de adioses con pañuelitos de papel, sin adioses,

in quel gioco all’addio dai fazzoletti di carta, senza addii,

en el ojal del chaleco por el que me entraste una tarde

nell’asola del gilé dalla quale mi sei entrata una sera

en todo el pecho, en eso que me hubiera gustado decirte

in mezzo al petto, in quello che avrei voluto dirti

y no te dije, en lo que quise oírte decir y no dijiste,

e non ti dissi, in ciò che avrei voluto ascoltare e non hai detto,

en todo aquel silencio y en todas mis ojeras, y saber

in tutto quel silenzio e in tutte le mie occhiaie, e sentire

que es un lujo que ya no nos podemos permitir, la espera,

che è un lusso che non ci possiamo più concedere, l’attesa,

que nos cae bien, pero requetebien, la tarde,

che ci calza a pennello il pomeriggio, dopopranzo,

ésa horita indecisa en la que el día empieza a escapar

quell’oretta indecisa in cui il giorno comincia a pedacitos

por sgattaiolare todas las rendijas,

sotto la porta, che qualcuno, forse senza volere,

y se va al fin, gateando, por debajo della puerta,

que alguien sin querer, andá a saber, dejó entreabierta,

e piano piano, senza pensarci,

apenas, anche se tu lo sai, y en un ratito, así, como si nada,

anche se non lo spero,

aunque vos ya lo sepas,

ci sta entrando la notte,

en todo el cuerpo.

Tratto da “Per arrivare a sera” di Milton Fernàndez (Rayuela Edizioni)

Facciamo un gioco

febbraio 5, 2007

Voglio farti una proposta. A partire da questo momento, tu farai tutto quello che ti dico. Letteralmente. Passo passo (…)
Nel 2004 Emmanuel Carrère  pubblica un libro che si intitola Facciamo un gioco.
Edizioni Einaudi.
Non è altro che la ripresa editoriale di una lunga lettera d’amore e desiderio destinata alla sua compagna. Solo che la lettera non viene inviata alla destinataria, ma pubblicata su Le Monde della domenica, nel luglio 2002, letta da seicentomila lettori e tra questi tutte le donne che in quel momento, quotidiano alla mano, sono salite sullo stesso treno che trasporta la sua compagna al luogo del loro appuntamento e dallo scrittore vengono trattate alla stregua delle destinatarie della missiva, che contiene ordini precisi e rituali erotici da compiere lungo il viaggio.
Viaggio che lui ha minuziosamente organizzato per lei, prenotandole un biglietto da Parigi a La Rochelle, facendole trovare una copia del quotidiano e dando nella lettera consegne precise sulle pause di lettura e le azioni da compiere.
Per un bizzarro caso del destino, la sera prima della pubblicazione tra i due scoppia una gravissima crisi, ma il racconto è ormai nelle rotative, come inserto speciale al quotidiano.
Lui prova a ripercorrere in treno il tragitto inverso, come nel tentativo di riprendere in mano le chiavi del gioco, ma inutilmente.
Con questo gioco Carrère provoca migliaia di orgasmi al solo scopo di ottenerne uno solo per lui.
Lo scambio si rivela insoddisfacente e drammatico.
Il libro termina così: Pensi che me la tiro. Hai ragione: me la tiro. Ti aspetto al binario.
Quanto è alto il prezzo della seduzione?
Chi lo paga?
Perché?
Fornisca il candidato la formula esatta, i metodi di neutralizzazione dei rischi di cambio, disegni le curve ascendenti e discendenti della passione e per concludere reciti tre ave maria e due pater noster per i pensieri peccaminosi suscitati dalla lettura del libro.

(con il passare del tempo)

febbraio 27, 2005

Con il passare del tempo imparai a dimenticare le sue parole-occhi, la grandezza dei suoi aggettivi-labbra, la chiarezza delle sue mani-sostantivi. Con il passare del tempo passò il tempo sui miei passi, e pian piano mi colmai di cose dimenticate che pian piano mi dimenticarono.

La città della quale ho parlato non esiste più, né le strade, né il negozio delle mute, né le cravatte larghe come remi, né le palme nane, né l’atmosfera proustiana senza decadenza.

Tutto è scomparso. La musica, la sala da ballo, il cane chino accanto al grammofono.

Tutto si è perso, l’ho perso. E’ sparito da tempo il gonfiore all’occhio, ma resta il livido nell’anima e manca qualcosa, Mabel, manca qualcosa, ecco perché uno va camminando nella vita come un insetto zoppo, come una lucertola senza coda o qualcosa del genere.

Luis Sepùlveda, Incontro d’amore in un paese di guerra