Archive for the ‘versi maniacali’ Category

La cella di rigore. Storie di ritrovamenti.

marzo 13, 2017

La chiamano cella di rigore.
Dove nulla è permesso, nessun contatto, niente carta e penna.
Ma io, io.
Io sono una che va avanti per buona condotta.
Spontaneamente scelgo la via della chiusura, il momento della sospensione.
Scrivere è una sublimazione, lo sai da sempre ma te ne accorgi davvero nell’attimo esatto in cui ne fai a meno.
L’assenza di parole non è semplice vuoto, ma una pienezza d’altro.
La decisione di non trasfigurare mi produce un’esplosione interna, mi mette in moto altri pensieri, fa affiorare i desideri.
La parola li uccide, il silenzio me li nutre.
Adesso scrivo lettere invisibili.
Non posso avere una stilografica, userei la punta per infilarmela nella carne. Aspirerei sangue con lo stantuffo e sarebbero parole troppo rosse e vive.
Mi concedo una trasgressione, adesso. Qui. Dove nessuno risponde, in quella simulazione a volte troppo simile a un corpo a corpo ma al tempo stesso priva di corpo.
La carta che ho tra le mani è morbidissima, soffice, fatta di riso.
Me la strofino tra le gambe fino ad impregnarla. La lascio asciugare.
E poi ancora. Ancora. E ancora.
Anche questa è sublimazione.
Posso comunque infilarla in una busta e spedirla.
Non occorre saper leggere, non occorre decifrare segni.
Nessuna metafora.
Non mi occorre un parlatorio.
Adesso tengo tutto a mente, fino a che mi sembra di impazzire.
Puoi portare il segno con la punta della lingua e restare avvinto alla carta in attesa di un’altra missiva.
Farei altrettanto, ricevendo una tua lettera senza tracce di inchiostro.

Due parti della tragedia sono dunque queste, peripezia e riconoscimento, mentre una terza è il fatto orrendo (Aristotele, Poetica). Titolo: l’Edipo Re(o). Sottotitolo: Giocasti con Giocasta e t’abbruciasti.

dicembre 21, 2012

(prologo e coro, per mancanza di tempo e maggiore unità di luogo, tempo e azione)

Supplica a mia madre, Pier Paolo Pasolini.

(perché aprile, aprile è il più crudele dei mesi, ndr)

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

***

(episodio unico,  con striminziti stasimi e molti più abbondanti spasimi. E, per decoro, più di un’omissione.)

Avrei dovuto capirlo subito, osservandoti i piedi. Le instabili caviglie.

Erano gonfi e bluastri. Dicevi che era per colpa dell’eccesso di peso, della circolazione, forse di una cattiva digestione.

Ed io la presi per buona. Come se avessi studiato in un liceo classico per nulla. E sì che il greco mi piaceva da morire. La grammatica meno, a dire il vero. Tutti gli aoristi irregolari, i duali, gli ottativi.

Faccio sempre fatica, con le cose da mandare a memoria.

Riesco meglio con ciò che ha una logica, una storia da raccontare.

(Per quanto, alcune volte, mi perda anche su quelle. Quando la trama è insulsa o in certi tratti appare un poco falsa.)

Avrei dovuto ricordare, ad esempio, che in quella casa girava alcol, tanto alcol.

E che Giocasta ubriacò Laio per giacere con lui e sfornare un erede (nonostante l’oroscopo delle settimane precedenti,  la mantica tutta e persino l’oracolo di Melfi  sconsigliassero una paternità avventata con questo tragico detto premonitore,  voce e sapienza di Basilicata antica: Quanne patemo dorme tu piglie e minete fora, ce dicimm doie parole e cumenzamme a fà l’ammore).

Quando Giocasta diede alla luce il piccolo, Laio non si dette per vinto: gli fece forare le caviglie e lo espose. Ma non s’era ancora in tempi d’arte astratta, di Museo Nitsch. Nessuno lo comprese e lì rimase. Invenduto.

E io a credere che fosse una tendinite. Per di più cronicizzata.

(stasimo n. 1) Avresti dovuto capirlo, che tutto questo era  foriero di disgrazie.

Non lo compresi neppure il giorno del mio primo compleanno che trascorremmo insieme: festeggiavo gli  anni proprio quando Giocasta. Lo stesso giorno, incredibile a dirsi. Quando si dice un caso, un aspetto fortuito, un intoppo del Fato.  Aprile, il più sagace e impertinente dei mesi.

E’ stato sempre difficile far coincidere pacatamente le due circostanze: ‘e figli so’ piezz’e core, sono sempre i nostri bambini.

(stasimo n. 2) A certi figli non è dato di crescere. A certe madri, da quegli stessi figli, non è dato di morire.

Non morire in senso reale, no. Che qua non si vuole il male di nessuno.

Morire come dice il Buddha, di incontrarli tutti per strada: madre, padre, nonna, fratello, la fidanzata, il Buddha stesso, e ucciderli. Metaforicamente.

Tutti, tranne Tiresia. Che tuttavia sussurrava all’orecchio sbagliato, quello che è sordo ai giorni di pioggia, al buon senso, ai miti consigli.  All’orecchio che teme di sapere e poi dover portare fino in fondo la sua conoscenza.

Ancora prima, avrei potuto comprenderlo, quando mi regalasti  La morte della Pizia. Chissà se  inconsapevolmente, per darmi conto dell’enigma che eri, dei tuoi piedi gonfi, di quel cordone ombelicale mai reciso, della maledizione serpeggiante, della tragica fine sospesa. O per girare intorno al problema, scavalcarlo con stile. Con l’eleganza di sobria finzione letteraria.

Né mai mi proponesti l’indovinello della Sfinge: «Qual era l’essere che (…) contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?».

Avrei forse intuito che la tua terza gamba era segno di debolezza, più che di forza. Avrei evitato il compiacimento dell’ardore.

(stasimo n. 3) Lui lo sapeva, invece. Per questo volle sbarazzarsi della Sfinge.

Salate, le parcelle della Sfinge.

Eppure necessarie, sai, per la liberazione dal dramma.

A frequentarla ancora, forse, avresti appreso una verità su te stesso. Quella che in gergo qui, in questa farsa travestita da tragedia, potremmo definire l’agnizione.

Invece preferisti ripiegare, ancora. La catarsi fa male. Fa tanta bua, piccino, al cuoricino e al pancino. E forse un poco pure al pisellino.

Sì che, non pago di una donna che compisse gli anni nel giorno stesso di tua madre, giacesti – e fosti fatto sgamato – con un’altra, recante lo stesso cognome di Giocasta (Quando si dice un altro caso, un altro aspetto fortuito, un altro intoppo del Fato?).

(stasimo n. 4) Un vizio di forma, un male di sostanza.

Fosse solo un cornino, mio Edipo piccino, ne parleremmo a zio Creonte, al vicino, all’amico Luigino. Ma qui siamo all’incesto simbolizzato, sottobanco realizzato. Tocca rivolgersi a Sigmund, al surrealismo, a quel poco che resta dell’istinto.

(stasimo n.5) Quel corpo della madre, così tanto respinto. Disgiunto, espunto. E fatalmente indistinto. Orribilmente radicato e avvinto. Quel corpo – mai definitivamente estinto – materia prima di un incesto modesto, un poco mesto e inesorabilmente ingesto.

Piccolo mio, mio invincibile eroe. Come spesso amavi definirti, nei tuoi giochi avvincenti,  nei tuoi deliri seducenti.

Piccolo Edipo mio, Edipino. Mio amato e perduto piccioncino.

***

(esodo, il deus ex machina ha trovato un ingorgo in tangenziale. Telefona, dice che non arriverà in tempo. Tocca arrangiarsi con quel che c’è. E non è molto, davvero.)

Sento la Pizia, ora, e il serpente Pitone. Sento la voce e tutto il putridume.

E’ tempo che si abbatta qui la peste, ora.

Su di te, sulla tua vita. E sulla mia, da te così poco discosta.

Mio piccolo grande Edipo paffuto. Eretico, erotico, derelitto.

Mio Edipo al quadrato. Mio Edipo complesso. Mio Edipo dal numeroso amplesso.

M’ avessi chiamato Peribea – almeno un volta, nell’intimità – forse ti avrei compreso. Forse da te e da mamma tua ti avrei difeso.

E invece muto, mio Edipo silenzioso.

Salvarti no, non mi è mai stato dato.

Ma ora è il tempo dell’urlo, e di coprirsi il volto col mantello.

Problem setting

dicembre 2, 2012

Forse hai ragione tu quando mi dici

Che sogni e progetti che avevo nella testa

Erano solo i  miei

Vacui e abusati oggetti

(che per nevrastenia

credevo di coltivare in compagnia)

L'amore ai tempi del T9. Piccolo scherzo (moderato espressivo anche con un po' di brio) per variazione alfabetica.

luglio 23, 2010
Si ascoltavano dunque, di stramacchio, conversazioni di strategie sentimentali condotte su Facebook (devi scrivere così e così, e poi rispondere colì e colì, e poi vedi, quanti successi), utilizzi del poke come segno di esistenza in vita a conferma di assiomi relazionali indimostrabili.
Si considerava l’uso del tag come marca territoriale e categoria concettuale indipendente.
Qualcuno diceva: non è più come una volta. Belli i tempi dell’sms, almeno con centoventi caratteri ti potevi sbizzarrire.
Macché.
Provateci. Provateci voi a parlare d’amore col T9.
 
"Se guidi a cent’allora la mia Atos
Condurrai forse così anche il mio cuor
E se piano ti sussurro io t’amo
Tu mi risponderai altrettanto invano
Se poi solo nel sesso io ti ritrovo perso
mi vien dunque il sospetto (almeno questo è certo)
che tutto questo amor sia un prodotto in saldo della coop"

Epigrafe

marzo 19, 2010

Mi ti offrirei volentieri da mangiare, cara amica mia affamata.

Ma non son altro, al momento, che minestrina di ossessioni riscaldata.

La poetessa, fate entrare la poetessa.

luglio 10, 2008

E insomma, accade che uno dei versi maniacali e perversi di recentissima produzione della signora Monodose venga citato in casa Valesi, per gentile proposta di una poetessa vera.

Sicché per  tirarmi un poco su dall’incombenza dei dati macroeconomici e soprattutto per distrarmi dal dolore di una caviglia ridotta in polpetta e sotto ghiaccio da stamattina,  sotto questo cielo afoso e circondata da immondizie che ormai vivono di vita propria, prosperano e si riproducono, sono stata ad intervistare la poetessa Monodose, che secondo alcuni ha la vena, secondo altri si fa in vena.

F: E così, signora Monodose, dicono che lei sia una potessa.

M: Eehhh, seee, una poetessa, mo’. Non esageriamo, su. Poi detto da lei, signora Flounder, mi fa pure un poco di impressione, lei che scrive tutte quelle cose complicate che io mi dico: ma che ci tiene lei in quella testa, che ci tiene? Mi dica che non ci tiene niente e mi tranquillizzi. Tanto siamo sole, io e lei, me lo dica. Giuro che non lo dico a nessuno, nemmeno ai suoi commentatori del cuore.

F: Signora Monodose, non si schermisca e non svicoli. Ci racconti, piuttosto: quando ha scoperto la sua vena poetica?

M: Ma che le devo di’, che le devo di’. Ero bambina e scoprii la rima cuore-amore, poi lo sa certe cose come succedono, dopo amore ci entra fiore, poi calore, poi dolore, poi tremore, poi malore…e non la si finisce più, signora mia. Sta poesia c’entra dentro, ci invade, ci pervade – si dice così? – ci attraversa, imperversa, segue una sorte avversa, prende una via traversa, fa un giro per Aversa…

F: Va bene, va bene, adesso si fermi. Passiamo a un’altra domanda: lei definisce "psicanalitica o maniacale" la sua collezione di versi. Perché? Cosa intende veramente?

M: Quando dico "siccanalitica o maniacale" io penso a tutte quelle cose che non si vedono e non si dicono, quelle che ci stanno e non ci stanno, non so se mi capisce, quelle che si deve scavare un poco, quelle di prima e quelle che poi diventano qualche altra cosa ma mantengono sempre un poco di quella cosa che c’era prima. E poi pure a quelle cose che uno le vorrebbe dire ma poi pensa che è meglio che non le dice, che un poco poi ci fa la figura da scema, allora riflette e conclude: mo’ ci faccio una poesia e le dico lì dentro. Però poi il rischio è che una volta messe nella poesia non si capiscano più, perché la poesia ha questa caratteristica criptica, introversa, introflessa, introdotta, supposta…

F: Signora Monodose…

M: Non si intrometta, la prego, mi lasci continuare…e ‘nzomma, m’hanno detto che la poesia se non è "siccanalitica o maniacale" non va bene, non piace a nessuno e allora io la faccio così.

F: Non si alteri, signora Monodose. Passiamo a un’altra domanda. La sua ultima produzione lirica pare indirizzarsi a un interlocutore amoroso. Ci dica, ci dica in assoluta confidenza: è reale o immaginario?

M: Signora Flounder, queste sono informazioni che non si possono rivelare, perché la poesia "siccanalitica o maniacale" ha degli ingredienti segreti, come le ricette. Mi dica lei: lo sente che tra la Coca Cola e la Pepsi Cola c’è una bella differenza? Poi veda lei. Ci so’ pure quelli che fanno il vino col metanolo o colle cartine, ma lei se lo berrebbe? Io le dico solo che se non c’è trippa per gatti la poesia "siccanalitica o maniacale" ci fa du’ palle così. E mo’ che ho finito di fa’ la poetessa "siccanalitica o maniacale" me ne posso andare a fare la spesa, che devo ancora compra’ le costolette per la cena? Perché pure le poetesse mangiano, signora Flounder. Che si credeva?

Parlare d'amore? Ma va là.

giugno 19, 2007

Lemme nel lemma mi incammino

giacché a volte parlare d’amore non si addice

non conviene

non induce

né deduce

non inferisce

non trasferisce

(non serve a niente, per dirla in breve)

Di cosa vivere, dunque, privi d’allegoria e di segni?

Di cosa, costretti alla ripetizione

di un quanto(forse)tamo ridotto ad olofrase

che neanche un indovino indiano saprebbe interpretare?

Sempre più lemme nel di-lemma mi incammino

e in assoluto silenzio – d’assenza di metafora e struttura –

penso e mi dico: potrei scegliere di innamorarmi di un bagnino?

(di un imbianchino, uno stagnino – fate voi – di un camionista

dal braccio tatuato e il rutto incorporato

di un commerciante laido, tutto calcoli e libri paga

di un notaio livoroso, dal capello untuoso e sentimentalmente neghittoso?

O di un altro agente immobiliare

che pur avendo letto Ovidio

nulla ha imparato e mi ha costretto a divorziare?)

Oppure mettiamoci d’accordo sul linguaggio:

per ogni allegoria ti do/mi dai un bacino,

e per ogni figura retorica un bicchiere di vino ed un panino

poi quando è notte, complice un lumino,

ti abbraccio stretto stretto nel mio letto.*

*(trattandosi del blog di una signora mamma di famiglia, l’ultimo verso è stato modificato nel rispetto della vigente normativa sulla tutela dei minori)

Non è poesia: prendo parole e mischio

dicembre 21, 2006

Se un bacio mi vuoi dare sotto il vischio

Mi vesto, mi preparo e spruzzo il muschio

Ti lascio fare, a tuo giudizio e rischio

E al massimo un poco ti cincischio

Se poi una mano tocca l’ilio e l’ischio

Si tratterà di un bacio con invischio

Delle buone maniere me ne infischio:

Spera che sia un applauso e non un fischio

Non è poesia: prendo parole e mischio

dicembre 21, 2006

Se un bacio mi vuoi dare sotto il vischio

Mi vesto, mi preparo e spruzzo il muschio

Ti lascio fare, a tuo giudizio e rischio

E al massimo un poco ti cincischio

Se poi una mano tocca l’ilio e l’ischio

Si tratterà di un bacio con invischio

Delle buone maniere me ne infischio:

Spera che sia un applauso e non un fischio

Heart-climbing

marzo 30, 2006

Ci si muove così sulle alture del cuore.

Tra asperità e pianure. Raffiche di vento e lividure.

Raggiungiamo la vetta e piantiamo un picchetto.

E poi una corsa a ritornare giù: se arrivi ultimo forse non mi ami più.