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“Qualcuno ha parcheggiato in seconda fila davanti al posto che hai riservato all’Amore: chiama subito il carroattrezzi”. (Un po’ di soffice sentimento per l’estate, che ogni tanto pure ci vuole)

agosto 16, 2017

Quando giunse al capitolo che parlava di risonanze e del permettere che le cose accadessero, spense lo stereo, chiuse la porta, eliminò la suoneria del telefono e si disse che doveva concentrarsi, per capire esattamente come si dovesse procedere.
Il libro – lo aveva trovato sulla bancarella di un mercatino a un euro – aveva un titolo accattivante e seducente, che l’aveva spinta all’acquisto, nonostante detestasse quel tipo di letture: “Il tuo destino è nelle mani di chi capita: vattelo a riprendere”.
Era la solita accozzaglia di frasi fatte, psicologia spicciola da coach malandato, non privo di qualche guizzo ilare.
Ma al capitolo che si intitolava: “Qualcuno ha parcheggiato in seconda fila davanti al posto che hai riservato all’Amore: chiama subito il carroattrezzi”, decise che era arrivato il momento di concentrarsi e finalmente decidersi ad agire, fosse anche seguendo quei consigli banali quanto strampalati che venivano proposti in sequenza, nei vari settori di un’auspicabile riuscita esistenziale.
La questione, in poche parole, era così formulata: l’Amore non sarebbe mai arrivato nella sua vita se lei avesse consentito a chiunque di parcheggiare in seconda fila, bloccando l’accesso al posto che competeva all’Amore. Che magari era in ritardo, aveva avuto un contrattempo, ma prima o poi sarebbe arrivato e avrebbe voluto parcheggiare, invece di starsene a girare tutta la notte e poi andare altrove.

Ma perché c’era gente che parcheggiava in seconda fila?
Erano maleducati? Frettolosi?

Nossignore, era solo che il posto riservato all’Amore era mal segnalato: nel tempo si erano sbiadite le strisce gialle che indicavano la postazione riservata e la segnaletica era stata divelta da qualche teppistello emotivo.
Così, per evitare che la gente continuasse ad ignorare che quel posto della sua vita era riservato all’Amore, a quello suo proprio, tanto atteso, bisognava ribadire con forza che quel posto lì era occupato, e guai a quanti ne impedissero l’accesso con il loro sostare o, peggio, lo invadessero con altri veicoli che tutto trasportavano, fuorché l’Amore.

E da lì consigli a seguire, per tutte le circostanze possibili, affinché l’Amore tornasse a parcheggiare dalle sue parti. Bisognava far finta che l’Amore fosse già là, e che sapesse perfettamente che quello era il posto che gli era stato assegnato. Nel quale sarebbe entrato facilmente, con due sterzate e una sgommatina. Ma più per fare impressione che per altro.

Si decise, non senza un tocco di pudore nei suoi stessi riguardi per la manfrina che si apprestava a costruire, di predisporre il piano perfetto, che in trenta giorni le avrebbe restituito il suo destino, esattamente come annunciava il sottotitolo del libro.

Andò al cinema e prese due biglietti: uno per sé e uno per l’Amore, che ovviamente rimase vuoto. Ma non importava, bisognava agire e comportarsi come se l’Amore fosse già stato presente nella propria vita. Mostrargli che il posto per lui c’era, ed era libero.
Il cinema era pieno, affollato.
Più d’uno le chiese se potesse occupare il posto vuoto di fianco a lei, ma fu ferma e netta: è occupato, sto aspettando mio marito.
A metà della proiezione, nell’intervallo, facendole capolino dietro la spalla uno dei signori che aveva chiesto di occupare il posto, le disse, non senza ironia: suo marito si fa attendere!
Arrossì all’istante, come scoperta nell’inganno.

Poi recuperò sangue freddo e rispose secca: mi ha mandato un messaggio, ha avuto un terribile contrattempo, ma sarà qui alla fine del film per venire a prendermi.
La dispiace allora se mi accomodo di fianco a lei?, aggiunse l’intraprendente e atletico signore, scavalcando rapidissimo la fila di sedili e piazzandosi al suo lato sinistro.
Ha tanti capelli, disse un po’ per giustificare la fulmineità, ho dovuto spostare la testa di qua e di là, al primo tempo.
Alla fine del secondo tempo, quando le luci si accesero e lei tirò un po’ su col naso, il signore le porse un fazzoletto di carta e con un fare quasi complice le disse: è piaciuto tanto anche a me…se non aspettasse suo marito potremmo chiacchierarne un po’.
Ma lei aveva fretta: l’Amore la aspettava proprio all’uscita del cinema e l’avrebbe portata a cena, dove aveva ovviamente prenotato per due, seguendo alla lettera le istruzioni del libro.

All’uscita dal cinema diluviava, improvvisamente.
Doveva essere stato il vento del pomeriggio ad aver ammassato una tale quantità di nuvole.
Non aveva ombrello.
Nemmeno il signore.
Stettero sotto il cornicione spiovente dell’uscita posteriore.
Lei controllava nervosamente il telefono, per non dare a vedere che di fatto non aspettava nessuno.

Cioè sì, aspettava. Ma non aspettava chi credeva di aspettare.
Cioè sì. Solo che non aveva un volto e una forma, per quanto il libro avesse consigliato di provare anche a immaginare la sagoma del prescelto, tratteggiare un po’ la sua psicologia, il carattere.
Solo che non aveva avuto tempo, lei, talmente presa dal mettere subito in pratica quanto appreso.
Era andata al cinema e fine.

Il signore gentile, che aveva trasformato la sua ironia in premura, le chiese se il marito l’aspettasse al parcheggio antistante il cinema o se avessero un punto di riferimento preciso.
Lei rispose che era uscita con la sua auto e che lui l’avrebbe raggiunta a piedi, e che insieme sarebbero poi andati a cena, nel loro solito posto, quello in cui si erano conosciuti.
La conversazione aveva adesso preso i toni gioviali di chi, accomunato dalla stessa sventura, dallo stesso grattacapo, condivide con amabilità la propria sorte, chiacchierando del più e del meno.
Sicché a lui non sembrò inopportuno chiederle dove fosse il ristorante e una piccola recensione.
Lei arrossì di nuovo, ancora colta in flagrante.
Così, dopo un brevissimo attimo di esitazione, nominò un locale poco distante, dove era stata una sera con le sue colleghe, per festeggiare un compleanno.
Un piccolo ristorante con pochi coperti e la pasta fresca fatta al momento.
Non era quello in cui aveva prenotato.
Lui si illuminò: ma lo conosco benissimo, pensi che il proprietario è un amico di mio cugino, che dopo tanti anni di lavoro in banca si è stufato e ha deciso di cambiare vita. Coltivava da sempre questa passione per la cucina e così, dopo le prime difficoltà, è riuscito a decollare. Ci vado spesso anche io, che coincidenza. Anzi, quasi quasi potrei passarci stasera, visto il tempo che fa.
A lei sembrò di morire, in quel preciso istante, messa di fronte alla menzogna che di lì a poco l’avrebbe trascinata nel ridicolo.

Poi, come per miracolo, squillò il cellulare.

Fece per mettere la mano in borsetta, ma si accorse che a squillare era stato quello di lui.
Avevano la stessa suoneria.
Lui rispose quasi a monosillabi, bofonchiò qualcosa e poi concluse: arriverò tutto bagnato, ma ci provo.
Rapidamente la salutò e si mise in cammino sotto la pioggia sferzante.

Lei tirò un respiro di sollievo.
Era salva.

Aspettò altri cinque minuti, per essere sicura che lui si fosse dileguato, e fece una corsa all’auto, per proseguire indisturbata il suo programma.
Parcheggiò fuori dal ristorante ed entrò, ripetendo il nome con cui poche ore prima aveva effettuato la prenotazione.
Era un nome fasullo.
Un po’ per vergogna, un po’ perché il libro sul punto diceva qualcosa che non era chiarissimo, ma che le era piaciuto interpretare così, qualcosa che aveva a che fare con la recita di se stessi per trasportarsi nella situazione in cui si sarebbe incontrato il vero se stesso. O qualcosa del genere.

Si sedette e aspettò un po’.

Il cameriere le si avvicinò per chiederle se volesse ordinare o bere qualcosa, ma, come da copione, lei rispose che era in attesa di suo marito, che aveva avuto un contrattempo a causa del maltempo improvviso, e chiese al cameriere di aspettare ancora un momento.
Dopo dieci minuti, fingendo di consultare il telefono, richiamò il cameriere e gli disse che avrebbe cominciato a ordinare qualcosa, magari l’antipasto.
A causa della pioggia il ristorante era rimasto piuttosto vuoto.
Era intenta alla lettura del menu, che ormai aveva quasi imparato a memoria per dilatare quanto più possibile il tempo, benché in cuor suo volesse solo terminare la recita e rientrare a casa e cambiarsi le scarpe e asciugarsi i capelli che le gelavano il collo; così concentrata da non accorgersi dell’ingresso del signore di poco prima, quello del cinema, che entrò con il viso tutto accigliato e un umor nero, salvo illuminarsi di improvviso al vederla.

Si avvicinò subito, sorpreso, sorprendendola nella sua concentrazione.
Non mi dica che…?
Lei arrossì per la terza volta nella stessa serata e incapace di trovare una scusa valida su due piedi, scosse la testa e sussurrò: lasci perdere, per piacere; se solo sapesse cosa è successo…
Le spiace se mi siedo?, chiese lui. O…o è occupato da suo marito?
Lei aveva recuperato presenza e lo inondò con un fiume di parole, raccontando che a causa del ritardo, dovuto alla pioggia, il ristorante aveva dato via il loro tavolo, che si erano dunque decisi a cambiare posto, non avevano voglia di rientrare a casa, ma che, al momento dell’ordinazione, un…cliente…un paziente – suo marito era medico, medico pediatra, le venne in mente in quel momento, una telefonata di emergenza lo aveva richiamato su – lo studio era proprio, per fortuna, al palazzo di fianco – per una prescrizione urgente, ma poi alla telefonata era seguita un’altra e un’altra ancora, e allora avevano finito per questionare. Lui le aveva proposto di andare a casa, ma lei ne aveva fatto una questione di principio, perché il lavoro non può sempre venire prima di tutto, erano anni che andava avanti questa storia, e quindi aveva deciso di cenare lì, foss’anche da sola,. E che lui se ne andasse pure a casa, lei lo avrebbe raggiunto più tardi. Solo che adesso, da sola, non aveva più tanta voglia di cenare.
Disse questo tutto d’un fiato, con una tale foga da apparire verosimile anche a lei stessa.

Non era forse quello che prescriveva il libro, in fondo?

Il signore la ascoltò e sorrise.
E’ una bella coincidenza, disse.
Vede, mia madre abita proprio qui sopra. Era lei ad avermi chiamato poco fa, al cinema.
E’ anziana, e a volte dimentica dove sono le cose. Così, prima di rientrare in casa, sono passato per aiutarla a cercare quanto diceva di avere smarrito. Poi mi sono attardato, l’ho messa a letto e mi sono accorto che era un po’ tardi per rientrare a casa e prepararmi la cena. Ero a stomaco vuoto e mi sono fermato nel posto più vicino. Non trova che sia una splendida coincidenza? Potrei farle compagnia per la cena, che ne pensa?
Lei esitò.
Ha ragione, disse lui, come colpito da improvvisa riflessione. Non sarebbe carino se suo marito tornasse sui suoi passi e decidesse di venire a prenderla. Chissà cosa penserebbe.

Era ragionevole. Ragionevole e di buone maniere.

Mentre lei era invece stizzita, per questo marito che le anteponeva ogni impegno, ogni cosa, e la lasciava da sola sul più bello.
Così rispose, un po’ seccata: guardi, non tornerà, ne sono certa. Si alzerà prestissimo per il primo turno in ospedale e se dio vuole lo rivedrò domani sera a cena, resti pure.
Cenarono insieme, bevvero un po’ e chiacchierarono del film. Lei aveva visto tutte le altre opere del regista, lui qualcuna di meno, però in questo aveva riconosciuto una citazione dei suoi primi lavori: ha visto la scena del fiume, quando la donna si alza un lembo di gonna per scendere in acqua? E’ ripresa uguale uguale da quel film – ora non ricordo il titolo – quello in cui i pastori decidono di cambiare il pascolo perché le bestie dimagriscono a vista d’occhio e mandano lei in avanscoperta per guadare il fiume.
Sì, sì, è vero, trillò lei come una bambina, con il viso dispettoso di chi avrebbe potuto pensarci per primo ma è stato battuto sul tempo dall’avversario, ma non per questo si diverte di meno.

A mezzanotte passata guardò l’orologio ed esclamo: oddio, è tardissimo, io devo andare. Grazie, grazie di tutto. E lasciò sul tavolo un paio di banconote da venti, senza nemmeno aspettare il conto, per non dare l’impressione di voler essere una di quelle che approfittano della circostanza.

Luigi – si chiamava Luigi, nel corso della cena erano passati poi a darsi del tu – non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi che Mirella fosse andata via, rapida e fulminea, e si ritrovò queste due banconote da venti, un po’ eccessive per l’ammontare del conto. Nemmeno lui era un tipo da approfittare della circostanza, ma non sapeva come avrebbe fatto a restituirgliele. Ci sarebbe voluto un altro colpo basso del Destino.

E il Destino, sentendosi chiamato in causa, comparve. Nella forma di un bigliettino da visita caduto in terra, forse nel gesto frettoloso di tirare fuori le banconote dal portafogli e scappare.

Mirella Cascioli, Dottore Commercialista.
E sotto indirizzo e-mail, telefono fisso e numero di cellulare.

Si ripromise di chiamare il giorno seguente, i soldi non sarebbero scappati.
Al mattino dopo le mandò un breve messaggio raccontandole la vicenda e proponendole di incontrarsi, dove le facesse più comodo, per restituirle i dieci euro.
Mirella rispose che per quel giorno era impossibile: il marito le aveva preannunciato che sarebbe stato a casa, con due suoi colleghi, per la partita di calcio e che lei si era offerta di preparare una spaghettata. Che dopo il piccolo diverbio della sera precedente, finalmente si erano chiariti. E che per i soldi non si preoccupasse, non sarebbero scappati.

Si incontrarono dopo tre giorni, ma per puro caso, al supermercato, incanalati in due file diverse.
Luigi, e che ci fai da queste parti?, chiese lei
Ciao Mirella, non lo so nemmeno io, non sono di zona. Ma ho visto il supermercato e mi sono fermato per il parcheggio.
Nel carrello c’erano poche cose: latte, pane, verdure e frutta e dei formaggi.
Anche il carrello di lei era semivuoto: yoghurt, biscotti, verdura e frutta e del prosciutto.
A dieta?, chiese lui, mordendosi la lingua nell’istante esatto in cui si trovò a pronunciare la frase.
Ma Mirella rise: no, no. Sono per mia sorella. A dieta lei.
Luigi le restituì i soldi e lei propose di reinvestirli all’istante in un gelato, al quale lui fece seguire nei giorni a venire un aperitivo. E via di seguito, complici i turni del marito, la stagione dei morbilli, le emergenze e tutto il resto.

Mirella un giorno gli chiese come mai non fosse sposato, e Luigi le raccontò che sì, lo era stato, ma la moglie era scomparsa prematuramente pochi anni prima. E da allora non aveva mai più prestato interesse alla questione, come se un pezzo di cuore se ne fosse andato con lei.
Mirella un po’ si commosse, poi si dette della stupida.

Era stata frettolosa, mesi addietro, a non ponderare esattamente la fantasia che avrebbe dovuto inscenare. Presa in contropiede si era inventata questo marito medico – che ora, tutto sommato, le tornava piuttosto utile con queste lunghe assenze – mentre invece avrebbe potuto essere vedova anche lei. E questo le avrebbe semplificato enormemente le cose, si diceva, incapace di intravedere una via di uscita a quanto, giorno dopo giorno, andava profilandosi con sempre maggiore chiarezza.

Poi una sera, a bruciapelo, Luigi la invitò a cena da lui.

Il marito – Riccardo, lo aveva chiamato Riccardo – era fuori per un congresso medico sulle complicanze delle malattie esantematiche, e lei sarebbe rimasta sola per tre giorni. Il congresso era a Norimberga. Lui le aveva chiesto di accompagnarla, ma in quella stagione Norimberga era troppo fredda per lei. E poi ci era già stata, due anni prima. Aspettava che lui fosse invitato a qualche convegno sul morbillo in un paese africano. E allora sì, lo avrebbe accompagnato con gioia.

Senza alcuna titubanza accettò l’invito. Luigi era un signore, non si era mai permesso una confidenza fuori posto. Solo una volta, con un piccolo sospiro, le aveva fatto intendere che era un peccato lei fosse felicemente sposata. Felicemente, diceva lei. Non troppo felicemente, per non rendere inspiegabile quella frequentazione che nei mesi cresceva in frequenza e intensità. Abbastanza felicemente, più della media. A sentire le sue amiche sposate da pari tempo.
La casa di Luigi era semplice, ben ordinata e senza fronzoli. Mentre lui apparecchiava la tavola e apriva il vino – bianco, con sentori di fiori, aveva imparato nel tempo alcuni dei suoi gusti – lei ebbe un sobbalzo e un moto a metà tra l’insofferenza e la rabbia: su un ripiano della libreria un volume che conosceva, comprato su una bancarella per un euro, dal titolo tanto stupido quanto accattivante: “Il tuo destino è nelle mani di chi capita: vattelo a riprendere”.
Lei lo aveva mollato mesi prima, infastidita da tanta banalità.
Si era fermata al capitolo che parlava di Amore e parcheggi senza voler proseguire. Aveva appreso le prime regole del gioco e si era fatta appassionare, dimenticando completamente di proseguire la lettura.

Luigi la vide rabbuiata.
Lei arrossì, come di consueto, e poi scoppio a ridere, di un riso forzato, non naturale. Con un tono di voce antipatico, come non l’aveva mai sentita, gli chiese: leggi quella roba?
Quale roba?, chiese lui.
Questi manualucci da strapazzo che contengono soluzioni facili, adatti a quattro decerebrati che non sanno muoversi nella vita.
Era ingiustamente cattiva, di una cattiveria che non aveva il coraggio di rivolgere a se stessa, e del tutto priva della compassione che avrebbe dovuto invece offrirsi.
Lui esitò. Poi disse: l’ho letto anni fa, dopo la morte di mia moglie.
Lei si pentì di tanta acrimonia e provò a rimediare.
Scusami, scusami, non so che mi è preso, scusami.
La cena andò sotto tono, come di qualcosa che fosse rimasto inespresso.
A fine serata lui disse: se vuoi te lo presto, è meno stupido di quel che sembra.
Lei lo accolse, più per rimediare alla figuraccia che per reale interesse. Se lo rigirò tra le mani e poi chiese: lo hai letto tutto?
Luigi sorrise: sì.
E…e…come finisce? Voglio dire non credo sia un romanzo, ma alla fine trae conclusioni utili?
Luigi sorrise ancora: leggilo, poi ne parliamo.

Mentre rientrava a casa – non volle farsi accompagnare, prese un taxi – lui le mandò un piccolo messaggio di buonanotte.
Poi un secondo, molto più lungo, che lei non lesse, con gli occhi accecati di rabbia verso se stessa e lacrime.

Lo trovò al mattino seguente.

“L’autore consiglia di leggerlo tutto, attentamente, prima di mettere in pratica i consigli. Nel caso si abbia fretta, da pagina ottanta in poi c’è un capitolo di aggiustamenti possibili per tirarsi fuori da situazioni imbarazzanti. E poi… poi c’è un’altra cosa che volevo dirti, ma stasera mi è mancato il coraggio, eri già così turbata. A Norimberga c’è stato un terribile incidente: ha preso fuoco un albergo in cui si svolgeva un congresso medico pediatrico, Non ci sono superstiti, sono tutti carbonizzati e irriconoscibili. Mi dispiace. Mi dispiace tantissimo.”
Lesse il messaggio due volte e, come un automa, accese la televisione per sentire i notiziari del mattino, dell’incendio nell’albergo di Norimberga.
Poi scoppiò a ridere e gli rispose.
Un messaggio folle, a metà tra lo scherzoso e il drammatico.

Vengo a consolarti, rispose lui – serio, di una serietà indicibile – ma tu aspettami affacciata alla finestra e non permettere a nessuno di parcheggiare al mio posto.

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Una crepa nell’anima, una nascita non carnale, una morte, e quelle fragole. (Guido Ceronetti)

luglio 25, 2017

Mia madre faceva la puttana.

Ma guai a noi, se avessimo pronunciato ancora questa parola. Che a suo dire era eccessiva. Né forniva l’esatta dimensione del suo mestiere. Era semplicemente inadatta.

L’avevamo imparata a scuola, da alcuni compagni che ci deridevano, e l’avevamo ripetuta tornando a casa, in forma di domande di cui ci vergognavamo, come per un presagio: mamma, cos’è una puttana? E’ vero che sei una puttana?

Mia madre rispose con uno schiaffo, l’unico che ricordi della mia infanzia.

Invero ce ne fu un altro, molto anni dopo, per ragioni del tutto diverse. Ma quello schiaffo, il primo, mi insegnò che prima di porre una domanda, è opportuno documentarsi da soli.

Il secondo, invece, quello di cui non parlerò mai, mi rivelò che non sono i destini a ereditarsi, ma le attitudini al loro compimento.

Dopo il ceffone mia madre scoppiò a piangere, per brevi momenti.

Poi passò al riso più sfrenato e ci disse che non era una puttana, checché se ne dicesse in giro. Era una meretrice.

E per la mezz’ora successiva passò a spiegarci la differenza, riempiendoci di storie mitologiche ed etimologiche a un tempo, di liturgie e laghi sacri, di sacralità del sesso e sacerdotesse, di vergini e coiti reservati. Tutte cose che con lei non c’entravano un bel nulla. Lei, ci spiegò, faceva la meretrice: vendeva il suo corpo in cambio di quattrini, e questo era tutto.

Che non ne avessimo a male, ma qualcuno avrebbe pur dovuto pagare bollette in questa casa, e i nostri studi. Che lei non aveva mica talento per questo – se no, insisté, avrebbe fatto la puttana, radice Veda per indicare quanto è sacro, la qadishtu, la mugig, la zêrmasîtu. Al limite l’ètèra. – ma non aveva alcuna pretesa di darsi arie o riconoscersi capacità che non le competevano. Lei si limitava al commercio, come altri si limitano a vendere ortaggi, piastrelle o gioielli, senza per ciò essere agricoltori, ceramisti o artigiani orafi. Come una fotomodella, aggiunse. Forse che una fotomodella non vende il suo corpo? Non lo noleggia ad altri? O un calciatore, se vogliamo dirne un’altra.

Non vorrete mica operare una distinzione tra il noleggio dell’epidermide e delle mucose, figlie mie? Suvvia, siete troppo intelligenti per appiattirvi su questa mediocre visione che vi confina a spazi e pregiudizi. E di lì proseguì su un sentiero difficile, almeno per noi che frequentavamo ancora le scuole medie – io la seconda e mia sorella la prima – sulla questione degli sponsor e della perdita del senso della competizione e dell’agone, tutto ridotto a mercificazione squallida.

Per cui, care le mie figliole, se ancora qualcuno osa fornirvi notizie insensate sul mio conto, sappiate rispondere per le rime e spiegare che il mio lavoro deriva da merere, guadagnare. Cosa che fanno tutti, per tirare a campare in questo mondo. E non mi vengano a dire che, con la mia laurea in lettere classiche, potrei fare di meglio: il meglio non esiste, esiste solo il possibile, il praticabile. E adesso basta con le ciance, ché la cena è pronta.

La sera, a letto, io e Cecilia, che sempre prima di dormire ci perdevamo in racconti e fantasticherie, spegnemmo la luce senza una parola, come se un peso ci opprimesse.

Pensavo, rigirandomi nel lettino, che non mi sarebbe piaciuto dire che mia madre faceva la meretrice. Ma non sapevo esattamente il perché.

Era difficile, quando ci chiedevano del lavoro dei nostri genitori, dire qualcosa: nostro padre se ne era andato alcuni anni prima, senza lasciare tracce né fornire notizie, e nostra madre, ufficialmente, faceva la casalinga.

O, almeno, era quanto credevamo fino alla mattina di quel giorno.

Mia madre ci preparava per la scuola, spesso ci accompagnava, ci aspettava all’ora del pranzo, sfornava torte profumate e sbilenche, guardava con noi la tv dopo i compiti e conosceva storie bellissime su tutti gli dei dell’Olimpo. Leggeva libri dai titoli incomprensibili e senza figure – diceva che non capivamo perché erano in tedesco – scriveva poesie o chissà che su un quadernetto nero (ne aveva decine, tutti uguali, in un cassetto del comodino), si arrabbiava da morire se sbagliavamo le doppie e ci proibiva di fare il bagno al mare se non fossero passate almeno tre ore esatte dalla fine del pranzo.

In breve, era uguale a tutte le madri dei nostri compagni, se non fosse stato per la rivelazione delle sue occupazioni.

Stefania, mi chiese al mattino seguente mia sorella, invece del buongiorno, credi che la mamma morirà presto?

Questo pensiero non mi aveva mai sfiorato, fino a quel momento.

Perché lo pensi?, chiesi a Cecilia.

Per questa storia che vende il corpo. Credi che lo venda tutto insieme o un pezzetto per volta? E quando finirà che succederà?

Andammo a scuola con un magone infinito.

La sera iniziammo a spiarla.

Nei giorni a venire lasciavamo avanzi nei piatti – noi, che eravamo state sempre fameliche – chiedendole di finire tutto, in modo che non finisse lei. Mamma rideva e diceva: mi farete ingrassare, e questo non va bene. Diventerò come vostra nonna.

La nonna era grassa, molto grassa. Quasi non si muoveva dalla sedia.

Cecilia, dopo qualche giorno azzardò una piccola domanda, in punta di piedi: mamma, ma se la nonna è tanto grassa, perché non vende un po’ del suo corpo al tuo posto?

La mamma la guardò, dapprima esterrefatta. Poi scoppiò a ridere, com’era il suo solito. Soffriva di buonumori contagiosi che si alternavano con momenti di una cupezza infinita – quando scriveva nei quadernetti, per esempio. Si sedette a gambe incrociate sul tappeto del soggiorno, accomodò Cecilia nello spazio vuoto, allungandole le gambe a cingerle i fianchi e, guardandola bene in viso, con grande dolcezza, le spostò una ciocca di capelli e le disse: il corpo non si vende a pezzetti, e nemmeno a peso. Sono stata imprecisa, giorni fa: il corpo si affitta, si concede per un tempo prestabilito. Ma non si smembra e non si ripartisce. Invece l’anima non si vende. Ossia, c’è gente che lo fa, ma io no, l’anima no.

Dell’anima avevamo parlato al catechismo, due anni prima. Era una specie di soffio, come un palloncino. Che stava nel corpo o anche fuori dal corpo, non si era mai capito bene. Era come il respiro di Dio per rendere l’Uomo e la Donna diversi dagli animali. Quando nascevi avevi un’anima un po’ sporchina – per via del Peccato originale – poi te la lavavano col battesimo. Poi andando avanti si sporcava sempre un po’, ma si ripuliva con la Confessione dei Peccati e la Comunione. Bisognava stare bene attenti a non sporcarla, evitare di dire bugie, litigare e pensare cose cattive. Infine, al momento della morte, si staccava dal corpo e proprio come un palloncino volava in cielo. Secondo quanto era sporca si decideva se saresti andato in Paradiso o all’Inferno. O in Purgatorio, che doveva essere una specie di lavanderia dove restavi lì per ripulirla dalle macchie. Questo era quello che sapevo dell’anima. Che si potesse anche vendere non ci era stato detto.

Poi mamma sbuffò, incapace di proseguire. O forse non ne aveva voglia.

Mi guardò di sbieco: Stefania, almeno tu, che sei grande, hai capito?

Io annuii, anche se non avevo capito un bel niente. Pensavo a quel giorno che avevamo affittato un pedalò per un’ora, ed eravamo state libere, in mezzo al mare, a fare tuffi e spalmarci la crema. Poi dopo un’ora esatta eravamo tornate alla riva, mamma aveva ripreso il documento,  il bagnino le aveva strizzato l’occhio e lei aveva scritto qualcosa su un foglietto. Il bagnino aveva guardato, lo aveva baciato e se lo era infilato nel costume, dove forse aveva un taschino. Poi  la sera aveva telefonato e mamma era uscita. Forse mamma quella sera gli doveva aver affittato il suo corpo, come il pedalò. Che cosa ne avesse fatto il bagnino, non potevamo saperlo. Non esattamente, almeno. Lievemente intuirlo. Ma ogni volta che il pensiero si soffermava sul bagnino, mi succedeva qualcosa di strano, come un dolore tra la pancia e lo stomaco, e una specie di paura che mi faceva pensare subito ad altro.

Credi che si affitti per i baci?, mi chiese a bruciapelo Cecilia, il pomeriggio di qualche giorno seguente.

Per i baci?

Fu come un’illuminazione.

Può darsi, risposi. In parte sollevata. Ma solo in parte. L’idea che qualcuno pagasse per dare o ricevere dei baci mi sembrava assurda: noi li davamo e li ricevevamo gratis. Ma forse nel mondo degli adulti non era così. Da qualche parte della mia memoria c’era un giorno di Pasquetta, di molti anni prima. Eravamo in campagna – all’epoca c’era ancora papà – e a causa di un temporale ci eravamo rifugiati in una stalla. Papà la teneva per la vita, da dietro, e le baciava il collo. Mamma rideva e gli diceva di smetterla. E rideva.

Poi era andato via, dopo poco.

Forse perché non aveva pagato.

Ma avevo paura di chiederlo alla mamma.

Aspettai qualche settimana, poi mi feci coraggio. La presi da lontano. Le domande erano due, precise: la prima riguardava i motivi reali della compravendita, la seconda aveva a che fare con mio padre.

Mamma, le chiesi, ti ricordi di quella volta che in campagna siamo finiti nella stalla con papà per la pioggia e lui ti baciava?

Mamma trasalì, impercettibilmente, e si morse un labbro.

Non mi ricordo, rispose. E’ stato molto tempo fa.

Le domande mi morirono sulla punta della lingua, a questa possibilità non avevo pensato.

Mi venne incontro un’idea diversa per aggirare l’ostacolo.

Mamma, chiesi allora, quanto costa un bacio?

Scoppiò a ridere, come era suo solito. Quel riso vivace, infantile. Che non mi trasmetteva allegria, ma mi precipitava in un senso di impotenza, di infinita piccolezza.

Costa moltissimo, rispose ridendo a crepapelle, incapace di contenersi. Costa così tanto da non potersi comprare. I baci si possono solo regalare. O al massimo rubare.

La confusione aumentava.

Forse mio padre aveva rubato dei baci ed era fuggito via. O li aveva rubati lei, glieli aveva rubati tutti, e lui era scappato senza  baci. O glieli aveva rubati qualcun’altra. Va’ a saperlo.

La sera riferii a Cecilia: i baci non si vendono e non si comprano, ha detto la mamma.

Cecilia era già mezza addormentata.

Ad occhi chiusi e con la voce impastata rispose: va bene, adesso però dormiamo.

Al mattino seguente la mamma ci svegliò mezz’ora prima del solito.

Voglio andare al mercato, ci disse.

A vendere il corpo?, chiese Cecilia senza alcuna impertinenza.

La mamma rispose seria: no, a comprare le fragole per farvi una crostata. Adesso basta, con questa storia del corpo. Ho sbagliato a tentare di spiegarvi cose che non potete capire.

Poi restammo in silenzio per tutto il tragitto fino alla scuola.

Ci sembrò che qualcuno la guardasse. Era bella, con un vestito a fiori e il rossetto, di primo mattino.

A pranzo trovammo una torta di fragole e panna, un po’ sbilenca da un lato, come le faceva lei. Sono le fragole di Terracina, disse mamma. Chiedono solo di essere mangiate, senza troppi perché.

E per quel giorno non facemmo altre domande.

 

Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

luglio 9, 2017

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.

La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

Siamo o non siamo Soli nell’Universo?

febbraio 23, 2017

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In quel momento esatto lui la scorse, dentro di sé, come una visione.

Bella come non era possibile altrimenti. Bella come non aveva mai visto nessuna su questa terra. Bella come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerla, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

In quel momento esatto lei lo scorse, dentro di sé, come una visione.

Bello come non era possibile. Bello come non aveva mai visto nessuno su questa terra. Bello come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerlo, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

Tra loro, a separarli, solo trentanove anni luce. Un’inezia.

Molti meno del tempo necessario a percorrere il Grande Raccordo Anulare nell’ora di punta, il Traforo del Monte Bianco in una giornata di neve, l’Asse Mediano alla chiusura dei Centri commerciali, il Red Carpet durante la notte degli Oscar, l’attesa del regionale per Cerignola sul binario 2.

Trentanove minutissimi anni luce per arrivare sfolgoranti alla meta, illuminati come una Madonna da processione o un Elvis Presley dal ciuffo aerodinamico. La distanza che un fotone percorre nello spazio vuoto in assenza di campo gravitazionale o magnetico in un anno giuliano moltiplicata per trentanove. Una quisquilia, un niente, una questione di volontà, di motivazione, di entusiasmo, di lotta alla pigrizia, di sfacciataggine, di coraggio, di audacia, di ardore, di spostare quei due o tre appuntamenti in agenda, di una sigaretta di attesa, di prenotare una pulizia del viso, di infilarsi un paio di jeans e una maglietta pulita, di mangiare un boccone a volo in un’area di servizio. Trentanove rapidissimi anni luce per fantasticare nel frattempo sull’arrivo, sull’accoglienza, sul riconoscersi, sull’abbraccio, sul dirsi tutte le cose taciute, mai espresse, dimenticate, sottese, sognate.

Nessuno dei due, assorbito dalla visione, pensò che il corpo celeste dell’altro, intravisto quasi in sogno,  in un ricordo di infanzia, in una festa da adolescenti, in un passato di appena trentanove anni luce addietro, appartenesse al momento esatto dell’osservazione e non al punto di arrivo, di incontro.

Nemmeno per un momento pensarono che avrebbero potuto non riconoscersi, tanta era la smania di superare lo spazio/tempo dei trentanove anni luce in un soffio. Perché la teoria raccontava che la distanza era immensa, per il fotone che doveva affrontare lo spazio vuoto.

Ma il loro spazio era pieno, denso, popolato, abitato di case, alberi, automobili, uffici postali, salumerie. Ed era pieno del desiderio, dell’amore, della fretta, delle fantasie, di tutte le cose che, a dispetto del loro ingombro, avrebbero facilitato i passaggi, raccorciato i tempi, avvicinato i luoghi.

Così che quando finalmente si incrociarono, tornati entrambi al paese per la festa del Patrono, dentro una piazza scintillante di luci e luminarie che disegnavano stelle e pianeti, non ebbero difficoltà a riconoscersi.

Lui le orbitò intorno e facendo la ruota da pavone, le disse: sono qui per rivoluzionare la tua vita.

Lei sorrise birichina e compì una rotazione su un piede solo, e un piccolo inchino.

E poi gli sussurrò in un orecchio, soffiando piano nei capelli: l’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi. Due Soli non sono ammissibili.

Perché si era informata, sapeva che lui era sposato, e che in un sistema solare non possono esistere due Soli. Uno soltanto. E che al momento il Sole ufficiale era la moglie, salvo diverso avviso astronomico e legale.

Si vede che sei inesperta e disinformata, rispose lui. Ma ridendo, per non indispettirla.

E dalla tasca dei jeans tirò fuori un articolo che aveva stampato, che parlava di Star Wars, di Tatooine e delle stelle gemelle che si condividono i pianeti. E aggiunse: è la Ricerca che ce lo chiede, la Scienza, il Progresso, la Verità.

Così lei finì per salire sulla sua auto e dirigersi verso nord, a trentanove chilometri luce dal paese, in un piccolo albergo dove nessuno avrebbe badato all’eccentricità della questione, né alla profondita delle orbite oculari il giorno seguente, né fatto chiacchiere inopportune.

Fonti bibliografiche:

Pianeti adulteri

Pianeti musulmani

La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

novembre 13, 2016

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Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

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Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

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Eros e Trikos – una storia d’amore e di capelli.

giugno 22, 2016

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C’è sempre un punto di inizio, una cosa che dà origine a tutte quelle che seguiranno.

E una volta che capisci da dove hanno preso le mosse certe vicende, è più facile interromperle. O anche perseverare. Ma questa volta con maggiore attenzione al dipanarsi e alle conseguenze.

Quando impari da dove tutto è cominciato, riesci a osservare la struttura dall’esterno. Talvolta a modificarla, studiandola attentamente.

Mia madre aveva paura. Aveva paura praticamente di tutto: del sole, della pioggia, delle malattie, dei cani, del sesso, di mio padre, dei terremoti, del mondo, di sé stessa.

Ora apparentemente tutto questo non dovrebbe avere relazione con la mia ossessione per i parrucchieri, ossessione che, si badi bene, nulla ha a che fare con la frequenza delle mie visite ai saloni di coiffure bensì con il modo esatto con cui mi relaziono al parrucchiere. Ai parrucchieri.

E invece esiste una relazione molto stretta, legata alla paura, una paura ereditata con il dna, con i gesti, con le forme del vivere e il bisogno profondo e coesistente di affrontare e minare il terrore del cambiamento per riuscire a trasportarsi altrove.

Avevo da bambina dei capelli lunghi e bellissimi che sfioravano la vita, per lo più stretti in due trecce lucide.

Li ho portati fino all’inizio delle scuole elementari, quando cominciai a soffrire di una tonsillite recidivante. Mia madre era convinta che l’igiene personale, le lunghe abluzioni, l’asciugatura dei capelli lunghi, che trattenevano umidità e freddi, avessero un ruolo preponderante nel protrarsi della malattia, e quindi si decise che avremmo sacrificato tutta la chioma per ridurre al massimo l’esposizione all’agente patogeno.

Avevo sette anni quando persi trecce e frangetta e mi accomodai su un taglio che mi avrebbe poi accompagnato per la maggior parte del tempo della mia vita a venire: i capelli alla maschietto.

Non esiste cosa più terribile – quando non sia frutto di una scelta personale – avere i capelli alla maschietto nell’età adolescenziale, alla comparsa delle prime forme della femminilità. In quell’epoca avevo i capelli lisci lisci, pesanti e untuosi. Credo che facesse parte del pacchetto ormonale, insieme a un cospicuo numero di brufoli, ai peli sulle gambe e a quel fetore caprino  che annuncia l’approssimarsi di un adolescente nel tuo raggio di azione, aspetto di cui sono rimasta totalmente inconsapevole fino al giorno in cui mia figlia è diventata adolescente e dentro di me si è accesa come una piccola spia di vergogna all’idea del tormento che mio malgrado infliggevo al prossimo.

Con una madre che aveva paura delle malattie e delle febbri, tutto questo peggiorava.

Ricordo di mesi di raffreddori e sciampi a secco. Che se in un primo momento pareva dare ricetto a tutta l’untuosità, nel tempo trasformava qualunque chioma in stoppa biancastra. Ricordo la forfora. Ricordo una serie di disgrazie che nel corso della vita non si sono mai più ripresentate e che hanno reso profondamente infelice il mio passaggio all’età giovanile.

A volte, nel pieno di un accesso febbrile o di una bronchite, mi lavavo i capelli di nascosto, come la cosa più trasgressiva che potessi fare.

E’ talmente difficile spiegare l’ambivalenza di questo gesto apparentemente normale: era il filo del rasoio, il crinale tra la trasgressione e la punizione. Era la libertà e il dramma. Perché se fosse aumentata la febbre o la tosse, la preoccupazione materna si sarebbe trasformata velocemente in terrore e poi ira. E l’ira di mia madre aveva i toni delle ire bibliche, quelle che fendono il mondo e le rocce e ti lasciano nudo e sanguinante.

Ci sono bambine che reagiscono alle invasioni della sfera fisica, personale – da parte di genitori troppo ansiosi – diventando adolescenti ribelli, anoressiche, drogate, promiscue, alcoliche, maniacali o chissà cos’altro.

Io no.

Io reagii trasgredendo su tutto quello che riguardasse i capelli.

All’inizio fu dura. Erano piccole trasgressioni: non potevo tingerli, non potevo arricciarli con una permanente, non potevo illuminarli con mèches.

C’era un divieto assoluto, e soprattutto non ne avevo i mezzi economici.

Però potevo tagliarli, potevo tagliarli quanto volevo, come volevo. Era la piena disponibilità del mio corpo.

Ero tondetta e non potevo mettermi a dieta: le invasioni della sfera personale passano molto attraverso il cibo. Noi del Sud siamo gente di tavola, siamo gente che l’amore lo impiatta, lo sfiletta, lo abbonda nei condimenti, lo bissa, lo riscalda e te lo ripropone per cena,  lo farcisce, lo stufa.

Non avevo controllo sul mio corpo, su quello che entrava attraverso la mia bocca.

Questo lo acquisii più tardi, iniziando l’Università e cominciando a mangiare alla mensa, dove potevo scegliere il come e il quanto. Dimagrii all’Università e non tornai mai più tonda, se non per ospitare mia figlia.

In compenso  avevo controllo sui capelli. Sperimentai tagli corti, tagli medi, tagli asimmetrici, rasature di ogni tipo, parrucchieri da donna e barbieri. Per anni fui la modella di chiunque volesse esercitarsi a sperimentare forme ardite. Tutto. Tutto tranne colorare e riflessare. Molto dopo, ripensando a tutto questo, mi è venuto da sorridere: quasi come un apprendistato erotico, tutto dedito al preliminare e girando intorno al vero desiderio, quello per cui non si è pronti e si ha timore, quello per cui si ostenta un meccanismo di sfida sfacciata ma solo perché si sa che per cause esterne la sfida non potrà essere condotta fino in fondo, che qualcosa dall’esterno si interpone e in fondo ci protegge.

Non ricordo  la prima volta in cui ho colorato i capelli, così come non ricordo la prima volta in cui ho fatto l’amore. Ero adulta, in entrambi i casi, e totalmente spaventata. Così spaventata da aver osservato i due fenomeni dall’esterno, come dall’alto, senza alcuna forma di partecipazione emozionale. Di fatto ricordo precisamente i luoghi e i modi di entrambi,  dei dettagli situati esattamente trent’anni fa e di cui non ho alcuna traccia emotiva, se non la memoria, situata in qualche luogo all’altezza dello stomaco, della paura di essere lì in quel momento, e della scelta di anestetizzarmi per non esserci completamente.

Da allora è accaduto di tutto: sono stata nero corvino, bionda, castana, méchata, brizzolata, permanentata, allisciata, cheratinata. Ho sperimentato tutte le innumerevoli possibilità del rosso, ho gocciolato henné su teli da spiaggia, spiegandoli come una sacra sindone, ho decolorato, decapato, glossato, ritonalizzato.

I miei parrucchieri, tranne sbiaditi e rarissimi casi, sono stati uomini.

Di tutti ricordo i dettagli, i modi, la ritualità. Come i baci, le parole e le idiosincrasie di chiunque abbia amato.

Ce n’era uno, l’ho frequentato per qualche tempo, che era un musicofilo: con  cura sceglieva la musica da abbinare a ciascuna cliente. Mi faceva dei colpi di luce sul ciuffo che mai più nessuno è stato in grado di replicare. Una volta, nel pieno della relazione, quando potevo concedermi già qualche confidenza, mi presentai con il Concierto de Aranjuez, un’altra volta col Bolero di Ravel.

Ma il punto di massimo godimento lo raggiungemmo su un intervento che durò un paio d’ore, per il quale scelsi Keith Jarrett e il Koeln Concert, che alla fine del trattamento gli regalai.

La nostra relazione terminò a causa dell’intervento della sua consorte, che in uno dei nostri incontri ai quali pacificamente assisteva dalla cassa, mi avvicinò privatamente per propormi un servizio di colorazione pubica che riprendesse le medesime nuances del capello, che avrebbe effettuato lei stessa in una saletta defilata del salone, proposta che mi lasciò turbata e scandalizzata a un tempo, lasciandomi intravedere una familiarità mai sollecitata e la possibilità che nel tempo la nostra relazione si trasformasse in un ménage à trois ma, quel che è peggio, che saremmo finiti a trattare i capelli con il sottofondo di Eros Ramazzotti o chissà chi.

A un certo punto della mia vita lavorativa mi trasferii a Milano. Si era al principio degli anni Novanta e Milano era ancora tutta da bere e pettinare.

Lavoravo e vivevo in pieno centro, a pochi passi dal Duomo.

Il mio ufficio era proprio di fronte al Cenacolo, che non visitai mai, preferendogli, nell’androne di un cortile di fianco, un salone di bellezza molto lussuoso. Erano i favolosi anni Novanta, la crisi era lontana e certi lussi ancora alla mia portata.

Quando approdai nel salone la mia cadenza mi tradì all’istante e il parrucchiere, originario calabrese ma ben camuffato, mi raccontò che aveva clienti – clienti peraltro notissimi di cui non farò nomi ma che all’epoca erano sicuramente tra i più ricchi di Napoli – che gli erano talmente affezionati da muoversi in aereo per andare da lui a farsi tagliare e pettinare, uomini e donne. L’intera famiglia, nipotine comprese.

E io pensavo all’idiozia del riaffrontare un viaggio aereo di ritorno, con l’aria pressurizzata che ti ammoscia tutta la messa in piega, e mi dissi che era una bufala e che stava lì a millantare per giustificare con me la salatissima parcella da primario tricologico.

Solo che anni dopo, molti anni dopo, questi signori ricchissimi che nel frattempo erano leggermente caduti in disgrazia, io li conobbi. E dopo due o tre incontri decisi di appurare la leggendarietà del racconto, scoprendo che invece era vero e che forse, sotto sotto, un poco della disgrazia economica in cui si erano imbattuti, forse pure se l’erano meritata con questo spendi e spandi incontrollato per due bigodini e un poco di lacca.

In quel periodo ero nella fase del fai da te, che è tornata spesso negli anni, dipendente non tanto dall’aspetto economico, ma dalla precisa volontà di operare direttamente sul mio corpo, unica artefice della trasformazione, come quando da sola mi bucai i lobi delle orecchie per dimostrare a me stessa che non avevo paura del dolore e poi diventai bianca bianca fin quasi a svenire: indossavo un henné aranciato da fricchettona, che a Milano, dove mi occupavo di tessili pregiati, insieme a noti economisti e magnati giapponesi, non era ammissibile. Così decisi di rivolgermi a un professionista  per tornare a una castana sobrietà. Scelsi lui, per praticità. Nella pausa pranzo.

Lo scienziato esaminò con cura la chioma, la passò attraverso dei macchinari e delle lenti per analizzare le squame, strappò un paio di fili che depositò su un vetrino con un reagente e alla fine dell’anamnesi tirò fuori la diagnosi e anche la possibile cura: era un intervento delicato, delicatissimo, con un’ampia possibilità di insuccesso.

Se le cose fossero andate bene, sarei diventata castana.

In caso di fallimento, invece, i capelli sarebbero diventati totalmente verdi e non ci sarebbe stato nulla da fare se non tagliarli quasi a zero. Che la cosa non dipendeva da lui, ma dalle mie possibili reazioni e che comunque era un intervento che non poteva essere fatto su due piedi, ma andava programmato.

Sfogliò l’agenda e mi accomodò per la settimana seguente, salutandomi non privo di indicazioni e di una costosissima terapia da seguire a domicilio, fatta di lozioni acide, sciampi neutri e cose così, in modo da rendere il capello non so più se molto arido o molto idratato e permettere al reagente di attecchire e decaparmi tutta. Decapare è una parola che mi ha sempre fatto pensare alla ghigliottina e alla Rivoluzione Francese, al perdere la testa. Che in fondo forse era quello, in una forma simbolica e meno drastica.

L’intervento durò circa tre ore e lasciò tutti con il fiato sospeso, per l’ansia. L’odore del reagente era simile a quello dello sverniciatore del legno, con esalazioni mefitiche che mi fecero lacrimare gli occhi e mi irritarono per giorni il cuoio capelluto, ma alla fine dell’operazione ero salva e castana.

Mi felicitò tutto lo staff, le infermiere, i portantini, come per essere scampata a una malattia mortale. Pagai di buon cuore l’onorario del chirurgo e finalmente Milano mi accolse come meritavo: una castana signorina ammodo che andava alla Scala, a Brera, ad ascoltare il jazz, i fine settimana a Portofino e gli aperitivi ai Navigli.

Adesso molti penseranno che io esageri, che in fondo tutte le donne di tutto il mondo esercitano un’innata cura per la propria capigliatura e che non ci sia nulla di strano in questo mio smodato interesse, come non ve ne sarebbe laddove spostassi l’attenzione ad un altro dei tipici feticci femminili, le calzature.

Mi rincresce sconfermare questa semplice e riduttiva visione del mondo, ma non posso altrimenti, e la ragione per cui l’argomentazione mi riesce estremamente facile per lo smantellamento di questa ipotesi è che nel resto del mondo le donne operano sui propri capelli al fine di valorizzare la loro femminilità e bellezza, ungendoli con burri e oli, setificandoli, coprendoli ove richiesto per non suscitare brame incontrollate nel maschio, sacrificandoli e  offrendoli in dono alle divinità, lasciandoli allungare per occasioni importanti quali il matrimonio e altri riti di passaggio.

Nel mio caso la cura spasmodica del capello non hai quasi mai coinciso con la miglioria estetica, ma piuttosto con una subdola mortificazione della carne.

La chioma come un cilicio, eterna punizione per avere ormoni, curve e desideri.

In un’altra epoca sarei stata una santa, una Teresa d’Avila o una Giovanna d’Arco, chiusa in convento a sciorinare odi al Signore per addomesticare ogni sorta di passione terrena o ardita combattente in nome della Fede.

Nel mio caso la cosa procedeva sotterraneamente, senza offrirmi né l’una né l’altra possibilità, ma solo uno sconcertante panorama di ricci,  che nel ricordarmi la mia natura, si alleavano con i sotterranei moti del mio cuore, sì che non appena mi distraevo un attimo, pretendevano, da me e da altri, attenzioni e tutto il resto.

Le mani tra i capelli. Le mani altrui tra i capelli, per esempio.

Come spiegare che è una delle cose che amo di più e alla quale ho rinunciato per non soccombere a me stessa? Se Sansone aveva la sua forza nei capelli, nei miei si annidava la mia debolezza. Tagliavo per non cedere, per mimetizzarmi. Per confondere i miei desideri.

Erano anni in cui cedetti anche le forme, per quanto possibile, in cui provai a essere invisibile, bidimensionale. Gli anni della paura, che si presentava ogni volta che qualcosa sembrava piacermi, piacermi così tanto da portarmi oltre me stessa, in un altrove che mai avevo sperimentato.

A volte il pericolo ama i travestimenti, i depistaggi.

Convinta che il Male fosse tra i ricci, lasciai il collo scoperto per anni. Fragile, bianco, vulnerabile.

Con la convinzione che fosse insensibile.

E invece il pericolo si acquattava lì, alla base della nuca, dietro le orecchie, lungo i tendini, percorreva lo sternocleido-mastoideo, saltellava tra l’atlante e l’epistrofeo.

In altre parole, ero femmina, e non ci potevo fare assolutamente niente. E quel che è peggio, ero una femmina ipersensibile.

Uso il passato per difendermi, come un ulteriore armatura, come se allontanando la definizione non ne venissi più toccata, come se la cosa non mi appartenesse. Ma non è così, lo so bene. Mi piace ignorarlo, come tutte le cose che turbano la quiete.

Ho avuto anni di tregua, anni in cui ho vissuto lontano, in climi molto umidi che mi facevano dimenticare i capelli. Erano morbidi, sinuosi. Come lo ero anche io, lontana da certe forme dell’apparire e dell’essere. Ero giovane, non avevo ancora imparato la difficile arte del decondizionamento e dell’asciugatura casuale, dello spettinato esistenziale. E che mai maneggerò con la sufficiente maestrìa.

In quegli anni ero in pace con tutto, con le ambizioni e le vertigini del cuoio capelluto. Scorreva il tempo in modo lieve, senza sensi di colpa, fluttuante. Senza necessità di doversi ancorare a nulla, come accadde in seguito.

Non ebbi amori né parrucchieri, ed ero felice.

Poi la mia vita tornò ad assestarsi, stabile e stanziale. Conobbi la provincia e la grande città: in una vivevo e in una lavoravo.

Per molti anni vissi la follia del barcamenarmi tra più relazioni, contemporaneamente: alcuni li vedevo il sabato mattina, più o meno vicino casa; altri li incontravo nella pausa pranzo.

A tutti mentivo, spudoratamente. Il parrucchiere, come un amante, richiede una fedeltà sciocca e ignobile. Proprio come quegli uomini che tradiscono la moglie e poi ti tormentano con insensate scene di gelosia e di possesso.

Non avevo scelta oltre la menzogna: a Gaetano raccontavo che mi era toccato un matrimonio in altra città, ad Alberto che ero stata in missione all’estero, a Michele che avevo ricevuto in dono un buono prova.

Ho mentito per anni, senza vergogna. Pagavo, e tanto mi bastava. E pagavo fintanto che ne fossi soddisfatta. Dai racconti delle mie amiche sui loro mariti avevo tratto un importante parallelo: dopo qualche tempo la passione scema, si diventa complici, intimi, affezionati. Ma la novità e il trasporto venivano meno. Ho ascoltato storie terribili di ménage coniugali appiattiti su un sesso mansueto e sopito, al giovedì, insieme agli gnocchi, o quando la squadra del cuore vinceva il campionato.

Con i parrucchieri succedeva la stessa cosa, credo.

Dopo un po’, quando trovavamo un certo affiatamento, svaniva del tutto il senso della sorpresa. Allora diventavo qualcosa di conosciuto, di infinitamente noto. Il peggio era quando tiravano fuori la scheda colore per riprodurre a distanza di un mese o due la stessa alchimia che mi aveva appassionato nel precedente incontro, senza curarsi di me, di cosa fosse cambiato nel frattempo, di cosa avvenisse nella mia vita, se avessi bisogno di essere supportata o blandita, esaltata o ridimensionata.

Credo che sia per questo che ho difficoltà con l’Amore: è che a volte lo vedi sotto una luce al neon o su una cartella colore e non in pieno sole e poi scopri che sono due cose completamente diverse. A volte certe colorazioni mi irritavano la cute per giorni, esattamente come certi figuri petulanti; altre sbiadivano in un niente, con tre lavaggi, come personalità sfuggenti, non ben  fissate; altre, infine, mi inaridivano le fibre, proprio come quegli amori a senso unico, senza scambio, che succhiano energia fino ai bulbi, lasciandoli impoveriti.

Negli anni avevo imparato delle parole, che mi venivano somministrate dallo sciamano di turno, come possenti mantra: anagen, katagen, telogen, kenogen, abracadabra, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio e vedrai che si avvererà.

Poi aprivo gli occhi e non accadeva nulla: avevo il solito caschetto con le punte all’insù o quel ciuffo ribelle da tirare dietro l’orecchio e arrotolare nei momenti di nervosismo. Tricotillomania, si chiama.

Ed è della stessa famiglia del mangiarsi le unghie, tirar via le pellicine e infliggersi piccoli e inutili tormenti per aggirare quelli grandi e distrarsi un poco dalla paura.

Ho sempre avuto una gran massa di capelli. Devo sfoltirli in continuazione, crescono come cespugli, floridi e velocissimi. Di più dal lato sinistro, perché dormo rannicchiata sul destro. Nei periodi in cui sono stata fedele, i miei parrucchieri si stupivano della rapidità di allungamento. Ancora oggi mi capita che la gente mi incontri per strada, a distanza di qualche mese, e non mi riconosca per il cambio radicale di aspetto.

Non credo sia una cosa buona, ma sono sicura che serva, che abbia una sua precisa funzione. Forse come quegli animali che cambiano colore per nascondersi ed evitare i predatori, per meglio adattarsi all’ambiente. Non so. So che mi serve a reinventarmi, a darmi la possibilità – o forse solo l’illusione? – di un nuovo inizio, quando le cose rallentano o non vanno particolarmente bene. Ma anche quando vanno benissimo, come prova di entusiasmo e dell’ingresso in un nuovo ciclo.

Poi accadde che iniziai a perdere i capelli. Iniziò un diradamento che non lasciava presagire nulla di buono. La prima volta avevo sedici anni, la seconda trentatré.

Dissero che era stress.

La prima volta mi propinarono fiale, lozioni, vitamine, lieviti, punture. Ma a me sarebbe bastato vedere i miei genitori non separarsi.

La seconda volta dissero che era per colpa dell’allattamento, che il mio corpo era stremato dal nutrire e non riusciva a ristabilirsi. Con un apparecchio modernissimo mi sottoposero a un’ecografia dei bulbi piliferi e dei pori. Visti così, ingranditi, sullo schermo che avevo di fronte, sembravano piccole bocche aperte, che non avevano la forza di richiudersi e trattenere. Era un lasciarsi andare che aveva preso svariate forme: virus che si annidavano in vari punti del corpo, afte, febbricole. Io tutta mi lasciavo andare, mi perdevo. Poi lasciai andare mio marito e la sua violenza, e di colpo tutto rifiorì.

Per il mio matrimonio mi ero affidata alle mani di Franco, che frequentai per lunghi anni. Franco aveva inaugurato in città – o meglio, nel primo centro commerciale della città – un salone in franchising. Era una catena francese in cui mi ero imbattuta molti anni prima a Parigi, che mi piaceva per le forme assolutamente scanzonate dei tagli, per le modelle dei cataloghi, totalmente prive di trucco e di fronzoli, che anche nelle sfilate apparivano come appena scese da una barca, o alzate dal letto dopo una notte selvaggia, o prese in uno scatto a sorpresa durante la spesa, con una baguette sotto il braccio, un cane. tre bambini e un immancabile sorriso sulle labbra. Naturalissime nella posa e nella pettinatura.

Con Franco iniziarono le sperimentazioni serie, gli esercizi. Ci prese talmente tanto gusto che oltre ai giorni prefissati, in cui si effettuavano sconti alla clientela, continuava a praticarmi sconti in tutte le giornate della settimana, divertito dal mio coraggio e dalla intraprendenza. Mi accoglieva con un enorme sorriso e con gli occhi che gli brillavano di contentezza. Quando mi allontanavo o partivo per lavoro, anche per periodi lunghi, faceva sempre in modo che nei mesi a seguire mi ricordassi di lui, con una sfumatura diversa, un colore ponderato, un taglio pensato per durare senza crearmi imbarazzi.

Non ebbi il coraggio di dirgli che mi sarei sposata.

Un giorno mi presentai al salone, era di pomeriggio, per preannunciargli che di lì a poco avrei partecipato a un matrimonio. Non gli rivelai mai che era il mio. Gli raccontai del vestito che avrei indossato: un tubino lungo beige, disseminato da minutissime perle tonde e scaramazze. Riprodussi, su minuscoli fermaglietti la stessa decorazione dell’abito e una mattina – la stessa del mio matrimonio, previsto al pomeriggio – mi presentai per farmi legare le ciocche e sistemare pazientemente, uno a uno, i decori di perle. Mi dicevo che in questo modo avrei evitato di pagare le cifre spropositate che normalmente i parrucchieri chiedono alle spose, speculando sul giorno più bello e importante della loro vita. E di fatto pagai la stessa cifra di una seduta normale, con un inspiegabile magone nel petto.

Al salutarmi Franco mi disse che avrei dovuto essere io, la sposa, bella com’ero quel giorno.

Fu l’ultima volta che lo vidi, un po’ per il dispiacere di avergli mentito, ma soprattutto perché rimettere piede nel suo salone, ogni volta mi avrebbe ricordato l’errore commesso, di cui ero talmente consapevole da aver passato sotto silenzio quello che avrebbe dovuto essere un momento così importante.

Mi sono sposata per paura, dopo quasi vent’anni posso finalmente dirlo. Una paura travestita da testardaggine, da sfida, da innumerevoli altre cose che conoscevo tutte, e che mi erano rimaste impigliate tra i capelli, indistricabili.

Per un certo tempo frequentai Mimmo, un barbiere che aveva la mano d’oro. Era manierato e grezzo a un tempo, con l’unghia del mignolo lunghissima e nessuna cognizione del congiuntivo. Ma faceva correre le forbici sul collo provocandomi brividi di piacere. Per non mettermi in imbarazzo con la clientela maschile e i discorsi che ne provenivano, mi riceveva il lunedì, nel giorno di chiusura.

Abbassava la saracinesca a metà, per non essere disturbato e per evitare ingressi inopportuni. Mi prestava un grembiule da concorso, che se fosse arrivata la Finanza o la Confcommercio per un controllo, avremmo detto che stavamo facendo le prove per una manifestazione importantissima.

Uscivo androgina e bellissima, con sfumature alte da marinaio che pungevano la mano e quando mi accarezzavano mi sentivo un gatto selvatico, di quelli che inarcano la schiena e drizzano il pelo per non dare soddisfazione. Per lasciar credere di non appartenere, di essere i padroni dello spazio e del tempo. Ma è solo una finzione. Anche i gatti lo sanno.

Poi accadde qualcosa che non ricordo, forse mi innamorai di qualcuno che mi voleva più femminile e per un certo tempo abbandonai la caserma. Ma non ne sono certa, credo di stare inventando per coprire una falla nella memoria o qualcosa che non ho assolutamente voglia di rivangare.

Ma c’è stato un momento, un momento preciso in cui il mio rapporto con i capelli è cambiato e si è introdotta una devianza estetica. Di colpo non volevo più recidere, non volevo tagliare, non volevo rinunciare a niente. Avevo scoperto una parte di me che mi piaceva moltissimo e volevo che fossimo amiche.

All’epoca il mio favorito era Albano, che sapeva regalarmi sfumature ciliegia e certi trattamenti costosissimi che annientavano il crespo. Una specie di tortura medioevale fatta di tiraggi dolorosissimi e precauzioni: per quarantott’ore dovevo evitare qualunque forma di umidità: da quella atmosferica alla sudata della palestra ai vapori della cucina. I momenti migliori per intervenire erano nella mezza stagione, quando il caldo non incombeva. Controllavamo la meteo per decidere il giorno perfetto. I giorni, anzi, perché il trattamento si svolgeva su due giornate.

La materia era composta da piccole palline che sembravano di plastica, grandi poco più del caviale ma costose quanto uno delle migliori qualità. Le pesava in un bilancino come si fosse trattato di cocaina – e al grammo me le vendeva – poi le scioglieva lentamente, in un cucchiaio simile all’assenzio, le stendeva su ciascuna ciocca con un pennello piatto e durissimo, che lasciava le ciocche come incollate. Poi riscaldava una piastra per saldare l’impasto ai miei capelli.  Il giorno seguente si ricominciava.

Ricordo una sera di aprile, poco prima del mio compleanno, in cui fummo sorpresi da un acquazzone improvviso che avrebbe distrutto tutto. Albano escogitò una fuga sotterranea: mi coprì la testa con una busta di plastica e mi trascinò nei meandri interrati del Centro Direzionale di Napoli, in modo da farmi raggiungere la mia automobile, parcheggiata dal lato opposto del quartiere, senza che una sola goccia d’acqua mi sfiorasse.

Per fortuna le giornate erano ancora corte e nel buio nessun passante intervenne per sventare quello che al primo colpo d’occhio aveva tutta l’aria di essere un rapimento perpetrato con una violenza inimmaginabile, con una busta di plastica in testa con cui il mio rapitore, se solo avesse voluto, avrebbe potuto soffocarmi.

Con Albano sarebbe andata avanti a lungo. E’ stato il parrucchiere più amato, la relazione tricologica più lunga che mi sia mai consentita. Addirittura monogama.

Quella volta fu lui a lasciarmi: aprì un secondo salone al Vomero e mi abbandonò nelle mani di giovani tirocinanti sovrappeso che nulla avevano in comune con lui.

Per un certo periodo, per riprendermi dal dispiacere e dall’addio, frequentai una scuola di estetica: un posto di cui eravamo venute a conoscenza con un passaparola segretissimo. Lavoravo al sedicesimo piano di un grattacielo e loro erano al ventunesimo. Un esercito di apprendisti stregoni, diretti da un effeminato milanese che dava ordini con lievi cenni del capo, minuscoli spostamenti del mento, alzate di sopracciglia e dita che delicatamente fendevano l’aria, come un direttore d’orchestra.

Non si pagava niente, solo il costo delle materie prime impiegate. Pochi spiccioli. In compenso non si poteva negoziare su nulla: se volevano tagliare, tagliavano, se volevano renderti viola, ti violavano. Non ricordo i dettagli, ma si veniva ammessi come ad una sorta di loggia massonica. Bisognava entrare e uscire con estrema discrezione, senza proferire parola con nessuno. Forse avevamo delle parole d’ordine, ma non ne sono sicura, sarà uno scherzo della memoria.

Poi di colpo scomparvero, senza dire nulla. Un pomeriggio, nel giorno convenuto fin dall’inizio, salimmo e avevano smantellato tutto. Chiedemmo al portinaio dello stabile, agli altri occupanti l’edificio, ma nessuno seppe dirci nulla. Di più: nessuno sembrava sapere dell’esistenza della scuola.  Come in un romanzo di Saramago finimmo per convincerci che la scuola non fosse mai esistita e che in realtà l’avessimo solo sognata, desiderata a tal punto da credere fosse vera.

Quando iniziai a ballare il tango avevo i capelli abbastanza lunghi. Li legavo a coda per il caldo, il sudore mi imperlava la fronte e il collo. Furono gli anni dei rossi esplosivi. Una droga da cui non ho mai smesso di dipendere. Rossi autunnali, rossi anticonvenzionali, rossi dubbiosi e relativi, rossi aggressivi e passionali, rossi turbolenti, furiosi, rossi imploranti e ricattatori.

Ho provato svariate volte a disintossicarmi, ma sempre ci ricasco, come una debolezza acquisita, un piacere segreto che mi tiene compagnia quando mi sento sola e sfiduciata, come altre fanno con l’alcool o un toyboy.

Quando iniziai a ballare il tango avevo da poco riscoperto l’henné: non quello aranciato della mia giovinezza, ma un prodotto sofisticato, che avevo studiato con un anziano erborista di Sabaudia che conosceva tutte le misture del mondo e trascorreva oziosi pomeriggi estivi a raccontarmi le differenze tra le colorazioni egiziane e iraniane, indiane e pakistane. La parola che mi stregò fu  picramato di sodio: un ingrediente segretissimo e probabilmente tossico  che nessun ortodosso dell’henné poteva tollerare ma che lui, che aveva vissuto lungamente a Parigi con una compagna asiatica molto ma molto ma molto più giovane di lui, aveva iniziato a spacciare nelle classi bene che, pur stufe dell’arancio marcato, non accettavano l’idea di colorazioni del tutto sintetiche. Lo tagliava, come si tagliano le droghe, e me lo consegnava in una bustina odorosissima. Credo di averne ancora una discreta scorta occultata in un cassetto del bagno. Odora di erba, un misto di spezia e marijuana.

Mi sono sempre chiesta se tra i miei ospiti ci siano quelli che, accomodandosi nei bagni altrui, aprano i cassetti – io a volte  lo faccio, per sentire gli odori degli altri – e, al salire dell’effluvio, lo identifichino o non credano piuttosto che conservi lì, con nonchalance, droghe esotiche e leggere per momenti di evasione.

A un certo punto, scientemente e per ragioni che ho rimosso e non voglio ricordare, travestite dalla noia di dover continuamente ritoccare la ricrescita, decisi che volevo invecchiare. Erano anni che mi arrossivo, avevo completamente dimenticato il colore naturale dei miei capelli, ma soprattutto non sapevo cosa vi avrei trovato.

Rasai tutto, ripetutamente, per mesi, fino ad arrivare alla colorazione naturale: un sale e pepe disomogeneo.

Ho un grande ciuffo bianco sulla tempia destra, ce l’ho dal 1998, mi è venuto tutto in una notte.

Ero in Africa e mi ammalai di malaria. Nonostante le cure, nessuno mi aveva spiegato bene le caratteristiche della malattia: che dovessi evitare il sole, ad esempio, o la feroce intermittenza delle febbri. Così, un giorno che credevo di essere guarita, trascorsi  l’intera giornata camminando in una piantagione di banane. La sera un tracollo improvviso, mancanza d’aria. A quattro zampe mi trascinai alla porta del mio vicino di albergo, un anziano francese con cui condividevo lavoro e serate in cui mischiavamo le nostre solitudini in racconti pieni di Napoli e Marsiglia, della mia vita un poco scombinata e delle sue quattro figlie lontane e dei nipotini. Chiesi un medico d’urgenza, prima di svenire.

Il dottor Safi arrivò in pochi minuti, mi strappò la maglietta e mi fece un massaggio cardiaco, poi una flebo di qualcosa. Poi mi accese una sigaretta e me la posò tra le labbra.

Obiettai che mi faceva male, ma lui ridendo rispose che poteva essere l’ultima, e che la malattia mi poteva far peggio.

Poi dormii e al mattino avevo questo gran ciuffo bianco.

Quando ho deciso di invecchiare, un bravo parrucchiere ha omogeneizzato tutta la testa, mi ha sbiancato uniformemente, impresso dei bei colpi di sole argentei. Mi piacevano moltissimo. Erano chic e austeri.

Poi mia figlia mi ha detto di smettere, che non ero abbastanza vecchia per lasciarmi invecchiare e un poco alla volta mi ha convinto. Dopo sei, sette mesi, ho accettato di ringiovanire, almeno formalmente e poi, un poco alla volta, anche dentro.

Mia figlia è rossa per scelta, come me, come se qualcosa nei nostri geni ci tradisse e ci obbligasse a rivelarci o a nasconderci. Non gliel’ho mai vietato, volevo che arrivasse alla sua natura prima di quanto ci sia arrivata io. Con meno paura.

Di colpo mi sono ritrovata giovane e piena di voglie e non la ringrazierò mai abbastanza.

Mai abbastanza, soprattutto in questi giorni, quando ho rinunciato al mio utero, alle mie tube e ho continuato a sentirmi giovane, anche desiderabile, e mi sono data un rosso rame che lungi dal farmi sentire ossidata, mi protegge, come il verderame, da tutte le malattie.

Da quando ho cambiato città le cose sono diventate complicate: qui in Capitale per andare da un parrucchiere ci vuole la raccomandazione di qualche Ministro, forse del Papa. Bisogna prenotare, parola odiosissima. Ottimizzare, definire, concordare.

Ma il parrucchiere è la liberazione, la realizzazione di un impulso, l’erompere incontrollabile del desiderio. E’ come se programmassi un amplesso. Mi vengono in mente quelle donne che non riescono a rimanere incinte e programmano i rapporti col marito, con l’ausilio dei dosaggi ormonali: oggi alle tre e venticinque il progesterone raggiungerà il suo picco massimo, non c’è tempo, bisogna agire. E vai di reggicalze e guepiere per favorire la velocità, mentre lui si districa nel traffico per arrivare in tempo all’appuntamento fatale, pena il ripetersi delle fauste circostanze astrali e ormonali tra non meno di ventisei giorni e non più di trenta.

No, no, e no. Il parrucchiere è un incontro libero, mosso dal desiderio e non dalla necessità.

Cioè sì, a volte sì, ma solo dalla necessità di una gratificazione momentanea, non per un progetto a lungo termine.

A Roma ne ho già frequentati diversi. Il primo è stato un signore del Testaccio, un microscopico salone frequentato da transessuali, in cui sono stata non più di tre volte, e tutte e tre per tagliare moltissimo. Le signore mi guardavano allibite, intente a farsi applicare ciocche lunghissime e a coltivare femminilissime chiome.

Ho smesso di andarci perché mi sentivo diversa.

Poi ne ho provata una, una donna, questa volta, che mi è stata odiosa. Mi ha messo davanti un catalogo di tagli e colori e mi ha detto: scelga.

Scelga? Ma stiamo scherzando? Siamo impazzite? Io non scelgo nulla, la parrucchiera è lei, è lei che saprà cosa fare di me, delle mie caratteristiche, della qualità dei miei capelli, del modo in cui, oggi, qui in questo momento, mi vede e mi impara.

Non c’è stato verso, non voleva la responsabilità.  Ho lavato e messimpiegato e sono uscita disgustata da tanta irresponsabilità e mancanza di deontologia: se le avessi chiesto di diventare bionda, mi avrebbe fatto bionda, la pusillanime.

Poi ho incontrato Glauco. Ci passavo davanti spesso, in questo salone anni Settanta semi deserto. Ne usciva bella musica. Così una mattina mi sono fatta coraggio, benché non ci fosse nessuno e sono entrata: ho conosciuto Glauco e Stefania, sposati da oltre trent’anni: lei fa il colore e lui taglia.

Due persone splendide, con un passato alle spalle che solo a tratti intuisco. Un passato denso e complesso. Due persone che si amano e si apprezzano moltissimo, che si riversano stima e affetto in ogni gesto, che hanno separato rigorosamente gli ambiti. Da loro mi sento quasi come in famiglia.

Ci sono ragazzi, tra i clienti, e anziane donne. I ragazzi arrivano a volte con chitarre e improvvisano pezzi metal o cantautori americani, mentre le vecchine battono ritmicamente il tempo con la testa e le mani.

Disseminati all’intorno oggetti, sculture di legno che fa lui, testi buddhisti, vestigia di un passato glorioso, fatto di diplomi e riconoscimenti, ma ormai decaduto. Glauco ha sessantadue anni ma ne dimostra molti di meno: un fisico possente, muscoloso, da praticante di arti marziali.

La testa completamente rasata, i tatuaggi, l’orecchino, un pizzetto. Un erotismo insopprimibile che si rivela nel modo in cui tocca i capelli, il collo, nelle parole, nel modo in cui si staglia davanti, alto, con il pube quasi ad altezza viso. Un uomo pulito, nessuna confidenza oltre il limite, nessuna libertà licenziosa. Glauco è erotico in quanto lo è. Mi parla in napoletano, mi chiama la scugnizza. Non è geloso. Il primo parrucchiere che non è geloso e non si offende se lo tradisco. Sa che se torno da lui è perché mi piace. Perché è lui che voglio, non è un ripiego. Sa che possono trascorrere mesi ma poi ritorno, per le sue mani nei capelli, perché quando gli chiedo: oggi che mi fai?, mi risponde: che cazzo ne so? Mo’ vediamo.

Glauco mi vede, come mai nessuno mi ha visto prima.

In questi mesi ho imparato a fermarmi da loro anche per un caffè, al pomeriggio. Per il piacere di sentirmi accolta e ascoltare con loro un po’ di musica buona.

Un giorno si era tatuato una daruma sul braccio, e a tutte le clienti spiegava il senso di quel tatuaggio, del fatto che abbia a che fare con la realizzazione di un desiderio o un’ambizione e solo dopo, dopo che si è avverato, si disegna l’altro occhio. La Daruma non è il simbolo della fortuna, ma quello dell’impegno, per questo è cieca da un occhio, per ricordare la necessità della perseveranza. Ed è tonda sotto, oscilla, per ricordare l’importanza della tenacia e del non cadere mai.

Non gli ho chiesto niente, si vedeva che aspettava una domanda da me, un piccolo commento.

Gli ho recitato una filastrocca giapponese per bambini:

Una volta! Due volte!

Sempre il Daruma di rosso vestito

Incurante torna seduto!

ed è finita lì, ci eravamo capiti.

Poi ne ho conosciuto un altro, una specie di colpo di fulmine. So che potrebbe cambiarmi moltissimo. E’ un avanguardista.

Non ho ancora avuto il coraggio di andarci, ho solo esplorato lungamente il suo ambiente.

So che mi trasformerà. So che potrebbe addirittura rendermi pronta a un nuovo amore. Nel dubbio aspetto: non so ancora da cosa voglio cominciare, se dall’amore o dal colore. Lascio che le cose vadano e nel frattempo permetto nuovamente ai miei capelli di allungarsi, quando non lo credevo più possibile.

La mia vita è stata piena di Aldo, Mimmo, Alberto, Renato, Ciro, Albano, qualche Vincenzo, uno o due Ugo, un Glauco, un Armando, Michele, Gaetano.

Di altri ho dimenticato i nomi, ma mai quel che mi hanno fatto, fin dove si sono spinti e anche dove non hanno mai osato. Che è come dire dove non mi hanno mai permesso – o dove non mi sono mai permessa – di spingermi.

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La sciamarrata

marzo 28, 2016

Lui se l’era cantata, senza troppi scrupoli.

Stretto in una morsa di terrore atavico e mancanza di senno, alla fine aveva ammesso tutto. Non solo le corna, ma pure i nomi e i cognomi. Senza pensare alle conseguenze. Perché lui alle conseguenze non ci pensava mai. Quelle a lungo raggio, intendo dire.
Era bravo sulle sparate a corta gittata, la bugia che fa quadrare il cerchio per le prossime ore, qualche settimana, lo spazio di qualche mese, al massimo. Per il resto, una frana.
Così lei si era trovata in mano questo telefono che gli aveva sottratto in un impeto di rabbia e decisione di andare fino in fondo, almeno per una volta, di fronte all’ennesima farfugliata menzogna senza né capo né coda: una lunga, lunghissima rubrica di nomi, cognomi e soprannomi.
Alla quinta telefonata si fermò, seppe che non ce l’avrebbe fatta: un poco si vergognava e un poco le veniva da vomitare. Con le prime due signore, quelle di cui aveva avuto nomi e cognomi, si era intesa e spiegata, con un altro paio pure. Ma dopo era troppo.

Allora fece quello che mai avrebbe pensato: affidò il telefono a Ciro e gli disse sbrigatela tu.
Ciro fa l’investigatore privato di mestiere. Un bravo ragazzo, accurato. Senza troppe pretese, specializzato in relazioni extraconiugali, divorzi, accertamenti finanziari, bancari. Uno che vola basso ma che sa il fatto suo, che ti fa firmare due o tre cartuscelle in cui c’è scritto che se poi lo spiato si vuole rivalere su qualcuno per violazione della privacy, lui non ne vuole sapere niente, soprattutto se ti fa un’indagine informatica fitta fitta con i software che tiene lui e che sempre sono un poco illegali, perché te li danno gli amici poliziotti ma così, aumm aumm, in cambio di certe informazioni che procuri.

E insomma, se il tizio indagato poi si vuole rivalere, su quei fogli che hai firmato sta scritto che hai fatto tutto tu e Ciro non ci azzecca niente. E tu firmi volentieri, perché Ciro è gentile e tiene i prezzi buoni e dici vabbè, questo rischio lo corro. Perché tanto lo sai che quando si arriva a correre questo rischio è perché già sai a che vai incontro, e che la persona di cui vuoi conoscere la verità tiene tanto di quello sporco dentro che a farti casino per la privacy ci può solo perdere.
Ciro disse solo: mo’ sto un poco impegnato. Se volete un lavoro fatto bene, ci metto almeno due, tre settimane. Però poi vi faccio sapere tutto: a chi appartengono i numeri, chi sono le persone, in che relazione stanno con l’amico vostro e pure qualche altro fattariello che vi vergognate di chiedermi ma che io lo so che le donne lo vogliono sapere, specialmente quelle precise comm’a voi, e allora me lo vedo io, faccio questo di mestiere.
Così lei si mise in trepida attesa, che Ciro sicuramente le avrebbe fornito qualche dato in più. Che non c’erano solo quelle corna che lui le aveva confessato, dando peraltro a lei, la colpa, a lei, che gli si era allontanata, presa dal suo stress, dal tran tran, dall’aggressività. Lei lo sentiva che c’era altro. E lo voleva sapere. Perché era un’ostinata, una di quelle che non si accontentano del singolo episodio, perché quello alla fine lo perdonano. Lei era una di quelle che per amore si sarebbe fatta scamazzare, una di quelle che alla fine chiudeva gli occhi e andava avanti.

Questa volta però no, questa volta voleva vedere gli episodi in un contesto, come i fotogrammi di una storia precisa. Perché lei ai singoli fotogrammi lo sapeva, si ribellava, ma alla storia intera intera no. La trama la inchiodava.
E intanto che aspettava Ciro iniziò a pensare che lui era proprio un Giuda, un traditore senza possibilità di recupero. Perché è vero che a lei ci aveva messo le corna, ma era vero pure che senza scrupolo alcuno le aveva messo tra le grinfie i nomi delle amanti, i numeri di telefono. E quando lei aveva borbottato qualche cosa sui suoi rapporti attuali con queste qua, che ancora continuavano, nonostante il casino che aveva provocato, lui aveva risposto che erano amiche, prima, durante e dopo il fatto. Ma qualche cosa non quadrava. Qua il tradimento era doppio: dell’amata e delle “amiche”. Così poi si ricordò che anni prima, quando le aveva fatto un’altra schifezza, coinvolgendo un amico in una bugia colossale, alla fine si era cantato pure l’amico. E pure con questo i rapporti proseguivano cordiali e indisturbati. Come se niente fosse.

E non c’era molto da capire, da valutare: erano tutti tali e quali, traditi e traditori. A nessuno gliene importava niente, perché tanto nessuno di loro valeva niente. Innocenti bravate portate a compimento da gente senza qualità, che poi magari ci rideva su. Che perdonava, perché mai niente era stato leso. Tutto aveva lo stesso scarso significato, la stessa minima importanza. Oggi a me, domani a te. Che un poco le venne pure da ridere, a rileggere le lettere e i messaggi di lui, a ricordarne le parole con cui cercava di scusarsi, vittimizzarsi, colpevolizzarla nello stesso tempo. Pensò ridendo alle amiche di lui, agli amici, a certe insensatezze di cui non si era mai data conto. Al modo in cui lui le diceva, ancora, di voler mettere le cose a posto. Ma quali cose? Stavano tutte là, sotto al sole, in piena evidenza. Le amiche, le parole, gli amici, le corna, le promesse, le chiavate, la scansione vacua e arbitraria del tempo, il nulla, l’indifferenza, le pasticchelle di viagra, il vuoto, lo zero.
Così che quando Ciro, con la faccia cupa cupa le consegnò la busta e le disse: signo’, mi dispiace assai, ma nella rubrica ci stanno cose poco simpatiche e pure il numero di un locale un poco equivoco, insomma, uno di quei posti dove un uomo per bene non ci dovrebbe mai andare, lei lo interruppe subito.
Poi rise: la busta tenevetela voi, Ciro, a me non mi serve niente più. Non mi serviva manco prima. Poi gli dette duecento euro in più. Perché quando la gente vale e lavora, se li merita.

La sciamarrata

E’ stato ritrovato un amore, di età imprecisata. In lieve stato confusionale. Indossa una maglietta a righe e un pantaloncino.

luglio 21, 2013

Stava lì e faceva segni con le braccia, con le mani, gesti e smorfie di ogni tipo, come a dire: eccomi, sono qua, ehi, voi, guardate da questa parte, sto qua.

Ma niente da fare, sembrava invisibile. Solo un gran caos di pianti e urla, di piatti lanciati, di notti cogitabonde, recriminazioni, addii, abbandoni, porte sbattute. Giovani, vecchi, adolescenti tremanti, uomini, donne, attrici di prim’ordine, scrittori da strapazzo, vedove di guerra, feti abortiti. Dovunque si girasse, dovunque tentasse di sostare un poco, sentiva la stessa storia: ho perso l’amore, era l’amore della mia vita, non ho più amore, l’amore non esiste.

Come, non esiste? Ma se sto qua, a ballarvi davanti, a tirarvi per la gonnella, ad impigliarmi nei vostri baffi, vengo fuori dalle lenzuola, dal cassetto delle posate, da lettere mai spedite, da fotografie raccolte in un album, da quell’incredibile somiglianza tra lo sguardo di quel bambino che siede spaurito e i vostri. Sono quaaaaa, ehi voi, sono qua.

Se ne andò in giro per caserme, tribunali, ospedali, sale bingo, sezioni di partito,  saloni di bellezza, biblioteche, palestre, teatri, cinema, cafè chantant, alla posta centrale, al liceo all’angolo, in salumeria, dal gommista, dall’orefice, ai giardini pubblici. E dovunque era sempre la stessa storia, la solita lagna: è scomparso, è scomparso l’amore, non lo ritroverò mai più.

Era talmente stanco e sconsolato che si appoggiò al tavolino di un bar, seduto accanto ad una coppia quieta quieta, che stava lì a prendere un caffè, in silenzio. Tranquilli, senza nemmeno una parola. Non gli pareva vero.

Si avvicinò con circospezione e titubanza. Mi scusino, chiese con tutto il garbo possibile, non è che per caso avete perso qualcosa?

La coppia lo guardò stupita, poi si scambiarono un paio di occhiate tra loro, perplessi. La donna cominciò a frugare nella borsa con una certa sollecitudine, poi alzò lo sguardo rassicurata e rispose: no, ho tutto.

Lui aggiunse. io ho perso un ombrello, la settimana passata. Ma poiché siamo in estate, poco male. Se ne riparlerà a ottobre.

L’amore si sentiva ancora inquieto. Ma siete ben certi di non aver perso nulla, ultimamente?, chiese ancora.

La donna abbassò un poco la testa. Proprio ultimamente no, ecco. E’ stato un anno fa: abbiamo perduto un figlio, ero al quarto mese di gravidanza. Sì, aggiunse lui, e dopo poco io sono stato licenziato. Ma siamo certi, conclusero all’unisono, che le cose andranno meglio.

E poi?, chiese l’amore. Siete davvero sicuri sicuri di non aver perso altro?

A ben pensarci io ho perso la metropolitana stamattina, aggiunse l’uomo. Ma ne è passata un’altra, dopo pochi minuti.

E io, invece, disse la donna, io ho perso un sacco di tempo a ridarmi lo smalto alle unghie, ma guardi adesso come è venuto bene. Certo, fra tre o quattro giorni toccherà rifarlo.

L’amore cominciava a spazientirsi. Decise di andare dritto al sodo, brutale, a gamba tesa: signori, quello che sto cercando di capire è se voi abbiate perso l’amore!

I due lo guardarono sbigottiti, come se qualcuno avesse chiesto, che so, avete perso la luna, il sole, una molecola di ossigeno dal vostro respiro, una sistole, un poro della pelle?

Caro, hai lasciato l’amore da qualche parte?, chiese la donna, vagamente preoccupata da un’improvvisa perdita di cui, fino a quel momento pareva non essersi data conto.

No, rispose lui. Poi per sicurezza controllò sotto le gambe del tavolino, al bancone del bar. E, come preso da una piccola ansia, le pose la stessa domanda: e tu? Non è che lo hai dimenticato in qualche posto?

Ma no, disse la donna, me ne sarei accorta, sciocchino.

E sorridendo all’amore, conclusero: non abbiamo perso niente, caro signore. Ma se lei crede di aver trovato qualcosa di importante, forse è opportuno che vada alla polizia, magari possono aiutarla a rintracciare il proprietario, magari ci scappa anche una bella mancia per lei, o finisce sui giornali, per aver salvato la vita di qualcuno. O può provare a mettere un annuncio da qualche parte. Noi qui non abbiamo perso niente.

L’amore si rilassò, lasciò che la schiena si ammorbidisse lungo lo schienale della sedia del bar, allungò le gambe. Per un attimo si chiese se fosse il caso di far piedino alla donna, ma solo per un attimo.

E vi dispiacerebbe dunque, chiese con timidezza, se mi fermassi ancora un po’ con voi, a prendere qualcosa di fresco da bere? E’ talmente tutto agitato, qui intorno, c’è una confusione che non potete credere. Hanno perso tutti l’amore e fanno un baccano indicibile.

Ma faccia pure, sorrise la donna, faccia come stesse tra vecchi amici. Se ne ha voglia, può venire con noi, dopo. E’ talmente stanco e malconcio, che avrà bisogno di una doccia, e magari una cenetta. Abbiamo un divano letto, può passare la notte da noi. Lei ha un viso talmente familiare, che anche messo così, è come se la conoscessimo da sempre. Poi, se qualcuno reclama qualche perdita, verranno sicuramente a cercarla, stia tranquillo. O si rassegneranno. La gente è pigra, sa. Quando perde qualcosa, preferisce ricomprarla subito, senza affannarsi a cercarla. Magari ce l’ha proprio sotto gli occhi  e non la vede e un bel giorno rispunta sotto il sedile dell’auto o dal trumeau del salotto buono. Vedrà, prima o poi la contatterà qualcuno.

Buchi neri

maggio 10, 2013

Nella trasmigrazione del blog, mi accorgo che alcuni post sono andati perduti. Questo, ad esempio. Questo lo volevo moltissimo. Lo volevo oggi, che mi è tornato in mente all’improvviso, chiacchierando di lucciole. Era stupendo. Parlava di infanzia – della mia infanzia – e della scoperta delle lucciole. Volevo rileggerlo e farlo leggere. Vai mo’ a sape’ in quale hard-disk sarà, se in quello del vecchio pc che si è rotto, in quello che mi hanno rubato o in quello esterno che sta già  in una delle scatole da trasloco.

Lo voglio moltissimo. Mi piacerebbe che un blogger del passato mi dicesse: toh, Flounder, pensa te, l’avevo salvato per rileggerlo oltre il tempo. (v. PS n. 1)

Che questa è stata una settimana magica, in cui la memoria è rispuntata da angoli remotissimi, mai esplorati. Oppure ha disposto i ricordi in modo così diverso dal solito, in modo da mostrarmi nuove connessioni.

I cambiamenti avvengono sulla linea di confine tra la figura di primo piano e lo sfondo. E’ una conoscenza che sto sperimentando nella pratica, coscientemente, per la prima volta.

La rivorrei moltissimo, questa storia. Aveva tutta la tenerezza e la meraviglia che di nuovo sento in me.

***

PS n. 1: grazie a Zu, mia memoria storica, che un giorno mi assisterà amorevolmente nel mio Alzheimer, il post è tornato a casa.

PS n. 2: Luca, sono le stesse lucciole. Quelle dello stesso quartiere, intendo. Anno più, anno meno.