Archive for the ‘pendolaria’ Category

Seconda stella a destra, questo è il cammino.

aprile 16, 2009

Arrivavo da Genova, dove abbiamo trascorso le vacanze pasquali. Una bella città, Genova, sicura di notte nei carruggi, nonostante il porto. Trasporti pubblici funzionanti, anche il Lunedì in Albis. Pulita. Puzza un po’ di piscio, ma insomma, non è che si pretenda la perfezione.

Arrivo a casa, dunque, e riprendo la routine, il solito tran-tran: sveglia alle sette meno dieci, accompagna la creatura a scuola nel centro storico, lascia l’auto al parcheggio sotterraneo antistante la stazione ferroviaria, sali su un treno e inizia la giornata di pendolare Caserta-Napoli.

Solo che stamattina il territorio era presidiato: decine di volanti della Polizia, tutte completamente equipaggiate, pattuglie a piedi, in motorino.

Ci sarà una retata, mi sono detta, anche un po’ soddisfatta.

Ché questa è la terra dei Casalesi, delle discariche abusive, della prostituzione selvaggia, delle licenze edilizie a pioggia. E’ la provincia che ogni anno finisce al fondo delle statistiche sulla vivibilità. E’ la città che fino a pochi, pochissimi anni fa, non aveva nemmeno una sala cinematografica.

Poi sono arrivati i grandissimi centri commerciali che hanno portato entertainment, benessere e riciclaggio.

Vabbè, non divaghiamo.

Dicevo che insomma stamattina vedendo tanta polizia, e transenne e traffico deviato, ho pensato anche un poco al peggio: una sparatoria, un attentato, il crollo di una palazzina per una fuga di gas.

Io poi ce l’ho questa vena un poco catastrofista, soprattutto negli ultimi tempi che la gente mi muore ai lati come se niente fosse. Dicono che è colpa dei veleni che respiriamo, quelli che stanno interrati proprio accanto alla città. Delle cose che mangiamo.

Ma invece no, finalmente una buona notizia: tutti questi pazienti servitori dello Stato e del cittadino non erano lì per qualcosa di brutto. Semplicemente vigilavano a che nessuno infrangesse la nuova area pedonale.

Il centro tutto diventa ZTL, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Scusi, chiedo al primo poliziotto, come faccio ad arrivare in quella strada lì?

Segua il flusso delle auto, poi rientra da quella traversa sulla sinistra, parcheggia e prosegue a piedi.

Dopo circa quindici minuti riesco nell’impresa e deposito la creatura a scuola. Alla poliziotta che presiede alla traversa della scuola chiedo: e adesso come faccio ad arrivare alla stazione da qui?

La poliziotta riflette un attimo.

Io propongo una possibilità, ma no, c’è un cantiere appena aperto, in concomitanza col nuovo piano del traffico.

Un’altra, ma no, c’è isola pedonale anche là.

Poi la poliziotta ha un’idea e mi suggerisce un percorso alternativo per uscire dalla città, arrivare in un comune limitrofo, rientrare in città e dirigermi alla stazione dal lato opposto.

Ma lei poi col treno dove deve andare, signora?, mi chiede.

A Napoli, rispondo compita, nonostante la stizza.

E non le conviene a questo punto andarci in auto?

Respiro a fondo e poi le dico: non lo prenda come un fatto personale e neppure come un’aggressione a pubblico ufficiale, ma secondo me qua ci vogliono le bombe.

Lo penso pure io, risponde la poliziotta sovrappeso e bonacciona, vittima del ruolo.

Dopo altra mezz’ora raggiungo finalmente la stazione e mi intrattengo a chiacchierare con altri due poliziotti che prendono il caffè insieme a me.

Nel frattempo sono diventata aggressiva e polemica, lo ammetto.

Il più anziano dei due – ha un bel pizzetto canuto – si stizzisce e un poco si altera: signora cara, lei pretende di portare avanti istanze personali senza tenere conto del fatto che certe iniziative vengono prese per il benessere della cittadinanza tutta.

Mi viene in mente la metà di una frase che ho sentito da un’intervista a De André nella mostra vista a Genova, qualcosa a proposito del fatto che desiderare di avere dei privilegi sia umano, ma non ricordo il seguito, proprio non riesco a ricordarne la formulazione esatta. O forse mi vergogno di dirlo.

Non di me, mi vergogno, ma della tracotanza con cui chi difende un manipolo di commercianti e lo spaccia come un dono di vivibilità e progresso alla popolazione, ometta poi di preoccuparsi delle strade piene di buche che vengono a malapena rattoppate, della mancanza di trasporto pubblico per i bimbi che vanno a scuola, per il fatto che esista una sola scuola pubblica in tutta la città ad avere il servizio mensa, per la raccolta della spazzatura differenziata che non ingrana, per tutte quelle minuscole cose che dovrebbero rendere accogliente, bella e facile da vivere una città di provincia, differenziandola da città di quattrocentomila, seicentomila, un milione di abitanti.

Ha ragione, dico al poliziotto. Pensi che egoista, che sono.

Pendolare significa non dover mai dire mi dispiace

novembre 27, 2008

Stamattina, nel mio solito treno affollato di studenti che vanno all’Università in orario comodo e di impiegati che prima portano i figli a scuola e vanno in ufficio in orario comodo e poi si stressano a fine mese per recuperare le ore perse, il signore che mi sedeva di fronte, che poi era pure giovane, anche più di me, solo che era uno di quelli che sono vecchi già da giovani e mostrano un certo modo di fare nevrotico che si rivela nel modo in cui si accomodano e nella disposizione che danno ai loro effetti personali sul sedile strettissimo, qua la valigetta, qua la giacca, qua il fodero degli occhiali,  insomma, il signore in questione, alle 8.43, ha  tirato fuori un breviario e ha pregato per sei, sette minuti. Anche dieci.

Poi lo ha rimesso in borsa e ha tirato fuori un libro di Lowen. Anzi, per la precisione, il libro era: Il linguaggio del corpo. Il che era incredibilmente coerente con tutto il personaggio.

Poi forse a seguire leggerà Amore e Orgasmo, però non li potrà riporre nella stessa tasca del borsello –  Amore e Orgasmo e il breviario delle preghiere – perché non vanno mica bene insieme, gli fa una cosa nello stomaco mescolare il peccato e il suo antidoto. Invece sì, ci starebbero benissimo, ma lui ancora non lo sa. Io glielo avrei anche detto, al signore nevrotico che era con me sul treno, ma non mi pareva il caso.

E un poco mi ha fatto pure tenerezza, ‘sto signore nevrotico che c’era un sole fortissimo e aveva con sé anche l’ombrello e non so perché, non so perché, in quel momento esatto ho messo insieme tutti gli elementi e ho pensato che quel signore lì soffrisse di problemi sessuali, anzi, ho pensato più precisamente che soffrisse di problemi sessuali a causa dei sensi di colpa e di una forte educazione religiosa e che la bioenergetica ne avrebbe fatto un maniaco sessuale o un assassino di donne in minigonna o un rapinatore di elemosine o, al peggio, si sarebbe castrato con le sue stesse mani e avrebbe finito i suoi giorni come chierichetto, quel signore che aveva anche la barba, da nevrotico. Quelle barbe tutte curate che seguono il profilo del mento lasciando tutto il resto pulito pulito senza un pelo e anche delle isole glabre sulle guance, perfettamente simmetriche.

Così ho pensato stamattina che quando viaggiavo in auto, e tutta da sola mi costruivo mentalmente le mie storie, rischiando sempre di frenare all’ultimo momento sull’ignaro automobilista che mi precedeva, perdevo un sacco di tempo, visto che le storie si fa prima a costruirle in compagnia, un po’ si guarda e un po’ si inventa. 

Che  in treno mi posso guardare il signore di fronte e pure la ragazzetta accanto mentre completava le frasette del libro di Giapponese I e a un tratto ha fatto un errore grossolano e inevitabile che mi è venuta voglia di correggerla. Ma non l’ho fatto. Cioè l’ho fatto dopo, alla seconda volta che ha commesso lo stesso errore. E ho cercato di spiegarle la regola, ammesso che esista, perché in realtà è più una regola d’uso che di teoria. E il signore con Lowen in quel momento ha alzato lo sguardo, quello sguardo perduto dietro gli occhiali da ipermetrope che gli facevano due occhioni così e gli avrei voluto dire: prima di Amore e Orgasmo legga La spiritualità del Corpo, sennò si spaventa.

Oppure avrei voluto chiedergli: senta, ma lei nel Presepe dove me lo piazzerebbe san Giuda Taddeo? Ma soprattutto: lei lo prega san Giuda Taddeo, che si occupa dei casi disperati, dei miracoli impossibili e delle cause senza rimedio?

Invece non ho chiesto niente e mi sono tirata un po’ giù il bordo della gonna.

Che questi qui che pregano e poi leggono Lowen a me mi fanno un  po’ paura. Ecco perché andavo al lavoro in auto, ora che ci penso.