Archive for the ‘tiles and tales’ Category

La piastrella è un luogo dell€’anima. Sottotitolo: ha essa l’€™obbligo di essere politically correct?

luglio 26, 2006

Questo blog – come me, d’altronde – ha  dei lunghi momenti monotematici.  Il trucco sta nel non perdersi, perché alla fine c’è sempre un filo conduttore, anche dietro la futile apparenza degli oggetti.

E questa era la premessa.

Oggi si è concluso il tour nell’universo maiolicato. Nella mia auto si ammassano circa centocinquanta piastrelle di ogni forma e colore. Alcune valgono anche duecento euro.

Ho imparato tutto sullo spugnato a mano, sulla serigrafia, sul decorato  e la bicottura.

L’oro si cuoce a piccolo fuoco,  mentre le fritte si portano a temperature elevatissime e si lasciano colare lungo i bordi per creare effetti irregolari.

Credevo di sapere tutto il necessario, fino a questa mattina quando sulla mia strada ho incontrato la monofusione.

E lì la metafora materica si è impossessata di me: viene un momento nella vita in cui corpo e anima finalmente si ricongiungono e formano un unico blocco, massiccio e indissolubile. La superficie intorno alla patina smaltata resta scabra e segnata, testimone dei patimenti e delle esperienze, ma la compattezza è dato di fatto, come pure la resistenza.

Ed esattamente come nelle vite che finalmente raggiungono consapevolezza di sé, tecnicamente ciò accade nelle aziende più evolute. I conti quadrano.

La presidentessa del consorzio è vivace e intraprendente, mi mostra un lungo video che condensa i quattro elementi e più che piastrelle pare mostrare le tappe di un viaggio interiore: il fuoco che distrugge, l’acqua che riporta la vita e una maiolica che porta inciso il grano.

Pannelli che ripropongono i graffi che le tigri si assestano per gioco, segnali e trame sparsi come nelle vie dei canti.

Le torri gemelle che si schiantano sotto i colpi nemici e un beduino che passeggia il suo cammello su uno sfondo di cotto pennellato irregolarmente.

Ma un’immagine, più di tutte, mi colpisce per la perfezione formale: la distruzione del Buddha di Bamiyan e il vuoto immenso subito dopo. La polvere che si solleva e grazie a un effetto grafico viene ricomposta a mostrare una piastrella scavata dotata incredibilmente dello stesso attributo della vacuità.

E’ un video provocatorio, mi spiega la signora bionda. Lo abbiamo prodotto per presentare la nostra collezione negli Stati Uniti, è stato portato anche in due università. Non si può produrre coscientemente qualcosa senza interrogarsi su di sé. Nulla, nemmeno il più piccolo gesto, nemmeno il più piccolo oggetto, è esente da una responsabilità collettiva.

E intanto la voce le trema, mentre io passo le dita tra i graffiti dei suoi 50 per 50 e imparo la differenza tra questo materiale e l’argilla.

Mi regala il video, memorizzo le sue parole.

Ma non so, non so davvero se riuscirò a scriverle nel mio editoriale patinato.

Sociologia del cotto maolicato

luglio 25, 2006

Ho un tot di parole a disposizione, è il mio kit di sopravvivenza quotidiana.

Da Millàs ho mutuato l’idea che siano un bene soggetto a deperibilità ed esaurimento. Sicché in questi giorni mi tocca usarle per lavoro e non posso fare altrimenti.

Stamattina sono in mare, tutta presa da tabelle sulle performance della nautica da diporto.

Le piastrelle tuttavia occhieggiano da un angolo della scrivania e sembrano dirmi: scrivi di noi, scrivi di noi.

Le guardo e penso a un incipit. Poi mi viene in mente il libro che sto leggendo in questi giorni, Vita liquida, di Zygmunt Bauman e ho come un’illuminazione.

Scrive Bauman: “(in questa società) la durata si trasforma da un vantaggio in un handicap: lo stesso può dirsi a proposito di tutto quanto è massiccio, solido è pesante: tutto ciò che ostacola il movimento”.

Adesso parto da qui e ribalto l’analisi sociologica, metto la piastrella maiolicata alla base di una nuova struttura del mondo che ripristini il senso della durabilità e del valore e rifondo la società dei legami stabili e della solidità.

Poi finalmente, forse, vado in vacanza.

Con il senso profondo di aver salvato il mondo.

Polvere sei e alla polvere tornerai

luglio 22, 2006

Questa  settimana  valeva  per  due, per  tre,  per quattro,  per cinquemila, in tutto e per tutto.

Dopo le campagne e le colline l’autostrada si è srotolata direttamente sul mare, sono comparse cupole e timpani maiolicati, riflessi dorati e acque trasparenti.

Lì, nel grande showroom dei Pavimenti da sogno giravo annoiata da decori fin troppo noti, incapace di scegliere banalità.

Poi ho visto loro, appoggiate su supporti trasparenti. Ho detto: le voglio, almeno una, vi prego, una soltanto.

Ma mi hanno risposto tassativamente che no, quelle no, era una collezione privata di pezzi unici.

Potevo avere tutto, ma non quelle piastrelle lì.

Dopo duecentosettanta tentativi di smancerie e una telefonata di trattativa col grande capo dell’azienda ho ottenuto almeno il permesso di fotografarle, e intanto chiedevamo notizie sull’artista.

Era lì, si aggirava a passi lentissimi nello spazio, incapace di parlare a causa della recente tracheotomia.

Non durerà a lungo, mi hanno detto, il male lo consuma. Stiamo facendo tutto quel che è possibile almeno per alleviargli la sofferenza.

Ma vi è parente?

No, ma non ha nessuno e noi non abbiamo cuore di abbandonarlo, dopo che per anni ha disegnato per noi, dopo tutto quello che ha rappresentato per l’architettura contemporanea.

Intanto il vecchietto era curioso, ci girava intorno e con gli occhi chiedeva chi fossimo. Con curiosità osservava la nostra curiosità, come se non comprendesse cosa ci affascinasse tanto.

Era lontano, lontano migliaia di anni da tutto, da sé, dai suoi stessi ricordi.

Io nel frattempo mi ero seduta al computer dell’azienda e guardavo le foto di tutti i suoi lavori. Un incanto.

Alla fine, mentre andavamo via con la scatola dei campioni, si è avvicinato, muto come lo era stato per tutto il tempo.

Mi ha porto una ciotola decorata da lui, con lo sguardo mi ha fatto cenno che la tenessi.

In azienda erano commossi.

La tenga come qualcosa di prezioso, mi hanno detto. La custodisca con cura.

Lo guardavano con tenerezza, come un bambino che pronunci la sua prima parola o muova il primo passo.

Poi lo hanno portato nuovamente a sedere, lo sguardo tornato vacuo e gelatinoso.

Fuori il sole era accecante e io così violentemente innamorata da desiderare che il mondo durasse in eterno o si spegnesse in quel medesimo istante.

Grandangolo

luglio 19, 2006

Ieri  sera era un’ altra provincia  e un’ altra  campagna. Non  c’ erano  grano e colline ampie, ma filari a perdita d’occhio, qualche ulivo e tanta roccia.

La luce era così bella che sembrava di guardare tutto attraverso un filtro aranciato.

Per quella goccia di sangue che mi scorre nelle vene io, che da sempre mi sento senza radici e senza appartenenze, so che quella è proprio la mia terra, la gente che più mi sento affine.

Che ti parlano senza fronzoli, senza volerti accattivare. Gli indomabili sanniti: gente diretta e di poche parole.

Non  avevo  nulla  di  professionale, addirittura mi sono presentata con tuta e scarpette, memore del giorno prima, che ero tornata incrostata di polvere.

Il vecchio ceramista aveva le idee chiare ed era proiettato nel futuro. Mi ha mostrato premi e fotografie.

Da quanto tempo fate questo lavoro?

(mi piace, mi piace dare del voi al posto del lei, crea un rapporto completamente diverso, di rispetto e vicinanza a un tempo)

Da oltre sessant’anni.

Da oltre sessant’anni? E quanti anni avete?

Sono prossimo agli ottanta.

E mi è partito un bacio a schiocchio sulla guancia, non sono riuscita a frenarlo.

Dopo ero imbarazzatissima, e anche lui, arrossito di colpo.

Scusate, non so che mi è preso, è stato più forte di me. Era ammirazione.

Non vi preoccupate, signori’, potreste essere mia figlia.

Adesso però è tardi, me ne vado.

Sì, ma state attenta, non vi perdete per le campagne. Vi accompagno fino alla statale?

No, non mi perdo, state tranquillo. E se mi perdo, prima o poi mi ritrovo.

Signori’, vi posso dire un’ultima cosa?

Ditemi.

La riconoscenza è il sentimento che si prova solo prima di ricevere un beneficio. Tenetevelo sempre a mente.

Le tue mani così all'improvviso/si sono fatte strada/fuori e dentro di me

luglio 18, 2006

Ora,  incredibilmente,  ci  si  può   commuovere  anche al  cospetto  di  una piastrella. Anche innamorarsi di uno smalto sabbiato o di un tozzetto che sembra fatto di pura malachite.

Perché se voi aveste visto la cura e il sentimento che quell’uomo lì ci metteva oggi, mostrandomi una dopo l’altra le sue creazioni, allineandole come cioccolatini ripieni in pirottini multicolori e sfiorandole con la delicatezza di un amante, sareste d’accordo con me.

Il tutto poi va di pari passo con un’altra riflessione che mi si impone con sempre maggiore frequenza: tra i 40 e 50 anni arriva la crisi. Arriva per tutti quelli che hanno passato il loro tempo dietro una scrivania e di colpo sentono che qualcosa non va. Sono atrofizzati.

E allora li senti dire che:

a) vorrebbero fare qualcosa legato alla terra. Leggi: coltivare un orticello, mettere su un filare e vendemmiare, allevare struzzi.

b) vorrebbero occuparsi di ristorazione e ospitalità. Leggi: un agriturismo, una piccola vineria dove far roteare un calice e dire tutte quelle cose che si usano dire ultimamente con estrema soddisfazione e autocompiacimento. E’ tanninico, è rotondo, è morbido. Che mi viene sempre in mente Albanese quando faceva il suo sfottò e dopo una lunga decantazione ispirata, finalmente sentenziava: è rosso.

c) vorrebbero aprire una casa editrice o una libreria. Leggi: in realtà non sanno bene cosa significhi, ma fa molto bohémien di terza generazione e non è nemmeno esattamente manuale.

d) vorrebbero impegnarsi in un laboratorio di ceramica o qualcosa di terribilmente artistico. Leggi: impastare e dare forma al mondo, ridisegnarlo.

Il minimo comun denominatore è a metà strada tra il cambiamento tout court e il desiderio di creare, ma che che il prodotto sia tangibile, immediatamente fruibile. Un desiderio situato tra il bisogno di essenzialità e quello di conferme immediate, reali. Con un sottodesiderio di una socializzazione semplice, tattile. Diretta. Come un’ordinazione al tavolo.

Il bisogno si annida nelle mani. Come se ne avessimo dimenticato il corretto utilizzo, come se volessimo ripristinare una funzionalità smarrita.

E io stasera al tramonto, su quella montagna che si affacciava sulle vallate e gli ulivi, avrei anche io voluto saper fare qualcosa con le mie mani, farle muovere al ritmo del cuore e del respiro. Vivere di qualcosa che vien fuori direttamente dalle mie mani.

Una volta sola mi sono arrischiata a dire a una tipa che aveva un vivaio che avrei voluto scambiarmi di posto con lei e nel suo sguardo ho letto non incredulità ma sarcasmo. E aveva ragione.

Non è un problema di mentalità imprenditoriale che fa difetto, ma di timore del rischio, di paura del contatto.  L’idea forse  un po’ irrealistica che messi a fare altro saremmo forse migliori di quel che siamo.

Invece io ho l’idea che con le mani innanzitutto ci si tocca e ci si abbraccia, e questo è l’inizio del dare forma al mondo.

Tutto il resto ne è conseguenza o surrogato.