Archive for the ‘prima di dormire’ Category

Che cosa ne è del buco una volta finito il formaggio? (Bertolt Brecht)

marzo 23, 2018

Fu dunque indetto un convegno al quale invitarono esperti internazionali per affrontare il problema delle buche, che ormai dilagavano, partendo dalla Capitale ed estendendosi a tutto il Paese, inghiottendo auto, minando pinete secolari, provocando inconvenienti serissimi a tutta la popolazione, aggravati dalle condizioni climatiche, da una pioggia che sembrava non volesse mai più smettere.

Dopo una breve introduzione del moderatore, il primo intervento fu tenuto dal relatore svizzero, Martin Sbrinz, il quale spiegò che la causa era da annidarsi sicuramente in una cattiva fermentazione proprionica, che aveva aumentato a dismisura le occhiature del sottosuolo della Capitale, le quali, unendosi alle cavità delle catacombe e di tutta la stratificazione archeologica, erano poi emerse alla superficie, producendo il tipico fenomeno detto Emmentaler, ma spinto alle sue estreme conseguenza. A dire dello Sbrinz, ricercatore acclamato in molti ambiti accademici, l’unica soluzione a tale eccesso fermentativo – responsabile peraltro dell’odore di sudore e coinvolto nell’acne e in altre affezioni della pelle, particolarmente riscontrabile nell’ora di punta sui mezzi Atac e all’orario di uscita dalle scuole superiori – consisteva nel iniettare, con un’apposita macchina simile a quella adoperata per i carotaggi, un antidoto che bloccasse la fermentazione e riducesse i buchi nel sottosuolo. Lo svantaggio, ahimé, era nella perdita delle Catacombe di san Faustino, di Santa Domitilla e nella scomparsa di tutti i sottopassi metropolitani, con ulteriore intasamento delle vie consiliari.

Il secondo relatore, discendente diretto del  Barone Von Berlepsch, inventore dei telaini mobili per estrarre il miele dal favo senza distruggere quest’ultimo, spiegò, avvalendosi di slide che mostravano la stratigrafia della Capitale, che la questione risiedeva tutta nell’averla edificata su grosso favo, ingranditosi a dismisura nel corso del millenni, e che ora, a causa della combustione, dell’aumento dei fumi e del riscaldamento globale, si fondeva e si solidificava, esattamente come la cera, in forme diverse. La soluzione da lui prospettata consisteva nella creazione di quattro enormi buchi, ai quattro punti cardinali della città, nei quali installare dei megacondizionatori che, raffreddando il sottosuolo, avrebbero rafforzato le strutture dell’alveare di fondazione. Qualcuno obiettò che con condizionatori di tale potenza il consumo energetico – e il conseguente surriscaldamento della città, in superficie – non avrebbero potuto consentire il protrarsi della soluzione per lungo tempo, oltre a rendere l’aria cittadina irrespirabile e insopportabilmente umida a causa della condensa. Il barone Von Berlepsch non era uomo da perdersi d’animo, vi aggiunse una soluzione che a suo dire poteva essere risolutiva: favorire l’immigrazione di popoli abituati a temperature tropicali e debilitati dalla fame, perché traessero il loro sostentamento alimentare dalle immani quantità di miele che si sarebbero estratte dal sottosuolo,  e trasferire – era una soluzione sperimentale, eventualmente temporanea, da monitorare con molta attenzione – gli abitanti della Capitale in Finlandia, terra sottopopolata, dove il calore umano dovuto alla sovrappopolazione inusuale avrebbe sciolto parzialmente i ghiacci e favorito le coltivazioni ortofrutticole con un naturale effetto serra. Sì da risolvere con poche e abili mosse le buche della Capitale, la fame nell’Africa sub sahariana e l’avitaminosi scandinava.

Von Berlepsch fu acclamato e ricevette istantaneamente un piccolo premio, un riconoscimento inciso su targa d’argento, suscitando l’invidia dei relatori che non avevano ancora parlato e che aspiravano a una menzione, a una pubblicazione, a una somma in denaro o, nella peggiore delle ipotesi, all’accesso privilegiato al buffet alla fine dei lavori.

Al terzo relatore, uno psicologo dell’Università di Kent – sponsorizzato dall’Amministrazione comunale (ma questo si seppe solo dopo, quando venne fuori uno scandalo per ricevute di pranzi, cene e partite alle slot machine pagategli nei giorni precedenti, non autorizzate e mal rendicontate) – spettava un compito ingrato: convincere la platea, composta da giornalisti, esperti, privati e stufi cittadini, amministratori pubblici, società di costruzioni affamate di appalti e compagnie assicurative, che il problema non esisteva. O meglio, esisteva come frutto di una psicosi collettiva, che un poco alla volta era dilagata. Il fenomeno di origine era un disturbo ad oggi poco studiato, che risponde al nome di tripofobia, paura dei buchi, conosciuta anche come “paura dei pattern ripetitivi”. Si tratta di una patologia ancestrale, coeva alla comparsa dell’uomo sulla terra, al suo essere immerso in una natura nemica privo di strumenti di protezione, in una natura carica di buchi, fossi e cavità dentro le quali avrebbero potuto annidarsi serpenti e minacce di ogni tipo. L’essere umano primitivo aveva paura dei buchi e la sua amigdala reagisce in questo modo ai fossi della Capitale, immaginando la fuoriuscita di mostri, microbi. La malattia, nota anche, lo abbiamo già detto, come paura dei pattern ripetitivi, si manifesta anche in altre forme: insofferenza per i ménage familiari e le situazioni routinarie, intolleranza ai pois e necessità di variare le fantasie dei tessuti a ogni cambio di stagione, spasmodico interesse nella popolazione femminile a possedere una varietà di scarpe illimitata. Ma queste sono solo manifestazioni collaterali. Si trattava invece di agire con una potente psicoterapia di gruppo sull’intera popolazione per desensibilizzarla rispetto a questo terrore atavico e tripofobico e convincerla che nella buca non vi era nulla da temere, che le buche stradali non avevano niente di diverso da una spugna naturale, una barretta di cioccolato coi buchi, come andava di moda negli anni Ottanta o un babà ben lievitato: avevano forse paura del babà al rhum, suvvia?

Un giovane ricercatore in biologia alzò il dito per porre una domanda che aveva il sapore della contestazione: come mai – chiese – se l’uomo, da sempre, ha paura dei buchi e di ciò che contengono o nascondono, l’evoluzione ha previsto che la riproduzione, dal concepimento alla nascita, si compia attraverso un buco? Come ha potuto la Natura far coesistere nello stesso buco il piacere e il terrore supremi?

Intervenne a rispondere il quarto relatore, un teologo incaricato dal Vaticano per studiare il Mistero delle Buche e il miracolo della trasformazione dell’asfalto in fango, Monsignor Fernando Agujero Orozco.

Figliolo, iniziò il teologo con voce ispirata, da sempre il Buco rappresenta per l’Uomo il più grande dei Misteri con cui convivere. Il Buco richiede accettazione, abbandono, professione di Fede smisurata. Niente o nessuno può dirci cosa c’è alla fine del Buco: va praticato, vissuto. Il buon cristiano conduce la sua vita accanto a questo ignoto, con la certezza che alla fine del Buco, ovunque esso sia situato, ci sia qualcosa. Questo accade dalla notte dei tempi, dal primo momento della Creazione, quando l’Altissimo, dopo aver messo sulla Terra il Primo Uomo e la Prima Donna, disse loro: avete dei buchi. Esplorateli, a vostro rischio e pericolo. Ma non dimenticate – tuonò il Padreterno – che io ve li ho dati e io ve li richiudo in un niente, se ne fate cattivo uso. E adesso andate, andate e moltiplicatevi, vi ho creato per questo, partorite con dolore o con l’epidurale, costruite bunker per proteggervi dai venti di guerra e attenti ai semiasse. Amen. Ed è per questo, figliolo – continuò il teologo – che Dio ha voluto il Buco, la Buca, i Buchi. Per farvi esercitare nel libero arbitrio e nello slalom.

La risposta lasciò insoddisfatto il promettente biologo, che non poté replicare perché trascinato a forza fuori dalla sala che ospitava il Convegno da due energumeni del servizio di sicurezza voluto dal Sindaco, che era atteso per la conclusione dei lavori.

Dopo un altro paio di interventi di pregevole contenuto, uno relativo alla composizione molecolare del vuoto all’interno delle buche stradali e uno tenuto dallo chef famosissimo, esperto di spume, sifoni e bolle d’aria, poco prima del dibattito apparve il Sindaco accompagnato da un ultimo relatore non previsto nella scaletta degli interventi. Si trattava di un esperto di rabdomanzia e scienze occulte, cui fu data la parola prima dei saluti istituzionali.

L’esperto, già noto al grande pubblico per aver trovato, grazie alla sua strumentazione e al suo intuito delle fonti sotterranee e inaspettate, dichiarò, con grande sicurezza, che sotto la città, in corrispondenza delle voragini, scorreva un fiume, le cui acque, dalla composizione ancora allo studio, avevano caratteristiche analoghe al Lete di mitologica memoria: chiunque si fosse immerso o le avesse bevute avrebbe immediatamente perso la memoria dei fatti recenti, ricordando d’improvviso, sorta di compensazione inspiegabile, episodi felici della sua infanzia o addirittura di una vita prenatale, quando, immersi nel liquido amniotico, si era ancora a uno stadio preverbale e preconcettuale dello sviluppo umano, ingenui e idioti, nella migliore accezione del termine.

Per dimostrare la sua ipotesi venne annunciato che dette acque, opportunamente purificate, sarebbero stare servite nel corso del buffet a quanti volessero sottoporsi spontaneamente all’esperimento.

Il pubblico accettò curioso, entusiasti i più, scettici alcuni.

Alla fine del Convegno, sazi ed ebbri di quanto offerto, molti non ricordavano più perché fossero lì, l’argomento del Simposio, e nemmeno che si fosse trattato di un simposio.

Pioveva, all’uscita, e tutti saltellavano allegramente nelle enormi pozze fangose dell’acqua accumulatasi nelle buche.

Nel sottosuolo, con un’attività febbrile, qualcosa si muoveva, producendo impercettibili smottamenti che via via diventavano sempre più intensi. Ma i convegnisti e lo stesso Sindaco ridevano come bambini, schizzandosi acqua e nascondendosi nelle buche che si allargavano vieppiù.

Finché la Città, l’intera Città venne inghiottita con un gran boato e la terra si richiuse compatta su se stessa.

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Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

luglio 9, 2017

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.

La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

Siamo o non siamo Soli nell’Universo?

febbraio 23, 2017

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In quel momento esatto lui la scorse, dentro di sé, come una visione.

Bella come non era possibile altrimenti. Bella come non aveva mai visto nessuna su questa terra. Bella come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerla, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

In quel momento esatto lei lo scorse, dentro di sé, come una visione.

Bello come non era possibile. Bello come non aveva mai visto nessuno su questa terra. Bello come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerlo, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

Tra loro, a separarli, solo trentanove anni luce. Un’inezia.

Molti meno del tempo necessario a percorrere il Grande Raccordo Anulare nell’ora di punta, il Traforo del Monte Bianco in una giornata di neve, l’Asse Mediano alla chiusura dei Centri commerciali, il Red Carpet durante la notte degli Oscar, l’attesa del regionale per Cerignola sul binario 2.

Trentanove minutissimi anni luce per arrivare sfolgoranti alla meta, illuminati come una Madonna da processione o un Elvis Presley dal ciuffo aerodinamico. La distanza che un fotone percorre nello spazio vuoto in assenza di campo gravitazionale o magnetico in un anno giuliano moltiplicata per trentanove. Una quisquilia, un niente, una questione di volontà, di motivazione, di entusiasmo, di lotta alla pigrizia, di sfacciataggine, di coraggio, di audacia, di ardore, di spostare quei due o tre appuntamenti in agenda, di una sigaretta di attesa, di prenotare una pulizia del viso, di infilarsi un paio di jeans e una maglietta pulita, di mangiare un boccone a volo in un’area di servizio. Trentanove rapidissimi anni luce per fantasticare nel frattempo sull’arrivo, sull’accoglienza, sul riconoscersi, sull’abbraccio, sul dirsi tutte le cose taciute, mai espresse, dimenticate, sottese, sognate.

Nessuno dei due, assorbito dalla visione, pensò che il corpo celeste dell’altro, intravisto quasi in sogno,  in un ricordo di infanzia, in una festa da adolescenti, in un passato di appena trentanove anni luce addietro, appartenesse al momento esatto dell’osservazione e non al punto di arrivo, di incontro.

Nemmeno per un momento pensarono che avrebbero potuto non riconoscersi, tanta era la smania di superare lo spazio/tempo dei trentanove anni luce in un soffio. Perché la teoria raccontava che la distanza era immensa, per il fotone che doveva affrontare lo spazio vuoto.

Ma il loro spazio era pieno, denso, popolato, abitato di case, alberi, automobili, uffici postali, salumerie. Ed era pieno del desiderio, dell’amore, della fretta, delle fantasie, di tutte le cose che, a dispetto del loro ingombro, avrebbero facilitato i passaggi, raccorciato i tempi, avvicinato i luoghi.

Così che quando finalmente si incrociarono, tornati entrambi al paese per la festa del Patrono, dentro una piazza scintillante di luci e luminarie che disegnavano stelle e pianeti, non ebbero difficoltà a riconoscersi.

Lui le orbitò intorno e facendo la ruota da pavone, le disse: sono qui per rivoluzionare la tua vita.

Lei sorrise birichina e compì una rotazione su un piede solo, e un piccolo inchino.

E poi gli sussurrò in un orecchio, soffiando piano nei capelli: l’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi. Due Soli non sono ammissibili.

Perché si era informata, sapeva che lui era sposato, e che in un sistema solare non possono esistere due Soli. Uno soltanto. E che al momento il Sole ufficiale era la moglie, salvo diverso avviso astronomico e legale.

Si vede che sei inesperta e disinformata, rispose lui. Ma ridendo, per non indispettirla.

E dalla tasca dei jeans tirò fuori un articolo che aveva stampato, che parlava di Star Wars, di Tatooine e delle stelle gemelle che si condividono i pianeti. E aggiunse: è la Ricerca che ce lo chiede, la Scienza, il Progresso, la Verità.

Così lei finì per salire sulla sua auto e dirigersi verso nord, a trentanove chilometri luce dal paese, in un piccolo albergo dove nessuno avrebbe badato all’eccentricità della questione, né alla profondita delle orbite oculari il giorno seguente, né fatto chiacchiere inopportune.

Fonti bibliografiche:

Pianeti adulteri

Pianeti musulmani

La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

novembre 13, 2016

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Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

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Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

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La sciamarrata

marzo 28, 2016

Lui se l’era cantata, senza troppi scrupoli.

Stretto in una morsa di terrore atavico e mancanza di senno, alla fine aveva ammesso tutto. Non solo le corna, ma pure i nomi e i cognomi. Senza pensare alle conseguenze. Perché lui alle conseguenze non ci pensava mai. Quelle a lungo raggio, intendo dire.
Era bravo sulle sparate a corta gittata, la bugia che fa quadrare il cerchio per le prossime ore, qualche settimana, lo spazio di qualche mese, al massimo. Per il resto, una frana.
Così lei si era trovata in mano questo telefono che gli aveva sottratto in un impeto di rabbia e decisione di andare fino in fondo, almeno per una volta, di fronte all’ennesima farfugliata menzogna senza né capo né coda: una lunga, lunghissima rubrica di nomi, cognomi e soprannomi.
Alla quinta telefonata si fermò, seppe che non ce l’avrebbe fatta: un poco si vergognava e un poco le veniva da vomitare. Con le prime due signore, quelle di cui aveva avuto nomi e cognomi, si era intesa e spiegata, con un altro paio pure. Ma dopo era troppo.

Allora fece quello che mai avrebbe pensato: affidò il telefono a Ciro e gli disse sbrigatela tu.
Ciro fa l’investigatore privato di mestiere. Un bravo ragazzo, accurato. Senza troppe pretese, specializzato in relazioni extraconiugali, divorzi, accertamenti finanziari, bancari. Uno che vola basso ma che sa il fatto suo, che ti fa firmare due o tre cartuscelle in cui c’è scritto che se poi lo spiato si vuole rivalere su qualcuno per violazione della privacy, lui non ne vuole sapere niente, soprattutto se ti fa un’indagine informatica fitta fitta con i software che tiene lui e che sempre sono un poco illegali, perché te li danno gli amici poliziotti ma così, aumm aumm, in cambio di certe informazioni che procuri.

E insomma, se il tizio indagato poi si vuole rivalere, su quei fogli che hai firmato sta scritto che hai fatto tutto tu e Ciro non ci azzecca niente. E tu firmi volentieri, perché Ciro è gentile e tiene i prezzi buoni e dici vabbè, questo rischio lo corro. Perché tanto lo sai che quando si arriva a correre questo rischio è perché già sai a che vai incontro, e che la persona di cui vuoi conoscere la verità tiene tanto di quello sporco dentro che a farti casino per la privacy ci può solo perdere.
Ciro disse solo: mo’ sto un poco impegnato. Se volete un lavoro fatto bene, ci metto almeno due, tre settimane. Però poi vi faccio sapere tutto: a chi appartengono i numeri, chi sono le persone, in che relazione stanno con l’amico vostro e pure qualche altro fattariello che vi vergognate di chiedermi ma che io lo so che le donne lo vogliono sapere, specialmente quelle precise comm’a voi, e allora me lo vedo io, faccio questo di mestiere.
Così lei si mise in trepida attesa, che Ciro sicuramente le avrebbe fornito qualche dato in più. Che non c’erano solo quelle corna che lui le aveva confessato, dando peraltro a lei, la colpa, a lei, che gli si era allontanata, presa dal suo stress, dal tran tran, dall’aggressività. Lei lo sentiva che c’era altro. E lo voleva sapere. Perché era un’ostinata, una di quelle che non si accontentano del singolo episodio, perché quello alla fine lo perdonano. Lei era una di quelle che per amore si sarebbe fatta scamazzare, una di quelle che alla fine chiudeva gli occhi e andava avanti.

Questa volta però no, questa volta voleva vedere gli episodi in un contesto, come i fotogrammi di una storia precisa. Perché lei ai singoli fotogrammi lo sapeva, si ribellava, ma alla storia intera intera no. La trama la inchiodava.
E intanto che aspettava Ciro iniziò a pensare che lui era proprio un Giuda, un traditore senza possibilità di recupero. Perché è vero che a lei ci aveva messo le corna, ma era vero pure che senza scrupolo alcuno le aveva messo tra le grinfie i nomi delle amanti, i numeri di telefono. E quando lei aveva borbottato qualche cosa sui suoi rapporti attuali con queste qua, che ancora continuavano, nonostante il casino che aveva provocato, lui aveva risposto che erano amiche, prima, durante e dopo il fatto. Ma qualche cosa non quadrava. Qua il tradimento era doppio: dell’amata e delle “amiche”. Così poi si ricordò che anni prima, quando le aveva fatto un’altra schifezza, coinvolgendo un amico in una bugia colossale, alla fine si era cantato pure l’amico. E pure con questo i rapporti proseguivano cordiali e indisturbati. Come se niente fosse.

E non c’era molto da capire, da valutare: erano tutti tali e quali, traditi e traditori. A nessuno gliene importava niente, perché tanto nessuno di loro valeva niente. Innocenti bravate portate a compimento da gente senza qualità, che poi magari ci rideva su. Che perdonava, perché mai niente era stato leso. Tutto aveva lo stesso scarso significato, la stessa minima importanza. Oggi a me, domani a te. Che un poco le venne pure da ridere, a rileggere le lettere e i messaggi di lui, a ricordarne le parole con cui cercava di scusarsi, vittimizzarsi, colpevolizzarla nello stesso tempo. Pensò ridendo alle amiche di lui, agli amici, a certe insensatezze di cui non si era mai data conto. Al modo in cui lui le diceva, ancora, di voler mettere le cose a posto. Ma quali cose? Stavano tutte là, sotto al sole, in piena evidenza. Le amiche, le parole, gli amici, le corna, le promesse, le chiavate, la scansione vacua e arbitraria del tempo, il nulla, l’indifferenza, le pasticchelle di viagra, il vuoto, lo zero.
Così che quando Ciro, con la faccia cupa cupa le consegnò la busta e le disse: signo’, mi dispiace assai, ma nella rubrica ci stanno cose poco simpatiche e pure il numero di un locale un poco equivoco, insomma, uno di quei posti dove un uomo per bene non ci dovrebbe mai andare, lei lo interruppe subito.
Poi rise: la busta tenevetela voi, Ciro, a me non mi serve niente più. Non mi serviva manco prima. Poi gli dette duecento euro in più. Perché quando la gente vale e lavora, se li merita.

La sciamarrata

Buchi neri

maggio 10, 2013

Nella trasmigrazione del blog, mi accorgo che alcuni post sono andati perduti. Questo, ad esempio. Questo lo volevo moltissimo. Lo volevo oggi, che mi è tornato in mente all’improvviso, chiacchierando di lucciole. Era stupendo. Parlava di infanzia – della mia infanzia – e della scoperta delle lucciole. Volevo rileggerlo e farlo leggere. Vai mo’ a sape’ in quale hard-disk sarà, se in quello del vecchio pc che si è rotto, in quello che mi hanno rubato o in quello esterno che sta già  in una delle scatole da trasloco.

Lo voglio moltissimo. Mi piacerebbe che un blogger del passato mi dicesse: toh, Flounder, pensa te, l’avevo salvato per rileggerlo oltre il tempo. (v. PS n. 1)

Che questa è stata una settimana magica, in cui la memoria è rispuntata da angoli remotissimi, mai esplorati. Oppure ha disposto i ricordi in modo così diverso dal solito, in modo da mostrarmi nuove connessioni.

I cambiamenti avvengono sulla linea di confine tra la figura di primo piano e lo sfondo. E’ una conoscenza che sto sperimentando nella pratica, coscientemente, per la prima volta.

La rivorrei moltissimo, questa storia. Aveva tutta la tenerezza e la meraviglia che di nuovo sento in me.

***

PS n. 1: grazie a Zu, mia memoria storica, che un giorno mi assisterà amorevolmente nel mio Alzheimer, il post è tornato a casa.

PS n. 2: Luca, sono le stesse lucciole. Quelle dello stesso quartiere, intendo. Anno più, anno meno.

Due parti della tragedia sono dunque queste, peripezia e riconoscimento, mentre una terza è il fatto orrendo (Aristotele, Poetica). Titolo: l’Edipo Re(o). Sottotitolo: Giocasti con Giocasta e t’abbruciasti.

dicembre 21, 2012

(prologo e coro, per mancanza di tempo e maggiore unità di luogo, tempo e azione)

Supplica a mia madre, Pier Paolo Pasolini.

(perché aprile, aprile è il più crudele dei mesi, ndr)

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

***

(episodio unico,  con striminziti stasimi e molti più abbondanti spasimi. E, per decoro, più di un’omissione.)

Avrei dovuto capirlo subito, osservandoti i piedi. Le instabili caviglie.

Erano gonfi e bluastri. Dicevi che era per colpa dell’eccesso di peso, della circolazione, forse di una cattiva digestione.

Ed io la presi per buona. Come se avessi studiato in un liceo classico per nulla. E sì che il greco mi piaceva da morire. La grammatica meno, a dire il vero. Tutti gli aoristi irregolari, i duali, gli ottativi.

Faccio sempre fatica, con le cose da mandare a memoria.

Riesco meglio con ciò che ha una logica, una storia da raccontare.

(Per quanto, alcune volte, mi perda anche su quelle. Quando la trama è insulsa o in certi tratti appare un poco falsa.)

Avrei dovuto ricordare, ad esempio, che in quella casa girava alcol, tanto alcol.

E che Giocasta ubriacò Laio per giacere con lui e sfornare un erede (nonostante l’oroscopo delle settimane precedenti,  la mantica tutta e persino l’oracolo di Melfi  sconsigliassero una paternità avventata con questo tragico detto premonitore,  voce e sapienza di Basilicata antica: Quanne patemo dorme tu piglie e minete fora, ce dicimm doie parole e cumenzamme a fà l’ammore).

Quando Giocasta diede alla luce il piccolo, Laio non si dette per vinto: gli fece forare le caviglie e lo espose. Ma non s’era ancora in tempi d’arte astratta, di Museo Nitsch. Nessuno lo comprese e lì rimase. Invenduto.

E io a credere che fosse una tendinite. Per di più cronicizzata.

(stasimo n. 1) Avresti dovuto capirlo, che tutto questo era  foriero di disgrazie.

Non lo compresi neppure il giorno del mio primo compleanno che trascorremmo insieme: festeggiavo gli  anni proprio quando Giocasta. Lo stesso giorno, incredibile a dirsi. Quando si dice un caso, un aspetto fortuito, un intoppo del Fato.  Aprile, il più sagace e impertinente dei mesi.

E’ stato sempre difficile far coincidere pacatamente le due circostanze: ‘e figli so’ piezz’e core, sono sempre i nostri bambini.

(stasimo n. 2) A certi figli non è dato di crescere. A certe madri, da quegli stessi figli, non è dato di morire.

Non morire in senso reale, no. Che qua non si vuole il male di nessuno.

Morire come dice il Buddha, di incontrarli tutti per strada: madre, padre, nonna, fratello, la fidanzata, il Buddha stesso, e ucciderli. Metaforicamente.

Tutti, tranne Tiresia. Che tuttavia sussurrava all’orecchio sbagliato, quello che è sordo ai giorni di pioggia, al buon senso, ai miti consigli.  All’orecchio che teme di sapere e poi dover portare fino in fondo la sua conoscenza.

Ancora prima, avrei potuto comprenderlo, quando mi regalasti  La morte della Pizia. Chissà se  inconsapevolmente, per darmi conto dell’enigma che eri, dei tuoi piedi gonfi, di quel cordone ombelicale mai reciso, della maledizione serpeggiante, della tragica fine sospesa. O per girare intorno al problema, scavalcarlo con stile. Con l’eleganza di sobria finzione letteraria.

Né mai mi proponesti l’indovinello della Sfinge: «Qual era l’essere che (…) contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?».

Avrei forse intuito che la tua terza gamba era segno di debolezza, più che di forza. Avrei evitato il compiacimento dell’ardore.

(stasimo n. 3) Lui lo sapeva, invece. Per questo volle sbarazzarsi della Sfinge.

Salate, le parcelle della Sfinge.

Eppure necessarie, sai, per la liberazione dal dramma.

A frequentarla ancora, forse, avresti appreso una verità su te stesso. Quella che in gergo qui, in questa farsa travestita da tragedia, potremmo definire l’agnizione.

Invece preferisti ripiegare, ancora. La catarsi fa male. Fa tanta bua, piccino, al cuoricino e al pancino. E forse un poco pure al pisellino.

Sì che, non pago di una donna che compisse gli anni nel giorno stesso di tua madre, giacesti – e fosti fatto sgamato – con un’altra, recante lo stesso cognome di Giocasta (Quando si dice un altro caso, un altro aspetto fortuito, un altro intoppo del Fato?).

(stasimo n. 4) Un vizio di forma, un male di sostanza.

Fosse solo un cornino, mio Edipo piccino, ne parleremmo a zio Creonte, al vicino, all’amico Luigino. Ma qui siamo all’incesto simbolizzato, sottobanco realizzato. Tocca rivolgersi a Sigmund, al surrealismo, a quel poco che resta dell’istinto.

(stasimo n.5) Quel corpo della madre, così tanto respinto. Disgiunto, espunto. E fatalmente indistinto. Orribilmente radicato e avvinto. Quel corpo – mai definitivamente estinto – materia prima di un incesto modesto, un poco mesto e inesorabilmente ingesto.

Piccolo mio, mio invincibile eroe. Come spesso amavi definirti, nei tuoi giochi avvincenti,  nei tuoi deliri seducenti.

Piccolo Edipo mio, Edipino. Mio amato e perduto piccioncino.

***

(esodo, il deus ex machina ha trovato un ingorgo in tangenziale. Telefona, dice che non arriverà in tempo. Tocca arrangiarsi con quel che c’è. E non è molto, davvero.)

Sento la Pizia, ora, e il serpente Pitone. Sento la voce e tutto il putridume.

E’ tempo che si abbatta qui la peste, ora.

Su di te, sulla tua vita. E sulla mia, da te così poco discosta.

Mio piccolo grande Edipo paffuto. Eretico, erotico, derelitto.

Mio Edipo al quadrato. Mio Edipo complesso. Mio Edipo dal numeroso amplesso.

M’ avessi chiamato Peribea – almeno un volta, nell’intimità – forse ti avrei compreso. Forse da te e da mamma tua ti avrei difeso.

E invece muto, mio Edipo silenzioso.

Salvarti no, non mi è mai stato dato.

Ma ora è il tempo dell’urlo, e di coprirsi il volto col mantello.

La speranza è il nome nobile che talvolta diamo ai nostri vacui e indicibili pretesti.

novembre 5, 2012

Alcune vite – o forse sarebbe meglio dire tutte le vite, in dati momenti – si basano su un pretesto, sull’accidente momentaneo, utilizzato come leva per scardinare positivamente tutto il resto.

Ci sono poi vite – alcune, non tutte – che si costituiscono quasi esclusivamente su pretesti e voltandosi indietro li si può mettere in fila, come una lunga scala a pioli che non conduce da nessuna parte.

O forse sì: un ampio belvedere sul vuoto.

Che non ci si deve sporgere troppo, la vertigine è immensa, la caduta fatale. Sicché conviene aggiungere un altro pretesto e prendere tempo, un altro piolo su cui appoggiare il proprio malfermo passo sperando in un riscatto, prima o poi.

Che non arriverà mai, se non al prezzo di ridiscendere i pioli uno ad uno, a ritroso, sentirli scricchiolare sotto i piedi, talvolta saltare di due, perché nel tempo uno dei pretesti è andato distrutto, dimenticato, e finalmente ritrovarsi con le ginocchia nel fango sottostante.

E forse la mia è una di queste, non lo so ancora per certo. Osservo il fango con un certo orrore e tuttavia un po’ lo desidero.

Rimasi sostanzialmente orfana all’età di sei anni.

Per il resto, mia madre continuò a vivere formalmente e a rappresentarsi quotidianamente nella mia vita. Rimasi orfana il giorno in cui, rientrando da scuola, la trovai in piedi sul davanzale della finestra, che minacciava di buttarsi giù.

Da allora persi la capacità di orientarmi e mi affidai alle mappe.

Ma furono mappe costruite meccanicamente, mappe semplici che non mi informano delle varietà climatiche, delle diversità biologiche, della complessità dei territori mentali che costituiscono l’Altro. Sono mappe che non indirizzano, ferme al tempo in cui furono prodotte, incuranti dei cambi di sovranità degli stati mentali o degli smottamenti prodotti dal tempo.

L’unica cosa che appresi, in quel momento, fu di non essere abbastanza buona per tenerla ferma, nelle pareti di casa, al mio fianco. Di non essere abbastanza.

Io mi ricordo di me che grido, un grido strozzato di terrore.

Ogni tanto me lo sogno, quel grido che mi paralizza, che mi impedisce qualsiasi movimento, che mi vieta di correre per afferrarle le gambe, per timore che un gesto troppo rapido possa sortire l’effetto contrario e spingerla da basso.

Ho un ricordo preciso, di tutto questo, benché sia occorso in una frazione di tempo brevissima e fulminea.

In quell’istante di tempo c’è stata un’implosione, nella mia testa: si è aperta una voragine che ha ingoiato tutto quanto si stava venendo a formare. Poi è ricresciuta l’erba, lì sopra, ma la terra della mia testa non mi ha mai restituito quello che aveva inghiottito. Sicché credo che oggi sia andato definitivamente perduto.

Ho condotto molti scavi, lì intorno, ma sempre affiorano frammenti indecifrabili: l’archeologia della mente è una scienza incerta, procede per teorie continuamente falsificabili.

Al suo posto, invece, sulla cicatrice della mia crosta cranica, è spuntato un ricordo rigoglioso, rampicante, che si insinua dovunque.

Mio padre restò fermo, impassibile. Tirò un profondo respiro e con voce ferma disse: buttati.

Lei si bloccò e piano ridiscese dal davanzale, per il tramite della stessa sedia che aveva utilizzato per salirci.

Cosa avvenne dopo non lo ricordo più.

L’unica cosa che rammento è che per un momento pensai che se lei si fosse davvero tirata giù, sarei rimasta accanto a un orco, un uomo insensibile. Ho impiegato anni e anni per farmi un’idea del fatto che non fosse esattamente così, ma non so se davvero ci sia ancora riuscita. Ho dati che non entrano nella mappa e forse non posseggo dati che la illuminerebbero. Mi manca la scala delle distanze emotive, l’altimetria delle vette del sentimento.

Mia madre aveva dei bellissimi denti, bianchi e perfetti.

Si era andata convincendo che avessero cominciato a ballarle tra le gengive e che di lì a poco li avrebbe perduti. Aveva meno di trent’anni e trascorreva l’intera giornata davanti ad uno specchio ben illuminato, avvalendosi dell’ausilio di uno specchietto più piccolo che si posizionava in bocca, a scrutarsi il palato e a toccare uno per uno i denti per controllare se fossero al loro posto, con il risultato, dopo mesi di esplorazione, di farseli davvero dondolare un pochino e far sanguinare le gengive.

Non riesco a ricordare se si fosse mai rivolta a un dentista, nel frattempo, ignorandone completamente le rassicurazioni, o se semplicemente mio padre avesse bollato la sua preoccupazione come una fissazione da non alimentare ulteriormente.

Fatto sta che apparentemente, nella mia testa, fu il terrore di perdere i denti a portarla sul davanzale. L’elemento scatenante della sua morte irreale.

Dopo quarant’anni mia madre continua a sognare denti che cadono.

Ed ogni volta se ne lascia intimorire. Ed ogni volta sono  presagio di lutto. E anche quando non lo è, è come se fosse.

Il giorno in cui svenni, spezzandomi un incisivo, otto anni fa, mi sentii presa dal terrore di ciò che potesse rappresentare. Il dente è stato ricostruito e non mostra imperfezioni, ma la frattura si è spostata in un luogo più interno, come una sorta di monito contro il pericolo del mordere.

Come Cappuccetto Rosso anche io devo stare in guardia dal lupo. E’ solo che il lupo ormai abita dentro di me e in alcune notti di luna piena non riesco a tranquillizzarlo. Allora vaga e mi morde le carni. A volte fugge, e torna dopo aver ucciso. Non per fame. Proprio come i lupi, che dopo lunghe carestie, uccidono tutto quanto trovano intorno, come per pareggiare i conti con la natura.

Dopo alcuni mesi dall’incidente del davanzale mi mandarono a vivere dalla nonna: pensavo a mia madre tutti i giorni, ossessivamente, al rischio che di nuovo potesse provare a tirarsi giù da una finestra. E che io non sarei stata lì a tentare di salvarla, che l’orco l’avrebbe spinta giù e poi sempre più giù.

Invece non ci provò mai più, ma nemmeno fu più felice o serena. O forse non lo era mai stata. Non so dirlo.

Non sapevo che anche lei saliva sulla sua scala di pretesti, incapace di scegliere se ridiscendere coraggiosamente nella melma o lanciarsi forsennatamente nel vuoto.

Rimasi dunque orfana, con l’imperativo di costituire il minor disturbo possibile. Ma non ci riuscii un gran che.

Dovetti essere pessima, piuttosto, perché dopo una decina d’anni assolutamente caotici fu mio padre, questa volta, ad andar via, per un tempo che a me parve lunghissimo. Ci lasciò dopo una scenata che distrusse mezza casa, ci impose lividi su tutto il corpo e un disperato bisogno di rifugiarci altrove.

La sua partenza ci precipitò in un tempo che avremmo potuto riempire se non di pace, quanto meno di serenità.

Ma non fu possibile.

Mia madre, l’ombra, alternava lamenti a scenate, minacce a penosi tentativi di impietosimento, improperi e autoumiliazioni. In quei mesi fummo più vicine all’ombra di quanto lo fossimo mai state: era l’unica cosa che ci restava e benché inafferrabile, benché impenetrabile e priva di sostanza, tuttavia l’unico riferimento possibile.

Un altro bambino, uno che fosse rimasto formalmente e sostanzialmente orfano, ne avrebbe subito sicuramente un danno. A me il mio pareva il peggiore di tutti, impediva di elaborare il lutto, di fare i conti con la perdita, di passare oltre. L’ombra era lì, tutti i giorni, e come una donna vera respirava, si nutriva, chiedeva cose e ne imponeva altre. Obbedivamo a un fantasma potentissimo che ci risucchiava energie senza rigenerarci, ma era troppo difficile da spiegare a chiunque.

Lo è ancora oggi, che abbiamo appreso le parole per dirlo, ma non la forza per pronunciarle per intero.

Mia sorella sedeva per ore sul letto, dondolandosi ossessivamente e sbattendo la nuca contro il muro, fino ad addormentarsi nel suo stesso stordimento.

Io mettevo parole in fila e poi strappavo i fogli prima di rileggerli, per paura che l’ombra conoscesse i miei veri pensieri e me ne privasse. Talvolta li mettevo in bocca e li masticavo, pezzetto dopo pezzetto, fino a farne una poltiglia quasi insapore che mandavo giù con ampi sorsi d’acqua.

Pensavo che il mio corpo, visto in controluce, sarebbe diventato una filigrana di parole e che un giorno, senza bisogno di parlare, qualcuno avrebbe letto la storia che raccontava, l’avrebbe decifrata, ricostruito per capitoli e paragrafi il caos con cui io la andavo stratificando e costruendo.

Mia madre si lasciò cadere in una lenta e vorace depressione, dalla quale emerse solo dopo mesi, forse un anno, uno e mezzo, quando lui tornò, in forma e affettuoso, e la portò a fare un giro in auto.

Le dissi: se esci da questa casa e vai con lui, ti odierò per sempre.

Non sapevo ancora che accade anche così, per brevi e folgoranti impulsi. Credevo che l’amore vero fosse questione di continuità e presenze. Lo avevo imparato per contrasto e fatto girare lungamente nella testa, in mezzo al vortice di tutti i pensieri. Infilato nelle fibre della carne, in attesa che qualcuno lo leggesse e me lo restituisse come fatto compiuto.

Lei scese lo stesso, e tornò, bella e innamorata, anche se sarebbe durato poco, pure questa volta.

Quel giorno imparai che un tradimento è semplicemente una promessa non mantenuta, un enunciato smentito da un’azione. O da una mancata azione, è lo stesso.

Quello che forse mai più imparai fu riuscire a distinguere tra le promesse che realmente riceviamo e quelle che da sole si formano dentro di noi, per una fame incontrollabile di appartenenza. Che non si chiamano promesse, ma speranze.

Se sono molto grandi, illusioni. Deliri. Onnipotenze.

E che nessuno dall’esterno può tradire, ma esclusivamente colui che da solo le ha formulate dentro di sé come ennesimo piolo di una scala di pretesti che non conduce in nessun luogo.

Ogni pretesto è solo un tradimento a se stessi.

Aktion: Sicherer Auftritt

luglio 1, 2011

Le risuonavano nella notte le parole ascoltate mesi prima. Quanti? Sei, sette? Ormai aveva perso il conto.
Di giorno il frastuono riusciva a distrarla, a impedirle di pensare, ma quando la sera calava quel ribollire del sangue montava fino alle arterie del collo, ne sentiva il rimbombo nell’orecchio appoggiato sul cuscino: un martellare ritmico, simile allo sferragliare del treno che si trasforma in nenia, in litanìa.
In anatema.
Le condizioni sono queste, aveva detto la vecchia. Se entro ottobre non rientrate, vi posso offrire un’altra scadenza. A dicembre chiudiamo i conti, la settimana prima di Natale. Se ancora non siete rientrata, mettiamo a lavorare la figlia vostra.
Aveva accettato.
Le sembrava impossibile non riuscire a saldare il debito contratto, era certa che ce l’avrebbe fatta, come sempre, come in passato.
E’ solo che questa volta le cose si erano messe peggio e per pagare gli interessi, mese per mese, si era rivolta ad altri.
Adesso si sentiva come una mosca intrappolata in una ragnatela, come un agnello nella gabbia del leone affamato. Di suo non aveva più niente da offrire. Le restava la figlia.
E dove la mettete a lavorare?, aveva chiesto con apprensione, pensando all’Università da terminare, a quella proposta che la ragazza aveva ricevuto mesi addietro per studiare fuori. Un tirocinio di alcuni mesi, per imparare la professione.
Mi avete detto che la ragazza parte per studiare, è vero? La mettiamo a lavorare là. La mattina studia e il pomeriggio ci segue gli interessi. E’ una cosa da niente: gira per qualche ristorante, si informa. Le paghiamo qualche aereo per tornare a casa, ogni due settimane. In fondo di niente, si tratta: portare un pacchetto a certi amici, due volte al mese.
E che ci sta in questo pacchetto?
Ma niente, effetti personali, qualche cosa da mangiare, qualche medicina che là non si trova. Sapete come sono gli emigrati? Si fissano. Dicono che l’aspirina là nun è bbona. Ci manca la A finale. Con l’Aspirin lle vene ‘o male ‘e capa, lle vengono ‘e penziere. Con l’Aspirina, invece, lle passa tutte cosa. Quella l’aspirina nostra sta facendo furore, mo’ la vogliono pure i tedeschi.
E se invece della ragazza mi mettete a lavorare a me?, aveva chiesto timidamente. Pure io la posso portare l’aspirina.
La vecchia aveva riso. Una risata scassata, sguaiata. Una risata di scherno. Poi aveva aggiunto, secca: voi non siete adatta, vi fate troppe domande. Voi pensate solo a far studiare la ragazza, che al resto ci pensiamo noi. E trovatevi un lavoro, che così questi soldi me li restituite entro dicembre e non ne parliamo più.
A fine ottobre si era risolta a parlarne alla figlia.
Ma tu ci devi andare per forza in Germania?
Non è che è per forza. Mi hanno offerto una borsa di studio.
E che vai fare?
Te l’ho spiegato non so quante volte. Un tirocinio. Mi fanno fare esperienza al Ministero dei Lavori Pubblici. Un lavoro di comparazione sulla normativa degli Appalti. Hai presente quando si costruisce un ospedale, una caserma? Il modo in cui si dà da lavorare agli altri, i contratti, le gare, le penali. La sicurezza. Queste cose qua, insomma.
E pure i prestiti?
Pure i prestiti, sì. Le fidejussioni, le agevolazioni. Tutto, insomma.
E quando te lo sei imparato poi che fai?
Poi vediamo. Magari mi chiamano a lavorare qua, mi fanno fare la consulente.
Ho trovato una signora che ti paga l’aereo per tornare a casa due volte al mese. In cambio va trovando che le porti delle medicine a certi amici suoi. Lo sai che l’aspirina tedesca fa venire mal di testa?
Io non voglio tornare ogni due fine settimana, le mandasse per posta.
Dice che se le rubano, che l’aspirina nostra è troppo buona.
Ma che stronzata!
E che so’, sti parole?
Niente.
E allora? Che ne pensi?
Penso che te ne vieni in Germania pure tu, stiamo là sei mesi e poi vediamo. Io no, non posso venire. Devo stare qua a pensare alla casa. E poi tengo il lavoro al ristorante.
E te lo trovi là, un altro lavoro. Sta pieno di ristoranti italiani. Vedi che qualcosa la trovi.
Mi pare brutto, tu stai al Ministero e mammà lava i piatti. Se lo viene a sapere qualcuno, non è bello. Io non ci posso venire. Tengo male ‘e capa e l’aspirina là nun è bbona.
Ce la portiamo da qua l’aspirina. E pure le vitamine. E se manco ti passa prendiamo altri provvedimenti. Quanti debiti tieni?
E che ne sai tu dei debiti?
Si era alzata di colpo, la ragazza. Come scossa da un disgusto improvviso. Un disgusto che le covava dentro da mesi, forse anni. Un disgusto represso sotto i capelli lisci, il cerchietto a reggerglieli, le unghie curate, l’italiano perfetto. Un disgusto carico di colpa con il quale non riusciva a venire a patti, mai.
Nemmeno di sera, quando sentiva la madre agitarsi nel letto e per non pensarci inghiottiva un’aspirina. Simili a quelle della vecchia, quelle che per un po’ tolgono mal di testa e cattivi pensieri. Che le piaceva credere che prima o poi sarebbe tutto finito.
Aveva chiesto la Francia e le avevano offerto la Germania.
E’ un Paese dove abbiamo maggiori interessi strategici, le aveva detto il professore. L’edilizia nostra è forte, si deve consolidare su quel mercato, arrivarci senza perdersi per vie traverse, direttamente. Poi vedi che qualcosa la troviamo pure qua, una collaborazione. L’importante è essere presenti. Contiamo moltissimo su di te.
Mia madre lava i piatti in un ristorante. Stiamo piene di debiti, aveva detto lei a mezza voce, ma ferma.
Per poco, durerà ancora poco. Poi vedi che vi sistemiamo, abbi fiducia. L’importante è che ti fai conoscere, poi il resto viene da sé.