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Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

luglio 9, 2017

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.

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Flegrea.

settembre 15, 2014

da Parole Sotto Sale
PiccoloVocabolarioPoetico di Claudia Fabris
Abbandono:
c’è dentro un dono
ma non te ne accorgi
Deve essere una buona notizia
che si traveste malamente
tanto da sembrare cattiva

Mi prendi, mi rivolti di parole, mi dissodi, mi trasformi in un giardino fiorito, qualcosa mai vista, no, solo dimenticata. Qui, nella terra dell’Orco, dove nacqui, dove sono già stata.

Era l’estate, un’estate lontana, e dimenavo i fianchi di ritmi sudamericani.
E’ passato molto tempo da allora, così tanto tempo, da allora. Tu mi guardavi e ridevi, come non avermi mai vista, non mi riconoscevi, nemmeno io, era questa terra a trasformarmi, quando ancora non sapevo cosa accadeva al mio sangue.

Io vestita di abiti di Carnevale, odalisca che muovo i fianchi, ma questo è accaduto prima, ancora prima, qui ho sempre mosso i fianchi.

Vado ancora a ritroso nel tempo, prima del prima, nell’anfiteatro, in un pomeriggio di primavera, mentre mi prendi lontano da ogni sguardo e siamo tanto giovani e il sole che ci aspetta fuori e io sorrido e ancora non lo so che questa terra mi appartiene, che appartengo a questa terra. Tu mi ci porti e mi insegni. Tu mi spiani la strada verso me.

Lo so solo dopo, anni dopo, quando ritorno dopo essermi persa e vengo a cercarmi e arrivo qui, sulla collina e sotto mare immenso di inverno punteggiato di isole e golfo e io non so, non so ancora niente del profondo di questo luogo, ma dimeno i fianchi in una danza sconosciuta e muovo i piedi nudi sull’erba e qualcosa dentro di me mi agita e mi trasforma e mi conosce e mi riconosco.

Ma è stato un attimo prima, prima di dimenticarmi, che ancora ero qui, magra e intensa.
E’ quel giorno che siamo sul porto, sotto la Terra che sbriciola e si alza e si abbassa. Mi ci avevi portato quando eravamo poco più che ragazzi. Sì, forse quella è stata la prima volta, in assoluto, quando ho sentito che questo luogo era mio, e non volevo andare più via. Quando ho giocato a nascondino tra le case abbandonate.

E l’ho amato, e poi dopo ho amato te, poi tutti che erano sempre te e tutti li ho portati qui, per riconoscerli e farmi riconoscere, dimenando i fianchi che un giorno sono stati coda di squame.

Ma quello sul porto era un addio, un abbandono, avevo jeans a fiori e una camicia bianca e piccoli seni che raccoglievi nelle mani a coppa.
Dal mare i pescatori ridevano e la terra tremava sottilmente, e io sparivo e riapparivo altrove.
Un abbandono tra i tanti. Per il dopo che verrà. Un dono che ancora non so.

Un dono che sempre mi aspetta.

Il dopo diventa il tempo dell’acqua, il calore dei fumi, e la sera tornavamo a casa leggeri e mi preparavi da mangiare e annusavi la mia pelle di zolfo e salmastro e mi dicevi che ero bella, come Patti Smith, ma di più, e avevo voce roca e dimenavo i fianchi. Tu mi accendevi una sigaretta e me la poggiavi tra le labbra nel fare l’amore, poi la riprendevi ed era il solo momento in cui fumavi, tra il letto e la scrivania. Poi me ne sono andata così lontano e la nuova terra mi dava tremori alle ossa e nei muscoli. Il medico spiegava che mancavano potassio e magnesio, in questa nuova terra. Ma non era questo, allora non lo potevo sapere che invece era il sangue, la radice, il sale mio.

Poi è stato ancora dopo, nuovamente, un tempo ancora dopo, sopra la collina, col cane che mi si addormentava in grembo e la pioggia che aveva tutto trasformato in fango e io sorridevo, come se nulla potesse strapparmi da quelle rocce. E’ durato un attimo, poi il fango ti ha trascinato a valle, che non eri saldo.

Quando sono tornata ancora, sono tornata all’acqua e ai vapori e ti ho incontrato che mi aspettavi.
Mi hai baciato su uno scoglio e di nuovo ho mosso i miei fianchi, più forte che mai. Non sapevo che avrei avuto una figlia, dalla spuma e dal lago, con onde di rabbia così simili alle mie, di sentimento increspato e concentrico, di addio insistente e temuto.
La prima volta che l’ho portata a questo lago era talmente piccola, pioveva. Siamo state tra i soffioni caldi, avevo jeans neri quel giorno, ricordo sempre ogni dettaglio e poi l’ho portata lungo la costa del mare, ma i bambini dimenticano, non sanno, se non molto dopo, del ventre di terra che li ha partoriti e li segna.
E ancora prima una mattina nel fondo del cratere, un mondo inverso dove le ho mostrato piante e uccelli. Ma questo è stato prima, prima che camminasse. Tu mi andavi accanto senza sapere che eri straniero nella mia terra, in questa terra di mare e rocce laviche, dove io avevo pensato di riconoscerti, ti ho riconosciuto, ma è stato un momento breve, il mare chiama con la sua voce e non si può fare altrimenti.

1538, in una notte emerge il Monte Nuovo, la terra si sconquassa e non si fermerà mai più, un continuo formarsi di avvallamenti e colline, di buchi nel terreno e pozze d’acqua che ingigantiscono e tunnel sotterranei allagati. Io sono sempre lì, acquattata sotto la costa, e mi pettino i capelli e tu passi e guardi e ti lasci ammaliare da una me che solo qui riesce a cantare.

Poi arrivi da lontano, vengo a prenderti a una stazione o un aeroporto, non lo ricordo più e ti porto nel mio regno, entrando di soppiatto. Come se tutto mi appartenesse, nonostante gli enormi cartelli di divieto. Mangiamo lumache di mare, pesce, all’aeroporto depositi baci leggeri sul mio collo e io lascio fare. Nel mio regno non mi oppongo a nulla, accade.
Io solo dimeno i fianchi, quel che fu la mia coda.

Ma prima, prima c’è stato un momento in cui sono stata nell’acqua calda, insieme a te, un altro te, e nell’asciugarmi mi abbracci, in uno spogliatoio angusto e stringo l’asciugamano tra i denti perché dall’esterno non sentano la mia voce e i gemiti.

Poi dopo succede altro, sull’isola che oggi è irraggiungibile, dopo il lungo tunnel. L’isola scomparsa dove dopo poco scompari anche tu. La mia isola non ti piace e nemmeno tu allora puoi piacermi. L’automobile che non riparte e restiamo bloccati, tu che perdi un aereo e allora ti porto all’estremo della mia terra.
La mia terra comincia con le bocche e finisce al promontorio, è una terra di maghe e inferi. Io non lo so, ancora non l’ho imparato: mi muovo tra le coste con ritmo di fianchi, conosco tutte le rocce e non so perché. Mi muovo dalla bocca e finisco al promontorio.

Lo imparo ieri, soltanto ieri e ora lo so per sempre. Lo imparo finalmente ieri, perché così tanto lo avevo vissuto senza saperlo e finalmente la tua parola mi dice e mi insegna.

Lo imparo sempre, ogni volta di nuovo. Come la volta che ti percorro irraggiungibile, sei promontorio lontano, lontana la tua bocca, smisuratamente distante, dove i miei fianchi annaspano e non riesco a trovarti.

Poi torni, e  hai un nuovo volto e siamo in mezzo al mare, coi capelli scomposti dal vento e tu che barcolli sulle caviglie malferme. E mi sembra che tu appartenga a questi luoghi quanto me, poi te ne allontani e ti perdo e ogni volta, per ritrovarti, ti cerco lì.
Lì ti ritrovo, altrove mi sfuggi, in altri mari non siamo più gli stessi, la mia voce si perde, non arrivo distante. Sono di questo mare e queste erbe, di queste acque termali che non mi lasciano andare, senza le quali mi raffreddo e muoio.
Ogni volta che torno mi incammino, il tragitto è disseminato di me, dei miei fianchi ondulati, di tutti i te che qui ho amato, ogni volta con un volto diverso. Ma eri lo stesso, sempre di passaggio.
E sempre mi abbandoni, che è come un dono solo male impacchettato.
Mi lasci libera per altro, come un dono per quel che verrà, per quando verrai di nuovo, con sembianze nuove. Ma io sempre, sempre ti riconosco, da sempre. Da quando mi hai portato qui per la prima volta, fino a ieri. Come una calamita che qui mi conduce per riconoscerti.

Nessuno posso amare che non passi di qui, che non ami questo mare e queste grotte e tutti i dettagli che trascuro nel mio racconto e le volte che ho ballato, sul passato, dimenando i fianchi.

Sempre, dimeno i fianchi in questa terra, non c’è nulla di osceno.

E’ stato prima, molto prima, che eri ubriaco e mi hai portato qui a vedere il mare. E io non sono giovane come sembra, e sono inesperta, ma quando arrivo qui è come se risalisse una memoria profonda di fianchi e code e so cosa fare, in silenzio.
E ancora qui, mi ritroverai tra mille e mille anni, mentre ti incanto, tu che arrivi ogni volta con un volto diverso e sempre poi mi abbandoni e io lascio che tu vada, e un giorno il mare ti riporta e tu hai dimenticato ma io rammento tutto e so cosa fare, mentre spingo le mie parole iridescenti sotto i riflessi di sole
Anche se sei di passaggio, ti porto qui. Come quel giorno che ho portato anche te, così alto e biondo e di sguardo di acciaio e tu non capivi cosa mi legasse a tutto questo.
Mentre invece tu, quando sei comparso, lo sapevi, e mi dicevi che ero terra rossa e dea e Grecia tutta e tante cose che ripetevi e io non sapevo, ma la mia pelle sentiva.
E sempre sarò qui, che ti aspetto, qualunque volto tu abbia.
Sempre ti aspetto, per sapere se hai sapore di sale o di polvere, se ti consuma l’acqua o il vento, per sapere fin dove ti spinge l’onda dei miei fianchi. Ho così tanto da dire, da dirti ancora, di questo luogo che mi abita, che è il solo luogo nel quale so essere.
E’ stato ieri che l’ho imparato con le parole giuste, con il vento che mi trapassava la pelle e le mie parole che trapassavano il cuore e le tue parole che mi hai insegnato ancora una volta di me, come se non mi fossi mai vista.
Sono qui che aspetto. Mi riconosci, dimeno i fianchi come coda di pesce e racconto storie all’orecchio.
Tu mi abbandoni a me stessa e io mi abbandono ad altro, come un dono nascosto.
Tutto questo io non posso dimenticare mai, e ogni volta pago il prezzo di un magone che si dissolve in schiuma e per un momento, un solo istante, brevissimo, dimentico e tu appari e mi sembri sempre nuovo, come se fosse la prima volta e non tutte le vite che ti ho incontrato e poi sempre mi abbandoni, per restituirmi a me fino a che torni con altro volto, e sempre io ti riconosco, fino all’abbandono.

E sempre il mio abbandono non ti basta e te ne vai, e questo è il tuo dono, quello che fino a ieri ancora non so.

Preoccupazioni

dicembre 20, 2013

Ci plasmavi, ci scavavi. Con quel tuo punteruolo fatto di rabbia e angoscia.

Ci trasformavi in figurine cave che sistematicamente riempivi di preoccupazioni. Sì che quando riuscivamo a sbarazzarcene, a lasciarle defluire, restavamo vuote e traballanti, senza peso, friabili.

Come forme di gesso disabitate e incolori.

Ti pre-occupavi.

Invece di occuparti. Di noi, di te, di qualsiasi cosa che non fosse l’ansia di riempire il vuoto.

Tutto un anticipare il futuro, costruirlo mentalmente, tendergli trappole esatte in cui farlo precipitare perché non tradisse le tue preoccupazioni.

Ché se mai fosse stato diverso, t’avrebbe dato la misura dell’esserti occupata inutilmente, prima del tempo. Di averlo sprecato, il tuo tempo. Di aver girato a vuoto nel vuoto e di affacciarlo improvviso al tuo sguardo.

E invece macinavi paure, a grana grossa, le impastavi con stoppa e cenere, intrise di lacrime e schiuma di saliva agli angoli della bocca e ci imbottivi, ci lasciavi asciugare, seccare nel cuore, restare in piedi nostro malgrado, testimoni di un tempo mai situato esattamente, sempre subito prima, o in un latte versato.

Ancora oggi rimuovo i pezzi, ci provo. Li diluisco con acqua, provo a tirarli via con lo scavino.

Alcuni sono pietre incastonate, irrimediabilmente inscritte nella cerniera che mi separa dal mondo, sedimentate nei miei gesti. Alcune non vengono via se non sgretolando tutto il resto, producendo crepe e fratture.

Quest’insana abitudine a riempirsi dall’esterno, quale che sia la fonte, a stipare tutto il possibile al fondo di cavità inesplorate per non sondarne profondità e dimensioni.

Ci preoccupiamo, mentre il tempo passa sprezzante e ci aggrappiamo a qualcosa di esterno, con le unghie, per non scivolarci dove non sappiamo, dove troveremmo un presente già pieno di sé, senza alcuna necessità di nutrirsi di altrove.

Ricordi

luglio 19, 2010

Non esistevano i cellulari e scendendo dal traghetto, quello stesso pomeriggio,  ci informarono della strage di Capaci. Ricordo che piangemmo. Di tanto in tanto ci incontriamo ancora, è stata l’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa tutti insieme. G. oggi ha lo sguardo spento, il cervello in panne e non ci riconosce quasi più, M. è al secondo marito e secondo figlio, io avevo curve e rotondità e quasi nessuno spigolo, A. è ancora tutto spigoli, P. abbraccia P., ma poi sposerà il fotografo. Quella sera stessa finii in ospedale per un inizio di shock anafilattico, per un morso di zanzara su una vena. Ventotene era bellissima, la stanza piena di gechi e una cucina enorme. S. cucinò per tutti, R. e N. lavarono i piatti. Di lì a poco avrei rinunciato alla borsa di dottorato a Tokyo e mi sarei trasferita a Roma. Credo che sia stato l’ultimo momento lieve, totalmente lieve, che abbia vissuto. E nonostante tutto non tornerei indietro mai, mai, mai. Mai.

La curva della U

marzo 11, 2007

Il  figlio  lo  guarda  con  ostinata  fierezza,  dai  suoi  sedici anni  che oggi gli sembrano un’eternità.

Ha occhi di sfida e apparente disamore. E una supplica ben avviluppata in lacrime che fatica a trattenere.

Hai capito cosa ho detto?, e alza di poco il tono della voce, per sopprimerne il tremito.

Ho capito, risponde il padre. Ma questo non ha nulla a che fare con te.

Sì, invece. Devi occuparti di me. Perché mi hai messo al mondo, allora?

Continuerò a farlo, dice il padre.

Con una nota di stanchezza nella voce. Con il peso di giorni trascorsi a riflettere.

Il figlio dà un calcio al cuscino del divano che poco prima ha gettato in terra.

Raccoglilo, gli chiede gentilmente il padre.

Raccoglitelo da solo.

Il padre si china a prendere il cuscino.

Il figlio sferra un altro calcio e lo colpisce con violenza sul labbro, che inizia a sanguinare.

Le mie decisioni non ti autorizzano a mancarmi di rispetto.

E invece sì. Per me non sei più nessuno, gli dice il figlio con disprezzo e un residuo di paura.

Il padre si pulisce dal sangue con il dorso della mano e poi la passa sui pantaloni.

Ha parole acuminate, ma non è il caso di usarle.

Un giorno forse capirai, si limita a dire.

Se vai via mi uccido, dice adesso il figlio. Assaporando le sillabe e il suono della U che non riesce a incattivire in alcun modo.

Il padre gli appoggia le mani sulle spalle. Gli sussurra sfinito: se non me ne vado mi uccido io.

Nella sua bocca questa parola ha un suono affilato, senza dolcezza né dubbio. Qualcosa di irrimediabile.

Il ragazzo scivola piano nella curva della U e si rincantuccia sul fondo. Prova ad arrampicarsi per venirne fuori. Glissa lungo la parete liscia, senza trovare appigli.

Si inerpica.

Tenta un ultimo sforzo.

Può uscirne solo al prezzo di invecchiare di colpo.

Telaragna

giugno 25, 2006

La donna edifica una cattedrale con ampie volute di fumo che si levano alte, fino a sfiorare il cielo.

La arricchisce con rivoli di bava che nel tempo induriscono e rendono la costruzione resistente e stabile. Simile a bianchi cristalli di cerussite.

Poi siede al centro del quadrato formato da quattro pinnacoli traslucidi e aspetta.

L’uomo cammina in circolo intorno al tempio.

Di tanto in tanto sbircia l’interno, conta i suoi  passi e si chiede se sia il caso di entrare. C’è paura e attrazione, stupore e timore.

C’è una luce che abbaglia e gli rende gli occhi simili a fessure.

L’ultimo filo di bava ha una gittata ampia che gli lambisce i fianchi, lo avviluppa come in un bozzolo e lo attira pericolosamente alla donna, che gli sorride e sta per ghermirlo.

Apre gli occhi, sveglio di soprassalto.

La trova lì, addormentata al suo fianco. Con quella pelle ancora bianca che il sole non si accinge a dorare.

Un sottile filamento di saliva le scorre dalla bocca e bagna il cuscino.

Lui si avvicina e le percorre il bordo delle labbra con la punta della lingua.

Poi dentro di sé benedice e ringrazia, come tanto tempo prima gli hanno insegnato che si usa fare nelle chiese.

Craquelé

gennaio 26, 2006

La donna si alza svogliatamente al trillo della sveglia.

Sono giorni che sanno di acque morte, del grasso di rossetti comprati e dimenticati sul fondo di una borsa. Sono giorni di sale sulle piaghe e vento dai Balcani.

Ma l’uomo è sveglio da tempo.

Come ogni mattina si muove di soppiatto, esce dal letto prima di lei.

Fugge silenziosamente per i corridoi della casa, svicola tra gli stipiti.
Si nasconde a qualcosa.

Lo trova in cucina con la fronte tra i palmi, come se la coperta gli bruciasse addosso.

Anche a quest’ora che la casa è fredda, con una tazza di caffè bevuta a metà e lo sguardo opaco di argenteria inutilizzata.

Ma è lì, e tanto basta ad acquietarla.

Lei lo accarezza con frange di pensieri, tenendosi a distanza.

Sono due gusci d’uovo. Fragili.

Ricoperti di crepe, come in un’antica ricetta cinese.

(Rassodare le uova per sette minuti, aspettare che si raffreddino e rotolarle dolcemente sul ripiano di marmo della cucina perché il guscio si incrini. Poi metterle a bagno in tè nero, anice e cannella per circa quarantotto ore, preferibilmente in frigorifero. Asportare i gusci e servire.)

Sono orribili da mangiare. Un gusto che allappa. Ma l’arabesco disegnato sull’albume resta impresso a lungo nella memoria, è di sicuro effetto.

Col tempo.
Col tempo.

Tornerà tutto in ordine.

E se non sarà così poco importa.

Il craquelé è di sicuro effetto, gli ospiti ne saranno impressionati.

Rosso di sera bel tempo si spera

dicembre 29, 2005

La donna siede al bordo del letto e continua a spingere avanti e indietro con la punta del piede la maniglia del cassetto. Con noncuranza apparente.

Un po’ sorride anche, le viene in mente uno di quei test da rivista femminile: mostrami il tuo cassetto e ti dirò chi sei.

Sorride solo un poco, il resto del viso è stanco e tirato.

Poi lo apre, definitivamente. Il cassetto.

E lì, nell’angolo destro, c’è un involto di velina.

E dentro l’involto le famose mutande rosse e reggipetto rossi. E una giarrettiera, una sola.

L’uomo non c’è, è uscito.

La donna pensa che per una volta tanto le piacerebbe che lui fosse andato a comprarsi dei boxer rossi.

Non sono mica cose importanti, è vero.

Però magari questa volta sì. Solo per questa volta.

Con la biancheria rossa ci si traghetta nel nuovo anno come protetti da un talismano, da un amuleto.

Ciò che si fa al primo dell’anno accadrà per tutto l’anno.

Non è così che si dice?

Mentalmente sfoglia i Capodanni passati, come un album di foto.

Stronzate, i proverbi.

Richiude il cassetto e dimentica l’involto. Si asciuga una lacrima.

Qui nulla è più lo stesso.

Che Dio ce la mandi buona.

Tariffa mista chilometri/tempo. Per le corse notturne è previsto un supplemento.

dicembre 12, 2005

Quel giorno andò così: c’era il sole.

Allora la polaroid (ma forse era un 35mm, quella volta lì) la si poteva scattare in esterni.

Andò così, e a voi non resta che leggerlo qui.

Torna, 'sta casa aspetta a 'tte

novembre 7, 2005

Perché non credevo, non credevo che la tenerezza potesse anche essere così.

Come un vetro che va in pezzi e migliaia di schegge intorno.

Voltare le spalle, non raccogliere. Lasciare che qualcun altro lo faccia.

Non credevo, ecco tutto.

E sì che a quarant’anni dovresti aver già visto il possibile.

Se non tutto, almeno molto.

Molto.

Lei mi ha parlato. A me. Mi ha detto: torna.

Senza di te non possiamo esistere.

Lui ti ha trapiantato un pezzo del suo cuore, adesso è vivo a metà.

Torna, che io non sopporto questo buio.

Non è colpa mia, ho risposto. Non è questione di tornare.

Dovevi ricordartelo quando hai colato cemento nell’incavo dei Lari.

Erano statuette cave, fino a quel giorno non lo sapevi.

Ma non è colpa mia.

E’ che a volte le cose – e in special modo i ricordi –

Si trascinano da un baule all’altro, attraverso generazioni.

Nessuno si è mai preoccupato di scoprire se in quella statuetta

Si celasse terracotta o un gioiello.

O il nulla.

Poi hai appoggiato i vestiti di tuo figlio nell’armadio di mia figlia.

La scena era grottesca, cedevi pezzi di te.

Torna.

E intanto la voce ti tremava.

Ho notato che hai tagliato i capelli, non te l’ho detto.

Del resto non avrebbe avuto alcun senso, non ricordavo com’eri prima.

Allora voglio dire: l’immagine che avevo di te ha tagliato i capelli.

Le donne fanno così, sempre.

Come quando poti i rami perché svettino più in alto.

Deve essere un gesto antico, una mossa di apertura al nuovo che avanza.

Come il sesso che spinge dalla parete di maglina di un boxer, pronto a ghermire.

Ma questa non è una novità.

La storia a volte si ripete.

Poi sei andata in cucina, dove mia madre giocava a carte con mia zia.

Io ho messo a letto mia figlia. Tuo figlio le tirava i capelli.

Nessuno ha mai tirato i capelli a mia figlia.

Per questa volta ho lasciato fare.

In cucina vi ho trovato sedute. Mi guardavate come se fossi una ladra.

Solo perché ho un cuore  e mezzo. Come se l’avessi rubato.

Mia madre ha detto: secondo me non è giusto che tu vada con loro.

Ho risposto: anch’io la penso così.

Tu hai detto: non vedo altra scelta.

Ho messo il cappotto e una sciarpa e sono uscita.

Ti ho detto: quando torno non voglio trovarti qui.