Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

La cella di rigore. Storie di ritrovamenti.

marzo 13, 2017

La chiamano cella di rigore.
Dove nulla è permesso, nessun contatto, niente carta e penna.
Ma io, io.
Io sono una che va avanti per buona condotta.
Spontaneamente scelgo la via della chiusura, il momento della sospensione.
Scrivere è una sublimazione, lo sai da sempre ma te ne accorgi davvero nell’attimo esatto in cui ne fai a meno.
L’assenza di parole non è semplice vuoto, ma una pienezza d’altro.
La decisione di non trasfigurare mi produce un’esplosione interna, mi mette in moto altri pensieri, fa affiorare i desideri.
La parola li uccide, il silenzio me li nutre.
Adesso scrivo lettere invisibili.
Non posso avere una stilografica, userei la punta per infilarmela nella carne. Aspirerei sangue con lo stantuffo e sarebbero parole troppo rosse e vive.
Mi concedo una trasgressione, adesso. Qui. Dove nessuno risponde, in quella simulazione a volte troppo simile a un corpo a corpo ma al tempo stesso priva di corpo.
La carta che ho tra le mani è morbidissima, soffice, fatta di riso.
Me la strofino tra le gambe fino ad impregnarla. La lascio asciugare.
E poi ancora. Ancora. E ancora.
Anche questa è sublimazione.
Posso comunque infilarla in una busta e spedirla.
Non occorre saper leggere, non occorre decifrare segni.
Nessuna metafora.
Non mi occorre un parlatorio.
Adesso tengo tutto a mente, fino a che mi sembra di impazzire.
Puoi portare il segno con la punta della lingua e restare avvinto alla carta in attesa di un’altra missiva.
Farei altrettanto, ricevendo una tua lettera senza tracce di inchiostro.

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Changing of the Seasons

febbraio 18, 2017

L’amante del dettaglio teme l’Amore, ma non lo sa. Questo è quello che dicono gli altri. Lo dicono sempre, e a volte finisce per crederci.

Il suo mondo si configura in liste, elenchi, punti da sviluppare, frammenti da cogliere, stralci di frasi, particolari di immagini, sguardi fugaci, timbri vocali.

L’amante del dettaglio si perde nei labirinti del particolare. In fondo è un collezionista, dicono gli altri, ma non sa nemmeno questo. E il dramma del collezionismo è l’incompletezza della collezione.

Le collezioni sono dei sottoinsiemi di insiemi più ampi, si espandono nell’Universo come le galassie. E poco importa che le teorie cosmogoniche e la scienza ci raccontino che l’Universo sia finito. O infinito. Poco importa, davvero.

Noi amanti del dettaglio ci muoviamo lungo i bordi, nelle periferie dei luoghi e dell’Essere in cerca di quel limite estremo oltre il quale non trovare nulla. O trovare la chiave, la soluzione, il Tutto. Ed entrambe le prospettive sono terribili: la prima metterebbe fine alla ricerca, la seconda le spalancherebbe l’angustia di un procedere infinito.

L’amante del dettaglio non ha scampo, è sempre in bilico su questo osservare incessante, su una catalogazione che sfugge alle etichette, sull’attribuzione corretta del senso, sulla familiarità delle cose che incontra, sulla loro totale inconoscibilità. Si appassiona a un bottone, a un polsino, alle venature di una foglia, alla luce che gioca su un ricciolo, a un capello caduto sul revers di una giacca, a un verbo inusuale, a un aggettivo fuori posto, a una dissonanza. L’amante del dettaglio paga simmetrie con irregolarità e dimentica il resto alla cassa, separa le immondizie con smisurata cura e dei sogni ricorda i colori. Trastulla l’attenzione con minuscoli segni, ad altri invisibili, riconosce un odore ma prima che si accorga che sta bruciando l’arrosto si è già perduto nel suo catalogo di ricordi di odori.

L’amante del dettaglio è distratto,  dicono tutti.

Ma posso assicurarvi che non è vero, è solo concentrato sulla forma mutevole di tutte le cose, inciampa per guardare il disegno che ora fanno le nuvole e la luce d’inverno. Nella sua testa c’è un orto botanico, una collezione di ali di farfalla, il fremito sottile di quella piuma che toccò da bambino, una filastrocca di parole allitterate senza alcun senso apparente ma belle a sentirsi. L’amante del dettaglio non ha freddo e non ha caldo, ma la pelle d’oca che sale dal braccio sinistro e una piccola arsura e gocce che imperlano il collo e scivolano sul petto e rotolando si raffreddano e poi incontrano un neo, di cui sentono il bordo. E quando parlano con uno che ha il nodo della cravatta troppo stretto vorrebbero allentarglielo e deglutiscono a fatica, almeno fino a quando non vengono distratti da quel piccolo, impercettibile mutamento della voce dell’altro. Agli altri dicono: ho freddo, ho caldo. Ma non significa niente, è solo per intendersi.

L’amante del dettaglio ha paura dell’Amore, si è detto. Ha paura di questa forza che unifica e cancella le distinzioni, che getta tutto in una massa indistinta, dai contorni sfocati. Questo è quanto dicono gli altri, ma lui non ci crede e continua ad amare con convinzione la goccia di cera che rapida scivola lungo il fianco della candela e con l’aria fredda, lontana dalla fiamma, si solidifica e resta ferma, immobile, Per essere ancora riplasmata dal calore della mano, dai polpastrelli che imprimono nuove forme. Sempre, incessantemente.

E poco importa di quel che dicono gli altri.

L’amante del dettaglio ha una riserva di bellezza segreta, talmente ampia da non accorgersi del resto. E perde il senso, i sensi, perde tutto e costantemente lo ricombina. Come pensa che debba essere l’Amore. Minuto e imperfetto, somma infinita di piccoli gesti.

 

Passare di fianco alla bellezza.

novembre 20, 2016

Pensavo dunque ieri pomeriggio – introducendomi rapita in una piccola galleria del centro dove esponeva Lena Salvatori, artista minuta, un’età indefinita e in ogni caso mal portata, con una capigliatura a metà tra boccoli e dreadlock, dei quadri ad olio di paesaggi di una tale potenza risucchiante e introspettiva – che vorrei essere ricca solo per portarmi a casa certi frammenti di bellezza che costantemente intravedo e che mi struggono il cuore.

E di lì pensavo dunque alla bellezza, alla possibilità di fruirne in maniera contemplativa o rapace, e mi dicevo che il non essere ricca mi proteggeva da questa seconda modalità che, spogliata da ogni considerazione filosofica, si riconduce a un mercimonio, a una reificazione di tutto quel che esiste.

E pensavo allora all’artista, una figura che mi induce a un misto di ammirazione e compassione, che mi immagino sballottato, in bilico tra la sua vis creatrice, sofferta e insopprimibile e il suo bisogno di tenersi al mondo e mangiare, bere, sostentarsi come noi comuni mortali e quindi all’arte come possibilità reale di darsi a questo mondo con il duplice scopo di nutrire ed essere a sua volta nutrita, con modalità opposte che a questo punto mi creavano confusione, come sempre, nell’incapacità di mettere a fuoco le priorità, gli istinti.

Ed è una cosa, una diatriba dalla quale, con me stessa, non riesco mai a uscirne.

Sono sensibile alla bellezza.

Non alla perfezione lampante.

A quella bellezza che resta segreta, marginale, che devi andarti a cercare. Che si tratti di persone, oggetti, e pensieri. Sensibile a certi giochi di luce, di parole, al modo in cui le persone abitano lo spazio, sensibile a gesti minuti, a dettagli che riassumono e spiegano. Sensibile a forme inattese che si rivelano dove meno te lo aspetti, talvolta ammantate di simmetria, altre di dissonanze.  Sensibile a tutte le voci che dentro di me, quando toccate, iniziano a parlare o a tacere.

E da lì spostavo la riflessione all’amore, al modo in cui ci si dà agli altri e se ne gode, che assomiglia moltissimo, nella doppia possibilità di contemplazione e appropriazione, quel senso del possesso che tarpa le ali, quella sensazione di incompiuto al non poter disporre, mordere, succhiare, tenere stretto. Ma questo lo lasciamo per un’altra volta,  sebbene tutte le cose funzionino allo stesso modo, questo so per certo, e parlare d’una racconta e illumina le altre, le chiarisce, le spiega.

Pensavo allora, con un’arroganza apparente, un po’ socratica, che gli artisti dovrebbero regalarmi le loro opere, per il solo fatto che le apprezzi in questo modo. Che se fossi stata la pittrice di ieri, o di altri giorni, incontrati per caso sulla mia strada – ammesso che un caso esista, e io non ci credo veramente – direi: scegli, portane a casa uno.

E lì, forse, si assisterebbe alla vera presa d’atto, la messa in discussione: prendere un pezzo o lasciarlo? E se prenderlo, prendere quale? E magari accorgersi che il solo frammento, staccato dal tutto, perde la sua potenza, e rinunciare alla volontà di appropriazione. O prenderne uno, uno soltanto, quello che più parla a me, al mio cuore e dire: questo. Questo che mi restituisce a me stessa, che mi rende una parte di me sconosciuta, taciuta, vulnerabile o forte. Questo, mi incarti questo – ed è possibile incartare la bellezza senza che questa abbia a risplendere fuori, a straripare, a ricondursi alla sua stessa sorgente? – e arrivando a casa disporlo in qualche luogo atto con il rischio di vederlo mutare, privato dal contesto?

Come i figli, pensavo. I figli che abbiamo messo al mondo, plasmato, in parte, nutrito, aiutato a espandersi. Quei figli che ci uccidono, ci rinnegano, che temono la radice e la similitudine, salvo poi ricercarla quando tutto è perduto.

E poi ancora, pensavo, perché questo non mi accade con tutta l’arte, con tutte le forme di bellezza? Mai, chiederei a uno scrittore di darmi gratis la sua opera. Né penserei di portarmi a casa un attore o un cantante. Lo farei con i quadri, le statue, le foto, forse questo dipende dal modo stesso in cui si ha percezione delle cose. Per la parola mi accade solo con la poesia: i poeti non dovrebbero vendere le proprie parole.

So che quando vado in giro mi frustro.

In alcuni musei sono pervasa dalla tentazione di rubare.

Lo farei davvero, se non avessi timore di essere scoperta?

Molti anni fa, andando in giro con un amico scrittore che voleva  scrivere un racconto in cui si parlava di furti di quadri, mi intrattenni a lungo con un custode di Capodimonte sui sistemi di sicurezza, con domande così precise da fargli temere, ridendo, che stessi progettando un colpo.

E mi sentii rispondergli: giammai, non ruberei nemmeno un libro in biblioteca, la bellezza è di tutti, a disposizione. E mai seppi, dentro di me, se era risposta vera o tutelante, di cortesia.

Penso ai collezionisti e mi chiedo: sono animati dal mio stesso senso di bellezza? O è qualcosa di più simile al don Giovanni? O io stessa, se potessi, sarei a mia volta un don Giovanni?

Mentre guido penso, è per questo che mi piace guidare: in una bolla spaziotemporale dove il gesto è automatico e il pensiero fluisce, lo sguardo indugia in diverse forme, vago e focalizzato a un tempo.

Mai nessun posto, come questa città, ha generato in me una tale fame di bellezza, mai soddisfatta, una tale fame d’amore, una totale assenza d’appartenenza spicciola, una simile apertura al Tutto, una solitudine immensa e piena, massacrante e sublime. Un tale entrare e uscire dalle cose, essere esposta al bello quasi in maniera nauseante, una bulimia dello sguardo, un’incapacità di possedere, una smania bramosa di conquista, il caos.

Gli artisti dovrebbero vendere le cose? O farne dono pieno? Essere al mattino impiegati e travet, e alla sera perdersi nella sconfinatezza dell’anima? Sentirsi creatori o dispensatori di un dono che viene da più lontano – e in questo caso, da dove, esattamente? – da elargire senza voler tenere, senza alcuna forma di guadagno formale?

L’artista ha in sé una cupidigia simile, speculare a chi lo acquista: baratta bellezza in cambio di vita pratica, sogni in cambio di bollette.

Da sempre, l’arte mi affascina e mi inquieta. Penso a Van Gogh che coi suoi quadri pagava il conto del macellaio, al gruppo di artisti che tra Olanda e Belgio si offriva da bere e da dormire in cambio di schizzi, tele. A una possibile economia di baratto, che offra bellezza in cambio di servizi.

Penso ancora all’Olanda, dove un mio amico mi racconta della facoltà di concedere opere d’arte al cittadino, per un tempo, per la contemplazione solitaria, prima di restituirle al museo. Per potersi un poco strusciare al Bello, come un amplesso lontano dalla vista degli altri, fino al punto di comprendere che l’amore va espanso, accresciuto nel contatto col mondo, arricchito.

Penso e mi perdo.

Lista delle cose che colpiscono il viaggiatore in Albania, nel bene e nel male

agosto 31, 2016

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  • Il silenzio. L’Albania è un paese silenzioso, nessuno grida, nemmeno al mercato, nessuno alza la voce, nessuno suona il clacson in strada, nessuno schiamazza, nessuno canta, i bambini non piangono, le mamme non sgridano, non ci sono ubriachi molesti, il muezzin salmodia in modo dolce e sei felice di sentirlo. L’unico suono costante, insieme alle cicale, è un suono di lavoro edile, in sottofondo: non trapani, non seghe, lievi note di scalpelli e martelli. E di qualcuno che non parla, dicono: ha chiuso la bocca, facendo il gesto di accostare le labbra con le dita.
  • La gentilezza. Declinata in tutte le sue varianti conosciute: ospitalità, disponibilità, aiuto in strada, gente che ti accompagna spontaneamente a fare un giretto per spiegarti, che ti aiuta a cercare un albergo, che ti sorride mentre ti serve al ristorante, che risponde con pazienza alle domande, che ti corregge con garbo la pronuncia delle poche parole che riesci a imparare. Viene da chiedersi se vogliano una mancia. No, non la vogliono.
  • Ksamil. Un panorama mozzafiato di isolette. La villeggiatura negli anni ’60. Qualcuno, per piacere, importi juke box e calciobalilla per completare il quadro.
  • La pulizia di Tirana. Una città che brilla, chiara, splendente, non una carta in terra, nessun palazzo annerito dallo smog.
  • I racconti del passato. Il tempo albanese si divide in due epoche:  una è “adesso”, l’altra è “in quel tempo”, per riferirsi alla dittatura. Tutti hanno una storia da regalarti, che si muove tra adesso e in quel tempo. Come un non essere ancora certi della propria esatta collocazione, ancora sospesi a metà in una Storia che ha da farsi, da compiersi, come una zattera che si protende nel mare e tuttavia resta un poco ancorata, tenuta da corde lise alla terra, un poco legata. Storie di libertà e di nostalgia, di rimpianto e speranze. Storie che hanno un poco del mito. In quel tempo accadeva che.
  • Butrinto. La zattera nella laguna per traversare le auto sulla strada per Igoumenitsa. I pescatori al tramonto.
  • Gli edifici incompiuti e il cattivo gusto architettonico. Enormi scheletri che punteggiano ogni paesaggio, non terminati per le ragioni più disparate. Mancanza di soldi, dice qualcuno, mancanza di forza lavoro, dice qualcun altro. Case completate solo nel piano terra, strutture senza fondamenta che si ripiegano su loro stesse. Forse una metafora degli scheletri del passato, forse il senso di incompiutezza di una nazione che cerca la sua strada. Gli edifici compiuti hanno qualcosa dell’obbrobrio, misto di neoclassico, palazzina calabrese e decori cafoni. Cubature infinite per una popolazione esigua, enormi condomini vuoti e nuovissimi, quasi un incentivo alla spinta demografica. O la speranza che chi è andato ritorni. Oppure niente di tutto questo: solo la pioggia dei finanziamenti passati per mano della ‘ndrangheta attraverso società locali apparentemente regolari, con i durc a posto ma di fatto inesistenti.
  • Marubi. La prima descrizione fotografica antropologica del Paese.
  • Berat. La notte illuminata dalle mille finestre. Per un attimo ho pensato di essere in Mongolia, e che quello fosse il Potala. L’oro scintillante delle icone di Onufri, la sacralità. La sfilata di Margherita con l’abito nuovo, comprato su una bancarella e misurato nel bagno, con le signore a chiudere cerniere, a dare consigli sui tacchi giusti. Il tave del quartiere Mangalem e le vigne.
  • Angoni. Il pittore naif che ha una tela in ogni casa e ristorante di Gjirokastra e che non ho potuto fare a meno di acquistare.
  • La conoscenza dell’italiano. Gli anziani lo hanno appreso durante la guerra, i giovani dalla tv e dall’emigrazione, i giovanissimi lo parlano meno, preferendogli l’inglese. Alcuni usano termini dotti, elaborati, con una proprietà di linguaggio universitaria, le insegne dei negozi spaziano da Sposa bella a Sarta magica a Stile italiano o Belle scarpe. Al porto di Bari, in partenza, ho trovato commovente osservare le famiglie di emigrati che tornavano a casa per le vacanze e che, con mille difetti, parlavano in italiano ai figli di tutte le età, adolescenti o piccolissimi. Mi si è stretto il cuore pensando al prezzo dell’emigrazione, che passa anche attraverso la cancellazione della propria radice in nome di un bene più alto, la promessa di Futuro. Per strada, ogni giorno, ho sentito il peso di una forma di colonialismo che ancora pratichiamo, nostro malgrado. Il compagno Tani, ridendo, ha detto: dove lo trovi un paese migliore di questo?, costa poco, assomiglia al tuo e non ti devi sforzare per la lingua. Ovunque, ma proprio ovunque, qualcuno si è avvicinato e ha iniziato a raccontare la sua vita in Italia, quel misto di rabbia e gratitudine per il paese che ti ospita e a un tempo ti denigra e ti usa. Pietro, questo è il nome italiano che si è dato, ci aspetta a Fier, dove non ci fermeremo mai, per mancanza di tempo, per offrirci un caffè. Vive a Ciampino, dove lavora in un campeggio. Ha lasciato l’Albania a quindici anni, nel fondo odia suo padre per averlo mandato da solo in Italia, alla ventura, E con i suoi primi risparmi gli ha comprato una macchina, quella che non si sarebbe mai potuta permettere con il suo stipendio di operaio. Giovanni ama i fiori, anche lui è stato a lungo in Italia, prima di tornare. E cos’hai fatto in Italia? Tutto, tranne la galera, e ride con la bocca e con gli occhi.
  • Tirana. La capitale che non ti aspetti, il quartiere della movida, le strade monumentali come l’Eur, i resti, l’architettura italiana, l’architettura russa, l’architettura cinese, un parco che si chiama Taiwan, un bar che irride al comunismo, un fiume ridicolo che la attraversa, i cornetti alla crema, un bosco nel centro città con ristoranti di montagna in baite inattese, l’eleganza, i quartieri fuori mano, la teleferica e le vette a un passo dal centro, le università, il bigliettaio nei bus, il biglietto del bus a 40 lek, meno di 30 centesimi di euro.
  • La nostalgia. Permea ogni cosa, ogni sguardo, ogni racconto. E’ nostalgia di tutto: del passato, del presente, del futuro, delle occasioni perse, di quelle mancate, della crisi, dello smarrimento della tradizione, della resa in cambio di qualcosa che ancora non si conosce.
  • Sallat. Dacci oggi le nostre insalate quotidiane. Comunque è davvero difficile pensare di baciare qualcuno se mangi cipolla cruda tre volte al giorno.
  • Il passo della Llogara. Mille e passa metri di valico, che prima sale sale sale e dopo scende scende scende. Quando sale l’auto non va oltre la seconda, per tornanti che non finiscono mai e che a ogni curva mostrano lo strapiombo sul mare. Quando scende i freni fumano e reagiscono con lentezza. Un valico voluto da Mussolini, una delle strade più belle mai percorse, api e miele e baite e silenzio. Nei tratti in cui si costeggia il lato mare l’ansia è elevata, per l’altitudine, e lo sguardo si spinge talmente lontano che sembra di essere sospesi nel vuoto.
  • Le docce negli alberghi. Qui in Europa usiamo le cabine che si chiudono. O delle tende sufficientemente ampie. A voi piace la carta igienica inzuppata? E’ per risparmiare tempo sul bidet?
  • La persistenza della grecità. Paesini sui quali sventola la bandiera azzurra, roccaforti ortodosse piene di anziani affettuosi, feta e moussaka e mani sul cuore e baci e sagapò. E una sola risposta alla domanda: ma siete greci o albanesi? Siamo greci e albanesi.
  • I matrimoni. In uno ci siamo imbucate, ad ascoltare i violini, a chiacchierare con gli invitati, a scattare foto, a complimentare la sposa. Era elegante e sobrio, con ospiti italiani, albanesi e greci. Nel pieno della natura di Butrinto, nella cattedrale a cielo aperto degli scavi. A un altro ci siamo accodate, tra strascichi, fuochi di artificio e un lusso sfacciato, in una struttura modernissima protesa nel mare di Durazzo. Gli sposi giovani, come non ce ne sono più dalle nostre parti.
  • Il mercato. Tabacco sfuso, a panetti, trentasei varietà di formaggi all’apparenza tutti uguali, peperoncini piccanti talmente decorativi che dispiace mangiarli, le sorbe di montagna, i pesci freschi e grandissimi, le erbe medicinali, galline legate per le zampe e messe in fila per terra, con uno sguardo che pare dire: prendimi, mettimi in forno e restituiscimi dignità.
  • La sicurezza personale. Per sé, per i propri beni, per l’auto. Di mattina, pomeriggio, di sera. Con la gonna o con i pantaloni, da sola o in compagnia, in centro e in periferia, in quartieri dimenticati e disagiati. Mai uno sguardo maschile insistente, mai una parola di troppo, mai un errore nel restituire il resto di un acquisto.
  • La domanda: ti piace l’Albania? Ripetuta da tutti, con orgoglio, in attesa della risposta. Un desiderio di conferma, un bisogno di essere visti e apprezzati, uno specchiarsi nello sguardo dell’altro.
  • La bandiera. Sulle magliette, sui cancelli, sui teli da spiaggia, sugli oggetti, tatuata sui corpi, sulle case, le spiagge, le barche, le targhe delle auto, impressa nei portacenere. Il vessillo ovunque. Il rosso che spicca, l’aquila bicefala.
  • I bar. Tantissimi, pieni di gente, carini, originali. La vita che brulica in esterno, a tutte le ore. Il caffè turco, greco, l’espresso, la birra Tirana, il tè di montagna, il salep, il raki, l’ora meridiana, la controra, la pausa, l’attesa.
  • Musei etnografici. Visto uno, visti tutti. Come le case ottomane.
  • Le automobili. Lucide, fiammanti, enormi, nuovissime. Porsche, Maserati, Mustang, Mercedes, Bmw. Lavazh e officine disseminati in ogni angolo, gommisti. L’automobile come status, sicurezza, senso dell’essere arrivati, pagate a rate o mai pagate. Solo auto nuove di zecca, tenute impeccabilmente.
  • L’ambivalenza politica. Rama ci piace, Rama è un dittatore, Rama è il cambiamento, Rama è la continuità, Hoxha era grande, Hoxha era un maledetto, Berisha era un ladro, Berisha non poteva fare altro. Come sta Berlusconi?
  • Il vino. Meglio il rosso che il bianco. Il signor Cobo, primo vinificatore del Paese, ha sposato una napoletana. Conoscendo e ascoltando il signor Cobo, anche io me lo sarei sposato.
  • I turisti. Pochi, pochissimi. Sono i pugliesi che vanno a farsi il mare a Saranda, nell’albergo di lusso con le mangiate di pesce che costano un terzo che dall’altro lato, qualche motociclista, pochi francesi, i kosovari che si mescolano e si confondono, un gruppo di Avventure nel Mondo intruppato nel peggior ristorante di Gjirokastra (perché lì li manda il loro quaderno di viaggio avventuroso), uno spagnolo, qualche famiglia avventurosa col camper,  “tre sole donne sole”, che siamo noi. Abbiamo scelto i luoghi di mare non segnalati su nessuna guida, gli alberghi non indicati, i ristoranti a occhio. Ed eravamo le sole straniere.
  • Il sogno europeo. I giovani vogliono entrare in Europa, sognano impieghi e pareggi di bilancio, fondi strutturali e stili di vita. I meno giovani non si pronunciano. Per tutta una giornata, il 29 agosto, il Parlamento siede in seduta straordinaria per riuscire finalmente ad approvare la riforma del sistema giudiziario, è un momento importante, l’ennesimo spartiacque. Ma siete sicuri che volete davvero entrare? Sono sicuri.
  • Frutta e verdura. Cipolle, pomodori, fichi, cocomeri, melenzane, giuggiole. I sapori di una volta, dopo che le serre e i supermercati ci hanno fatto dimenticare il gusto delle cose,
  • Assenza di integralismi. Dopo anni di chiese e moschee trasformate in ristoranti, depositi, magazzini, c’è un grande fermento nel recupero. Ma si nasce e si muore tutti, questa è la verità, e prescinde dai riti. Osservo i manifesti mortuari e chiedo se siano uguali per tutti: cattolici, ortodossi e musulmani. Lo sono. E allora come si distinguono? Dai nomi. Musulmani che bevono e mangiano prosciutto, qualche donna isolata col burqa, le anziane greche col fazzoletto in testa, entrate libere in moschea, nelle chiese a spalle scoperte, rare campane, qualche muezzin, nessun ramadan, i bektashi che ballano e cantano. Tutti insieme spassionatamente.
  • La bellezza. Ok le donne. Uomini, potete far di meglio, suvvia.
  • I bunker. Andiamo a caccia come funghi, spuntano ovunque. Ma davvero temevate la minaccia atomica? Ma chi mai vi avrebbe bombardato? Quello del Dittatore ha 103 stanze e corridoi lunghi e tetri. Potrebbero diventare l’alternativa turistica del Paese, ma non se ne rendono conto. Li fanno esplodere per recuperare cemento a basso costo da impiegare nella ricostruzione dei palazzi. Un giorno forse se ne pentiranno, ma al momento il passato è ancora troppo vicino per ripensarli.
  • Il cattivo uso della libertà. Liberarsi della Dittatura per organizzare Schiuma Party in spiaggia. Ah, se vi vedesse Enver!
  • Le case colorate. Pitture, disegni geometrici, quadri, fantasie. Cancellare il grigiore è d’obbligo. Il lungomare a pois di Durazzo, le case sulla Lena, a Tirana, gli sprazzi di colore anche su edifici cadenti e sventrati.
  • La scarsezza numerica degli abitanti. Tre milioni in tutto, l’Albania è la Basilicata d’Europa. Gli altri sono altrove, sparpagliati, dispersi, disseminati. Sono pochi, e questo facilita in un certo senso i rapporti, la vicinanza, semplifica le relazioni. Di fronte al bell’edificio del Ministero della Cultura, non mi lascio intimorire e chiedo al custode di poter visitare il palazzo. Ci affida a una distinta funzionaria, Milena, che seppur ha appena concluso la sua giornata lavorativa, ci porta in giro, ci racconta la storia dell’edificio, le attività ministeriali “adesso” e “in quel tempo”, ci fa entrare nelle stanze. Provate a far lo stesso a Roma.
  • Compattezza etnica. Nessun africano, nessun arabo, nessun cinese. E come mai? Risata: ma chi immigrerebbe qua?, giusto due kosovari.
  • Centri di scommesse. Tanti, tantissimi, quasi uno ogni tre negozi. Più che in Italia. Più di ogni altra cosa, questa è la vera decadenza morale e materiale di un Paese. Da loro come da noi.
  • Il pop. Questa storia che remixano tutto, ma proprio tutto tutto. Nel centro commerciale arrivo a sentire un Cohen remixato, in spiaggia John Lennon. Ramazzotti remixato. Chissà che cosa canteranno mai, nelle parti in albanese.
  • Vecchie radio. Ce ne saranno migliaia, tra locali, bar, mercatini, negozi. Una per ogni abitante, forse. E tutte sintonizzate sulla voce del Dittatore. Prima che arrivasse la tv, che era invece sintonizzata sulla sua faccia.
  • Gli occhi azzurri. Ma chi ve li ha dati? Gli slavi o i normanni?
  • Gli amuleti. Agli, peperoncini, bambolotti, fantocci, pupazzi, peli di capra. Non c’è una sola impresa, che sia un negozio, una scuola, un cantiere, una bancarella, un campo arato che non abbia il suo scacciamalocchio.
  • Il raki. Un altro, per piacere. E pure altre due polpette, visto che ci siamo.
  • Il mare. Di sabbia, scoglio, liscio, punteggiato di isole, celeste, blu, verde, caldo, piatto, limpido, trasparente, cristallino. Tutt’intorno, sulla spiaggia, piccole discariche crescono.
  • Fergese. Come ho fatto a dimenticarmi il Fergese? Da solo, vale una visita al Paese.
  • Mio padre. Che nella mia gioventù ha provato con noi ad attraversare la frontiera e si è visto rifiutare l’ingresso. Che era curioso di questo paese in cui suo nonno e suo padre avevano combattuto, riportando a casa foto, grammatiche e malaria e che da oltre sette anni mi viene in sogno sempre con la stessa visione di noi due su un traghetto per Valona. A lui ho dedicato ogni singolo giorno, ogni esplorazione. Ho viaggiato insieme al suo modo di viaggiare, che mi ha trasmesso da sempre. Si sarebbe divertito moltissimo.

La storia di Pigeon.

luglio 15, 2016

(Questa volta diamo asilo politico a una giovane, piccola, petalosa scrittrice alla sua prima esperienza. Perché i giovinetti e le giovinette vanno sostenuti, apprezzati e incoraggiati)

Quel giorno Pigeon si alzò in modo diverso dalle altre mattine, con un  profondo senso di vuoto che lo accompagnò durante tutto il tempo della sua routine mattutina. Mentre si guardava allo specchio per aggiustarsi i capelli o preparava il caffè, perfino sotto la doccia, si sentiva incompleto.
Quella mattina non badò alla scelta dei vestiti, non si sistemò nemmeno il colletto della giacca né i lembi della camicia nei pantaloni, uscì addirittura senza cintura rischiando ogni due passi di restare in mutande per la strada, cose che capitano ai tipi magri.
Insomma è proprio così che, quella fatidica mattina, uscendo, notò lo sguardo delle persone che lo circondavano. Gli passavano di fianco quasi ignorandolo, con un accenno di disprezzo sul viso. Lo reputavano quello ‘strano’.
Pigeon proprio non capiva. O erano gli altri a non capire? Si, sicuramente erano gli altri. aveva passato 43 anni a lottare, a cercare la libertà, ed ora tutti sembravano andargli contro.
Era ovvio, non sapevano affatto ciò che lui aveva passato, altrimenti lo avrebbero guardato con ammirazione, gli avrebbero fatto un sorriso sincero, di quelli comprensivi, e gli avrebbero dato una sonora pacca sulla spalla.
Ma partiamo dal principio, anche perché il vuoto di cui stiamo parlando è un vuoto differente da tutti i vuoti che si conoscono. Nessuno ha idea di cosa di provi, nessuno ha mai potuto verificarlo.

Fu infatti nell’estate del ’76 che, giocando a campana, Pigeon si rese conto di quella cosa fastidiosa che gli stava addosso, continuamente, senza mai staccarsi. Così nera, così poco originale, proprio non si spiegava come quella potesse garantire l’esistenza e dargliene certezza.
Inizialmente provò a socializzarci, poi provò a scappare per liberarsene ma nulla, l’ombra restava sempre lì.
Fu solamente dopo diversi anni di svariati litigi e incomprensioni, all’età di 13 anni, che l’ombra, conosciuta anche come Pierre, decise di svegliarlo per farlo andare a scuola.
Ora, pensò Pigeon, fin quando Pierre si rifiuta di socializzare va bene, ma che dal nulla decidesse di partecipare indisturbato alla sua vita tranquilla, proprio no.
Quel giorno infatti cominciò il liceo, tutti lo salutarono e gli sorrisero notando quella sua strana particolarità, quell’ombra che, pur essendo attaccata a lui, aveva vita propria e se decideva di girare a destra, Pigeon avrebbe dovuto girare a destra, se decideva di mangiare spinaci alle 8 di mattina, anche Pigeon avrebbe dovuto mangiare spinaci alle 8 di mattina.
Ovviamente questa cosa aveva molti difetti, ma come ripudiare tutti i pregi e quanto c’era di positivo? Infatti durante i compiti in classe o gli appuntamenti con le ragazze, Pierre aveva sempre ottimi consigli; una sorta di sapere innato, divino, o forse era più intelligente di quanto pensassero.
I momenti peggiori però erano quando litigavano, quando va bene che bisogna capire l’altro ma non è detto che bisogna fare tutto ciò che desidera. E proprio in quei momenti Pigeon provava a staccare la sua ombra e tutto ciò che riusciva a sentire era un leggero solletichio sotto i piedi.
Gli anni passarono e nonostante i vari battibecchi riuscirono a trovare una sorta di equilibrio, come lo Ying e lo Yang, il male che accetta il bene e il bene che accetta il male.

Così, al secondo anno di università, ascoltando l’ennesima lezione sul codice penale, notò questa ragazza, bellissima.
Passarono lezioni intere a guardarsi, sguardi nascosti sotto i libri, ad accennare sorrisi. Fin quando Pierre, stanco della timidezza di Pigeon, decise di andare dritto e così fece anche Pigeon.
Smeralda si chiamava, che bel nome, in sintonia con i suoi occhi verdi, e soprattutto, con la sua ombra.
Cominciarono a sentirsi, ad uscire, e lei sembrava apprezzare anche Pierre, sebbene fosse un po invadente.
Vi lascio immaginare la prima volta che Pigeon la invitò a casa e la prima volta che sperimentò cose nuove… quella presenza indiscreta che creava imbarazzo, che non sapeva dove mettersi, facendo stare tutti un po stretti.
Passarono i mesi, alla fine si abituarono, nemmeno lo notavano più e Pierre si sentiva poco amato, poco valorizzato.
Soprattutto quando nacque il primo figlio, Gianpaolo, Pierre non sapeva proprio come comportarsi. Come li avrebbe presentati Pigeon? come lo zio? o forse un amico stretto? e se invece non glielo avesse voluto presentare?

Fu così che l’ombra, una notte, scoprì ciò che da sempre avrebbero voluto sapere. Infatti la notte, il sonno, la fragilità di chi dorme, rendono possibile la separazione.
Da quel giorno, ogni notte, Pierre giocava con Gianpaolo, che di giorno, ovviamente, essendo molto stanco, passava sempre meno tempo con il padre.
Pigeon proprio non riusciva a spiegarsi come questo fosse possibile, perché il bimbo era sempre così stanco? Lo portarono dai migliori medici, dagli psicologi, magari era una patologia nuova, diversa, ma nulla. Era solamente mancanza di sonno, così gli dicevano.
Ma una notte l’ombra fece ciò che un’ombra non dovrebbe mai fare, prendere il posto della persona stessa. Infatti non appena Pigeon si addormentò sul divano, lui si staccò ed andò in camera. Ciò che successe mi sembra abbastanza ovvio e non merita di essere raccontato, ma tutto ciò che dovete sapere è che non si trattò di un vero e proprio tradimento in quanto Pierre era parte di Pigeon e, soprattutto, la moglie non sapeva che si trattasse di lui per via del buio e dell’incredibile somiglianza.
Qualche settimana dopo Smeralda scoprì di essere incinta e nei mesi che seguirono la gravidanza si verificarono cose sempre più strane. Pierre curava con molto amore Smeralda e lei apprezzava tutte le sue attenzioni.
Pigeon, dal canto suo, impegnato per via del lavoro, non aveva fatto caso a ciò che stava accadendo e ogni sera, stanco, una volta tornato dal lavoro, tutto ciò che desiderava era dormire.
Smeralda non era più contenta della sua vita: sposare un uomo non vuol dire sposare la sua ombra, ma la sua presenza e questo la rendeva molto infelice.
Così 9 mesi dopo nacque una bambina e i genitori restarono un po di stucco guardandola, eccetto Pierre, perché lui sapeva.
Era snella e lunga, metà chiara con un occhio verde e le labbra rosate, metà nera come la pece, con un occhio blu e le labbra cianotiche.
I medici avevano pensato ad una mancanza di ossigeno, al morbo di Raynaud, emofilia, leucemia, ma nulla sembrava portare verso quella strada perché, di fatto, la bambina era sana.
Shadow cominciò a crescere, una bambina felice ma molto timida, che stava sempre sulle sue, un po come il padre, e, cosa più strana, non possedeva un’ombra e quindi si sentiva, la maggior parte del tempo, sola e alquanto confusa. Potete immaginare cosa voglia dire mischiare i pensieri di un’ombra a quelli di un uomo? un’intelligenza che non ti sai spiegare, continue indecisioni, mancanza totale di stabilità.

Smeralda in tutto ciò capì che doveva reagire, capì che doveva distrarsi, crearsi una vita e non dipendere da quella del marito.
E così, una notte, si rese conto di Pierre, vivo e vegeto, che guardava la luna dalla cucina.
incredula gli si avvicinò, lo toccò, ma al buio come Psiche fece con Amore. Imparò le sue forme, ascoltò la sua storia e le sue idee. Fu una notte molto intensa, era un misto di eccitazione e genialità, un incontro tra Bill Gates e Gandhi.
decisero di vedersi tutte le sere, e di continuare a conoscersi. Era come uno sfogo, una via di fuga dalla quotidiana monotonia della vita.
Cominciò quella che oggi viene definita come una storia di alta infedeltà, ma non fisica, capiamoci.
O meglio si, ma quello dopo.
Cominciarono ad essere amanti intellettuali, facevano quanto più di erotico ci sia sulla terra, si leggevano poesie, si sussurravano i desideri che la sera chiedevano alla luna, e si confidavano quello che di più oscuro esista nell’animo umano, le proprie paure e fragilità.
In fondo era contenta che fosse Pierre il padre di Shadow e anzi, non ne rimase molto sorpresa.

Una notte successe però qualcosa di stranamente insolito.
Pigeon si era alzato e, grattandosi il sedere, era arrivato in cucina per bere un bicchiere d’acqua.
Quello che trovò gli parve piuttosto bizzarro.
Lo stesso fu per Pierre.
La cosa era abbastanza logica, ma nessuno dei due se ne capacitava, il legame era rotto, si era spezzato.
E non nel giro di pochi giorni, ma nel giro di anni, nottate, chiacchierate.
L’ombra aveva imparato l’arte del vivere, dell’amore e così non aveva più bisogno di dipendere da un corpo.

I mesi passarono e Pigeon si ritrovò a dormire sul divano, i bambini lo chiamavano per nome e non più papà.
cosa poteva mai fare? una terapia di coppia+ombra? dividere i beni e partire per le Maldive? eh no, perché Pierre era lui, o lui era Pierre, insomma questo Pierre si sarebbe tenuto tutto e lui sarebbe rimasto povero e solo.
Così un giorno decisero di partire, lasciandogli casa e beni, perché tanto un’ombra la sa lunga, avrebbe trovato un lavoro geniale e condotto una vita felice con sua moglie e i due figli.
Pigeon voleva andare con loro ma poi ripensò e capì. Quanto gli aveva dato fastidio la sua ombra in tutti quegli anni?
Ora non sarebbe potuto diventare lui l’ombra, far dipendere la sua infelicità dagli altri e fargliela pesare.
Ora avrebbe dovuto ricominciare, libero, la sua vita.

Quel giorno Pigeon si alzò in modo diverso dalle altre mattine, con un profondo senso di vuoto che lo accompagnò durante tutto il tempo della sua routine mattutina. Mentre si guardava allo specchio per aggiustarsi i capelli o preparava il caffè, perfino sotto la doccia, si sentiva incompleto.
Quella mattina non badò alla scelta dei vestiti, non si sistemò nemmeno il colletto della giacca né i lembi della camicia nei pantaloni, uscì addirittura senza cintura rischiando ogni due passi di restare in mutande per strada, cose che capitano ai tipi magri.
Insomma è proprio così che, quella fatidica mattina, uscendo, notò lo sguardo delle persone che lo circondavano. Gli passavano di fianco quasi ignorandolo, con un accenno di disprezzo sul viso, lo reputavano quello ‘strano’. ma Pigeon stavolta capì.

***
E per quelli come me, con poca fantasia, che amano i finali da bravi nevrotici ossessivi o semplicemente da perfezionisti, che non sopportano una fine da immaginare, perché, d’altronde, che ne sai se la fine che stai immaginando è quella giusta?

(Guardò tutti i passanti, felici con la propria ombra. capì che tutto quello che avrebbe dovuto fare era cercare un’equilibrio, non il bene col male e quelle cazzate li, avrebbe dovuto imparare a conviverci bilanciando, lasciargli il posto che meritava, senza dargli troppa importanza e senza svalutarlo nemmeno. Svrebbe dovuto trattarlo da ombra, e non da amico, zio, maestro o guida. Ombra, semplicemente.
E, molto probabilmente, non avrebbe mai dovuto presentargli sua moglie.)

È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla pace dell’anima e inquieta (santa Teresa d’Avila, Il castello interiore)

giugno 25, 2016

(…continua)

In Paradiso ci ero già stata, per un’affacciata. Era a ridosso di Forcella, la piccola pratica paradisiaca, in un vecchio opificio la cui porta era perforata da pallottole volanti, simili a quelle che nel 2004 colpirono a morte Annalisa Durante, di quattordici anni, rea di essersi trovata a passare dove avrebbe dovuto essere ‘o rosso,  Salvatore Giuliano, diciannove anni – un altro criaturo – che cadrà per mano della faida nel 2007.

Nella piccola pratica del Paradiso, 6_Miracolo, non ho scattato fotografie: la dimensione estetica era ridotta al minimo a favore della dimensione sostanziale. Grandi stanze piene di ragazzini del quartiere, mandati dai genitori come se si fosse trattato di una ludoteca, assistiti da Gian Maria e Lucrezia, l’anima che accompagna il suo animus e in cui, fisicamente, rivedevo una me ragazza, nelle forme e nei modi, in un’esilità magnetica e nervosa, elettrica.

I ragazzini costruivano un giornalino del quartiere, fatto di titoli, articoli e illustrazioni.

Cronaca nera, soprattutto. Cronaca nera e calcio. Una soltanto ha voluto scrivere di Babbo Natale. I maschietti facevano gli sbruffoni, atteggiandosi a conoscitori del mondo, della vita, del sesso, mimando gesti plateali ogni volta che la coppia riduceva al minimo la distanza fisica.

Le bambine paffute e vestite a festa, in piena controra, con i genitori che venivano a recuperarle per il pranzo e loro che imploravano, nonostante l’ora tarda, di essere lasciate ancora un poco là, con Giammarìa, come dicevano loro.

Un padre entra e Giammarìa gli mostra, in una stanzetta, la pinacoteca realizzata dai ragazzini: ha spiegato arte classica, Caravaggio, arte contemporanea, astrattismo. I ragazzini hanno provato a ispirarsi e a riprodurre. Il padre sorride lontano, più per buona educazione che per comprensione. Caravaggio è a pochi passi, con il suo portato di umanità e perdizione, ma non lo hanno mai visto, pur vivendolo quotidianamente nei gesti del popolo.

La pratica del Paradiso è un’apertura della mente: mostrare a questi ragazzini che il mondo è più vasto di quanto riescano a percepirlo. Che dentro la legittima ambizione di una bambina a diventare estetista e a fare le unghie può vivere una piccola pittrice, che dietro l’irrequietezza di un decenne che vuole fare ammuìna ci può essere acquattato un batterista, che il racconto del quotidiano può diventare mezzo di comprensione e strumento di cambiamento della realtà.

Cerco le tracce del Male, che sempre nelle Sette Stagioni dello Spirito si presenta d’oro e d’arancio: qui nessun pannello, solo scaglie minutissime disseminate in terra, all’intorno. Dove si opera per il Bene, il Male non si cristallizza, viene ridotto in polvere.

L’azione ha il modo della frammentazione, laddove altre azioni, di segno uguale e contrario, hanno cementato. Qui il Male si fracassa, per un momento si acquieta e si arrende.

All’uscita chiedo ad alcune mamme se non abbiano qualche remora o timore a lasciare un’intera giornata lì i loro bambini, nelle mani di due perfetti sconosciuti che fanno cose strane.

La mamma sorride, amara: signo’, meglio ‘ccà che ‘mmiez’a via.

***

Dopo mesi siamo all’ultima tappa: 7_La Terra dell’Ultimo Cielo, nel convento abbandonato della Trinità delle Monache, di fronte alla chiesa dei Sette Dolori, come un contrappasso inevitabile.

E’ il luogo del matrimonio mistico, dopo il fidanzamento spirituale con l’anima durante la pratica. E’ la contemplazione, che si raggiunge non prima, ma solo a compimento dell’agire.

E’ abitato, questo Ultimo Cielo, dalla presenza di molte anime: santa Teresa, che ne è la nostra principale guida e ancora Dante, sant’Agostino, René Daumal, che nel suo viaggio al Monte Analogo ricorda l’importanza di non dimenticare, nell’ascesa, il luogo dal quale si proviene, i mistici sufi, la dissoluzione della fana e l’ammonimento a che l’ascesi, la dissoluzione, non si trasformino in alterigia e arroganza per essersi finalmente liberati, i bodhisattva che di nuovo, illuminati, operano nella materia di cui sono fatti.

Così scrive Teresa alle sue consorelle, nel Castello interiore: “Ripeto, è necessario che cerchiate di non far consistere il vostro fondamento soltanto nel recitare e contemplare, perché se poi non operate nel mondo rimarrete sempre delle nane. E piaccia a Dio che vi limitiate soltanto a non crescere, perché su questa via, come sapete anche voi, chi non va innanzi torna indietro. Tengo per impossibile, infatti, che l’amore, quando vi sia, si contenti di rimaner sempre in uno stato”, ricordandoci che l’Amore, ogni amore che voglia esserlo, non è una stasi ma un processo dinamico attivo, un compiersi, un differenziarsi, un compendiare.

Anche qui, come nelle precedenti tappe, l’ingresso è solitario, individuale, come solo può essere una ricerca interiore, che si nutre degli accidenti che incontra sul suo percorso e li integra.

Sono giorni che cerco risposte, e qui le trovo. Giorni che ho tentazioni e qui imparo come respingerle. O, almeno, a guardarle in viso.

La Terra dell’Ultimo Cielo è vuota e irta: si salgono scale che danno su terrazze. Napoli è grigia, plumbea, color acciaio. In lontananza i tetti di padiglioni industriali e case risplendono di oro e arancio: mi dico che il Male è fuori, nella città, che qui sono protetta, e continuo a salire.

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I vetri sono schermati, opachi, e le forme sfumate dell’esterno rimandano a un sogno, a una distanza da tutte le cose, proprio come scrive la stessa Teresa, “essendo così lontana dal mondo e in compagnia così piccola e santa, vedo ogni cosa come da un’altura, per cui poco mi curo di ciò che si dica o si sappia di me. Più che delle chiacchiere a mio riguardo mi interesso di ogni più piccolo progresso che un’anima possa fare (…) La vita mi è divenuta come una specie di sogno, e sogno mi sembra tutto quello che io vedo. Non sento più né grandi gioie, né grandi afflizioni. E se talvolta ne provo ancora, è solo per poco tempo, tanto da meravigliarmene io stessa, rimanendomene poi con l’impressione come di una cosa sognata”.

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Procedendo nell’ascesi mi imbatto in una panchina. So per certo che è il luogo dell’attesa, proprio di fronte a un lavabo che mi ricorda la purificazione. Mi siedo per un attimo, come per un ultimo esame di coscienza e aspetto un lungo momento. Sul lavabo un grande specchio, che avvicinandomi mi consente di vedere attraverso il vetro, una serie di scrivanie.

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Sembrano cattedre di esaminatori, disabitate. Penso alla necessità di dover superare una prova, ma le cattedre sono vuote, nude, e mi dico che a quel punto nessuno più, se non la nostra immagine riflessa dallo specchio, può giudicarci oltre.

La temperatura è fresca, nonostante sia giugno inoltrato, ma quando apro il grande portone verde, che mi si richiude pesante alle spalle, proprio in cima all’edificio, il caldo nella stanza mi avvolge improvvisamente.

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Sono in Paradiso, e alberi e uccelli mi avvolgono di canti. Sento i muscoli del viso stirarsi in un sorriso che procede oltre me, immodificabile. Gli uccellini sono variopinti. Vedo canarini aranciati e gialli e mi dico che no, non è possibile che il simbolo del Male sia anche qui. O forse il Male non esiste davvero, è solo il peso e il riconoscimento che gli forniamo a renderlo tale.

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Resto in contemplazione, incantata. Così incantata da non riuscire ad andare oltre l’altare.

Dovrò ritornarci dopo, in un secondo giro, per cogliere quanto mi è sfuggito: un’enorme stanza sottoposta, piena di cristalli rotti e del mobilio che ho imparato a conoscere nelle altre tappe: il piccolo letto, le valigie, il quaderno delle riflessioni, la macchina per respirare. Osservo la stanza dall’alto, separata da un vetro, e so che il passato resta fermo lì, per sempre, immodificabile, irraggiungibile. Che tutti i cocci che abbiamo disseminato possono essere solo ammassati, come una maceria, senza poter più modificare nulla.

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E che il futuro è fuori da quella stanza con il ricordo della stanza.

Un vetro, che impone la distanza, è quanto ci protegge dal camminare scalzi sui vetri taglienti di un’intera vita. Eppure tutto, un’intera dimensione esistenziale, riposa ordinatamente sui frantumi, ad indicarmi che qualcosa è ancora possibile, a patto di non dimenticare mai.

So che ho imparato, grazie alle immagine, alle sensazioni, ciò che in altri modi cerco di imparare da una vita: che il senso tutto è nello stare in prossimità di se stessi, che certe beatitudini improvvise tendono poi a sfaldarsi, a perdere di efficacia, e che solo la memoria e la prassi possono consentire di ricominciare daccapo, ogni volta con un pezzetto di conoscenza maggiore, per acquisirla per sempre.

“Non dovete credere, sorelle, che gli effetti di cui ho parlato si mantengano sempre nel medesimo grado. È per questo che quando mi ricordo dico che ciò avviene in via ordinaria, perché alle volte il Signore abbandona l’anima alla sua natura, e allora sembra che tutte le cose velenose dei dintorni e delle mansioni del castello si uniscano insieme per vendicarsi di lei anche per quel tempo che non possono averla fra le mani”

Mi guardo le mani.

Sorrido, all’idea di essere stata così abile, nel primo giro, ad evitare l’incontro col passato, come un lapsus involontario e rivelatore. Una mancanza che mi racconta tutta. Eppure l’uccello che vola impazzito dietro i vetri per un attimo mi aveva dato un piccolo indizio: la contemplazione, priva della libertà dell’agire,  può essere una prigione.

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Mi guardo le mani e mi scopro a giungerle, come una piccola preghiera. Un ringraziamento e una piccola supplica. Per non dimenticare.

Puntate precedenti:

L’Inferno

Il Purgatorio

La spiaggia del Paradiso

Possono succedere tante cose nella vita, eppure si perde tempo ad aspettare (Pamuk, La casa del silenzio). Una piccola – si fa per dire – nota a margine di Istanbul e il Museo dell’Innocenza.

giugno 10, 2016

Istanbul e il Museo dell’Innocenza

Non ho mai letto Pamuk.

Nemmeno un rigo, neppure una citazione, fino al momento di scrivere questo post. So solo che il mio vicino di ombrellone da circa un decennio, che si chiama Pierluigi, fa l’avvocato, ha una cultura stratosferica e condivide con me la sue letture, me ne parla da anni.

Me ne parla con un misto di piacere e fastidio, come di un eccesso di verbosità che si fa perdonare grazie ai contenuti. E pure come un fastidio da eccesso levantino, una cosa che forse a me che sono napoletana non disturberebbe, mentre lui che è di Frosinone e corre la maratona di New York – un uomo tutto rigore – lo sente come un qualcosa di appiccicaticcio e ineluttabile.

Alle persone cui sono molto legata o delle quali ho profonda stima – come in questo caso Pierluigi – faccio totale affidamento per i consigli sugli acquisti, di qualunque genere, con una domanda semplice semplice: ma a me mi piace?

Perché chi mi conosce e mi è intimo è la stessa persona che deve conoscermi nelle pieghe invisibili del pensiero e nelle onde del desiderio. Se non lo sa o toppa sul giudizio, allora non mi conosce. Ma questo mo’ è un altro fatto che non ci azzecca.

E sulla domanda se questo Pamuk mi piacerebbe, Pierluigi mi ha sempre detto un sì. Ma un sì controverso: mi piacerebbe e mi innervosirebbe, un poco come succede pure a lui. Ma più che mi piacerebbe. E la verbosità diventerebbe, per me che sono sempre di fretta e dritta al punto, un modo per coltivare la lentezza e l’abbandono, una cosa simile alla sicurezza quieta dell’harem e alla voluttà della danza del ventre, forse.

Fatto sta che credo di averlo evitato proprio per questo.

Una volta avevo fatto un viaggio in Turchia che mi era molto piaciuto, nonostante tutto. Era un viaggio che segnava la fine di un amore. Di un grande amore. Uno dei due grandi amori della mia vita, che in totale sono stati due, più degli amorucci senza nulla a pretendere in termini di grandiosità. E avevo pensato alla linea sottile che taglia il Mediterraneo e congiunge Istanbul a Napoli e Lisbona, le tre città che trovo più simili per forma e sostanza e che amo follemente, per quel misto di decadentismo e bellezza, per la forma delle luci notturne, per il disegno delle colline sul mare, per la similitudine degli abitanti e la bellezza delle donne e degli sguardi maschili.

Vabbè, come al solito mi parte l’ùzzolo della narrazione comincio a divagare. Ferma.

Torniamo al punto: pur non conoscendo Pamuk, sono stata tuttavia presa dalla curiosità violenta di andare a vedere questo film, tratto dal suo romanzo su Istanbul e il Museo dell’Innocenza, che si proiettava a Roma, solo per due giorni  e solo in due sale, e senza sapere che cosa fosse, senza aver letto nulla e senza neppure aver visto il trailer.  E tuttavia sapevo di doverlo fare, per ragioni a me ignote e che – a dire il vero – ancora non mi si sono chiarite. E ci sono andata con un’amica mia che mi ha seguito sulla fiducia e che forse è la ragione principale per cui sono finita a vedere il film, per le cose che, poi, mi avrebbe detto. Ma questo mo’ è ancora un altro fatto che non pertiene del tutto alla vicenda. O forse sì, se consideriamo il cuore della vicenda l’ossessione amorosa.

Perché questo film – ammesso che si possa chiamarlo film – narra di un’ossessione amorosa, quella del protagonista Kemal per la bella commessa Füsun, un’ossessione che dura circa un quindicennio, fino al tragico epilogo, e che vede l’ossesso Kemal raccogliere, come surrogati di presenza, tutti gli oggetti che nell’arco del tempo appartengono a Füsun, o vengono da lei toccati: forcine per capelli, soprammobili, suppellettili da cucina, orecchini smarriti, mozziconi di sigaretta sporchi di rossetto.

Mozziconi di sigarette a decine, centinaia, migliaia, incollati su giganteschi pannelli ospitati nel Museo dell’Innocenza, piccolo gioiello di ricostruzione amorosa e storica che lo stesso Pamuk ha voluto montare a Istanbul, per immergere il visitatore nella storia di una follia, di un’ossessione sentimentale che in realtà non è altro che la stessa ossessione che Pamuk coltiva per la sua Istanbul e la sua Turchia.

Gli anni rappresentati e descritti nel Museo dell’Innocenza, oltre a descrivere la parabola di un destino amoroso che si compie (o non si compie) con estrema fatica, sono gli stessi anni che vedono la storia della Turchia ripiegarsi in un destino sempre più cupo e introflesso, retrocedendola da capitale dell’Asia Minore, avida di cultura internazionale, di cinema, di baci e modernità a un luogo sofferto, retrivo.

Sì che il film, un lungo racconto intervista da parte dei protagonisti del romanzo, di personaggi della strada, dello stesso Pamuk che occhieggia da televisori disposti in tutta la città, diventa una lunga conversazione sulla Memoria e sul peso della storia.

Le riprese, con lunghissimi piani sequenza e macchina disposta su carrello che lentamente si  insinua e scivola per la città, sinuosa, come un serpente, con una voluttà indescrivibile, sono tutte notturne: Istanbul di giorno è un luogo caotico, infernale, che rivela la sua bellezza solo di notte, che si tratti delle luci sul Bosforo o dei vicoli di cani randagi e straccivendoli. Le riprese indugiano, come in una Grande Bellezza alla turca, su ogni minuscolo dettaglio, minuziosamente. Ossessivamente, appunto. Senza mai effettuare un salto, un brusco passaggio da un’immagine a un’altra. La camera scorre e seduce, si ferma, accarezza la città e nel frattempo evoca i quarantaquattro incontri carnali tra i protagonisti, le millecinquecentocinquanta  cene nella casa di lei. Tutto schedato, numerato, esposto, nel racconto come nel Museo. Una somma di elenchi alla Perec, un’ecolalia del significante. Tutti i segni tipici dell’ossessione alla Barthes: le attese, i cataloghi, i ricordi, le scaramanzie.

Credo sia stato questo ad affascinarmi più di tutto: il linguaggio a me più noto, quello della catalogazione e della tassonomia, della collezione entomologica di attimi che hanno appena smesso di respirare, per cercare di preservarli nella loro effimera bellezza.

Mentre mi faccio tutt’uno con la telecamera e ne assorbo il tempo  e la lentezza, lentamente scivolo in una sorta di ipnosi – credo che il film voglia proprio questo, o forse lo vuole da me, come in una meditazione Vipassana: lasciare che il cervello non si fissi su tutti i dettagli proposti ma, al contrario, se ne serva per sviare l’attenzione e consentire un flusso più profondo – in cui mi tornano in mente echi  di nomi e letture: Joel Candau  e Maurice Halbwachs  su tutti. Il sottile equilibrio della Memoria, la costruzione dell’identità, il braccio di ferro e la necessaria combutta tra la memoria individuale e quella collettiva per la costruzione del senso.

In fondo questo film non fa altro che raccontare la storia di una perdita, muovendosi per onde concentriche sempre più ampie: la perdita di un amore, la perdita dell’identità di una città, la perdita del senso della Storia, la perdita del senso del futuro.

Da ragazza avevo studiato una cosa che mi aveva stupito molto: la presenza, totalmente inspiegabile a livello storico e migratorio, di alcune strutture linguistiche, sintattiche e grammaticali, presenti in pochissime lingue del mondo: il giapponese e la sua componente ainu, il turco, il sardo e il basco. Sono, oltre che ad avere forse una comune origine che le sistema nel gruppo altaico, lingue agglutinanti e non flessive, in cui il senso delle cose non è dato dalla declinazione o dalle coniugazioni, ma dal posto che la parola occupa nella frase. Come una sorta di ordine cosmogonico del Verbo, che successivamente ordina il mondo con le stesse regole.

Sono lingue di popoli che hanno fatto della tradizione e dell’identità una fissità, un’ossessione, il centro esatto e immodificabile della loro costituzione in popolo, a prescindere da quanto accade all’esterno.

Esiste una parola, in turco – l’ho imparata nel film – che ha una certa equivalenza nel giapponese mono no aware, il sentimento di afflizione per la precarietà di tutte le cose: hüzün.

Una parola che superficialmente si traduce con tristezza, ma che contiene al suo interno moltissime sfumature: il distacco irreversibile dalla persona amata e per esteso la consapevolezza del divario incolmabile tra Uomo e Dio. Hüzün è una parola spola, sospesa tra il senso negativo della perdita e l’aspirazione positiva a far ripartire la propria ricerca.

Come scrive Pamuk in Istanbul: i ricordi e la città, ripreso da qui: “Così agivano gli eroi dei film turchi di quando ero ragazzo e anche gli eroi della vita vera: sembrava che fin dalla nascita i loro cuori fossero segnati dall’hüzün, per questo non erano capaci di battersi per ottenere denaro, successo o le donne che amavano. L’hüzün non solo paralizza gli abitanti di Istanbul. Rappresenta anche una specie di licenza poetica che giustifica la loro fuga”.

C’è qualcosa di Borges, in questo film, anche se non saprei dire cosa. Come un costante senso di capovolgimento della realtà o quel modo labirintico di attraversare la città e la narrazione. O il sentimento che le cose, tutte le cose, gli oggetti, stiano là come sospesi, in attesa di rivelarci un loro intimo segreto. O la chiave della nostra impossibile felicità.

Quando sono uscita avevo anche io un piccolissimo hüzün, una tristezza di distanza non superabile.

E’ perché anche tu hai un’ossessione amorosa, mi ha detto la mia amica, descrivendo il modo del mio sguardo, dopo mesi che non ci vedevamo, e il modo in cui disponevo le parole.

Secondo me no, ho risposto io.

Ma avevo bisogno di dormirci su. E di poter dire a me stessa, come Kemal alla fine del libro, nonostante tutte le assurdità della sua vita e il dolore appreso: “Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice”.

Perché felice forse è quel tormento che ci permette di superare noi stessi. Non lo so.

Devo dormirci ancora su.

Di falli, ragni e ghigliottine.

dicembre 12, 2015

Vado indietro nella memoria per ricordare quando ti ho conosciuto, la prima volta che ho saputo della tua esistenza, rimanendone definitivamente avviluppata; ma per quanti sforzi faccia non me lo ricordo più.

Forse ti ho conosciuta in un libro, più probabilmente in un museo. Potrebbe essere il Pompidou o il Moma.

Con un ulteriore sforzo potrei risalire anche all’anno, ma la memoria mi si appanna. Mi ricordo solo di me che entro in una grande sala. In questa sala c’è una gabbia, piena di bambole di pezza incomplete: senza testa, senza arti, fatte di vecchi stracci. Su questa gabbia c’è un ragno, un enorme ragno di cui non capisco le intenzioni, non riesco a comprendere se cerchi di penetrare la gabbia per danneggiare le creature che ospita o se, al contrario, la stia proteggendo da un altro predatore che al momento è invisibile, forse in agguato da qualche parte.

Resto inebetita nella sala, a fissare la scena.

Nonostante il terrore che provo per i ragni, anche per le loro riproduzioni e raffigurazioni, entro nella gabbia aperta, insieme alle pupette di stoffa. Per un momento, insieme alla paura, che mi sale dalle viscere, profondissima, provo anche un senso di accudimento, di protezione.

Quel giorno di tanti anni fa imparo senza parole quello che da tempo già so bene: che ogni affetto è una prigione, che le madri possono tessere tele in cui cullarti e strangolarti a un tempo. Come vogliono. Come possono.

Non conoscevo ancora il Ragno Maschio, quello che da lì a diversi anni dopo sarebbe entrato nella mia vita e mi avrebbe irretito, conquistato con cura come una preda saporita, un buon bocconcino da non divorare tutto insieme, da tenere lì, nella tela di parole e di umori, di mani e odori, sapientemente avviluppata, per mangiarne un pochino all’occorrenza.

E di nuovo sospendermi lì, farmi cadere e di colpo riprendermi, offrirmi un sostegno labile e incerto, filamentoso. Carezzarmi con una lunga zampa, a distanza, intanto che le altre fossero impegnate altrove.

La prima cosa, una delle prima cose che feci con il Ragno Maschio, fu portarlo a vedere una tua mostra.

Questo lo ricordo bene, era il 2008 e Napoli risplendeva di sole autunnale.

Avevo già intravisto le sue bave translucide, il modo in cui tesseva le fila di disegni che mi sarebbero apparsi chiari solo anni dopo. Quella mattina, con i suoi ritardi che tentavo di giustificare chiamandoli stanchezza, distanza, traffico, qualcosa in profondità mi raccontava altro.

Chi ha paura dei ragni ha paura di tante cose: dei legami, dell’accorciarsi delle distanze, della propria forza creatrice, della fame. Chi ha paura dei ragni a volte si fa ragno, come sempre si diventa il contrario di ciò che si teme, per esorcizzarlo e dimenticarlo.

Il giorno che sei morta è stato come perdere qualcuno di famiglia.

Non esagero: chi ti insegna qualcosa di te, chi ti insegna a muoverti nel mondo, in qualche modo che ancora non avevi sperimentato, è un genitore spirituale.

Quel giorno ho sentito di aver perso qualcuno di importante e di dover in qualche modo celebrare la perdita.

Questo il mio lungo epitaffio, una raccolta di ragni.

L’inverno scorso ti ho trovata dovrei non avrei immaginato, in una piazza ventosa di Tokyo, che sovrastavi la città dall’alto della collina di Roppongi, in una notte piena di stelle.

Mi commuove sempre ritrovarti quando non me l’aspetto.

Ieri sera ti ho incontrata in uno dei tuoi momenti migliori: avevi voglia di chiacchierare, e hai scelto una delle migliori artiste che conosca, per parlare e per parlarmi.

Hai parlato d’amore, ieri sera. Con i tuoi modi. Con una sedia.

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La vita è una sedia.

L’amore è una sedia vuota sulla quale invitarci a sedere per riposare, dalla quale raccontarci una storia per confortarci.

L’odio e la paura sono una sedia dalla quale dominarci e spaventarci.

Il dolore è una sedia, sulla quale salire per l’ultima volta e sospendersi a una corda.

Sei scesa dal palco per consegnarmi quel foglio su cui avevi scritto, colta dalla follia del dolore, quella verità assoluta, costitutiva, quella che un giorno di tanti anni fa ha fatto in modo che ti riconoscessi e non ti lasciassi mai più:

NON MI ABBANDONARE

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Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

E poi restare soli, osservare quel “momento in cui il sesso e la morte sono una cosa sola. (…) Essere artisti è essere ambiziosi. Implacabili. Guardare dentro di sé fino a farsi male. Rischiare. Avere il coraggio di dire, di pensare, di raccontare. Essere nudi, esposti. Mostrarsi. Non è divertente. (…) Tutto quello che faccio è una battaglia, un combattimento all’ultimo sangue. E’ doloroso. Si rischia di morire ogni volta. Ma rischiare di morire è necessario, per sopravvivere”.

Alla prossima volta, Louise.

Nel frattempo ti ricreo dentro di me infinite volte, come si fa con chi si ama.

 

 

 

 

“Non andare in Purgatorio. La mia cara sorellina m’inculcava ogni istante questo desiderio umilmente fiducioso di cui viveva.”, Céline, sorella di santa Teresa di Lisieux

novembre 10, 2015

(…continua…)

E’ tutta una questione di come si percepisce lo spazio/tempo, dice il mio amico Angelo, che di mestiere fa l’antropologo urbano e sostiene da un po’ che io sono una che va in giro a fotografare le strutture del tempo.

Non so esattamente cosa voglia intendere, appena lo intuisco. Ma non lo so spiegare bene, magari un giorno lo fa lui.

Però sicuramente è questa – l’identità di percezione dello spazio e del tempo – una delle ragioni di sintonia o conflitto tra esseri umani. La lunga lotta tra puntuali e ritardatari, tra anticipatori e procrastinatori, tra caotici e ordinati, tra metodici e improvvisatori.

E’ sempre questo, nella letteratura classica, che ci racconta cos’è il teatro, la tragedia, la famosa unità di tempo, luogo e azione.

Ed è pure questo la summa dello zen, la conquista del qui e ora.

Forse percepire la struttura del tempo non è altro che riconoscere l’immutabile che è dietro tutte le cose.

Penso allora a certi corpi e volti che incontro per la strada e che mi diverto a immaginare vestiti con toghe o abiti contadini, situati in altre epoche. Sono espressioni e volti che amo definire senza tempo, sorta di archetipi.

Mi succede sempre ai Campi Flegrei, alle Stufe di Nerone, dove, anche nudi, mi sembrano tutti antichi romani che hanno appena parcheggiato la biga per un pomeriggio di ozio.

Mi capita lo stesso anche con alcuni luoghi, specie se degradati.

Mi piacciono gli spazi architettonici disabitati e distrutti, le macerie.

Le macerie e le rovine.

Quelle di cui Augé scrive che “non sono il ricordo di nessuno, ma si presentano a chi le percorre come un passato che egli avrebbe perduto di vista, dimenticato, e che tuttavia gli direbbe ancora qualcosa. Un passato al quale egli sopravvive”.

Nelle macerie e nelle rovine Augé sostiene che si faccia esperienza di un tempo puro, un tempo sottratto alla storia.

Ma se è sottratto alla Storia è forse allora anche un tempo nuovo, in cui si può dire nuovamente qualcosa, qualcosa di significante per chi ne fa l’esperienza.

Non qualcosa di innovativo e inedito in assoluto, ma qualcosa di nuovo per se stessi.

Forse è questo, che vuole dire Angelo quando dice che fotografo le strutture del tempo, ma non ne sono ben sicura. Forse è proprio questo, che troverò nel Purgatorio di Tosatti, ma ancora non lo so.

Sono passati diversi mesi da quando sono stata all’Inferno e domenica mattina, dopo aver detto un’altra volta agli amichetti che volevo essere accompagnata a vedere il Purgatorio, sono uscita presto di casa per arrivare in anticipo.

Curioso ossimoro, me ne rendo conto: arrivare in anticipo in un luogo fatto di attesa.

Ma non era questo, forse era per il fatto delle strutture del tempo.

Avevo voglia di passeggiare in quel quartiere di Napoli di prima mattina, prima che si animasse, di intrufolarmi in cortili, vicoli e osservare. Infilarmi nel vecchio convento della Trinità degli spagnoli, dove di fronte alla polizia erano sospesi reggiseni e alle finestre donne che fumavano, con i segni della notte in viso. Volevo entrare nel Parco dei Quartieri Spagnoli e stare un poco là.

Avrei voluto una telecamera per riprendere il custode dell’Ex Ospedale militare, il suo ufficio e la splendida colonna degli anni Settanta che gli teneva compagnia. Musica italiana d’annata, che una vecchia cassa posizionata all’esterno dell’ufficetto faceva risuonare in tutto il cortile.

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Signo’, cercate la mostra?

Sì, ma aspetto degli amici.

E nel frattempo ‘o vvulite ‘nu poco ‘e cafè?

Grazie, con piacere.

Ad accoglierci al Purgatorio, la puntata numero 4 delle Sette stagioni dello Spirito, un altro ragazzo di colore, questa volta burkinabè. Si chiama Tazizi. Mi era piaciuta molto questa cosa del negretto all’Inferno, aveva un suo simbolismo che faceva il paio con il Male. Mi era piaciuto che fosse anche al Purgatorio, come un Lucifero perennemente in agguato. Un Lucifero gentile, accogliente. Che in fondo pur sempre un angelo, era.

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Dopo un po’ arriva un altro ragazzo. Giovane, carino. Scambiamo due chiacchiere e mi fornisce gli orari di apertura della stagione n. 5 e n. 6, in altri punti del centro storico. Se riesco a organizzarmi e a correre un po’, forse le vedo tutte.

Devo riuscirci, è l’ultima settimana in cui sono aperte e io sono venuta giù apposta. Devo riuscirci, a costo di saltare il pranzo. Ignoro bellamente che quel giovane dallo sguardo sveglio e lontano sia proprio Tosatti in persona, lui medesimo.

Lo scopro un quarto d’ora dopo, quando ci arravoglia in un racconto che comprende Santa Teresa d’Avila, Pasolini, Agostino, Hannah Arendt, Dostoevskij, Dante Alighieri, Milton e chissà quanta altra gente che non nomina direttamente, ma che fa capolino alle sue spalle. Un discorso pacato, senza alcuna arroganza, totalmente privo di autoreferenzialità. Un discorso che viene come da lontano, da un altro tempo.

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L’installazione numero 4_Ritorno a casa, è anche la Spiaggia del Purgatorio.

Gian Maria – lo chiamano tutti per nome, come fosse un vecchio amico – ci spiega che nel Purgatorio non si può restare in eterno, si può solo sostare. Una permanenza più lunga può essere peggiore dell’Inferno.

Sono piuttosto smemorata e caotica, ma mi risuonano da qualche parte i ricordi di Teresa di Lisieux, la santa che detestava il Purgatorio, che non credeva nel Purgatorio, che pensava che un Dio buono non avrebbe mai potuto concepire una simile aberrazione. Pensava che Dio distribuisce i suoi doni in modo ineguale ma con eguale amore, e che mai collocherebbe volontariamente una sua creatura nella frustrazione eterna del desiderio che si chiama Purgatorio.

Questo Gian Maria ha una parola che conquista, che costruisce il mondo. Mentre parla mi sembra di potergli entrare nel cervello e capire come faccia a creare le sue atmosfere: gli basta proiettare all’esterno quello che gli si muove dentro ed è fatto. E’ che dentro gli si muove moltissima roba. Troppa, per l’età che ha. Forse lui stesso è una Struttura del Tempo.

Ci parla dei simboli che incontreremo in questa installazione e nelle successive, che sono gli stessi dell’Inferno, in cui ci riconosceremo e troveremo una sequenza ciclica: i rettangoli dorati, che stilizzano il Male, le lastre radiografiche, che sono la nostra interiorità e che qui possiamo maneggiare – a differenza dell’Inferno, in cui erano fisse alle pareti – per riappropriarci della nostra identità, i vetri, rotti e integri, la nostra fragilità e trasparenza.

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Provo a memorizzare tutto quello che dice, ma dice tante, tantissime cose e io sono uscita di casa senza fogli né penne.

Così non mi resta che entrare, in questa spiaggia del Purgatorio, luogo di ritorno e di riposo, e vedere cosa succede. Affidarmi a una memoria sensoriale. Ancora una volta, devo lasciare la Ragione sulla soglia.

La spiaggia del Purgatorio riesce a turbarmi più dell’Inferno. E’ un turbamento diverso, una forma più sottile e raffinata di paura: l’inizio è rassicurante, sono gli ambienti della mia infanzia.

Le case delle mie nonne, con questo scarno mobilio anni Cinquanta.

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Una stanza, in particolare, mi scuote. Mi siedo per terra, nella polvere, a osservare il pulviscolo atmosferico che entra dalla finestra oscurata, proprio come quando ero bambina, nella stanza da letto da vedova di mia nonna.

Ho come di colpo l’impressione che la vita sia questo: il caos che trascorre dal momento in cui, bambino meravigliato, passi ore incantato davanti al pulviscolo atmosferico e il momento in cui, nella maturità, riesci nuovamente incantato a cogliere la stessa visione e ti chiedi cosa hai fatto in mezzo.

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E in mezzo, lo scopro correndo a perdifiato per un corridoio pieno di aperture che mi riempie di angoscia, c’è un’insensata ripetizione di stanzette da letto tutte uguali: tutte contengono un lettino, un rettangolino d’oro a ricordarci la presenza del male, ovunque, una macchinetta per l’aerosol, per trovare respiro nell’ottusa ripetizione e un quaderno di appunti aperto sempre sulla stessa pagina, con le stesse frasi.

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Il tempo, nella ripetizione, appare allo stesso tempo finito e interminabile, come una morsa che non offre scampo. Così il Male che si staglia luminoso e scintillante di sorpresa, anche in mezzo alla Bellezza, e non se ne separa mai. E forse anche un po’ la nutre, ma ho ancora un po’ paura di dirlo, questo. Anche solo di pensarlo.

Il Purgatorio ha la serenità del noto, è una sicura zona di confort dalla quale o si esce o si rimane sepolti, come raccontano i piccoli sarcofaghi/abbeveratoi dell’ultimo piano.

L’inferno può essere una resa esaltante. Il Purgatorio è una coazione a ripetere.

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Ci sono grate, anche qui. Grate che imprigionano.

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Poi mi dico che non sono io a essere imprigionata nelle stanze del Purgatorio, di questo tempo senza qualità, ma è Napoli, ad esserlo. E’ Napoli che, come un essere umano, è prigioniera di questo tempo senza qualità e senza Storia e necessita di riflessione e pausa per arrivare alla Montagna del Purgatorio, la stagione numero 5, e lentamente cominciare a risalirla.

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Penso a questo Gian Maria Tosatti che viene da lontano e ci piazza qua, a casa nostra, un’opera che con amore ci parla di noi e della nostra città. Penso a quanto mi manca, questa Napoli/Purgatorio e quanto io stessa, esiliata – come dico spesso scherzando ma non troppo – a Roma, mi senta in un Purgatorio dove i giorni si ripetono sempre uguali mentre io rifletto su quale salvezza mi sia possibile.

Quando esco, Tosatti è scomparso. Pare che abbia da fare in Paradiso, dove lo ritroveremo alla fine di questa lunga giornata, ma non prima di aver scalato la Montagna del Purgatorio.

(…continua…)

Racconti dall’Inferno. Dopo aver visto, un pomeriggio di mesi dopo, il Paradiso.

novembre 9, 2015

Mi sono imbattuta in Tosatti alla fine della primavera, in modo del tutto casuale.

Ero in ufficio e mi è arrivata una mail, sul vecchio alias dell’ufficio di Napoli, fortunatamente ancora non disattivato, con la quale una fondazione mi comunicava che c’era una proroga relativa all’installazione di 3_Lucifero, ai Magazzini del Porto di Napoli.

La mail l’ho letta molto superficialmente, parlava di Lucifero e del senso del male. Non mi sono nemmeno soffermata a indagare chi fosse l’artista. Per qualche ragione che faccio fatica a ricostruire, o meglio faccio fatica a spiegare ad altri, ho saputo che dovevo andarci.

Dovevo incontrare Lucifero nel Porto di Napoli. Questo era certo. Per sistemare una questione che avevamo in sospeso e che poteva essere sistemata solo in un porto, esattamente dove anni prima era iniziata.

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(Lo so, lo so che la cosa dell’incontro col Diavolo nel porto genera curiosità, ma adesso non è il momento di raccontare anche quest’altra storia, anche perché tutto quel che è avvenuto dopo mi dà l’idea che la vicenda si dipanerà in altri modi ed è opportuno che attenda lo svolgersi degli eventi, senza anticiparmi nulla, senza figurarmi un probabile seguito, senza provare a indovinare, senza nemmeno schizzare possibili scenari)

Tuttavia non volevo andare da sola all’appuntamento col Diavolo. Per quanto ci sarei andata comunque, se nessuno avesse voluto accompagnarmi.

Così ho chiamato gli amichetti del cuore, quelli che davanti alle mie proposte non si spaventano mai, e ho detto: vengo giù nel fine settimana prossimo, e voglio portarvi a vedere una cosa. Non chiedetemi cosa, perché non lo so bene nemmeno io. So che è una specie di mostra, forse un’installazione, ho telefonato e mi hanno detto che è gratis, che devo prenotare un orario e che si entra uno per volta. Mi volete accompagnare con l’impegno che se è una stronzata sovrumana non vi arrabbiate con me?

E gli amichetti del cuore, che hanno un sacco di pazienza e fin troppo spesso si adattano alle mie curiosità, hanno detto va bene. Così, in questa domenica pomeriggio di fine primavera, nella controra nuvolosa, mentre un orologio fermo ci sospendeva il tempo, siamo stati accolti da Ibrahim, un ragazzo ivoriano che faceva da custode al Magazzino del Porto e ci faceva entrare uno alla volta, per un tempo che poteva andare da venti minuti a un’ora.

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Il tempo necessario.

Il tempo necessario per prendere confidenza minima con questa cosa e capire, ore dopo, che nessun tempo sarebbe mai stato sufficiente.

Ora, io non so raccontare quella cosa che ho visto.

Posso però raccontare il pallore e lo sgomento di chi ne usciva. Uno dopo l’altro siamo entrati e usciti pallidi, spaventati, inquieti. Da cosa, esattamente, non saprei dirlo. Ma il colore del viso era bianco, la parola mozzata.

Quel giorno ho capito che questo Tosatti era un grande creatore di atmosfere. Ne ignoravo età, formazione, viso, opere pregresse.

Se ce l’avessi avuto di fronte, quella domenica, gli avrei detto: dovresti impedirci di entrare con le macchine fotografiche o i cellulari. Sapevo che era solo grazie alla mediazione di un apparecchio, che ero riuscita a completare il mio giro. Non già per la possibilità di telefonare, in caso di spavento eccessivo, e farmi recuperare dai miei amici o Ibrahim.

No, era grazie al fatto di fotografare, di essere impegnata a cogliere inquadrature, che potevo restare lì dentro. Come se il diaframma della macchina fotografica creasse un filtro tra me e l’emozione, una protezione diaframmatica, appunto. Senza la quale sarei corsa via urlando a squarciagola.

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Per la paura del male, avrei detto in quel momento.

Per la paura di me, aggiungo dopo mesi.

Non so raccontare cosa c’era in quel magazzino del porto di Napoli, e nemmeno le fotografie rendono. Anzi, mi ricordano quelle foto che si scattavano a fine ottocento ai medium, durante le sedute spiritiche, quando entravano in connessione con gli spiriti: lì per lì il fotografo vedeva ombre, fumi, nebbie, ma al momento dello sviluppo era tutto scomparso, il medium da solo nella stanza e del fantasma nessuna traccia.

La stessa cosa nel magazzino del porto: il male aleggiava, era presente, fortissimo. Intorno sabbia, terra sparsa, ammassi di cose, spazi vuoti, carcasse di uccelli, cose semplici e quotidiane, il suono del vento che fischiava tra le grate messe alle finestre. Il male era chiuso dietro porte sprangate. Ma era lì, denso, e poteva fuoriuscire e traboccare in ogni momento.

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Le grate.

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Quando ho visto questa mi è venuto in mente Il mare non bagna Napoli. Non sapevo ancora che poi, nei mesi a venire, quella grata mi avrebbe raccontato altro, si sarebbe declinata in una serie di significati personali e universali.

Quando sono uscita dal magazzino del porto non sapevo ancora di certe forme del male, dorate e scintillanti.

O meglio, lo sapevo, lo sapevo benissimo, ma mai ero riuscita a vederlo lucidamente in quella forma grafica, squadrata ed esatta.

Quella domenica, all’uscita di tutti noi dal porto di Napoli, era difficile anche commentare: tutto enorme, indicibile, tutto sottopelle. Qualcosa su cui dover dormire e poi svegliarsi di colpo, come da un incubo.

Io sono tornata a Roma la sera stessa, ripromettendomi il giorno dopo di fare ricerche, come faccio sempre. Di capire chi fosse questo Gian Maria Tosatti, cosa avesse fatto prima di allora e dove volesse andare esattamente a parare.

E invece, stranamente, ho lasciato totalmente perdere. Mi sono detta che a partire da quel momento avrei seguito il dipanarsi dell’opera sul territorio. Senza i soliti approfondimenti. Che si era trattato di qualcosa che aveva parlato non alla nostra ragione, ma a qualcosa di molto più profondo e dunque la Ragione andava lasciata perdere, non assecondata.

Sapevo di aver perso le prime due puntate e me ne dispiaceva moltissimo.

Sapevo che sarebbe accaduto dell’altro. Quando, non ne avevo idea.

Avrei aspettato.

(continua…)