Archive for the ‘the tale of legless man’ Category

Cose che re-imparo, in conversazioni più grandi di me.

luglio 24, 2014

Una madre gelosa della compagna del proprio figlio maschio adulto ha due possibilità di interpretazione: o non si è staccata da lui, o gli si vuole ricongiungere.
O non l’ha realmente partorito e offerto libero al mondo o vuole possederlo. Come un bimbo piccolo, talvolta.
Il figlio maschio è il fallo.
Può capitare anche con le figlie femmine, ma lì la cosa è differente. Prende un’altra forma, meno fallica e più uterina, in cui il senso di completezza non viene dal bisogno/desiderio di essere penetrata, quanto di essere com-penetrata dalla carne filiale che si fa tutt’uno col corpo materno e la abita. Pesa sempre la mancanza del fallo, anche qui. Ma il fantasma dell’incesto, così ingombrante nel rapporto madre/figlio, con la figlia si sfuma, fino a sparire.
Vedo molte madri di figlie che piuttosco seducono, seppur involontariamente, il compagno della figlia, si proiettano in una sorta di rivalità, di supremazia. Come per adombrare la maturità sessuale delle figlie a beneficio della propria, ormai consunta dall’età biologica. E’ più un aggrapparsi alla vita, che una mancanza del fallo.
E non lo dico io, sto leggendo delle cose interessanti, anche se troppo lacaniane. Anche post-lacaniane. Come dice l’amico mio Pietro, lacaniane con lieve svolta a destra, nell’eccesso di importanza che si attribuisce alla figura del padre, così ottusamente conservatrice dell’ordine. Ma tant’è, checchè se ne voglia fare una critica demolitrice: in assenza del padre e del fallo paterno, la madre reclama per sé il riempimento di quest’assenza, e si sceglie il figlio come sostituto.

Non ti presento mia madre perchè, sai, è un po’ gelosa, un po’ possessiva.
E perché? Ci scopi, con tua madre?
(silenzio imbarazzato, espressione di risentimento e stupore) Che c’entra?
E c’entra, altro che. Le gelosie si danno per timore di dover condividere la stessa cosa con qualcun altro, così come le invidie si danno perché l’altro possiede qualcosa che noi non possediamo.

Ciò che distingue una compagna dalla propria madre è il sesso, la possibilità procreativa, la progettualità comune. Tutte cose che non sono oggetto del contendere con una mamma.

Cosa vuole una madre gelosa dalla compagna del suo figlio adulto?

Che lo lasci bambino, nel suo immaginario di trastulli affettuosi?

Che non la privi della presunta tutela su un essere che viene così assoggettato, ridotto a cosa, incapace di evoluzione come persona?

Che non la lasci in balia di quel vuoto in cui dovrebbe – fisicamente e metaforicamente – albergare un fallo adulto?

(replica irosa, stizzita) Ma no, è naturale: le madri ci crescono e soffrono all’idea che qualcuna modifichi le loro regole, le loro abitudini. Che debbano perdere una parte di amore. E’ una forma di affetto, anche se forse un po’ patologica.

Ci sono conversazioni che mi fanno sorridere, amaramente sorridere, che raccontano in poche battute il modo in cui ci si vede o non si riesce a vedersi, il modo in cui si è cresciuti o non si è cresciuti.
Abbiamo tutti il nostro cordone ombelicale, più o meno lungo, e reciderlo è la cosa più difficile del mondo.
Ma legati a un cordone, per quanto lungo, non si va abbastanza lontano.
Che poi il lontano non è spaziale. E’ piuttosto un andare verso sé, dentro sé, un conoscersi nella propria, personale individuazione.
Sono contenta di non avere figli maschi e non dover fronteggiare anche questo dolore, questa incapacità.
Che già ho le mie a zavorrarmi.

Rileggo spesso questa di Pasolini, e sempre mi dà la pelle d’oca, mi restituisce le forme di qualcosa che sento, che conosco, che ho imparato nel tempo. Del figlio dimenticato, mai cresciuto, del figlio assoggettato privato della capacità di essere realmente se stesso e amare. Mi dà la pelle d’oca e un grande senso di perdita, una perdita che a vari livelli mi prende tutta.

E’ difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile.
Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo.
Ho un’infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore
è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita, l’unica tinta, l’unica forma, ora è finita.
Sopravviviamo,
ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
sono qui, solo, con te,
in un futuro aprile…

 

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Camminavi per il mondo

dicembre 9, 2005

Quando il re sentì queste parole, non gli dispiacque di ascoltare il racconto di Shahrazàd, anche perché quella notte si sentiva agitato e non aveva voglia di dormire. E Shahrazàd cominciò a raccontare…

La leggenda dell’uomo che aveva perduto le gambe la tramandavano i gitani nelle notti in cui la luna illuminava il Sacromonte e la torre di Camares stendeva un’ombra lunga sui cortili dell’Alhambra.

Si era giocato la vita a dadi e punta di pugnale per amore di una paya e aveva perso il cuore. Poi disperato aveva chiesto al dio degli amori infelici di poterlo riavere, in cambio delle gambe.

Ma si sa che certe divinità si sono create da sole con l’unico scopo di indispettire il mondo e prendersi burla degli umani, così il dio gliele tolse e non gli restituì mai più nemmeno il cuore, lasciandolo a  vagare senza  passo né ritmo.

Sicché ancora oggi quando un ballerino perde il tempo nella vuelta si dice che è il dio degli amori infelici che gli sta disegnando il destino.

Da un passo sbagliato cadrà in un baratro di insania.

Presso i choles e i lacandones la leggenda è riportata in altra versione: si racconta di un’india piccolina che comparve dal nulla e odorava di mare.

Era un odore che nessuno degli uomini della foresta aveva mai sentito prima,  che toglieva il sonno e le forze.

Gli anziani andavano per la selva simili a cani inscheletriti, con questa pena di amore giovanile nelle ossa, finché uno di loro disse: sarò io a ucciderla, in una di queste notti di nebbia e gelo. Si appostò per ore e quando l’india comparve le fu alle spalle. Ma la donna si voltò e gli soffiò addosso il profumo del mare e di un ricordo lontano.

Il vecchio si inginocchiò e pianse.

Prenditi tutto di me, le disse.

Ma l’india sapeva che di lì a poco, all’apparire del giorno, si sarebbe pentito, avrebbe nuovamente desiderato la pace della capanna  e della sua tribù. Così gli prese le gambe, perché lui non avesse a seguirla e soffrire.

Ancora oggi quando un indio soffre di reumatismi si dice che è il ricordo di un amore perduto che gli morde le ossa.

 

Racconta invece una fiaba tonkinese che sulle sponde dell’Irrawaddy una donna offriva storie ai passanti in cambio di una ciotola di riso o qualche taglio di stoffa, quando dal fiume emerse uno straniero dal viso affaticato e sofferto.

Per qualche istante la donna pensò che si trattasse di un Nat, un demone cattivo salito dalle acque per tormentarla, ma poi vide negli occhi dell’uomo la pena di un lungo viaggio e lo addolcì con la fiaba della passera di mare.

Alla fine del racconto l’uomo si addormentò intrecciando i suoi sogni alle radici delle mangrovie. Al suo risveglio la donna era scomparsa e un pescatore gli spiegò che era andata in cerca di cibo per i suoi figli. Lo straniero voleva ascoltare altre storie, ma non aveva stoffe o riso da offrirle. La cercò giorno e notte sulle sponde del fiume e quando finalmente la ritrovò le propose uno scambio: lei gli avrebbe fatto dono di un’altra storia e lui, a sua volta, le avrebbe offerto qualcosa da trasformare in fiaba da raccontare ad altri passanti.

La donna gli fu accanto per tutta la notte, infilando parole come perle, mandandole per il mondo come piccole bestioline che gli facevano solletico sotto la pelle.

All’alba lui si fece amputare le gambe e scomparve, lasciandole un ricordo e una leggenda da ricamare.

Camminavi per il mondo

dicembre 9, 2005

Quando il re sentì queste parole, non gli dispiacque di ascoltare il racconto di Shahrazàd, anche perché quella notte si sentiva agitato e non aveva voglia di dormire. E Shahrazàd cominciò a raccontare…

La leggenda dell’uomo che aveva perduto le gambe la tramandavano i gitani nelle notti in cui la luna illuminava il Sacromonte e la torre di Camares stendeva un’ombra lunga sui cortili dell’Alhambra.

Si era giocato la vita a dadi e punta di pugnale per amore di una paya e aveva perso il cuore. Poi disperato aveva chiesto al dio degli amori infelici di poterlo riavere, in cambio delle gambe.

Ma si sa che certe divinità si sono create da sole con l’unico scopo di indispettire il mondo e prendersi burla degli umani, così il dio gliele tolse e non gli restituì mai più nemmeno il cuore, lasciandolo a  vagare senza  passo né ritmo.

Sicché ancora oggi quando un ballerino perde il tempo nella vuelta si dice che è il dio degli amori infelici che gli sta disegnando il destino.

Da un passo sbagliato cadrà in un baratro di insania.

Presso i choles e i lacandones la leggenda è riportata in altra versione: si racconta di un’india piccolina che comparve dal nulla e odorava di mare.

Era un odore che nessuno degli uomini della foresta aveva mai sentito prima,  che toglieva il sonno e le forze.

Gli anziani andavano per la selva simili a cani inscheletriti, con questa pena di amore giovanile nelle ossa, finché uno di loro disse: sarò io a ucciderla, in una di queste notti di nebbia e gelo. Si appostò per ore e quando l’india comparve le fu alle spalle. Ma la donna si voltò e gli soffiò addosso il profumo del mare e di un ricordo lontano.

Il vecchio si inginocchiò e pianse.

Prenditi tutto di me, le disse.

Ma l’india sapeva che di lì a poco, all’apparire del giorno, si sarebbe pentito, avrebbe nuovamente desiderato la pace della capanna  e della sua tribù. Così gli prese le gambe, perché lui non avesse a seguirla e soffrire.

Ancora oggi quando un indio soffre di reumatismi si dice che è il ricordo di un amore perduto che gli morde le ossa.

 

Racconta invece una fiaba tonkinese che sulle sponde dell’Irrawaddy una donna offriva storie ai passanti in cambio di una ciotola di riso o qualche taglio di stoffa, quando dal fiume emerse uno straniero dal viso affaticato e sofferto.

Per qualche istante la donna pensò che si trattasse di un Nat, un demone cattivo salito dalle acque per tormentarla, ma poi vide negli occhi dell’uomo la pena di un lungo viaggio e lo addolcì con la fiaba della passera di mare.

Alla fine del racconto l’uomo si addormentò intrecciando i suoi sogni alle radici delle mangrovie. Al suo risveglio la donna era scomparsa e un pescatore gli spiegò che era andata in cerca di cibo per i suoi figli. Lo straniero voleva ascoltare altre storie, ma non aveva stoffe o riso da offrirle. La cercò giorno e notte sulle sponde del fiume e quando finalmente la ritrovò le propose uno scambio: lei gli avrebbe fatto dono di un’altra storia e lui, a sua volta, le avrebbe offerto qualcosa da trasformare in fiaba da raccontare ad altri passanti.

La donna gli fu accanto per tutta la notte, infilando parole come perle, mandandole per il mondo come piccole bestioline che gli facevano solletico sotto la pelle.

All’alba lui si fece amputare le gambe e scomparve, lasciandole un ricordo e una leggenda da ricamare.

Il calcolo dell’età

novembre 25, 2005

Non appena scivolava nel sonno, l’uomo che aveva perduto le gambe iniziava a ringiovanire.

Il suo tempo si srotolava all’indietro come una guida rossa, di trama e ordito in seta.

Si stendevano i lineamenti, si ammorbidiva la piega della bocca, piano piano dalle gambe spuntavano due gemme e rifioriva in guisa di fromboliere entusiasta.

Invece a me accadeva il contrario.

Non appena mi addormentavo iniziavo a invecchiare, invecchiavo sempre più, con precisione e metodo. Con angustia e costanza.

Quella ruga tra le sopracciglia si contraeva con forza, sulle mani sbocciavano i piccoli fiori della morte e mi rannicchiavo in posizione fetale, come per rimpicciolirmi e tornare da dove ero venuta.

– Un utero un seme una voglia un pensiero un nulla infinito –

In un punto esatto della notte ci sfioravamo e avevamo la stessa età.

Avveniva un poco prima del risveglio, quando lui cominciava ad arrotolare nuovamente il tappeto e io mi accingevo a far scomparire le autostrade di solchi scavati nel sogno, a nascondere alla vista dei ladri le collane di Venere.

In quel punto preciso della notte ci prendevamo per mano e ci alzavamo in volo.

Quando tornavamo era già mattina.

Ci abbracciavamo come se avessimo percorso il mondo.

Ignari, immemori. Storditamente felici.

 

(Empiti di me. Desiderami, stremami, versami, sacrificami. Chiedimi. Raccoglimi, contienimi, nascondimi. Voglio esser di qualcuno, voglio esser tuo, è la tua ora. Sono colui che passò saltando sopra le cose,il fuggitivo, il dolente. Ma sento la tua ora, l’ora in cui la mia vita gocciolerà sulla tua anima, l’ora delle tenerezze che mai non versai , l’ora dei silenzi che non hanno parole, la tua ora, alba di sangue che mi nutrì di angosce, la tua ora, mezzanotte che mi fu solitaria.)

Chi semina vento raccoglie tempesta

novembre 20, 2005

Tutto quello che vorrei scrivere qui, nello spazio e nei tempi di questa musica.

Che forse sarebbe la colonna sonora esatta del modo in cui mi muoverei, se potessi.

Del modo in cui –  quando posso –  mi muovo e sogno.

Non stasera, no.

Nemmeno domani. Neppure dopodomani.

L’inverno improvviso mi avvizzisce, mi brucia le foglie.

Alla scuola dalle suore mi legavano la mano destra dietro la schiena per imparare a usare anche la sinistra, per fronteggiare le situazioni di emergenza. Il risultato è che non so usare bene nessuna delle due.

L’uomo che aveva perso le gambe mi avrebbe disegnato biglietti d’auguri tenendo il pennello tra le labbra. Piccoli cerchi e pesci, alghe maurizio. Banchi di coralli.

Cose di mare, per sconfiggere il freddo.

Oltre alle gambe a volte si possono perdere anche le braccia, meglio attrezzarsi per tempo. Meglio imparare.

Anche lui lo sapeva, una volta aveva smarrito un braccio per diversi giorni. Lo aveva ritrovato per puro caso, era rimasto nella manica di una giacca che gli avevano prestato.

Succede.
Succede di smarrire qualcosa di sé quando si indossa un abito mentale che non ci appartiene.

Però i suoi piccoli baci depositavano un semino in ognuno dei miei pori, in profondità.

E con il caldo mi trasformavo in tappeto erboso, in fiore di campo, in dichondra repens.

Forse d’inverno mi avrebbe costruito una serra.

L'uomo che aveva perduto le gambe

novembre 14, 2005

Ci sono storie che non ammettono di essere scritte né raccontate, che si confinano ai bordi del linguaggio e trasmettono segnali ostili, come di bestia selvatica che ricacciata in un angolo tiri fuori gli artigli per timore di essere stanata. Allora occorrono pazienza e lentezza, piccoli trucchi, esche saporite.

Così è la storia dell’uomo che aveva perso le gambe.

Mi darà da penare. Lo so. Ha già rubato il sonno alle mie notti e ogni mio pensiero. Non mi lascia spazio, non mi concede tempo, è un metronomo nel cervello.

Si è conficcata tra le mie vertebre, raggomitolata nel sangue. E’ sfuggente a ogni presa. In alcuni giorni riesco a tenerla un po’ distante, quel tanto appena da permettermi di essere presente a me stessa, ma non appena mi pare di aver riacquistato un certo controllo, eccola che riemerge e non mi dà tregua. 

Potrò scrivere intorno a questa storia, ma non la storia in sé.

Non adesso. Sarà forse nel tempo, quando smetterà di muoversi nel mio ventre come un feto di smisurata grandezza che rifiuta di essere espulso.

Adesso posso solo raccontare di come al mattino mi svegli abbracciando il cuscino dell’uomo che aveva perso le gambe e respiri il suo odore notturno, di come osservi il cielo con i suoi occhi, di come passi le serate in cucina e assaggi i cibi con la sua bocca. Perché per scrivere di lui devo permettere che entri in me.

E’ quello che ho pensato lucidamente, prima di accorgermi che era già dentro di me.

C’era da tempo, più in profondità del consentito. Stabilmente insediato senza alcuna possibilità di sfratto.

Ormai muove e indirizza i miei gesti, anche quelli che compio quando credo di essere sola, sicché nei rari momenti in cui mi sembra di riuscire a vivere di vita indipendente,  in realtà faccio parte di lui. Se morissi all’istante lo troverebbero mischiato alle mie cellule, indistinguibile.

Alcuni racconti sono segreti. Questa storia va oltre la clandestinità, è come un amante con cui non si ha nemmeno più bisogno di parlare, come una relazione immorale che una volta scoperta si interrompe e tuttavia prosegue nel ricordo una sua vita serpeggiante, silenziosa. Un’insinuazione non sradicabile, un grumo indissolvibile di peccato.

Non si può vivere così, non con questa storia sotto la pelle, tra le cosce, nel cuore. Non con l’idea dell’uomo che aveva perso le gambe come unico compagno delle notti.

In alcuni momenti aspiro solo a liberarmene, a vomitarla. Sarebbe un urlo.

In altri momenti ho la certezza che non verrà mai fuori, che resterà avvinghiata ai miei polmoni, respirando aria di me fino a sfinirmi. Non si può vivere così, non con questa storia che mi si bisbiglia da sola all’orecchio in tutti gli esiti possibili e che tuttavia io ho il timore di scrivere. Come se da me dipendesse il lieto fine o la tragedia.

Ma non dipende da me.

L’uomo che non ha più le gambe è già padrone del suo destino.

Io posso dargli voce, offrirgli parole, tempo. Il mio cuore. Ma non conosco il finale che vorrebbe davvero.

Né se dopo mi lascerebbe libera di esistere senza di lui.

Ho paura di sbagliare, ho paura di perderlo.

Perché la verità è che io amo l’uomo che non aveva più le gambe. Questa è l’unica cosa che so.

Lo amo quando guardandomi intorno leggo immediatamente le differenze e torno a lui senza dubbio.

Lo amo quando qualcuno tenta di accarezzarmi una mano e io la ritiro, come se commettessi adulterio.

Lo amo al prezzo di uccidermi qualcosa dentro perché lui possa vivere altrove, in altre storie meglio raccontate, ben saldo sulle sue gambe.

Scriverne non servirà ad averlo con me e a trasformarlo in carne.

Non si può vivere così, vi assicuro.