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La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

Siamo o non siamo Soli nell’Universo?

febbraio 23, 2017

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In quel momento esatto lui la scorse, dentro di sé, come una visione.

Bella come non era possibile altrimenti. Bella come non aveva mai visto nessuna su questa terra. Bella come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerla, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

In quel momento esatto lei lo scorse, dentro di sé, come una visione.

Bello come non era possibile. Bello come non aveva mai visto nessuno su questa terra. Bello come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerlo, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

Tra loro, a separarli, solo trentanove anni luce. Un’inezia.

Molti meno del tempo necessario a percorrere il Grande Raccordo Anulare nell’ora di punta, il Traforo del Monte Bianco in una giornata di neve, l’Asse Mediano alla chiusura dei Centri commerciali, il Red Carpet durante la notte degli Oscar, l’attesa del regionale per Cerignola sul binario 2.

Trentanove minutissimi anni luce per arrivare sfolgoranti alla meta, illuminati come una Madonna da processione o un Elvis Presley dal ciuffo aerodinamico. La distanza che un fotone percorre nello spazio vuoto in assenza di campo gravitazionale o magnetico in un anno giuliano moltiplicata per trentanove. Una quisquilia, un niente, una questione di volontà, di motivazione, di entusiasmo, di lotta alla pigrizia, di sfacciataggine, di coraggio, di audacia, di ardore, di spostare quei due o tre appuntamenti in agenda, di una sigaretta di attesa, di prenotare una pulizia del viso, di infilarsi un paio di jeans e una maglietta pulita, di mangiare un boccone a volo in un’area di servizio. Trentanove rapidissimi anni luce per fantasticare nel frattempo sull’arrivo, sull’accoglienza, sul riconoscersi, sull’abbraccio, sul dirsi tutte le cose taciute, mai espresse, dimenticate, sottese, sognate.

Nessuno dei due, assorbito dalla visione, pensò che il corpo celeste dell’altro, intravisto quasi in sogno,  in un ricordo di infanzia, in una festa da adolescenti, in un passato di appena trentanove anni luce addietro, appartenesse al momento esatto dell’osservazione e non al punto di arrivo, di incontro.

Nemmeno per un momento pensarono che avrebbero potuto non riconoscersi, tanta era la smania di superare lo spazio/tempo dei trentanove anni luce in un soffio. Perché la teoria raccontava che la distanza era immensa, per il fotone che doveva affrontare lo spazio vuoto.

Ma il loro spazio era pieno, denso, popolato, abitato di case, alberi, automobili, uffici postali, salumerie. Ed era pieno del desiderio, dell’amore, della fretta, delle fantasie, di tutte le cose che, a dispetto del loro ingombro, avrebbero facilitato i passaggi, raccorciato i tempi, avvicinato i luoghi.

Così che quando finalmente si incrociarono, tornati entrambi al paese per la festa del Patrono, dentro una piazza scintillante di luci e luminarie che disegnavano stelle e pianeti, non ebbero difficoltà a riconoscersi.

Lui le orbitò intorno e facendo la ruota da pavone, le disse: sono qui per rivoluzionare la tua vita.

Lei sorrise birichina e compì una rotazione su un piede solo, e un piccolo inchino.

E poi gli sussurrò in un orecchio, soffiando piano nei capelli: l’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi. Due Soli non sono ammissibili.

Perché si era informata, sapeva che lui era sposato, e che in un sistema solare non possono esistere due Soli. Uno soltanto. E che al momento il Sole ufficiale era la moglie, salvo diverso avviso astronomico e legale.

Si vede che sei inesperta e disinformata, rispose lui. Ma ridendo, per non indispettirla.

E dalla tasca dei jeans tirò fuori un articolo che aveva stampato, che parlava di Star Wars, di Tatooine e delle stelle gemelle che si condividono i pianeti. E aggiunse: è la Ricerca che ce lo chiede, la Scienza, il Progresso, la Verità.

Così lei finì per salire sulla sua auto e dirigersi verso nord, a trentanove chilometri luce dal paese, in un piccolo albergo dove nessuno avrebbe badato all’eccentricità della questione, né alla profondita delle orbite oculari il giorno seguente, né fatto chiacchiere inopportune.

Fonti bibliografiche:

Pianeti adulteri

Pianeti musulmani

La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

novembre 13, 2016

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Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

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Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

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Eros e Trikos – una storia d’amore e di capelli.

giugno 22, 2016

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C’è sempre un punto di inizio, una cosa che dà origine a tutte quelle che seguiranno.

E una volta che capisci da dove hanno preso le mosse certe vicende, è più facile interromperle. O anche perseverare. Ma questa volta con maggiore attenzione al dipanarsi e alle conseguenze.

Quando impari da dove tutto è cominciato, riesci a osservare la struttura dall’esterno. Talvolta a modificarla, studiandola attentamente.

Mia madre aveva paura. Aveva paura praticamente di tutto: del sole, della pioggia, delle malattie, dei cani, del sesso, di mio padre, dei terremoti, del mondo, di sé stessa.

Ora apparentemente tutto questo non dovrebbe avere relazione con la mia ossessione per i parrucchieri, ossessione che, si badi bene, nulla ha a che fare con la frequenza delle mie visite ai saloni di coiffure bensì con il modo esatto con cui mi relaziono al parrucchiere. Ai parrucchieri.

E invece esiste una relazione molto stretta, legata alla paura, una paura ereditata con il dna, con i gesti, con le forme del vivere e il bisogno profondo e coesistente di affrontare e minare il terrore del cambiamento per riuscire a trasportarsi altrove.

Avevo da bambina dei capelli lunghi e bellissimi che sfioravano la vita, per lo più stretti in due trecce lucide.

Li ho portati fino all’inizio delle scuole elementari, quando cominciai a soffrire di una tonsillite recidivante. Mia madre era convinta che l’igiene personale, le lunghe abluzioni, l’asciugatura dei capelli lunghi, che trattenevano umidità e freddi, avessero un ruolo preponderante nel protrarsi della malattia, e quindi si decise che avremmo sacrificato tutta la chioma per ridurre al massimo l’esposizione all’agente patogeno.

Avevo sette anni quando persi trecce e frangetta e mi accomodai su un taglio che mi avrebbe poi accompagnato per la maggior parte del tempo della mia vita a venire: i capelli alla maschietto.

Non esiste cosa più terribile – quando non sia frutto di una scelta personale – avere i capelli alla maschietto nell’età adolescenziale, alla comparsa delle prime forme della femminilità. In quell’epoca avevo i capelli lisci lisci, pesanti e untuosi. Credo che facesse parte del pacchetto ormonale, insieme a un cospicuo numero di brufoli, ai peli sulle gambe e a quel fetore caprino  che annuncia l’approssimarsi di un adolescente nel tuo raggio di azione, aspetto di cui sono rimasta totalmente inconsapevole fino al giorno in cui mia figlia è diventata adolescente e dentro di me si è accesa come una piccola spia di vergogna all’idea del tormento che mio malgrado infliggevo al prossimo.

Con una madre che aveva paura delle malattie e delle febbri, tutto questo peggiorava.

Ricordo di mesi di raffreddori e sciampi a secco. Che se in un primo momento pareva dare ricetto a tutta l’untuosità, nel tempo trasformava qualunque chioma in stoppa biancastra. Ricordo la forfora. Ricordo una serie di disgrazie che nel corso della vita non si sono mai più ripresentate e che hanno reso profondamente infelice il mio passaggio all’età giovanile.

A volte, nel pieno di un accesso febbrile o di una bronchite, mi lavavo i capelli di nascosto, come la cosa più trasgressiva che potessi fare.

E’ talmente difficile spiegare l’ambivalenza di questo gesto apparentemente normale: era il filo del rasoio, il crinale tra la trasgressione e la punizione. Era la libertà e il dramma. Perché se fosse aumentata la febbre o la tosse, la preoccupazione materna si sarebbe trasformata velocemente in terrore e poi ira. E l’ira di mia madre aveva i toni delle ire bibliche, quelle che fendono il mondo e le rocce e ti lasciano nudo e sanguinante.

Ci sono bambine che reagiscono alle invasioni della sfera fisica, personale – da parte di genitori troppo ansiosi – diventando adolescenti ribelli, anoressiche, drogate, promiscue, alcoliche, maniacali o chissà cos’altro.

Io no.

Io reagii trasgredendo su tutto quello che riguardasse i capelli.

All’inizio fu dura. Erano piccole trasgressioni: non potevo tingerli, non potevo arricciarli con una permanente, non potevo illuminarli con mèches.

C’era un divieto assoluto, e soprattutto non ne avevo i mezzi economici.

Però potevo tagliarli, potevo tagliarli quanto volevo, come volevo. Era la piena disponibilità del mio corpo.

Ero tondetta e non potevo mettermi a dieta: le invasioni della sfera personale passano molto attraverso il cibo. Noi del Sud siamo gente di tavola, siamo gente che l’amore lo impiatta, lo sfiletta, lo abbonda nei condimenti, lo bissa, lo riscalda e te lo ripropone per cena,  lo farcisce, lo stufa.

Non avevo controllo sul mio corpo, su quello che entrava attraverso la mia bocca.

Questo lo acquisii più tardi, iniziando l’Università e cominciando a mangiare alla mensa, dove potevo scegliere il come e il quanto. Dimagrii all’Università e non tornai mai più tonda, se non per ospitare mia figlia.

In compenso  avevo controllo sui capelli. Sperimentai tagli corti, tagli medi, tagli asimmetrici, rasature di ogni tipo, parrucchieri da donna e barbieri. Per anni fui la modella di chiunque volesse esercitarsi a sperimentare forme ardite. Tutto. Tutto tranne colorare e riflessare. Molto dopo, ripensando a tutto questo, mi è venuto da sorridere: quasi come un apprendistato erotico, tutto dedito al preliminare e girando intorno al vero desiderio, quello per cui non si è pronti e si ha timore, quello per cui si ostenta un meccanismo di sfida sfacciata ma solo perché si sa che per cause esterne la sfida non potrà essere condotta fino in fondo, che qualcosa dall’esterno si interpone e in fondo ci protegge.

Non ricordo  la prima volta in cui ho colorato i capelli, così come non ricordo la prima volta in cui ho fatto l’amore. Ero adulta, in entrambi i casi, e totalmente spaventata. Così spaventata da aver osservato i due fenomeni dall’esterno, come dall’alto, senza alcuna forma di partecipazione emozionale. Di fatto ricordo precisamente i luoghi e i modi di entrambi,  dei dettagli situati esattamente trent’anni fa e di cui non ho alcuna traccia emotiva, se non la memoria, situata in qualche luogo all’altezza dello stomaco, della paura di essere lì in quel momento, e della scelta di anestetizzarmi per non esserci completamente.

Da allora è accaduto di tutto: sono stata nero corvino, bionda, castana, méchata, brizzolata, permanentata, allisciata, cheratinata. Ho sperimentato tutte le innumerevoli possibilità del rosso, ho gocciolato henné su teli da spiaggia, spiegandoli come una sacra sindone, ho decolorato, decapato, glossato, ritonalizzato.

I miei parrucchieri, tranne sbiaditi e rarissimi casi, sono stati uomini.

Di tutti ricordo i dettagli, i modi, la ritualità. Come i baci, le parole e le idiosincrasie di chiunque abbia amato.

Ce n’era uno, l’ho frequentato per qualche tempo, che era un musicofilo: con  cura sceglieva la musica da abbinare a ciascuna cliente. Mi faceva dei colpi di luce sul ciuffo che mai più nessuno è stato in grado di replicare. Una volta, nel pieno della relazione, quando potevo concedermi già qualche confidenza, mi presentai con il Concierto de Aranjuez, un’altra volta col Bolero di Ravel.

Ma il punto di massimo godimento lo raggiungemmo su un intervento che durò un paio d’ore, per il quale scelsi Keith Jarrett e il Koeln Concert, che alla fine del trattamento gli regalai.

La nostra relazione terminò a causa dell’intervento della sua consorte, che in uno dei nostri incontri ai quali pacificamente assisteva dalla cassa, mi avvicinò privatamente per propormi un servizio di colorazione pubica che riprendesse le medesime nuances del capello, che avrebbe effettuato lei stessa in una saletta defilata del salone, proposta che mi lasciò turbata e scandalizzata a un tempo, lasciandomi intravedere una familiarità mai sollecitata e la possibilità che nel tempo la nostra relazione si trasformasse in un ménage à trois ma, quel che è peggio, che saremmo finiti a trattare i capelli con il sottofondo di Eros Ramazzotti o chissà chi.

A un certo punto della mia vita lavorativa mi trasferii a Milano. Si era al principio degli anni Novanta e Milano era ancora tutta da bere e pettinare.

Lavoravo e vivevo in pieno centro, a pochi passi dal Duomo.

Il mio ufficio era proprio di fronte al Cenacolo, che non visitai mai, preferendogli, nell’androne di un cortile di fianco, un salone di bellezza molto lussuoso. Erano i favolosi anni Novanta, la crisi era lontana e certi lussi ancora alla mia portata.

Quando approdai nel salone la mia cadenza mi tradì all’istante e il parrucchiere, originario calabrese ma ben camuffato, mi raccontò che aveva clienti – clienti peraltro notissimi di cui non farò nomi ma che all’epoca erano sicuramente tra i più ricchi di Napoli – che gli erano talmente affezionati da muoversi in aereo per andare da lui a farsi tagliare e pettinare, uomini e donne. L’intera famiglia, nipotine comprese.

E io pensavo all’idiozia del riaffrontare un viaggio aereo di ritorno, con l’aria pressurizzata che ti ammoscia tutta la messa in piega, e mi dissi che era una bufala e che stava lì a millantare per giustificare con me la salatissima parcella da primario tricologico.

Solo che anni dopo, molti anni dopo, questi signori ricchissimi che nel frattempo erano leggermente caduti in disgrazia, io li conobbi. E dopo due o tre incontri decisi di appurare la leggendarietà del racconto, scoprendo che invece era vero e che forse, sotto sotto, un poco della disgrazia economica in cui si erano imbattuti, forse pure se l’erano meritata con questo spendi e spandi incontrollato per due bigodini e un poco di lacca.

In quel periodo ero nella fase del fai da te, che è tornata spesso negli anni, dipendente non tanto dall’aspetto economico, ma dalla precisa volontà di operare direttamente sul mio corpo, unica artefice della trasformazione, come quando da sola mi bucai i lobi delle orecchie per dimostrare a me stessa che non avevo paura del dolore e poi diventai bianca bianca fin quasi a svenire: indossavo un henné aranciato da fricchettona, che a Milano, dove mi occupavo di tessili pregiati, insieme a noti economisti e magnati giapponesi, non era ammissibile. Così decisi di rivolgermi a un professionista  per tornare a una castana sobrietà. Scelsi lui, per praticità. Nella pausa pranzo.

Lo scienziato esaminò con cura la chioma, la passò attraverso dei macchinari e delle lenti per analizzare le squame, strappò un paio di fili che depositò su un vetrino con un reagente e alla fine dell’anamnesi tirò fuori la diagnosi e anche la possibile cura: era un intervento delicato, delicatissimo, con un’ampia possibilità di insuccesso.

Se le cose fossero andate bene, sarei diventata castana.

In caso di fallimento, invece, i capelli sarebbero diventati totalmente verdi e non ci sarebbe stato nulla da fare se non tagliarli quasi a zero. Che la cosa non dipendeva da lui, ma dalle mie possibili reazioni e che comunque era un intervento che non poteva essere fatto su due piedi, ma andava programmato.

Sfogliò l’agenda e mi accomodò per la settimana seguente, salutandomi non privo di indicazioni e di una costosissima terapia da seguire a domicilio, fatta di lozioni acide, sciampi neutri e cose così, in modo da rendere il capello non so più se molto arido o molto idratato e permettere al reagente di attecchire e decaparmi tutta. Decapare è una parola che mi ha sempre fatto pensare alla ghigliottina e alla Rivoluzione Francese, al perdere la testa. Che in fondo forse era quello, in una forma simbolica e meno drastica.

L’intervento durò circa tre ore e lasciò tutti con il fiato sospeso, per l’ansia. L’odore del reagente era simile a quello dello sverniciatore del legno, con esalazioni mefitiche che mi fecero lacrimare gli occhi e mi irritarono per giorni il cuoio capelluto, ma alla fine dell’operazione ero salva e castana.

Mi felicitò tutto lo staff, le infermiere, i portantini, come per essere scampata a una malattia mortale. Pagai di buon cuore l’onorario del chirurgo e finalmente Milano mi accolse come meritavo: una castana signorina ammodo che andava alla Scala, a Brera, ad ascoltare il jazz, i fine settimana a Portofino e gli aperitivi ai Navigli.

Adesso molti penseranno che io esageri, che in fondo tutte le donne di tutto il mondo esercitano un’innata cura per la propria capigliatura e che non ci sia nulla di strano in questo mio smodato interesse, come non ve ne sarebbe laddove spostassi l’attenzione ad un altro dei tipici feticci femminili, le calzature.

Mi rincresce sconfermare questa semplice e riduttiva visione del mondo, ma non posso altrimenti, e la ragione per cui l’argomentazione mi riesce estremamente facile per lo smantellamento di questa ipotesi è che nel resto del mondo le donne operano sui propri capelli al fine di valorizzare la loro femminilità e bellezza, ungendoli con burri e oli, setificandoli, coprendoli ove richiesto per non suscitare brame incontrollate nel maschio, sacrificandoli e  offrendoli in dono alle divinità, lasciandoli allungare per occasioni importanti quali il matrimonio e altri riti di passaggio.

Nel mio caso la cura spasmodica del capello non hai quasi mai coinciso con la miglioria estetica, ma piuttosto con una subdola mortificazione della carne.

La chioma come un cilicio, eterna punizione per avere ormoni, curve e desideri.

In un’altra epoca sarei stata una santa, una Teresa d’Avila o una Giovanna d’Arco, chiusa in convento a sciorinare odi al Signore per addomesticare ogni sorta di passione terrena o ardita combattente in nome della Fede.

Nel mio caso la cosa procedeva sotterraneamente, senza offrirmi né l’una né l’altra possibilità, ma solo uno sconcertante panorama di ricci,  che nel ricordarmi la mia natura, si alleavano con i sotterranei moti del mio cuore, sì che non appena mi distraevo un attimo, pretendevano, da me e da altri, attenzioni e tutto il resto.

Le mani tra i capelli. Le mani altrui tra i capelli, per esempio.

Come spiegare che è una delle cose che amo di più e alla quale ho rinunciato per non soccombere a me stessa? Se Sansone aveva la sua forza nei capelli, nei miei si annidava la mia debolezza. Tagliavo per non cedere, per mimetizzarmi. Per confondere i miei desideri.

Erano anni in cui cedetti anche le forme, per quanto possibile, in cui provai a essere invisibile, bidimensionale. Gli anni della paura, che si presentava ogni volta che qualcosa sembrava piacermi, piacermi così tanto da portarmi oltre me stessa, in un altrove che mai avevo sperimentato.

A volte il pericolo ama i travestimenti, i depistaggi.

Convinta che il Male fosse tra i ricci, lasciai il collo scoperto per anni. Fragile, bianco, vulnerabile.

Con la convinzione che fosse insensibile.

E invece il pericolo si acquattava lì, alla base della nuca, dietro le orecchie, lungo i tendini, percorreva lo sternocleido-mastoideo, saltellava tra l’atlante e l’epistrofeo.

In altre parole, ero femmina, e non ci potevo fare assolutamente niente. E quel che è peggio, ero una femmina ipersensibile.

Uso il passato per difendermi, come un ulteriore armatura, come se allontanando la definizione non ne venissi più toccata, come se la cosa non mi appartenesse. Ma non è così, lo so bene. Mi piace ignorarlo, come tutte le cose che turbano la quiete.

Ho avuto anni di tregua, anni in cui ho vissuto lontano, in climi molto umidi che mi facevano dimenticare i capelli. Erano morbidi, sinuosi. Come lo ero anche io, lontana da certe forme dell’apparire e dell’essere. Ero giovane, non avevo ancora imparato la difficile arte del decondizionamento e dell’asciugatura casuale, dello spettinato esistenziale. E che mai maneggerò con la sufficiente maestrìa.

In quegli anni ero in pace con tutto, con le ambizioni e le vertigini del cuoio capelluto. Scorreva il tempo in modo lieve, senza sensi di colpa, fluttuante. Senza necessità di doversi ancorare a nulla, come accadde in seguito.

Non ebbi amori né parrucchieri, ed ero felice.

Poi la mia vita tornò ad assestarsi, stabile e stanziale. Conobbi la provincia e la grande città: in una vivevo e in una lavoravo.

Per molti anni vissi la follia del barcamenarmi tra più relazioni, contemporaneamente: alcuni li vedevo il sabato mattina, più o meno vicino casa; altri li incontravo nella pausa pranzo.

A tutti mentivo, spudoratamente. Il parrucchiere, come un amante, richiede una fedeltà sciocca e ignobile. Proprio come quegli uomini che tradiscono la moglie e poi ti tormentano con insensate scene di gelosia e di possesso.

Non avevo scelta oltre la menzogna: a Gaetano raccontavo che mi era toccato un matrimonio in altra città, ad Alberto che ero stata in missione all’estero, a Michele che avevo ricevuto in dono un buono prova.

Ho mentito per anni, senza vergogna. Pagavo, e tanto mi bastava. E pagavo fintanto che ne fossi soddisfatta. Dai racconti delle mie amiche sui loro mariti avevo tratto un importante parallelo: dopo qualche tempo la passione scema, si diventa complici, intimi, affezionati. Ma la novità e il trasporto venivano meno. Ho ascoltato storie terribili di ménage coniugali appiattiti su un sesso mansueto e sopito, al giovedì, insieme agli gnocchi, o quando la squadra del cuore vinceva il campionato.

Con i parrucchieri succedeva la stessa cosa, credo.

Dopo un po’, quando trovavamo un certo affiatamento, svaniva del tutto il senso della sorpresa. Allora diventavo qualcosa di conosciuto, di infinitamente noto. Il peggio era quando tiravano fuori la scheda colore per riprodurre a distanza di un mese o due la stessa alchimia che mi aveva appassionato nel precedente incontro, senza curarsi di me, di cosa fosse cambiato nel frattempo, di cosa avvenisse nella mia vita, se avessi bisogno di essere supportata o blandita, esaltata o ridimensionata.

Credo che sia per questo che ho difficoltà con l’Amore: è che a volte lo vedi sotto una luce al neon o su una cartella colore e non in pieno sole e poi scopri che sono due cose completamente diverse. A volte certe colorazioni mi irritavano la cute per giorni, esattamente come certi figuri petulanti; altre sbiadivano in un niente, con tre lavaggi, come personalità sfuggenti, non ben  fissate; altre, infine, mi inaridivano le fibre, proprio come quegli amori a senso unico, senza scambio, che succhiano energia fino ai bulbi, lasciandoli impoveriti.

Negli anni avevo imparato delle parole, che mi venivano somministrate dallo sciamano di turno, come possenti mantra: anagen, katagen, telogen, kenogen, abracadabra, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio e vedrai che si avvererà.

Poi aprivo gli occhi e non accadeva nulla: avevo il solito caschetto con le punte all’insù o quel ciuffo ribelle da tirare dietro l’orecchio e arrotolare nei momenti di nervosismo. Tricotillomania, si chiama.

Ed è della stessa famiglia del mangiarsi le unghie, tirar via le pellicine e infliggersi piccoli e inutili tormenti per aggirare quelli grandi e distrarsi un poco dalla paura.

Ho sempre avuto una gran massa di capelli. Devo sfoltirli in continuazione, crescono come cespugli, floridi e velocissimi. Di più dal lato sinistro, perché dormo rannicchiata sul destro. Nei periodi in cui sono stata fedele, i miei parrucchieri si stupivano della rapidità di allungamento. Ancora oggi mi capita che la gente mi incontri per strada, a distanza di qualche mese, e non mi riconosca per il cambio radicale di aspetto.

Non credo sia una cosa buona, ma sono sicura che serva, che abbia una sua precisa funzione. Forse come quegli animali che cambiano colore per nascondersi ed evitare i predatori, per meglio adattarsi all’ambiente. Non so. So che mi serve a reinventarmi, a darmi la possibilità – o forse solo l’illusione? – di un nuovo inizio, quando le cose rallentano o non vanno particolarmente bene. Ma anche quando vanno benissimo, come prova di entusiasmo e dell’ingresso in un nuovo ciclo.

Poi accadde che iniziai a perdere i capelli. Iniziò un diradamento che non lasciava presagire nulla di buono. La prima volta avevo sedici anni, la seconda trentatré.

Dissero che era stress.

La prima volta mi propinarono fiale, lozioni, vitamine, lieviti, punture. Ma a me sarebbe bastato vedere i miei genitori non separarsi.

La seconda volta dissero che era per colpa dell’allattamento, che il mio corpo era stremato dal nutrire e non riusciva a ristabilirsi. Con un apparecchio modernissimo mi sottoposero a un’ecografia dei bulbi piliferi e dei pori. Visti così, ingranditi, sullo schermo che avevo di fronte, sembravano piccole bocche aperte, che non avevano la forza di richiudersi e trattenere. Era un lasciarsi andare che aveva preso svariate forme: virus che si annidavano in vari punti del corpo, afte, febbricole. Io tutta mi lasciavo andare, mi perdevo. Poi lasciai andare mio marito e la sua violenza, e di colpo tutto rifiorì.

Per il mio matrimonio mi ero affidata alle mani di Franco, che frequentai per lunghi anni. Franco aveva inaugurato in città – o meglio, nel primo centro commerciale della città – un salone in franchising. Era una catena francese in cui mi ero imbattuta molti anni prima a Parigi, che mi piaceva per le forme assolutamente scanzonate dei tagli, per le modelle dei cataloghi, totalmente prive di trucco e di fronzoli, che anche nelle sfilate apparivano come appena scese da una barca, o alzate dal letto dopo una notte selvaggia, o prese in uno scatto a sorpresa durante la spesa, con una baguette sotto il braccio, un cane. tre bambini e un immancabile sorriso sulle labbra. Naturalissime nella posa e nella pettinatura.

Con Franco iniziarono le sperimentazioni serie, gli esercizi. Ci prese talmente tanto gusto che oltre ai giorni prefissati, in cui si effettuavano sconti alla clientela, continuava a praticarmi sconti in tutte le giornate della settimana, divertito dal mio coraggio e dalla intraprendenza. Mi accoglieva con un enorme sorriso e con gli occhi che gli brillavano di contentezza. Quando mi allontanavo o partivo per lavoro, anche per periodi lunghi, faceva sempre in modo che nei mesi a seguire mi ricordassi di lui, con una sfumatura diversa, un colore ponderato, un taglio pensato per durare senza crearmi imbarazzi.

Non ebbi il coraggio di dirgli che mi sarei sposata.

Un giorno mi presentai al salone, era di pomeriggio, per preannunciargli che di lì a poco avrei partecipato a un matrimonio. Non gli rivelai mai che era il mio. Gli raccontai del vestito che avrei indossato: un tubino lungo beige, disseminato da minutissime perle tonde e scaramazze. Riprodussi, su minuscoli fermaglietti la stessa decorazione dell’abito e una mattina – la stessa del mio matrimonio, previsto al pomeriggio – mi presentai per farmi legare le ciocche e sistemare pazientemente, uno a uno, i decori di perle. Mi dicevo che in questo modo avrei evitato di pagare le cifre spropositate che normalmente i parrucchieri chiedono alle spose, speculando sul giorno più bello e importante della loro vita. E di fatto pagai la stessa cifra di una seduta normale, con un inspiegabile magone nel petto.

Al salutarmi Franco mi disse che avrei dovuto essere io, la sposa, bella com’ero quel giorno.

Fu l’ultima volta che lo vidi, un po’ per il dispiacere di avergli mentito, ma soprattutto perché rimettere piede nel suo salone, ogni volta mi avrebbe ricordato l’errore commesso, di cui ero talmente consapevole da aver passato sotto silenzio quello che avrebbe dovuto essere un momento così importante.

Mi sono sposata per paura, dopo quasi vent’anni posso finalmente dirlo. Una paura travestita da testardaggine, da sfida, da innumerevoli altre cose che conoscevo tutte, e che mi erano rimaste impigliate tra i capelli, indistricabili.

Per un certo tempo frequentai Mimmo, un barbiere che aveva la mano d’oro. Era manierato e grezzo a un tempo, con l’unghia del mignolo lunghissima e nessuna cognizione del congiuntivo. Ma faceva correre le forbici sul collo provocandomi brividi di piacere. Per non mettermi in imbarazzo con la clientela maschile e i discorsi che ne provenivano, mi riceveva il lunedì, nel giorno di chiusura.

Abbassava la saracinesca a metà, per non essere disturbato e per evitare ingressi inopportuni. Mi prestava un grembiule da concorso, che se fosse arrivata la Finanza o la Confcommercio per un controllo, avremmo detto che stavamo facendo le prove per una manifestazione importantissima.

Uscivo androgina e bellissima, con sfumature alte da marinaio che pungevano la mano e quando mi accarezzavano mi sentivo un gatto selvatico, di quelli che inarcano la schiena e drizzano il pelo per non dare soddisfazione. Per lasciar credere di non appartenere, di essere i padroni dello spazio e del tempo. Ma è solo una finzione. Anche i gatti lo sanno.

Poi accadde qualcosa che non ricordo, forse mi innamorai di qualcuno che mi voleva più femminile e per un certo tempo abbandonai la caserma. Ma non ne sono certa, credo di stare inventando per coprire una falla nella memoria o qualcosa che non ho assolutamente voglia di rivangare.

Ma c’è stato un momento, un momento preciso in cui il mio rapporto con i capelli è cambiato e si è introdotta una devianza estetica. Di colpo non volevo più recidere, non volevo tagliare, non volevo rinunciare a niente. Avevo scoperto una parte di me che mi piaceva moltissimo e volevo che fossimo amiche.

All’epoca il mio favorito era Albano, che sapeva regalarmi sfumature ciliegia e certi trattamenti costosissimi che annientavano il crespo. Una specie di tortura medioevale fatta di tiraggi dolorosissimi e precauzioni: per quarantott’ore dovevo evitare qualunque forma di umidità: da quella atmosferica alla sudata della palestra ai vapori della cucina. I momenti migliori per intervenire erano nella mezza stagione, quando il caldo non incombeva. Controllavamo la meteo per decidere il giorno perfetto. I giorni, anzi, perché il trattamento si svolgeva su due giornate.

La materia era composta da piccole palline che sembravano di plastica, grandi poco più del caviale ma costose quanto uno delle migliori qualità. Le pesava in un bilancino come si fosse trattato di cocaina – e al grammo me le vendeva – poi le scioglieva lentamente, in un cucchiaio simile all’assenzio, le stendeva su ciascuna ciocca con un pennello piatto e durissimo, che lasciava le ciocche come incollate. Poi riscaldava una piastra per saldare l’impasto ai miei capelli.  Il giorno seguente si ricominciava.

Ricordo una sera di aprile, poco prima del mio compleanno, in cui fummo sorpresi da un acquazzone improvviso che avrebbe distrutto tutto. Albano escogitò una fuga sotterranea: mi coprì la testa con una busta di plastica e mi trascinò nei meandri interrati del Centro Direzionale di Napoli, in modo da farmi raggiungere la mia automobile, parcheggiata dal lato opposto del quartiere, senza che una sola goccia d’acqua mi sfiorasse.

Per fortuna le giornate erano ancora corte e nel buio nessun passante intervenne per sventare quello che al primo colpo d’occhio aveva tutta l’aria di essere un rapimento perpetrato con una violenza inimmaginabile, con una busta di plastica in testa con cui il mio rapitore, se solo avesse voluto, avrebbe potuto soffocarmi.

Con Albano sarebbe andata avanti a lungo. E’ stato il parrucchiere più amato, la relazione tricologica più lunga che mi sia mai consentita. Addirittura monogama.

Quella volta fu lui a lasciarmi: aprì un secondo salone al Vomero e mi abbandonò nelle mani di giovani tirocinanti sovrappeso che nulla avevano in comune con lui.

Per un certo periodo, per riprendermi dal dispiacere e dall’addio, frequentai una scuola di estetica: un posto di cui eravamo venute a conoscenza con un passaparola segretissimo. Lavoravo al sedicesimo piano di un grattacielo e loro erano al ventunesimo. Un esercito di apprendisti stregoni, diretti da un effeminato milanese che dava ordini con lievi cenni del capo, minuscoli spostamenti del mento, alzate di sopracciglia e dita che delicatamente fendevano l’aria, come un direttore d’orchestra.

Non si pagava niente, solo il costo delle materie prime impiegate. Pochi spiccioli. In compenso non si poteva negoziare su nulla: se volevano tagliare, tagliavano, se volevano renderti viola, ti violavano. Non ricordo i dettagli, ma si veniva ammessi come ad una sorta di loggia massonica. Bisognava entrare e uscire con estrema discrezione, senza proferire parola con nessuno. Forse avevamo delle parole d’ordine, ma non ne sono sicura, sarà uno scherzo della memoria.

Poi di colpo scomparvero, senza dire nulla. Un pomeriggio, nel giorno convenuto fin dall’inizio, salimmo e avevano smantellato tutto. Chiedemmo al portinaio dello stabile, agli altri occupanti l’edificio, ma nessuno seppe dirci nulla. Di più: nessuno sembrava sapere dell’esistenza della scuola.  Come in un romanzo di Saramago finimmo per convincerci che la scuola non fosse mai esistita e che in realtà l’avessimo solo sognata, desiderata a tal punto da credere fosse vera.

Quando iniziai a ballare il tango avevo i capelli abbastanza lunghi. Li legavo a coda per il caldo, il sudore mi imperlava la fronte e il collo. Furono gli anni dei rossi esplosivi. Una droga da cui non ho mai smesso di dipendere. Rossi autunnali, rossi anticonvenzionali, rossi dubbiosi e relativi, rossi aggressivi e passionali, rossi turbolenti, furiosi, rossi imploranti e ricattatori.

Ho provato svariate volte a disintossicarmi, ma sempre ci ricasco, come una debolezza acquisita, un piacere segreto che mi tiene compagnia quando mi sento sola e sfiduciata, come altre fanno con l’alcool o un toyboy.

Quando iniziai a ballare il tango avevo da poco riscoperto l’henné: non quello aranciato della mia giovinezza, ma un prodotto sofisticato, che avevo studiato con un anziano erborista di Sabaudia che conosceva tutte le misture del mondo e trascorreva oziosi pomeriggi estivi a raccontarmi le differenze tra le colorazioni egiziane e iraniane, indiane e pakistane. La parola che mi stregò fu  picramato di sodio: un ingrediente segretissimo e probabilmente tossico  che nessun ortodosso dell’henné poteva tollerare ma che lui, che aveva vissuto lungamente a Parigi con una compagna asiatica molto ma molto ma molto più giovane di lui, aveva iniziato a spacciare nelle classi bene che, pur stufe dell’arancio marcato, non accettavano l’idea di colorazioni del tutto sintetiche. Lo tagliava, come si tagliano le droghe, e me lo consegnava in una bustina odorosissima. Credo di averne ancora una discreta scorta occultata in un cassetto del bagno. Odora di erba, un misto di spezia e marijuana.

Mi sono sempre chiesta se tra i miei ospiti ci siano quelli che, accomodandosi nei bagni altrui, aprano i cassetti – io a volte  lo faccio, per sentire gli odori degli altri – e, al salire dell’effluvio, lo identifichino o non credano piuttosto che conservi lì, con nonchalance, droghe esotiche e leggere per momenti di evasione.

A un certo punto, scientemente e per ragioni che ho rimosso e non voglio ricordare, travestite dalla noia di dover continuamente ritoccare la ricrescita, decisi che volevo invecchiare. Erano anni che mi arrossivo, avevo completamente dimenticato il colore naturale dei miei capelli, ma soprattutto non sapevo cosa vi avrei trovato.

Rasai tutto, ripetutamente, per mesi, fino ad arrivare alla colorazione naturale: un sale e pepe disomogeneo.

Ho un grande ciuffo bianco sulla tempia destra, ce l’ho dal 1998, mi è venuto tutto in una notte.

Ero in Africa e mi ammalai di malaria. Nonostante le cure, nessuno mi aveva spiegato bene le caratteristiche della malattia: che dovessi evitare il sole, ad esempio, o la feroce intermittenza delle febbri. Così, un giorno che credevo di essere guarita, trascorsi  l’intera giornata camminando in una piantagione di banane. La sera un tracollo improvviso, mancanza d’aria. A quattro zampe mi trascinai alla porta del mio vicino di albergo, un anziano francese con cui condividevo lavoro e serate in cui mischiavamo le nostre solitudini in racconti pieni di Napoli e Marsiglia, della mia vita un poco scombinata e delle sue quattro figlie lontane e dei nipotini. Chiesi un medico d’urgenza, prima di svenire.

Il dottor Safi arrivò in pochi minuti, mi strappò la maglietta e mi fece un massaggio cardiaco, poi una flebo di qualcosa. Poi mi accese una sigaretta e me la posò tra le labbra.

Obiettai che mi faceva male, ma lui ridendo rispose che poteva essere l’ultima, e che la malattia mi poteva far peggio.

Poi dormii e al mattino avevo questo gran ciuffo bianco.

Quando ho deciso di invecchiare, un bravo parrucchiere ha omogeneizzato tutta la testa, mi ha sbiancato uniformemente, impresso dei bei colpi di sole argentei. Mi piacevano moltissimo. Erano chic e austeri.

Poi mia figlia mi ha detto di smettere, che non ero abbastanza vecchia per lasciarmi invecchiare e un poco alla volta mi ha convinto. Dopo sei, sette mesi, ho accettato di ringiovanire, almeno formalmente e poi, un poco alla volta, anche dentro.

Mia figlia è rossa per scelta, come me, come se qualcosa nei nostri geni ci tradisse e ci obbligasse a rivelarci o a nasconderci. Non gliel’ho mai vietato, volevo che arrivasse alla sua natura prima di quanto ci sia arrivata io. Con meno paura.

Di colpo mi sono ritrovata giovane e piena di voglie e non la ringrazierò mai abbastanza.

Mai abbastanza, soprattutto in questi giorni, quando ho rinunciato al mio utero, alle mie tube e ho continuato a sentirmi giovane, anche desiderabile, e mi sono data un rosso rame che lungi dal farmi sentire ossidata, mi protegge, come il verderame, da tutte le malattie.

Da quando ho cambiato città le cose sono diventate complicate: qui in Capitale per andare da un parrucchiere ci vuole la raccomandazione di qualche Ministro, forse del Papa. Bisogna prenotare, parola odiosissima. Ottimizzare, definire, concordare.

Ma il parrucchiere è la liberazione, la realizzazione di un impulso, l’erompere incontrollabile del desiderio. E’ come se programmassi un amplesso. Mi vengono in mente quelle donne che non riescono a rimanere incinte e programmano i rapporti col marito, con l’ausilio dei dosaggi ormonali: oggi alle tre e venticinque il progesterone raggiungerà il suo picco massimo, non c’è tempo, bisogna agire. E vai di reggicalze e guepiere per favorire la velocità, mentre lui si districa nel traffico per arrivare in tempo all’appuntamento fatale, pena il ripetersi delle fauste circostanze astrali e ormonali tra non meno di ventisei giorni e non più di trenta.

No, no, e no. Il parrucchiere è un incontro libero, mosso dal desiderio e non dalla necessità.

Cioè sì, a volte sì, ma solo dalla necessità di una gratificazione momentanea, non per un progetto a lungo termine.

A Roma ne ho già frequentati diversi. Il primo è stato un signore del Testaccio, un microscopico salone frequentato da transessuali, in cui sono stata non più di tre volte, e tutte e tre per tagliare moltissimo. Le signore mi guardavano allibite, intente a farsi applicare ciocche lunghissime e a coltivare femminilissime chiome.

Ho smesso di andarci perché mi sentivo diversa.

Poi ne ho provata una, una donna, questa volta, che mi è stata odiosa. Mi ha messo davanti un catalogo di tagli e colori e mi ha detto: scelga.

Scelga? Ma stiamo scherzando? Siamo impazzite? Io non scelgo nulla, la parrucchiera è lei, è lei che saprà cosa fare di me, delle mie caratteristiche, della qualità dei miei capelli, del modo in cui, oggi, qui in questo momento, mi vede e mi impara.

Non c’è stato verso, non voleva la responsabilità.  Ho lavato e messimpiegato e sono uscita disgustata da tanta irresponsabilità e mancanza di deontologia: se le avessi chiesto di diventare bionda, mi avrebbe fatto bionda, la pusillanime.

Poi ho incontrato Glauco. Ci passavo davanti spesso, in questo salone anni Settanta semi deserto. Ne usciva bella musica. Così una mattina mi sono fatta coraggio, benché non ci fosse nessuno e sono entrata: ho conosciuto Glauco e Stefania, sposati da oltre trent’anni: lei fa il colore e lui taglia.

Due persone splendide, con un passato alle spalle che solo a tratti intuisco. Un passato denso e complesso. Due persone che si amano e si apprezzano moltissimo, che si riversano stima e affetto in ogni gesto, che hanno separato rigorosamente gli ambiti. Da loro mi sento quasi come in famiglia.

Ci sono ragazzi, tra i clienti, e anziane donne. I ragazzi arrivano a volte con chitarre e improvvisano pezzi metal o cantautori americani, mentre le vecchine battono ritmicamente il tempo con la testa e le mani.

Disseminati all’intorno oggetti, sculture di legno che fa lui, testi buddhisti, vestigia di un passato glorioso, fatto di diplomi e riconoscimenti, ma ormai decaduto. Glauco ha sessantadue anni ma ne dimostra molti di meno: un fisico possente, muscoloso, da praticante di arti marziali.

La testa completamente rasata, i tatuaggi, l’orecchino, un pizzetto. Un erotismo insopprimibile che si rivela nel modo in cui tocca i capelli, il collo, nelle parole, nel modo in cui si staglia davanti, alto, con il pube quasi ad altezza viso. Un uomo pulito, nessuna confidenza oltre il limite, nessuna libertà licenziosa. Glauco è erotico in quanto lo è. Mi parla in napoletano, mi chiama la scugnizza. Non è geloso. Il primo parrucchiere che non è geloso e non si offende se lo tradisco. Sa che se torno da lui è perché mi piace. Perché è lui che voglio, non è un ripiego. Sa che possono trascorrere mesi ma poi ritorno, per le sue mani nei capelli, perché quando gli chiedo: oggi che mi fai?, mi risponde: che cazzo ne so? Mo’ vediamo.

Glauco mi vede, come mai nessuno mi ha visto prima.

In questi mesi ho imparato a fermarmi da loro anche per un caffè, al pomeriggio. Per il piacere di sentirmi accolta e ascoltare con loro un po’ di musica buona.

Un giorno si era tatuato una daruma sul braccio, e a tutte le clienti spiegava il senso di quel tatuaggio, del fatto che abbia a che fare con la realizzazione di un desiderio o un’ambizione e solo dopo, dopo che si è avverato, si disegna l’altro occhio. La Daruma non è il simbolo della fortuna, ma quello dell’impegno, per questo è cieca da un occhio, per ricordare la necessità della perseveranza. Ed è tonda sotto, oscilla, per ricordare l’importanza della tenacia e del non cadere mai.

Non gli ho chiesto niente, si vedeva che aspettava una domanda da me, un piccolo commento.

Gli ho recitato una filastrocca giapponese per bambini:

Una volta! Due volte!

Sempre il Daruma di rosso vestito

Incurante torna seduto!

ed è finita lì, ci eravamo capiti.

Poi ne ho conosciuto un altro, una specie di colpo di fulmine. So che potrebbe cambiarmi moltissimo. E’ un avanguardista.

Non ho ancora avuto il coraggio di andarci, ho solo esplorato lungamente il suo ambiente.

So che mi trasformerà. So che potrebbe addirittura rendermi pronta a un nuovo amore. Nel dubbio aspetto: non so ancora da cosa voglio cominciare, se dall’amore o dal colore. Lascio che le cose vadano e nel frattempo permetto nuovamente ai miei capelli di allungarsi, quando non lo credevo più possibile.

La mia vita è stata piena di Aldo, Mimmo, Alberto, Renato, Ciro, Albano, qualche Vincenzo, uno o due Ugo, un Glauco, un Armando, Michele, Gaetano.

Di altri ho dimenticato i nomi, ma mai quel che mi hanno fatto, fin dove si sono spinti e anche dove non hanno mai osato. Che è come dire dove non mi hanno mai permesso – o dove non mi sono mai permessa – di spingermi.

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La sciamarrata

marzo 28, 2016

Lui se l’era cantata, senza troppi scrupoli.

Stretto in una morsa di terrore atavico e mancanza di senno, alla fine aveva ammesso tutto. Non solo le corna, ma pure i nomi e i cognomi. Senza pensare alle conseguenze. Perché lui alle conseguenze non ci pensava mai. Quelle a lungo raggio, intendo dire.
Era bravo sulle sparate a corta gittata, la bugia che fa quadrare il cerchio per le prossime ore, qualche settimana, lo spazio di qualche mese, al massimo. Per il resto, una frana.
Così lei si era trovata in mano questo telefono che gli aveva sottratto in un impeto di rabbia e decisione di andare fino in fondo, almeno per una volta, di fronte all’ennesima farfugliata menzogna senza né capo né coda: una lunga, lunghissima rubrica di nomi, cognomi e soprannomi.
Alla quinta telefonata si fermò, seppe che non ce l’avrebbe fatta: un poco si vergognava e un poco le veniva da vomitare. Con le prime due signore, quelle di cui aveva avuto nomi e cognomi, si era intesa e spiegata, con un altro paio pure. Ma dopo era troppo.

Allora fece quello che mai avrebbe pensato: affidò il telefono a Ciro e gli disse sbrigatela tu.
Ciro fa l’investigatore privato di mestiere. Un bravo ragazzo, accurato. Senza troppe pretese, specializzato in relazioni extraconiugali, divorzi, accertamenti finanziari, bancari. Uno che vola basso ma che sa il fatto suo, che ti fa firmare due o tre cartuscelle in cui c’è scritto che se poi lo spiato si vuole rivalere su qualcuno per violazione della privacy, lui non ne vuole sapere niente, soprattutto se ti fa un’indagine informatica fitta fitta con i software che tiene lui e che sempre sono un poco illegali, perché te li danno gli amici poliziotti ma così, aumm aumm, in cambio di certe informazioni che procuri.

E insomma, se il tizio indagato poi si vuole rivalere, su quei fogli che hai firmato sta scritto che hai fatto tutto tu e Ciro non ci azzecca niente. E tu firmi volentieri, perché Ciro è gentile e tiene i prezzi buoni e dici vabbè, questo rischio lo corro. Perché tanto lo sai che quando si arriva a correre questo rischio è perché già sai a che vai incontro, e che la persona di cui vuoi conoscere la verità tiene tanto di quello sporco dentro che a farti casino per la privacy ci può solo perdere.
Ciro disse solo: mo’ sto un poco impegnato. Se volete un lavoro fatto bene, ci metto almeno due, tre settimane. Però poi vi faccio sapere tutto: a chi appartengono i numeri, chi sono le persone, in che relazione stanno con l’amico vostro e pure qualche altro fattariello che vi vergognate di chiedermi ma che io lo so che le donne lo vogliono sapere, specialmente quelle precise comm’a voi, e allora me lo vedo io, faccio questo di mestiere.
Così lei si mise in trepida attesa, che Ciro sicuramente le avrebbe fornito qualche dato in più. Che non c’erano solo quelle corna che lui le aveva confessato, dando peraltro a lei, la colpa, a lei, che gli si era allontanata, presa dal suo stress, dal tran tran, dall’aggressività. Lei lo sentiva che c’era altro. E lo voleva sapere. Perché era un’ostinata, una di quelle che non si accontentano del singolo episodio, perché quello alla fine lo perdonano. Lei era una di quelle che per amore si sarebbe fatta scamazzare, una di quelle che alla fine chiudeva gli occhi e andava avanti.

Questa volta però no, questa volta voleva vedere gli episodi in un contesto, come i fotogrammi di una storia precisa. Perché lei ai singoli fotogrammi lo sapeva, si ribellava, ma alla storia intera intera no. La trama la inchiodava.
E intanto che aspettava Ciro iniziò a pensare che lui era proprio un Giuda, un traditore senza possibilità di recupero. Perché è vero che a lei ci aveva messo le corna, ma era vero pure che senza scrupolo alcuno le aveva messo tra le grinfie i nomi delle amanti, i numeri di telefono. E quando lei aveva borbottato qualche cosa sui suoi rapporti attuali con queste qua, che ancora continuavano, nonostante il casino che aveva provocato, lui aveva risposto che erano amiche, prima, durante e dopo il fatto. Ma qualche cosa non quadrava. Qua il tradimento era doppio: dell’amata e delle “amiche”. Così poi si ricordò che anni prima, quando le aveva fatto un’altra schifezza, coinvolgendo un amico in una bugia colossale, alla fine si era cantato pure l’amico. E pure con questo i rapporti proseguivano cordiali e indisturbati. Come se niente fosse.

E non c’era molto da capire, da valutare: erano tutti tali e quali, traditi e traditori. A nessuno gliene importava niente, perché tanto nessuno di loro valeva niente. Innocenti bravate portate a compimento da gente senza qualità, che poi magari ci rideva su. Che perdonava, perché mai niente era stato leso. Tutto aveva lo stesso scarso significato, la stessa minima importanza. Oggi a me, domani a te. Che un poco le venne pure da ridere, a rileggere le lettere e i messaggi di lui, a ricordarne le parole con cui cercava di scusarsi, vittimizzarsi, colpevolizzarla nello stesso tempo. Pensò ridendo alle amiche di lui, agli amici, a certe insensatezze di cui non si era mai data conto. Al modo in cui lui le diceva, ancora, di voler mettere le cose a posto. Ma quali cose? Stavano tutte là, sotto al sole, in piena evidenza. Le amiche, le parole, gli amici, le corna, le promesse, le chiavate, la scansione vacua e arbitraria del tempo, il nulla, l’indifferenza, le pasticchelle di viagra, il vuoto, lo zero.
Così che quando Ciro, con la faccia cupa cupa le consegnò la busta e le disse: signo’, mi dispiace assai, ma nella rubrica ci stanno cose poco simpatiche e pure il numero di un locale un poco equivoco, insomma, uno di quei posti dove un uomo per bene non ci dovrebbe mai andare, lei lo interruppe subito.
Poi rise: la busta tenevetela voi, Ciro, a me non mi serve niente più. Non mi serviva manco prima. Poi gli dette duecento euro in più. Perché quando la gente vale e lavora, se li merita.

La sciamarrata

E’ stato ritrovato un amore, di età imprecisata. In lieve stato confusionale. Indossa una maglietta a righe e un pantaloncino.

luglio 21, 2013

Stava lì e faceva segni con le braccia, con le mani, gesti e smorfie di ogni tipo, come a dire: eccomi, sono qua, ehi, voi, guardate da questa parte, sto qua.

Ma niente da fare, sembrava invisibile. Solo un gran caos di pianti e urla, di piatti lanciati, di notti cogitabonde, recriminazioni, addii, abbandoni, porte sbattute. Giovani, vecchi, adolescenti tremanti, uomini, donne, attrici di prim’ordine, scrittori da strapazzo, vedove di guerra, feti abortiti. Dovunque si girasse, dovunque tentasse di sostare un poco, sentiva la stessa storia: ho perso l’amore, era l’amore della mia vita, non ho più amore, l’amore non esiste.

Come, non esiste? Ma se sto qua, a ballarvi davanti, a tirarvi per la gonnella, ad impigliarmi nei vostri baffi, vengo fuori dalle lenzuola, dal cassetto delle posate, da lettere mai spedite, da fotografie raccolte in un album, da quell’incredibile somiglianza tra lo sguardo di quel bambino che siede spaurito e i vostri. Sono quaaaaa, ehi voi, sono qua.

Se ne andò in giro per caserme, tribunali, ospedali, sale bingo, sezioni di partito,  saloni di bellezza, biblioteche, palestre, teatri, cinema, cafè chantant, alla posta centrale, al liceo all’angolo, in salumeria, dal gommista, dall’orefice, ai giardini pubblici. E dovunque era sempre la stessa storia, la solita lagna: è scomparso, è scomparso l’amore, non lo ritroverò mai più.

Era talmente stanco e sconsolato che si appoggiò al tavolino di un bar, seduto accanto ad una coppia quieta quieta, che stava lì a prendere un caffè, in silenzio. Tranquilli, senza nemmeno una parola. Non gli pareva vero.

Si avvicinò con circospezione e titubanza. Mi scusino, chiese con tutto il garbo possibile, non è che per caso avete perso qualcosa?

La coppia lo guardò stupita, poi si scambiarono un paio di occhiate tra loro, perplessi. La donna cominciò a frugare nella borsa con una certa sollecitudine, poi alzò lo sguardo rassicurata e rispose: no, ho tutto.

Lui aggiunse. io ho perso un ombrello, la settimana passata. Ma poiché siamo in estate, poco male. Se ne riparlerà a ottobre.

L’amore si sentiva ancora inquieto. Ma siete ben certi di non aver perso nulla, ultimamente?, chiese ancora.

La donna abbassò un poco la testa. Proprio ultimamente no, ecco. E’ stato un anno fa: abbiamo perduto un figlio, ero al quarto mese di gravidanza. Sì, aggiunse lui, e dopo poco io sono stato licenziato. Ma siamo certi, conclusero all’unisono, che le cose andranno meglio.

E poi?, chiese l’amore. Siete davvero sicuri sicuri di non aver perso altro?

A ben pensarci io ho perso la metropolitana stamattina, aggiunse l’uomo. Ma ne è passata un’altra, dopo pochi minuti.

E io, invece, disse la donna, io ho perso un sacco di tempo a ridarmi lo smalto alle unghie, ma guardi adesso come è venuto bene. Certo, fra tre o quattro giorni toccherà rifarlo.

L’amore cominciava a spazientirsi. Decise di andare dritto al sodo, brutale, a gamba tesa: signori, quello che sto cercando di capire è se voi abbiate perso l’amore!

I due lo guardarono sbigottiti, come se qualcuno avesse chiesto, che so, avete perso la luna, il sole, una molecola di ossigeno dal vostro respiro, una sistole, un poro della pelle?

Caro, hai lasciato l’amore da qualche parte?, chiese la donna, vagamente preoccupata da un’improvvisa perdita di cui, fino a quel momento pareva non essersi data conto.

No, rispose lui. Poi per sicurezza controllò sotto le gambe del tavolino, al bancone del bar. E, come preso da una piccola ansia, le pose la stessa domanda: e tu? Non è che lo hai dimenticato in qualche posto?

Ma no, disse la donna, me ne sarei accorta, sciocchino.

E sorridendo all’amore, conclusero: non abbiamo perso niente, caro signore. Ma se lei crede di aver trovato qualcosa di importante, forse è opportuno che vada alla polizia, magari possono aiutarla a rintracciare il proprietario, magari ci scappa anche una bella mancia per lei, o finisce sui giornali, per aver salvato la vita di qualcuno. O può provare a mettere un annuncio da qualche parte. Noi qui non abbiamo perso niente.

L’amore si rilassò, lasciò che la schiena si ammorbidisse lungo lo schienale della sedia del bar, allungò le gambe. Per un attimo si chiese se fosse il caso di far piedino alla donna, ma solo per un attimo.

E vi dispiacerebbe dunque, chiese con timidezza, se mi fermassi ancora un po’ con voi, a prendere qualcosa di fresco da bere? E’ talmente tutto agitato, qui intorno, c’è una confusione che non potete credere. Hanno perso tutti l’amore e fanno un baccano indicibile.

Ma faccia pure, sorrise la donna, faccia come stesse tra vecchi amici. Se ne ha voglia, può venire con noi, dopo. E’ talmente stanco e malconcio, che avrà bisogno di una doccia, e magari una cenetta. Abbiamo un divano letto, può passare la notte da noi. Lei ha un viso talmente familiare, che anche messo così, è come se la conoscessimo da sempre. Poi, se qualcuno reclama qualche perdita, verranno sicuramente a cercarla, stia tranquillo. O si rassegneranno. La gente è pigra, sa. Quando perde qualcosa, preferisce ricomprarla subito, senza affannarsi a cercarla. Magari ce l’ha proprio sotto gli occhi  e non la vede e un bel giorno rispunta sotto il sedile dell’auto o dal trumeau del salotto buono. Vedrà, prima o poi la contatterà qualcuno.

Buchi neri

maggio 10, 2013

Nella trasmigrazione del blog, mi accorgo che alcuni post sono andati perduti. Questo, ad esempio. Questo lo volevo moltissimo. Lo volevo oggi, che mi è tornato in mente all’improvviso, chiacchierando di lucciole. Era stupendo. Parlava di infanzia – della mia infanzia – e della scoperta delle lucciole. Volevo rileggerlo e farlo leggere. Vai mo’ a sape’ in quale hard-disk sarà, se in quello del vecchio pc che si è rotto, in quello che mi hanno rubato o in quello esterno che sta già  in una delle scatole da trasloco.

Lo voglio moltissimo. Mi piacerebbe che un blogger del passato mi dicesse: toh, Flounder, pensa te, l’avevo salvato per rileggerlo oltre il tempo. (v. PS n. 1)

Che questa è stata una settimana magica, in cui la memoria è rispuntata da angoli remotissimi, mai esplorati. Oppure ha disposto i ricordi in modo così diverso dal solito, in modo da mostrarmi nuove connessioni.

I cambiamenti avvengono sulla linea di confine tra la figura di primo piano e lo sfondo. E’ una conoscenza che sto sperimentando nella pratica, coscientemente, per la prima volta.

La rivorrei moltissimo, questa storia. Aveva tutta la tenerezza e la meraviglia che di nuovo sento in me.

***

PS n. 1: grazie a Zu, mia memoria storica, che un giorno mi assisterà amorevolmente nel mio Alzheimer, il post è tornato a casa.

PS n. 2: Luca, sono le stesse lucciole. Quelle dello stesso quartiere, intendo. Anno più, anno meno.

Due parti della tragedia sono dunque queste, peripezia e riconoscimento, mentre una terza è il fatto orrendo (Aristotele, Poetica). Titolo: l’Edipo Re(o). Sottotitolo: Giocasti con Giocasta e t’abbruciasti.

dicembre 21, 2012

(prologo e coro, per mancanza di tempo e maggiore unità di luogo, tempo e azione)

Supplica a mia madre, Pier Paolo Pasolini.

(perché aprile, aprile è il più crudele dei mesi, ndr)

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

***

(episodio unico,  con striminziti stasimi e molti più abbondanti spasimi. E, per decoro, più di un’omissione.)

Avrei dovuto capirlo subito, osservandoti i piedi. Le instabili caviglie.

Erano gonfi e bluastri. Dicevi che era per colpa dell’eccesso di peso, della circolazione, forse di una cattiva digestione.

Ed io la presi per buona. Come se avessi studiato in un liceo classico per nulla. E sì che il greco mi piaceva da morire. La grammatica meno, a dire il vero. Tutti gli aoristi irregolari, i duali, gli ottativi.

Faccio sempre fatica, con le cose da mandare a memoria.

Riesco meglio con ciò che ha una logica, una storia da raccontare.

(Per quanto, alcune volte, mi perda anche su quelle. Quando la trama è insulsa o in certi tratti appare un poco falsa.)

Avrei dovuto ricordare, ad esempio, che in quella casa girava alcol, tanto alcol.

E che Giocasta ubriacò Laio per giacere con lui e sfornare un erede (nonostante l’oroscopo delle settimane precedenti,  la mantica tutta e persino l’oracolo di Melfi  sconsigliassero una paternità avventata con questo tragico detto premonitore,  voce e sapienza di Basilicata antica: Quanne patemo dorme tu piglie e minete fora, ce dicimm doie parole e cumenzamme a fà l’ammore).

Quando Giocasta diede alla luce il piccolo, Laio non si dette per vinto: gli fece forare le caviglie e lo espose. Ma non s’era ancora in tempi d’arte astratta, di Museo Nitsch. Nessuno lo comprese e lì rimase. Invenduto.

E io a credere che fosse una tendinite. Per di più cronicizzata.

(stasimo n. 1) Avresti dovuto capirlo, che tutto questo era  foriero di disgrazie.

Non lo compresi neppure il giorno del mio primo compleanno che trascorremmo insieme: festeggiavo gli  anni proprio quando Giocasta. Lo stesso giorno, incredibile a dirsi. Quando si dice un caso, un aspetto fortuito, un intoppo del Fato.  Aprile, il più sagace e impertinente dei mesi.

E’ stato sempre difficile far coincidere pacatamente le due circostanze: ‘e figli so’ piezz’e core, sono sempre i nostri bambini.

(stasimo n. 2) A certi figli non è dato di crescere. A certe madri, da quegli stessi figli, non è dato di morire.

Non morire in senso reale, no. Che qua non si vuole il male di nessuno.

Morire come dice il Buddha, di incontrarli tutti per strada: madre, padre, nonna, fratello, la fidanzata, il Buddha stesso, e ucciderli. Metaforicamente.

Tutti, tranne Tiresia. Che tuttavia sussurrava all’orecchio sbagliato, quello che è sordo ai giorni di pioggia, al buon senso, ai miti consigli.  All’orecchio che teme di sapere e poi dover portare fino in fondo la sua conoscenza.

Ancora prima, avrei potuto comprenderlo, quando mi regalasti  La morte della Pizia. Chissà se  inconsapevolmente, per darmi conto dell’enigma che eri, dei tuoi piedi gonfi, di quel cordone ombelicale mai reciso, della maledizione serpeggiante, della tragica fine sospesa. O per girare intorno al problema, scavalcarlo con stile. Con l’eleganza di sobria finzione letteraria.

Né mai mi proponesti l’indovinello della Sfinge: «Qual era l’essere che (…) contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?».

Avrei forse intuito che la tua terza gamba era segno di debolezza, più che di forza. Avrei evitato il compiacimento dell’ardore.

(stasimo n. 3) Lui lo sapeva, invece. Per questo volle sbarazzarsi della Sfinge.

Salate, le parcelle della Sfinge.

Eppure necessarie, sai, per la liberazione dal dramma.

A frequentarla ancora, forse, avresti appreso una verità su te stesso. Quella che in gergo qui, in questa farsa travestita da tragedia, potremmo definire l’agnizione.

Invece preferisti ripiegare, ancora. La catarsi fa male. Fa tanta bua, piccino, al cuoricino e al pancino. E forse un poco pure al pisellino.

Sì che, non pago di una donna che compisse gli anni nel giorno stesso di tua madre, giacesti – e fosti fatto sgamato – con un’altra, recante lo stesso cognome di Giocasta (Quando si dice un altro caso, un altro aspetto fortuito, un altro intoppo del Fato?).

(stasimo n. 4) Un vizio di forma, un male di sostanza.

Fosse solo un cornino, mio Edipo piccino, ne parleremmo a zio Creonte, al vicino, all’amico Luigino. Ma qui siamo all’incesto simbolizzato, sottobanco realizzato. Tocca rivolgersi a Sigmund, al surrealismo, a quel poco che resta dell’istinto.

(stasimo n.5) Quel corpo della madre, così tanto respinto. Disgiunto, espunto. E fatalmente indistinto. Orribilmente radicato e avvinto. Quel corpo – mai definitivamente estinto – materia prima di un incesto modesto, un poco mesto e inesorabilmente ingesto.

Piccolo mio, mio invincibile eroe. Come spesso amavi definirti, nei tuoi giochi avvincenti,  nei tuoi deliri seducenti.

Piccolo Edipo mio, Edipino. Mio amato e perduto piccioncino.

***

(esodo, il deus ex machina ha trovato un ingorgo in tangenziale. Telefona, dice che non arriverà in tempo. Tocca arrangiarsi con quel che c’è. E non è molto, davvero.)

Sento la Pizia, ora, e il serpente Pitone. Sento la voce e tutto il putridume.

E’ tempo che si abbatta qui la peste, ora.

Su di te, sulla tua vita. E sulla mia, da te così poco discosta.

Mio piccolo grande Edipo paffuto. Eretico, erotico, derelitto.

Mio Edipo al quadrato. Mio Edipo complesso. Mio Edipo dal numeroso amplesso.

M’ avessi chiamato Peribea – almeno un volta, nell’intimità – forse ti avrei compreso. Forse da te e da mamma tua ti avrei difeso.

E invece muto, mio Edipo silenzioso.

Salvarti no, non mi è mai stato dato.

Ma ora è il tempo dell’urlo, e di coprirsi il volto col mantello.

E’ la soggettiva del pollo arrosto che senza testa pensa più di prima la sua coscienza rimane sveglia giudica tutto quello che passa. (cit.)

novembre 8, 2012

Un po’ per ateismo conclamato, un po’ per indole bohémienne e forse un po’ per un innato spirito di contraddizione con il quale credeva di poter riuscire a fronteggiare le difficoltà della sua vita senza rimuoverne realmente cause od ostacoli, aveva deciso che a differenza del Salvatore dell’umanità, lui sarebbe stato semplicemente Salvatore di se stesso, invertendo nella meccanica il principio di causa ed effetto, la tempistica, la natura delle cose.

Invece di morire e risorgere, lui voleva risorgere e poi morire.

E dunque, nonostante l’ateismo conclamato, l’indole bohémienne e l’innato spirito di contraddizione, decise in ogni caso di fare appello a una cronologia esistente, a un dato da ribaltare: lui sarebbe risorto al venerdì e piano, dolorosamente, si sarebbe poi lasciato morire nel corso del sabato per culminare in una crocifissione la domenica sera.

Poi, seguendo il corso naturale delle cose, dal lunedì mattina avrebbe cercato nuovi stimoli, piccoli segni di vita che di nuovo, con improvviso sussulto, lo avrebbero ricondotto al giovedì, pronto a riprendere il ciclo di Resurrezione e Morte.

Detto in modo più prosaico, aveva un’amante e riusciva a incontrarla solo il venerdì: al principio della settimana lei lavorava in un’altra città e nel fine settimana lui, lontano dall’ufficio, dalle distrazioni di una vita carica di impegni e fastidi, ma soprattutto dalla possibilità di accedere liberamente al telefono, al pc, a qualsiasi mezzo gli consentisse contatti fugaci e intensi con l’amato bene e costretto a ripiegare sulla necessità di essere presente, totalmente presente alla famiglia, non aveva altra possibilità che lasciarsi morire.

Il sabato la morte iniziava con un lento risveglio annoiato, cui faceva seguito l’accodarsi alle attività richieste dal caso: la spesa al supermercato, l’accompagnamento dei figlioli a scuola. Si protraeva semi agonizzante per tutto il pomeriggio e definitivamente, alla domenica, che trascorreva interamente sul divano imbambolato davanti a una tv i cui programmi gli arrivavano come una lontana eco di preghiera, un salmodiare ripetuto, si lasciava morire entro l’ora di cena.

Sua moglie pensava fosse depresso e nonostante i ripetuti tentativi di rianimarlo – proponendogli escursioni, serate teatrali, innovazioni nella lingérie, per quanto acquistata dal cinese all’angolo, compagnia di amici, quantunque pochi – a un dato momento si arrese e confidando nei suggerimenti delle vicine di casa e delle fidate amiche, decise di vuotare il sacco con quelle quattro o cinque che maggiormente le ispiravano fiducia o che avessero un discreto curriculm vitae a far da referenza nel settore: affari matrimoniali irrisolti.

Luigia, che aveva studiato da biologa, sentenziò che forse sì, la depressione poteva essere una ragione, ma che forse no, non del tutto. Piuttosto una questione ormonale, ma non una storia di testosterone, come qualcun’altra volle intendere ammiccando, no. Cortisolo, l’ormone della paura e della fuga.

Ma se non si muove di un passo dal divano, rispose la moglie. Da cosa fugge?

Ma da te, da te, mia cara. Non hai idea di come tu possa spaventarlo?

Non ce l’aveva, la poverina. Spaventarlo, poi. Un uomo grande e grosso come Salvatore. Il poverino – lo considerava ancora un poverino, forse una vittima di qualche ingiustizia subita al lavoro e che lui, con orgoglio e ostinazione cercava di celare – più che spaventato sembrava annoiato a morte.

Ma non è che niente niente…?, sottolineò Amelia, la dirimpettaia,  al secondo consulto.

Niente niente che?

No, per dire…altri interessi.

Un’amante?, sbigottì la moglie. E quando succederebbe, se quello fa casa ufficio ufficio casa?

In ufficio, per l’appunto.

No, in ufficio no. La moglie ne era certa. Più che certa, certissima. Aveva visto Antonietta, l’unica donna dell’organico, e tanto le era bastato.

Amelia non si lasciava scoraggiare, non demordeva: ma non per forza un’amante femmina, Felicia. Magari un compagno maschio.

Ma chi, Salvatore?

Ma se solo, pensava Felicia tra sé e sé, se solo all’idea che il figlio di sette anni gioca con le pentoline, già lo vuole portare dall’endocrinologo per paura che diventi ricchione…ma non scherziamo su, ma quale amante masculo e amante masculo.

E però il sospetto pure un poco si insinuava.

Si sorprese dunque a fissarlo con maggiore attenzione, a spiarne gesti e modi di dire. Ma niente, nessun segnale in tal senso.

Si accorse però che il venerdì sera, quando tornava dalla partita di calcetto con gli amici, che da vent’anni a questa parte si ripeteva con immutata regolarità, aveva un che di diverso. Un odore buono, fresco. Una leggerezza d’animo.

Sicché concluse che forse il movimento, lo sport gli faceva bene, che andava coltivato.

Salvatore, amore mio, ma perché non vai più spesso a giocare a pallone? Tu non ti preoccupare di noi, me, i ragazzi. Vai quando vuoi tu: il sabato, la domenica, il martedì.

Salvatore la ascoltò perplesso.

E perché dovrei andare a giocare a pallone più spesso, di grazia?

Perché ti fa bene.

Passarono tre giorni.

Salvatore rimuginava sulle parole della moglie.

Era venerdì pomeriggio. Dopo la partita avrebbe incontrato Milena. Diminutivo di Maddalena. A lui piaceva Maddalena, gli dava quest’idea della trasgressione e del peccato. Era un nome eccitante. Ma lei niente, voleva essere chiamata Milena. Diceva che Maddalena era paesano, e poi suonava come una specie di maledizione, che fintanto che si fosse chiamata Maddalena la sua vita sentimentale si sarebbe trascinata per sempre così, da un uomo sposato a un altro impegnato. E che lei invece voleva una famiglia come tutti, un uomo solo per sé.

Ma io pure so’ sposato, ribatteva Salvatore. Allora tanto vale che ti chiamo Maddalena.

Nonsignore, Salvato’, tu per me, te l’ho detto tante volte, sei l’ultimo della categoria. Dopo di te viene uno scapolo che mi piglia e mi fa mettere la capa a posto.

E quindi non ci vediamo più, dopo?

E no, non ci vediamo più. Però per il momento stai qua e facciamo quello che dobbiamo fare.

Ma quel venerdì non funzionava, ci stava poco da discutere.

La partita era stata impegnativa, avevano vinto 7 a 3, che non succedeva da mesi e mesi. Un fiatone che un altro poco moriva sul campetto. Ma il fiatone non c’entrava, lo sapeva. C’entrava sua moglie, Maria Felicia, che all’improvviso lo voleva tenere fuori di casa.

Confidò le sue preoccupazioni a Milena.

E non sei contento, chiese lei?

No, non so’ contento, tu negli altri giorni non ci sei, rispose Salvatore. Che mentiva, in realtà non sarebbe stato contento lo stesso, questo pensiero di Maria Felicia che lo metteva fuori di casa per farlo stare meglio non lo convinceva proprio per niente.

Sicché il venerdì successivo, complice un poco di influenza, si risolse a rinunciare alla doppietta: niente partita e niente Maddalena. E voleva proprio vedere, che sarebbe successo.

Maria Felicia un poco si preoccupò per lo stato di salute e un poco si inquietò: l’idea di tenerselo a casa pure il venerdì sera con quella faccia appesa non si poteva proprio sopportare. Il venerdì era la sola serata in cui, uscito il marito, metteva a letto i figli e finalmente si prendeva un poco di tempo: la telefonata con l’amica, il libro, lo smalto sulle unghie dei piedi. Il venerdì sera non cucinava: comprava un pollo alla rosticceria e faceva la gioia dei bambini. Pollo, patatine e coca cola. E poi tutti a letto, felici e contenti.

Salvatore il pollo allo spiedo lo schifava. Non ne sopportava nemmeno l’odore: il sabato mattina era la prima cosa che diceva quando apriva gli occhi. La frase testuale era: il sabato mattina dentro a questa casa non si può campare.

E Felicia ad aprire le finestre e spruzzare deodoranti per l’ambiente. Ma non c’entrava il pollo, lei non lo sapeva.

Sicché quel venerdì, un poco delusa, si chiuse in cucina per preparare la cena, lasciando scontenti i bambini e lei stessa in primo luogo.

Salvatore vedeva le facce funeree e non se ne dava conto.

I suoi sospetti poco a poco si addensavano: neh, ma che succedeva a casa sua il venerdì di cui non si era mai accorto? Fosse che niente niente…

Poi si diceva che non era possibile, che a quell’ora i bambini stavano a casa con la mamma. Certo, dormivano. E quelli i bambini tengono il sonno pesante.

Così decise che la cosa non poteva passare liscia: lui, per un poco di venerdì, se ne sarebbe stato a casa.

Anzi, per essere più credibile: sarebbe andato pure a giocare e poi, invece di simulare la cena coi compagni di squadra, se ne sarebbe tornato a casa senza preavviso.

Quel fine settimana non risorse ma non morì neppure. Stava là, come sospeso in un limbo, con quel tanto di adrenalina necessaria ad assicurargli la sopravvivenza. Si scordò pure di mandare il messaggino della buona notte a Maddalena, Milena. Quella là, insomma.

Il venerdì pomeriggio, come d’abitudine, si preparò la borsa per andare a giocare.

Fece i saluti di routine, si avviò e per una serie di male azioni, dettate dalla scarsa concentrazione, perse pure due passaggi che avrebbero portato sicuramente a goal.

Poi con la faccia di quello che sa il fatto suo, si ritrovò a casa, trovandola inspiegabilmente vuota e senza odori di pollastro.

E sì, perché nel frattempo Maria Felicia le pensava tutte, cercava di andargli incontro in tutti i modi possibili: lo sport gli fa bene? E mo’ gli dico di andare giocare più spesso. La puzza di frittura gli dà fastidio? E vabbè, vuol dire che ce lo andiamo a mangiare dentro alla rosticceria, questo pollo. I bambini sono pure più contenti di fare l’uscita serale, non ci sono abituati. Poi quando torno metto i panni fuori al balcone e la casa resta profumata e magari il sabato mattina si sveglia un poco più contento.

Li aspettò per un’ora e mezza, Salvatore. Passando dall’incredulità alla rabbia alla disperazione.

Sicché quando lei aprì la porta, ridendo insieme ai figli, si trovò davanti un essere ricurvo, che nello spazio di un’ora e mezza aveva perso sette, otto anni.

Salvatore, disse lei, un poco sorridendo e un poco imbronciata, e chi ti aspettava. Ma è successo qualche cosa?

E che altro doveva succedere – ribatté lui – la fine del mondo?

Maria Felicia lascio correre, mise i ragazzini a letto e poi gli si avvicinò con dolcezza: Salvato’, ma che è?

Questa storia del venerdì sera deve finire, decretò lui.

Maria Felicia intristì lo sguardo: lo so. E’ per questo che l’ho fatto, stasera. E mi sono portata pure i bambini. Tieni ragione, io non l’avevo capito, prima.

E ti sei portata pure i bambini?, aggiunse lui in un tono di stupore misto a disprezzo.

E che dovevo fare? –  aggiunse lei – Io è per loro, che lo facevo. Certo, pure un poco per me, dopo una settimana passata a lavorare, a cucinare e la prospettiva di un fine settimana con te che stai sempre più triste. Per essere una mamma sorridente, un poco felice. Solo un poco. In questa casa, a queste condizioni, non si può più campare.

Salvatore non credeva alle sue orecchie: lei glielo diceva così, col massimo candore. Con lo stesso candore di cui anni e anni prima si era innamorato. Si sarebbe voluto arrabbiare come un pazzo, ma non ce la faceva. Teneva un senso di colpa così enorme che qualunque parola gli si sarebbe rivoltata contro come uno spiedo arroventato.

Disse solo: me lo giuri che è finita?

Lei si asciugò una lacrima e annuì.

Non ci sarebbe stata più nessuna Maddalena o Milena, lo giurò all’istante a se stesso.

Il sabato si alzò felice come non lo era da anni. Disse alla moglie di non cucinare.

Andò al supermercato da solo e un impeto di sconsiderata generosità prese un pollo appena arrostito, caldo caldo e zuppo di grasso. Entrò in casa come il cacciatore che riporta a casa le corna dell’alce.

Matteo lo guardò e stupefatto disse: un altro pollo,  papà? Ce lo siamo mangiato ieri sera!

Ma Salvatore non gli diede importanza e nemmeno afferrò il senso della frase.

Accarezzò il bambino sulla testa e rispose: e vuol dire che la settimana prossima non ce lo mangiamo e venerdì, invece della rosticceria, ce ne andiamo tutti a mangiare una pizza.

La speranza è il nome nobile che talvolta diamo ai nostri vacui e indicibili pretesti.

novembre 5, 2012

Alcune vite – o forse sarebbe meglio dire tutte le vite, in dati momenti – si basano su un pretesto, sull’accidente momentaneo, utilizzato come leva per scardinare positivamente tutto il resto.

Ci sono poi vite – alcune, non tutte – che si costituiscono quasi esclusivamente su pretesti e voltandosi indietro li si può mettere in fila, come una lunga scala a pioli che non conduce da nessuna parte.

O forse sì: un ampio belvedere sul vuoto.

Che non ci si deve sporgere troppo, la vertigine è immensa, la caduta fatale. Sicché conviene aggiungere un altro pretesto e prendere tempo, un altro piolo su cui appoggiare il proprio malfermo passo sperando in un riscatto, prima o poi.

Che non arriverà mai, se non al prezzo di ridiscendere i pioli uno ad uno, a ritroso, sentirli scricchiolare sotto i piedi, talvolta saltare di due, perché nel tempo uno dei pretesti è andato distrutto, dimenticato, e finalmente ritrovarsi con le ginocchia nel fango sottostante.

E forse la mia è una di queste, non lo so ancora per certo. Osservo il fango con un certo orrore e tuttavia un po’ lo desidero.

Rimasi sostanzialmente orfana all’età di sei anni.

Per il resto, mia madre continuò a vivere formalmente e a rappresentarsi quotidianamente nella mia vita. Rimasi orfana il giorno in cui, rientrando da scuola, la trovai in piedi sul davanzale della finestra, che minacciava di buttarsi giù.

Da allora persi la capacità di orientarmi e mi affidai alle mappe.

Ma furono mappe costruite meccanicamente, mappe semplici che non mi informano delle varietà climatiche, delle diversità biologiche, della complessità dei territori mentali che costituiscono l’Altro. Sono mappe che non indirizzano, ferme al tempo in cui furono prodotte, incuranti dei cambi di sovranità degli stati mentali o degli smottamenti prodotti dal tempo.

L’unica cosa che appresi, in quel momento, fu di non essere abbastanza buona per tenerla ferma, nelle pareti di casa, al mio fianco. Di non essere abbastanza.

Io mi ricordo di me che grido, un grido strozzato di terrore.

Ogni tanto me lo sogno, quel grido che mi paralizza, che mi impedisce qualsiasi movimento, che mi vieta di correre per afferrarle le gambe, per timore che un gesto troppo rapido possa sortire l’effetto contrario e spingerla da basso.

Ho un ricordo preciso, di tutto questo, benché sia occorso in una frazione di tempo brevissima e fulminea.

In quell’istante di tempo c’è stata un’implosione, nella mia testa: si è aperta una voragine che ha ingoiato tutto quanto si stava venendo a formare. Poi è ricresciuta l’erba, lì sopra, ma la terra della mia testa non mi ha mai restituito quello che aveva inghiottito. Sicché credo che oggi sia andato definitivamente perduto.

Ho condotto molti scavi, lì intorno, ma sempre affiorano frammenti indecifrabili: l’archeologia della mente è una scienza incerta, procede per teorie continuamente falsificabili.

Al suo posto, invece, sulla cicatrice della mia crosta cranica, è spuntato un ricordo rigoglioso, rampicante, che si insinua dovunque.

Mio padre restò fermo, impassibile. Tirò un profondo respiro e con voce ferma disse: buttati.

Lei si bloccò e piano ridiscese dal davanzale, per il tramite della stessa sedia che aveva utilizzato per salirci.

Cosa avvenne dopo non lo ricordo più.

L’unica cosa che rammento è che per un momento pensai che se lei si fosse davvero tirata giù, sarei rimasta accanto a un orco, un uomo insensibile. Ho impiegato anni e anni per farmi un’idea del fatto che non fosse esattamente così, ma non so se davvero ci sia ancora riuscita. Ho dati che non entrano nella mappa e forse non posseggo dati che la illuminerebbero. Mi manca la scala delle distanze emotive, l’altimetria delle vette del sentimento.

Mia madre aveva dei bellissimi denti, bianchi e perfetti.

Si era andata convincendo che avessero cominciato a ballarle tra le gengive e che di lì a poco li avrebbe perduti. Aveva meno di trent’anni e trascorreva l’intera giornata davanti ad uno specchio ben illuminato, avvalendosi dell’ausilio di uno specchietto più piccolo che si posizionava in bocca, a scrutarsi il palato e a toccare uno per uno i denti per controllare se fossero al loro posto, con il risultato, dopo mesi di esplorazione, di farseli davvero dondolare un pochino e far sanguinare le gengive.

Non riesco a ricordare se si fosse mai rivolta a un dentista, nel frattempo, ignorandone completamente le rassicurazioni, o se semplicemente mio padre avesse bollato la sua preoccupazione come una fissazione da non alimentare ulteriormente.

Fatto sta che apparentemente, nella mia testa, fu il terrore di perdere i denti a portarla sul davanzale. L’elemento scatenante della sua morte irreale.

Dopo quarant’anni mia madre continua a sognare denti che cadono.

Ed ogni volta se ne lascia intimorire. Ed ogni volta sono  presagio di lutto. E anche quando non lo è, è come se fosse.

Il giorno in cui svenni, spezzandomi un incisivo, otto anni fa, mi sentii presa dal terrore di ciò che potesse rappresentare. Il dente è stato ricostruito e non mostra imperfezioni, ma la frattura si è spostata in un luogo più interno, come una sorta di monito contro il pericolo del mordere.

Come Cappuccetto Rosso anche io devo stare in guardia dal lupo. E’ solo che il lupo ormai abita dentro di me e in alcune notti di luna piena non riesco a tranquillizzarlo. Allora vaga e mi morde le carni. A volte fugge, e torna dopo aver ucciso. Non per fame. Proprio come i lupi, che dopo lunghe carestie, uccidono tutto quanto trovano intorno, come per pareggiare i conti con la natura.

Dopo alcuni mesi dall’incidente del davanzale mi mandarono a vivere dalla nonna: pensavo a mia madre tutti i giorni, ossessivamente, al rischio che di nuovo potesse provare a tirarsi giù da una finestra. E che io non sarei stata lì a tentare di salvarla, che l’orco l’avrebbe spinta giù e poi sempre più giù.

Invece non ci provò mai più, ma nemmeno fu più felice o serena. O forse non lo era mai stata. Non so dirlo.

Non sapevo che anche lei saliva sulla sua scala di pretesti, incapace di scegliere se ridiscendere coraggiosamente nella melma o lanciarsi forsennatamente nel vuoto.

Rimasi dunque orfana, con l’imperativo di costituire il minor disturbo possibile. Ma non ci riuscii un gran che.

Dovetti essere pessima, piuttosto, perché dopo una decina d’anni assolutamente caotici fu mio padre, questa volta, ad andar via, per un tempo che a me parve lunghissimo. Ci lasciò dopo una scenata che distrusse mezza casa, ci impose lividi su tutto il corpo e un disperato bisogno di rifugiarci altrove.

La sua partenza ci precipitò in un tempo che avremmo potuto riempire se non di pace, quanto meno di serenità.

Ma non fu possibile.

Mia madre, l’ombra, alternava lamenti a scenate, minacce a penosi tentativi di impietosimento, improperi e autoumiliazioni. In quei mesi fummo più vicine all’ombra di quanto lo fossimo mai state: era l’unica cosa che ci restava e benché inafferrabile, benché impenetrabile e priva di sostanza, tuttavia l’unico riferimento possibile.

Un altro bambino, uno che fosse rimasto formalmente e sostanzialmente orfano, ne avrebbe subito sicuramente un danno. A me il mio pareva il peggiore di tutti, impediva di elaborare il lutto, di fare i conti con la perdita, di passare oltre. L’ombra era lì, tutti i giorni, e come una donna vera respirava, si nutriva, chiedeva cose e ne imponeva altre. Obbedivamo a un fantasma potentissimo che ci risucchiava energie senza rigenerarci, ma era troppo difficile da spiegare a chiunque.

Lo è ancora oggi, che abbiamo appreso le parole per dirlo, ma non la forza per pronunciarle per intero.

Mia sorella sedeva per ore sul letto, dondolandosi ossessivamente e sbattendo la nuca contro il muro, fino ad addormentarsi nel suo stesso stordimento.

Io mettevo parole in fila e poi strappavo i fogli prima di rileggerli, per paura che l’ombra conoscesse i miei veri pensieri e me ne privasse. Talvolta li mettevo in bocca e li masticavo, pezzetto dopo pezzetto, fino a farne una poltiglia quasi insapore che mandavo giù con ampi sorsi d’acqua.

Pensavo che il mio corpo, visto in controluce, sarebbe diventato una filigrana di parole e che un giorno, senza bisogno di parlare, qualcuno avrebbe letto la storia che raccontava, l’avrebbe decifrata, ricostruito per capitoli e paragrafi il caos con cui io la andavo stratificando e costruendo.

Mia madre si lasciò cadere in una lenta e vorace depressione, dalla quale emerse solo dopo mesi, forse un anno, uno e mezzo, quando lui tornò, in forma e affettuoso, e la portò a fare un giro in auto.

Le dissi: se esci da questa casa e vai con lui, ti odierò per sempre.

Non sapevo ancora che accade anche così, per brevi e folgoranti impulsi. Credevo che l’amore vero fosse questione di continuità e presenze. Lo avevo imparato per contrasto e fatto girare lungamente nella testa, in mezzo al vortice di tutti i pensieri. Infilato nelle fibre della carne, in attesa che qualcuno lo leggesse e me lo restituisse come fatto compiuto.

Lei scese lo stesso, e tornò, bella e innamorata, anche se sarebbe durato poco, pure questa volta.

Quel giorno imparai che un tradimento è semplicemente una promessa non mantenuta, un enunciato smentito da un’azione. O da una mancata azione, è lo stesso.

Quello che forse mai più imparai fu riuscire a distinguere tra le promesse che realmente riceviamo e quelle che da sole si formano dentro di noi, per una fame incontrollabile di appartenenza. Che non si chiamano promesse, ma speranze.

Se sono molto grandi, illusioni. Deliri. Onnipotenze.

E che nessuno dall’esterno può tradire, ma esclusivamente colui che da solo le ha formulate dentro di sé come ennesimo piolo di una scala di pretesti che non conduce in nessun luogo.

Ogni pretesto è solo un tradimento a se stessi.