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Lista delle cose che colpiscono il viaggiatore in Albania, nel bene e nel male

agosto 31, 2016

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  • Il silenzio. L’Albania è un paese silenzioso, nessuno grida, nemmeno al mercato, nessuno alza la voce, nessuno suona il clacson in strada, nessuno schiamazza, nessuno canta, i bambini non piangono, le mamme non sgridano, non ci sono ubriachi molesti, il muezzin salmodia in modo dolce e sei felice di sentirlo. L’unico suono costante, insieme alle cicale, è un suono di lavoro edile, in sottofondo: non trapani, non seghe, lievi note di scalpelli e martelli. E di qualcuno che non parla, dicono: ha chiuso la bocca, facendo il gesto di accostare le labbra con le dita.
  • La gentilezza. Declinata in tutte le sue varianti conosciute: ospitalità, disponibilità, aiuto in strada, gente che ti accompagna spontaneamente a fare un giretto per spiegarti, che ti aiuta a cercare un albergo, che ti sorride mentre ti serve al ristorante, che risponde con pazienza alle domande, che ti corregge con garbo la pronuncia delle poche parole che riesci a imparare. Viene da chiedersi se vogliano una mancia. No, non la vogliono.
  • Ksamil. Un panorama mozzafiato di isolette. La villeggiatura negli anni ’60. Qualcuno, per piacere, importi juke box e calciobalilla per completare il quadro.
  • La pulizia di Tirana. Una città che brilla, chiara, splendente, non una carta in terra, nessun palazzo annerito dallo smog.
  • I racconti del passato. Il tempo albanese si divide in due epoche:  una è “adesso”, l’altra è “in quel tempo”, per riferirsi alla dittatura. Tutti hanno una storia da regalarti, che si muove tra adesso e in quel tempo. Come un non essere ancora certi della propria esatta collocazione, ancora sospesi a metà in una Storia che ha da farsi, da compiersi, come una zattera che si protende nel mare e tuttavia resta un poco ancorata, tenuta da corde lise alla terra, un poco legata. Storie di libertà e di nostalgia, di rimpianto e speranze. Storie che hanno un poco del mito. In quel tempo accadeva che.
  • Butrinto. La zattera nella laguna per traversare le auto sulla strada per Igoumenitsa. I pescatori al tramonto.
  • Gli edifici incompiuti e il cattivo gusto architettonico. Enormi scheletri che punteggiano ogni paesaggio, non terminati per le ragioni più disparate. Mancanza di soldi, dice qualcuno, mancanza di forza lavoro, dice qualcun altro. Case completate solo nel piano terra, strutture senza fondamenta che si ripiegano su loro stesse. Forse una metafora degli scheletri del passato, forse il senso di incompiutezza di una nazione che cerca la sua strada. Gli edifici compiuti hanno qualcosa dell’obbrobrio, misto di neoclassico, palazzina calabrese e decori cafoni. Cubature infinite per una popolazione esigua, enormi condomini vuoti e nuovissimi, quasi un incentivo alla spinta demografica. O la speranza che chi è andato ritorni. Oppure niente di tutto questo: solo la pioggia dei finanziamenti passati per mano della ‘ndrangheta attraverso società locali apparentemente regolari, con i durc a posto ma di fatto inesistenti.
  • Marubi. La prima descrizione fotografica antropologica del Paese.
  • Berat. La notte illuminata dalle mille finestre. Per un attimo ho pensato di essere in Mongolia, e che quello fosse il Potala. L’oro scintillante delle icone di Onufri, la sacralità. La sfilata di Margherita con l’abito nuovo, comprato su una bancarella e misurato nel bagno, con le signore a chiudere cerniere, a dare consigli sui tacchi giusti. Il tave del quartiere Mangalem e le vigne.
  • Angoni. Il pittore naif che ha una tela in ogni casa e ristorante di Gjirokastra e che non ho potuto fare a meno di acquistare.
  • La conoscenza dell’italiano. Gli anziani lo hanno appreso durante la guerra, i giovani dalla tv e dall’emigrazione, i giovanissimi lo parlano meno, preferendogli l’inglese. Alcuni usano termini dotti, elaborati, con una proprietà di linguaggio universitaria, le insegne dei negozi spaziano da Sposa bella a Sarta magica a Stile italiano o Belle scarpe. Al porto di Bari, in partenza, ho trovato commovente osservare le famiglie di emigrati che tornavano a casa per le vacanze e che, con mille difetti, parlavano in italiano ai figli di tutte le età, adolescenti o piccolissimi. Mi si è stretto il cuore pensando al prezzo dell’emigrazione, che passa anche attraverso la cancellazione della propria radice in nome di un bene più alto, la promessa di Futuro. Per strada, ogni giorno, ho sentito il peso di una forma di colonialismo che ancora pratichiamo, nostro malgrado. Il compagno Tani, ridendo, ha detto: dove lo trovi un paese migliore di questo?, costa poco, assomiglia al tuo e non ti devi sforzare per la lingua. Ovunque, ma proprio ovunque, qualcuno si è avvicinato e ha iniziato a raccontare la sua vita in Italia, quel misto di rabbia e gratitudine per il paese che ti ospita e a un tempo ti denigra e ti usa. Pietro, questo è il nome italiano che si è dato, ci aspetta a Fier, dove non ci fermeremo mai, per mancanza di tempo, per offrirci un caffè. Vive a Ciampino, dove lavora in un campeggio. Ha lasciato l’Albania a quindici anni, nel fondo odia suo padre per averlo mandato da solo in Italia, alla ventura, E con i suoi primi risparmi gli ha comprato una macchina, quella che non si sarebbe mai potuta permettere con il suo stipendio di operaio. Giovanni ama i fiori, anche lui è stato a lungo in Italia, prima di tornare. E cos’hai fatto in Italia? Tutto, tranne la galera, e ride con la bocca e con gli occhi.
  • Tirana. La capitale che non ti aspetti, il quartiere della movida, le strade monumentali come l’Eur, i resti, l’architettura italiana, l’architettura russa, l’architettura cinese, un parco che si chiama Taiwan, un bar che irride al comunismo, un fiume ridicolo che la attraversa, i cornetti alla crema, un bosco nel centro città con ristoranti di montagna in baite inattese, l’eleganza, i quartieri fuori mano, la teleferica e le vette a un passo dal centro, le università, il bigliettaio nei bus, il biglietto del bus a 40 lek, meno di 30 centesimi di euro.
  • La nostalgia. Permea ogni cosa, ogni sguardo, ogni racconto. E’ nostalgia di tutto: del passato, del presente, del futuro, delle occasioni perse, di quelle mancate, della crisi, dello smarrimento della tradizione, della resa in cambio di qualcosa che ancora non si conosce.
  • Sallat. Dacci oggi le nostre insalate quotidiane. Comunque è davvero difficile pensare di baciare qualcuno se mangi cipolla cruda tre volte al giorno.
  • Il passo della Llogara. Mille e passa metri di valico, che prima sale sale sale e dopo scende scende scende. Quando sale l’auto non va oltre la seconda, per tornanti che non finiscono mai e che a ogni curva mostrano lo strapiombo sul mare. Quando scende i freni fumano e reagiscono con lentezza. Un valico voluto da Mussolini, una delle strade più belle mai percorse, api e miele e baite e silenzio. Nei tratti in cui si costeggia il lato mare l’ansia è elevata, per l’altitudine, e lo sguardo si spinge talmente lontano che sembra di essere sospesi nel vuoto.
  • Le docce negli alberghi. Qui in Europa usiamo le cabine che si chiudono. O delle tende sufficientemente ampie. A voi piace la carta igienica inzuppata? E’ per risparmiare tempo sul bidet?
  • La persistenza della grecità. Paesini sui quali sventola la bandiera azzurra, roccaforti ortodosse piene di anziani affettuosi, feta e moussaka e mani sul cuore e baci e sagapò. E una sola risposta alla domanda: ma siete greci o albanesi? Siamo greci e albanesi.
  • I matrimoni. In uno ci siamo imbucate, ad ascoltare i violini, a chiacchierare con gli invitati, a scattare foto, a complimentare la sposa. Era elegante e sobrio, con ospiti italiani, albanesi e greci. Nel pieno della natura di Butrinto, nella cattedrale a cielo aperto degli scavi. A un altro ci siamo accodate, tra strascichi, fuochi di artificio e un lusso sfacciato, in una struttura modernissima protesa nel mare di Durazzo. Gli sposi giovani, come non ce ne sono più dalle nostre parti.
  • Il mercato. Tabacco sfuso, a panetti, trentasei varietà di formaggi all’apparenza tutti uguali, peperoncini piccanti talmente decorativi che dispiace mangiarli, le sorbe di montagna, i pesci freschi e grandissimi, le erbe medicinali, galline legate per le zampe e messe in fila per terra, con uno sguardo che pare dire: prendimi, mettimi in forno e restituiscimi dignità.
  • La sicurezza personale. Per sé, per i propri beni, per l’auto. Di mattina, pomeriggio, di sera. Con la gonna o con i pantaloni, da sola o in compagnia, in centro e in periferia, in quartieri dimenticati e disagiati. Mai uno sguardo maschile insistente, mai una parola di troppo, mai un errore nel restituire il resto di un acquisto.
  • La domanda: ti piace l’Albania? Ripetuta da tutti, con orgoglio, in attesa della risposta. Un desiderio di conferma, un bisogno di essere visti e apprezzati, uno specchiarsi nello sguardo dell’altro.
  • La bandiera. Sulle magliette, sui cancelli, sui teli da spiaggia, sugli oggetti, tatuata sui corpi, sulle case, le spiagge, le barche, le targhe delle auto, impressa nei portacenere. Il vessillo ovunque. Il rosso che spicca, l’aquila bicefala.
  • I bar. Tantissimi, pieni di gente, carini, originali. La vita che brulica in esterno, a tutte le ore. Il caffè turco, greco, l’espresso, la birra Tirana, il tè di montagna, il salep, il raki, l’ora meridiana, la controra, la pausa, l’attesa.
  • Musei etnografici. Visto uno, visti tutti. Come le case ottomane.
  • Le automobili. Lucide, fiammanti, enormi, nuovissime. Porsche, Maserati, Mustang, Mercedes, Bmw. Lavazh e officine disseminati in ogni angolo, gommisti. L’automobile come status, sicurezza, senso dell’essere arrivati, pagate a rate o mai pagate. Solo auto nuove di zecca, tenute impeccabilmente.
  • L’ambivalenza politica. Rama ci piace, Rama è un dittatore, Rama è il cambiamento, Rama è la continuità, Hoxha era grande, Hoxha era un maledetto, Berisha era un ladro, Berisha non poteva fare altro. Come sta Berlusconi?
  • Il vino. Meglio il rosso che il bianco. Il signor Cobo, primo vinificatore del Paese, ha sposato una napoletana. Conoscendo e ascoltando il signor Cobo, anche io me lo sarei sposato.
  • I turisti. Pochi, pochissimi. Sono i pugliesi che vanno a farsi il mare a Saranda, nell’albergo di lusso con le mangiate di pesce che costano un terzo che dall’altro lato, qualche motociclista, pochi francesi, i kosovari che si mescolano e si confondono, un gruppo di Avventure nel Mondo intruppato nel peggior ristorante di Gjirokastra (perché lì li manda il loro quaderno di viaggio avventuroso), uno spagnolo, qualche famiglia avventurosa col camper,  “tre sole donne sole”, che siamo noi. Abbiamo scelto i luoghi di mare non segnalati su nessuna guida, gli alberghi non indicati, i ristoranti a occhio. Ed eravamo le sole straniere.
  • Il sogno europeo. I giovani vogliono entrare in Europa, sognano impieghi e pareggi di bilancio, fondi strutturali e stili di vita. I meno giovani non si pronunciano. Per tutta una giornata, il 29 agosto, il Parlamento siede in seduta straordinaria per riuscire finalmente ad approvare la riforma del sistema giudiziario, è un momento importante, l’ennesimo spartiacque. Ma siete sicuri che volete davvero entrare? Sono sicuri.
  • Frutta e verdura. Cipolle, pomodori, fichi, cocomeri, melenzane, giuggiole. I sapori di una volta, dopo che le serre e i supermercati ci hanno fatto dimenticare il gusto delle cose,
  • Assenza di integralismi. Dopo anni di chiese e moschee trasformate in ristoranti, depositi, magazzini, c’è un grande fermento nel recupero. Ma si nasce e si muore tutti, questa è la verità, e prescinde dai riti. Osservo i manifesti mortuari e chiedo se siano uguali per tutti: cattolici, ortodossi e musulmani. Lo sono. E allora come si distinguono? Dai nomi. Musulmani che bevono e mangiano prosciutto, qualche donna isolata col burqa, le anziane greche col fazzoletto in testa, entrate libere in moschea, nelle chiese a spalle scoperte, rare campane, qualche muezzin, nessun ramadan, i bektashi che ballano e cantano. Tutti insieme spassionatamente.
  • La bellezza. Ok le donne. Uomini, potete far di meglio, suvvia.
  • I bunker. Andiamo a caccia come funghi, spuntano ovunque. Ma davvero temevate la minaccia atomica? Ma chi mai vi avrebbe bombardato? Quello del Dittatore ha 103 stanze e corridoi lunghi e tetri. Potrebbero diventare l’alternativa turistica del Paese, ma non se ne rendono conto. Li fanno esplodere per recuperare cemento a basso costo da impiegare nella ricostruzione dei palazzi. Un giorno forse se ne pentiranno, ma al momento il passato è ancora troppo vicino per ripensarli.
  • Il cattivo uso della libertà. Liberarsi della Dittatura per organizzare Schiuma Party in spiaggia. Ah, se vi vedesse Enver!
  • Le case colorate. Pitture, disegni geometrici, quadri, fantasie. Cancellare il grigiore è d’obbligo. Il lungomare a pois di Durazzo, le case sulla Lena, a Tirana, gli sprazzi di colore anche su edifici cadenti e sventrati.
  • La scarsezza numerica degli abitanti. Tre milioni in tutto, l’Albania è la Basilicata d’Europa. Gli altri sono altrove, sparpagliati, dispersi, disseminati. Sono pochi, e questo facilita in un certo senso i rapporti, la vicinanza, semplifica le relazioni. Di fronte al bell’edificio del Ministero della Cultura, non mi lascio intimorire e chiedo al custode di poter visitare il palazzo. Ci affida a una distinta funzionaria, Milena, che seppur ha appena concluso la sua giornata lavorativa, ci porta in giro, ci racconta la storia dell’edificio, le attività ministeriali “adesso” e “in quel tempo”, ci fa entrare nelle stanze. Provate a far lo stesso a Roma.
  • Compattezza etnica. Nessun africano, nessun arabo, nessun cinese. E come mai? Risata: ma chi immigrerebbe qua?, giusto due kosovari.
  • Centri di scommesse. Tanti, tantissimi, quasi uno ogni tre negozi. Più che in Italia. Più di ogni altra cosa, questa è la vera decadenza morale e materiale di un Paese. Da loro come da noi.
  • Il pop. Questa storia che remixano tutto, ma proprio tutto tutto. Nel centro commerciale arrivo a sentire un Cohen remixato, in spiaggia John Lennon. Ramazzotti remixato. Chissà che cosa canteranno mai, nelle parti in albanese.
  • Vecchie radio. Ce ne saranno migliaia, tra locali, bar, mercatini, negozi. Una per ogni abitante, forse. E tutte sintonizzate sulla voce del Dittatore. Prima che arrivasse la tv, che era invece sintonizzata sulla sua faccia.
  • Gli occhi azzurri. Ma chi ve li ha dati? Gli slavi o i normanni?
  • Gli amuleti. Agli, peperoncini, bambolotti, fantocci, pupazzi, peli di capra. Non c’è una sola impresa, che sia un negozio, una scuola, un cantiere, una bancarella, un campo arato che non abbia il suo scacciamalocchio.
  • Il raki. Un altro, per piacere. E pure altre due polpette, visto che ci siamo.
  • Il mare. Di sabbia, scoglio, liscio, punteggiato di isole, celeste, blu, verde, caldo, piatto, limpido, trasparente, cristallino. Tutt’intorno, sulla spiaggia, piccole discariche crescono.
  • Fergese. Come ho fatto a dimenticarmi il Fergese? Da solo, vale una visita al Paese.
  • Mio padre. Che nella mia gioventù ha provato con noi ad attraversare la frontiera e si è visto rifiutare l’ingresso. Che era curioso di questo paese in cui suo nonno e suo padre avevano combattuto, riportando a casa foto, grammatiche e malaria e che da oltre sette anni mi viene in sogno sempre con la stessa visione di noi due su un traghetto per Valona. A lui ho dedicato ogni singolo giorno, ogni esplorazione. Ho viaggiato insieme al suo modo di viaggiare, che mi ha trasmesso da sempre. Si sarebbe divertito moltissimo.
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