Archive for the ‘sotto la tenda di concetta mead’ Category

A spasso nella Mente

febbraio 3, 2016

Da sempre l’Arte mi interroga.

Come un infinito esame dello stare al mondo e prima di tutto in se stessi, mi si para dinanzi e invece di lasciarsi contemplare, silenziosa, mi fa un sacco di domande. Sono sempre difficili, a volte difficilissime. E quasi sempre la prima risposta non è sufficiente. Vuole che scavi, che costruisca, che elabori .

Vuole – perché possa rispondere compiutamente alle sue domande – farmi da specchio, e rimandarmi ciò che so di me. Ancor di più, ciò che ignoro di me, quel che non voglio sapere né scorgere. Ciò che temo. Ciò che bramo ma non accetto. E tutte le cose che sono frammentate, segrete, sperdute e non sempre riconoscibili.

Da ragazza, molto giovane, mi piaceva visitare le chiese e i siti archeologici. Pensavo che nelle prime avrei incontrato la marca dello Spirito e che nei secondi avrei camminato nel solco immodificabile della Storia. Da ragazza, molto giovane, pensavo inoltre che  il Diritto fosse l’emanazione della Giustizia e fosse univoco e certo. Lo pensavo anche delle Scienze, in particolare della Medicina.

Insomma, per dirla in breve, pensavo che molte cose fossero ferme e definite. E che attingendo a queste forme fisse, mi sarei stabilizzata un pochino pure io, che invece mi sentivo fragile e fluttuante.

Poi ho smesso, tranne rari casi, di visitare chiese, ho preso in uggia i siti archeologici, ho smesso di credere al diritto e alla scienza e un po’ per volta un nuovo orizzonte ha preso corpo dentro di me: ho imparato che lo Spirito non alberga nelle chiese, ma in tutti i posti possibili, che l’unica forma certa è quella fluttuante, che la scienza è figlia delle conoscenze della sua epoca e che la legge è diversa per tutti.

Ma torniamo all’Arte.

Qui ho capito che le mie esperienze di incontro artistico più intense hanno tutte un unico denominatore: la solitudine. Mi piace, che sia una mostra, un museo, un’installazione, essere sola. Non che non mi piaccia essere in compagnia. In compagnia mi piace il cinema, il teatro. Non so perché. Forse perché parlano e allora poi mi ispirano la parola, il dialogo, lo scambio col compagno, l’amica, il vicino di poltrona. Penso sia questo, ma non sono sicura.

Delle mie esperienze in solitudine, quando dico sola voglio dire due cose: essere per  esempio in un museo con altre persone, e avere l’isolamento derivante da un’audio guida. Oppure – e questo mi piace proprio molto di più – essere proprio sola a occupare lo spazio, sentirmi padrona assoluta del tempo e delle sale.

Le solitudini più intense e produttive, negli ultimi anni, le ho sperimentate allo Yad Vashem, di cui scrivevo incidentalmente qui; nelle opere di Tosatti; quel giorno che ho passato un pomeriggio cupo e dolente con Hopper e, per ultimo, qualche settimana fa, il Museo della Mente, dove ho passato quasi tre ore. Ne avevo sentito parlare anni fa, a Napoli, una sera che ero stata a una presentazione di Studio Azzurro in uno studio di architetti, dove c’era gente strana e interessantissima.

Poi è passato tempo, un bel po’ di tempo, credo quattro o cinque anni, prima che mi decidessi a visitarlo. E non certo per mancanza di tempo e di opportunità. No.

Credo che le cose si presentino quando è il momento.

E per me, l’ho capito un sabato mattina, questo era il momento adatto, dopo le Sette stagioni dello Spirito di Tosatti: l’irrompere della follia come elemento essenziale e irriducibile di qualunque sviluppo personale. Forse addirittura necessario.

In un altro momento, visitando il Museo, avrei sentito la netta separazione tra me e loro, tra me e i pazzi, con un malcelato terrore di non riuscire a inquadrare correttamente la linea di confine e poter transitare senza saperlo, senza volerlo, nella gabbia dei matti, nel recinto della follia. Ché questa è la cosa che, fin dalla gioventù, mi spaventa più di ogni altra, più dei ragni, delle pentole a pressione e delle stufe a gas: la follia, la perdita del controllo, lo smarrimento di sé e della forma senza più possibilità di recuperarla.

Oggi, dopo che questo è successo, dopo che sono caduta e mi sono rialzata, dopo aver smarrito una forma e averne trovato altre, so che siamo sempre tutti a rischio, che le strade sono accidentate e le sensibilità scivolose e che la linea di confine non esiste più, non esiste davvero, non è mai esistita.

Come scrivevo  a completamento della visita, settimane fa, se un museo non ti racconta di te, quel museo ha fallito. Se un’opera d’arte non ti apre uno spiraglio di ulteriore conoscenza sul tuo conto, non è arte. Secondo me questa è la regola. Semplice, basilare.

Il Museo della Mente ha il grande pregio non già dell’interattività, come comunemente intesa – sì, c’è anche quella – ma dell’immedesimazione: farti attraversare l’esperienza della pazzia prima di parlarti dell’istituzione manicomiale, ridurre quanto più possibile la separazione tra te e l’Altro, riuscire a farti sentire cosa sente.

Geniali espedienti audiovisivi ti fanno udire le “voci”, sia quelle altrui, sia la tua propria, captata con un sofisticato meccanismo. La stanza della schizofrenia ti permea completamente e ti fa provare l’esperienza dell’esasperato dialogo interno, dello sdoppiamento, dell’istigazione al suicidio.

Dopo le voci sperimenti l’alterazione spazio temporale, grazie a uno specchio che ti rimanda la tua immagine profondamente invecchiata e i tuoi gesti sconnessi, alterati.

Un tableau di fotografie si anima nel momento in cui, seduta, inizi a ondeggiare su te stessa, come presa da un moto irreferenabile, e faccioni compaiono vicino al tuo viso e ti parlano, sommergendoti di storie.

Una stanza, dalla quale sbirci attraverso un foro, ti mostra una realtà dimensionale stravolta e per uno strano gioco di autopersuasione ti convinci che quel che vedi sia normale, pur di non accettare che le realtà siano diverse, plurime.

Questa prima parte, da sola, sarebbe già sufficiente: ti conduce attraverso i sensi a una comprensione che altrimenti coglieresti solo per le vie intellettuali, con quel distacco protettivo atto a farti comprendere che tra te e loro c’è un abisso di lontananza, una differenza irriducibile. E invece non è così.

La seconda parte, dopo che sei stato toccato nel profondo del sentimento, inizia a raccontarti di loro, di chi per una vita è rimasto confinato tra le mura di un’istituzione sostanzialmente carceraria, violenta, fatta di abusi e ipocrisia, come obbligare i pazienti a mangiare tutto con il cucchiaio, per timore di ferimenti e al tempo stesso, quasi come una promozione, costringerli a un lavoro coatto di muratura, giardinaggio, fornendo loro strumenti molto più pericolosi di una forchetta o un coltello.

Fino allo sciopero della fame organizzato da Lia Traverso, per reclamare le posate.

Pazienti geniali, inventori di mondi, come Gianfranco Baieri, pittore del tempo e di orologi e Oreste Fernando Nannetti, graffitaro antelitteram e autore di un epistolario vivido e immaginifico ai parenti che lo dimenticarono lì per sempre.

Per tutta la durata della visita mi torna in mente La Pecora nera di Ascanio Celestini.

E poi la ricostruzione degli ambienti: la stanza del medico, il refettorio, la stanza di contenzione, la fagotteria.

E i documenti visivi che riportano le interviste di tutti quei medici e infermieri  che vollero battersi per rendere l’istituzione più umana, bloccare il furto delle derrate destinate ai pazienti, abolire le punizioni corporali e le percosse, grandi, silenziosi e ignoti Eroi del Bene, che raccontano come il Manicomio, privo di fondi e attenzione pubblica, si sia sostentato anche grazie alla vendita dei manufatti artistici dei suoi abitanti, il cui ricavato è andato per intero alla comunità e mai ai singoli.

Dal Museo della Mente si esce adulti e sofferenti.

In qualche modo migliori.

Vuoi salire? Ti mostro la mia collezione di metafore.

aprile 9, 2013

Che poi pure al gruppo delle casalinghe disperate, come le chiamo io per scherzare, che casalinghe non lo sono affatto e forse sì, solo un po’ disperate, ma neanche molto, che se uno tende una mano per farsi aiutare vuol dire che già non è più disperato, già ha dentro di sé l’energia, le risorse, la volontà di traversare il ponte, passare il guado, trasportarsi altrove, con e senza i bagagli di una vita – preferibilmente senza, ma sfortunatamente e inevitabilmente con – magari lasciando qualche masso zavorrante, solo quello, e insomma, l’altra sera – tira un respiro Flounder, movimento di diaframma, che quando sei concitata parli velocissima senza pause non respiri e poi dimentichi tutto– si parlava di metafore.

Delle mie, metafore. Che ce n’è sempre una buona per l’occasione, pronta come un pane appena sfornato. Come un coniglio che salta dal cappello (metafora prestidigitatoria), come un lapsus (metafora psicoanalitica), un’erezione ballerina (metafora da scarso controllo).

Ora, io sono convinta da sempre, gravemente convinta che la metafora non sia un artificio letterario, ma un fatto scientifico. Un fatto che ha a che fare con la struttura del cervello. Prima o poi troverò qualcuno che me lo spiegherà, spero. Anzi, qualcuno l’ho già trovato: una coppia di signori che si chiamano Lakoff e Johnson. Dai quali mi aspetto che mi dicano se viene prima l’uovo o la gallina (metafora veterinario evoluzionistica), se il cervello che si muove per metafore è generato da una precoce esposizione alle stesse – tipo la nonna che per tenerti buona ti mette in mano la Settimana Enigmistica -o se, all’inverso, è un cervello conformato così e cosà che produce metafore invece di pensierini.

Sicuramente gioca la questione del raccordo tra micro e macro, il confronto analogico tra diversi punti, luoghi, aspetti della realtà. Quella fissazione a voler trovare il punto comune, la regola condivisa di funzionamento di tutte le cose, il fil rouge (metafora guidopancaldiana).

La metafora, ordunque, è un metodo cognitivo, qualcosa che ti permette di accostare due distinti ambiti del sapere e li raccorda. Non come una similitudine, che ti informa che se la cosa A funziona in questo modo, anche la cosa B avrà un simile andamento.

No. La metafora funziona piuttosto come dicevano quei due tizi – alquanto odiosi e ripetitivi, a onor del vero – che sostenevano il concetto di Rimediazione: non l’accostamento, ma la trasposizione di un sistema in un altro, che incorporando delle caratteristiche simili, ma in parte diverse, genera dei contenuti innovativi che a loro volta possono poi riversarsi sul primo sistema, quello più obsoleto, e illuminarlo di luce nuova (metafora elettrica) o infondergli nuova linfa (metafora agronomica)

La metafora dà ordine al mondo, al sistema concettuale. Lo informa di un certo tipo di andamento: la vita è un viaggio, l’amore è una traversata, la politica è una guerra, le organizzazioni sono piante e così via. Ma mica così, a casaccio. No, no. Su una base percettiva, condizionata dalla nostra conoscenza della fisiologia, del nostro umanissimo senso dello spazio e del tempo. Ed è per questo che poi le metafore riescono ad essere largamente condivise, proprio perché fanno appello a una conoscenza sperimentata da tutti, tanto generale e generica quanto pregnante (metafora ingravidante). Una conoscenza infusa (metafora bagnata, metafora fortunata), incarnata. Embodied, come dicono gli esperti.

(Embodied è una parola che si porta assai, ed è molto chic usarla. Ultimamente va per la maggiore in treatment, ma ancora non l’ho mai usata, un po’ per pudore, un po’ per mancanza di tempo e opportunità)

La metafora, allora, deve restare sul vago.

Che se noi diciamo che la tizia è una quadrata, lo capiamo tutti.

Ma se ci spingiamo a sostenere che la tizia è quadrata, con il lato misurante 37 centimetri, ci pigliano per scemi.

Ma non è tutto.

Una volta che la metafora si è insediata (metafora di tipo stanziale) nei nostri sistemi culturali, e viene dimenticata come tale, li modella dall’interno e li rafforza.

Per esempio il fatto della concezione del tempo: noi occidentali abbiamo un’idea di tempo lineare, progressivo, che parte da qua e arriva là e talvolta prevede l’ingresso della Provvidenza; gli orientali hanno un concetto circolare, in cui prima o poi devi ripassare sullo stesso punto, in questa vita o nelle prossime in cui ti reincarnerai in forma d’uccello, abete natalizio o Buddha.

Questo fa sì che per noi il futuro sia davanti e il passato dietro, pronto anche a pugnalarti o peggio (metafora anal-assassina), mentre per loro tutto questo fatto di davanti e dietro non conta, sicché non corrono rischi, fanno una giravolta e stanno sempre nel qui e ora.

(Bisognerebbe a questo punto chiedersi se per gli orientali valga allora tutto il fatto dell’amigdala che immagazzina i ricordi e poi te li rilascia quando meno te lo aspetti, boicottandoti l’esistenza, ma le cose finirebbero per complicarsi oltre modo, dando la stura – metafora alcolico-idraulica – a tutta una serie di riflessioni sulla possibilità di psicoterapie in culture diverse e bla bla, ma oggi non è cosa).

Questo fa sì che tutto quel che è pieno per noi è bello e buono, mentre tutto quel che è vuoto è bello e buono per loro e dunque tutti i contenuti metaforici che facciano appello ai concetti antitetici di pieno e vuoto finiscano poi per ingenerare pesanti confusioni sul significato.  La stessa cosa per il concetto di su e quello di giù: a noi ci piace su e a loro giù. Che potrei fare degli esempi sui matrimoni misti, ma è meglio che lascio perdere, se no poi sembra che sto mandando la metafora in caciara.

Adesso, senza troppo soffermarci sull’interculturale e giusto per restare qui, a casa nostra, risulta evidente che, con un minimo di attenzione, possiamo arrivare a conoscere qualcuno in profondità (metafora polisemica, che abbraccia geotrivellazione, archeologia, simbologia ctonia e sesso) non già grazie ai contenuti verbali che ci trasmette, ma al modo in cui li ordina e li infiocchetta (metafora dell’incontro come dono, rarissimo in natura, sopravvalutato in cultura).

Fuori da ogni scherzo e scemità, sono convinta che l’organizzazione metaforica del discorso ti consegna (metafora postale) la Weltanschauung dell’individuo. Un’operazione di decodifica e comprensione sicuramente difficile da fare nel discorso verbale, ma assolutamente più semplice se con calma e pazienza si esaminano gli scritti di qualcuno.

Scopri così interi ragionamenti che fanno capo a un dominio source basato sulla pulizia, sugli elementi naturali, o sul cibo, sul tempo. Su quella che è la caratteristica mentale organizzativa di ognuno di noi, una caratteristica così radicata e inconsapevole da condizionare tutto quanto segue.

Sicché verrebbe da credere che le incompatibilità, tutte le incompatibilità che sperimentiamo, che praticamente si traducono in discussioni senza fine, fraintendimenti, abbiano tutte la loro origine nella concezione metaforica del proprio universo interiore: come posso pensare di affidarti il timone della mia vita se pensi che l’amore sia una passeggiata? E come potrai mai dormire tra due guanciali mentre io penso che il nostro rapporto è ormai alle corde?

Va bene, Flounder, ma se le cose stanno così allora i colpi di fulmine (metafora meteorologica) e le antipatie a pelle (metafora dermatologica) non sono altro che l’incontro o lo scontro di due sistemi metaforici che si riconoscono o si disconoscono battendo sul tempo il ragionamento consapevole? E’ mai possibile che la percezione sensibile sia talmente rapida e immediata da tirare fuori, all’istante, tutto l’arsenale metaforico (metafora belligerante) per piacersi o dispiacersi? E soprattutto, quanto è ingannevole, tutto questo, alla resa dei conti (metafora vangelica, Luca)?

Quanti matrimoni o società d’affari sono andati in frantumi (metafora non infrangibile) perché non s’era partiti (metafora da formula uno) con la metafora giusta o un progetto di metafora condivisa mentre invece si credeva che?

E io questo non lo so, non lo so dire.

E nemmeno so trovare un rimedio utile alla bisogna.

Però bisogna starci attenti, alle metafore. Son cose fondamentali e delicatissime.

‘O cazzo nun vo’ pensieri. Un breve compendio di biologia, neuroscienze e saggezza classica.

gennaio 5, 2013

Ogni anno ha un inizio tutto suo. La sera del primo gennaio, mollemente adagiata su un divano non mio, in una casa non mia, con un bel libro non mio in mano, facevo una pausa di lettura e mi chiedevo che cosa ne sarebbe stato di me, di quest’anno che entrava, del come ci sono entrata io, esattamente all’opposto di come avrei immaginato di volerci entrare. Mi chiedevo se c’era qualcosa che potessi già immaginare o desiderare, se fosse già il momento di cominciarci a pensare o invece lasciar fluire gli eventi, attendere. Se essere paziente o assertiva, se sollecitare il destino o lasciarlo pigramente al fatto suo, visto come  si era comportato negli ultimi tempi. Poi, un po’ per pigrizia, un po’ per una strana sensazione di dolcezza ovattante, da penombra non mia, copertina non mia e musica non mia di sottofondo, mi sono detta che non era il giorno giusto per pensarci. Che questa prima settimana era una vacanza della mente, dello spirito. Una vacanza dall’ansia, soprattutto. E così sono andata direttamente al due gennaio, intendendolo come primo giorno dell’anno. Pronta all’ascolto di qualunque cosa incontrassi, senza pregiudizi. Con un senso di grande libertà di spirito e di novità. Come se nulla fosse mio, né dovesse diventarlo.

Io poi ammetto che per quanto mi interessino la psicologia e le neuroscienze, poi alla fine resta un fatto amatoriale, anche un po’ ignorante. Tipo che mi credevo che il cervello limbico, quello con tutto il fatto dell’amigdala, era il cervello antico, il più antico che possedevamo. E invece no. In un tot di ore, e anche a più riprese, mi sono sentita tutta la spiegazione che mi ha fatto l’amico mio scienziato. Vabbè, scienziato è parola grossa. E in effetti pure amico mio è eccessivo. Insomma, il tizio che mi ha spiegato il cervello e pure un sacco di altre cose.

Pare dunque che l’uomo non abbia istinti. Che detta così non sembra credibile. E invece lo è, perché mi ha spiegato che confondiamo l’istinto con la pulsione: il primo è autoregolato, il secondo è condizionato. Che detto più terra terra vuol dire che l’animale ammazza solo per mangiare, si accoppia durante il calore, trasmigra quando fa freddo e cose così. Mentre noi beviamo whisky, fumiamo sigari cubani e ci mettiamo le calze a rete. Ma non è così banale e riduttivo. Il problema è proprio del mammifero in quanto tale, fosse pure leone o gazzella: se li tieni in cattività e poi li liberi nella giungla, si sono scordati chi sono e si fanno sopraffare pure dal gattino di casa. Se invece fossero rettili, li potresti tenere in cattività per generazioni, poi prenderesti l’ultimo serpentello della covata, dopo trecento anni che la famiglia vive in un terrario, lo porteresti nella foresta, e quello saprebbe perfettamente che deve fare per non farsi fottere. E forse pure per questo si dice, di qualcuno che sa sempre come fregarti, che è una serpe. Ovvi’, la saggezza popolare?

Da qui la teoria del cervello tripartito, che è di un tizio che si chiama, forse, Mc Lean: pare che in testa abbiamo un cervello rettiliano, uno limbico e uno un po’ più moderno. Il primo ci serve a scappare se sentiamo puzza di gas, se vediamo una tigre nel salotto. E’ quello che mantiene l’omeostasi, protegge il sistema cardiaco, riproduttivo, presiede al senso dello spazio, del territorio e del significato puro, prima ancora che ai livelli superiori intervenga la pippa mentale o la complicata costruzione di autogiustificazione e autoindulgenza per fare qualcosa che ci piace. Il secondo è quello che ci fa piangere al cinema, ci fa innamorare di una tale e quale a mammà, che ci ricorda l’umiliazione dell’interrogazione della seconda elementare, ci fa abbracciare la tale fede politica e presiede alla produzione di tutte le madeleines dell’universo. Il terzo, infine, un poco più moderno,  serve a fare le cose cognitive: addizioni, sottrazioni, rime baciate, contabilità, arte figurativa, passi di cha cha, calcolo del mutuo, preparazione di pasti in tre portate per gruppi di quindici persone e cose così.

Ora, parrebbe che lo sviluppo e l’evoluzione del cervello, nonché la sue successive specializzazioni funzionali, tipo i lobi frontali e tutta questa parte deputata alle funzioni cognitive, abbiano parzialmente scalzato il cervello rettiliano, imponendogli una nuova tempistica, regole diverse, un migliore adattamento al mutamento ambientale, ma al prezzo di privare l’uomo del suo istinto per compensarlo con la moneta falsa delle pulsioni, che sono una specie di istinto deviato, starato, una memoria dell’istinto che però viene contaminata dalle immagini che il lobo frontale raccoglie e che assolutamente identifica come realtà. Il problema delle pulsioni è che non sono capaci di autoregolazione, a differenza dell’istinto. E questa è la ragione per cui si diventa alcolisti, tabagisti, obesi gravi e maniaci sessuali. Per cui bisogna intervenire sul mondo delle pulsioni per regolamentarle.

A questo punto sorge il problema, perché se da un lato sappiamo che l’istinto sta conservato e acquattato nel cervello rettile, proprio dove comincia la colonna vertebrale, non sappiamo esattamente, dove si formino le pulsioni. O meglio, sappiamo che si formano a metà strada tra il cervello limbico, che è quello emotivo, e il cervello moderno, neocorticale, cognitivo. Quello che non a caso governa il Talamo, ma di questo parliamo dopo. Forse. Ma anche no. Che mi torna tutto il dispiacere.

Stando a metà strada tra i due sistemi, le pulsioni diventano un fatto difficile da governare, sono tutte un mescolamento di immagini e ricordo, sogno e paradosso, violenza e paura. E allora, arrivato a millemila anni fa, ecco che l’uomo, per governare le pulsioni, ti inventa via via i sistemi sociali, i riti, le religioni e le psicoterapie. Ovverossia dei sistemi di controllo complessi che giocano sui due cervelli, quello limbico e neocorticale, secondo le loro diverse modalità, e un poco col senso di colpa e il ricordo della dolcezza perduta, un poco con esercizi da praticare quotidianamente e ampie negoziazioni tra un lobo e un altro, ti permettono di stare al mondo in maniera più o meno decorosa.

In effetti si tratta di uno scambio conveniente: in cambio della possibilità di vivere in case col riscaldamento centralizzato, il pc, il telefono, il frigorifero, la lavatrice e il cane, di andare per cinema e musei, di poter diventare scienziati, ingegneri, poeti, santi e navigatori, noi cediamo l’istinto belluino e cerchiamo, nei limiti del possibile, di non scoparci la moglie di nostro fratello. Ma al di là della convenienza, pare si tratti in realtà di uno scambio necessario, dovuto all’evoluzione, per cui non resta che capire il funzionamento e vedere il buono e il malamente che c’è dietro la perdita dell’istinto e come ce la possiamo cavare per passare questi settanta, ottant’anni che teniamo a disposizione in questa terra.

Fondamentalmente, la prossima volta che sentite qualcuno dirvi che è un tipo istintivo, potete scegliere se farvi una risata o sputargli direttamente in faccia, secondo se volete attivare la vostra neocorteccia ed essere civili o affidarvi in toto al sistema limbico.

Dopo circa un’ora e mezza di questa spiegazione, il mio mentore è passato all’argomento successivo: ovverossia, il governo delle pulsioni. Premesso che non ci sta niente da fare, l’istinto non lo possiamo recuperare, la cosa migliore che possiamo fare è regolare le pulsioni in modo da allinearle su ciò che l’istinto farebbe, se fosse attivo. E qua le cose si complicano, perché se fosse così semplice, non ci sarebbe un mondo di pazzi, di gente che si compra il viagra per le défaillances ansiogene, di cocainomani o casalinghe ossessionate dal calcare nella vasca da bagno. Il problema è che il cervello limbico la fa da padrone.

Mi spiega il mio conferenziere privato che basta munirsi di un libro, le Lettere a Lucilio di Seneca, e leggerlo e introiettarlo fino a farne natura propria. Rileggerlo per settimane, mesi, applicando quanto si è letto e osservando intorno a sé quanto, di ciò che si è letto, si verifica ad altri. Leggere solo questo, senza concedersi, per lungo tempo, ulteriori stimoli intellettuali. Il problema, mi dice, non è ottenere il bene e accumularlo, ma riacquisire quello perduto. Immaginarci come un mastello e controllare tutte le doghe, per valutare che non ve ne sia una un po’ più bassa d’altre che faccia fluire all’esterno i contenuti immessi. Nel caso, sostituirla.

Pensarsi come pianta, vivere sapendo che siamo regolati dalla legge di Liebig, che non c’entra col brodo di carne, ma con la consapevolezza che la nostra crescita è influenzata non dall’ammontare delle risorse disponibili, ma dalla disponibilità di quella più scarsa. Solo l’aumento della somministrazione della sostanza più scarsa favorisce lo sviluppo e la crescita. Cercare la falla, il minimo presente in noi stessi e nutrirlo.

E’ stata una settimana istruttiva, non c’è che dire.

Lévi-Stro’€™, vafancu’€™.

dicembre 16, 2010

Che poi, dopo un tot di esami di antropologia in cui ci stava sempre in mezzo questo fatto qua di Lévi-Strauss e le strutture elementari della parentela e tutti i fatti delle filiazioni, delle alleanze, delle discendenze, e io puntualmente a chiedermi: sì, ma a me che me ne importa?, a un certo punto, approssimandosi il Natale, ho avuto l’illuminazione.
Gli studi sulla famiglia e la discendenza servono a capire le dinamiche organizzative del cenone di Natale. Lo so ogni anno, ma poi per il resto del tempo me lo scordo.
Prendiamo il soggetto Ego, figlio di [X e Y], nonché fratello di [Z (maschio) e W (sorella)] a loro volta sposati con Q e T e genitori rispettivamente di [R, S e P] e [O e M]. Non dimentichiamo che Q e T sono a loro volta figli di qualcuno, fratelli, sorelle e cugini incrociati di qualcun altro.
Lo so, dovrei disegnare uno schema, per raccapezzarcisi, ma era giusto per darci un’idea.
Come si stabilisce la compagine del gruppo cenante?
Come si determina la location della cena?
Residenza virilocale, uxorilocale o neolocale?
Composizione patrilineare, matrilineare o ognuno a casa sua?
A partire da quando è ammesso un sovvertimento delle regole? Dal matrimonio di tutti i figli o solo di alcuni?
E se non si sposano e convivono?
Dalla nascita di nipotini?
E il sesso di questi ultimi, nonché il fatto o meno che portino il nome del nonno, come influisce sui posti a tavola?
La vera domanda è un’altra: chi fa famiglia con chi. E soprattutto: perché?
Cosa, simbolicamente, rappresenta una modifica degli schemi agli occhi del gruppo allargato?
Io sono per la delocalizzazione delle feste presso le case dei più giovani, di quelli recentemente sposati.
Che poi a me questo fatto che si deve stare per forza tutti insieme, mi piace e non mi piace.
Mi piace fuori dai pasti, per esempio. La tombola, il mercante in fiera e le fette di pandoro.
Non mi piacciono le facce appese se poco poco si sposta una virgola, una sedia, un’abitudine.
A me le feste mi toccano i nervi.
Perché poi ci stanno quelli onesti, che dicono che a certi fatti ci tengono, e quelli che dicono che non ci tengono, ma poi non è vero. Oppure veramente non ci tengono, ma poi il ricatto affettivo del sangue prende il sopravvento e ci devono tenere per forza. Eccomi, sono io.
Allora l’altra sera ho preso un tassì nel centro di Napoli.
Faceva freddissimo.
Il tassista mi ha raccontato tutto questo fatto che aveva prenotato un agriturismo a Montella, in provincia di Avellino, e se ne andava là con tutta la famiglia, 24, 25 e 26. Che sono sedici figli e ogni anno succede il lutto o devono stare tutti ammassati e a fine serata si appiccicano con le mogli che si sono fatte un mazzo tanto in cucina, sono andate dal parrucchiere – inutilmente – e dopo puzzano di pesce e frittura, e soprattutto non tengono genio di pazziare perché stanno troppo stanche.
Però lui non stava contento di andare a Montella, ci andava solo per la moglie, perché se no quest’anno finiva a mazzate. Che il 24, il 25 e il 26 sono i tre giorni in cui a Napoli si fatica di più, con i tassì. L’anno scorso alle dieci di sera stava ancora lavorando ed è arrivato tardi a cena.
Poi a gennaio e febbraio si fa la fame. Quest’anno si fa pure a dicembre, che i turisti sono pochissimi e a Napoli non ci vogliono venire più.
Quando ho pagato i sei euro e quaranta, mi ha fatto specie che prima di mettersi i soldi nel portafogli, si è fatto il segno della croce e se li è baciati.
Poi mi ha fatto tanti auguri, mi ha detto: signo’, speriamo che a Montella non fa freddo. Ma soprattutto speriamo che nun ce ‘ntussecammo.
Torniamo a noi.
Io quest’anno combatto contro dolori veri e immaginari.
Per fortuna quest’anno non sono i miei, ma mi sono così vicini che non fa differenza.
Combatto contro fisime e paranoie. Nemmeno queste sono le mie, ma stanno così vicine che non fa differenza.
Io quest’anno – più di ogni altra volta nel tempo – penso che ci avete rotto il cazzo, voi e il Natale.
Voi siete la pubblicità, i commercianti, il traffico, ‘a nonna, ‘a zia, quella che deve sgravare, quella che tiene i figli malati, quello che non parla con la cognata, quella che vuole stare solo a casa sua, quella che p’ammore ‘e Ddio non voglio stare a casa mia, quello che dice non facciamo i regali, quella che aggiunge che è solo un fatto di tirchieria, le luminarie, le letterine, gli sms di auguri, le carte oro e argento, la solita storia di chi cucina e cosa, chi va alla messa e chi vuole la tombola, chi non tiene i soldi per i regali perché è stato licenziato ma si sente moralmente costretto a farli, gli emigrati che tornano una volta all’anno, i residenti che approfitterebbero delle feste per espatriare ma siccome tornato gli emigrati si devono stare, chi tiene lo storzillo che si è lasciata col fidanzato e lo devono pagare tutti quanti.
Che uno alla fine un progetto alternativo del Natale ce l’avrebbe.
Ma le strutture elementari della parentela sono peggio della camorra: nun puo’ sgarra'.

Di mamma non ce n’è una sola.

aprile 22, 2010

Mentre scartabello una serie di testi in cerca dell’Idea – e più che dell’Idea della Chiave – mi imbatto in un saggio sullo sviluppo umano come processo bioculturale che si sofferma in particolar modo sul parentering. Come si dirà parentering in italiano? Stile genitoriale? Competenza parentale? Vabbè, ci siamo capiti.

All’inizio lo sottovaluto, poi mi ci appassiono.

E’ che io sono dell’idea che se incontri il Buddha per la strada non lo devi uccidere subito, ma gli devi dare mandato di uccidere la mamma, il capufficio, lo psicologo, eventualmente la suocera e il cane e dopo, a missione compiuta, freddarlo alle spalle col silenziatore.

E’ solo che questa volta il Buddha diceva cose  interessanti, sicché l’ho risparmiato.

Ho letto il saggio fino in fondo, quarantuno pagine, per scoprire che sono una mamma cinese.

E di colpo mi sono ricordata del libro di Bollea, Le madri non sbagliano mai, che avevo letto e profondamente assimilato mentre portavo con orgoglio il pancione, per rassicurarmi che qualunque cosa avessi fatto da mamma, sarebbe andata bene.

Più che altro per l’impossibilità di percorrere strade alternative, visto che siamo culturalmente condizionati. Mamma cinese. Mah. Cinese a chi?

Dunque mia figlia ha iniziato il suo primo giornalino scolastico, dopo la redazione a quattro mani di un romanzo d’appendice illustrato, insieme alla sua amichetta del cuore. Entrambe figlie di divorziati, avevano ipotizzato una storia d’amore con happy end, ma alla fine ci hanno ripensato e i due protagonisti, nonostante la casa, i bambini e il cane, si lasciano e lei finisce con uno più giovane.

Direi che il realismo non manca.

Ero stata tentata di patrocinare il lieto fine per preservare una sorta di infantile speranza, ma poi sono stata zitta. Se la comunità prevede il divorzio e il toy-boy, così sia.

Il fatto sociale batte il fatto individuale uno a zero.

Ma torniamo al giornalino.

Mia figlia lo inaugura con una vignetta – è particolarmente versata nel disegno – raffigurante un Berlusconi con le rughe del corruccio e visibilmente preoccupato e una didascalia che recita: L’amore vince sempre sull’odio, Berlusconi crede che  ci salverà dalla sinistra…ehehehehe.

La madre cinese che era in me – quando ho appreso della vignetta pensavo ancora di essere una mamma italiana – è stata innanzitutto orgogliosa, poi si è perplessa e  le ha chiesto se la maestra avrebbe apprezzato l’ironia e infine ha concluso che non stava bene, a dieci anni, esprimere posizioni così nette senza una precisa cognizione di causa e senza conoscere l’opinione prevalente. Per quanto condividessi, era dominante l’idea che a dieci anni si deve stare al proprio posto.

Come è uscito ‘sto fatto della mamma cinese?

Leggendo di vari studi condotti sul parentering nel mondo ho scoperto che le culture che si basano sull’interdipendenza – dunque quelle asiatiche, in particolar modo – producono bambini con un precoce sviluppo delle capacità di autoregolazione. Non solo. Parrebbe che le mamme cinesi tendano ad assumere in ruolo direttivo nel porre domande ai bambini sugli accadimenti, e a collocare i loro racconti entro precisi contesti relazionali che mirano all’armonia e a costituire il Sé non come fatto individuale, ma come parte di una comunità sociale.

E per finire, quando il figlio della mamma cinese vive qualcosa di spiacevole, anziché rassicurarlo, come farebbe un’americana o un’europea, la sino-mamma legge l’accaduto alla luce delle regole di condotta che è necessario rispettare nella comunità e orienta lo spirito del bambino al benessere comunitario piuttosto che a quello individuale.

Una mamma cinese, senza alcun dubbio.

Non una mamma come gli efé dello Zambia o i !kung san del Botswana, che si caricano i piccoli alle spalle e non ci parlano mai e li fanno allattare da cinque donne diverse. Non una mamma americana che invece di dirigere consiglia, e neppure una mamma inglese che commenta in un modo che vedevo fare alla mia amica Jane e trovavo curioso assai, così dissimile dal mio. E nemmeno una mamma giapponese che rende il figlio un principino per il primo triennio di vita, in prospettiva del training militaresco che lo aspetta alla materna.

No.

Proprio una mamma cinese, che mostra ai bambini oggetti sconosciuti e spiega come si usano, dettagliatamente. Una mamma che antepone l’interrelazione al principio di individuazione. Una mamma che privilegia al contatto corporeo l’obbedienza alla regola. E altre cose. Il che spiegherebbe le continue richieste della figlia di cene a base di germogli di soia, spaghetti di riso e cose così. Una cinesità inconsapevole, povera creatura.

Insomma, alla fine della lettura ero senza parole, convinta che il mio modello educativo, fatto di buona educazione ed enorme rispetto della comunità, fosse un fatto del tutto italiano.

Come potevo pensare una cosa del genere, osservando la mala educaciòn che ci circonda? Per stupidità, senza dubbio.

Pare che le mamme italiane siano come le portoricane: imboccano i figli e vedano nella trasgressione, nel capriccio, nell’insubordinazione, un momento di valorizzazione individuale e segno di personalità, anche se poi sbraitano. Ma sbraitano con orgoglio.

Le mamme latine sono quelle che creano i figli viziati, bulletti, con il delirio di onnipotenza e incapaci di procrastinare il momento di soddisfazione. I figli sfaticati, egoisti. I figli perennemente figli, i figli dittatori e insicuri a un tempo.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenissi e mi sono risposta che vengo da una famiglia mista, con una madre mediterranea e un padre che aveva i piedi nello Yang-tze-Kiang, senza nemmeno saperlo. Un padre confuciano moderato.

Mi sono chiesta da quale famiglia provenga mia figlia e mi sono detta che viene da una mamma cinese e un padre confuso. Chissà cosa ne verrà fuori.

Mamma, stasera facciamo la pizza?

Sì, ma la mangi con le bacchette. Per coerenza.

‘a Juta a Montevergine

febbraio 2, 2010

E insomma è cominciata così, con una telefonata a Hanging Rock.
Hanginro’, ti voglio fare una proposta oscena che più oscena non si può.
Uh mammamia, e che è?
Ci vogliono tre requisiti: primo, domani ti devi mettere in ferie; secondo, stasera vieni a dormire qua; terzo, ti devi vestire come se andassimo sulla neve, giacché andiamo forse sulla neve.
Ma queste amiche manageresse dalla sera alla mattina non si possono disimpegnare, sicché ci ho messo una pietra sopra.
Poi è stata la volta di mia figlia la decenne.
Giocavamo a quel gioco che uno pensa un animale e l’altro fa le domande per indovinare.
Lei pensa, io indovino.
Ciccipuffi, rispondi correttamente, sennò mi depisti e mi incazzo.
Bipede o quadrupede?
Bipede.
Volatile?
Sì.
Commestibile?
No.
Come no?
No.
Aspe’, Cicci, che tu mi confondi. Lo struzzo per te è volatile?
No, mamma.
E la quaglia è commestibile?
Sì, ma io non la mangio, mangio solo le uova.
E perché la quaglia no? Mo’ dimmi che differenza c’è tra la quaglia e il polletto!
Uffà, mamma, da quando fai questo fatto dell’antropologia non si può parlare più, con te. La quaglia non me la mangio perché non fa parte della mia cultura, sei contenta?
Che è ‘sta cosa della cultura? La quaglia è quaglia, con la pancetta intorno.
No, mamma, sei fissata. Io adesso se ti racconto che Karina (compagnella di classe ucraina) ha litigato con Stefy, tu mi rispondi che sono le loro culture che cercano il contatto col conflitto.
Giuro, quant’è vero Iddio, ha detto così. Ho creato un mostro. Fra dieci anni farò la fine dalla mamma di Pietro Maso. Per di più da quando frequenta il laboratorio di teatro è diventata una pagliaccia. Tale madre, tale figlia, che ci posso fare?
Sapessi mamma, mentre loro litigavano le culture facevano il tifo: vinco io, no vinco io.
E rideva. 
Mamma, a te l’antropologia ti fa male.
Poi l’amichetta archeologa: eddài, vieni, anche se fa freddo. Poi balli e ti passa.
Morale della favola: sono uscita per andare in ufficio, mi sono portata dietro macchina fotografica e cappello e a metà autostrada ho deviato per Avellino e sono finita a Montevergine. Neve alta così, cellulare scarico e serbatoio in riserva. L’amichetta nella notte si era sentita male, sicché sopra a quel pizzo di montagna innevato stavo sola sola.
Sola sola per modo di dire: almeno cinquanta bus, centinaia di auto. Paranze, vecchierelle, femminielli e trans.
Pazza, pazza! Me lo ripetevo da sola, mentre andavo alla festa della Candelora. Ma la demoetnoantropologa che è in me non ammetteva scuse.
A dispetto delle mie tendenze tanghere, non ballo la tammurriata. Il perché non lo so nemmeno io, forse perché faccio parte di una cultura urbanizzata. Mia nonna schifava la cultura popolare, diceva che era subcultura. Si incazzava con la zia Assuntina che levava il malocchio e ci metteva le bustine di sale nei cappotti. Non andava in Chiesa e non credeva nell’aldilà, aveva un domestico femminiello e tra una Domenica Sportiva e un Rischiatutto si leggeva l’Arcipelago Gulag e la Scuola di Barbiana. Ma quel che è peggio, me li faceva leggere pure a me, a dispetto della mia quarta elementare.
E’ che io ho le tendenze culturali represse, questo è il fatto!
Vabbè, torniamo a Montevergine. Questa Madonna qua – una Madonna nera – sopravviene a un culto di Iside, poi Cerere e Demetra. Protettrice degli schiavi, in senso stretto e lato – quindi pure le pulsioni inopportune che la fanno da padrone -, delle donne sterili e dei femminielli.
Mi piace assai quando il potere sopravviene – in questo caso la Chiesa – ma la povera gente, il popolo, riesce a mantenere una sua eredità. In questa storia di povere genti il potere non riesce ad avere completamente la meglio ma restano queste sopravvivenze antiche che vengono riassimilate e mai del tutto espunte.
Caro Foucault, diceva Derrida, ma come puoi mai sostenere che la ragione ha estromesso la follia? Essa se ne nutre, si forma grazie alla follia. 
E Foucault rivisitava le sue tesi e stabiliva che potere e resistenza sono intimamente connessi, che l’Alterità si insinua nel Medesimo e lo sovverte dall’interno. E lo fa esistere grazie alla perpetua commistione. 
Mammamia, e come sto divagando. Ferma, Flounder, concentrati.
Allora arrivo a Montevergine e per prima cosa noto un fatto stranissimo: l’indifferenziazione sessuale. La maggior parte della popolazione presente era gravemente obesa (a propo’, la conoscete la canzone di Gaber? Me l’hanno fatta sentire ieri, mi è piaciuta moltissimo). In questa situazione di pliche nucali, panzesche e doppiomentesche già risultava difficile capire chi era maschio e chi era femmina, se non si fossero aggiunti a complicare la situazione i trans e le femmine ritoccate: labbra e tette e zigomi enfiati che non si capiva niente.
Mi sono arresa dopo dieci minuti e mi sono data a seguire i gruppi che spontaneamente si formavano per suonare e ballare.
E lì mi sono imbattuta in un repertorio canoro per me del tutto nuovo, io che sono abituata ad Alli uno e Bella figliola e cose conosciute.
Un dialetto strettissimo e canti a sfondo sacro, per lo più invocazioni alla Madonna, la Mamma Schiavona,  nei quali risuonavano allusioni inequivocabili, che trascrivo dal mio antropologico taccuino:
me piace ‘o capitone co’ tutta ‘a pelle
vulesse sagli in cielo co’n’asta longa longa
madonna famme ‘a grazia e famme addiventà chillo ca piglia pisce.
Se poi si aggiunge che a intonare i canti e a ballare erano certe biondone ultra sessantenni con un poco di barba residua e le sopracciglia disegnate a matita, mi pare che non si possa dare adito a dubbi.
Intere famiglie, nonne, prozie e nipoti gay.
Bell’e nonna, vatte a senti’ ‘a messa, a Madonna te fa ‘a grazia.
‘A no’, ‘a messa ce vaco sabato, mo’ aggia balla’.
In quel mentre arriva l’Americana, un trans alto alto e corvino, una certa età.
Perché l’Americana, chiedo io?
Pecché s’è operata ‘a Merica, tant’anni fa.
L’Americana inizia una tammurriata con un giovane gay biondino.
Al momento della votata le compaesane fanno il tifo: ‘merica’, vall’areto, ‘a ‘sta cessa, falle vede’ che tieni annanze!
Si ricorda che stiamo sempre davanti all’Abbazia di Montevergine.
E’ che ho il tempo contato, sono un’antropologa a mezzo servizio, schiava del pubblico impiego. E’ per questo che sto qua, per chiedere alla Mamma Schiavona di liberarmi dalla mia tortura quotidiana.
Ma ecco che arriva Vladimir Luxuria con la sua scorta. Alcune platinetteggianti, altre di una bellezza mozzafiato.
Un uomo le mette il bambino in braccio: posso fare una foto? Foss’a Madonna e addiventasse comm’a vvuje.
Una vecchierella la guarda a lungo e poi esclama: che bella donna…che bell’uomo.
Un uomo la apostrofa: signo’, e mettiteve d’accordo, chebelladonna o chebelluomo?
Tutti ridono.
Il tutto non privo di polemiche
Io devo scappare. Mammamia, e come mi dispiace. Per la strada incontro Marcello Colasurdo  che sta arrivando per iniziare il canto, ma io non mi posso proprio fermare.
Mi rifaccio il 12 settembre, l’altra data rituale. A piedi prima che sorga il sole.
Che fatica quest’antropologia.

Should the colon be sacrificed or may it be reformed?

novembre 19, 2009

E qua vi si devono dire parecchie cose. Innanzitutto che questo post parla di cacca.

In secondo luogo che la cacca non è qualcosa di privato, come finora abbiamo creduto, ma è qualcosa di tremendamente pubblico. Il passaggio dalla sua dimensione pubblica al fare della cacca un mezzo di controllo politico ed economico è brevissimo e si traduce nell’esercizio del potere sui corpi altrui.

In terzo luogo vi verrà detto che le cacche non sono tutte uguali. Alcune sono più controllate di altre, per ragioni che adesso vi verranno spiegate.

In quarto luogo si precisa che qui non si parla di Freud, di fasi anali e controlli sfinterici, con tutto quel che in psicologia clinica ne consegue o meno: avarizia, aridità, timore delle punizioni, autostima, fissazioni, ostinazioni, disorganizzazione e quant’altro. Nonzignore. Qua si parla di cacca e controllo sulle donne. Mo’ ve l’ho detto.

La frase che dà il titolo al post in realtà è il titolo di un articolo scientifico scritto nel 1893 da John Harvey Kellogg, medico chirurgo nonché papà del vegetarianismo nonché fratello di Will Keith Kellogg, che si impossessò della ricetta formulata dal fratello e fondò l’omonima azienda produttrice di cerali.

Il dottor Kellogg, quale membro devoto di una qualche chiesa americana, forse gli Avventisti, forse i Mormoni, era un uomo morigerato e timoroso di Dio, e ai suoi pazienti somministrava una dieta totalmente priva di derivati animali, aboliva alcol, caffeina e tabacco, mirando in questo modo sia alla pulizia del colon che all’abbattimento delle passioni.

In poche parole il cornflake nasce come purificatore e antiafrodisiaco.

Ammettiamo anche per un attimo che sia vero – e personalmente potrei sostenere il contrario, in termini tanto personali quanto oggettivamente energetici – e facciamo un passo ulteriore.

La maggior parte dei pazienti del dottor Kellogg erano delle pazienti. Donne affette dal dramma della costipazione che nella sua terapia, fatta di ricorso a cibi semplici,  salassi e purificazioni di ogni sorta, parevano trovare sollievo.

Ma andiamo avanti e pensiamo per un attimo a tutte le pubblicità sulla costipazione. Che si tratti di cereali, bifidi, lassativi o chissà quale altra sostanza per favorire l’evacuazione, il testimonial è sempre una donna. Spesso due. Una che è l’amica “liberata” e l’altra che invece si sente “prigioniera”.

Idem per tutto il marketing del mestruo, prima, durante e dopo quei giorni.

Ultimamente c’è una pubblicità sull’incontinenza, con tre amiche dinamiche sedute su una vetta di montagna. Avranno trentadue, trentacinque anni al massimo, e grazie al mitico pannolone hanno scalato la montagna senza bagnarsi i pantaloni. Ah, povero sesso debole!

Parallelamente, nel discorso della pubblicità, gli uomini evacuano senza drammi. Loro soffrono di altre cose.

Prendono aerei distrutti da riunioni snervanti e dall’emicrania e grazie all’ ammiccamento da parte della biondazza nordica di turno e pillolina di conforto, il mal di testa passa all’istante.

Condiscono insalate con oli senza trigliceridi, per saltare la cavallina oltre i cinquant’anni.

Restano bloccati da un mal di schiena a causa delle routine quotidiane che li vedono impegnati in attività di falegnameria, bricolage e trasporto carichi.

Loro si ammalano perché “fanno”. Noi perché “siamo”.

Ho letto un libro molto affascinante, carico di spunti e con una bibliografia corposissima che parte da Aristotele e finisce ai giorni nostri. Un libro che tratta della costruzione culturale della donna, a partire dal suo corpo, dalla sua fisiologia misteriosa.

Parrebbe dunque che il male e la malattia siano connaturati, consustanziati al corpo femminile. La donna è un essere pletorico, c’è da fare attenzione. Pandora il vaso lo porta dentro di sé.

Le malattie sessuali sono tutte veneree. D’altronde zeusee o gioviali sarebbe cacofonico o incongruo, ammettiamolo.

Nel caso degli uomini, invece, lo stato di malattia proviene per lo più da agenti e fattori esterni, da equazioni elementari e principi di azione e reazione.

Vale a dire che l’uomo ha un corpo, e poi anche tutto il resto, mentre invece la donna è un corpo e tutta la messa in cultura si svolge a partire dalla cavità in cui si annidano sangue, cacche, sperma. Umori prodotti in autonomia, proprio a causa della diversa composizione istologica, ormonale, oppure assunti per impregnazione. Il discorso dell’impregnazione è molto interessante, riguarda tra le altre cose l’azione salvifica del seme maschile su questa povera crista malaticcia. Ti salvo e ti domino. Ti impregno e ti trasformo.

Mi ha fatto venire in mente il bukkake e il gokkun, mi ha fatto venire in mente tutta una serie di videogiochi incentrati sulla figura delle gigantesse, creature cibernetiche enormi che si nutrono di piccoli omini. Il concetto di impregnazione va oltre il tempo e le culture. E’ fondante. E poi l’altra faccia di questo ventre misterioso che tutto inghiotte e tutto contiene. La Grandi Viscere che incombono, che incessantemente prendono e rilasciano, sporcano il mondo e al tempo stesso lo creano, dando vita.

Questo signor Remaury, l’autore del libro,  analizza il linguaggio della cosmetica e descrive questa povera Donna da sempre alle prese con l’ambiguità delle definizioni: da un lato una certa mollezza fisica,  una porosità del corpo, sotto le perenne minaccia di agenti interni ed esterni che non le lasciano pace. Dall’altro quest’appetito insaziabile che va contenuto e placato, per evitare la distruzione del genere maschile.

Descrive mirabilmente il senso di colpa che grava sulle Donne per tutte le trasgressioni che eventualmente vogliano agire contro l’ideale di salute e di bellezza imposto dall’alto. Le rende responsabili della salute dell’intero corpo sociale e – al tempo stesso – della sua perdizione.

La Donna è un Monatto.

Insomma, una gabbia dalla quale non si riesce ad uscire se non travestendosi con altri stereotipi a mo’ di mantello per tentare una fuga, peraltro  verso non si sa dove.

Giorni fa segnalavo su facebook questo articolo, che riassume un po’ il senso della faccenda.

E dunque questo corpo poroso, freddo e umido, ha il potere di trattenere e rilasciare come spugna.

Il corpo della donna – che assomma in sé corpo, cervello, psiche e immaginario altrui – può far ammalare il corpo sociale maschile, diffondendo ogni sorta di malattia venerea e psichica. Va dunque curato, fatto oggetto di prevenzione e profilassi, osservato, sezionato e ricomposto in forme gradite e accettabili per il mantenimento dell’ordine.

Ecco perché dovete fare la cacca tutti i giorni.

Win for wife. In un certo senso come un'esaltazione della piccola soliditàborghese.

ottobre 7, 2009

E allora mi sono messa a osservare questa cosa del Win for Life e mi sono balzate agli occhi subito due cose.

Premetto che era già da diverse settimane che stavo pensando ai giochi e alle lotterie, per via di un saggio che avevo letto sui combattimenti dei galli a Bali e le relative scommesse, e mi ero fatta curiosa dei meccanismi alla base del gioco e delle funzioni e delle dinamiche di regolazione sociale che ci sono dietro.

Non i meccanismi psicologici dell’ossessione-compulsione, dell’adrenalina, della dipendenza  e del contenimento dell’ansia, che tanto quelli si assomigliano un poco tutti.

No, no, non mi interessava questo fatto qua, quanto piuttosto l’analisi del potere che sottende alle relazioni che regolano i diversi giochi, e come si differenziano secondo il tipo di rapporto che si intrattiene col gestore del gioco stesso e le modalità di partecipazione.

E qua so che per esempio Zu capisce bene quello che voglio dire: il bancolottista che diventa una specie di confessore, di deposito di sogni e confidenze, anche intime e non rivelabili ad altri, a fronte del freddo Bingo dove non c’è contatto umano.

Così pensavo al Pachinko, alla Lotteria Italia, al Gratta e vinci. Pensavo che vorrei avere tempo e modo per approfondire questa cosa, che mi diverte moltissimo. Al contenuto celato di ciascun gioco, oltre la superficie apparente della posta e della vincita.

Quando è comparso per l’appunto questo nuovo gioco.

Dicevo delle due cose che mi sono balzate agli occhi: la prima è una vincita infima con virgola.

Uno vince due euro virgola nove e chiede: mi dia un gratta e vinci. E sta a posto così. Un altro vince due euro virgola tredici e ne ritira due. O ne rigioca due, e non esige le cifre dopo la virgola.

Non lo fa nessuno, mi ci sono messa appostata a osservare, ci sono stata un bel po’ di tempo.

Dove vanno i decimi e i centesimi?

Nelle tasche del tabaccaio?

E’ lui, dunque, che win for life?

Ascoltavo giorni fa un programma radiofonico in cui si parlava del Mistery Spending, di quelle cifre che inspiegabilmente a fine mese scompaiono. Si aggirano sui cento, centocinquanta euro a persona e scompaiono in un mondo non contabilizzato, una sorta di economia sommersa che altera in vari modi il reale computo della crisi.

Ma questo riguarda altri fatti.

Seconda questione, che riguarda invece una sorta di paradosso insito nel gioco, rispetto al quale sono arrivata osservando il regolamento, che con trasparenza assoluta, spiega e conteggia il numero di combinazioni necessarie per vincere.

E qui il fatto teorico è questo: Win for Life è un’apparente moralizzazione della faccenda economica. Non più cifre astronomiche, destinate a pochi eletti, eventuali fonte di stress e rovina psicologica.

Cchiù win pe’ tutti.

La vincita massima di Win for Life consiste nell’acquisizione di un tranquillo status borghese, medio, per un medio periodo di vent’anni. Il sogno del piccolo borghese che si fa realtà, l’uomo medio che finalmente si accontenta di quel piccolo surplus che gli permette di arrivare a fine mese e levarsi qualche sfizio, cambiarsi l’auto pagandola a rate e arrivare mezz’ora dopo in ufficio senza pensare che a fine mese la trattenuta di centocinquanta euro sullo stipendio sottrarrà risorse vitali alla famiglia.

E allora diciamolo.

Diciamolo, che non eravamo gente di grandi sogni, di chioschetti lascio tutto e fuggo, di elevate ambizioni imprenditoriali!

Diciamolo, che alla fine eravamo tipi che si accontentano, tipi medi. Tipi che aspiravano al part-time, alla pizza non solo il sabato sera ma anche il martedì. Tipi tranquilli. Che volevano magari completare le rate del mutuo e permettersi pure un figlio. O il secondo.

Medi come quell’uomo di cui scriveva una volta Zaritmac. Una medietà di cui non vogliamo più vergognarci, perché l’assenza di grandi progetti irrealizzabili non è mica peccato.

Va bene, va bene così, lo abbiamo ammesso.

Salvo poi dimostrare che in Win for Life non vince la medietà. Non la totalizzazione del cinque o del sei.

No, occorre situarsi agli estremi, all’eccezionalità della sorte: il massimo o il minimo.

Per essere medi bisogna prima aver toccato una qualche punta – seppur in modo casuale e del tutto involontario – di eccezionalità.

Visto così sembra un poco un gioco zen, per spirito ed equilibrio.

Come il saggio che alla fine del suo lungo percorso di apprendimento torna nella sua baracca a versare l’acqua nel bicchiere, esattamente così come era partito, ma con la consapevolezza che adesso né l’acqua è la stessa, né lo è il bicchiere, né, infine, lui.

Hai totalizzato 0? credi aver toccato l’acme della fortuna?

No, caro mio. Hai raggiunto il satori*. Che vuoi che te ne freghi adesso dei soldi! 

* Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori il quale non corrisponde al nirvana delle scuole del Buddhismo dei Nikaya: se quest’ultimo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità. (fonte: Wikipedia)

Sento di star divenendo diverso, dunque io ero, dunque sono stato me stesso! (Gilles Deleuze)

ottobre 2, 2009

Son giorni che continuo a guardarmi l’orario dei corsi che stanno per iniziare all’università e alla voce Storia della ricerca demoantropologica (materia la cui sola designazione già mi produce uno stato di noia intollerabile), io invece – forse freudianamente – leggo: Storia della ricerca dermoantropologica.

Poi rido, provando a immaginarmi cosa potrebbe essere: una ricostruzione tassonomica delle carezze dalla preistoria al postmodernismo?

Una Storia della simbologia e del significato dei nei pelosi?

O forse una Storia degli studi sulla psoriasi e la sacralità del prurito?

O un trattato di darwinismo cosmetico: Storia delle creme idratanti tra evoluzionismo e creazionismo?

La verità è che sono una femmina intellettualmente poco seria, e forse ha ragione la signora HangingRock quando dice che invece di redigere una normale tesi di laurea, come ogni bravo studente, dovrei invece compilare un lavoro fatto di titoli di possibili ricerche e relativi abstract, uno più improbabile dell’altro.

La verità è che quanto più si è ignoranti, tanto più è facile ipotizzare di cercare qualcosa, convinti che la si troverà. Ma mano mano che il campo di osservazione si allarga e si dilata – questo almeno è quanto accade a me – ci si avvede che la conoscenza ha un andamento rizomatico, che forse non esistono gerarchie di significati, punti di partenza e di arrivo, e che tutto quello che si investiga, si scopre e si studia, non sarà un mattoncino che andrà a costruire qualcosa in modo lineare, sedimento su sedimento, ma un ennesimo nodo che collegherà fatti lontanissimi e perciò stesso aprirà nuove possibilità e direzioni, in tutti i sensi possibili, come una ragnatela invischiante.

Pensavo dunque a questo e mi facevo scoraggiare da un certo nichilismo investigativo, chiedendomi se il tassello che ognuno di noi aggiunge alla conoscenza abbia finalità didascalica, interpretativa o pragmatica o tutte e tre insieme o nessuna delle tre, riducendosi solo a mera autoesaltazione intellettuale o delirio di onnipotenza circa il proprio potere di curare/istruire/salvare l’umanità.

(E qui rido, pensando ad HangingRock che smantella le mie possibili tesi di ricerca smascherando la mia crocerossinità velata o al Secretario che dietro il mio violento interesse per la scienza medica non vede crocerossinità alcuna, ma solo autistica ricerca di senso in sé e per sé).

Infine  ho realizzato, riflettendo su questi due opposti punti di vista,  che forse una mente, lasciata a se stessa libera di scegliere, senza alcuna costrizione esterna di tempo e denaro, si muoverebbe investigando o anche trovando lavoro in quei campi in cui non riesce a dominare le proprie ossessioni, con il fine preciso di non farsi sopraffare dalla realtà.

La scienza dunque sarebbe dunque, secondo questa possibilità, solo un ennesimo sistema di controllo e soprattutto di produzione di senso individuale, salvo poi rivelare, a chi cerca, la sua impossibilità reale rispetto a una possibile differenziazione dalla massa dei significati comuni, da cui egli stesso è forgiato e dai quali crede di potersi distanziare.

Non lo so. Sto assai confusa. Si pensa per non impazzire e si finisce per impazzire.

Io a volte penso di non essere troppo adatta alla speculazione, mi perdo sui vari piani dei ragionamenti, come se vedessi delle cornici di riferimento di grandezze diverse, che anziché allargarsi su un’unica superficie, fossero impilate conservando degli spazi di distanza tra loro, sicché il senso delle cose, oltre a dilatarsi e a restringersi, oltre a muoversi in verticale, scappa dai vuoti e si reinfila impertinentemente altrove. Penso cose che mi restano sullo stomaco, come un banchetto di nozze meridionale, e che dopo mi devo prendere non so quanto bicarbonato per contenere il danno.

Penso che forse sarei adatta a cose più facili, terra terra.

Io per esempio se vinco la schedina di Win-for-life mi compro un orticello dove coltivo tutte piante rizomatose, preparo marmellate e non penso più a niente. Al massimo al massimo un poco di dermoantropologia applicata con gli amorucci miei. Ci faccio il grooming, che dicono gli scienziati che serve a mantenere unita la famiglia.

L’ accoppiamento rituale presso gli Orehgnat, tra tradizione e modernità . Un breve saggio etnologico.

marzo 12, 2009

Survey

Questo saggio ha per oggetto l’analisi delle pratiche di accoppiamento studiate presso gli Orehgnat nel corso di ripetute osservazioni e lunga permanenza nei luoghi sacri individuati per le stesse.

Preliminare alla nostra indagine è la riflessione di  Michel Foucault, secondo il quale la sessualità non è una qualità intrinseca della carne, e neppure un impulso biologico. Come sostiene Laqueur, essa è  piuttosto “una maniera di modellare l’io nell’esperienza della carne”, e si costituisce a partire da certe forme di comportamento. La sessualità può essere dunque una sorta di opera d’arte.

Sappiamo da tempo che le teorie della differenza sessuale hanno influenzato il corso del processo scientifico. La biologia – come la letteratura – non riproduce la realtà, ma la costruisce.

In questo consisterebbe la lezione dello strutturalismo: gli esseri umani impongono il loro senso dell’opposizione (bianco/nero, acceso/spento, maschio/femmina) ad un mondo fatto di gradazioni continue di differenze e somiglianze.

 

L’idea fondamentale che sottende al nostro lavoro è che il corpo umano, così come determinato storicamente, si muove in direzione di un corpo di sesso contrario, fatte salve le dovute eccezioni che affronteremo in altro lavoro.

La mia personale esperienza presso gli Orehgnat è iniziata attraverso brevi e sporadici contatti nel corso dell’ultimo decennio, che si sono via via intensificati, fino a rendermi parte attiva e integrante dei diversi gruppi studiati, che dopo un’iniziale freddezza e indifferenza nei miei confronti, mi hanno accettato a pieno titolo.

Ho potuto così annotare le peculiarità osservate e analizzarle secondo un modello comparativo e al tempo stesso valutare la permeabilità del rituale facendomi attrice di performance trasformatrici.

La cultura Ognat è una cultura diasporica e migrante che ha saputo mantenere compatta la sua identità a dispetto delle diverse localizzazioni geografiche, anche laddove, in alcuni casi, sembri aver ceduto a tentazioni di esasperato modernismo e contaminazione.

Nonostante alcuni autorevoli scolari sostengano che la tradizione Ognat abbia una sua intrinseca purezza, sappiamo in realtà dalla lezione di Amselle che ogni meticciato rinvia all’infinito ad un’originaria purezza che non può mai essere raggiunta. Pertanto la cultura Ognat, lungi dall’essere isolata, ha sicuramente un debito nei confronti di culture precedenti e coeve, quali l’estinta Eugneynac, la Nolas e non ultima quella introdotta dagli Oveun della Mitteleuropa e dei Paesi del Nord, un piccolo gruppo che si accoppia con modalità differenti e in luoghi caratterizzati da minore sacralità. Ogni pretesa di rivendicazione assolutistica e totale autonomia, portata avanti da gruppi costituiti – primo fra tutti il clan Oreugnolim – è priva pertanto di qualunque fondatezza e legittimità.

Alcuni clan fanno riferimento a un antenato mitico,  Ledrag, che viene comunque riconosciuto in tutti i gruppi,  anche se presso gli Oveun si fa risalire l’origine del gruppo ad Allozzaip, divinità adorata in epoche più recenti.

In linea di massima i riti di accoppiamento degli Orehgnat seguono uno schema ben preciso:

Prima fase, o dell’iniziazione: gli Orehgnat vengono introdotti al mistero da uno o più sacerdoti officianti che ne curano l’educazione, la postura, l’abbigliamento. L’iniziazione può durare anche diversi anni. Nel corso dei primi tempi l’iniziando sarà totalmente fedele al maestro; in seguito è consigliato, se non addirittura necessario, che rivolga la sua attenzione ad altri, senza tuttavia offendere o mancare di rispetto a colui che per primo lo ha ammesso al rito.

Seconda fase, o della pratica: gli Orehgnat sono un popolo estremamente socievole, organizzati in uno schema tribale ripartito in fratrìe ancorché la tendenza sociale miri alla creazione di rapporti strettamente diadici. In questa seconda fase il ruolo del maestro è ancora preponderante: l’Orehgnat non è ancora libero nella scelta di accoppiamento, ma deve attenersi a un codice che regolamenta classi, caste e livelli iniziatici.

Terza fase, o dell’accoppiamento propriamente detto: gli Orehgnat vengono finalmente ammessi al luogo di culto, detto generalmente Agnolim, dove pubblicamente inizia il rituale di corteggiamento e successivo accoppiamento.

Due aspetti vanno rilevati: il primo è una contraddizione tra la necessità di formazioni diadiche e l’instabilità delle stesse. In questo senso la società Orehgnat è una società aperta, fluida, che si costituisce per accoppiamenti spontanei che non sono tuttavia destinati a durare, se non in rari casi.

Il secondo aspetto è l’importanza data alla numerologia: gli Orehgnat hanno un legame speciale con il numero 4 e il numero 3. L’insieme degli accoppiamenti che si realizzano sotto l’influsso di questi due numeri simbolici prende il nome di Adnat.

Si pensa che la funzione dell’Adnat sia quella di garantire una tutela alla donna, perché la fase di accoppiamento non venga bruscamente interrotta, e anche quella di facilitare i primi approcci all’uomo ancora inesperto o che non abbia certezza di volersi impegnare con totale serietà nell’accoppiamento rituale con quella compagna.

L’Adnat non è privo dell’influsso di concetti legati alla magia. A differenza della visione malinowskiana, in cui alla magia è riconosciuta la funzione di ritualizzare l’ottimismo e di fornire sostegno emotivo per comportamenti non controllabili tecnicamente, presso gli Orehgnat la magia è piuttosto avvicinabile al concetto espresso da Lévi-Strauss, ossia un atto magico che presuppone l’esistenza di un rituale basato su segni che abbiano un significato per la collettività che partecipa all’esperimento magico e ne condivide la speranza di riuscita, che si tratti del momento dell’ohco, dell’adacas o di un’adidrom, tanto per definire alcuni elementi costitutivi della cerimonia di accoppiamento

In aggiunta a queste tre fasi, ci sono momenti periodici e ciclici, nella vita di ciascun Orehgnat, in cui si effettuano pellegrinaggi a luoghi di culto in terra straniera o in altre Agnolim del proprio paese: sono i momenti in cui l’identità diasporica riafferma la sua forza e, come sostiene Appadurai, a dispetto della rottura della ‘solidarietà’ organica tra un territorio, una comunità e una tradizione culturale, vengono esaltate modalità di trasmissione culturale sul piano orizzontale,  contribuendo a trasformare in profondità le eredità culturali e le configurazioni di comunità in cui riconoscersi: comunità virtuali, comunità ‘immaginate’ dunque, molto più che comunità storicamente connotabili capaci di segnare una continuità ed un’evoluzione nel tempo. La diffusione nello spazio sembra sostituire dunque la ‘profondità’ nel tempo e confermare la priorità dei rituali di accoppiamento nel mantenimento di una comunità che preserva la sua identità a dispetto delle pervasive influenze sociali e storiche che la circondano e che pur modificandola, non corrompono le sue fibre.

 

Bibliografia:

Amselle, Connessioni

Appadurai, Modernità in polvere

Foucault, Storia della Sessualità

Laqueur, L’identità sessuale dai Greci a Freud

Malinowski, Magia, scienza e religione

Lévi-Strauss, Antropologia strutturale

 

Per approfondimenti:

Remi Hess, Tango, Astrolabio

Robert F. Thompson, Tango, Elliot Edizioni

 

Per la metodologia:

siamo totalmente ma totalmente debitrici all’opera di Horace Miner, Body Ritual among the Nacirema, pubblicato nel 1956 su The American Antropologist,  il più divertente saggio di antropologia che sia mai stato scritto e che vi dovete leggere per forza.