Il tango è un pensiero triste che si scorda.

aprile 8, 2018

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Stanotte, mentre tornavo a casa, dopo aver dato un passaggio imprevisto a una tipa simpatica e svampita che avevo da poco conosciuto, una musicista svizzera di mamma finlandese e papà siciliano che stava facendo una ricerca a Roma su spartiti del Seicento, una donna assolutamente fuori dal tempo e dalle convenzioni, pensavo al mio nuovo rapporto col tango, dopo anni di presa di distanza.

Ora non voglio tediare nessuno con la riflessione intima – anche perchè è proprio intimaintimaintima, sta messa sul diarietto delle cose intime – però c’è una cosa che pensavo stanotte e mi faceva ridere.

Da un po’ di tempo mi sono accorta che non vado più in milonga solo per ballare, e mentre prima, dopo una serata seduta ad aspettare una mirada, un cabeceo che non arrivavano, avrei manifestato insofferenza, frustrazione, sindrome di Calimero e altre svariate patologie da astinenza tanghera (inclusi casi di sospetto glaucoma, tic nervosi, cambi di sesso spontaneo), oggi so che vado in milonga perché succedono delle cose.

A prescindere dal ballo.

La cosa che sta accadendo con sempre maggiore frequenza è che ho cambiato il modo di sistemarmi: prima andavo da sola e da sola restavo tutta la sera, compuntamente seduta sulla mia sediolina isolata. Mai prenotato o richiesto un tavolino, mai dato confidenza a nessuno. Entravo e guardavo i piedi, (indifferentemente di uomini e donne), le panze (solo degli uomini), poi osservavo il senso del ritmo e del tempo (degli uomini) e poi, dopo averne selezionati alcuni di maggior interesse, finalmente alzavo lo sguardo per farmi mirare e capuzziare.

Oggi entro e per lo più mi accomodo a un tavolino, o a una sedia,  poltroncina, divanetto o che sia, ma assolutamente di fianco a un’altra donna, meglio se in mezzo a due sconosciute sole. Se prendo un tavolino e vedo entrare una signora smarrita che cerca un posto in cui appoggiare le sue cose, la invito, proprio come ho fatto ieri con la musicista.

Per lo più prediligo donne a disagio, che vedo chiaramente non sentirsi comode.

O perché sono nuove della milonga, o perché straniere, o disturbate dall’essere sole, o perché nessuno le invita, perché forse sono venute a ballare dopo un pomeriggio di liti a casa coi figli e sperano di trovare sollievo e non ci riescono, perché hanno le scarpe strette, o una smorfia di disappunto per aver scoperto di indossare lo stesso vestito di una più giovane e carina. O per essere principianti timide e imbarazzate.

Possono essere moltissime le cause, ma invariabilmente le noto, anche in modo non esattamente razionale. Spesso è la postura poco rilassata con cui siedono, altre volte la maniera furtiva e impacciata con cui si affacciano in sala.

Fatto sta che ultimamente questa cosa sta diventando una prassi.

Sia che arrivi io o arrivino loro, attacco bottone, con molta discrezione. Anche perché, specie nelle milonghe, le donne manifestano una certa rivalità, una competizione dettata dal luogo, e per lo più sono poco disposte alla socializzazione e alla sorellanza, a meno che non siano amiche.

Qualcuno potrà dire che è solo una mia personale impressione, ma è un’impressione che si è solidificata in un ventennio e la prendo per buona. Ma non essendo io competitiva, mi limito a notarlo e andare avanti.

Rotto il ghiaccio, esattamente come si tenterebbe di sgretolare un iceberg, con le solite frasi di circostanza – ah ma qua, signora mia, gli uomini non invitano, invitano sempre le stesse, l’ambiente del tango è quello che è, lo sappiamo, e che dire di questa gente che non sa tenere la pista, che non sa mirare, che non osa invitare le sconosciute, signora mia dovremmo darci alla samba, alla salsa, al rock acrobatico, al corso di punto a croce, alle marmellate fatte in casa, sì è vero, ma poi? Saremmo felici? No, che non lo saremmo, allora abbracciamoci ‘sta croce e veniamo in milonga, ben sapendo che. – la conversazione prende pieghe più piacevoli.

Come aver preso il macignone opprimente e averlo messo da parte. Come aver tracciato un invisibile confine che ci mette insieme al di qua della giungla milonguera. Come aver dato una bottarella di fiamma ossidrica all’iceberg.

Per un attimo la signora a disagio si distrae da se stessa, dal non essere invitata, dalla sua energia negativa e inizia a chiacchierare amabilmente. Raccolgo in brevissimo tempo storie che voi non ne avete idea, personali, intime, delicate, tragiche. Lo so, è una caratteristica precipua, ho l’orecchio assoluto per le storie. Ma in milonga è proprio come se mi facessi carico di una funzione sociale: rendere le donne rilassate e fiduciose. E se non si balla, fa nulla, si è raccolto altro, si è vista umanità. A volte diventiamo amichette.

E dunque alla mia sinistra avevo la musicista di passaggio a Roma e a destra una signora un po’ matura e incazzata. Per un’ora buona mi sono disinteressata di quanto accadeva sulla pista e ho chiacchierato un po’ con l’una – che ogni tanto veniva invitata – e molto con l’altra – che non veniva invitata mai. Poi ho scattato delle foto, poi ho bevuto una bottiglietta d’acqua e intanto pensavo al mio egiziano e mi chiedevo, pur sapendo che non si fanno siffatti pensieri in milonga, perché spargono energia negativa, se avesse un senso ballare ancora.

Poi la signora di destra mi ha raccontato di una sua esperienza di ballo, l’ultima, con un tanghero giapponese di passaggio a Roma e di come poi, per molto tempo, si fosse fatta la stessa domanda. Sembrava quasi che mi avesse letto nel pensiero.

E abbiamo continuato a comunicare telepaticamente, dicendoci che questi pensieri non si fanno in milonga, perché la delusione va lasciata fuori . E sincronicamente abbiamo iniziato a mirare e a ballare.

E sono arrivati J., che si muoveva a passi piccoli e lentissimi, posizionando i piedi come stop, leve e imprevisti, simili a un cruciverba da risolvere. E M., altissimo, ma davvero troppo alto, che per dispetto gli ho fatto una lustrada interno coscia fino all’inguine, accussì si imparano a invitare le donne così piccine (vale anche il contrario: ma che ci avranno in testa quei nanetti che invitano le altone?). E G., che tutta la sera aveva ballato solo con la sua fidanzata che non lo mollava un momento e che dopo la tanda (una supertanda, perché il giovane si voleva esprimere nonostante l’occhio vigile della fidanzata ed è partito come se avesse un’armatura medioevale addosso per poi cedere a se stesso) con me ha marcato il territorio e lo ha decontaminato tutto, facendomi ridere moltissimo.

E R., che non sapeva bene l’italiano, ma sapeva fare una cosa che non ho visto mai, come se mi schiacciasse dei tasti nascosti sul corpo, solo con un dito, ai quali io reagivo esattamente come quando ti misurano i riflessi col martelletto sul ginocchio. E N., che oltre al portamento perfetto aveva una pancia che invadeva l’intera milonga e in quella tanda mi sentivo come una signora galleggiante in un atollo polinesiano, su quei materassini tondi tondi dove metti in un angolo il mojito con l’ombrellino, chiudi gli occhi e il mare fa sciàff sciàff. Poi M., da Grosseto, provincia di Buenos Aires, si capiva da come era vestito e ballava, che gli ho rivolto la parola in spagnolo sicura che. E invece no. E per finire F., che lo avevo visto ballare in un modo molto simpatico, pensando che fosse uno stile particolarmente adatto a delle musiche, e difatti quando è partita la musica giusta ho infranto le regole del galateo e l’ho invitato io, per l’ultima tanda, e ci siamo divertiti assai, confermando  in sequenza le mie idee: il tango non è per tutti, non tutti i tanghi sono per tutti, i tangheri ingegneri hanno una sensibilità particolare che mi si conferma vieppiù, creando sottocategorie nelle mie preferenze tanghere.

Alla fine eravamo contente, io e le signore a disagio. Quella arrabbiata aveva ballato ed era contenta, la straniera mi ha chiesto di chiamarle un taxi ma l’ho portata a casa io.

Pensavo al mio egiziano – che lo avrei voluto per tutta la serata, lo confesso – ma anche che il mondo è così vario e sorprendente che fissarsi su una sola cosa o pochissime, ti toglie tutte le altre possibilità. Che è una cosa che in teoria ho sempre pensato, ma adesso che a cinquant’anni ho imparato a praticare con leggerezza, mi sento finalmente contenta. E però l’egiziano, mannaggia.

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Che cosa ne è del buco una volta finito il formaggio? (Bertolt Brecht)

marzo 23, 2018

Fu dunque indetto un convegno al quale invitarono esperti internazionali per affrontare il problema delle buche, che ormai dilagavano, partendo dalla Capitale ed estendendosi a tutto il Paese, inghiottendo auto, minando pinete secolari, provocando inconvenienti serissimi a tutta la popolazione, aggravati dalle condizioni climatiche, da una pioggia che sembrava non volesse mai più smettere.

Dopo una breve introduzione del moderatore, il primo intervento fu tenuto dal relatore svizzero, Martin Sbrinz, il quale spiegò che la causa era da annidarsi sicuramente in una cattiva fermentazione proprionica, che aveva aumentato a dismisura le occhiature del sottosuolo della Capitale, le quali, unendosi alle cavità delle catacombe e di tutta la stratificazione archeologica, erano poi emerse alla superficie, producendo il tipico fenomeno detto Emmentaler, ma spinto alle sue estreme conseguenza. A dire dello Sbrinz, ricercatore acclamato in molti ambiti accademici, l’unica soluzione a tale eccesso fermentativo – responsabile peraltro dell’odore di sudore e coinvolto nell’acne e in altre affezioni della pelle, particolarmente riscontrabile nell’ora di punta sui mezzi Atac e all’orario di uscita dalle scuole superiori – consisteva nel iniettare, con un’apposita macchina simile a quella adoperata per i carotaggi, un antidoto che bloccasse la fermentazione e riducesse i buchi nel sottosuolo. Lo svantaggio, ahimé, era nella perdita delle Catacombe di san Faustino, di Santa Domitilla e nella scomparsa di tutti i sottopassi metropolitani, con ulteriore intasamento delle vie consiliari.

Il secondo relatore, discendente diretto del  Barone Von Berlepsch, inventore dei telaini mobili per estrarre il miele dal favo senza distruggere quest’ultimo, spiegò, avvalendosi di slide che mostravano la stratigrafia della Capitale, che la questione risiedeva tutta nell’averla edificata su grosso favo, ingranditosi a dismisura nel corso del millenni, e che ora, a causa della combustione, dell’aumento dei fumi e del riscaldamento globale, si fondeva e si solidificava, esattamente come la cera, in forme diverse. La soluzione da lui prospettata consisteva nella creazione di quattro enormi buchi, ai quattro punti cardinali della città, nei quali installare dei megacondizionatori che, raffreddando il sottosuolo, avrebbero rafforzato le strutture dell’alveare di fondazione. Qualcuno obiettò che con condizionatori di tale potenza il consumo energetico – e il conseguente surriscaldamento della città, in superficie – non avrebbero potuto consentire il protrarsi della soluzione per lungo tempo, oltre a rendere l’aria cittadina irrespirabile e insopportabilmente umida a causa della condensa. Il barone Von Berlepsch non era uomo da perdersi d’animo, vi aggiunse una soluzione che a suo dire poteva essere risolutiva: favorire l’immigrazione di popoli abituati a temperature tropicali e debilitati dalla fame, perché traessero il loro sostentamento alimentare dalle immani quantità di miele che si sarebbero estratte dal sottosuolo,  e trasferire – era una soluzione sperimentale, eventualmente temporanea, da monitorare con molta attenzione – gli abitanti della Capitale in Finlandia, terra sottopopolata, dove il calore umano dovuto alla sovrappopolazione inusuale avrebbe sciolto parzialmente i ghiacci e favorito le coltivazioni ortofrutticole con un naturale effetto serra. Sì da risolvere con poche e abili mosse le buche della Capitale, la fame nell’Africa sub sahariana e l’avitaminosi scandinava.

Von Berlepsch fu acclamato e ricevette istantaneamente un piccolo premio, un riconoscimento inciso su targa d’argento, suscitando l’invidia dei relatori che non avevano ancora parlato e che aspiravano a una menzione, a una pubblicazione, a una somma in denaro o, nella peggiore delle ipotesi, all’accesso privilegiato al buffet alla fine dei lavori.

Al terzo relatore, uno psicologo dell’Università di Kent – sponsorizzato dall’Amministrazione comunale (ma questo si seppe solo dopo, quando venne fuori uno scandalo per ricevute di pranzi, cene e partite alle slot machine pagategli nei giorni precedenti, non autorizzate e mal rendicontate) – spettava un compito ingrato: convincere la platea, composta da giornalisti, esperti, privati e stufi cittadini, amministratori pubblici, società di costruzioni affamate di appalti e compagnie assicurative, che il problema non esisteva. O meglio, esisteva come frutto di una psicosi collettiva, che un poco alla volta era dilagata. Il fenomeno di origine era un disturbo ad oggi poco studiato, che risponde al nome di tripofobia, paura dei buchi, conosciuta anche come “paura dei pattern ripetitivi”. Si tratta di una patologia ancestrale, coeva alla comparsa dell’uomo sulla terra, al suo essere immerso in una natura nemica privo di strumenti di protezione, in una natura carica di buchi, fossi e cavità dentro le quali avrebbero potuto annidarsi serpenti e minacce di ogni tipo. L’essere umano primitivo aveva paura dei buchi e la sua amigdala reagisce in questo modo ai fossi della Capitale, immaginando la fuoriuscita di mostri, microbi. La malattia, nota anche, lo abbiamo già detto, come paura dei pattern ripetitivi, si manifesta anche in altre forme: insofferenza per i ménage familiari e le situazioni routinarie, intolleranza ai pois e necessità di variare le fantasie dei tessuti a ogni cambio di stagione, spasmodico interesse nella popolazione femminile a possedere una varietà di scarpe illimitata. Ma queste sono solo manifestazioni collaterali. Si trattava invece di agire con una potente psicoterapia di gruppo sull’intera popolazione per desensibilizzarla rispetto a questo terrore atavico e tripofobico e convincerla che nella buca non vi era nulla da temere, che le buche stradali non avevano niente di diverso da una spugna naturale, una barretta di cioccolato coi buchi, come andava di moda negli anni Ottanta o un babà ben lievitato: avevano forse paura del babà al rhum, suvvia?

Un giovane ricercatore in biologia alzò il dito per porre una domanda che aveva il sapore della contestazione: come mai – chiese – se l’uomo, da sempre, ha paura dei buchi e di ciò che contengono o nascondono, l’evoluzione ha previsto che la riproduzione, dal concepimento alla nascita, si compia attraverso un buco? Come ha potuto la Natura far coesistere nello stesso buco il piacere e il terrore supremi?

Intervenne a rispondere il quarto relatore, un teologo incaricato dal Vaticano per studiare il Mistero delle Buche e il miracolo della trasformazione dell’asfalto in fango, Monsignor Fernando Agujero Orozco.

Figliolo, iniziò il teologo con voce ispirata, da sempre il Buco rappresenta per l’Uomo il più grande dei Misteri con cui convivere. Il Buco richiede accettazione, abbandono, professione di Fede smisurata. Niente o nessuno può dirci cosa c’è alla fine del Buco: va praticato, vissuto. Il buon cristiano conduce la sua vita accanto a questo ignoto, con la certezza che alla fine del Buco, ovunque esso sia situato, ci sia qualcosa. Questo accade dalla notte dei tempi, dal primo momento della Creazione, quando l’Altissimo, dopo aver messo sulla Terra il Primo Uomo e la Prima Donna, disse loro: avete dei buchi. Esplorateli, a vostro rischio e pericolo. Ma non dimenticate – tuonò il Padreterno – che io ve li ho dati e io ve li richiudo in un niente, se ne fate cattivo uso. E adesso andate, andate e moltiplicatevi, vi ho creato per questo, partorite con dolore o con l’epidurale, costruite bunker per proteggervi dai venti di guerra e attenti ai semiasse. Amen. Ed è per questo, figliolo – continuò il teologo – che Dio ha voluto il Buco, la Buca, i Buchi. Per farvi esercitare nel libero arbitrio e nello slalom.

La risposta lasciò insoddisfatto il promettente biologo, che non poté replicare perché trascinato a forza fuori dalla sala che ospitava il Convegno da due energumeni del servizio di sicurezza voluto dal Sindaco, che era atteso per la conclusione dei lavori.

Dopo un altro paio di interventi di pregevole contenuto, uno relativo alla composizione molecolare del vuoto all’interno delle buche stradali e uno tenuto dallo chef famosissimo, esperto di spume, sifoni e bolle d’aria, poco prima del dibattito apparve il Sindaco accompagnato da un ultimo relatore non previsto nella scaletta degli interventi. Si trattava di un esperto di rabdomanzia e scienze occulte, cui fu data la parola prima dei saluti istituzionali.

L’esperto, già noto al grande pubblico per aver trovato, grazie alla sua strumentazione e al suo intuito delle fonti sotterranee e inaspettate, dichiarò, con grande sicurezza, che sotto la città, in corrispondenza delle voragini, scorreva un fiume, le cui acque, dalla composizione ancora allo studio, avevano caratteristiche analoghe al Lete di mitologica memoria: chiunque si fosse immerso o le avesse bevute avrebbe immediatamente perso la memoria dei fatti recenti, ricordando d’improvviso, sorta di compensazione inspiegabile, episodi felici della sua infanzia o addirittura di una vita prenatale, quando, immersi nel liquido amniotico, si era ancora a uno stadio preverbale e preconcettuale dello sviluppo umano, ingenui e idioti, nella migliore accezione del termine.

Per dimostrare la sua ipotesi venne annunciato che dette acque, opportunamente purificate, sarebbero stare servite nel corso del buffet a quanti volessero sottoporsi spontaneamente all’esperimento.

Il pubblico accettò curioso, entusiasti i più, scettici alcuni.

Alla fine del Convegno, sazi ed ebbri di quanto offerto, molti non ricordavano più perché fossero lì, l’argomento del Simposio, e nemmeno che si fosse trattato di un simposio.

Pioveva, all’uscita, e tutti saltellavano allegramente nelle enormi pozze fangose dell’acqua accumulatasi nelle buche.

Nel sottosuolo, con un’attività febbrile, qualcosa si muoveva, producendo impercettibili smottamenti che via via diventavano sempre più intensi. Ma i convegnisti e lo stesso Sindaco ridevano come bambini, schizzandosi acqua e nascondendosi nelle buche che si allargavano vieppiù.

Finché la Città, l’intera Città venne inghiottita con un gran boato e la terra si richiuse compatta su se stessa.

Il Mondo, non si è fermato mai un momento.

marzo 10, 2018

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Sono grata al mio lavoro, sempre.  Anche nei giorni in cui mi stressa, mi provoca l’herpes, mi scogliona e mi avvilisce. Gli sono grata perché mi permette di girare il mondo.

Non è esattamente quel che chiamo viaggiare per diletto, ma non è per questo meno interessante.

Conoscere un posto è anche entrare in contatto con il modo in cui quello stesso posto ti conosce e ti vede. Ed è una percezione totalmente diversa se sei di passaggio, in vacanza o per lavoro. Diversi sono gli ambienti che incontro e le necessità, diversi i mezzi di trasporto e gli orari, diversi gli abiti che indosso e le abitudini che assumo.

Quando sono in giro per lavoro la gente del luogo mi approccia nella sua lingua. Credo dipenda dagli abiti, meno sfatti e trascurati di quelli del turista, che suggeriscono forse un’idea di permanenza lunga.  A volte, invece – quando mi muovo nel Mediterraneo – penso sia per i lineamenti simili.

Quando guardo i mediterranei so di poterli distinguere solo per le posture nazionali, quell’habitus che, proprio come un vestito, li distingue e li contraddistingue. Per il resto siamo identici.

Negli anni ho imparato le smorfie e gli sbuffi dei francesi, il lento dondolio delle teste indiane, gli inchini giapponesi, le orribili cravatte americane,  le giacche troppo lunghe dei tedeschi, le ballerine delle cinesi.

Muoversi per lavoro o per turismo sono due modi incompleti e complementari di conoscere un luogo e i suoi abitanti.

Quando mi sposto per lavorare cerco di coniugare le cose, di provarci almeno un poco. E allora assumo una routine precisa e stancante: mi sveglio alle cinque del mattino, indosso la tuta, prendo il telefono, il passaporto e pochi spiccioli ed esco massimo nelle prime luci dell’alba. Talvolta è ancora buio.

Cammino incessantemente per circa tre ore, osservo le città svegliarsi, prendere il ritmo proprio. Osservo il modo in cui sorge il sole e nel pomeriggio, quando posso, quello in cui tramonta. Vado ai mercati, nell’ora dello scarico merci e registro le procedure, i suoni. Entro nei bar che servono i primi caffè, nelle cucine che fervono. Cammino per strade deserte che un po’ per volta si riempiono. L’ora del mattino ha qualcosa di magico, come una rifondazione continua dell’esistenza, un darsi di sempre nuove possibilità. Più tardi, con il farsi della giornata, le cose si assestano e perdono quella grazia tanto manifesta nel passaggio dalla notte al giorno. Perdono purezza e si affastellano, si ammucchiano nel frastuono e nella confusione. A volte, ma questo succede piuttosto la sera, quando smetto di lavorare, salgo su un autobus o un tram qualsiasi e mi faccio un bagno di folla e di immagini che scorrono, come un film.

Essere da soli è una benedizione. Mi permette di intrufolarmi, che è la mia attività preferita.

Mi intrufolo ovunque, anche in case private. Occhieggio dalle finestre e dai portoni semiaperti, ho uno sguardo curioso e gentile. Mi invitano spesso a entrare. Mi capitano abitazioni modestissime, e anziani sorridenti. A Beirut, qualche mattina fa, due signori molto vecchi, nel giardino di una casa semibombardata, mi hanno fatto entrare e salire sulla terrazza pericolante, che portava tracce di azzurro nei pilastri. Ho bevuto con loro un caffè arabo e gentilmente rifiutato di fumare dalla shisha comune. Non parlavano nessuna lingua a me nota, ma ci siamo intesi. Il mattino prima mi ero spinta al lungomare, prima che si affollasse di procaci e discinte libanesi cristiane e velate musulmane, tutte prese dalla corsa. C’erano i pescatori. Dalla balaustra saliva un’odore di fritto. Mi sono affacciata e proprio sulla banchina, sugli scogli, un gruppo di uomini lanciava le canne, mentre altri si toglievano le mute  e i sacchetti di frutti di mare appesi ai fianchi. Una donna di forse cinquant’anni – ma ne dimostrava centinaia – con la pelle totalmente arsa dal sole, riscaldava il pane e friggeva avanzi, i pescetti piccolissimi che nessuno avrebbe comprato. Mi hanno invitato a scendere giù da loro. Mariam si è presentata con la mano sul cuore e un enorme sorriso sdentato e mi ha messo subito una canna da pesca in mano. Poi mi ha offerto un piattino di pescetti fritti. Erano le sei e mezza della mattina. Non voleva soldi. Rideva sgangherata e continuava a battermi la mano nodosa su una spalla e a dire cose agli uomini, che ridevano più sommessamente.

Avrò percorso più di dieci chilometri.

Alle otto e mezza sono rientrata in albergo, avevo le cosce che mi bruciavano di acido lattico.

Mi sono guardata allo specchio: i capelli di Medusa, pieni del vento del mare e una polvere gialla che mi ricopriva tutta. Il vento solleva la polvere dei cantieri e la sparge ovunque. La sentivo tra i denti, come sabbia.

Alle nove ero pronta ad uscire, diversamente abbigliata, pettinata, un filo di trucco, l’autista ad aspettarmi. Pronta a incontrare un altro mondo. Non meno interessante, non meno accogliente.

Quando ero innamorata – è passato ormai così tanto tempo, ma non sono mai più riuscita a colmare la mancanza che provo – mi piaceva moltissimo andare in giro con il mio compagno.  Anche lui, come me, aveva uno sguardo terribilmente allenato al dettaglio, frutto di una formazione professionale da archeologo,  e una straordinaria capacità comunicativa, data anche dalla capacità di farsi permeare dai suoni e dai ritmi e comprendere un idioma straniero in rapidissimo tempo.

Scattavamo molte foto e al ritorno passavamo un’intera giornata a guardarle, scambiandocele.

Mi sorprendeva la diversità dello sguardo, il modo totalmente differente in cui ognuno di noi aveva guardato la stessa cosa o anche come ognuno di noi avesse visto cose che l’altro non aveva minimamente colto. Diventava un nuovo viaggio.

Mi sembra ancora di sentire la mia voce chiedergli, di fronte a un’immagine: ma qui dove eravamo?

E sapevo che, in qualche modo, eravamo stati in luoghi diversi.

E’ un’esperienza che non sono mai più stata in grado di ripetere e che per certi versi mi rende monca, per quanto pensi che essere da soli, in un universo del tutto differente, resti comunque una benedizione.

Andare in giro da sola, entrare in un cimitero, nella casa del custode, sedermi su un gradino a chiacchierare con un ragazzo, prendere un caffè imprevisto con una donna, sono cose che appagano la mia fame e la mia sete, sono il cibo di cui mi nutro, insieme a tutto quello che passa per la mia bocca e il mio sguardo. Sono cose che conservo e mastico, e piano digerisco. E poi diventano le mie cellule, i miei neuroni, un tassello del puzzle dell’umanità che sono e che siamo, che ci comprende tutti.

Andare in giro così, per lavoro, rubando pezzi sparsi, non mi permette di dire che conosco un posto. Mi consente solo di raccogliere impressioni, emozioni, sensazioni e condensarle. Il giorno in cui ho scoperto che con le foto non si congelavano solo singoli istanti, ma se ne poteva fare una storia, è stato uno dei giorni più belli della mia vita. Perché è un racconto che non procede da me, ma si serve di me, mi trasforma in uno strumento duttile e privo di arroganza, mi consegna alla sorpresa e all’incanto.

A Beirut, per tutto il tempo, la sensazione predominante è stata quella di una ferita aperta, esposta al sole, difficile a rimarginarsi. Nel centro storico, ricostruito e pedonalizzato , in un fazzoletto di terra ci sono moschee sciite e sunnite, chiese cattoliche, maronite e ortodosse, campane e muezzin. Una commistione perfetta e funzionante, come ovunque dovrebbe essere. Andando in giro un alternarsi di edifici dismessi, segnati da schegge e bombardamenti, e grattacieli di cristallo scintillante.

Io non so prendere una posizione politica, forse non voglio nemmeno farlo: al di qua e al di là di un confine territoriale, una  banale linea disegnata a penna, hanno tutti ragione. Ogni volta riesco a sentire i motivi di tutti. E nonostante la rabbia, le perdite, il dolore, le vite procedono comunque, e trovano ragioni e consuetudini.

Non sono capace di prendere posizione sull’insieme dei popoli: le loro storie partono da lontano, da miti di fondazione che spesso si assomigliano: un Creatore, un uomo e una donna, dei figli, una rivalità tra fratelli, una guerra, una catarsi, un salvatore, un’odissea.

Questa è la storia del mondo, in qualunque punto del mondo, sempre diversamente declinata e sempre uguale.

So che la gentilezza e la curiosità aprono quasi tutte le porte e il cuore all’accoglienza e allo scambio. E che osservare e fermare i dettagli è un modo di onorare l’esistente, di rivelarne l’essenza, per quel che è possibile.

So che la bruttezza non esiste in natura, ma è solo il modo in cui a penna, dentro di noi, tracciamo confini inesistenti.

Terra Mia

marzo 8, 2018

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Le città del Mediterraneo sono femmine, sorelle, figlie di un padre che le generò e poi le abbandonò al loro destino, sicuro che da sole, in qualche modo, sarebbero sopravvissute.

Splendide, carnali, accoglienti. Cariche di bellezza.

A ognuna il padre consegnò una dote e poi le lasciò. Orfane, ricche.

Quando la dote  andò assottigliandosi e fu spesa, a volte dilapidata, o saccheggiata, le città iniziarono a prostituirsi. Stavano lì, adagiate sulla battigia, con le cosce aperte, pronte ad accogliere i naviganti, i marinai e chiunque, anche solo di passaggio, volesse passare la notte con loro, fecondarle.

Qualcuna si sposò, per decenni o secoli. Ma sempre, nel loro destino, restava l’abbandono.

Se sei nato in una città del Mediterraneo, tutte le città sorelle ti appartengono. Tutte ti conoscono, ti aspettano, ti abbracciano, ti sussurrano parole d’amore. Ti urlano addosso la loro disperazione quando le lasci, la gelosia quando ti trasferisci altrove, ti vengono in sogno e ti tormentano con una nostalgia inestirpabile. Le città di mare sono puttane che ti rubano l’anima, che ti scopano per amore e non per denaro, che si parlano l’un l’altra e si raccontano di te, delle tue abitudini, di come sai amare, di come sai tradire. Le città del Mediterraneo ti raccontano nell’onda del canto, nel ritmo del cuore e dei tamburelli, con gesti che mimano sempre un impasto,  un miscuglio.

Perché il Mediterraneo non ha frontiere al suo interno. Nulla può impedire il dilagarsi dei profumi, dei fremiti, il traboccare degli umori, dei suoni. Se sei nato in una città del Mediterraneo le conosci tutte, puoi perderti in uno qualsiasi dei loro vicoli per sbucare in un altrove che sempre riconosci, e  sempre ti riconosce.

Nelle città del Mediterraneo il padre ha eretto dei falli in sua memoria e li ha consegnati agli uomini per custodirli, per arginare la follia e il desiderio delle figlie femmine: ovunque si levano minareti e campanili e la voce del padre risuona come un monito inascoltato. Perché le città vivono di notte, di nascosto, disobbedienti all’ordine e ai comandamenti.

Ovunque gli uomini hanno provato  a farle tacere, sventrando i loro edifici, strappando loro i figli bastardi, stuprandole di cemento e cannoni. Ovunque hanno chiuso le donne in casa, separandole dal flusso della vita e credendo di averle domate.

Ma le città del Mediterraneo sono femmine, e sanno sempre come cavarsela.

Conoscono incantesimi e sotterfugi. E anche se sono ferite a morte, sempre risorgono di una rabbia calda e furiosa, di una passione affamata, pronte a sedurti e a castigarti. Parlano alle donne e insegnano loro il linguaggio dei mercati, delle spezie, delle cantilene antiche. Si lasciano ingravidare e consegnano i loro figli alle abitanti del luogo, perché ne abbiano cura.

Le città del Mediterraneo conoscono la pazienza e il tempo lento, sanno che tutto passa, che va e viene, come le maree, come la luna che si specchia nella notte sul nero e per un attimo – ma è solo un attimo – sparisce.

Le città del Mediterraneo sono eterne e non amano i lifting. Si sporcano, si strappano le vesti, si tolgono di bocca l’ultimo pezzo di pane. Si ravviano i capelli e le rughe e restano nude, incuranti sotto il sole. Scintillanti. E quando tutto sembra perduto, le senti parlare tra loro e raccontarsi un sogno. Sognano di essere una cosa sola, un solo luogo, una sola carne, un solo seno, una sola vagina che notte dopo notte partorisce il mondo e del mondo si nutre. Madri di loro stesse.

Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

luglio 9, 2017

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.

Quanto ti ho amato e quanto t’amo, non lo sai. E non lo sai perché non te l’ho detto mai.

maggio 7, 2017

Le città sono femmine. Lo sono linguisticamente, per ragioni a me ignote.

Ma ho la tendenza a pensarle come grandi amori, e siccome sono femmina anche io, mi diventano maschie.

Forse hanno ragione i francesi, che dicono le vieux Montréal o le beau Paris, cogliendo l’esatta sostanza.

Sono maschi e ti accolgono con un abbraccio o ti respingono con freddezza e mutismi. Sono maschi caotici, disordinati, come quelli che non cambiano il rotolo di carta igienica e spremono il tubetto del dentrificio dal centro.

Questa è la ragione per cui, quando mi scopro a essermi un po’ innamorata di Roma, mi parte il senso di colpa del tradimento per Napoli.

Come se Napoli fosse il grande amore, che dopo una vita di idillio devi lasciare, perché ti hanno combinato un matrimonio con un altro.

Un matrimonio non voluto, con questo tipo sboccato, rozzo, violento, arrogante e supponente. Che fin dal primo giorno mi ha fatto capire che nemmeno lui era tanto contento della combine, che era abituato a fare la bella vita, a incontrare chi gli pareva e quando gli pareva, e che non aveva voglia di occuparsi di me, se non per quel minimo di doveri coniugali imposti da contratto.

Così sono state liti, amplessi frettolosi e deludenti per i primi anni. Abbandoni e sfuriate. Equivoci e incomprensioni.

Per un bel po’ mi sono tenuta Napoli come amante, ma si capiva che non poteva durare in eterno. Napoli è carnale, esigente, reclama possesso e appartenenza. Così un po’ alla volta l’ardore è scemato. Non siamo diventati amici, no. Coltiviamo ancora una passione che arde ma resta silente, sopita per quieto vivere. Ci incontriamo sempre più di rado e per brevi momenti, prendiamo un caffè insieme e ricordiamo i vecchi tempi. Di tanto in tanto ci affoghiamo in una nostalgia di ciò che fu e fu brutalmente interrotto.

Credo che non ce l’abbia con me, non mi ha mai fatto pesare il tradimento subito. Ma un poco si è raffreddata.

Nel tempo il matrimonio con Roma è andato assestandosi, e un po’alla volta mi sono trovata accanto questo marito dal cipiglio imperiale ma con una vita tutta sua, fatta di affari a me ignoti, certo qualcosa di losco c’è. Tuttavia un po’ alla volta abbiamo iniziato a sorriderci. I suoi abbracci, un tempo frettolosi e rigidi, si sono fatti più dolci e frequenti. E io, dal canto mio, ho imparato un pochino a fidarmi e lasciarmici andare.

Anche la grevità, che inizialmente mi allontanava, col tempo ha fatto spazio ad alcuni tratti del carattere che non avevo notato. Cose minime, impercettibili, ma che lasciavano capire che le cose tra noi stavano cambiando. E che dipendeva anche da me lavorarci.

E’ un marito di quelli che ti lasciano molto tempo da sola, ti trascurano. Ti sprofondano in un mare di insicurezza e ti chiedi se dipenda da te, se hai la gambe troppo grosse, o pretese eccessive. O se ne hai bisogno come di una badante, in modo un po’ infantile.

Mi sono dovuta abituare.

Col tempo, ho capito che era il suo dono.

Mi aveva insegnato a crescere, a cavarmela da sola. Mi ha insegnato ad apprezzare l’indipendenza, che non è solitudine. La libertà, che non è mancanza di legame.

Di fatto era con me, anche quando non me ne davo conto.

Credo che mi abbia conquistato in modo sapiente e accorto, come se mi avesse studiato a lungo e avesse scoperto cosa poteva far breccia nel mio cuore.

Non erano oggetti o moine.

Ma tutti i giorni, come a un appuntamento segreto, si è presentato con un fascio di luce. Non era mai la stessa.

Se uscivo dall’ufficio, era un bianco accecante che riverberava ovunque. Se passeggiavo sull’Appia antica, mi inondava di piccoli arcobaleni, se mi trovavo sul Tevere erano grigi cupi e macchie di rosa. O rossi violenti.

Mio marito mi parlava con il linguaggio più seduttivo che conosca, quello che mi va diretto al cuore. Ha fatto in modo che uscissi a cercarlo, e sempre lo trovavo.

Non al bar con gli amici, non con altre donne. Ma era lì, ad aspettarmi sempre. A regalarmi sfumature dorate e piccoli venti tra i capelli. A stupirmi con ombre tremolanti e sprazzi luminosi.

Stasera ci siamo guardati a lungo.

Mi ha accompagnato dolcemente all’auto. E lungo tutta la strada continuava a trasformare tutto quel che passava sotto il mio sguardo.

Sotto casa ho parcheggiato e si era fatto di notte fonda. Ma era dolce, accogliente.

Gli ho sussurrato: ho scoperto di esserti legata, forse di amarti. Ho scoperto la tua bellezza sotto quella patina ostile. So che ci saranno giorni di pioggia e di freddo, che non porterai via le immondizie, che mi farai sempre disperare per le distanze. Lo so. Ma so che stasera, per come ti vedo, per la prima volta ho avuto desiderio di invecchiare con te.

Con le tue cicatrici, la tua sciattezza, la tua sfacciataggine.

Con la tua luce.

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È assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone si dividono in simpatiche e noiose. (Oscar Wilde)

maggio 4, 2017

Qui dunque non si tratta di prendere in considerazione la noia come fatto psicologico, esistenziale. Né di dare la stura all’analisi di tutti i filosofi che hanno cercato di spiegarcene origini e cause, da Seneca a Pascal, da Kierkegaard a Bergson.

No, no.

Qui si tratta piuttosto di capire perché le persone ci annoiano, come ci annoiano e cosa potrebbero fare e potremmo fare per sormontare la circostanza.

Dapprima lo studio del fenomeno.

Uno psicoterapeuta, anni fa, mi ha insegnato che la noia non esiste: è una parola di copertura per indicare un doppio sentimento, misto di rabbia e tristezza e delle loro possibili declinazioni che fa sì che, in quel momento esatto, noi non vogliamo essere in quel posto a occuparci di quella cosa. Perché quella cosa ci rimanda a sensazioni moleste, a un generico senso di fastidio, non ancora tanto definito da farci piangere o farci scattare d’ira. Uno stato latente, in cui galleggiamo senza voler approfondire la causa sottostante. Ma se solo per un attimo ci permettessimo di andare a guardarla, a cercarla, inevitabilmente produrrebbe una reazione più profonda, che con molta probabilità ci condurrebbe a un’azione – mettersi a piangere, urlare, sbattere un pugno sulla scrivania, voltare le spalle e andarcene, dire una parolaccia, sbottare in un sonoro pernacchione – che ipso facto ci trascinerebbe fuori dalla scomoda zona della noia.

Fatta questa premessa, viene intuitivo comprendere che le persone noiose sono quelle che ci sprofondano in questo sentimento e di fronte alle quali vorremmo in qualche modo reagire, ma per un insieme di ragioni non possiamo o non ci riusciamo. E viene anche intuitivo comprendere quanto il sentimento di noia, ancorché indotto da cause esterne, sia una percezione del tutto soggettiva e personale, un farci toccare determinate corde che ci risuonano male.

Qualche giorno fa pensavo proprio a questo fatto delle corde e pensavo che ci sono persone che mi irritano perché mi pizzicano sempre allo stesso modo. Persone che mi scambiano per una chitarra e che, sapendo solo strimpellare la chitarra, producono sempre lo stesso effetto su di me, senza accorgersi che magari potrei essere un flauto o una pianola, e quindi dover essere soffiata o martellata invece che pizzicata. O magari può anche darsi il caso che io sia davvero una chitarra e loro suonatori di chitarra, ma in questo caso un buon suonatore di chitarra dovrebbe assumersi l’onere di toccare le mie corde in modo da stupire me, innanzitutto. Questo si chiama stimolo, estro, fantasia, capacità. Ed è l’esatto contrario di quanto invece produce la noia.

Quindi la prima possibile deduzione: la persona che ci annoia non ci vede, non ci riconosce, ci suona a suo piacimento, incurante della musica che potremmo produrre. Riversa su di noi l’unica tecnica che possiede e la sola melodia possibile. Senza volerlo, ci usa come un esercizio simile alle diteggiature per pianoforte che i principianti ripetono ossessivamente per la disperazione di mamma, papà e i vicini di casa.

Dunque, se è vero da un lato che esiste una percezione soggettiva della noia, è altresì vero che il soggetto che ci annoia, è forse obiettivamente noioso: monotono, ripetitivo. E questa monotonia può riguardare tanto i contenuti, gli argomenti che cerca di sottoporre alla nostra attenzione, tanto le forme, che si tratti di una voce monocorde,  di quel parlare fitto fitto senza arrivare al punto, del toccarti costantemente un braccio quando si accorge di smarrire la nostra presenza e non è in grado di sollecitarla in altro modo, se non con la sonatina che ha diligentemente appreso tempo addietro e che continua imperterrito a ripetere.

Seconda questione: i contenuti.

In linea di principio non esistono contenuti noiosi.

Tutto è degno di attenzione, tutto contiene un potenziale di attrattività capace di entusiasmarci, di interessarci. Io, personalmente, non riesco ad annoiarmi. E se succede, è gravissimo. Tanti anni fa ho scoperto che il più potente antidoto alla noia era l’osservazione minuziosa di ciò che mi circonda, senza tuttavia fissarmici. un cogliere e poi lasciar andare.

Questo è uno dei motivi per cui scatto tante fotografie: ho abituato l’occhio a cogliere dettagli magnifici, interessanti, bizzarri, curiosi in tutto quello che mi trovo vicino. Di solito tento di fare così anche con le persone che mi annoiano: mentre parlano mi concentro su particolari del viso, della pettinatura, dell’abbigliamento, calibro i gesti, i toni. Dopo aver compiuto questa disamina, passo a immaginarmele in situazioni che mi divertono, a ipotizzare dei colpi di scena. Il più delle volte mi distraggo dalla conversazione, al punto che penseranno di me che sono noiosa. Ma rapidamente, facendo leva su un dettaglio, la riacciuffo e sposto il punto di vista dell’interlocutore che, spiazzato, o si allontana insoddisfatto, o si trova costretto a imprimere una svolta a quanto sta dicendo, risintonizzandoci entrambi su un nuovo piano.

Questo significa che l’interlocutore ha modificato, seppur costretto, il suo stato emotivo, è uscito temporaneamente dallo spartito che suonava a memoria, a occhi chiusi, e si trova costretto a una piccola benefica improvvisazione. In questo guizzo di improvvisa apertura può accadere il miracolo della rivelazione: che consegni a noi – e in primis a se stesso – una luce che fino a quel momento gli era ignota. Come un piccolo insight che lo destabilizza e gli restituisce un frammento di verità. Tuttavia, se l’interlocutore, oltre che noioso è anche stupido, non comprenderà mai la bellezza di questo istante, e ci bollerà definitivamente come maleducati, disattenti o disinteressati, abbandonandoci. In ogni caso, il risultato di liberarsi del soggetto noioso è stato raggiunto.

Non so davvero se esistano cose e persone obbiettivamente noiose, ma penso di sì, che esista un denominatore comune della noia, un quid palloso, una noiosità in re ipsa e che tutti siamo in grado di cogliere. Meno capaci di definire.

A volte mi è capitato di pensare che l’autocentratura, l’egocentrismo siano assolutamente noiosi. In realtà non è vero, non è vero per niente. Anche qua è il modo, il ritmo che si impone al proprio ombelico, il problema.  Il problema è sempre legato alla qualità e alla quantità dei sentimenti messi in campo. Alla profondità del sentire.

Il racconto di una disgrazia amorosa o di un lutto, ad esempio, possono essere noiosi o non esserlo affatto.

Quanto più l’interlocutore è distante emotivamente da quanto ci riferisce, tanto più ci annoia. Una persona che piange a dirotto non ci annoia, una che piagnucola senza variazione di tono sì. L’amica che ci racconta di come sia stata scaricata dal suo uomo, con una dovizia di particolari, ognuno dei quali impregnato di disistima per se stessa o rimpianto, ci annoia; quella che nel mezzo del racconto a un certo punto sbotta in un vigoroso vaffanculo all’indirizzo del tipo, seguito da un intermezzo pettegolo in cui racconta di tutte le volte che si specchiava vanesio allo specchio tirando in dentro la pancia e gonfiando i pettorali, non ci annoia. Penso allora che la noia venga prodotta dalla mancanza di modulazione. De resto le ninne nanne, che si basano su questo assunto, ci fanno dormire. E l’ipnosi funziona allo stesso modo.

Per lavoro incontro decine, centinaia di persone.

La maggior parte mi annoiano a morte: sono quelli che al termine di una giornata di fiera, ad esempio, giunti finalmente a cena, ancora indossano l’habitus professionale e mentre mangiano una cena buonissima che ci costa un occhio della testa, preparata dallo chef stellato così e cosà, ancora parlano di business, di fatturati e di strategie, senza soluzione di continuità.

Quelli che non mi annoiano sono quelli che sanno cambiarsi la giacca mentale e introdursi curiosi nel nuovo scenario.

Un capitolo a parte meriterebbero i corteggiatori noiosi, per i quali valgono tutte le considerazioni già fatte più alcune precisazioni specifiche, legate al fatto che – similmente all’interlocutore generico – vi è una dinamica di attrazione, di seduzione, ma, a differenza del caso generico, il corteggiatore ha in mente anche un aspetto carnale. O quanto meno, lo si auspica.

Tuttavia si tratta di un capitolo denso e corposo, che non può essere mortificato in una trattazione così generica, e di cui in parte, ma solo in minima parte, si è già detto qui.

Il punto vero del noioso è che nella maggior parte dei casi non sa di esserlo: è vittima della sua stessa noia, che non riesce a conoscere o riconoscere. Per lo più il noioso pensa di essere un incompreso e non riesce a capire perché venga allontanato, evitato. A volte, nel peggiore dei casi, non si accorge nemmeno di questo evitamento e imperversa, incurante degli sguardi che si abbassano per evitare il suo, della fretta che si imprime ai propri passi quando lo si incontra in un corridoio, della concentrazione estrema che si prodiga alle punte delle proprie scarpe quando lo si abbia accanto in ascensore.

Il noioso vive in un guscio di noce, raggomitolato.

Il curioso, se sta in un guscio di noce, immagina di trasformarne metà in barchetta, metà in berretto, e uscire a solcare i mari.

Lo sguardo dell’altro. E pure la barba.

aprile 25, 2017

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Ci ho pensato spesso, in questi giorni, immersa in un mondo in cui la maggior parte portava a spasso una barba: statue di imperatori e filosofi, giovani hipster, qualche pope, anziani e meno anziani, mentre il mio sguardo rapito saltava dall’uno all’altro.

Ci ho pensato perché il pensiero non è un’attività quieta e contemplativa, ma la traduzione di impulsi elettrici, di sensazioni che prendono la strada di immagini e concatenazioni di frasi mentali e diventano una sostanza concreta. Modificabile, ma concreta. Che a sua volta genera nuove sensazioni e impulsi elettrici, fino a formare un disegno più o meno comprensibile, articolato, di linee e chiaroscuri, di ombre e rivelazioni. E tutte quelle barbe vaganti mi riempivano di impulsi, a me.

Tempo fa un amico mi diceva che la mia inspiegabile attrazione per le barbe – attrazione che nel tempo va trasformandosi non in ossessione o mania, bensì in sola forma possibile del virile come personalmente inteso – derivava dal fatto che mio padre si era rasato tutti i giorni della sua vita. Puntuale, ogni mattina. E puntualmente, quando non era stato più in grado di tenersi impiedi, ero stata io a raderlo. Fino all’ultimo.   Per la precisione fino al penultimo giorno della sua vita, perché l’ultimo giorno, con gesti minimi e un filo di voce arrochita, si era decisamente rifiutato, dicendo testualmente: oggi no, tanto oggi devo morire.

E nel tardo pomeriggio era spirato, con una barba dura e ispida, che gli cresceva velocissima. A volte si radeva anche due volte al giorno, se aveva impegni serali, tanta era la rapidità di crescita.

Quando lo abbiamo preparato per l’altro mondo, gli zii volevano  sbarbarlo.

Ma io mi sono fermamente opposta: era stato il suo atto di ribellione, l’unico di una vita ordinata e mossa dal senso del dovere, e non doveva essere cancellato, non doveva essere contraddetto. Voleva morire facendo una cosa che non si fa, seminando il germe di un piccolo caos senza nessun effetto.

E così lo abbiamo deposto nella sua bara, ben vestito e con il viso cereo e pieno di peli, che continuavano a crescere incuranti della sua dipartita.

Dunque l’amico mio sosteneva che la mitizzazione delle figura paterna mi porti ad escludere dalla mia visione del maschile tutti gli uomini ben sbarbati, che tanto non potranno mai reggere il confronto.  Mentre invece quelli barbuti, essendo un genere a parte, mi offrirebbero una possibilità, seppur minima, di un dialogo. Ma soprattutto di un’attrazione fisica, laddove il terrore edipico interverrebbe a frustrare il desiderio nella parte restante dell’umanità, quella liscia liscia e profumata.

Devo dire che là per là, ma anche nelle settimane a seguire, la spiegazione mi era parsa di tutto rispetto, chiara e confortante. Sensata e triste a un tempo.

Fino a ieri sera.

Quando, lette le decine e decine di auguri per il compleanno, ce n’erano alcuni, provenienti dalle persone più intime e con maggiore confidenza, che mi auguravano di trovare finalmente qualcuno di cui innamorarmi.

Ora, io apprezzo moltissimo il garbo e l’affetto da cui sono circondata e i sinceri auguri che mi si indirizzano. Pur tuttavia, non so che razza di augurio sia mai questo.

Come se in qualche modo mi si dicesse che sono monca, carente di qualcosa, come se mi si vedesse infelice e solitaria. Onestamente preferirei trovare per terra duecentomila euro, di questi tempi, e l’augurio che ciò si materializzasse nel più breve tempo possibile. Ma augurare a qualcuno di innamorarsi non lo so se lo comprendo veramente.

Perché poi io sono estremamente letterale, ho un cervello che funziona per associazioni, se partono da me, ma per interpretazioni elementari per quanto mi viene detto da altri.

E così, sdraiata nel mio letto ateniese, ho pensato alle due cose, in cui vedevo una stretta relazione: gli innamoramenti mancati e i barbuti. E mentre mi incamminavo sulla via del sonno cercavo la chiave.

Per innamorarsi, mi dicevo, occorre la seduzione, in senso proprio etimologico del portare l’altro a sé.

Ora, io so per certo, avendo ormai raggiunto il mezzo secolo di età, che nessuno può far niente per portarmi a sé. E questo per la semplice ragione che non sono sensibile a complimenti, doni, gesti galanti e moine.

Sono sensibile a tutt’altro.

A cose che non si possono architettare, preparare, organizzare, disporre. A cose che ci sono o non ci sono.

E poco importa cosa faccia l’altro, non sono dipendenti dalla sua volontà.

Sono cose di grande semplicità, ma non modificabili con un atto intenzionale. La qualità dello sguardo, ad esempio. Il timbro della voce. Il modo di occupare lo spazio. La gestualità propria di ciascun individuo. L’odore corporeo, il calore della pelle.  Un certo tipo di intelligenza mista di acume e sensibilità

Niente può alterare questi dati o camuffarli, nulla può simularli.

E per quanti sforzi faccia l’altro, niente potrà condurmi nella sua traiettoria se non c’è, da parte mia, il riconoscimento di questi elementi nelle forme a me gradite. Che non ha assolutamente niente a che fare con bellezza e bruttezza, ma è tutt’altro genere di categorie.

Così mi sono soffermata sullo sguardo, che è la cosa che mi colpisce per prima in qualunque essere umano.

Quello che chiamo lo sguardo magnetico.

E in quest’aggettivo – magnetico – ho trovato la chiave.

Magnetico, dicevamo. Come i poli, che si attraggono o si respingono. Come le calamite sul frigorifero, che resistono agli scossoni e alle sbattute di porta.

Lo sguardo magnetico è uno sguardo che attrae.

Non lo sguardo lascivo che si protende e ti scivola addosso come bava, no.

E’ lo sguardo che attrae e ti calamita, dal quale puoi staccarti solo esercitando una forza di pari entità.

Ora, i magneti funzionano solo in presenza di altri magneti, secondo una formula e delle unità di misura che non staremo ad approfondire, tutto il fatto dei tesla, del raggio e della distanza, che ci interessa qui solo metaforicamente, ma fatto sta che le cose vanno esattamente così.  Esiste una struttura atomica fornita di determinate caratteristiche e queste si focalizzano nello sguardo, sicché un corpo viene mosso in direzione di un altro che crea un campo magnetico, e quanto maggiore è la sua forza, la sua sostanza, la sua densità, tanto maggiore è l’attrazione che ne deriva e la velocità di attaccamento dell’altro corpo.

In sostanza, uno sguardo magnetico non si protende, ma attrae. Invita l’altro corpo a raggiungere il suo spazio. In un certo senso gioca su un vuoto da esplorare. Non è mai predatorio ma curioso. Non è mai pieno del tutto, come le terre rare, e gioca su questo vuoto che chiede di essere riempito dagli elettroni dell’altro. Grosso modo per capirci.

L’altro elemento di attrazione di un volto è la bocca. Per la sua mobilità, in parte, per i contenuti che veicola.

A differenza dello guardo – ma ripeto, questa è solo una visione molto soggettiva della faccenda – la bocca non attrae, ma si protrae. Parla, parla, racconta, dice cose, invade lo spazio dell’altro, lo riempie. Oppure no. Nel tacere genera un campo di assenza che va comunque letto, interpretato.

Il combinato di sguardo e parola, di occhio e bocca, di vuoto e pieno alternato, è quanto genera l’interesse di un individuo. O la sua totale indifferenza, in senso attivo e passivo.

Ora, che ti fa una barba, nel caso maschile?

Maschera e isola, genera una cornice che occulta ogni altra forma di espressività, che ricopre la maggior parte dei muscoli del viso, e focalizza l’attenzione su occhi, in primo luogo, e su bocca, in secondo. Come dei segnali del traffico, quelli del senso obbligato o dello stop, e ti induce a concentrarti esattamente sulle zone di comunicazione suprema, senza altre distrazioni, senza rumori. La barba ti dirige su quelle parti del corpo che non sanno, non possono mentire, quelle che raccontano la rabbia, il disgusto, la paura, lo stupore, la gioia, la curiosità. Nel bene e nel male, la barba ti costringe a osservare, a fermarti, a considerare.

Come i particolari che mi riempiono di stupore in una fotografia, la barba è una cornice che delimita e, laddove ci sia, fa risaltare al mio sguardo il dettaglio isolato, quello che mi interessa e mi conquista. E’ la mia bussola, il mio microscopio, la mia lente di ingrandimento, il mio pantografo.

A volte vorrei condurre un’indagine sul mondo maschile, barbuto e non, e chiedere: ma tu, che hai in quella testa? Perché porti o non porti la barba?

Personalmente penso che il gesto di radersi, al mattino, predisponga alla violenza: la lama fredda, tagliente, che scorre sul volto. A volte penso che sia il contrario: è durante la guerra che non ci si rade, per mancanza di tempo e materiali. In definitiva, non lo so.

Da Adriano a Caracalla, tutti gli imperatori si sono fatti crescere la barba. E con loro i filosofi, gli uomini di potere, i saggi. Poi Costantino inverte la tendenza e si torna ai tonsori. Ma gli uomini belli hanno la barba: Karl, Ernesto, Fidel, per dirne tre.

Leggo, in una storia della barba,  che le preferenze in fatto di barbe seguono una dinamica definita “negative frequency-dependent sexual selection” (selezione negativa dipendente dalla frequenza), un meccanismo evolutivo per cui un tratto fenotipico raro all’interno di una popolazione determina un vantaggio per i portatori e che, in modo analogo, quando le persone iniziano a seguire una moda, questa comincia a perdere in termini di popolarità. Risultato: sia le facce irsute che quelle levigate diventano più attraenti tanto quanto sono più rare. Lo stesso meccanismo porta i popoli mediterranei ad apprezzare chiome e capelli chiari.

Sono certa che la moda non sia sufficiente a spiegare il fenomeno e che dietro una barba si nasconda molto altro, un insieme di cose possibili e miste. Ed è la ricerca di questo misterioso qualcosa che mi porta a gradire le gote irsute. E quello sguardo magnetico che emerge improvviso, facendosi strada tra peli, ciglia e sopracciglia, che pare dire: avvicinati, vieni a vedere. Più vicino, più vicino ancora, oltre il bosco, nella foresta. Dove ululano i lupi e si incontrano le lucciole danzanti.

Safe Area

marzo 28, 2017

Finché venne il momento in cui ci accorgemmo che le cose non sarebbero mai più state come prima. Di più: ci accorgemmo che quello che chiamavamo “prima”, di fatto forse non era mai esistito.
Il che, visto da un certo punto di vista, poteva anche rappresentare una forma di liberazione: liberi dal prima non ci saremmo più dovuti preoccupare del dopo che, convenzionalmente, è composto da un terzo di prima, un terzo di presente, un terzo di imponderabile e una ‘ntecchia di periodico.

Liberi dal prima, ci dicemmo, le cose sarebbero andate molto meglio: al mattino, ad esempio, allungando la mano e trovandoti al mio fianco, avrei potuto tirare a indovinare: chi tu fossi, cosa facessi lì, nel mio letto, vicino a me. Porre la domanda senza conoscere la risposta. Liberi dal prima, al mattino, avrei potuto essere ogni giorno una donna diversa. E tu pure, l’uomo alternativo.
Liberi dal prima a me si scatenava la fantasia delle piccole cose: potevo porre domande stupide, ovvie, senza rischiare di essere banale. Potevo addirittura porre decine di volte la stessa domanda senza timore di infastidire o ricevere un riscontro prevedibile e scontato.

Certo, da un altro punto di vista, le cose si complicavano. Privi di un prima toccava essere totalmente presenti e pronti alla novità. Poi però, a pensarci bene, visto che non esisteva un prima con cui fare paragoni, nemmeno poteva essere possibile la novità. Che, convenzionalmente, è composta al novanta per cento da elementi nuovi e inattesi. Ma poiché veniva a mancare l’elemento di paragone, cadeva automaticamente anche quello di innovazione.

Insomma, la faccenda non era così semplice come appariva al primo sguardo. Allora si stabilì una regola. Se uno per caso riconosceva qualcosa, qualcosa che era avvenuta in un altro tempo, doveva fare un gesto convenuto. Che so, fischiare in un fischietto, alzare una bandierina rossa, dire altolà. Insomma, una cosa qualunque.

La questione però non si semplificava. Perché la memoria, per quanto ci si possa sforzare, non è mai una cosa del tutto condivisa. Sicché uno fischiava e l’altro si chiedeva il perché, e ne seguivano interminabili discussioni: ma questa cosa è una replica o un originale? E nel tentativo di rimettere le cose in ordine si scivolava nel prima, che però siccome era stato abolito, alla fine si scivolava in un buco nero, in un’area indistinta, desertica, dove uno vedeva le oasi, però poi si avvicinava e non c’era più niente.

Allora si pervenne a una possibile soluzione.

Qualcosa, prima, doveva pur esserci stato. E se si era deciso di cancellarlo, andava in qualche modo sostituito. Si poteva inventare, costruirlo insieme, inserirci tutti i dettagli del caso. E poco importava che fossero reali o immaginifici. Stabilimmo dunque che un giorno, un giorno imprecisato di tanto tempo prima, avevamo perduto un figlio. Lo avremmo chiamato Stefano. Ce ne dispiacemmo molto.

Di fatto non era mai avvenuto, ma l’idea che fosse vero un poco ci confortava, ci faceva sentire più uniti. Un’altra volta fabbricammo il ricordo di quando avevamo trascorso le nostre vacanze in Paraguay. Della sera in cui non trovammo da dormire in nessuno degli alberghi della città e ci accomodammo sulla panchina di un parco pubblico, tormentati dalle zanzare e da un gruppo di musicisti ubriachi che non riuscivano a ritrovare la via di casa. E più dettagli aggiungevamo, più ci veniva da sorridere.

Una mattina, al risveglio, pretesi di essere Maria Callas. E tu no, non eri Onassis, e nemmeno Kennedy. Quella mattina eri Gianfranco Mirozzi, impiegato di banca prossimo alla pensione e impelagato in certe questioni di TFR e sindacato.
Posso aiutarla io, Mirozzi, dissi. Il mio primo marito mi ha lasciato una cospicua eredità. Poi mi accorsi che non esisteva un prima, e rimanemmo in attesa dell’intervento sindacale.
Ma tu eri così contento che quella stessa mattina andammo a fare colazione al bar. A mezzogiorno ero diventata Augusta de Lollis, maestra elementare alle prime armi. Tu Orazio Nelson, e non so dove volevi portarmi con la tua nave. Invece avevi solo una Clio ammaccata in una portiera.

Ogni mattina, come d’abitudine, la sveglia suonava alle sette. Ogni mattina dovevamo ricordarci di correre in ufficio. Fuori, fuori dalle pareti di casa, il prima continuava ad esistere, come se niente avesse potuto intaccarlo. La sera, tornando alle sette, non avrei saputo immaginare cosa potesse aspettarmi. Se anche fosse stata una routine, non me ne sarei accorta. Avevamo scoperto che il prima, quello che pensavamo essere stato un prima, non era mai esistito.

Prendemmo allora l’abitudine di redigere un diario. Ci annotavamo le piccole cose: oggi, martedì, abbiamo visto un film al cinema e mangiato cinese. Nei giorni a venire lo rileggevamo e poco a poco le cose riacquistavano un senso.

Le piccole cose, quelle apparentemente insignificanti, riempivano tutto il nostro mondo, lo ridisegnavano.

Il giorno che mi fermò la polizia per un controllo di routine, scorsi il diario a ritroso. A pagina nove c’era scritto: effettuata revisione auto.

Alla fine stabilimmo che non valeva più la pena scrivere e nemmeno darsi tanta pena per niente. Le cose andavano come andavano, e andavano bene. No, nemmeno bene. Andavano e basta. E tanto bastava.

La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.