Siamo o non siamo Soli nell’Universo?

febbraio 23, 2017

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In quel momento esatto lui la scorse, dentro di sé, come una visione.

Bella come non era possibile altrimenti. Bella come non aveva mai visto nessuna su questa terra. Bella come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerla, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

In quel momento esatto lei lo scorse, dentro di sé, come una visione.

Bello come non era possibile. Bello come non aveva mai visto nessuno su questa terra. Bello come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerlo, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

Tra loro, a separarli, solo trentanove anni luce. Un’inezia.

Molti meno del tempo necessario a percorrere il Grande Raccordo Anulare nell’ora di punta, il Traforo del Monte Bianco in una giornata di neve, l’Asse Mediano alla chiusura dei Centri commerciali, il Red Carpet durante la notte degli Oscar, l’attesa del regionale per Cerignola sul binario 2.

Trentanove minutissimi anni luce per arrivare sfolgoranti alla meta, illuminati come una Madonna da processione o un Elvis Presley dal ciuffo aerodinamico. La distanza che un fotone percorre nello spazio vuoto in assenza di campo gravitazionale o magnetico in un anno giuliano moltiplicata per trentanove. Una quisquilia, un niente, una questione di volontà, di motivazione, di entusiasmo, di lotta alla pigrizia, di sfacciataggine, di coraggio, di audacia, di ardore, di spostare quei due o tre appuntamenti in agenda, di una sigaretta di attesa, di prenotare una pulizia del viso, di infilarsi un paio di jeans e una maglietta pulita, di mangiare un boccone a volo in un’area di servizio. Trentanove rapidissimi anni luce per fantasticare nel frattempo sull’arrivo, sull’accoglienza, sul riconoscersi, sull’abbraccio, sul dirsi tutte le cose taciute, mai espresse, dimenticate, sottese, sognate.

Nessuno dei due, assorbito dalla visione, pensò che il corpo celeste dell’altro, intravisto quasi in sogno,  in un ricordo di infanzia, in una festa da adolescenti, in un passato di appena trentanove anni luce addietro, appartenesse al momento esatto dell’osservazione e non al punto di arrivo, di incontro.

Nemmeno per un momento pensarono che avrebbero potuto non riconoscersi, tanta era la smania di superare lo spazio/tempo dei trentanove anni luce in un soffio. Perché la teoria raccontava che la distanza era immensa, per il fotone che doveva affrontare lo spazio vuoto.

Ma il loro spazio era pieno, denso, popolato, abitato di case, alberi, automobili, uffici postali, salumerie. Ed era pieno del desiderio, dell’amore, della fretta, delle fantasie, di tutte le cose che, a dispetto del loro ingombro, avrebbero facilitato i passaggi, raccorciato i tempi, avvicinato i luoghi.

Così che quando finalmente si incrociarono, tornati entrambi al paese per la festa del Patrono, dentro una piazza scintillante di luci e luminarie che disegnavano stelle e pianeti, non ebbero difficoltà a riconoscersi.

Lui le orbitò intorno e facendo la ruota da pavone, le disse: sono qui per rivoluzionare la tua vita.

Lei sorrise birichina e compì una rotazione su un piede solo, e un piccolo inchino.

E poi gli sussurrò in un orecchio, soffiando piano nei capelli: l’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi. Due Soli non sono ammissibili.

Perché si era informata, sapeva che lui era sposato, e che in un sistema solare non possono esistere due Soli. Uno soltanto. E che al momento il Sole ufficiale era la moglie, salvo diverso avviso astronomico e legale.

Si vede che sei inesperta e disinformata, rispose lui. Ma ridendo, per non indispettirla.

E dalla tasca dei jeans tirò fuori un articolo che aveva stampato, che parlava di Star Wars, di Tatooine e delle stelle gemelle che si condividono i pianeti. E aggiunse: è la Ricerca che ce lo chiede, la Scienza, il Progresso, la Verità.

Così lei finì per salire sulla sua auto e dirigersi verso nord, a trentanove chilometri luce dal paese, in un piccolo albergo dove nessuno avrebbe badato all’eccentricità della questione, né alla profondita delle orbite oculari il giorno seguente, né fatto chiacchiere inopportune.

Fonti bibliografiche:

Pianeti adulteri

Pianeti musulmani

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Changing of the Seasons

febbraio 18, 2017

L’amante del dettaglio teme l’Amore, ma non lo sa. Questo è quello che dicono gli altri. Lo dicono sempre, e a volte finisce per crederci.

Il suo mondo si configura in liste, elenchi, punti da sviluppare, frammenti da cogliere, stralci di frasi, particolari di immagini, sguardi fugaci, timbri vocali.

L’amante del dettaglio si perde nei labirinti del particolare. In fondo è un collezionista, dicono gli altri, ma non sa nemmeno questo. E il dramma del collezionismo è l’incompletezza della collezione.

Le collezioni sono dei sottoinsiemi di insiemi più ampi, si espandono nell’Universo come le galassie. E poco importa che le teorie cosmogoniche e la scienza ci raccontino che l’Universo sia finito. O infinito. Poco importa, davvero.

Noi amanti del dettaglio ci muoviamo lungo i bordi, nelle periferie dei luoghi e dell’Essere in cerca di quel limite estremo oltre il quale non trovare nulla. O trovare la chiave, la soluzione, il Tutto. Ed entrambe le prospettive sono terribili: la prima metterebbe fine alla ricerca, la seconda le spalancherebbe l’angustia di un procedere infinito.

L’amante del dettaglio non ha scampo, è sempre in bilico su questo osservare incessante, su una catalogazione che sfugge alle etichette, sull’attribuzione corretta del senso, sulla familiarità delle cose che incontra, sulla loro totale inconoscibilità. Si appassiona a un bottone, a un polsino, alle venature di una foglia, alla luce che gioca su un ricciolo, a un capello caduto sul revers di una giacca, a un verbo inusuale, a un aggettivo fuori posto, a una dissonanza. L’amante del dettaglio paga simmetrie con irregolarità e dimentica il resto alla cassa, separa le immondizie con smisurata cura e dei sogni ricorda i colori. Trastulla l’attenzione con minuscoli segni, ad altri invisibili, riconosce un odore ma prima che si accorga che sta bruciando l’arrosto si è già perduto nel suo catalogo di ricordi di odori.

L’amante del dettaglio è distratto,  dicono tutti.

Ma posso assicurarvi che non è vero, è solo concentrato sulla forma mutevole di tutte le cose, inciampa per guardare il disegno che ora fanno le nuvole e la luce d’inverno. Nella sua testa c’è un orto botanico, una collezione di ali di farfalla, il fremito sottile di quella piuma che toccò da bambino, una filastrocca di parole allitterate senza alcun senso apparente ma belle a sentirsi. L’amante del dettaglio non ha freddo e non ha caldo, ma la pelle d’oca che sale dal braccio sinistro e una piccola arsura e gocce che imperlano il collo e scivolano sul petto e rotolando si raffreddano e poi incontrano un neo, di cui sentono il bordo. E quando parlano con uno che ha il nodo della cravatta troppo stretto vorrebbero allentarglielo e deglutiscono a fatica, almeno fino a quando non vengono distratti da quel piccolo, impercettibile mutamento della voce dell’altro. Agli altri dicono: ho freddo, ho caldo. Ma non significa niente, è solo per intendersi.

L’amante del dettaglio ha paura dell’Amore, si è detto. Ha paura di questa forza che unifica e cancella le distinzioni, che getta tutto in una massa indistinta, dai contorni sfocati. Questo è quanto dicono gli altri, ma lui non ci crede e continua ad amare con convinzione la goccia di cera che rapida scivola lungo il fianco della candela e con l’aria fredda, lontana dalla fiamma, si solidifica e resta ferma, immobile, Per essere ancora riplasmata dal calore della mano, dai polpastrelli che imprimono nuove forme. Sempre, incessantemente.

E poco importa di quel che dicono gli altri.

L’amante del dettaglio ha una riserva di bellezza segreta, talmente ampia da non accorgersi del resto. E perde il senso, i sensi, perde tutto e costantemente lo ricombina. Come pensa che debba essere l’Amore. Minuto e imperfetto, somma infinita di piccoli gesti.

 

Il corteggiatore men che perfetto, ma auspicabile. Un trattatello men che esaustivo, ma conciso.

gennaio 26, 2017

Sempre, per comprendere l’esatta natura delle cose, o quanto meno avvicinarvisi di molto,  è necessario partire dall’origine delle parole che la definiscono.

E dunque il corteggiamento, come definisce il nostro amato dizionario etimologico, così è spiegato: derivante da corteggiare.

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Ma non paghi dell’etimologia, ci spingiamo addirittura a considerare le possibili variazioni sul tema, studiando sulla Treccani le numerose varianti del concetto e delle parole che li rappresentano e descrivono per nuance e possibilità le diverse sfaccettature, iniziando da un corteggiatore base, spingendosi a un adoratore, a un audace, per culminare nelle versioni deteriori del fenomeno, quali il dongiovanni e il persecutore, che oggi con termine moderno chiameremmo stalker.

Converrete con me che orientarsi in questa panoplia linguistica è cosa ardua.

Pertanto, oggetto di questa trattazione non sarà fornire chiavi interpretative ulteriori, né definire i crismi del corteggiatore perfetto (giacché mi viene fatto notare quanto sia stucchevole la perfezione), bensì provare a tratteggiare le linee guida del “Corteggiatore men che perfetto ma auspicabile”. Come la madre sufficientemente buona di Winnicot: un essere imperfetto, ma sano e affettivamente presente.

Come da mia natura, dovrò operare per classificazioni di massima. Sappiamo bene che la classificazione è uno strumento non gradito a molti, poiché cristallizza e pone limiti, ma sappiamo altresì che è un importante strumento conoscitivo, oltre che catalogante, temuto da quanti amano la vaghezza e le performance anguillesche.

Partiamo dalla definizione centrale: “Essere assiduo presso una donna, al fine di conquistarne l’affetto”.

E qui dividiamo i corteggiatori (o presunti tali) in tre macrocategorie:

  1. Coloro i quali non hanno nulla a pretendere, ma corteggiano tanto per fare una cosa. Nella mia gioventù frequentai un’Università andalusa, dove le mie nordiche compagne erano terrorizzate e scandalizzate dalla pratica del piropo, il complimento salace rivolto alle fanciulle in strada dagli indigeni. In quanto napoletana e avvezza a un innocuo quanto reiterato “te chiavass’”, tipico del maschio partenopeo, mi trovai a dover spiegare loro la totale innocuità del piropo, che non richiede repliche né tantomeno sviluppi ulteriori: è un’azione conchiusa in se stessa, autistica quanto basta, che non necessita di repliche né di inutili sdegni, ma va classificata in un range che si muove dal totalmente inutile al rinforzo positivo di autostima
  2. Coloro i quali si muovono con pretese esclusivamente carnali, con due sottocategorie: relativisti e finalisti. I primi sparano nel mucchio, con un repertorio spesso stereotipato, basato sul complimento fesso. Si scoprono poco, non raccontano nulla di sé, se non quanto funzionale alla conquista. I secondi mostrano un’inventiva maggiore e una discreta perseveranza, abbinate a un esercizio di fine tuning sulla destinataria di turno. Entrambi hanno una gittata temporale di breve/medio periodo, che si esaurisce al raggiungimento dello scopo o all’eccessivo impegno richiesto da quest’ultimo, dal quale desistono in favore di obiettivi più facilmente raggiungibili.
  3. Coloro i quali perseverano, al fine di suscitare affetto e potenzialmente ricambiarlo. Per non complicare le cose con inutili sottocategorie trasversali, daremo per scontato che in questa categoria troveremo persone sostanzialmente in buona fede, ascrivendo al punto 2) quanti simulino interessi affettivi a scopo meramente carnale.

A questo punto è opportuno spendere due parole sulla metodologia.

Le tre categorie definite non sono da noi considerate in termini di merito o di giudizio: si tratta semplicemente di riconoscere la tipologia di corteggiatore e valutare se collimi con i nostri desideri e aspirazioni, e successivamente regolarsi.

Si può benissimo, in un momento della vita, aspirare al corteggiatore di tipo 1), in momenti in cui si ha bisogno di un surplus vitaminico per curare un’autostima depressa dall’inverno, dalla menopausa, da un impertinente brufolo spuntato sulla guancia, da una trascuratezza coniugale, così come si può scegliere un corteggiatore di tipo 2) per diversificare i propri investimenti sensuali, spolverare la solitudine, per attrazione momentanea o quel che volete.

L’importante è non confondere le caratteristiche tipologiche, al fine di evitare cocenti delusioni, coltivare sterili aspettative e rimanere delusi dalla vita.

Personalmente sono interessata al corteggiatore di tipo 3), ritenendo il sentimento quale unico carburante dell’azione umana e attribuendogli preminenza rispetto alla mera sensazione. Si tratta di un’inclinazione personale, del tutto opinabile e senza pretesa alcuna di verità.

Ciò premesso, il corteggiatore di tipo 3) dovrà presentare una serie di requisiti, taluni prioritari, talaltri accessori. Invito sempre a costruire una lista di priorità, anche nel caso in cui le preferenze si orientino su altre tipologie. Nel caso 2), ad esempio, si badi che egli sia amante accorto e generoso, a prescindere dalla condizione familiare e che non mostri gelosie o possessività. Analogamente, nel caso 1) si stabiliscano interiormente le soglie valicabili, anche se solo verbali, e si definisca il netto confine che separa il motteggio dalla noia. Sono solo piccoli consigli che torneranno utili nella pratica.

Tornando al nostro favorito, il corteggiatore di tipo 3), la mia personalissima lista, non priva di consigli e indicazioni per ambo i sessi, è la seguente:

  • Egli doserà adeguatamente l’interesse che manifesta per voi con un’apertura su se stesso, in modo da focalizzare la vostra attenzione sui suoi punti di forza e di debolezza, lasciando intravedere frange di lati oscuri, vulnerabilità e senza indulgere in sforzi narcisisti. Talvolta è gradita la compensazione tra lati positivi e negativi con accorte misure di contenimento;
  • Saprà alternare sapientemente momenti di galanteria a momenti di semplicità comunicativa, argomenti da massimi sistemi filosofici e pratiche organizzative;
  • Definirà con sostanziale chiarezza la sua condizione affettiva e il suo stato civile: separato in casa, in una relazione aperta, in pausa di riflessione e simili non vogliono dire disponibile. La confusione e il tormento interiore si curano dallo psicologo, i precedenti fallimenti affettivi, addotti a motivo ostativo di uno step successivo, devono essere gestiti da Equitalia;
  • Non adotterà meschine politiche di scambio sul brevissimo periodo, del tipo: ti invito a cena e tu al dopocena, ci vediamo tre volte, ma se alla quarta non succede niente metto il broncio;
  • Calibrerà l’utilizzo delle estremità corporee in funzione del momento e non di calcoli predeterminati, secondo una gradualità e una tempistica che coniughi spontaneità ed esame obiettivo delle circostanze;
  • Un aspetto molto importante è quello della reciprocità e delle iniziative. Come si usa ancora dire in alcuni ambienti meridionali, “l’ommo adda omminia’ e ‘a femmina adda femminia’”. Si tratta di una regola basilare, non intaccata dall’evoluzione dei tempi e dai femminismi, da intendersi tuttavia in maniera ragionevole e plastica, non tassativa. In poche parole, l’iniziativa la deve prendere lui, ma deve lasciar pensare che la prenda lei, e interpretare correttamente le sue titubanze non come un rifiuto, ma come una lotta intestina che la povera donna compie contro i suoi atavici retaggi che la condannano a un’indisponibilità sostanziale. Per contro, laddove l’iniziativa promanasse da lei, lui deve accettarla, senza sentirsi deprivato del suo ruolo né cantare vittoria troppo presto e dare il seguito per scontato. I femminismi ci hanno insegnato ad essere disinibite, un po’ aggressive e a fare il primo passo, ma non ci è mai stato dettagliato con sufficiente precisione come muovere il secondo e il terzo;
  • L’igiene personale meriterebbe una trattazione separata: ci affidiamo al buon senso e a una consultazione del web. Per par condicio, riteniamo che sia argomento condiviso da entrambe le controparti;
  • Se in presenza di reiterate proposte, anche non particolarmente impegnative, ella si sottrae, probabilmente non è interessata. Non è il caso di insistere, ma è opportuno che faccia le sue riflessioni in solitudine. Se trascorso un ragionevole tempo optasse per accettare un invito, una proposta, o presentarla essa stessa, non trattatela con sufficienza e nemmeno attuate azioni di rappresaglia o comportamenti di tipo aggressivo-passivo;
  • Se occorrono spostamenti territoriali, non invitatela a compierli, ma assumetevene l’onere iniziale, con discrezione e senza accollarvi: un intero fine settimana può essere fantastico ma anche devastante. Meglio peccare in difetto di presenza che in eccesso. Questa regola vale non solo per i corteggiamenti, ma in tutte le occasioni che la vita ci riserva, insieme al suo corollario: è meglio abbandonare le situazioni idilliache un attimo prima che raggiungano il culmine della parabola ascendente, piuttosto che scivolare in una rovinosa caduta verso il basso. La parabola potrà essere ripercorsa in successivi momenti con maggiore maestria e bastoni da nordic walking per attutire la ripidezza della discesa.
  • Per le signore: se un corteggiatore non vi interessa, non siete tenute a compiacerlo, Né a spiegargliene le ragioni. Ma soprattutto è vietatissimo tenerlo sulla corda, per questioni fondamentalmente etiche e di buon gusto. Forse come regola vale anche al contrario, nel caso di corteggiatrici indesiderate.

Condivido con voi l’opinione che questo breve decalogo sia démodé e probabilmente troppo impegnativo.

Nessuno è obbligato a seguirlo o a rispettarlo.

A me, piace.

Passare di fianco alla bellezza.

novembre 20, 2016

Pensavo dunque ieri pomeriggio – introducendomi rapita in una piccola galleria del centro dove esponeva Lena Salvatori, artista minuta, un’età indefinita e in ogni caso mal portata, con una capigliatura a metà tra boccoli e dreadlock, dei quadri ad olio di paesaggi di una tale potenza risucchiante e introspettiva – che vorrei essere ricca solo per portarmi a casa certi frammenti di bellezza che costantemente intravedo e che mi struggono il cuore.

E di lì pensavo dunque alla bellezza, alla possibilità di fruirne in maniera contemplativa o rapace, e mi dicevo che il non essere ricca mi proteggeva da questa seconda modalità che, spogliata da ogni considerazione filosofica, si riconduce a un mercimonio, a una reificazione di tutto quel che esiste.

E pensavo allora all’artista, una figura che mi induce a un misto di ammirazione e compassione, che mi immagino sballottato, in bilico tra la sua vis creatrice, sofferta e insopprimibile e il suo bisogno di tenersi al mondo e mangiare, bere, sostentarsi come noi comuni mortali e quindi all’arte come possibilità reale di darsi a questo mondo con il duplice scopo di nutrire ed essere a sua volta nutrita, con modalità opposte che a questo punto mi creavano confusione, come sempre, nell’incapacità di mettere a fuoco le priorità, gli istinti.

Ed è una cosa, una diatriba dalla quale, con me stessa, non riesco mai a uscirne.

Sono sensibile alla bellezza.

Non alla perfezione lampante.

A quella bellezza che resta segreta, marginale, che devi andarti a cercare. Che si tratti di persone, oggetti, e pensieri. Sensibile a certi giochi di luce, di parole, al modo in cui le persone abitano lo spazio, sensibile a gesti minuti, a dettagli che riassumono e spiegano. Sensibile a forme inattese che si rivelano dove meno te lo aspetti, talvolta ammantate di simmetria, altre di dissonanze.  Sensibile a tutte le voci che dentro di me, quando toccate, iniziano a parlare o a tacere.

E da lì spostavo la riflessione all’amore, al modo in cui ci si dà agli altri e se ne gode, che assomiglia moltissimo, nella doppia possibilità di contemplazione e appropriazione, quel senso del possesso che tarpa le ali, quella sensazione di incompiuto al non poter disporre, mordere, succhiare, tenere stretto. Ma questo lo lasciamo per un’altra volta,  sebbene tutte le cose funzionino allo stesso modo, questo so per certo, e parlare d’una racconta e illumina le altre, le chiarisce, le spiega.

Pensavo allora, con un’arroganza apparente, un po’ socratica, che gli artisti dovrebbero regalarmi le loro opere, per il solo fatto che le apprezzi in questo modo. Che se fossi stata la pittrice di ieri, o di altri giorni, incontrati per caso sulla mia strada – ammesso che un caso esista, e io non ci credo veramente – direi: scegli, portane a casa uno.

E lì, forse, si assisterebbe alla vera presa d’atto, la messa in discussione: prendere un pezzo o lasciarlo? E se prenderlo, prendere quale? E magari accorgersi che il solo frammento, staccato dal tutto, perde la sua potenza, e rinunciare alla volontà di appropriazione. O prenderne uno, uno soltanto, quello che più parla a me, al mio cuore e dire: questo. Questo che mi restituisce a me stessa, che mi rende una parte di me sconosciuta, taciuta, vulnerabile o forte. Questo, mi incarti questo – ed è possibile incartare la bellezza senza che questa abbia a risplendere fuori, a straripare, a ricondursi alla sua stessa sorgente? – e arrivando a casa disporlo in qualche luogo atto con il rischio di vederlo mutare, privato dal contesto?

Come i figli, pensavo. I figli che abbiamo messo al mondo, plasmato, in parte, nutrito, aiutato a espandersi. Quei figli che ci uccidono, ci rinnegano, che temono la radice e la similitudine, salvo poi ricercarla quando tutto è perduto.

E poi ancora, pensavo, perché questo non mi accade con tutta l’arte, con tutte le forme di bellezza? Mai, chiederei a uno scrittore di darmi gratis la sua opera. Né penserei di portarmi a casa un attore o un cantante. Lo farei con i quadri, le statue, le foto, forse questo dipende dal modo stesso in cui si ha percezione delle cose. Per la parola mi accade solo con la poesia: i poeti non dovrebbero vendere le proprie parole.

So che quando vado in giro mi frustro.

In alcuni musei sono pervasa dalla tentazione di rubare.

Lo farei davvero, se non avessi timore di essere scoperta?

Molti anni fa, andando in giro con un amico scrittore che voleva  scrivere un racconto in cui si parlava di furti di quadri, mi intrattenni a lungo con un custode di Capodimonte sui sistemi di sicurezza, con domande così precise da fargli temere, ridendo, che stessi progettando un colpo.

E mi sentii rispondergli: giammai, non ruberei nemmeno un libro in biblioteca, la bellezza è di tutti, a disposizione. E mai seppi, dentro di me, se era risposta vera o tutelante, di cortesia.

Penso ai collezionisti e mi chiedo: sono animati dal mio stesso senso di bellezza? O è qualcosa di più simile al don Giovanni? O io stessa, se potessi, sarei a mia volta un don Giovanni?

Mentre guido penso, è per questo che mi piace guidare: in una bolla spaziotemporale dove il gesto è automatico e il pensiero fluisce, lo sguardo indugia in diverse forme, vago e focalizzato a un tempo.

Mai nessun posto, come questa città, ha generato in me una tale fame di bellezza, mai soddisfatta, una tale fame d’amore, una totale assenza d’appartenenza spicciola, una simile apertura al Tutto, una solitudine immensa e piena, massacrante e sublime. Un tale entrare e uscire dalle cose, essere esposta al bello quasi in maniera nauseante, una bulimia dello sguardo, un’incapacità di possedere, una smania bramosa di conquista, il caos.

Gli artisti dovrebbero vendere le cose? O farne dono pieno? Essere al mattino impiegati e travet, e alla sera perdersi nella sconfinatezza dell’anima? Sentirsi creatori o dispensatori di un dono che viene da più lontano – e in questo caso, da dove, esattamente? – da elargire senza voler tenere, senza alcuna forma di guadagno formale?

L’artista ha in sé una cupidigia simile, speculare a chi lo acquista: baratta bellezza in cambio di vita pratica, sogni in cambio di bollette.

Da sempre, l’arte mi affascina e mi inquieta. Penso a Van Gogh che coi suoi quadri pagava il conto del macellaio, al gruppo di artisti che tra Olanda e Belgio si offriva da bere e da dormire in cambio di schizzi, tele. A una possibile economia di baratto, che offra bellezza in cambio di servizi.

Penso ancora all’Olanda, dove un mio amico mi racconta della facoltà di concedere opere d’arte al cittadino, per un tempo, per la contemplazione solitaria, prima di restituirle al museo. Per potersi un poco strusciare al Bello, come un amplesso lontano dalla vista degli altri, fino al punto di comprendere che l’amore va espanso, accresciuto nel contatto col mondo, arricchito.

Penso e mi perdo.

La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

novembre 13, 2016

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Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

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Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

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Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato un’ora prima di te.

novembre 5, 2016

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Io questo Canada non lo sapevo proprio, non me l’ero mai filato e nemmeno me lo volevo filare. Faceva parte delle conoscenze di cultura generale, roba di scuola elementare e media, quei paesi complicati con la doppia e tripla capitale, come l’Olanda, il Marocco e l’Australia. Poi c’era il fatto dell’acero e dello sciroppo, poi il bilinguismo, poi la canzoncina famosa, poi il freddo.

Fine della conoscenza del Canada.

Un altro grammo di conoscenza veniva dalla zia Carolina, cugina svampita di mia mamma, che durante l’occupazione americana a Napoli aveva una dozzina d’anni e un giovane ufficiale canadese, già maggiorenne, se ne innamorò e le promise di tornare a prenderla quando fosse diventata maggiorenne.

E veramente tornò, se la sposò e se la portò a Edmonton, con il placet di tutta la famiglia, che non vedeva l’ora di sbarazzarsi di questa creatura ingenua e un poco tontolona, così tontolona che per i successivi trent’anni non imparò mai la differenza di fuso orario, e telefonava nel cuore della notte, spaventando tutti e pigliandosene di jastemme.

La questione però è che la zia Carolina teneva un poco la reputazione della scema del villaggio, come si dice a Napoli, dell’”abbunata”, sicché nelle due o tre volte che tornò in Italia, per presentare i suoi figlioli, che parlavano solo ‘mericano e volevano cornflakes a colazione e icecream nel pomeriggio e la nonna non li capiva e cacciava taralli e tracchiulelle, raccontava cose incredibili.

Che là per là la famiglia la stava pure a sentire, ma poi – erano i primi anni Settanta – quando lei se ne andava, commentavano in maniera risoluta: era pallista pure da criatura, ma mo’ proprio esagera.

Perché la zia Carolina raccontava fatti totalmente inusuali: d’inverno – diceva – non usciva mai per strada, camminavano sottoterra dove c’erano negozi, parrucchieri e tutto, perché il freddo uccideva. Sottoterra c’era una città tale e quale a quella di sopra, con i negozi, i supermercati e le farmacie, bellissima, dove era sempre primavera. E la notte le automobili in garage dovevano tenere sempre il motore acceso, basso basso, se no si gelava il carburante. E poi – e questo, più di ogni altro racconto, sconvolgeva la nonna (la mia bisnonna) e faceva propendere per l’assoluta, totale, scemità di Carolina – lei e il marito si erano aperti un ristorante.

– E che cucini?, chiedeva la nonna, ricordandosi che Carolina non era proprio adatta a cucinare.

E Carolina spiegava che non cucinava affatto, che nel suo ristorante c’erano cibi precotti, che la gente veniva, se li comprava e se li riscaldava in certi fornetti che si chiamavano maicrouév, che in trenta secondi avevano cotto tutto, lei ce lo aveva pure a casa. La nonna scuoteva il capo e commentava:

–  Caroli’, a vuo’ ferni’ ‘e dicere palle?

E Carolina ci rimaneva male e non raccontava più niente.

Poi la bisnonna morì, morì pure il marito di Carolina, morì mia nonna e si persero definivamente i contatti. Zia Carolina, se ancora vive, avrà un’ottantina d’anni, i miei cugini una sessantina e chi s’è visto s’è visto.

Poi per lavoro io un giorno di molti anni fa avevo deciso, per una serie di ragioni che sono lunghe da spiegare, che non mi volevo occupare di tre mercati: USA, Canada e Cina. Per oltre vent’anni ci sono riuscita brillantemente, schivandoli fin dove ho potuto. Una sola volta ho fatto una cosa a New York, ma degli altri non volevo sapere niente di niente.

Potevo mai immaginare che in piena mezza età tutti e tre mi piombassero tra capo e collo? Eccoli qua: USA, Canada e Cina, the day of wine and roses. Perché come dice un proverbio che mi ha insegnato la mia collega canadese: “Per quanto tu possa svegliarti presto al mattino, il tuo destino si è alzato un’ora prima di te”.

E dunque, un po’ seccata di dovermici recare, ho fatto una di quelle cose che mai, mai e poi mai faccio: sono partita impreparata. Così impreparata che non ho guardato una mappa, non ho visto il sito dell’albergo, non mi sono informata di metro, ristoranti, cose da vedere. Niente. Il mio collega mi aveva stampato una microguida che non ho guardato. E addirittura mi sono talmente tanto disinteressata del tutto, che pensavo di tornare sabato e invece era di venerdì. Insomma, sono partita che non ero io, abulica e scocciata, con l’idea del freddo come unica preoccupazione. E la sera che siamo arrivati e abbiamo detto facciamoci un giro dell’isolato, il mio unico commento è stato: mamma e che bruttezza, ‘sta città.

Né la sensazione visiva è migliorata al mattino seguente: sette e mezza del mattino ancora notte, alle otto una cappa plumbea, pioggia. Ma siccome il nostro primo impegno era nel tardo pomeriggio, non è che potevamo starcene tutto il giorno in albergo a strafogarci di pancake, sicché armati di cappotto, sciarpa, cappello, guanti, stivali foderati, mutande di lana, maglietta termica e ombrello, siamo usciti.

Alle otto Toronto era vuota. Totalmente vuota. Non un’anima viva. Vuota alle nove, vuota alle dieci. Vuota. Potevo mai immaginare che il fatto di zia Carolina era vero e stavano tutti sottoterra?

E deve essere stata questa vuotezza, unita al bisogno di camminare e camminare per sconfiggere il freddo, che mi ha innamorato, un po’ per volta, fino a farmi arrivare a sera, e poi ai giorni seguenti, totalmente felice, inebriata, appassionata, dandomi allegramente della stupida per essere ricaduta per l’ennesima volta nella trappola della prima impressione.  Perché l’intuito è importante, ma la pazienza lo è di più.  Perché io lo so, lo so sempre che in tutte, tutte le cose, si annida una bellezza, a volte immediata, a volte segreta.

Ma quando ho freddo, fuori e dentro, perdo la pazienza. Con le cose e le persone.

(continua…)

La lunga strada verso casa

novembre 4, 2016

La nostra odissea inizia alle 14.00, quando dal centro di Montréal chiamiamo un taxi che dovrebbe portarci entro mezz’ora al massimo all’aeroporto.
Il nostro volo è previsto alle 17.00.
Non abbiamo pranzato, non abbiamo bevuto, non abbiamo fatto shopping nella città sotterranea.
Ci siamo detti – io e Fabio detto Furio, per evidenti e ovvie ragioni di precisione e puntualità – che avremmo fatto tutto nell’aeroporto di Montreal: mangiare, bere una birra, far pipì e comprare sciroppi d’acero e statuine inuit a profusione.
Corriamo rapidissimi al check in per sbarazzarci del nostro bagaglio ed essere liberi, quando la gentile addetta, in un misto di inglese e italiano, ci informa che non possiamo partire senza l’ESTA, il visto per gli USA. Noi siamo provvisti di un’ETA, che ci è servito per il Canada, del resto a New York siamo solo in transito. Nessuno ci ha detto niente di questo visto.

Ma non c’è niente da fare: veniamo spediti in una stanzetta tristissima per procurarci questa S che fa la differenza tra i due visti, senza la quale non possiamo tornare a casa.
La stanzetta dei visti è degna dei migliori incubi burocratici: alcuni divani marroni dai rivestimenti lisi e strappati in più punti, un unico computer occupato al momento da una famigliola franco-canadese, che pazientemente richiede il visto per ciascun membro.
Il pc è inflessibile: vuole conoscere mail, numero di cellulare e lavoro del bimbetto di cinque anni, e senza queste informazioni non consente di procedere.

I francocanadesi sono ironici e disperati a un tempo. Noi pure.
Ma intanto il tempo passa, noi dobbiamo mangiare, bere, far pipì e comprare souvenir e invece siamo in una situazione kafkiana.
Finalmente tocca a noi.
Digitiamo certosinamente tutti i dati richiesti rispondendo alle domande del pc americano.
No, non abbiamo mai avuto una seconda identità. Non abbiamo commesso frodi o truffe. Non siamo in bancarotta. Abbiamo un datore di lavoro, sissignore, sta a Roma. I nostri genitori, vivi o morti che siano, si chiamano Pinco e Pallino. Per qualunque cosa, questo è il numero di telefono da contattare. E no, non prendiamo farmaci salvavita e neppure siamo stati in Sudan, Libia, Iraq o Yemen dopo il 2011…guagliu’, noi tre ore in transito a New York dobbiamo stare, e che miseria!
Dopo il pagamento di 14 dollari usa sonanti, ci viene chiesto di stampare la ricevuta, ma il pc non ha stampante. Quindi coi cellulari facciamo una foto che esibiremo al momento del bisogno. La schermata dice che la concessione del visto richiederà da 30 minuti a 72 ore. Tra 72 ore noi dovremmo essere già a casa da due giorni. Qualcosa non quadra, a meno che non sia una mera formalità, una farsa per sottrarci i dollaroni.
Torniamo al check in dalla gentilissima signora italocanadese.
La signora si chiama Rosa D. e parlando parlando si scopre che è quasi compaesanella mia: padre di Rocca d’Evandro e mamma di un paesello del casertano mai sentito, una cosa tipo cinquecento o mille abitanti.
Se non fosse che abbiamo perso oltre un’ora e mezza con l’ESTA, ci fermeremmo ad ascoltare la storia di famiglia, ma dobbiamo ancora caricare i bagagli.
A Montreal, siccome sono un po’ boscaioli e self made man, i bagagli te li devi pesare e caricare da solo su un carrello che li inghiotte e li porta via.

Fatta anche questa.
È il momento della dogana.
I passeggeri vengono smistati su due ingressi secondo criteri imperscrutabili: famiglie smembrate, coppie divise, di qua i belli di là i brutti, scapoli contro ammogliati, boh, non si capisce.
Io e Fabio detto Furio non subiamo discriminazioni e passiamo quella che tecnicamente è una pre-frontiera americana in territorio canadese.
Via le scarpe, mani in alto, radiografia del torace per vedere se tieni la bronchite, l’asbestosi o chissà che, forse un’arma di distruzione di massa sotto all’ascella. Non sia mai iddio che tieni un fazzoletto in tasca o la carta di una caramellina, ci sta un negro tanto che urla e ti fa spogliare sano sano. Secondo Fabio è capace di farti togliere pure i tampax, per evitare ogni rischio.
Riusciamo a passare la frontiera senza grandi drammi.
La mia borsa risulta suspicious e viene passata al vaglio di un metaldetector e altro oggetto a me ignoto che però rivela che sono una brava persona.
Mentre ci rimettiamo le scarpe e il maglione ci accorgiamo che l’aereo parte fra dieci minuti e facciamo una corsa folle senza mangiare, senza bere, senza fare pipì e senza comprare i souvenir.
Vabbè, dài, ci rifacciamo a New York, tre ore a JFK, hai voglia ‘e fa’.
Ma a JFK, per prima cosa dobbiamo andare in un altro terminal.
Dopo tutta la sicurezza e i controlli della prefrontiera, ci fanno girare liberamente per strada, come se non fossimo passeggeri in transito. Entriamo e usciamo dall’aeroporto senza alcun divieto.
Ci cerchiamo il banco dell’Alitalia per capire che dobbiamo fare e ci danno due carte di imbarco. Una delle due serve per il precontrollo prima del controllo. Che sembrerebbe un’aggravante burocratica, invece a quanto pare è una cosa che ci fa risparmiare tempo, perché noi siamo passeggeri prioritari, club Ulisse e tutti quei fatti vip là.
Non solo.
Sulla carta di precontrollo di Fabio ci sta scritto TSA, che in codice vuol dire che quando passerà il controllo, ha il diritto di non togliersi le scarpe.
Io invece me le devo togliere.
Protesto, anche perché a Montreal mi sono accorta che dopo i dieci chilometri a piedi della mattina per andare in ufficio e tornare, si è bucato un calzino.
Ma niente da fare, pare che questo TSA non si possa concedere a tutti. E nemmeno si capisce sulla base di quali criteri venga concesso.
Ribatto pacatamente che qua più che il TSA ci vuole un TSO, ma per non continuare la polemica andiamo a fare questo precontrollo, che dura più del controllo stesso.
Dopo altra mezz’ora siamo tutti controllati.
Ci prendono le impronte digitali.
Con i nostri passaporti pieni di visti e le nostre carte di imbarco in mano, che si guardano in lungo e in largo, ci fanno domande a trabocchetto tipo:
Siete in partenza?

Ma stasera dove andate?
A Roma.
E da dove venite?
Da Montréal.
E quanti giorni siete stati?
Due, tre.
Due o tre?
Due notti e tre giorni.
Come ti chiami?
Brunella.
Dopo aver appurato che siamo proprio noi e non altri, ci lasciano liberi.
Sono le 20.00: dobbiamo ancora mangiare, bere, far pipì e comprare i souvenir.
Ma il Terminal 1 è quanto di più triste esista nella storia di tutti gli aeroporti del mondo.
Niente souvenir.
Un po’ di pipì.
Vabbè, non ci resta che mangiare. Dopo una giornata di merda, facciamo gli sboroni e andiamocene a farci fare due coccole nella vip lounge Alitalia!
Ma l’America è un paese democratico, e la VIP Lounge ricorda una situazione cinese da anni ’70.
Un frigorifero gigante offre panini semicongelati e immangiabili. O un’insalata di pomodorini e cuori di palma. O un hummus ai peperoni inqualificabile.
Ci sono dei chocochips con un retrogusto di cartone ammuffito, incoerentemente croccanti grazie all’olio di palma di cui sono composti per l’80%.
Il Primitivo di Manduria si beve nei bicchieri di plastica.
Un’ondata di snobismo antidemocratico ci assale.
Mi sento trattata contemporaneamente come una povera crista che voglia immigrare clandestinamente e una vip scrausa.
Di colpo capisco come si fa a votare Trump e ho paura di me.

Lista delle cose che colpiscono il viaggiatore in Albania, nel bene e nel male

agosto 31, 2016

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  • Il silenzio. L’Albania è un paese silenzioso, nessuno grida, nemmeno al mercato, nessuno alza la voce, nessuno suona il clacson in strada, nessuno schiamazza, nessuno canta, i bambini non piangono, le mamme non sgridano, non ci sono ubriachi molesti, il muezzin salmodia in modo dolce e sei felice di sentirlo. L’unico suono costante, insieme alle cicale, è un suono di lavoro edile, in sottofondo: non trapani, non seghe, lievi note di scalpelli e martelli. E di qualcuno che non parla, dicono: ha chiuso la bocca, facendo il gesto di accostare le labbra con le dita.
  • La gentilezza. Declinata in tutte le sue varianti conosciute: ospitalità, disponibilità, aiuto in strada, gente che ti accompagna spontaneamente a fare un giretto per spiegarti, che ti aiuta a cercare un albergo, che ti sorride mentre ti serve al ristorante, che risponde con pazienza alle domande, che ti corregge con garbo la pronuncia delle poche parole che riesci a imparare. Viene da chiedersi se vogliano una mancia. No, non la vogliono.
  • Ksamil. Un panorama mozzafiato di isolette. La villeggiatura negli anni ’60. Qualcuno, per piacere, importi juke box e calciobalilla per completare il quadro.
  • La pulizia di Tirana. Una città che brilla, chiara, splendente, non una carta in terra, nessun palazzo annerito dallo smog.
  • I racconti del passato. Il tempo albanese si divide in due epoche:  una è “adesso”, l’altra è “in quel tempo”, per riferirsi alla dittatura. Tutti hanno una storia da regalarti, che si muove tra adesso e in quel tempo. Come un non essere ancora certi della propria esatta collocazione, ancora sospesi a metà in una Storia che ha da farsi, da compiersi, come una zattera che si protende nel mare e tuttavia resta un poco ancorata, tenuta da corde lise alla terra, un poco legata. Storie di libertà e di nostalgia, di rimpianto e speranze. Storie che hanno un poco del mito. In quel tempo accadeva che.
  • Butrinto. La zattera nella laguna per traversare le auto sulla strada per Igoumenitsa. I pescatori al tramonto.
  • Gli edifici incompiuti e il cattivo gusto architettonico. Enormi scheletri che punteggiano ogni paesaggio, non terminati per le ragioni più disparate. Mancanza di soldi, dice qualcuno, mancanza di forza lavoro, dice qualcun altro. Case completate solo nel piano terra, strutture senza fondamenta che si ripiegano su loro stesse. Forse una metafora degli scheletri del passato, forse il senso di incompiutezza di una nazione che cerca la sua strada. Gli edifici compiuti hanno qualcosa dell’obbrobrio, misto di neoclassico, palazzina calabrese e decori cafoni. Cubature infinite per una popolazione esigua, enormi condomini vuoti e nuovissimi, quasi un incentivo alla spinta demografica. O la speranza che chi è andato ritorni. Oppure niente di tutto questo: solo la pioggia dei finanziamenti passati per mano della ‘ndrangheta attraverso società locali apparentemente regolari, con i durc a posto ma di fatto inesistenti.
  • Marubi. La prima descrizione fotografica antropologica del Paese.
  • Berat. La notte illuminata dalle mille finestre. Per un attimo ho pensato di essere in Mongolia, e che quello fosse il Potala. L’oro scintillante delle icone di Onufri, la sacralità. La sfilata di Margherita con l’abito nuovo, comprato su una bancarella e misurato nel bagno, con le signore a chiudere cerniere, a dare consigli sui tacchi giusti. Il tave del quartiere Mangalem e le vigne.
  • Angoni. Il pittore naif che ha una tela in ogni casa e ristorante di Gjirokastra e che non ho potuto fare a meno di acquistare.
  • La conoscenza dell’italiano. Gli anziani lo hanno appreso durante la guerra, i giovani dalla tv e dall’emigrazione, i giovanissimi lo parlano meno, preferendogli l’inglese. Alcuni usano termini dotti, elaborati, con una proprietà di linguaggio universitaria, le insegne dei negozi spaziano da Sposa bella a Sarta magica a Stile italiano o Belle scarpe. Al porto di Bari, in partenza, ho trovato commovente osservare le famiglie di emigrati che tornavano a casa per le vacanze e che, con mille difetti, parlavano in italiano ai figli di tutte le età, adolescenti o piccolissimi. Mi si è stretto il cuore pensando al prezzo dell’emigrazione, che passa anche attraverso la cancellazione della propria radice in nome di un bene più alto, la promessa di Futuro. Per strada, ogni giorno, ho sentito il peso di una forma di colonialismo che ancora pratichiamo, nostro malgrado. Il compagno Tani, ridendo, ha detto: dove lo trovi un paese migliore di questo?, costa poco, assomiglia al tuo e non ti devi sforzare per la lingua. Ovunque, ma proprio ovunque, qualcuno si è avvicinato e ha iniziato a raccontare la sua vita in Italia, quel misto di rabbia e gratitudine per il paese che ti ospita e a un tempo ti denigra e ti usa. Pietro, questo è il nome italiano che si è dato, ci aspetta a Fier, dove non ci fermeremo mai, per mancanza di tempo, per offrirci un caffè. Vive a Ciampino, dove lavora in un campeggio. Ha lasciato l’Albania a quindici anni, nel fondo odia suo padre per averlo mandato da solo in Italia, alla ventura, E con i suoi primi risparmi gli ha comprato una macchina, quella che non si sarebbe mai potuta permettere con il suo stipendio di operaio. Giovanni ama i fiori, anche lui è stato a lungo in Italia, prima di tornare. E cos’hai fatto in Italia? Tutto, tranne la galera, e ride con la bocca e con gli occhi.
  • Tirana. La capitale che non ti aspetti, il quartiere della movida, le strade monumentali come l’Eur, i resti, l’architettura italiana, l’architettura russa, l’architettura cinese, un parco che si chiama Taiwan, un bar che irride al comunismo, un fiume ridicolo che la attraversa, i cornetti alla crema, un bosco nel centro città con ristoranti di montagna in baite inattese, l’eleganza, i quartieri fuori mano, la teleferica e le vette a un passo dal centro, le università, il bigliettaio nei bus, il biglietto del bus a 40 lek, meno di 30 centesimi di euro.
  • La nostalgia. Permea ogni cosa, ogni sguardo, ogni racconto. E’ nostalgia di tutto: del passato, del presente, del futuro, delle occasioni perse, di quelle mancate, della crisi, dello smarrimento della tradizione, della resa in cambio di qualcosa che ancora non si conosce.
  • Sallat. Dacci oggi le nostre insalate quotidiane. Comunque è davvero difficile pensare di baciare qualcuno se mangi cipolla cruda tre volte al giorno.
  • Il passo della Llogara. Mille e passa metri di valico, che prima sale sale sale e dopo scende scende scende. Quando sale l’auto non va oltre la seconda, per tornanti che non finiscono mai e che a ogni curva mostrano lo strapiombo sul mare. Quando scende i freni fumano e reagiscono con lentezza. Un valico voluto da Mussolini, una delle strade più belle mai percorse, api e miele e baite e silenzio. Nei tratti in cui si costeggia il lato mare l’ansia è elevata, per l’altitudine, e lo sguardo si spinge talmente lontano che sembra di essere sospesi nel vuoto.
  • Le docce negli alberghi. Qui in Europa usiamo le cabine che si chiudono. O delle tende sufficientemente ampie. A voi piace la carta igienica inzuppata? E’ per risparmiare tempo sul bidet?
  • La persistenza della grecità. Paesini sui quali sventola la bandiera azzurra, roccaforti ortodosse piene di anziani affettuosi, feta e moussaka e mani sul cuore e baci e sagapò. E una sola risposta alla domanda: ma siete greci o albanesi? Siamo greci e albanesi.
  • I matrimoni. In uno ci siamo imbucate, ad ascoltare i violini, a chiacchierare con gli invitati, a scattare foto, a complimentare la sposa. Era elegante e sobrio, con ospiti italiani, albanesi e greci. Nel pieno della natura di Butrinto, nella cattedrale a cielo aperto degli scavi. A un altro ci siamo accodate, tra strascichi, fuochi di artificio e un lusso sfacciato, in una struttura modernissima protesa nel mare di Durazzo. Gli sposi giovani, come non ce ne sono più dalle nostre parti.
  • Il mercato. Tabacco sfuso, a panetti, trentasei varietà di formaggi all’apparenza tutti uguali, peperoncini piccanti talmente decorativi che dispiace mangiarli, le sorbe di montagna, i pesci freschi e grandissimi, le erbe medicinali, galline legate per le zampe e messe in fila per terra, con uno sguardo che pare dire: prendimi, mettimi in forno e restituiscimi dignità.
  • La sicurezza personale. Per sé, per i propri beni, per l’auto. Di mattina, pomeriggio, di sera. Con la gonna o con i pantaloni, da sola o in compagnia, in centro e in periferia, in quartieri dimenticati e disagiati. Mai uno sguardo maschile insistente, mai una parola di troppo, mai un errore nel restituire il resto di un acquisto.
  • La domanda: ti piace l’Albania? Ripetuta da tutti, con orgoglio, in attesa della risposta. Un desiderio di conferma, un bisogno di essere visti e apprezzati, uno specchiarsi nello sguardo dell’altro.
  • La bandiera. Sulle magliette, sui cancelli, sui teli da spiaggia, sugli oggetti, tatuata sui corpi, sulle case, le spiagge, le barche, le targhe delle auto, impressa nei portacenere. Il vessillo ovunque. Il rosso che spicca, l’aquila bicefala.
  • I bar. Tantissimi, pieni di gente, carini, originali. La vita che brulica in esterno, a tutte le ore. Il caffè turco, greco, l’espresso, la birra Tirana, il tè di montagna, il salep, il raki, l’ora meridiana, la controra, la pausa, l’attesa.
  • Musei etnografici. Visto uno, visti tutti. Come le case ottomane.
  • Le automobili. Lucide, fiammanti, enormi, nuovissime. Porsche, Maserati, Mustang, Mercedes, Bmw. Lavazh e officine disseminati in ogni angolo, gommisti. L’automobile come status, sicurezza, senso dell’essere arrivati, pagate a rate o mai pagate. Solo auto nuove di zecca, tenute impeccabilmente.
  • L’ambivalenza politica. Rama ci piace, Rama è un dittatore, Rama è il cambiamento, Rama è la continuità, Hoxha era grande, Hoxha era un maledetto, Berisha era un ladro, Berisha non poteva fare altro. Come sta Berlusconi?
  • Il vino. Meglio il rosso che il bianco. Il signor Cobo, primo vinificatore del Paese, ha sposato una napoletana. Conoscendo e ascoltando il signor Cobo, anche io me lo sarei sposato.
  • I turisti. Pochi, pochissimi. Sono i pugliesi che vanno a farsi il mare a Saranda, nell’albergo di lusso con le mangiate di pesce che costano un terzo che dall’altro lato, qualche motociclista, pochi francesi, i kosovari che si mescolano e si confondono, un gruppo di Avventure nel Mondo intruppato nel peggior ristorante di Gjirokastra (perché lì li manda il loro quaderno di viaggio avventuroso), uno spagnolo, qualche famiglia avventurosa col camper,  “tre sole donne sole”, che siamo noi. Abbiamo scelto i luoghi di mare non segnalati su nessuna guida, gli alberghi non indicati, i ristoranti a occhio. Ed eravamo le sole straniere.
  • Il sogno europeo. I giovani vogliono entrare in Europa, sognano impieghi e pareggi di bilancio, fondi strutturali e stili di vita. I meno giovani non si pronunciano. Per tutta una giornata, il 29 agosto, il Parlamento siede in seduta straordinaria per riuscire finalmente ad approvare la riforma del sistema giudiziario, è un momento importante, l’ennesimo spartiacque. Ma siete sicuri che volete davvero entrare? Sono sicuri.
  • Frutta e verdura. Cipolle, pomodori, fichi, cocomeri, melenzane, giuggiole. I sapori di una volta, dopo che le serre e i supermercati ci hanno fatto dimenticare il gusto delle cose,
  • Assenza di integralismi. Dopo anni di chiese e moschee trasformate in ristoranti, depositi, magazzini, c’è un grande fermento nel recupero. Ma si nasce e si muore tutti, questa è la verità, e prescinde dai riti. Osservo i manifesti mortuari e chiedo se siano uguali per tutti: cattolici, ortodossi e musulmani. Lo sono. E allora come si distinguono? Dai nomi. Musulmani che bevono e mangiano prosciutto, qualche donna isolata col burqa, le anziane greche col fazzoletto in testa, entrate libere in moschea, nelle chiese a spalle scoperte, rare campane, qualche muezzin, nessun ramadan, i bektashi che ballano e cantano. Tutti insieme spassionatamente.
  • La bellezza. Ok le donne. Uomini, potete far di meglio, suvvia.
  • I bunker. Andiamo a caccia come funghi, spuntano ovunque. Ma davvero temevate la minaccia atomica? Ma chi mai vi avrebbe bombardato? Quello del Dittatore ha 103 stanze e corridoi lunghi e tetri. Potrebbero diventare l’alternativa turistica del Paese, ma non se ne rendono conto. Li fanno esplodere per recuperare cemento a basso costo da impiegare nella ricostruzione dei palazzi. Un giorno forse se ne pentiranno, ma al momento il passato è ancora troppo vicino per ripensarli.
  • Il cattivo uso della libertà. Liberarsi della Dittatura per organizzare Schiuma Party in spiaggia. Ah, se vi vedesse Enver!
  • Le case colorate. Pitture, disegni geometrici, quadri, fantasie. Cancellare il grigiore è d’obbligo. Il lungomare a pois di Durazzo, le case sulla Lena, a Tirana, gli sprazzi di colore anche su edifici cadenti e sventrati.
  • La scarsezza numerica degli abitanti. Tre milioni in tutto, l’Albania è la Basilicata d’Europa. Gli altri sono altrove, sparpagliati, dispersi, disseminati. Sono pochi, e questo facilita in un certo senso i rapporti, la vicinanza, semplifica le relazioni. Di fronte al bell’edificio del Ministero della Cultura, non mi lascio intimorire e chiedo al custode di poter visitare il palazzo. Ci affida a una distinta funzionaria, Milena, che seppur ha appena concluso la sua giornata lavorativa, ci porta in giro, ci racconta la storia dell’edificio, le attività ministeriali “adesso” e “in quel tempo”, ci fa entrare nelle stanze. Provate a far lo stesso a Roma.
  • Compattezza etnica. Nessun africano, nessun arabo, nessun cinese. E come mai? Risata: ma chi immigrerebbe qua?, giusto due kosovari.
  • Centri di scommesse. Tanti, tantissimi, quasi uno ogni tre negozi. Più che in Italia. Più di ogni altra cosa, questa è la vera decadenza morale e materiale di un Paese. Da loro come da noi.
  • Il pop. Questa storia che remixano tutto, ma proprio tutto tutto. Nel centro commerciale arrivo a sentire un Cohen remixato, in spiaggia John Lennon. Ramazzotti remixato. Chissà che cosa canteranno mai, nelle parti in albanese.
  • Vecchie radio. Ce ne saranno migliaia, tra locali, bar, mercatini, negozi. Una per ogni abitante, forse. E tutte sintonizzate sulla voce del Dittatore. Prima che arrivasse la tv, che era invece sintonizzata sulla sua faccia.
  • Gli occhi azzurri. Ma chi ve li ha dati? Gli slavi o i normanni?
  • Gli amuleti. Agli, peperoncini, bambolotti, fantocci, pupazzi, peli di capra. Non c’è una sola impresa, che sia un negozio, una scuola, un cantiere, una bancarella, un campo arato che non abbia il suo scacciamalocchio.
  • Il raki. Un altro, per piacere. E pure altre due polpette, visto che ci siamo.
  • Il mare. Di sabbia, scoglio, liscio, punteggiato di isole, celeste, blu, verde, caldo, piatto, limpido, trasparente, cristallino. Tutt’intorno, sulla spiaggia, piccole discariche crescono.
  • Fergese. Come ho fatto a dimenticarmi il Fergese? Da solo, vale una visita al Paese.
  • Mio padre. Che nella mia gioventù ha provato con noi ad attraversare la frontiera e si è visto rifiutare l’ingresso. Che era curioso di questo paese in cui suo nonno e suo padre avevano combattuto, riportando a casa foto, grammatiche e malaria e che da oltre sette anni mi viene in sogno sempre con la stessa visione di noi due su un traghetto per Valona. A lui ho dedicato ogni singolo giorno, ogni esplorazione. Ho viaggiato insieme al suo modo di viaggiare, che mi ha trasmesso da sempre. Si sarebbe divertito moltissimo.

La storia di Pigeon.

luglio 15, 2016

(Questa volta diamo asilo politico a una giovane, piccola, petalosa scrittrice alla sua prima esperienza. Perché i giovinetti e le giovinette vanno sostenuti, apprezzati e incoraggiati)

Quel giorno Pigeon si alzò in modo diverso dalle altre mattine, con un  profondo senso di vuoto che lo accompagnò durante tutto il tempo della sua routine mattutina. Mentre si guardava allo specchio per aggiustarsi i capelli o preparava il caffè, perfino sotto la doccia, si sentiva incompleto.
Quella mattina non badò alla scelta dei vestiti, non si sistemò nemmeno il colletto della giacca né i lembi della camicia nei pantaloni, uscì addirittura senza cintura rischiando ogni due passi di restare in mutande per la strada, cose che capitano ai tipi magri.
Insomma è proprio così che, quella fatidica mattina, uscendo, notò lo sguardo delle persone che lo circondavano. Gli passavano di fianco quasi ignorandolo, con un accenno di disprezzo sul viso. Lo reputavano quello ‘strano’.
Pigeon proprio non capiva. O erano gli altri a non capire? Si, sicuramente erano gli altri. aveva passato 43 anni a lottare, a cercare la libertà, ed ora tutti sembravano andargli contro.
Era ovvio, non sapevano affatto ciò che lui aveva passato, altrimenti lo avrebbero guardato con ammirazione, gli avrebbero fatto un sorriso sincero, di quelli comprensivi, e gli avrebbero dato una sonora pacca sulla spalla.
Ma partiamo dal principio, anche perché il vuoto di cui stiamo parlando è un vuoto differente da tutti i vuoti che si conoscono. Nessuno ha idea di cosa di provi, nessuno ha mai potuto verificarlo.

Fu infatti nell’estate del ’76 che, giocando a campana, Pigeon si rese conto di quella cosa fastidiosa che gli stava addosso, continuamente, senza mai staccarsi. Così nera, così poco originale, proprio non si spiegava come quella potesse garantire l’esistenza e dargliene certezza.
Inizialmente provò a socializzarci, poi provò a scappare per liberarsene ma nulla, l’ombra restava sempre lì.
Fu solamente dopo diversi anni di svariati litigi e incomprensioni, all’età di 13 anni, che l’ombra, conosciuta anche come Pierre, decise di svegliarlo per farlo andare a scuola.
Ora, pensò Pigeon, fin quando Pierre si rifiuta di socializzare va bene, ma che dal nulla decidesse di partecipare indisturbato alla sua vita tranquilla, proprio no.
Quel giorno infatti cominciò il liceo, tutti lo salutarono e gli sorrisero notando quella sua strana particolarità, quell’ombra che, pur essendo attaccata a lui, aveva vita propria e se decideva di girare a destra, Pigeon avrebbe dovuto girare a destra, se decideva di mangiare spinaci alle 8 di mattina, anche Pigeon avrebbe dovuto mangiare spinaci alle 8 di mattina.
Ovviamente questa cosa aveva molti difetti, ma come ripudiare tutti i pregi e quanto c’era di positivo? Infatti durante i compiti in classe o gli appuntamenti con le ragazze, Pierre aveva sempre ottimi consigli; una sorta di sapere innato, divino, o forse era più intelligente di quanto pensassero.
I momenti peggiori però erano quando litigavano, quando va bene che bisogna capire l’altro ma non è detto che bisogna fare tutto ciò che desidera. E proprio in quei momenti Pigeon provava a staccare la sua ombra e tutto ciò che riusciva a sentire era un leggero solletichio sotto i piedi.
Gli anni passarono e nonostante i vari battibecchi riuscirono a trovare una sorta di equilibrio, come lo Ying e lo Yang, il male che accetta il bene e il bene che accetta il male.

Così, al secondo anno di università, ascoltando l’ennesima lezione sul codice penale, notò questa ragazza, bellissima.
Passarono lezioni intere a guardarsi, sguardi nascosti sotto i libri, ad accennare sorrisi. Fin quando Pierre, stanco della timidezza di Pigeon, decise di andare dritto e così fece anche Pigeon.
Smeralda si chiamava, che bel nome, in sintonia con i suoi occhi verdi, e soprattutto, con la sua ombra.
Cominciarono a sentirsi, ad uscire, e lei sembrava apprezzare anche Pierre, sebbene fosse un po invadente.
Vi lascio immaginare la prima volta che Pigeon la invitò a casa e la prima volta che sperimentò cose nuove… quella presenza indiscreta che creava imbarazzo, che non sapeva dove mettersi, facendo stare tutti un po stretti.
Passarono i mesi, alla fine si abituarono, nemmeno lo notavano più e Pierre si sentiva poco amato, poco valorizzato.
Soprattutto quando nacque il primo figlio, Gianpaolo, Pierre non sapeva proprio come comportarsi. Come li avrebbe presentati Pigeon? come lo zio? o forse un amico stretto? e se invece non glielo avesse voluto presentare?

Fu così che l’ombra, una notte, scoprì ciò che da sempre avrebbero voluto sapere. Infatti la notte, il sonno, la fragilità di chi dorme, rendono possibile la separazione.
Da quel giorno, ogni notte, Pierre giocava con Gianpaolo, che di giorno, ovviamente, essendo molto stanco, passava sempre meno tempo con il padre.
Pigeon proprio non riusciva a spiegarsi come questo fosse possibile, perché il bimbo era sempre così stanco? Lo portarono dai migliori medici, dagli psicologi, magari era una patologia nuova, diversa, ma nulla. Era solamente mancanza di sonno, così gli dicevano.
Ma una notte l’ombra fece ciò che un’ombra non dovrebbe mai fare, prendere il posto della persona stessa. Infatti non appena Pigeon si addormentò sul divano, lui si staccò ed andò in camera. Ciò che successe mi sembra abbastanza ovvio e non merita di essere raccontato, ma tutto ciò che dovete sapere è che non si trattò di un vero e proprio tradimento in quanto Pierre era parte di Pigeon e, soprattutto, la moglie non sapeva che si trattasse di lui per via del buio e dell’incredibile somiglianza.
Qualche settimana dopo Smeralda scoprì di essere incinta e nei mesi che seguirono la gravidanza si verificarono cose sempre più strane. Pierre curava con molto amore Smeralda e lei apprezzava tutte le sue attenzioni.
Pigeon, dal canto suo, impegnato per via del lavoro, non aveva fatto caso a ciò che stava accadendo e ogni sera, stanco, una volta tornato dal lavoro, tutto ciò che desiderava era dormire.
Smeralda non era più contenta della sua vita: sposare un uomo non vuol dire sposare la sua ombra, ma la sua presenza e questo la rendeva molto infelice.
Così 9 mesi dopo nacque una bambina e i genitori restarono un po di stucco guardandola, eccetto Pierre, perché lui sapeva.
Era snella e lunga, metà chiara con un occhio verde e le labbra rosate, metà nera come la pece, con un occhio blu e le labbra cianotiche.
I medici avevano pensato ad una mancanza di ossigeno, al morbo di Raynaud, emofilia, leucemia, ma nulla sembrava portare verso quella strada perché, di fatto, la bambina era sana.
Shadow cominciò a crescere, una bambina felice ma molto timida, che stava sempre sulle sue, un po come il padre, e, cosa più strana, non possedeva un’ombra e quindi si sentiva, la maggior parte del tempo, sola e alquanto confusa. Potete immaginare cosa voglia dire mischiare i pensieri di un’ombra a quelli di un uomo? un’intelligenza che non ti sai spiegare, continue indecisioni, mancanza totale di stabilità.

Smeralda in tutto ciò capì che doveva reagire, capì che doveva distrarsi, crearsi una vita e non dipendere da quella del marito.
E così, una notte, si rese conto di Pierre, vivo e vegeto, che guardava la luna dalla cucina.
incredula gli si avvicinò, lo toccò, ma al buio come Psiche fece con Amore. Imparò le sue forme, ascoltò la sua storia e le sue idee. Fu una notte molto intensa, era un misto di eccitazione e genialità, un incontro tra Bill Gates e Gandhi.
decisero di vedersi tutte le sere, e di continuare a conoscersi. Era come uno sfogo, una via di fuga dalla quotidiana monotonia della vita.
Cominciò quella che oggi viene definita come una storia di alta infedeltà, ma non fisica, capiamoci.
O meglio si, ma quello dopo.
Cominciarono ad essere amanti intellettuali, facevano quanto più di erotico ci sia sulla terra, si leggevano poesie, si sussurravano i desideri che la sera chiedevano alla luna, e si confidavano quello che di più oscuro esista nell’animo umano, le proprie paure e fragilità.
In fondo era contenta che fosse Pierre il padre di Shadow e anzi, non ne rimase molto sorpresa.

Una notte successe però qualcosa di stranamente insolito.
Pigeon si era alzato e, grattandosi il sedere, era arrivato in cucina per bere un bicchiere d’acqua.
Quello che trovò gli parve piuttosto bizzarro.
Lo stesso fu per Pierre.
La cosa era abbastanza logica, ma nessuno dei due se ne capacitava, il legame era rotto, si era spezzato.
E non nel giro di pochi giorni, ma nel giro di anni, nottate, chiacchierate.
L’ombra aveva imparato l’arte del vivere, dell’amore e così non aveva più bisogno di dipendere da un corpo.

I mesi passarono e Pigeon si ritrovò a dormire sul divano, i bambini lo chiamavano per nome e non più papà.
cosa poteva mai fare? una terapia di coppia+ombra? dividere i beni e partire per le Maldive? eh no, perché Pierre era lui, o lui era Pierre, insomma questo Pierre si sarebbe tenuto tutto e lui sarebbe rimasto povero e solo.
Così un giorno decisero di partire, lasciandogli casa e beni, perché tanto un’ombra la sa lunga, avrebbe trovato un lavoro geniale e condotto una vita felice con sua moglie e i due figli.
Pigeon voleva andare con loro ma poi ripensò e capì. Quanto gli aveva dato fastidio la sua ombra in tutti quegli anni?
Ora non sarebbe potuto diventare lui l’ombra, far dipendere la sua infelicità dagli altri e fargliela pesare.
Ora avrebbe dovuto ricominciare, libero, la sua vita.

Quel giorno Pigeon si alzò in modo diverso dalle altre mattine, con un profondo senso di vuoto che lo accompagnò durante tutto il tempo della sua routine mattutina. Mentre si guardava allo specchio per aggiustarsi i capelli o preparava il caffè, perfino sotto la doccia, si sentiva incompleto.
Quella mattina non badò alla scelta dei vestiti, non si sistemò nemmeno il colletto della giacca né i lembi della camicia nei pantaloni, uscì addirittura senza cintura rischiando ogni due passi di restare in mutande per strada, cose che capitano ai tipi magri.
Insomma è proprio così che, quella fatidica mattina, uscendo, notò lo sguardo delle persone che lo circondavano. Gli passavano di fianco quasi ignorandolo, con un accenno di disprezzo sul viso, lo reputavano quello ‘strano’. ma Pigeon stavolta capì.

***
E per quelli come me, con poca fantasia, che amano i finali da bravi nevrotici ossessivi o semplicemente da perfezionisti, che non sopportano una fine da immaginare, perché, d’altronde, che ne sai se la fine che stai immaginando è quella giusta?

(Guardò tutti i passanti, felici con la propria ombra. capì che tutto quello che avrebbe dovuto fare era cercare un’equilibrio, non il bene col male e quelle cazzate li, avrebbe dovuto imparare a conviverci bilanciando, lasciargli il posto che meritava, senza dargli troppa importanza e senza svalutarlo nemmeno. Svrebbe dovuto trattarlo da ombra, e non da amico, zio, maestro o guida. Ombra, semplicemente.
E, molto probabilmente, non avrebbe mai dovuto presentargli sua moglie.)

È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla pace dell’anima e inquieta (santa Teresa d’Avila, Il castello interiore)

giugno 25, 2016

(…continua)

In Paradiso ci ero già stata, per un’affacciata. Era a ridosso di Forcella, la piccola pratica paradisiaca, in un vecchio opificio la cui porta era perforata da pallottole volanti, simili a quelle che nel 2004 colpirono a morte Annalisa Durante, di quattordici anni, rea di essersi trovata a passare dove avrebbe dovuto essere ‘o rosso,  Salvatore Giuliano, diciannove anni – un altro criaturo – che cadrà per mano della faida nel 2007.

Nella piccola pratica del Paradiso, 6_Miracolo, non ho scattato fotografie: la dimensione estetica era ridotta al minimo a favore della dimensione sostanziale. Grandi stanze piene di ragazzini del quartiere, mandati dai genitori come se si fosse trattato di una ludoteca, assistiti da Gian Maria e Lucrezia, l’anima che accompagna il suo animus e in cui, fisicamente, rivedevo una me ragazza, nelle forme e nei modi, in un’esilità magnetica e nervosa, elettrica.

I ragazzini costruivano un giornalino del quartiere, fatto di titoli, articoli e illustrazioni.

Cronaca nera, soprattutto. Cronaca nera e calcio. Una soltanto ha voluto scrivere di Babbo Natale. I maschietti facevano gli sbruffoni, atteggiandosi a conoscitori del mondo, della vita, del sesso, mimando gesti plateali ogni volta che la coppia riduceva al minimo la distanza fisica.

Le bambine paffute e vestite a festa, in piena controra, con i genitori che venivano a recuperarle per il pranzo e loro che imploravano, nonostante l’ora tarda, di essere lasciate ancora un poco là, con Giammarìa, come dicevano loro.

Un padre entra e Giammarìa gli mostra, in una stanzetta, la pinacoteca realizzata dai ragazzini: ha spiegato arte classica, Caravaggio, arte contemporanea, astrattismo. I ragazzini hanno provato a ispirarsi e a riprodurre. Il padre sorride lontano, più per buona educazione che per comprensione. Caravaggio è a pochi passi, con il suo portato di umanità e perdizione, ma non lo hanno mai visto, pur vivendolo quotidianamente nei gesti del popolo.

La pratica del Paradiso è un’apertura della mente: mostrare a questi ragazzini che il mondo è più vasto di quanto riescano a percepirlo. Che dentro la legittima ambizione di una bambina a diventare estetista e a fare le unghie può vivere una piccola pittrice, che dietro l’irrequietezza di un decenne che vuole fare ammuìna ci può essere acquattato un batterista, che il racconto del quotidiano può diventare mezzo di comprensione e strumento di cambiamento della realtà.

Cerco le tracce del Male, che sempre nelle Sette Stagioni dello Spirito si presenta d’oro e d’arancio: qui nessun pannello, solo scaglie minutissime disseminate in terra, all’intorno. Dove si opera per il Bene, il Male non si cristallizza, viene ridotto in polvere.

L’azione ha il modo della frammentazione, laddove altre azioni, di segno uguale e contrario, hanno cementato. Qui il Male si fracassa, per un momento si acquieta e si arrende.

All’uscita chiedo ad alcune mamme se non abbiano qualche remora o timore a lasciare un’intera giornata lì i loro bambini, nelle mani di due perfetti sconosciuti che fanno cose strane.

La mamma sorride, amara: signo’, meglio ‘ccà che ‘mmiez’a via.

***

Dopo mesi siamo all’ultima tappa: 7_La Terra dell’Ultimo Cielo, nel convento abbandonato della Trinità delle Monache, di fronte alla chiesa dei Sette Dolori, come un contrappasso inevitabile.

E’ il luogo del matrimonio mistico, dopo il fidanzamento spirituale con l’anima durante la pratica. E’ la contemplazione, che si raggiunge non prima, ma solo a compimento dell’agire.

E’ abitato, questo Ultimo Cielo, dalla presenza di molte anime: santa Teresa, che ne è la nostra principale guida e ancora Dante, sant’Agostino, René Daumal, che nel suo viaggio al Monte Analogo ricorda l’importanza di non dimenticare, nell’ascesa, il luogo dal quale si proviene, i mistici sufi, la dissoluzione della fana e l’ammonimento a che l’ascesi, la dissoluzione, non si trasformino in alterigia e arroganza per essersi finalmente liberati, i bodhisattva che di nuovo, illuminati, operano nella materia di cui sono fatti.

Così scrive Teresa alle sue consorelle, nel Castello interiore: “Ripeto, è necessario che cerchiate di non far consistere il vostro fondamento soltanto nel recitare e contemplare, perché se poi non operate nel mondo rimarrete sempre delle nane. E piaccia a Dio che vi limitiate soltanto a non crescere, perché su questa via, come sapete anche voi, chi non va innanzi torna indietro. Tengo per impossibile, infatti, che l’amore, quando vi sia, si contenti di rimaner sempre in uno stato”, ricordandoci che l’Amore, ogni amore che voglia esserlo, non è una stasi ma un processo dinamico attivo, un compiersi, un differenziarsi, un compendiare.

Anche qui, come nelle precedenti tappe, l’ingresso è solitario, individuale, come solo può essere una ricerca interiore, che si nutre degli accidenti che incontra sul suo percorso e li integra.

Sono giorni che cerco risposte, e qui le trovo. Giorni che ho tentazioni e qui imparo come respingerle. O, almeno, a guardarle in viso.

La Terra dell’Ultimo Cielo è vuota e irta: si salgono scale che danno su terrazze. Napoli è grigia, plumbea, color acciaio. In lontananza i tetti di padiglioni industriali e case risplendono di oro e arancio: mi dico che il Male è fuori, nella città, che qui sono protetta, e continuo a salire.

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I vetri sono schermati, opachi, e le forme sfumate dell’esterno rimandano a un sogno, a una distanza da tutte le cose, proprio come scrive la stessa Teresa, “essendo così lontana dal mondo e in compagnia così piccola e santa, vedo ogni cosa come da un’altura, per cui poco mi curo di ciò che si dica o si sappia di me. Più che delle chiacchiere a mio riguardo mi interesso di ogni più piccolo progresso che un’anima possa fare (…) La vita mi è divenuta come una specie di sogno, e sogno mi sembra tutto quello che io vedo. Non sento più né grandi gioie, né grandi afflizioni. E se talvolta ne provo ancora, è solo per poco tempo, tanto da meravigliarmene io stessa, rimanendomene poi con l’impressione come di una cosa sognata”.

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Procedendo nell’ascesi mi imbatto in una panchina. So per certo che è il luogo dell’attesa, proprio di fronte a un lavabo che mi ricorda la purificazione. Mi siedo per un attimo, come per un ultimo esame di coscienza e aspetto un lungo momento. Sul lavabo un grande specchio, che avvicinandomi mi consente di vedere attraverso il vetro, una serie di scrivanie.

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Sembrano cattedre di esaminatori, disabitate. Penso alla necessità di dover superare una prova, ma le cattedre sono vuote, nude, e mi dico che a quel punto nessuno più, se non la nostra immagine riflessa dallo specchio, può giudicarci oltre.

La temperatura è fresca, nonostante sia giugno inoltrato, ma quando apro il grande portone verde, che mi si richiude pesante alle spalle, proprio in cima all’edificio, il caldo nella stanza mi avvolge improvvisamente.

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Sono in Paradiso, e alberi e uccelli mi avvolgono di canti. Sento i muscoli del viso stirarsi in un sorriso che procede oltre me, immodificabile. Gli uccellini sono variopinti. Vedo canarini aranciati e gialli e mi dico che no, non è possibile che il simbolo del Male sia anche qui. O forse il Male non esiste davvero, è solo il peso e il riconoscimento che gli forniamo a renderlo tale.

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Resto in contemplazione, incantata. Così incantata da non riuscire ad andare oltre l’altare.

Dovrò ritornarci dopo, in un secondo giro, per cogliere quanto mi è sfuggito: un’enorme stanza sottoposta, piena di cristalli rotti e del mobilio che ho imparato a conoscere nelle altre tappe: il piccolo letto, le valigie, il quaderno delle riflessioni, la macchina per respirare. Osservo la stanza dall’alto, separata da un vetro, e so che il passato resta fermo lì, per sempre, immodificabile, irraggiungibile. Che tutti i cocci che abbiamo disseminato possono essere solo ammassati, come una maceria, senza poter più modificare nulla.

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E che il futuro è fuori da quella stanza con il ricordo della stanza.

Un vetro, che impone la distanza, è quanto ci protegge dal camminare scalzi sui vetri taglienti di un’intera vita. Eppure tutto, un’intera dimensione esistenziale, riposa ordinatamente sui frantumi, ad indicarmi che qualcosa è ancora possibile, a patto di non dimenticare mai.

So che ho imparato, grazie alle immagine, alle sensazioni, ciò che in altri modi cerco di imparare da una vita: che il senso tutto è nello stare in prossimità di se stessi, che certe beatitudini improvvise tendono poi a sfaldarsi, a perdere di efficacia, e che solo la memoria e la prassi possono consentire di ricominciare daccapo, ogni volta con un pezzetto di conoscenza maggiore, per acquisirla per sempre.

“Non dovete credere, sorelle, che gli effetti di cui ho parlato si mantengano sempre nel medesimo grado. È per questo che quando mi ricordo dico che ciò avviene in via ordinaria, perché alle volte il Signore abbandona l’anima alla sua natura, e allora sembra che tutte le cose velenose dei dintorni e delle mansioni del castello si uniscano insieme per vendicarsi di lei anche per quel tempo che non possono averla fra le mani”

Mi guardo le mani.

Sorrido, all’idea di essere stata così abile, nel primo giro, ad evitare l’incontro col passato, come un lapsus involontario e rivelatore. Una mancanza che mi racconta tutta. Eppure l’uccello che vola impazzito dietro i vetri per un attimo mi aveva dato un piccolo indizio: la contemplazione, priva della libertà dell’agire,  può essere una prigione.

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Mi guardo le mani e mi scopro a giungerle, come una piccola preghiera. Un ringraziamento e una piccola supplica. Per non dimenticare.

Puntate precedenti:

L’Inferno

Il Purgatorio

La spiaggia del Paradiso