Posts Tagged ‘frantumaglia’

Il popolo della bici

agosto 5, 2015

La mattina alle sette, sette e mezza, siamo il popolo della bici, diviso nelle sue principali etnie: quelli armati di tutto punto, caschetto, occhiale schermato, calzoncino imbottito, sellino imbottito di gel, borraccia nello zaino con tubicino a presa di gatorade immediata (che anche io ero una di questi qua, ma la mia gloriosa bici nera, cattiva e indistruttibile, è rimasta nella vecchia casa, non l’ho portata mai nemmeno a Roma, e per quest’anno mi adatto con una bici di mia figlia, assetto comodo per le pianure, molto meno comodo per le salite, cambio sciamannato e semplice calzoncino di cotone. La mia bici era bella, un po’ alta, ma tanto per me è tutto, sempre, troppo alto, e mi toccava frenare e scendere dal sellino di volata e ogni volta, sbam, una botta infernale tra canna e osso pubico che vedevo le stelle); poi ci sono quelli che vanno in due, in tre, andatura da crociera, un po’ piantati in mezzo alla strada, chiacchieroni.

Poi gli indiani, con vecchie Grazielle senza marce, magrissimi, che nelle pause dal lavoro li scopri al parco nazionale, tra gli alberi, a guardare il lago, sono contemplativi, hanno un bisogno netto e purissimo della natura, come di una cosa essenziale, che è diverso dal nostro bisogno della natura, che ha più il sapore di una riappropriazione, di uno svago.

Non lo so spiegare meglio, lo sento e basta.
Gli indiani più ricchi, quelli che si sono portati anche la famiglia, negli anni sono passati dalle bici alle lambrette, e dietro le mogli, opulente e bellissime nei loro sari sedute di lato, col casco sui lunghi capelli lucidi.
Il popolo della bici è solidale, nonostante le differenze etniche. Si saluta con un cenno della mano, un sorriso. Quando sono sudati sudati ti dicono a mezza voce, col fiato rotto: Fondi. Oppure Sperlonga. E tu sai che dovranno fare rientro sotto il sole alto, polmoni di acciaio e cosce di marmo. Oppure sono quelli che alle otto stanno facendo rientro, sono partiti che il giorno appena spuntava, settanta chilometri costanti nelle fibre e nei tendini.
E poi anche la bici, come la guida, può essere ipnotica: una volta che hai rotto il fiato – e in bici è più facile che correndo o nuotando, forse perché in bici non mi fa male niente e anche l’anca trova pace e si rilassa – sulle strade di campagna, piatte e punteggiate di rovi, eucalipti e fichi, la mente prende il sopravvento e nascono piccole storie.
Bisogna solo stare attenti ai vecchietti, che accostano a destra o a sinistra senza freccia, che di colpo, prima ancora di aver terminato la manovra di parcheggio, aprono gli sportelli.
Hanno fretta, i vecchietta, fretta come i ragazzini, anche se vanno verso luoghi diversi. In realtà vanno verso lo stesso luogo, vecchietti e ragazzini, ma lo guardano da prospettive diverse. Però la fretta è la stessa, quella fame di tempo e completezze, di esperienza e perdita a un tempo.
Stamattina ho rubato i fichi, quelli che sporgono dai cancelli delle proprietà rurali.
Lo faceva sempre mio padre, e io lo odiavo per queste incursioni selvagge sotto il sole di Itri, di Monte san Biagio. Si fermava con la moto e un sacchetto. Che non era un fatto di soldi, ma un tornare indietro nel tempo, a certe infanzie assolate e libere.

E adesso che ho quasi cinquant’anni lo faccio anch’io, proprio come lo faceva lui, e mi piace ritrovarlo nei gesti, in certi gesti superflui e minuti che quasi compio in automatico, come se si fossero sedimentati da qualche parte, o facessero parte del dna e d’improvviso, al compimento di certe età, compaiono.

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Les fleurs du bien

maggio 9, 2015

Trecentosessantacinque giorni.

E non c’è giorno, uno solo, in cui non ti abbia pensato. Come ho pensato a mio padre, in questi anni. Col senso della perdita inevitabile e irreversibile, col senso del rimpianto, con quello della liberazione, con un dolore sordo, con un sorriso, con il rimorso, con rabbia, con affetto, con dispiacere, talvolta con leggerezza, di passaggio, per evocazione, per caso, per abitudine, per mancanza, nel bene e nel male, per confronto, per pigrizia, per voglia di condividere, per dirmi di lasciar andare e di dimenticare.

La primavera è una stagione strana, si rifiorisce e si vive in parallelo. Io vivo in parallelo e so di non essere la sola. Ricordo i giorni e li confronto, li peso su una bilancia immaginaria, li viviseziono e poi passo a quello dopo.

Un anno fa ho fatto una promessa: che non avrei usato nessuno per tamponare la perdita, che non l’avrei mai più fatto in vita mia. Che non mi sarei fatta sedurre da canti di sirene, che avrei chiuso tutte le porte finché non avessi avuto la certezza di non abusare di qualcuno, di non usarlo come riempitivo.

Ho mantenuto la promessa e oggi so abbracciare di nuovo. Ho accumulato un capitale di tenerezza e lo dilapido contenta. Ci sono, ci sono tutta. Come non ero mai stata prima, dove non ero mai stata prima.

Amnios

aprile 23, 2015

E’ passato un anno, un anno esatto.

I miei quarantasette anni li ho festeggiati nell’acqua, a Viterbo, alle terme. Sembravo così felice quel giorno. Così mi sentivo e così mi pare, riguardando le fotografie che mi ritraggono spaparanzata a mollo. E invece dentro c’era un male, un male soffocante, qualcosa che mi marciva dentro, come una suppurazione. Qualcosa che doveva disperatamente essere portato alla luce per guarire.

E’ passato un anno e sto preparando la valigia per andare alle terme. sempre a Viterbo, ma in un altro posto. Mi pare quasi uno scherzo del destino. Giuro, non volevo, ma è successo, e a questo punto credo non per caso. Credo sia il modo, uno dei modi possibili per farmi marcare le differenze, le distanze, per indurmi a paragoni e farmi riflettere.

Sono contenta, mi trovo sempre più spesso a dirlo e a pensarlo. Non so esattamente di cosa, non c’è niente in particolare. Anzi, se proprio dovessi analizzarlo, direi che apparentemente non c’è niente di cui essere contenti. Attraverso un momento di difficoltà economica decisamente impegnativo, sono sempre di corsa, ho duemila responsabilità personali e professionali, arrivo alla sera senza forze ed è subito mattina. Ma la contentezza – ho capito – alberga altrove. E’ uno stato senza rimedio, esattamente come certe infelicità.

In quest’anno ho imparato la cosa più importante della mia vita, ossia che fino a ieri avevo confuso la privazione con la disciplina, l’automortificazione con la disciplina, il rigore insensato con la disciplina.  Pensavo dunque di essere una creatura disciplinata, invece ero una creatura deprivata.

E come tutti gli esseri privi di qualcosa, andavo in compensazione. Cercavo fuori, in qualcun altro, quello che avrei dovuto trovare dentro di me. Disperandomi per non trovarlo, dopo aver cercato a lungo nel posto sbagliato. Arrabbiandomi per non trovarlo, dopo aver scavato a fondo nel posto più inutile. Inventandolo, pur di non rassegnarmi all’idea che proprio non ci fosse nulla.

Sembrava che non avessi eccessi eclatanti – del resto non sono bulimica, non mi drogo, non ho comportamenti sessuali promiscui, ho smesso di fumare un pacchetto di sigarette al giorno, non bevo superalcolici e ultimamente nemmeno più la birra che mi viene la gastrite, non guido spericolatamente, non faccio shopping compulsivo, non passo più le ore a navigare in rete – in effetti non avevo eccessi eclatanti, non ho eccessi eclatanti. Ma il limite, tutti i limiti che uno forzatamente e dolorosamente si impone, sono solo l’altro lato dell’eccesso, una costrizione e non una scelta.

Ho difficoltà a spiegarlo, vorrei riuscirci così come l’ho compreso io, ma mi vengono solo banalità. Insomma, la privazione è l’altra faccia dell’eccesso, la disciplina è l’altra faccia della scelta. Più semplice di così non so dirlo, anche se sembra scemo.

E’ come il fatto delle diete. Le restrizioni estreme, dopo anni di stravizi, dopo un po’ scatenano le abbuffate, in un circolo vizioso senza fine. E’ la mancanza della via di mezzo.

Le vie di mezzo sono difficilissime, ci vuole equilibrio, che è il modo di operare della disciplina.

Ecco, forse sono contenta perché inizio a disciplinarmi senza più mortificarmi.

Domani, nell’acqua calda, nasco per la quarantottesima volta.

If she’s not your first and last thought of the day, let her go. She deserves better.

febbraio 13, 2015

In tutto questo tempo, in questi ultimi mesi, ho capito che l’amore richiede esubero di energie. Non vuoto da colmare, non mancanze da riempire, ma un brulicare di forze, un traboccare che chiede di espandersi.

Ma io sono stanca, fisicamente e mentalmente, e ho energie che bastano solo a me.

Lasciata a me stessa, il venerdì, alle cinque del pomeriggio, indosserei il pigiama e andrei a dormire. Sarebbe la maniera più adatta di volermi bene. Ma non lo faccio per principio, ho deciso che se non posso sormontare la stanchezza, almeno non voglio soccombere.

Questa città mi stanca, è piena zeppa di cose, fatti, persone. Io non riesco a starle dietro. Mi tocca, mio malgrado, rallentare, cercare angoli di pausa, parentesi soffici. Mi tocca scegliere, selezionare.

Dico no a chi vorrebbe amarmi vicino vicino, perché so che non potrei ricambiare, adesso, allo stesso modo. Mi farebbe sentire tremendamente in debito, in difficoltà. Mantengo quell’irriducibile onestà di fondo che è anche una forma sottile di castrazione.

E tuttavia non riesco a essere scontenta. Mai, nella mia vita, ho avuto così tante attenzioni da dedicare a me stessa invece che ad altri. Scopro di essermi finalmente fidanzata con me. E’ stato un lungo e insistente corteggiamento, non sapevo come prendermi né come farmi contenta. Ho impiegato mesi, per conquistarmi e alla fine ho ceduto a me stessa.

Questo è il mio san Valentino, questo senso di pienezza che mi completa ma non trabocca ancora. So che non durerà: la vita è fatta di vuoti e pieni. Questo è un perfetto momento di equilibrio, da un passato vuoto a un futuro tracimare. E tanto mi basta.

Poi dall’Epifania è tutta una strada in discesa. Fino a Pasqua.

gennaio 29, 2015

Non lo sapevo, non lo sapevo fino a che lei non ha dato un nome a questa cosa, non ci ha messo un cappello, un’etichetta, una piccola nota di didascalia.

Sepoltura. Opera compiuta.

Io, banalmente, avrei detto che qualcosa era cambiato, che per la prima volta le mie azioni non erano state reazioni. Ché di reazioni non ne avevo più voglia.

Che finalmente mi ero mossa nel pieno rispetto di una centratura e del “giusto da farsi” per me, a prescindere dalle valutazioni esterne. E che la cosa, tuttavia, non era stata lieve né facile né priva di tormento. Ma tant’è, lo avevo fatto e non me ne pentivo.

Lei ha detto che era una sepoltura, uno scioglimento dall’altro, l’addio definitivo.

Ci ho pensato per due notti e svariati giorni, nel frattempo muovendomi in paesaggi onirici di straordinaria nitidezza, e cani parlanti e simboli funebri e feste popolari. Ho deciso che aveva ragione, e che era finito il tempo di dolersi.

E poi, dopo la sepoltura, per quanto tardiva, la vita rifiorisce d’improvviso. Esplode.

E ha fame e sete. Fame e sete.

Non lo sapevo.

I lutti lunghi sono le incubazioni del nuovo.