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Smetto quando voglio? Il tango e l’amore non si assomigliano. A seguire, breve appendice sulla gelosia.

marzo 31, 2010

Mi chiedo sempre perché non sia riuscita a imparare il tedesco. E non è che non ci abbia tentato, eh. Ma mi è capitato tra capo e collo in uno di quei periodi grigi dell’esistenza, fatti di continuo ruminare mentale e scarsa energia. Non ci sono riuscita, il che dopo cinque anni passati a imparare il giapponese è davvero assurdo.

C’è talvolta nel tedesco, nelle cinque o sei parole che conosco, una precisione impressionante, un intento classificatorio – o così mi sembra – che mi si adatterebbe perfettamente. L’ultima scoperta è la differenza che opera tra Leib e Körper: il primo è il corpo vissuto, storico, fatto di carne ed emozioni, di abitudini e posture interiori. Il secondo è più banalmente il corpo biologico con le sue leggi di funzionamento.

Sto leggendo un saggio di un signore che mi sta appassionando moltissimo. Si chiama Enrico Pozzi e la sua presentazione autobiografica  mi incanta non meno del suo scritto.

Che poi le cose capitano sempre così, tutte insieme, si inanellano in un ordine che si genera spontaneamente: un paio di settimane fa una lunga conversazione sul perché non andiamo al cimitero a trovare i nostri padri, e una risposta semplice e convincente. C’è una sperequazione corporea nell’andare al cimitero, un’esuberanza di corpo vivo che chiede di mettersi in relazione con un corpo memoria e il trovarsi di colpo, nell’atmosfera decisamente asettica di un cimitero, calati in un’insensibilità inattesa, laddove si vorrebbe sperimentare nostalgia, dolore, una qualche forma di purificazione e non ci è dato trovarla. Non lì, almeno.

Poi questo lungo articolo, poi tante altre cose. Il mio corpo che si ribella, ad esempio. Lo fa di tanto in tanto e chiede di essere ascoltato nella sua sostanza costitutiva più intensa: la rabbia.

Io lo so, lo so che non abbiamo un corpo, ma siamo il nostro corpo – e non solo il nostro, siamo anche altri corpi, che ci provengono da lontano, dal passato, dal futuro prossimo, da certe contiguità, dalla procreazione – e talvolta lo dimentico, un po’ come fanno tutti quelli che sostengono che il loro corpo, alto, basso, grasso, magro, malato, sano, flaccido o tonico che sia, non li rappresenti fedelmente, che esista una sostanza altra, una cosa più interna e indicibile, che costituisce la loro vera essenza.

Non è vero, non è vero mai. Il corpo è la migliore presentazione di noi stessi che possiamo agire, la sola attendibile. Incarna tutto quanto ci ha costituito, nel bene e nel male, ci situa nel tempo e nello spazio. Se il viso testimonia il dolore fisico, la stanchezza o il godimento, lo fa ogni singola parte del nostro corpo e la sua totalità.

Ma non volevo scrivere di questo, mi sono fatta prendere la mano.

Volevo scrivere di quando si smette. Qualunque cosa sia: abitudini, vizi, sentimenti, relazioni, credenze, attività.

C’è un aspetto misterioso nei principi e nelle fini, nei cominciamenti e nelle dismissioni: non si sa mai quando avverranno e a dispetto delle apparenze, non sono in alcun modo soggetti alla volontà. La volontà – se mai interviene – ha a che fare con i proseguimenti, i perseguimenti, le omeostasi, gli equilibri, positivi o negativi che siano.

Io questo non lo sapevo, ho sempre creduto il contrario, ho basato la mia vita sul volontarismo per accorgermi – con un po’ di gioia mischiata ad angoscia – che fa acqua da tutte le parti.

So che a un certo punto le cose – e dico cose per riassumere il tutto – perdono di magia, e questo accade in maniera spesso improvvisa.

E per converso, quanto più si vuole smettere una cosa, meno ci si riesce, la volontà non fa che fissare il pensiero su ciò che si vorrebbe lasciar andare: il fumo, un ricordo, il cibo, un’amante divenuta noiosa, un attaccamento spasmodico al Milan, alla mamma, al blog, alla preghiera del mattino, a quello che volete voi, purché ovviamente questo qualcosa cominci ad essere percepito – dapprima in modo vago, poi via via sempre più pressante – come un elemento di troppo che in qualche modo inizia a disturbarci, a condizionarci.

Lo stesso quando si vuole trattenere a tutti i costi qualcosa che non si vuole perdere in alcun modo.

Impiegare energie per passare dal voglio al non voglio – o viceversa – non ha alcun potere di modifica.

Si smette perché si smette, non perché lo si voglia. O meglio, lo si vuole anche, ma si smette – in modo duraturo e definitivo – quando la volontà si arrende.

Sicché credo che la perdita di magia e di incanto connessa alle cose, ai modi, ai convincimenti, alle abitudini, alle persone, abbia a che fare esclusivamente con la funzione che queste cose assolvono nelle singole esistenze. E’ solo quando perdono questa capacità che si smette.

Questa è la ragione per cui non si può smettere solo un poco, è la ragione per la quale le teorie della limitazione del danno sono destinate a fallire, perché implicano il controllo della volontà. Ma la volontà è bipartisan, vuole e non vuole, si barcamena tra impulsi contrari. La volontà funziona su percorsi lineari, e questa cosa io non l’avevo mai vista, mai capita. E’ una rivelazione.

Dunque non si può smettere un poco per volta, lo si fa tutto in una volta. Accadrà naturalmente o per effetto di un dramma, poco importa. Non accadrà per far piacere a qualcun altro e nemmeno sotto minaccia o per effetto di ragionamenti persuasivi.

Accadrà. Così come è cominciato, per la stessa identica ragione. O non accadrà, e ce ne si farà una ragione.

Ah, sì. Il titolo. Il fatto del tango, ecco.

Leggo e sento sempre queste cose quasi ieratiche che mi innervosiscono, che il tango è come la vita, come l’amore, che ci salva, ci cambia. Proprio come l’amore.

L’amore non ci salva e non ci aiuta a cambiare di una virgola, se per amore immaginiamo la posizione apilada del tango, petto contro petto, in vicinanza totale e incastro perfetto o – nella sua peggiore versione – con uno dei due che sostiene tutto il peso e l’altra che gli si ammolla addosso impedendogli qualsiasi possibilità di variazione. (Tra l’altro la traduzione esatta di apilado è accatastato. Ecco.)

No. L’amore non è apilado. L’ho pensato e voluto per una vita, questo amore apilado e utopico.

Poi ho smesso di pensarlo. L’ho smesso senza volerlo, senza accorgermene. Come sia avvenuto, è un mistero. A tratti lo sogno, ma non lo voglio.

Credo che l’amore sia nel corpo, come tutto il resto. In un corpo stabile su se stesso, baricentro personale, collocazione solitaria nello spazio e nel tempo, una separatezza irriducibile. Una distanza.

L’amore è nella  zona di sviluppo prossimale tra l’uno che eravamo e il multiplo che costruiremo. Il luogo in cui il nuovo ordine superiore trasforma il significato di quello inferiore, talvolta inglobandolo e valorizzandolo, talvolta mostrandone l’inadeguatezza. Per salti e disequilibri produttivi di novità.

Quelli che non ci riescono, smettono.

Infine la gelosia.

Ho trovato questo testo in tre parti. Ho amato molto la prima: Il Cauto. Ma anche la terza, Etica, ha un suo illuminante perché.

L’ accoppiamento rituale presso gli Orehgnat, tra tradizione e modernità . Un breve saggio etnologico.

marzo 12, 2009

Survey

Questo saggio ha per oggetto l’analisi delle pratiche di accoppiamento studiate presso gli Orehgnat nel corso di ripetute osservazioni e lunga permanenza nei luoghi sacri individuati per le stesse.

Preliminare alla nostra indagine è la riflessione di  Michel Foucault, secondo il quale la sessualità non è una qualità intrinseca della carne, e neppure un impulso biologico. Come sostiene Laqueur, essa è  piuttosto “una maniera di modellare l’io nell’esperienza della carne”, e si costituisce a partire da certe forme di comportamento. La sessualità può essere dunque una sorta di opera d’arte.

Sappiamo da tempo che le teorie della differenza sessuale hanno influenzato il corso del processo scientifico. La biologia – come la letteratura – non riproduce la realtà, ma la costruisce.

In questo consisterebbe la lezione dello strutturalismo: gli esseri umani impongono il loro senso dell’opposizione (bianco/nero, acceso/spento, maschio/femmina) ad un mondo fatto di gradazioni continue di differenze e somiglianze.

 

L’idea fondamentale che sottende al nostro lavoro è che il corpo umano, così come determinato storicamente, si muove in direzione di un corpo di sesso contrario, fatte salve le dovute eccezioni che affronteremo in altro lavoro.

La mia personale esperienza presso gli Orehgnat è iniziata attraverso brevi e sporadici contatti nel corso dell’ultimo decennio, che si sono via via intensificati, fino a rendermi parte attiva e integrante dei diversi gruppi studiati, che dopo un’iniziale freddezza e indifferenza nei miei confronti, mi hanno accettato a pieno titolo.

Ho potuto così annotare le peculiarità osservate e analizzarle secondo un modello comparativo e al tempo stesso valutare la permeabilità del rituale facendomi attrice di performance trasformatrici.

La cultura Ognat è una cultura diasporica e migrante che ha saputo mantenere compatta la sua identità a dispetto delle diverse localizzazioni geografiche, anche laddove, in alcuni casi, sembri aver ceduto a tentazioni di esasperato modernismo e contaminazione.

Nonostante alcuni autorevoli scolari sostengano che la tradizione Ognat abbia una sua intrinseca purezza, sappiamo in realtà dalla lezione di Amselle che ogni meticciato rinvia all’infinito ad un’originaria purezza che non può mai essere raggiunta. Pertanto la cultura Ognat, lungi dall’essere isolata, ha sicuramente un debito nei confronti di culture precedenti e coeve, quali l’estinta Eugneynac, la Nolas e non ultima quella introdotta dagli Oveun della Mitteleuropa e dei Paesi del Nord, un piccolo gruppo che si accoppia con modalità differenti e in luoghi caratterizzati da minore sacralità. Ogni pretesa di rivendicazione assolutistica e totale autonomia, portata avanti da gruppi costituiti – primo fra tutti il clan Oreugnolim – è priva pertanto di qualunque fondatezza e legittimità.

Alcuni clan fanno riferimento a un antenato mitico,  Ledrag, che viene comunque riconosciuto in tutti i gruppi,  anche se presso gli Oveun si fa risalire l’origine del gruppo ad Allozzaip, divinità adorata in epoche più recenti.

In linea di massima i riti di accoppiamento degli Orehgnat seguono uno schema ben preciso:

Prima fase, o dell’iniziazione: gli Orehgnat vengono introdotti al mistero da uno o più sacerdoti officianti che ne curano l’educazione, la postura, l’abbigliamento. L’iniziazione può durare anche diversi anni. Nel corso dei primi tempi l’iniziando sarà totalmente fedele al maestro; in seguito è consigliato, se non addirittura necessario, che rivolga la sua attenzione ad altri, senza tuttavia offendere o mancare di rispetto a colui che per primo lo ha ammesso al rito.

Seconda fase, o della pratica: gli Orehgnat sono un popolo estremamente socievole, organizzati in uno schema tribale ripartito in fratrìe ancorché la tendenza sociale miri alla creazione di rapporti strettamente diadici. In questa seconda fase il ruolo del maestro è ancora preponderante: l’Orehgnat non è ancora libero nella scelta di accoppiamento, ma deve attenersi a un codice che regolamenta classi, caste e livelli iniziatici.

Terza fase, o dell’accoppiamento propriamente detto: gli Orehgnat vengono finalmente ammessi al luogo di culto, detto generalmente Agnolim, dove pubblicamente inizia il rituale di corteggiamento e successivo accoppiamento.

Due aspetti vanno rilevati: il primo è una contraddizione tra la necessità di formazioni diadiche e l’instabilità delle stesse. In questo senso la società Orehgnat è una società aperta, fluida, che si costituisce per accoppiamenti spontanei che non sono tuttavia destinati a durare, se non in rari casi.

Il secondo aspetto è l’importanza data alla numerologia: gli Orehgnat hanno un legame speciale con il numero 4 e il numero 3. L’insieme degli accoppiamenti che si realizzano sotto l’influsso di questi due numeri simbolici prende il nome di Adnat.

Si pensa che la funzione dell’Adnat sia quella di garantire una tutela alla donna, perché la fase di accoppiamento non venga bruscamente interrotta, e anche quella di facilitare i primi approcci all’uomo ancora inesperto o che non abbia certezza di volersi impegnare con totale serietà nell’accoppiamento rituale con quella compagna.

L’Adnat non è privo dell’influsso di concetti legati alla magia. A differenza della visione malinowskiana, in cui alla magia è riconosciuta la funzione di ritualizzare l’ottimismo e di fornire sostegno emotivo per comportamenti non controllabili tecnicamente, presso gli Orehgnat la magia è piuttosto avvicinabile al concetto espresso da Lévi-Strauss, ossia un atto magico che presuppone l’esistenza di un rituale basato su segni che abbiano un significato per la collettività che partecipa all’esperimento magico e ne condivide la speranza di riuscita, che si tratti del momento dell’ohco, dell’adacas o di un’adidrom, tanto per definire alcuni elementi costitutivi della cerimonia di accoppiamento

In aggiunta a queste tre fasi, ci sono momenti periodici e ciclici, nella vita di ciascun Orehgnat, in cui si effettuano pellegrinaggi a luoghi di culto in terra straniera o in altre Agnolim del proprio paese: sono i momenti in cui l’identità diasporica riafferma la sua forza e, come sostiene Appadurai, a dispetto della rottura della ‘solidarietà’ organica tra un territorio, una comunità e una tradizione culturale, vengono esaltate modalità di trasmissione culturale sul piano orizzontale,  contribuendo a trasformare in profondità le eredità culturali e le configurazioni di comunità in cui riconoscersi: comunità virtuali, comunità ‘immaginate’ dunque, molto più che comunità storicamente connotabili capaci di segnare una continuità ed un’evoluzione nel tempo. La diffusione nello spazio sembra sostituire dunque la ‘profondità’ nel tempo e confermare la priorità dei rituali di accoppiamento nel mantenimento di una comunità che preserva la sua identità a dispetto delle pervasive influenze sociali e storiche che la circondano e che pur modificandola, non corrompono le sue fibre.

 

Bibliografia:

Amselle, Connessioni

Appadurai, Modernità in polvere

Foucault, Storia della Sessualità

Laqueur, L’identità sessuale dai Greci a Freud

Malinowski, Magia, scienza e religione

Lévi-Strauss, Antropologia strutturale

 

Per approfondimenti:

Remi Hess, Tango, Astrolabio

Robert F. Thompson, Tango, Elliot Edizioni

 

Per la metodologia:

siamo totalmente ma totalmente debitrici all’opera di Horace Miner, Body Ritual among the Nacirema, pubblicato nel 1956 su The American Antropologist,  il più divertente saggio di antropologia che sia mai stato scritto e che vi dovete leggere per forza.

 

Y despuès la noche enorme en el cristal

dicembre 1, 2008

Decisi che ci avrei messo tutto, lì: tutto il corpo, tutta l’anima, tutta la passione.

Se mia figlia non è nata a tempo di tango è davvero per pura combinazione. Ma ci è stata lì, dentro, dal suo concepimento fino a tre giorni prima della sua venuta al mondo.

La pancia non mi pesava, per quanto fosse ingombrante.

Ballavamo in tre, lei cullata da uno sciabordìo di acque.

Credo che sia per questo che – fin da piccina –  non ha mai pianto, che non ci sia un solo giorno della sua vita in cui non si sia svegliata sorridendo.

Ho avuto la bambina più facile del mondo.

Nel buio dei cinema scalciava come un’ossessa, ma la sera appoggiavo la cuffia intorno all’ombelico e le facevo ascoltare Gardel o Troilo.

La muovevo su Piazzolla.

Le ultime settimane gli uomini avevano una paura tremenda, mi maneggiavano con cautela, mi risparmiavano i ritmi accelerati, temevano per quelle figure con troppe torsioni e movimenti bruschi.

Un mese prima di partorire, su una pista umbra, avevo visto una coppia di tedeschi splendidi. Ballavano con un bambino di pochi mesi nel marsupio.

Il pubblico ci guardava e rideva: una gravida e una puerpera inimmaginabili.

Io non temevo niente. Ero folle e impavida, fatalista e sciocca. Stupida.

Come solo si può essere stupidi quando non si è ancora caduti e ci si pensa invincibili. Invulnerabili.

Poi caddi, inciampai.

Decisi allora che ci avrei messo tutto, lì, in quei movimenti attenti e nella cura.

Nell’educazione.

Nel miglioramento di me per esserci sempre, nei momenti difficili.

Che sono stati tanti, tantissimi. Per anni, tutti i giorni.

Momenti che sono stati il nostro pane quotidiano, un lungo esercizio di riconoscimento di passi falsi e correzioni di rotta.

Il risultato è che oggi non amo le improvvisazioni stupide. Strappano i muscoli e il cuore.

Perché un movimento sia fluido, va padroneggiato.

Perché un affetto sappia muoversi, raggiungere l’altro e sostenerlo, occorre la stessa disciplina.

Perché una figura riesca, perché una forma a due abbia un senso – e sia bella a vedersi, e non turbi le articolazioni o il flusso del sangue o i pensieri – occorre sapere quando partire e dove fermarsi. Occorre che i piedi, apparentemente sospesi, conoscano le asperità del suolo e vi si poggino con fermezza.

Sono una donna poco frivola.

Sono una donna poco frivola, non ha senso immaginarmi in altro modo.

Ci metto corpo, anima e passione. Studio e attenzione, moltissima attenzione. Dedizione. Concentrazione.

Solo così posso essere tutta intera e compatta.

Toglimi un pezzo, uno qualsiasi, toglimi i miei appigli e smarrirò ogni forma di grazia.

Può piacere o non piacere, ma a questo punto si è quel che si è. Non si è per far piacere.

Ancor meno per compiacere.

E non mi basta ancora. Voglio nuovi passi da imparare e un cuore enorme da seguire.

Voglio imparare a stare su un solo piede, ad occhi chiusi e a credere che non mi si farà cadere. A fidarmi.

Tutta questione di appoggi e leve. E intrecci, intrecci forti. Non so cos’altro. Non lo so.

..y tu fatiga de vivir
y mi deseo de luchar
.*

* Maxi Gluzman, l’uomo che mi ha tolto il mal di schiena. Che non è una metafora, attenzione

No voy a llorar y decir que no merezco esto/porque es probable que lo merezco pero no lo quiero*

luglio 14, 2008

Un’intera giornata per una lastra a una caviglia, al pronto soccorso di un ospedale di nota cittadina balneare del basso Lazio. Ci sono arrivata alle undici della mattina, alle tredici e trenta sono andata via sconsolata, ci sono ritornata  nel pomeriggio per ricominciare la mia bella trafila, ardimentosa e motivata, e nientemeno non avevano ancora esaurito i codici rossi del mattino e ancora non era arrivato il turno mio. Insomma, ne sono uscita alle sette di sera, definitivamente sconfortata.

In compenso ho imparato i bioritmi del pronto soccorso.

Al mattino ci sono gli infortuni da spiaggia: tagli sotto le piante dei piedi, bambini coi dentini rotti, dita dei piedi spezzate in un corpo a corpo con le sdraio, dita delle mani schiacciate dalle stecche degli ombrelloni.

Verso ora di pranzo i malori da calore: popolazione molto anziana, qualche straniero nordico, cali di pressione, svenimenti e così via.

Nel pomeriggio è il turno dei malori digestivi: vomiti, diarree, nausee, auree post-prandiali, congestioni.

Nel tardo pomeriggio gli incidenti sportivi: tra calcetto, pallacanestro e bicicletta ci sono un sacco di ginocchia, sebbene il must dell’estate 2008 resti la caviglia tumefatta.

Se restavo un altro poco iniziava la sagra degli incidenti del sabato sera e magari mi trovavo pure ad assistere a qualche luogo comune sugli effetti collaterali degli eccessi sessuali, quelle cose da leggenda metropolitana, m’ha detto un amico di mio cugino che alla ragazza di un amico suo gli avevano trovato in casa un pitone e non ti dico il resto, e tutti questi fatti qua.

Costanti nel corso della giornata gli infarti, le epilessie e gli extracomunitari ammalati di scabbia.

Lava’, ve dovete lava’. E basta’ dormi’ tutt’inzieme.

Singh ride: abiamo solo uno materasso, prima dormo io, poi dorme tuti, poi dormo io.

Ride e si gratta. Io mi scanso un attimo. Mica per razzismo. Solo la scabbia mi manca, già l’ho avuta una volta e m’è bastata.

Morale della favola: circa otto ore per appurare che non si è rotto nulla, ma che si tratta solo di una brutta tendinite, cattivissima.

Una tendinite di tipo vendicativo, permalosa, diffidente. Una tendinite insicura che ha deciso di tirare fuori il peggio di sé per darsi importanza ed esercitare un poco di potere. Come se a fare crac crac nella caviglia e a provocare un dolore lancinante si vincesse il premio Nobel o si dimostrasse chissà che.

Esci da questo corpo, cretina!

Insomma: riposo assoluto, antinfiammatorio, pomata e domopak sulla parte. Questo il diktat sanitario.

Dottore’, io il riposo assoluto non me lo posso permettere. Io come minimo devo poter guidare, salire e scendere da un treno, da un aereo, da una metro, da un pullman.

Signora, deve stare ferma, le posso dare fino a quindici giorni giustificati.

Ma no, per carità, io devo partire, poi mi arriva la visita fiscale, come faccio?

Otto giorni?

Ma non se ne parla nemmeno!

Tre, almeno tre, fino a martedì.

No, no, e no. Devo tornare a casa, leggere ventisette documenti sul pc dell’ufficio, incontrare il grafico, chiudere una contabilità, preparare la valigia, ripartire, non posso, non posso proprio…dottoressa, ma fra quattro giorni posso ballare il tango?

Come no, signora, pure il tip-tap!

Dottore’, ma mi state prendendo in giro?

Noo-o. E’ proprio un protocollo di cura specifico, sperimentale, provare per credere. Poi torna e mi racconta.

Poi torno e vi racconto. Vuol dire che se non ballo, guardo e fotografo. Guardo e chiacchiero. Guardo e mangio. Guardo e bevo. Guardo e basta.

Uffà, qualcosa dovrò pur fare in questo benedetto posto in cui sto andando.

Voi però indirizzate un pensiero miracoloso, taumaturgico, apotropaico, scaramantico e adda muri’ chi ce vo male alla caviglia mia. La sinistra. Quella che uso di più, mannaggia la morte. Mannaggia.

(*)

Agritango, o della selezione naturale della specie

maggio 6, 2008

Quel giorno di fine inverno in cui per la prima volta sentii nominare quella cosa chiamata Agritango,  seppi all’istante che vi avrei partecipato.

Quello che all’epoca non sapevo, e che ho continuato ad ignorare fino al primo maggio, è che non si trattava di una vacanza, ma di un progetto di eugenetica per il controllo e la selezione della specie tanghèra, con un durissimo percorso di prove fisiche e psicologiche alla fine delle quali solo i migliori sarebbero sopravvissuti, anche se non del tutto indenni.

Agritango non è un progetto casuale: alle sue spalle un protocollo di indagine serissimo, la cui finalità è quella di creare il tanghèro perfetto. Non alto, non bello, non biondocchiazzuri, ma bionico, al di là di ogni sensibile apparenza.

Ma andiamo per ordine.

Le cavie…oopps…i partecipanti: in numero di 120, di età compresa tra i cinque e i settantadue più due canilli, di provenienza geografica varia e diversificata, venivano fatti salire su convogli con la promessa di un futuro radioso e intere tande di Fresedo e Pugliese. Venivano accolti amorevolmente al loro arrivo e successivamente indirizzati sulla prima escursione, che, come da programma, offriva due opzioni: a cavallo e in carrozza.

E qui il programma subiva la sua prima variazione.

Causa problemi di viabilità il gruppo veniva  dirottato su un facilissimo sentiero di montagna, a piedi. E che sarà mai il monte Bulgheria con i suoi milleduecento metri? Che sarà mai un dislivello di 900 metri sotto il sole dell’ora di pranzo e senza avere le scarpette adeguate o una sufficiente scorta d’acqua? Che sarà mai?

A metà percorso la sottoscritta cadeva e ancora reca un ginocchio distrutto e gonfio. Per timore dell’eliminazione fisica a vantaggio di altri concorrenti fingeva che nulla fosse accaduto, proseguendo impeccabilmente e con stoicismo, senza una goccia di sudore  e con tanghèra eleganza fino alla cima.

Da lì il gruppo, ad eccezione di un infortunato che rientrava sconfitto a casa sua e un paio di svenimenti poco gravi, proseguiva per il pranzo, consumato ad ora convenzionale di merenda e successivamente per un Piazzettango con elementi di Tammurriango.

Non paghe dello sforzo, le cavie continuavano fino a notte inoltrata con il favore delle popolazioni locali e di sindaci compiacenti che offrivano spazi e luoghi. In piena notte raggiungevano infine i luoghi adibiti al riposo, scoprendo con raccapriccio che non esisteva acqua calda.

Si concludevano così le prove attitudinali del primo giorno.

Il secondo giorno vedeva la defezione di un cospicuo gruppo di partecipanti, che molto mollacciosamente si schiantavano sulla spiaggia di Camerota senza guardare in faccia a niente e nessuno.

Il protocollo di studio di Agritango ha dunque previsto di analizzare separatamente i due gruppi, per valutarne, in serata, similitudini e differenze secondo i principi del darwinismo sociale.

Mentre i tanghèri stanziali si abbrustolivano, quelli nomadi venivano condotti sul pianoro di Pruno e portati a pascolare. I più ardimentosi si introducevano in una dolina, scortati dalle guide montane, trovando resti e fossili di tanghèri primitivi. Talaltri  si calavano nelle sabbie mobili a colpi di ocho o penetravano rocce pivoteando a mo’ di trivella. Alcuni sfortunati finivano nelle copiose cacche di vacca, in un tentativo di Escrementango, nuova frontiera del tango rurale.

Si informa inoltre il lettore che nell’area di Pruno risiede una comunità di pastori, stile Amish, che vive in stato di totale autosufficienza e isolamento e che solo nel ’92 è stata raggiunta dall’energia elettrica. Si ipotizza una loro specializzazione in Ricottango.

Dopo il secondo pranzo iniziato alle quattro del pomeriggio si è compreso che in realtà non si era affatto in ritardo sulla tabella di marcia come i più ipotizzavano, ma che l’intero programma era stato modulato sul fuso orario di Buenos Aires, per essere più vicini ai nostri fratelli porteñi.

Una breve parentesi di Digestango e poi si proseguiva fino a notte inoltrata in quel di Camerota, sottoposti all’umido di un teatro all’aperto di montagna per la prova di artrosi cervicale e reumatismo, brillantemente superata dalla maggioranza dei partecipanti.

Il terzo giorno i tanghèri si autoselezionavano spontaneamente per sottoporsi a differenti prove di laboratorio.

Un primo gruppo percorreva un sentiero di montagna di circa otto chilometri, destinazione spiaggia.

Un secondo gruppo raggiungeva la stessa spiaggia a mezzo barca, per poi sottoporsi alla prova di Swimtango.

Un terzo gruppo, infine, si sottoponeva alla prova costume.

E qui bisogna aprire una parentesi sul tanghèro nudo o seminudo. Tipo che io mi aspettavo di vedere mutande a rete, slippini con cravatta, infradito a tacco dodici e scarpette da scoglio di vernice. E invece no. La spiaggia è il momento di desacralizzazione del tanghèro. E’ il momento in cui, lontano dall’orpello, esso si esibisce con tutta la sua panza, essa con le sue morbidezze.

Ebbene, signori, il tanghèro e la tanghèra nudi non sono sexy, no.

Essi sono come voi: umani, bianchicci, col piede raso terra, qualche alluce valgo, peli superflui. E siccome a mio avviso i tanghèri migliori in assoluto sono quelli un po’ sovrappeso, dotati di panza portante e seducente a un tempo, è evidente che ciò rende esteticamente incompatibili il tanghèro da spiaggia e quello da milonga. Ulteriori approfondimenti saranno oggetto di apposito seminario.

Ma torniamo a noi, pazienti e pacifici lettori.

Dopo aver affrontato il maestrale e il mare urlante e biancheggiante, una nuova prova gastronomica attendeva i nostri eroi. Ancora una volta veniva splendidamente superata senza difficoltà alcuna.

E per la prima volta veniva concessa una mezz’oretta di fatequellochevolete. Noi per esempio, io e la mi’ figliola,  ci siamo fatte la doccia.

Perché la giornata non era finita, no.

Ci aspettava una salita ripida fino al borgo abbandonato di San Severino, sulla valle del Diavolo, con un percorso tolkeniano da Terra di Mezzo, dove i nostri si sottoponevano alla prova di Spiritango, con mia grande delusione nello scoprire che lo spirit era riferito agli ectoplasmi e non ai gin tonic.

E ci aspettava ancora la milonga, sotto le stelle di Palinuro, dove il sindaco mica aveva capito che noi volevamo solo ballare, no. Aveva fatto montare un palco, lui.

Aveva chiamato a raccolta la popolazione, lui. Aveva fatto portare decine e decine di sedie, lui.

Siamo rimasti di sasso, noi.

Ovviamente era solo un’ennesima prova da superare. Il signore seduto dietro di me era curiosissimo: ma questo corpo di ballo è internazionale?

Mmm…diciamo di sì, va’.

E siete in tournée?

Eh, più o meno.

E poi dove andrete?

Non sappiamo, non sappiamo ancora, deciderà il nostro impresario. Sa com’è, noi gente di spettacolo, oggi qui, domani lì.

Vabbè.

Il quarto giorno comprendeva invece le prove di cultura.

I tanghèri superstiti venivano condotti alla casa del pittore Josè Ortega, allievo di Picasso. Io questo pittore un poco lo conoscevo, perché me ne aveva parlato il Provezzore ed è un personaggio assai assai interessante, uno che è stato in carcere per la ferma posizione antifranchista, ignorato dai suoi connazionali e tante altre cose che ora non vi riferisco per non tediarvi. Con una casa che io ne avevo tanti anni fa una molto simile e mi sono emozionata troppo a entrarci, soprattutto a vedere il letto in muratura che era uguale al mio e qua chiudiamo l’argomento sennò poi mi metto a raccontare tutt’il fatto della colla nelle serrature della macchina e non ne usciamo più.

E ‘nzomma. Adesso mi fermerei. Vi ho dato tanti di quei link che state a posto per un mese. Vi faccio vedere solo dove abbiamo terminato. In questo Pratango vista mare, scalzi e assolati. Felici e contenti. Baci e abbracci. E poi ci vediamo, ci scriviamo, ci sentiamo. Sì, sì, Smack, smack. All’anno prossimo. Sì. E’ stato un piacere. No, il piacere è tutto mio. E chiùppete, e chiàppete.

Facciamoci l’ultimo Salutango e ce ne andiamo, jà.

Io mi sono divertita assai. Ho scoperto che ho una figlia più bionica di me. Siamo sopravvissute entrambe.

E ho scoperto che il tango viene anche da qui, dal Cilento. Lo si sente nei cognomi del luogo, simili a quelli dei grandi musicisti, lo si vede in piccole cose che ho appreso per strada o da chi vive lì. Da un cinema che si chiama Bolivar, da un chioschetto che vende Perros calientes e hamburguesas.

Ne avevo parlato tempo fa con Giuliana, a proposito dell’arpa viggianese e della sua diffusione in America Latina. Di tanghi e milonghe inventati dagli emigrati lucani per sopravvivere.

Dal 1871 al 1881 la popolazione dell’area cilentana subì un decremento di circa il 21%. Una vera tragedia per l’economia locale. Partirono tutti alla volta della Mèrica, in particolar modo Venezuela e Argentina. Per oltre dieci anni ho avuto una capufficio che faceva parte di quelli che erano tornati, e si muoveva costantemente lungo percorsi di nostalgia e lingua mista.

Don Antonio Daconte, originario di Scalea, era amico del papà di Marquez e i suoi racconti hanno riempito le pagine di Cento anni di solitudine.

Don Cristoforo Pepe, un sacerdote tra Basilicata e alta Calabria, scrisse La moglie dell’americano nel 1885, per raccontare del dolore delle donne lasciate qui da uomini partiti a far fortuna e che da lontano, dalla Mèrica al Pollino, cantavano la loro solitudine, la dispedida, l’amor.

Io, senza andare alla Mèrica, vi ho raccontato un sacco di cose. Siete contenti?

L'abito non fa il monaco. Figuriamoci la monaca.

aprile 28, 2008

Nella migliore delle ipotesi – perché questa era la faccia della farmacista, grosso modo mia coetanea, alle nove della mattina di domenica – avrà pensato, vedendomi vestita da dark lady e non capendo se fossi appena uscita dalla notte, se avessi sbagliato fuso o che altro: questa vuole la pillola del giorno dopo, e mi toccherà pure fare questioni di primo mattino perché non ha la ricetta.

Oppure, nella peggiore delle ipotesi, magari pensava che volessi le siringhine monodose, con la scusa del diabete, ‘ste tossiche. Calza a rete e anfibi, capello aerodinamico, ma tu vedi un poco, vedi. E noi qua a sopportare tutto questo, senza un minimo di tutela. E ci è andato contro pure il Governo con il fatto delle licenze. E questi, beatamente fuori con l’indulto.

Che poi invece la faccia da tossica non ce l’avevo per niente, avendo dormito esattamente dodici ore di fila, risvegliatami paffuta come un cherubino.

Prego?

Ho la tosse e un principio di laringite. Vorrei il Fluimucil, quello più potente. E’ il seicento?

C’è rimasta male, poverina. E allora a quel punto, visto che avevo comunque un’angustia montata nelle ultime ore, le ho chiesto anche di dirmi tutto ciò che sapeva di una malattia rara, parlando con una certa cognizione di causa maturata in internet la sera precedente. Poi le ho anche spiegato i motivi del mio abbigliamento e ha riso molto.

Ma del resto era accaduto anche il giorno prima.

Ecco, io invece a quella del giorno prima le avrei tirato il collo.

C’era quel vestitino. Quel vestitino doveva essere mio, non esistevano altre possibilità. Portava inciso il mio nome.

Eh no, signora, non vi va.

Ma come, non mi va!?

Vi andrà stretto, con tutto il seno che avete.

Tutto il seno? Io? Ma dove sta? Questo qua? Ma quando mai, questo è un volgarissimo push up, ma quale seno, le giuro. Me lo faccia misurare.

Non vi va, guardate che braccio avete, guardate.

Che braccio io?

Non vi va nemmeno in vita, si vede a occhio.

Ma cosa dice, signora, guardi lei, piuttosto. Guardi il sistema giapponese della vita intorno al collo, guardi. Ma sì che mi va.

Insomma, io sarei stata disposta anche ad affettarmi più di una fetta di coscia per non darle la soddisfazione che il vestito non mi andasse. Alla fine si è convinta: vabbè, misuratevelo.

Con l’ausilio di mani amiche entro nel vestito, che miracolosamente si dilata e si adatta, come una seconda pelle.

Esco, sfilo. A mezzogiorno come se stessi a mezzanotte. Uau. Me te magno.

Ha visto, signora?

Eh, ho visto, eppure non l’avrei mai detto. E come vi sta bene!…ma voi fate un lavoro un poco…un poco particolare?

Un poco particolare? Signo’, ma come vi viene? Qua siamo tre laureate, tre signore serissime. Anzi, fateci pure lo sconto, perché voglio sapere dove la trovate un’altra che vi entra in questo vestito.

Ma tu vedi un poco che gente che ci sta al mondo.

Poi se la prendono con me per quelle due o tre gaffes al giorno che involontariamente faccio.

E poi mi tocca pure stare a spiegare che non so’ scema e nemmeno oca. Che sono una falsa magra o una falsa grassa, secondo il lato da cui si guarda, che sono la femmina più pesante che il padreterno abbia messo sulla faccia della terra ma che negli anni ho capito che ai buffoni tutto è concesso, e nel riso passa qualunque contenuto, anche la verità più scomoda. Ma mica posso sta’ a spiega’ ogni volta tutta la faccenda?

E senti, non è che ti vorresti fidanzare un poco con me?

Quanto poco?, chiedo per farmi un’idea.

Poco poco. Pochissimo.

E che benefici ne trarrei? Che valore aggiunto apporterebbe questo alla mia vita? Mi conviene, fiscalmente?

Una volta ogni quindici giorni ti porto al cinema e pago io?

Mmmhh, ci posso pensare un attimo?

Qualche mese? Due o tre giorni? Senti, io sto disperato: nessuna si vuole fidanzare con me.

E mi devo fidanza’ io? Così, a freddo? Non ho capito.

Per pietà. Nemmeno per pietà?

E che faccio, la crocerossina? La dama di San Vincenzo?

Sì, quella. Proprio quella.

Ma mi faccia il piacere, mi faccia. Ma quale fidanzata e fidanzata. Non posso: mi drogo, prendo la pillola del giorno dopo e faccio pure un lavoro un poco particolare.

Ma che stai dicendo?

Niente niente, un fatto mio: non mi voglio fidanzare co’ tte, no.

Uno/a busca lleno/a de esperanzas el camino que los sueños prometieron a sus ansias

aprile 11, 2008

Un po’ credo che sia colpa mia, perché io non sono una buona seguidora. Non lo sono proprio nella vita, come mai lo potrei essere nel tango?

E’ che sono poco dimessa, poco paziente e dunque se vado in milonga è per ballare e tutto questo fatto del fare tappezzeria non lo posso concepire, è impensabile; sicché se vedo qualcuno che mi pare piacevole da ballare (uso il verbo ballare in modo transitivo. Sì, lo so, grammaticalmente è scorretto, ma ha una sua precisa valenza alla quale non intendo rinunciare per compiacere due accademici della crusca da strapazzo), dicevo, se vedo qualcuno che sta fermo io mi avvicino, che lo conosca o meno e dico qualcosa tipo: ma che è? Battiamo la fiacca? Siamo venuti per contemplare?

Oppure: ma io e te non abbiamo mai ballato?

No.

E non pensi che sarebbe il momento di iniziare?

E se invece lo conosco, ma poco, esordisco con un: ma tu pensi di invitarmi nella serata di oggi o per il mese prossimo?

Ora, lo scenario che può generare un modo di fare simile, è il seguente.

Il tanghero può pensare, a freddo: chésta è scema.

A quel punto può decidere di rifiutare applicandomi un bollino di repulsione.

Ad oggi non è mai accaduto, pe’ grazia ‘e ddio. Per lo più lo stupore è tale che la mia sortita non ammette repliche, anche perché chi mi conosce non fa una piega, ma chi non mi conosce resta sempre un poco interdetto dal fatto che quando tiro fuori la faccia tosta sono sempre di una serietà mortale, senza concedere spazio al riso.

Una volta iniziato il balletto, il tanghèro può provare due sensazioni: o pensa che non so proprio ballare, e dunque conclude allora chésta è proprio scema ‘overo e mi rimette il bollino che si era risparmiato prima.

Oppure un poco gli piace e pensa: meno male, jà, poteva capitarmi di peggio.

E così dalla volta seguente io me lo trovo nei ballerini di fiducia senza dover fare più sforzi.

Diciamo che la tecnica mi ha ripagato di tutta la mia principiantitudine; un poco alla volta ho conquistato piccole parti di maschio territorio tanghèro, ottenendone un doppio beneficio, il primo di sottopormi a un costante e progressivo apprendimento, il secondo di suscitare un effetto emulativo, sicché il pincopallino che vede ballare l’amichetto suo con una perfetta sconosciuta che ogni tanto lo muove a riso, pensa: e se ci balla lui, ci devo ballare pure io, ecchecca’, innescando una spirale di azzeccamento virtuoso che produce sostanziali benefici nella principiante avida di perfezione che sarei io medesima.

Adesso apro e chiudo in fretta una piccola parentesi per dire che forse questa modalità di approccio ha pure degli effetti collaterali che finora non avevo preso in considerazione e che cominciano un poco a emergere, ma magari ne parliamo in dettaglio un’altra volta.

La vera questione che invece qui si pone – e che in parte è collegata agli effetti collaterali – è una questione di natura squisitamente economica. Di teoria economica.

Ci pensavo  ieri mattina, che non mi riuscivo a ricordare com’era il fatto. Poi mi hanno suggerito: utilità marginale.

Sì, ecco, utilità marginale.

Questa la definizione: il concetto di utilità marginale, la cui definizione potrebbe essere “utilità dell’ultima unità consumata di un dato bene”, discende dalla “legge di utilità decrescente”. Secondo questa legge, il consumo di ciascuna unità successiva di un dato bene accresce la soddisfazione o utilità totale, ma sempre più lentamente, finché viene raggiunto il punto in cui il consumo di un’unità addizionale non darà più alcuna soddisfazione.

Ma la definizione non è completa se non ci abbiniamo l’altro concetto, il Saggio marginale di sostituzione, ossia la quantità di beni a cui si è disposti a rinunciare per ottenere un’ unità aggiuntiva di un altro bene e mantenerne costante l’utilità.

Ora, anche se non sapete di economia, capite bene la gravità degli enunciati: arriva un momento in cui se ne ha bisogno sempre di più, proprio come fosse una droga, e tuttavia la soddisfazione massima sarà sempre più difficile da raggiungere, fino a che o succede qualche cosa che ci sconvolge o tutto quello che accadrà non ci farà né caldo né freddo. Ma soprattutto: a cosa sarò disposta a rinunciare per massimizzare la mia soddisfazione in quella cosa là?

Sicché forse ne concludo che il mio approccio non fa altro che accelerare i tempi della flessione della curva di utilità, avvicinandomi pericolosamente al punto di sazietà, prima del quale sarò disposta a tutto – pure a sacrificare la dignità – pur di procacciarmi un’unità di bene tanghèro supplementare.

E chiedo dunque a  voi economisti, o esperti e professionisti milongueri che avete più esperienza di me: come fluttuerà il mio tango market nei prossimi mesi?

Mi troverò a firmare cambiali, mutui? A contrarre obbligazioni che non sarò poi in grado di onorare?

E’ che gli effetti collaterali mi stanno cominciando a fare un poco preoccupare.

Corpo di mille diavoli! (il seguito)

marzo 27, 2008

Avevo detto che sarebbe stato tango, ed eccomi. Ma in realtà non è di questo, che scrivo. E’ un pretesto, è di sensi e senso, di apparenze e consistenze, che sento e scrivo e cancello e riscrivo.

La questione è che si dice che il tango è un ballo sensuale.

E vabbè, direte voi, grazie assai, questa è la scoperta dell’acqua calda.

Invece la cosa è più complessa di come appare. Cioè, è chiaro che lo si sa, non è che lo si scopre all’improvviso. Diciamo che però, a un dato momento, può verificarsi un insight.

L’insight permette di risistemare il tutto che ci circonda secondo una nuova modalità di apprendimento, immediata e tangibile (o tangabile?), che annulla i nessi preesistenti e li rimpiazza con una nuova e più duratura comprensione, che non necessariamente richiede di essere verbalizzata.

Insomma, per non andare troppo per le lunghe, nel nostro caso l’insight si è prodotto a seguito della scoperta del verificarsi di erezioni in corso di ballo, per quanto discrete e compìte esse fossero. Una scoperta accidentale, figlia della serendipità.

Un fenomeno che o ignori, ritenendolo altro da te e continuando bellamente a ballare, o non ignori,  facendoti carico di precise responsabilità personali nella faccenda e innescando una serie di riflessioni tra te e te. Tutt’è  stabilire se una tanda è un banale insieme di componenti elementari e non necessariamente correlate o è una Gestalt.

Ovviamente io mi colloco tendenzialmente nella seconda possibilità, con tutto quel che ne consegue.

Ora,  questo post ha dormito diversi giorni.

Come una sorta di lievito madre è stato quotidianamente alimentato da conversazioni, confronti, carteggi, pratiche sul campo, riflessioni solitarie, incontri casuali e abbracci reiterati.

L’amico mio, che non balla, mi dice: a me fa impressione questa cosa, che si va lì, ci si allaccia corpo a corpo con uno sconosciuto, così vicini come solo a letto si fa, e poi ci si lascia senza nemmeno sapere chi, e come, e perché. Ma com’è, questa cosa qua?

Che se io fossi una intellettualmente disonesta gli risponderei: ma dài, in fondo è solo un ballo, mammamia come sei pesante!

E invece la stessa domanda me la pongo pure io, e un poco mi rispondo che è come quando prendi il treno e parli agli sconosciuti, rivelando dettagli così intimi che non diresti nemmeno a una sorella.

Solo che una volta che uno m’aveva fatto piedino in treno, io avevo reagito come una  pazza.

Che invece uno sconosciuto di cui nemmeno so il nome mi pigli, mi arravogli, si azzecchi faccia a faccia e per dieci minuti abbondanti mi possegga più o meno carnalmente, con mio sommo piacere e devozione, mi pare un fatto non solo normale, ma per lo più assai desiderabile.

In realtà il post sul fotografo non era peregrino, ma propedeutico: il corpo, questo corpo qua, il mio e il vostro, è portatore di verità su noi stessi che non ci verrebbero rivelate altrimenti. Gli uomini con cui ballo meglio, ai quali più mi abbandono, sono decisamente sovrappeso. Oppure hanno una certa età. Oppure la barba che punge, che è una cosa che in condizioni normali mi farebbe venire l’orticaria.

E pur tuttavia.

Pur tuttavia a me mi piacciono. Ma assai. In modo furioso, folle, irrazionale, rapinoso, cannibalesco. Assai.

Se però li avessi incontrati fuori dal contesto milonguero – mettiamo al bar, a una riunione all’isola A6 o al cineclub del martedì – il loro corpo non mi avrebbe prodotto lo stesso effetto, uno sfioramento di guancia mal rasata m’avrebbe fatto venire la dermatite, il dato anagrafico m’avrebbe fatto pensare: vecchio bavoso.

A questo punto dobbiamo affermare, con sufficiente certezza, che la bellezza non ha nulla ha che vedere con l’indice di gradimento, che la proporzione aurea impatta solo visivamente, ma a livello tattile, umorale non ha alcun potere. Che ciò che agisce nel piacere e nel desiderio è una cosa riposta, inconfessabile e innominabile. Un mistero. Una cosa che o si rifugge per timore, o la si osserva con sgomento o alla quale ci si abbandona con improvviso senso di liberazione.

Direte voi: e vabbè, sapevamo pure questo.

Lo sapevo pure io, che c’entra. Ma ultimamente mi pare che lo so un poco meglio.

E più ne so, meno so di me.

E meno so di me, più lieve vado. Quest’è.

Sex and Tango

marzo 2, 2008

Il mio amico psichiatra dice: capisci? Capisci quello che intendevo dire quando ti dicevo che il tango non è un ballo come gli altri? Che è come una pratica zen,  richiede un controllo corporeo totale, l’assoluta attenzione sul centro. Capisci? Il tango è un ballo in cui devi usare il diaframma.

Allora vado in farmacia e compro ‘sto benedetto diaframma. Inserire quattro ore prima e togliere quattro ore dopo.

E poi mi chiedo: ma se uno va a ballare all’improvviso, senza adeguata preparazione?

Vabbé, correremo il rischio, pazienza.

Poi parlo con la tizia che dà lezioni di tecnica e mi dice: vedi, la cosa importante è concentrarsi sulle possibilità che derivano dal perno. Facendo perno su di te puoi permetterti di tutto. Perché per il tango occorre la spirale.

Allora torno in farmacia e dico: scusi, dottoressa, volevo anche una spirale.

Ma come, signora, ieri ha preso il diaframma.

Lo so, lo so, ma non basta. Ci vogliono entrambi.

La farmacista è perplessa, vorrebbe aggiungere qualcosa, ma non si azzarda.

Con diaframma e spirale dovrei essere a posto. Almeno spero.

Invece poi incontro un amico che all’improvviso se ne esce con un’ulteriore informazione: per non entrare in concorrenza con gli altri locali, ho deciso che organizzerò la nostra serata tanghèra una volta al mese.

Anto’, una volta al mese? Solo una volta al mese?

Sì, perché?

No, niente: pensavo al fatto della spirale e del diaframma.

Che cosa?

No, no, niente. Un fatto mio. E come mai questa decisione?

Così. E’ che le cose non devono essere inflazionate. Sennò la gente poi si stufa. Invece noi ci organizziamo ogni 28, 30 giorni, di modo che ogni volta creiamo l’aspettativa, il desiderio, facciamo una sorpresa. Un intervento preservativo, più o meno.

Preservativo?

Sì.

Torno in farmacia.

La farmacista è sempre più perplessa: signora, posso permettermi?

Dica, dica pure.

Ma non è che sta esagerando? Perché non prova una contraccezione differente? Ha mai pensato di prendere la pillola?

La pillola? Dottoressa, forse non ci siamo capite: non è per il controllo delle nascite. E’ per via del tango, mi serve per il tango.

Ah. Per il tango? Ho capito. Sì, sì, il tango.

Sì, dottoressa, per il tango. Il tango, il tango, quel fatto là, quello dell’espressione verticale di un desiderio orizzontale.

Sì, ho capito. Per caso le serve pure un poco di Viagra?

No, no, grazie, quello già ce l’ho.

E’ che la gente si fa idee strane, pensa sempre a una cosa. Malati.

Brian Weeks, The Two Inch Tango (The Viagra Song)

Lezioni di tango per giovani samurai. Sottotitolo: scene da un matrimonio.

febbraio 16, 2008

Ti siedi, dice la maestra, ti siedi. Continui a sederti, a mollare, a cedere nella gamba.

Tu che sei così leggera dovresti solo crescere, allungarti. Spingere verso l’alto, tenerti dritta sulla tua schiena, e spingere verso il basso e dietro, allungare, allungare ancora, tenderti. Lascia  il tacco a terra, non voglio dire allungarsi in quel modo, sulle punte. E’ un allungo teso ma affondato nel terreno, un’estensione stabile. Non separarti dalla radice. Tu e il tuo asse, da soli, senza bisogno di appoggiarti a niente, a nessuno. Non così, non così. Mantieni il controllo degli addominali, non deve esserci niente che possa farti cedere. Nel momento in cui lui ti sbilancia e ti porta fuori asse, fuori dal tuo centro, ecco, quello è il momento in cui devi farti forza;  serviti di lui, usalo, usa la sua spalla come una leva per rialzarti e non mollare. Nel momento in cui l’impressione che hai è che lui voglia farti cadere, fingi di cadere, ma solo con la sinistra. La destra resta tua, solida, piantata. Disegna, con la sinistra, disegna il cerchio del tuo spazio, marcalo, delinealo. Seguilo, ma mantieni la distanza. La caduta è un’illusione, un artificio, un falso cedimento. Quando lui ti riconcede il centro, l’asse, quando lui ti riconduce a casa tu lo assecondi, ma in realtà già ci sei, ci sei sempre stata.

E tu, dice a lui, bloccala nelle reni. Non permetterle di sedersi. Nel momento in cui la attiri a te apriti leggermente verso destra: lascia che trovi il punto esatto per abbandonarsi a te e seguirti senza doversi affrettare. Girale intorno, tienila sospesa. Sospesa e tesa. Tesa e cedevole. Lascia che si fidi. Se non si fida non ti seguirà. Se non si fida non verrà.