La domenica che uscii di casa per andare al mare e invece incontrai Dio

agosto 26, 2018

Qualche anno fa, trasferendomi a Roma, ho scoperto un antidoto potente al dolore del ricordo e dell’assenza. Della mancanza di quel che avemmo e non c’è più.

Si tratta di lavorare sulla memoria, plasmandola come argilla, plastilina, fornirle del materiale nuovo da inglobare e digerire, e sostituire ai vecchi ricordi dei ricordi nuovi.

Ieri sera ero stata in una bella milonga un po’ lontano da casa, e l’attraversare quel quartiere in cui non vado mai, di giorno, con continui flash e lampi di vissuto, mi aveva caricato emotivamente di una malinconia che non sono riuscita a diluire nell’abbraccio del tango.

Così stamattina, dopo aver preparato la mia borsa da mare, mi sono detta che prima di partire per la spiaggia, dato il tempo incerto, sarei tornata da quelle parti e mi sarei fabbricata dei ricordi nuovi sul quartiere.

Volevo cominciare dal Parco delle Energie, nell’Ex-Snia, che da quattro anni puntualmente ho rimandato, perché esattamente lì davanti avevo un ricordo orribile. Ed ero contenta, perché ormai ci so arrivare anche senza navigatore.

In auto la radio era sintonizzata su Radio3 che dava una trasmissione di cultura.

Stranissimo. Primo, perché ascolto raramente la radio, secondo, perché mai Radio3.

Poi mi sono ricordata che avevo prestato la mia auto l’altroieri sera e il guidatore doveva averci smanettato.

C’era una replica, la prima di quattro puntate che avevano come ospite Moni Ovadia e che si intitolava Difendere Dio.

Adoro Moni Ovadia, quindi ho messo il pilota automatico e sono partita, attraversando san Giovanni, la Casilina e arrivando proprio davanti all’Ex-Snia. Era presto, la città vuota.

Ma la trasmissione era troppo interessante per mollarla e quindi sono rimasta parcheggiata tutto il tempo fino alla fine.

Il podcast è qui ed è intenso.

Oltre a Moni Ovadia c’era il suo maestro spirituale, Haim Baharier e insieme parlavano di Dio.

Non so molto della cultura ebraica, se non che ha su di me un fascino inspiegabile, che ovunque ci siano un ghetto, una sinagoga, un museo dell’Olocausto, devo andarci. Che ovunque in tv, in radio, in un salotto, ci sia qualcuno che parla di spiritualità ebraica, devo fermarmi ad ascoltare. Come un richiamo irrestibile, profondo.

Non capivo il perché fino a questa mattina.

Di Dio so che esiste perché esiste la morte.

Questo è quanto spiega a me la necessità di costruirsi un Dio, un senso. Se fossimo eterni, immortali, non vulnerabili alle malattie, la vita filerebbe liscia e pochi si porrebbero domande sul suo significato. La necessità di un Dio arriva quando non trovi le risposte e hai bisogno di credere che esista un disegno superiore per non impazzire, per confortarti.

Questo, almeno, è quanto io vorrei da un Dio se avessi bisogno della sua esistenza: una risposta, una certezza.

Ma la risposta, la certezza, l’assunto di una giustizia, sono istanze umane, e non possono essere che soddisfatte da altri uomini, che stabiliscono regole, codificano comportamenti corretti e scorretti, tengono ordine, e il conto dei buoni e dei cattivi. Queste, a mio avviso, sono le Chiese.

Se esiste un Dio e ha dei parametri di riferimento per il senso e la giustizia, non possono essere uguali a quelli umani, non possono essere svelati, non ci può essere indagine e nemmeno verità.

Se esiste un Dio trascendente, noi non possiamo essere a sua immagine e somiglianza.

Era questo, dunque, il senso che ritrovavo nelle parole di Moni Ovadia, quando spiegava che Dio va difeso dai religiosi, dalla pretesa umana di plasmarlo a nostro piacimento, di attribuirgli verità e risposte.

Dio non è una risposta, ma una domanda.

Baharier raccontava delle sue divergenze con Elie Wisel sull’Olocausto: quest’ultimo sosteneva che l’Olocausto fosse stato il silenzio di Dio sulla questione umana; Baharier per contro crede che Dio parli solo nel silenzio, in quello spazio vuoto che si crea dove non ci sono riscontri, risposte, dove tutto si fa impalpabile, incomprensibile, e che nell’Olocausto non era il silenzio di Dio a pesare, ma il silenzio degli uomini che vedevano, sapevano e tacevano.

Pensavo alla nave Diciotti.

Mi veniva in mente una piccola storia che inventavo là per là.

Una madre che avrebbe detto ai suoi bambini, sulla nave, per tenerli buoni: contate fino a dieci, e saremo arrivati.

E giunti al dieci non accadeva nulla.

Allora la madre avrebbe proseguito: contate adesso fino a venti, e il mondo sarà un posto migliore.

E i bambini avrebbero iniziato: undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassetti, diciotti…

Ma diciotti non esiste, non sapete contare. E se non contate, non contate niente.

Ovvio che era una storia stupida, impossibile che si potesse essere verificata.

Ma il senso era quello: se la voce umana non dà voce alle cose – o dà voce in modo sbagliato – le cose finiscono per non esistere.

Dio dunque non esiste nelle risposte, e nemmeno nel vociare umano che protesta e rifiuta la stessa condizione umana. Dio esiste quando c’è silenzio e dal silenzio una voce si leva e racconta della condizione umana, senza rifiutarla, senza condannarla. E si fa domande e cerca infinitamente le risposte, senza mai raggiungerle.

Thich Nhat Hanh dice una cosa simile, quando parla dell’amore. L’amore è comprensione. Se non comprendi, non può esserci amore. E per comprendere, non deve esserci frastuono, ma mente ferma.

Concludevano, i due, che Dio ci incontra nel travestimento, quando il mondo si ferma per chiedere perdono e Dio perdona. Ma è un travestimento, per l’appunto. Non perché sia finto, ma perché per un giorno, almeno, si abbandonano le pretese umane, i bisogni, le attività. Si sceglie il pentimento. E alla fine del giorno Dio perdona. Lo Yom Kippur, ad esempio. Qualunque rito sentito profondamente sapendo che però è un travestimento, per l’appunto.

Cos’altro è un giorno di pentimento e digiuno, di sospensione delle regole ordinarie, se non un giorno di silenzio per cogliere l’essenza delle cose e venire a patti con la nostra vulnerabilità, con quanto di più intimo abbiamo? Un tentativo di far si che sia possibile trovare una risposta, sapendo che è irraggiungibile. No ottenibile da Dio.

Tutto il resto è idolatria. Una volontà di sostituirsi a Dio e stabilire la verità.

Ma Dio non è una verità, è un’azione in progress. E Dio non ci salva, non è una sua prerogativa: ci salviamo da soli, o grazie ad altri umani. Qualunque altro pensiero è idolatria.

Poi ho spento la radio e sono scesa per la mia mattinata. Volevo sapere dove era Dio. La voce del Dio vivente, la parola viva, dissimile, la verità molteplice.

Il Parco delle Energie ha qualcosa di commovente, qualcosa che è stato conquistato con impegno.

C’erano bambini che giocavano a pallone e un piccolo angolo con scritto su: Colonia Felina.

A badare ai gatti un uomo malmesso, un po’ svitato.

Gli ho chiesto se sapesse dov’era Dio, cos’era. Con la bocca sdentata mi ha detto che Dio era quello che lo teneva sveglio pe’ porta ogni giorno da mangia’ ai gatti, che so’ tredici e mangiano come le creature.

All’angolo della strada, tra via Prenestina e via del Portonaccio, il divino si manifesta in una bacheca di ex-voto a una madonna in stile bizantino. Pare che i primi risalgano alla Seconda Guerra Mondiale, per scampati bombardamenti. Due suorine giovani, vestite bianco con un abito simile a un sari, prendono acqua da un nasone e rinfrescano i fiori.

Chiedo a loro se sanno cos’è Dio: la bruna occhialuta non mi risponde, la biondina si apre in un sorriso e con un accento straniero mi indica le piccole lapidi.

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Poi dice: Dio è questo, ringraziare quando ricevi qualcosa che non era scontato che meritavi.

Sono risalita in auto, mentre la radio era passata a una trasmissione che parlava di lingue morte, di come scompaiono, e di un indio morto alcuni anni orsono, ultimo parlante di una lingua amazzonica ormai perduta. Il latino – diceva il professore intervistato – non è una lingua morta finché verrà studiata. E diceva pure che le lingue parlate vivono fino a che ci sono almeno due persone a usarle per comunicare: un emittente e un ricevente, ed entrambi condividono lo stesso significato, la stessa interpretazione.

Così, pensavo, le preghiere sono lingue morte: c’è solo un emittente ma non un ricevente.

Sono dialoghi interni, con noi stessi. Come diceva Canetti: una lingua che abbiamo inventato per traferire all’esterno quel che crediamo non essere nelle nostre facoltà. O quel che siamo troppo pigri per realizzare.

Sono arrivata al Forte Prenestino e ho fatto un giro.

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Il parco era semideserto: alcuni bambini giocavano, sotto lo sguardo di un anziano su una sedia a rotelle.

Poco più in là, su una panchina, tre uomini.

Il più grande era grasso, sudato, veramente brutto a vedersi, sui cinquant’anni, con un bermuda e una canottiera nera. Poi c’era un ragazzo sui sedici, diciassette anni, e un ciuffo da rock. E in mezzo a loro un bambino di otto o nove anni che teneva un pallone in mano.

Da lontano sembravano stranieri, forse rumeni.

Mi sono avvicinata, i due grandi erano pieni di fogli e scrivevano qualcosa e chiedevano lumi al bambino, che restava a testa bassa,

L’adulto – poteve essere il padre – ripeteva: fog-lia, Bolog-nia.

Il ragazzo – poteva essere il figlio, e fratello del piccolo – ripeteva: fog-lia, Bolog-nia.

Il piccolo, senza sorridere, correggeva: gl, gn, foglia e Bologna.

E i grandi ricominciavano: fog-lia, Bolog-nia.

Poi dei bambini sono passati e hanno il visto il pallone, gli hanno chiesto se volesse giocare.

Il bambino ha quardato i grandi con uno sguardo compassionevole finché gli hanno dato il permesso.

Dalla lingua sembravano adesso bulgari, o anche di più a est.

Ho fatto un sorriso a tutti e tre. Ho indicato la maglia e ho detto maglia, ho fatto il gesto di mangiare e ho detto gnocchi.

Hanno riso e ripetuto mag-lia, g-niocchi.

Poi ho chiesto: chi vi aiuta a imparare?

Mi hanno indicato il bambino: lui. E Dio, se vuole.

Sono risalita in auto, questa volta senza direzione precisa, senza accendere il navigatore.

In sottofondo Anouhar Brahem suonava Stopover a Djibouti. Stavo andando verso l’Africa, ma non lo sapevo ancora.

Ho percorso strade sconosciute, enormi viali desolati  di palazzoni e prostitute di colore, trans piene di rossetto.

Sono arrivata a una specie di mercatino.

Ho chiesto come si chiamasse.

Er mercato der Mattatoio nuovo, O pure Porta Portese due.

Ci ho fatto un giro.

Molte rom vendevano merci irrilevanti, insulse. Rotte, frammentate. E avevano clienti poverissime che sceglievano scarpe malconce, piattini, piccole bigiotterie scolorite.

C’erano pochissimi italiani, le scritte erano in tutte le lingue del mondo. I chioschetti vendevano cibi esotici. Africani ovunque, la maggior parte. Ma non solo. Un popolo di ultimi, che sopravviveva e creava il suo senso. Roma è piena di città parallele, di vite stratificate , che ci passano accanto e ignoriamo.​

Una donna sudamericana stringeva al petto una statua maya o qualcosa del genere, aprendo una trattativa col venditore.

Che cos’è?, le ho chiesto.

E’ un Dio del mio Paese, voglio portarlo a casa.

Si sono accordati per cinque euro. Un dio economico, senza troppe pretese. Un dio che avrebbe fatto mostra di sé in soggiorno o in camera da letto, con cui parlare in silenzio. Un dio per non dimenticare da dove si è venuti.

Ero stanchissima, volevo tornare a casa.

Ma mi ha punto il desiderio di attraversare Centocelle, per dare un ultimo scatto alla fabbricazione delle nuove memorie.

Quando una palazzina ha attratto la mia attenzione e ho inchiodato. Erano le due, avevo una fame da morire, ma ero troppo curiosa.

Sono entrata.

C’era un ragazzo, forse sui trent’anni, non avrei saputo dirlo.

E nemmeno avrei saputo dire di dove fosse: qualcosa a metà tra un arabo e un indiano.

Magro, carino, parlava un bell’italiano.

Le stanze erano piene di libri, traboccanti, oltre ventimila volumi anche di gran pregio.

Mi ha raccontato che ero finita alla BAM – Biblioteca Abusiva Metropolitana, un progetto as​solutamente autogestito, da lui e poche altre persone, per dare una biblioteca a un quartiere che non ne ha nemmeno una. E che pure suoi erano la maggior parte dei dipinti e dei murales.

Siamo rimasti a parlare molto tempo.

Ha lasciato che girovagassi, che salissi nell’ammezzato, ha risposto a tutte le mie domande, anche quelle che non avrei dovuto fargli.

Uno yemenita.

Fuggito alla dittatura.

Mi ha raccontato del suo arrivo in Italia, degli anni da clandestino, dell’attivismo, di tutte le peripezie.

E perché sei venuto in Italia e non altrove?

La risposta mi ha spiazzato: conoscevo la cultura italiana, avevo letto Pasolini, Moravia, tante altre cose. Fellini. Era proprio qui che volevo venire.

Siamo rimasti a parlare un sacco di tempo, di molte cose.

Gli ho chiesto se fosse ateo o religioso.

Ateo, ovviamente.

Ma sei stato cresciuto musulmano, per​ò.

Certo.

E dimmi: lo mangi il maiale o per antica educazione lo eviti?

Lo mangio, ha detto ridendo, è buono.

Ti posso fare una foto nella tua Biblioteca?

Sì.

Come ti chiami?

Aladin.

Aladin, che bel nome.Non aveva senso che gli chiedessi cos’era Dio, non a lui. Era chiaramente uno che cerca, che opera. Anche se mi avesse detto che non esisteva, era invece l’azione, a tradirlo. Il bisogno di conoscenza e di diffonderla.

Glielo chiederò la prossima volta.

Mi sarebbe piaciuto che salutandoci avesse tirato fuori la sua lampada – con quel nome lì – e mi avesse offerto di esaudire se non tre desideri almeno uno.

Eppure io non ne avevo, in quel momento.

Ero tutta piena di presenza, immersa in una chimica di nuovi ricordi che stavano distruggendo molecole di passato, le stavano reimpastando in altre forme.

Ho detto solo grazie, come gli ex-voto.

Come quando ringrazi per qualcosa che non pensavi di meritare.

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Lettera a Eva Ensler.

agosto 24, 2018

Cara Eva,

mi piacerebbe conoscere un tuo illuminato parere su questa faccenda dei buchi. Proprio il tuo, di parere, giacché porti con orgoglio il nome della nostra progenitrice, del buco primordiale che ci ha originato tutti. Quel buco che oggi dobbiamo stare attente a non nominare esplicitamente, sfacciatamente, naturalmente, per timore di essere accusate di faziosità, di non inclusività, di sottolineare differenze talmente basilari ed evidenti e naturali e che non si comprende perché destino tanto stupore.

Tu ignori, cara Eva, che diversi anni fa, con un manipolo di amiche e conoscenti, abbiamo portato in scena i tuoi Monologhi: ci sembrava doveroso, in un momento  in cui le donne faticano a trovare il proprio posto, richiamarle alla loro essenza costitutiva. Riunite alla bell’e meglio, dove capitava, ripetevamo le frasi imparate, provando con le nostre imperfette risorse artistiche a riempirle di un pathos che ci era proprio.

Insieme, le nostre vagine – sì, mi azzardo a usare questo termine che fa paura – diedero vita a una sinfonia di risa e pianti che trascinò gli spettatori in un entusiastico apprezzamento di quella cosa che abbiamo in mezzo alle gambe, non soltanto per la sue funzioni d’uso basilari, ma per il complesso di sfumature che ciascuna portatrice di organo vi costruisce intorno, in una dialettica che non è mai la stessa.

Fino a pochi anni fa il mondo era già folle e complesso, ma meno delirante che oggi.

Sai che non si può più dire papà e mamma, ma Genitore 1 e Genitore 2? Io questa cosa la capisco, ma non del tutto: se è vero che da un lato elimina delle discriminazioni orribili per le famiglie omosessuali, d’altro canto introduce una lista di numeri ordinali, in cui, come da convenzione, il numero 1 viene prima del 2.  A chi attribuire, tra i due, il numero 1? A chi il 2? Io me lo sono posto, questo problema, mi pare sia irrisolvibile. Forse sarebbe stato più semplice continuare a dirci mamma e papà, e assumere che ci possano essere famiglie con due mamme e due papà, e che questo non ha a che fare con la Natura, ma con la Cultura, giacché lo stesso concetto di Famiglia è un concetto culturale, e si presta a essere modificato dal tempo, dagli usi.

Scusa, sto divagando. Era solo per spiegarti l’analogia di questi giorni. Adesso i nostri orifizi vengono classificati allo stesso modo, più o meno: non abbiamo un Buco 1 e un Buco 2, perché se proprio dovessimo metterci a contare, ci accorgeremmo che abbiamo un Buco 3 e Buco 4 ai lati del capo, un Buco 5 e Buco 6 sulla faccia, un Buco 7 al centro della pancia, e si farebbe una gran confusione. Così hanno stabilito che per essere tutti uguali, paritari e conformi, i nostri Buchi di sotto vengano chiamati Buco Anteriore e Buco Posteriore. Ho letto diversi articoli sul punto ma credimi, non sono riuscita a capire che male c’è a chiamare una parte del corpo col suo vero nome o soprannome. Si crea discriminazione, dicono, se per esempio c’è un transessuale che si sente donna, ma di fatto ha un pene e un Buco posteriore. Non potrebbe sopportare la quotidiana umiliazione di sentirsi ricordare che non ha una vagina, mentre invece tollera meglio l’idea di non avere un Buco anteriore? Non lo so, forse sono troppo stupida per capirlo.

Pensavo ieri sera, quando ho scoperto questa novità, che da qui a poco il nostro linguaggio potrebbe subire un’evoluzione complicatissima in virtù di questa innovazione linguistica.

Mi ricordo gli anni universitari, quando i nostri maestri ci portavano a riflettere su Hobbes e il foro interiore, la nascita dello Stato: il cittadino decide di proteggersi dalla violenza imperante affidando la gestione della giustizia e dei fatti comuni alla macchina governativa, che lo proteggerà dal taglione, dalle faide, e riserva il diritto a sostenere le proprie opinioni e credenze in uno spazio interno, privato, il suo foro interiore, dove esercita una libertà di critica. Hobbes chiama Leviatano il Gigante del Potere. Ebbene, forse uno di questi giorni dovremo chiamarlo LeviatBucoPosteriore, per non offendere nessuno. La narrazione epica, quando l’eroe invagina la spada, verrà ritrascritta, e l’eroe inBucoAnteriorerà la spada. Poi verranno Isotta e TristBucoPosteriore. Poi le donne andranno dal ginecologo e chiederanno degli ovuli per curare una Bucoanteriorite batterica. Saliremo su un aeroplBucoPosteriore per raggiungere un nostro amico africBucoposteriore. Non saremo più umani, ma umBucoposteriori.

Dalla scomparsa dei termini, solo uno resterà inalterato: il pene.

Come sempre l’elemento fallocratico trionfa indiscusso e la faccenda degli orifizi riguarderà quelli che da sempre sono i soggetti deboli del Capitale e della Storia: le donne e gli omosessuali, che mentre il Potere regna supremo e stabilisce modi, tempi, regole e controllo dei corpi, si azzufferanno discettando di buchi, distratti da inutili metamorfosi linguistiche che nulla mutano e nulla proteggono.

Cara Eva, perdona lo sfogo così lungo, ma la mia vagina si sente molto offesa. E’ offesa da tempo, in realtà. Lo scorso inverno era addirittura scappata di casa dopo che l’avevo smarrita in metropolitana – la metro B di Roma è un buco nero – e se ne era andata da sola in viaggio perché si sentiva oppressa, sminuita, trascurata, negletta. Forse la colpa era anche un poco mia, sono una proprietaria un po’ apprensiva, e negli anni non le ho lasciato tutta la libertà che avrebbe voluto, e nemmeno accordato la fiducia che forse meritava. Poi è tornata. Non che fosse pentita, ma forse aveva capito che andarsene in giro da sola, senza tutto il corredo di complessità e di ormoni che la avvolgeva, era poca cosa, da sola in giro per il mondo. Non credo che sopporterebbe adesso, di  punto in bianco, di restare così innominata, di dover cambiare le sue generalità.

Ieri sera mi sussurrava smarrita che si sentiva come forse dovevano essersi sentiti i deportati nei campi di concentramento, quando venivano privati di dignità e documenti, dello stesso nome, e identificati con un numero, un codice.

Abbiamo deciso che non possiamo adeguarci, non possiamo sostenerlo: resisteremo fino a che sarà possibile. In casa continuerò a riferirmi a lei come la mia vagina, e lo farò anche fuori, fino a che le leggi non ce lo vieteranno. A quel punto organizzeremo una società carbonara: incontri segreti di Vagine che rivendicano la propria preziosa, insostituibile, unica autonomia etimologica.

Io non avrò mai un Buco Anteriore, Eva. Te lo giuro sulle Grandi Labbra, sul Clitoride, sulle Piccole Labbra, sulle Ghiandole di Bartolini e su tutto quel che la mia Vagina sa. Sappiamo raccontare storie che nessun Buco Anteriore potrebbe mai apprendere, fatte di sangue, nascite, aperture al mondo, accoglienza.

Io non avrò mai un Buco Anteriore.

Te lo giuro.

Chi raccoglie con costanza figurine Miralanza.

luglio 15, 2018

Ho una specie di fascinazione per i campi nomadi, i circhi, le roulotte. Per tutte le vite itineranti che si fanno e si disfano, si scompongono, si adattano ai luoghi e alle circostanze.

 


Quando mia figlia era piccola portavo i suoi abitini da neonata in un campo desolatissimo, nella zona industriale tra Caserta e Napoli, verso Gricignano d’Aversa, dove i miasmi delle fabbriche erano irrespirabili, le strade colabrodi che d’inverno non assorbivano le piogge e trasformavano tutto in una palude di rifiuti galleggianti.
Ci andavo spesso, i bambini crescono in fretta. E portavo poi anche giocattoli, pannolini. Soldi mai. E nemmeno me li hanno mai chiesti.
Mi invitavano a bere il caffè, ma non l’ho mai accettato. Restavo sulla soglia del campo, e la signora che mi accoglieva era sempre la stessa. Mi chiedeva notizie della mia bambina. Un giorno mi ha chiesto di portagliela a vedere.
L’ho portata due volte.
Una era piccola piccola, e le bimbette la toccavano. La seconda volta avrà avuto quattro o cinque anni: urlò a perdifiato e non volle scendere dall’auto, in preda al terrore.
Anni fa ero ancora più fiduciosa del mondo di quanto lo sia adesso: dormivo con le finestre aperte e senza dare mandate alla porta di ingresso
Una mattina mi sono svegliata e ho visto un cassetto aperto.
Mancava anche il portatile e uno zainetto della bambina, che conteneva tutti i suoi costumini di scena per il saggio di ginnastica della settimana a venire.
Ricordo l’urlo che ha svegliato tutti, la sensazione di essere violata nel sonno.
La polizia mi mostrò le impronte di mani e piedi piccolissimi che si erano arrampicati lungo le grondaie per arrivare al quarto piano.
Nel cortile si erano poi sbarazzati dei vestitini, tenendo solo lo zainetto, forse per infilarci il portatile.
Non ho sporto denuncia.
Pensavo ai bambini che si erano inerpicati, al pericolo. E a mia figlia che dopo due giorni sarebbe salita sul palco di un teatro, pagando per farlo.
Avevo visto le prove generali del saggio.
Era piccola e leggerissima, l’avevano scelta per metterla al vertice della piramide umana, dove agilmente sarebbe salita scavalcando corpi, montando su spalle. E da cui si tuffava.
Alle prove mi si fermò il cuore.
Guardando le impronte delle manine e dei piedini dei piccoli ladri lungo il muro perimetrale mi si fermò di nuovo e non riuscii ad essere arrabbiata nemmeno un secondo di più.
Mi dispiaceva solo aver perduto tutte le foto dei primi anni di mia figlia, che non avevo salvato su nessun supporto esterno.
Ancora oggi, per scherzo, quando mi chiede come è possibile che non abbia foto di lei piccina, le dico che è perché l’ho presa al campo nomadi. La fa arrabbiare moltissimo.
Non so se mi piacciono gli zingari, non ne conosco.
Ma mi affascina la loro vita quotidiana.
Non è la fascinazione di Melquìades, di Carmen, di tutti quei personaggi consegnati alla storia, alla letteratura, al sentimento.
Mi affascinano le vite sudicie e minute, l’insediamento umano spontaneo, la resilienza, la capacità di vivere dove altri perirebbero.
Mi interessa questa forma di esistenza che ricorda tanto certe forme di vita animale o vegetale: le simbiosi, i parassitismi, la vita dei batteri e dei microbi, con le loro mutazioni.
La Storia racconta che, traversando l’Europa in tempi di guerre, abbiano deciso di non appartenere a nessuno e non essere coinvolti in battaglie di confini e di identità: questo è uno dei motivi del nomadismo e dello sparpaglio. Piccoli gruppi capaci di adattarsi, flessibilmente, sopravvivendo con poco.
Quest’anno sono stata un paio di volte al Maam, che è uno dei miei posti preferiti a Roma. È l’ex fabbrica dei salumi Fiorucci, oggi museo di arte contemporanea e abitato da molte famiglie zingare e qualcuna sudamericana.
In una delle due volte ci hanno accompagnato in giro quattro ragazzine sorridenti e chiacchierone. Studiavano.
Una voleva diventare avvocato, una medico, una era troppo piccola per saperlo e una, biondissima e longinea, fotomodella.
Con loro un fratellino piccolo piccolo e buffissimo, con un problena di articolazione del linguaggio, che per non essere da meno a sorelle e cugine ci ha portato ad esplorare la parte privata del museo, le case, i garage, raccontandoci a modo suo le pitture murali, i mostri, le sue paure e i suoi modi per fronteggiarle.
A Saintes Maries de la Mer, dove sono stata a maggio per il pellegrinaggio annuale dei gitani, era tutt’altra atmosfera: la musica faceva da base, da collante. Trasfigurava il tutto portandolo in un ambito molto più prossimo a quello della narrativa e del folclore, e perciò stesso meno inquietante e minaccioso.
A Saintes Maries de la Mer il tempo si era addensato in una bolla, come sospeso. Lontano da tutte le riflessioni su convivenza, inmigrazione, alterità. Era la festa religiosa, con le sue precise strutture antropologiche.
Mi è capitato invece di imbattermi, giorni fa, in questa proposta di addentrarci, in una camminata guidata, nelle strutture della vecchia fabbrica della Miralanza, abbandonata a se stessa, dove poco alla volta si è insediata una comunità rom. E dove ha operato Seth, un artista francese, con un progetto intitolato Range ta chambre.

 


Metti a posto la stanza.
Metti in ordine la tua camera.
È impossibile entrare in questo casino.
Sento la mia voce ogni volta che varco la soglia della minuscola stanza di mia figlia, dove mi accoglie un letto disfatto, piatti e tazzine, ossi di pesca, scontrini appallottolati, libri sparpagliati, trucchi, scarpe spaiate, vestiti ammucchiati, fotografie e tutto quel che è possibile ammassare nell’adolescenza, dove ogni oggetto, anche il più minuto, ha un valore simbolico, marca un piccolo rito di passaggio e un tassello della memoria.

Nella Miralanza la sensazione è stata la stessa: una vasta area aperta e ordinatissima, nella quale sono state edificate baracche, cucine, stanzette.
Tutto in ordine, pulito, abbellito da quadri, specchi, tovaglie fiorate.
Poi si passa per una scaletta che apre su una pittura che mostra un volto con le mani sugli occhi. Per non guardare.
È l’ingresso al museo abusivo: un padiglione chiuso che è un’enorme discarica, un immondezzaio putrido e maleodorante, le cui pareti sono state fatte oggetto dell’intervento pittorico.
È sempre un bambino, il protagonista delle opere d’arte
L’innocenza che fa da contraltare alla struttura pericolante, al degrado, alla sporcizia, ai topi, alla perdita di speranza, all’implosione fallimentare della UE.
Un bambino che trova soluzioni, si adatta, si specchia e vede in sé un futuro possibile.

 


Poi si torna alla luce, nel terzo padiglione crollato, dove ci teniamo sul sentiero centrale per proteggerci da possibili crolli ulteriori delle vecchie travi di legno.
I pilastri coloratissimi hanno un titolo: Palmira. Il memento della distruzione.
Mentre le pitture ai lati, enormi congestioni umane, sono dedicate a Lampedusa. Intensi i titoli delle opere: Vultus est index animi, Lux in tenebris, Habent sua fata libelli. Richiamano all’atrocità del luogo, alla scomparsa della cultura e alla speranza di riscatto.
Seth qui svela il ventre della città, il lato oscuro.
Se i primi graffiti – dice in qualche intervista – volevano coprire le città, questa seconda fase vuole svelare le città.
Quelle città parallele che ci esplodono accanto, silenti e sotterranee, selvaggiamente vitali.
Baracche ordinate, pulite, in mezzo alla devastazione. Ragazzi ben pettinati. Specchi ovunque per aggiustarsi, le donne, collane e fiori tra i capelli
Nessuno è immune alla bellezza.
Nel padiglione infetto, pieno di tutti i rifiuti del mondo e delle pitture di Seth, di libri bruciati e avanzi della civiltà, una signora sussurra: Dio mio, che schifo.
Le dico: questo siamo noi.
La signora mi fa una domanda con lo sguardo.
Questi non sono gli zingari, questi siamo noi. Questo il nostro specchio, i rifiuti che produciamo, la montagna del nulla che giorno dopo giorno ammassiamo. Gli zingari ce lo rendono manifesto, ce lo ricordano. È per questo che li odiamo.
Ma nessuno, nemmeno nell’orrore, è immune alla Bellezza.

Il tango è un pensiero triste che si scorda.

aprile 8, 2018

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Stanotte, mentre tornavo a casa, dopo aver dato un passaggio imprevisto a una tipa simpatica e svampita che avevo da poco conosciuto, una musicista svizzera di mamma finlandese e papà siciliano che stava facendo una ricerca a Roma su spartiti del Seicento, una donna assolutamente fuori dal tempo e dalle convenzioni, pensavo al mio nuovo rapporto col tango, dopo anni di presa di distanza.

Ora non voglio tediare nessuno con la riflessione intima – anche perchè è proprio intimaintimaintima, sta messa sul diarietto delle cose intime – però c’è una cosa che pensavo stanotte e mi faceva ridere.

Da un po’ di tempo mi sono accorta che non vado più in milonga solo per ballare, e mentre prima, dopo una serata seduta ad aspettare una mirada, un cabeceo che non arrivavano, avrei manifestato insofferenza, frustrazione, sindrome di Calimero e altre svariate patologie da astinenza tanghera (inclusi casi di sospetto glaucoma, tic nervosi, cambi di sesso spontaneo), oggi so che vado in milonga perché succedono delle cose.

A prescindere dal ballo.

La cosa che sta accadendo con sempre maggiore frequenza è che ho cambiato il modo di sistemarmi: prima andavo da sola e da sola restavo tutta la sera, compuntamente seduta sulla mia sediolina isolata. Mai prenotato o richiesto un tavolino, mai dato confidenza a nessuno. Entravo e guardavo i piedi, (indifferentemente di uomini e donne), le panze (solo degli uomini), poi osservavo il senso del ritmo e del tempo (degli uomini) e poi, dopo averne selezionati alcuni di maggior interesse, finalmente alzavo lo sguardo per farmi mirare e capuzziare.

Oggi entro e per lo più mi accomodo a un tavolino, o a una sedia,  poltroncina, divanetto o che sia, ma assolutamente di fianco a un’altra donna, meglio se in mezzo a due sconosciute sole. Se prendo un tavolino e vedo entrare una signora smarrita che cerca un posto in cui appoggiare le sue cose, la invito, proprio come ho fatto ieri con la musicista.

Per lo più prediligo donne a disagio, che vedo chiaramente non sentirsi comode.

O perché sono nuove della milonga, o perché straniere, o disturbate dall’essere sole, o perché nessuno le invita, perché forse sono venute a ballare dopo un pomeriggio di liti a casa coi figli e sperano di trovare sollievo e non ci riescono, perché hanno le scarpe strette, o una smorfia di disappunto per aver scoperto di indossare lo stesso vestito di una più giovane e carina. O per essere principianti timide e imbarazzate.

Possono essere moltissime le cause, ma invariabilmente le noto, anche in modo non esattamente razionale. Spesso è la postura poco rilassata con cui siedono, altre volte la maniera furtiva e impacciata con cui si affacciano in sala.

Fatto sta che ultimamente questa cosa sta diventando una prassi.

Sia che arrivi io o arrivino loro, attacco bottone, con molta discrezione. Anche perché, specie nelle milonghe, le donne manifestano una certa rivalità, una competizione dettata dal luogo, e per lo più sono poco disposte alla socializzazione e alla sorellanza, a meno che non siano amiche.

Qualcuno potrà dire che è solo una mia personale impressione, ma è un’impressione che si è solidificata in un ventennio e la prendo per buona. Ma non essendo io competitiva, mi limito a notarlo e andare avanti.

Rotto il ghiaccio, esattamente come si tenterebbe di sgretolare un iceberg, con le solite frasi di circostanza – ah ma qua, signora mia, gli uomini non invitano, invitano sempre le stesse, l’ambiente del tango è quello che è, lo sappiamo, e che dire di questa gente che non sa tenere la pista, che non sa mirare, che non osa invitare le sconosciute, signora mia dovremmo darci alla samba, alla salsa, al rock acrobatico, al corso di punto a croce, alle marmellate fatte in casa, sì è vero, ma poi? Saremmo felici? No, che non lo saremmo, allora abbracciamoci ‘sta croce e veniamo in milonga, ben sapendo che. – la conversazione prende pieghe più piacevoli.

Come aver preso il macignone opprimente e averlo messo da parte. Come aver tracciato un invisibile confine che ci mette insieme al di qua della giungla milonguera. Come aver dato una bottarella di fiamma ossidrica all’iceberg.

Per un attimo la signora a disagio si distrae da se stessa, dal non essere invitata, dalla sua energia negativa e inizia a chiacchierare amabilmente. Raccolgo in brevissimo tempo storie che voi non ne avete idea, personali, intime, delicate, tragiche. Lo so, è una caratteristica precipua, ho l’orecchio assoluto per le storie. Ma in milonga è proprio come se mi facessi carico di una funzione sociale: rendere le donne rilassate e fiduciose. E se non si balla, fa nulla, si è raccolto altro, si è vista umanità. A volte diventiamo amichette.

E dunque alla mia sinistra avevo la musicista di passaggio a Roma e a destra una signora un po’ matura e incazzata. Per un’ora buona mi sono disinteressata di quanto accadeva sulla pista e ho chiacchierato un po’ con l’una – che ogni tanto veniva invitata – e molto con l’altra – che non veniva invitata mai. Poi ho scattato delle foto, poi ho bevuto una bottiglietta d’acqua e intanto pensavo al mio egiziano e mi chiedevo, pur sapendo che non si fanno siffatti pensieri in milonga, perché spargono energia negativa, se avesse un senso ballare ancora.

Poi la signora di destra mi ha raccontato di una sua esperienza di ballo, l’ultima, con un tanghero giapponese di passaggio a Roma e di come poi, per molto tempo, si fosse fatta la stessa domanda. Sembrava quasi che mi avesse letto nel pensiero.

E abbiamo continuato a comunicare telepaticamente, dicendoci che questi pensieri non si fanno in milonga, perché la delusione va lasciata fuori . E sincronicamente abbiamo iniziato a mirare e a ballare.

E sono arrivati J., che si muoveva a passi piccoli e lentissimi, posizionando i piedi come stop, leve e imprevisti, simili a un cruciverba da risolvere. E M., altissimo, ma davvero troppo alto, che per dispetto gli ho fatto una lustrada interno coscia fino all’inguine, accussì si imparano a invitare le donne così piccine (vale anche il contrario: ma che ci avranno in testa quei nanetti che invitano le altone?). E G., che tutta la sera aveva ballato solo con la sua fidanzata che non lo mollava un momento e che dopo la tanda (una supertanda, perché il giovane si voleva esprimere nonostante l’occhio vigile della fidanzata ed è partito come se avesse un’armatura medioevale addosso per poi cedere a se stesso) con me ha marcato il territorio e lo ha decontaminato tutto, facendomi ridere moltissimo.

E R., che non sapeva bene l’italiano, ma sapeva fare una cosa che non ho visto mai, come se mi schiacciasse dei tasti nascosti sul corpo, solo con un dito, ai quali io reagivo esattamente come quando ti misurano i riflessi col martelletto sul ginocchio. E N., che oltre al portamento perfetto aveva una pancia che invadeva l’intera milonga e in quella tanda mi sentivo come una signora galleggiante in un atollo polinesiano, su quei materassini tondi tondi dove metti in un angolo il mojito con l’ombrellino, chiudi gli occhi e il mare fa sciàff sciàff. Poi M., da Grosseto, provincia di Buenos Aires, si capiva da come era vestito e ballava, che gli ho rivolto la parola in spagnolo sicura che. E invece no. E per finire F., che lo avevo visto ballare in un modo molto simpatico, pensando che fosse uno stile particolarmente adatto a delle musiche, e difatti quando è partita la musica giusta ho infranto le regole del galateo e l’ho invitato io, per l’ultima tanda, e ci siamo divertiti assai, confermando  in sequenza le mie idee: il tango non è per tutti, non tutti i tanghi sono per tutti, i tangheri ingegneri hanno una sensibilità particolare che mi si conferma vieppiù, creando sottocategorie nelle mie preferenze tanghere.

Alla fine eravamo contente, io e le signore a disagio. Quella arrabbiata aveva ballato ed era contenta, la straniera mi ha chiesto di chiamarle un taxi ma l’ho portata a casa io.

Pensavo al mio egiziano – che lo avrei voluto per tutta la serata, lo confesso – ma anche che il mondo è così vario e sorprendente che fissarsi su una sola cosa o pochissime, ti toglie tutte le altre possibilità. Che è una cosa che in teoria ho sempre pensato, ma adesso che a cinquant’anni ho imparato a praticare con leggerezza, mi sento finalmente contenta. E però l’egiziano, mannaggia.

Che cosa ne è del buco una volta finito il formaggio? (Bertolt Brecht)

marzo 23, 2018

Fu dunque indetto un convegno al quale invitarono esperti internazionali per affrontare il problema delle buche, che ormai dilagavano, partendo dalla Capitale ed estendendosi a tutto il Paese, inghiottendo auto, minando pinete secolari, provocando inconvenienti serissimi a tutta la popolazione, aggravati dalle condizioni climatiche, da una pioggia che sembrava non volesse mai più smettere.

Dopo una breve introduzione del moderatore, il primo intervento fu tenuto dal relatore svizzero, Martin Sbrinz, il quale spiegò che la causa era da annidarsi sicuramente in una cattiva fermentazione proprionica, che aveva aumentato a dismisura le occhiature del sottosuolo della Capitale, le quali, unendosi alle cavità delle catacombe e di tutta la stratificazione archeologica, erano poi emerse alla superficie, producendo il tipico fenomeno detto Emmentaler, ma spinto alle sue estreme conseguenza. A dire dello Sbrinz, ricercatore acclamato in molti ambiti accademici, l’unica soluzione a tale eccesso fermentativo – responsabile peraltro dell’odore di sudore e coinvolto nell’acne e in altre affezioni della pelle, particolarmente riscontrabile nell’ora di punta sui mezzi Atac e all’orario di uscita dalle scuole superiori – consisteva nel iniettare, con un’apposita macchina simile a quella adoperata per i carotaggi, un antidoto che bloccasse la fermentazione e riducesse i buchi nel sottosuolo. Lo svantaggio, ahimé, era nella perdita delle Catacombe di san Faustino, di Santa Domitilla e nella scomparsa di tutti i sottopassi metropolitani, con ulteriore intasamento delle vie consiliari.

Il secondo relatore, discendente diretto del  Barone Von Berlepsch, inventore dei telaini mobili per estrarre il miele dal favo senza distruggere quest’ultimo, spiegò, avvalendosi di slide che mostravano la stratigrafia della Capitale, che la questione risiedeva tutta nell’averla edificata su grosso favo, ingranditosi a dismisura nel corso del millenni, e che ora, a causa della combustione, dell’aumento dei fumi e del riscaldamento globale, si fondeva e si solidificava, esattamente come la cera, in forme diverse. La soluzione da lui prospettata consisteva nella creazione di quattro enormi buchi, ai quattro punti cardinali della città, nei quali installare dei megacondizionatori che, raffreddando il sottosuolo, avrebbero rafforzato le strutture dell’alveare di fondazione. Qualcuno obiettò che con condizionatori di tale potenza il consumo energetico – e il conseguente surriscaldamento della città, in superficie – non avrebbero potuto consentire il protrarsi della soluzione per lungo tempo, oltre a rendere l’aria cittadina irrespirabile e insopportabilmente umida a causa della condensa. Il barone Von Berlepsch non era uomo da perdersi d’animo, vi aggiunse una soluzione che a suo dire poteva essere risolutiva: favorire l’immigrazione di popoli abituati a temperature tropicali e debilitati dalla fame, perché traessero il loro sostentamento alimentare dalle immani quantità di miele che si sarebbero estratte dal sottosuolo,  e trasferire – era una soluzione sperimentale, eventualmente temporanea, da monitorare con molta attenzione – gli abitanti della Capitale in Finlandia, terra sottopopolata, dove il calore umano dovuto alla sovrappopolazione inusuale avrebbe sciolto parzialmente i ghiacci e favorito le coltivazioni ortofrutticole con un naturale effetto serra. Sì da risolvere con poche e abili mosse le buche della Capitale, la fame nell’Africa sub sahariana e l’avitaminosi scandinava.

Von Berlepsch fu acclamato e ricevette istantaneamente un piccolo premio, un riconoscimento inciso su targa d’argento, suscitando l’invidia dei relatori che non avevano ancora parlato e che aspiravano a una menzione, a una pubblicazione, a una somma in denaro o, nella peggiore delle ipotesi, all’accesso privilegiato al buffet alla fine dei lavori.

Al terzo relatore, uno psicologo dell’Università di Kent – sponsorizzato dall’Amministrazione comunale (ma questo si seppe solo dopo, quando venne fuori uno scandalo per ricevute di pranzi, cene e partite alle slot machine pagategli nei giorni precedenti, non autorizzate e mal rendicontate) – spettava un compito ingrato: convincere la platea, composta da giornalisti, esperti, privati e stufi cittadini, amministratori pubblici, società di costruzioni affamate di appalti e compagnie assicurative, che il problema non esisteva. O meglio, esisteva come frutto di una psicosi collettiva, che un poco alla volta era dilagata. Il fenomeno di origine era un disturbo ad oggi poco studiato, che risponde al nome di tripofobia, paura dei buchi, conosciuta anche come “paura dei pattern ripetitivi”. Si tratta di una patologia ancestrale, coeva alla comparsa dell’uomo sulla terra, al suo essere immerso in una natura nemica privo di strumenti di protezione, in una natura carica di buchi, fossi e cavità dentro le quali avrebbero potuto annidarsi serpenti e minacce di ogni tipo. L’essere umano primitivo aveva paura dei buchi e la sua amigdala reagisce in questo modo ai fossi della Capitale, immaginando la fuoriuscita di mostri, microbi. La malattia, nota anche, lo abbiamo già detto, come paura dei pattern ripetitivi, si manifesta anche in altre forme: insofferenza per i ménage familiari e le situazioni routinarie, intolleranza ai pois e necessità di variare le fantasie dei tessuti a ogni cambio di stagione, spasmodico interesse nella popolazione femminile a possedere una varietà di scarpe illimitata. Ma queste sono solo manifestazioni collaterali. Si trattava invece di agire con una potente psicoterapia di gruppo sull’intera popolazione per desensibilizzarla rispetto a questo terrore atavico e tripofobico e convincerla che nella buca non vi era nulla da temere, che le buche stradali non avevano niente di diverso da una spugna naturale, una barretta di cioccolato coi buchi, come andava di moda negli anni Ottanta o un babà ben lievitato: avevano forse paura del babà al rhum, suvvia?

Un giovane ricercatore in biologia alzò il dito per porre una domanda che aveva il sapore della contestazione: come mai – chiese – se l’uomo, da sempre, ha paura dei buchi e di ciò che contengono o nascondono, l’evoluzione ha previsto che la riproduzione, dal concepimento alla nascita, si compia attraverso un buco? Come ha potuto la Natura far coesistere nello stesso buco il piacere e il terrore supremi?

Intervenne a rispondere il quarto relatore, un teologo incaricato dal Vaticano per studiare il Mistero delle Buche e il miracolo della trasformazione dell’asfalto in fango, Monsignor Fernando Agujero Orozco.

Figliolo, iniziò il teologo con voce ispirata, da sempre il Buco rappresenta per l’Uomo il più grande dei Misteri con cui convivere. Il Buco richiede accettazione, abbandono, professione di Fede smisurata. Niente o nessuno può dirci cosa c’è alla fine del Buco: va praticato, vissuto. Il buon cristiano conduce la sua vita accanto a questo ignoto, con la certezza che alla fine del Buco, ovunque esso sia situato, ci sia qualcosa. Questo accade dalla notte dei tempi, dal primo momento della Creazione, quando l’Altissimo, dopo aver messo sulla Terra il Primo Uomo e la Prima Donna, disse loro: avete dei buchi. Esplorateli, a vostro rischio e pericolo. Ma non dimenticate – tuonò il Padreterno – che io ve li ho dati e io ve li richiudo in un niente, se ne fate cattivo uso. E adesso andate, andate e moltiplicatevi, vi ho creato per questo, partorite con dolore o con l’epidurale, costruite bunker per proteggervi dai venti di guerra e attenti ai semiasse. Amen. Ed è per questo, figliolo – continuò il teologo – che Dio ha voluto il Buco, la Buca, i Buchi. Per farvi esercitare nel libero arbitrio e nello slalom.

La risposta lasciò insoddisfatto il promettente biologo, che non poté replicare perché trascinato a forza fuori dalla sala che ospitava il Convegno da due energumeni del servizio di sicurezza voluto dal Sindaco, che era atteso per la conclusione dei lavori.

Dopo un altro paio di interventi di pregevole contenuto, uno relativo alla composizione molecolare del vuoto all’interno delle buche stradali e uno tenuto dallo chef famosissimo, esperto di spume, sifoni e bolle d’aria, poco prima del dibattito apparve il Sindaco accompagnato da un ultimo relatore non previsto nella scaletta degli interventi. Si trattava di un esperto di rabdomanzia e scienze occulte, cui fu data la parola prima dei saluti istituzionali.

L’esperto, già noto al grande pubblico per aver trovato, grazie alla sua strumentazione e al suo intuito delle fonti sotterranee e inaspettate, dichiarò, con grande sicurezza, che sotto la città, in corrispondenza delle voragini, scorreva un fiume, le cui acque, dalla composizione ancora allo studio, avevano caratteristiche analoghe al Lete di mitologica memoria: chiunque si fosse immerso o le avesse bevute avrebbe immediatamente perso la memoria dei fatti recenti, ricordando d’improvviso, sorta di compensazione inspiegabile, episodi felici della sua infanzia o addirittura di una vita prenatale, quando, immersi nel liquido amniotico, si era ancora a uno stadio preverbale e preconcettuale dello sviluppo umano, ingenui e idioti, nella migliore accezione del termine.

Per dimostrare la sua ipotesi venne annunciato che dette acque, opportunamente purificate, sarebbero stare servite nel corso del buffet a quanti volessero sottoporsi spontaneamente all’esperimento.

Il pubblico accettò curioso, entusiasti i più, scettici alcuni.

Alla fine del Convegno, sazi ed ebbri di quanto offerto, molti non ricordavano più perché fossero lì, l’argomento del Simposio, e nemmeno che si fosse trattato di un simposio.

Pioveva, all’uscita, e tutti saltellavano allegramente nelle enormi pozze fangose dell’acqua accumulatasi nelle buche.

Nel sottosuolo, con un’attività febbrile, qualcosa si muoveva, producendo impercettibili smottamenti che via via diventavano sempre più intensi. Ma i convegnisti e lo stesso Sindaco ridevano come bambini, schizzandosi acqua e nascondendosi nelle buche che si allargavano vieppiù.

Finché la Città, l’intera Città venne inghiottita con un gran boato e la terra si richiuse compatta su se stessa.

Il Mondo, non si è fermato mai un momento.

marzo 10, 2018

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Sono grata al mio lavoro, sempre.  Anche nei giorni in cui mi stressa, mi provoca l’herpes, mi scogliona e mi avvilisce. Gli sono grata perché mi permette di girare il mondo.

Non è esattamente quel che chiamo viaggiare per diletto, ma non è per questo meno interessante.

Conoscere un posto è anche entrare in contatto con il modo in cui quello stesso posto ti conosce e ti vede. Ed è una percezione totalmente diversa se sei di passaggio, in vacanza o per lavoro. Diversi sono gli ambienti che incontro e le necessità, diversi i mezzi di trasporto e gli orari, diversi gli abiti che indosso e le abitudini che assumo.

Quando sono in giro per lavoro la gente del luogo mi approccia nella sua lingua. Credo dipenda dagli abiti, meno sfatti e trascurati di quelli del turista, che suggeriscono forse un’idea di permanenza lunga.  A volte, invece – quando mi muovo nel Mediterraneo – penso sia per i lineamenti simili.

Quando guardo i mediterranei so di poterli distinguere solo per le posture nazionali, quell’habitus che, proprio come un vestito, li distingue e li contraddistingue. Per il resto siamo identici.

Negli anni ho imparato le smorfie e gli sbuffi dei francesi, il lento dondolio delle teste indiane, gli inchini giapponesi, le orribili cravatte americane,  le giacche troppo lunghe dei tedeschi, le ballerine delle cinesi.

Muoversi per lavoro o per turismo sono due modi incompleti e complementari di conoscere un luogo e i suoi abitanti.

Quando mi sposto per lavorare cerco di coniugare le cose, di provarci almeno un poco. E allora assumo una routine precisa e stancante: mi sveglio alle cinque del mattino, indosso la tuta, prendo il telefono, il passaporto e pochi spiccioli ed esco massimo nelle prime luci dell’alba. Talvolta è ancora buio.

Cammino incessantemente per circa tre ore, osservo le città svegliarsi, prendere il ritmo proprio. Osservo il modo in cui sorge il sole e nel pomeriggio, quando posso, quello in cui tramonta. Vado ai mercati, nell’ora dello scarico merci e registro le procedure, i suoni. Entro nei bar che servono i primi caffè, nelle cucine che fervono. Cammino per strade deserte che un po’ per volta si riempiono. L’ora del mattino ha qualcosa di magico, come una rifondazione continua dell’esistenza, un darsi di sempre nuove possibilità. Più tardi, con il farsi della giornata, le cose si assestano e perdono quella grazia tanto manifesta nel passaggio dalla notte al giorno. Perdono purezza e si affastellano, si ammucchiano nel frastuono e nella confusione. A volte, ma questo succede piuttosto la sera, quando smetto di lavorare, salgo su un autobus o un tram qualsiasi e mi faccio un bagno di folla e di immagini che scorrono, come un film.

Essere da soli è una benedizione. Mi permette di intrufolarmi, che è la mia attività preferita.

Mi intrufolo ovunque, anche in case private. Occhieggio dalle finestre e dai portoni semiaperti, ho uno sguardo curioso e gentile. Mi invitano spesso a entrare. Mi capitano abitazioni modestissime, e anziani sorridenti. A Beirut, qualche mattina fa, due signori molto vecchi, nel giardino di una casa semibombardata, mi hanno fatto entrare e salire sulla terrazza pericolante, che portava tracce di azzurro nei pilastri. Ho bevuto con loro un caffè arabo e gentilmente rifiutato di fumare dalla shisha comune. Non parlavano nessuna lingua a me nota, ma ci siamo intesi. Il mattino prima mi ero spinta al lungomare, prima che si affollasse di procaci e discinte libanesi cristiane e velate musulmane, tutte prese dalla corsa. C’erano i pescatori. Dalla balaustra saliva un’odore di fritto. Mi sono affacciata e proprio sulla banchina, sugli scogli, un gruppo di uomini lanciava le canne, mentre altri si toglievano le mute  e i sacchetti di frutti di mare appesi ai fianchi. Una donna di forse cinquant’anni – ma ne dimostrava centinaia – con la pelle totalmente arsa dal sole, riscaldava il pane e friggeva avanzi, i pescetti piccolissimi che nessuno avrebbe comprato. Mi hanno invitato a scendere giù da loro. Mariam si è presentata con la mano sul cuore e un enorme sorriso sdentato e mi ha messo subito una canna da pesca in mano. Poi mi ha offerto un piattino di pescetti fritti. Erano le sei e mezza della mattina. Non voleva soldi. Rideva sgangherata e continuava a battermi la mano nodosa su una spalla e a dire cose agli uomini, che ridevano più sommessamente.

Avrò percorso più di dieci chilometri.

Alle otto e mezza sono rientrata in albergo, avevo le cosce che mi bruciavano di acido lattico.

Mi sono guardata allo specchio: i capelli di Medusa, pieni del vento del mare e una polvere gialla che mi ricopriva tutta. Il vento solleva la polvere dei cantieri e la sparge ovunque. La sentivo tra i denti, come sabbia.

Alle nove ero pronta ad uscire, diversamente abbigliata, pettinata, un filo di trucco, l’autista ad aspettarmi. Pronta a incontrare un altro mondo. Non meno interessante, non meno accogliente.

Quando ero innamorata – è passato ormai così tanto tempo, ma non sono mai più riuscita a colmare la mancanza che provo – mi piaceva moltissimo andare in giro con il mio compagno.  Anche lui, come me, aveva uno sguardo terribilmente allenato al dettaglio, frutto di una formazione professionale da archeologo,  e una straordinaria capacità comunicativa, data anche dalla capacità di farsi permeare dai suoni e dai ritmi e comprendere un idioma straniero in rapidissimo tempo.

Scattavamo molte foto e al ritorno passavamo un’intera giornata a guardarle, scambiandocele.

Mi sorprendeva la diversità dello sguardo, il modo totalmente differente in cui ognuno di noi aveva guardato la stessa cosa o anche come ognuno di noi avesse visto cose che l’altro non aveva minimamente colto. Diventava un nuovo viaggio.

Mi sembra ancora di sentire la mia voce chiedergli, di fronte a un’immagine: ma qui dove eravamo?

E sapevo che, in qualche modo, eravamo stati in luoghi diversi.

E’ un’esperienza che non sono mai più stata in grado di ripetere e che per certi versi mi rende monca, per quanto pensi che essere da soli, in un universo del tutto differente, resti comunque una benedizione.

Andare in giro da sola, entrare in un cimitero, nella casa del custode, sedermi su un gradino a chiacchierare con un ragazzo, prendere un caffè imprevisto con una donna, sono cose che appagano la mia fame e la mia sete, sono il cibo di cui mi nutro, insieme a tutto quello che passa per la mia bocca e il mio sguardo. Sono cose che conservo e mastico, e piano digerisco. E poi diventano le mie cellule, i miei neuroni, un tassello del puzzle dell’umanità che sono e che siamo, che ci comprende tutti.

Andare in giro così, per lavoro, rubando pezzi sparsi, non mi permette di dire che conosco un posto. Mi consente solo di raccogliere impressioni, emozioni, sensazioni e condensarle. Il giorno in cui ho scoperto che con le foto non si congelavano solo singoli istanti, ma se ne poteva fare una storia, è stato uno dei giorni più belli della mia vita. Perché è un racconto che non procede da me, ma si serve di me, mi trasforma in uno strumento duttile e privo di arroganza, mi consegna alla sorpresa e all’incanto.

A Beirut, per tutto il tempo, la sensazione predominante è stata quella di una ferita aperta, esposta al sole, difficile a rimarginarsi. Nel centro storico, ricostruito e pedonalizzato , in un fazzoletto di terra ci sono moschee sciite e sunnite, chiese cattoliche, maronite e ortodosse, campane e muezzin. Una commistione perfetta e funzionante, come ovunque dovrebbe essere. Andando in giro un alternarsi di edifici dismessi, segnati da schegge e bombardamenti, e grattacieli di cristallo scintillante.

Io non so prendere una posizione politica, forse non voglio nemmeno farlo: al di qua e al di là di un confine territoriale, una  banale linea disegnata a penna, hanno tutti ragione. Ogni volta riesco a sentire i motivi di tutti. E nonostante la rabbia, le perdite, il dolore, le vite procedono comunque, e trovano ragioni e consuetudini.

Non sono capace di prendere posizione sull’insieme dei popoli: le loro storie partono da lontano, da miti di fondazione che spesso si assomigliano: un Creatore, un uomo e una donna, dei figli, una rivalità tra fratelli, una guerra, una catarsi, un salvatore, un’odissea.

Questa è la storia del mondo, in qualunque punto del mondo, sempre diversamente declinata e sempre uguale.

So che la gentilezza e la curiosità aprono quasi tutte le porte e il cuore all’accoglienza e allo scambio. E che osservare e fermare i dettagli è un modo di onorare l’esistente, di rivelarne l’essenza, per quel che è possibile.

So che la bruttezza non esiste in natura, ma è solo il modo in cui a penna, dentro di noi, tracciamo confini inesistenti.

Terra Mia

marzo 8, 2018

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Le città del Mediterraneo sono femmine, sorelle, figlie di un padre che le generò e poi le abbandonò al loro destino, sicuro che da sole, in qualche modo, sarebbero sopravvissute.

Splendide, carnali, accoglienti. Cariche di bellezza.

A ognuna il padre consegnò una dote e poi le lasciò. Orfane, ricche.

Quando la dote  andò assottigliandosi e fu spesa, a volte dilapidata, o saccheggiata, le città iniziarono a prostituirsi. Stavano lì, adagiate sulla battigia, con le cosce aperte, pronte ad accogliere i naviganti, i marinai e chiunque, anche solo di passaggio, volesse passare la notte con loro, fecondarle.

Qualcuna si sposò, per decenni o secoli. Ma sempre, nel loro destino, restava l’abbandono.

Se sei nato in una città del Mediterraneo, tutte le città sorelle ti appartengono. Tutte ti conoscono, ti aspettano, ti abbracciano, ti sussurrano parole d’amore. Ti urlano addosso la loro disperazione quando le lasci, la gelosia quando ti trasferisci altrove, ti vengono in sogno e ti tormentano con una nostalgia inestirpabile. Le città di mare sono puttane che ti rubano l’anima, che ti scopano per amore e non per denaro, che si parlano l’un l’altra e si raccontano di te, delle tue abitudini, di come sai amare, di come sai tradire. Le città del Mediterraneo ti raccontano nell’onda del canto, nel ritmo del cuore e dei tamburelli, con gesti che mimano sempre un impasto,  un miscuglio.

Perché il Mediterraneo non ha frontiere al suo interno. Nulla può impedire il dilagarsi dei profumi, dei fremiti, il traboccare degli umori, dei suoni. Se sei nato in una città del Mediterraneo le conosci tutte, puoi perderti in uno qualsiasi dei loro vicoli per sbucare in un altrove che sempre riconosci, e  sempre ti riconosce.

Nelle città del Mediterraneo il padre ha eretto dei falli in sua memoria e li ha consegnati agli uomini per custodirli, per arginare la follia e il desiderio delle figlie femmine: ovunque si levano minareti e campanili e la voce del padre risuona come un monito inascoltato. Perché le città vivono di notte, di nascosto, disobbedienti all’ordine e ai comandamenti.

Ovunque gli uomini hanno provato  a farle tacere, sventrando i loro edifici, strappando loro i figli bastardi, stuprandole di cemento e cannoni. Ovunque hanno chiuso le donne in casa, separandole dal flusso della vita e credendo di averle domate.

Ma le città del Mediterraneo sono femmine, e sanno sempre come cavarsela.

Conoscono incantesimi e sotterfugi. E anche se sono ferite a morte, sempre risorgono di una rabbia calda e furiosa, di una passione affamata, pronte a sedurti e a castigarti. Parlano alle donne e insegnano loro il linguaggio dei mercati, delle spezie, delle cantilene antiche. Si lasciano ingravidare e consegnano i loro figli alle abitanti del luogo, perché ne abbiano cura.

Le città del Mediterraneo conoscono la pazienza e il tempo lento, sanno che tutto passa, che va e viene, come le maree, come la luna che si specchia nella notte sul nero e per un attimo – ma è solo un attimo – sparisce.

Le città del Mediterraneo sono eterne e non amano i lifting. Si sporcano, si strappano le vesti, si tolgono di bocca l’ultimo pezzo di pane. Si ravviano i capelli e le rughe e restano nude, incuranti sotto il sole. Scintillanti. E quando tutto sembra perduto, le senti parlare tra loro e raccontarsi un sogno. Sognano di essere una cosa sola, un solo luogo, una sola carne, un solo seno, una sola vagina che notte dopo notte partorisce il mondo e del mondo si nutre. Madri di loro stesse.

Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

luglio 9, 2017

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.

Quanto ti ho amato e quanto t’amo, non lo sai. E non lo sai perché non te l’ho detto mai.

maggio 7, 2017

Le città sono femmine. Lo sono linguisticamente, per ragioni a me ignote.

Ma ho la tendenza a pensarle come grandi amori, e siccome sono femmina anche io, mi diventano maschie.

Forse hanno ragione i francesi, che dicono le vieux Montréal o le beau Paris, cogliendo l’esatta sostanza.

Sono maschi e ti accolgono con un abbraccio o ti respingono con freddezza e mutismi. Sono maschi caotici, disordinati, come quelli che non cambiano il rotolo di carta igienica e spremono il tubetto del dentrificio dal centro.

Questa è la ragione per cui, quando mi scopro a essermi un po’ innamorata di Roma, mi parte il senso di colpa del tradimento per Napoli.

Come se Napoli fosse il grande amore, che dopo una vita di idillio devi lasciare, perché ti hanno combinato un matrimonio con un altro.

Un matrimonio non voluto, con questo tipo sboccato, rozzo, violento, arrogante e supponente. Che fin dal primo giorno mi ha fatto capire che nemmeno lui era tanto contento della combine, che era abituato a fare la bella vita, a incontrare chi gli pareva e quando gli pareva, e che non aveva voglia di occuparsi di me, se non per quel minimo di doveri coniugali imposti da contratto.

Così sono state liti, amplessi frettolosi e deludenti per i primi anni. Abbandoni e sfuriate. Equivoci e incomprensioni.

Per un bel po’ mi sono tenuta Napoli come amante, ma si capiva che non poteva durare in eterno. Napoli è carnale, esigente, reclama possesso e appartenenza. Così un po’ alla volta l’ardore è scemato. Non siamo diventati amici, no. Coltiviamo ancora una passione che arde ma resta silente, sopita per quieto vivere. Ci incontriamo sempre più di rado e per brevi momenti, prendiamo un caffè insieme e ricordiamo i vecchi tempi. Di tanto in tanto ci affoghiamo in una nostalgia di ciò che fu e fu brutalmente interrotto.

Credo che non ce l’abbia con me, non mi ha mai fatto pesare il tradimento subito. Ma un poco si è raffreddata.

Nel tempo il matrimonio con Roma è andato assestandosi, e un po’alla volta mi sono trovata accanto questo marito dal cipiglio imperiale ma con una vita tutta sua, fatta di affari a me ignoti, certo qualcosa di losco c’è. Tuttavia un po’ alla volta abbiamo iniziato a sorriderci. I suoi abbracci, un tempo frettolosi e rigidi, si sono fatti più dolci e frequenti. E io, dal canto mio, ho imparato un pochino a fidarmi e lasciarmici andare.

Anche la grevità, che inizialmente mi allontanava, col tempo ha fatto spazio ad alcuni tratti del carattere che non avevo notato. Cose minime, impercettibili, ma che lasciavano capire che le cose tra noi stavano cambiando. E che dipendeva anche da me lavorarci.

E’ un marito di quelli che ti lasciano molto tempo da sola, ti trascurano. Ti sprofondano in un mare di insicurezza e ti chiedi se dipenda da te, se hai la gambe troppo grosse, o pretese eccessive. O se ne hai bisogno come di una badante, in modo un po’ infantile.

Mi sono dovuta abituare.

Col tempo, ho capito che era il suo dono.

Mi aveva insegnato a crescere, a cavarmela da sola. Mi ha insegnato ad apprezzare l’indipendenza, che non è solitudine. La libertà, che non è mancanza di legame.

Di fatto era con me, anche quando non me ne davo conto.

Credo che mi abbia conquistato in modo sapiente e accorto, come se mi avesse studiato a lungo e avesse scoperto cosa poteva far breccia nel mio cuore.

Non erano oggetti o moine.

Ma tutti i giorni, come a un appuntamento segreto, si è presentato con un fascio di luce. Non era mai la stessa.

Se uscivo dall’ufficio, era un bianco accecante che riverberava ovunque. Se passeggiavo sull’Appia antica, mi inondava di piccoli arcobaleni, se mi trovavo sul Tevere erano grigi cupi e macchie di rosa. O rossi violenti.

Mio marito mi parlava con il linguaggio più seduttivo che conosca, quello che mi va diretto al cuore. Ha fatto in modo che uscissi a cercarlo, e sempre lo trovavo.

Non al bar con gli amici, non con altre donne. Ma era lì, ad aspettarmi sempre. A regalarmi sfumature dorate e piccoli venti tra i capelli. A stupirmi con ombre tremolanti e sprazzi luminosi.

Stasera ci siamo guardati a lungo.

Mi ha accompagnato dolcemente all’auto. E lungo tutta la strada continuava a trasformare tutto quel che passava sotto il mio sguardo.

Sotto casa ho parcheggiato e si era fatto di notte fonda. Ma era dolce, accogliente.

Gli ho sussurrato: ho scoperto di esserti legata, forse di amarti. Ho scoperto la tua bellezza sotto quella patina ostile. So che ci saranno giorni di pioggia e di freddo, che non porterai via le immondizie, che mi farai sempre disperare per le distanze. Lo so. Ma so che stasera, per come ti vedo, per la prima volta ho avuto desiderio di invecchiare con te.

Con le tue cicatrici, la tua sciattezza, la tua sfacciataggine.

Con la tua luce.

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È assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone si dividono in simpatiche e noiose. (Oscar Wilde)

maggio 4, 2017

Qui dunque non si tratta di prendere in considerazione la noia come fatto psicologico, esistenziale. Né di dare la stura all’analisi di tutti i filosofi che hanno cercato di spiegarcene origini e cause, da Seneca a Pascal, da Kierkegaard a Bergson.

No, no.

Qui si tratta piuttosto di capire perché le persone ci annoiano, come ci annoiano e cosa potrebbero fare e potremmo fare per sormontare la circostanza.

Dapprima lo studio del fenomeno.

Uno psicoterapeuta, anni fa, mi ha insegnato che la noia non esiste: è una parola di copertura per indicare un doppio sentimento, misto di rabbia e tristezza e delle loro possibili declinazioni che fa sì che, in quel momento esatto, noi non vogliamo essere in quel posto a occuparci di quella cosa. Perché quella cosa ci rimanda a sensazioni moleste, a un generico senso di fastidio, non ancora tanto definito da farci piangere o farci scattare d’ira. Uno stato latente, in cui galleggiamo senza voler approfondire la causa sottostante. Ma se solo per un attimo ci permettessimo di andare a guardarla, a cercarla, inevitabilmente produrrebbe una reazione più profonda, che con molta probabilità ci condurrebbe a un’azione – mettersi a piangere, urlare, sbattere un pugno sulla scrivania, voltare le spalle e andarcene, dire una parolaccia, sbottare in un sonoro pernacchione – che ipso facto ci trascinerebbe fuori dalla scomoda zona della noia.

Fatta questa premessa, viene intuitivo comprendere che le persone noiose sono quelle che ci sprofondano in questo sentimento e di fronte alle quali vorremmo in qualche modo reagire, ma per un insieme di ragioni non possiamo o non ci riusciamo. E viene anche intuitivo comprendere quanto il sentimento di noia, ancorché indotto da cause esterne, sia una percezione del tutto soggettiva e personale, un farci toccare determinate corde che ci risuonano male.

Qualche giorno fa pensavo proprio a questo fatto delle corde e pensavo che ci sono persone che mi irritano perché mi pizzicano sempre allo stesso modo. Persone che mi scambiano per una chitarra e che, sapendo solo strimpellare la chitarra, producono sempre lo stesso effetto su di me, senza accorgersi che magari potrei essere un flauto o una pianola, e quindi dover essere soffiata o martellata invece che pizzicata. O magari può anche darsi il caso che io sia davvero una chitarra e loro suonatori di chitarra, ma in questo caso un buon suonatore di chitarra dovrebbe assumersi l’onere di toccare le mie corde in modo da stupire me, innanzitutto. Questo si chiama stimolo, estro, fantasia, capacità. Ed è l’esatto contrario di quanto invece produce la noia.

Quindi la prima possibile deduzione: la persona che ci annoia non ci vede, non ci riconosce, ci suona a suo piacimento, incurante della musica che potremmo produrre. Riversa su di noi l’unica tecnica che possiede e la sola melodia possibile. Senza volerlo, ci usa come un esercizio simile alle diteggiature per pianoforte che i principianti ripetono ossessivamente per la disperazione di mamma, papà e i vicini di casa.

Dunque, se è vero da un lato che esiste una percezione soggettiva della noia, è altresì vero che il soggetto che ci annoia, è forse obiettivamente noioso: monotono, ripetitivo. E questa monotonia può riguardare tanto i contenuti, gli argomenti che cerca di sottoporre alla nostra attenzione, tanto le forme, che si tratti di una voce monocorde,  di quel parlare fitto fitto senza arrivare al punto, del toccarti costantemente un braccio quando si accorge di smarrire la nostra presenza e non è in grado di sollecitarla in altro modo, se non con la sonatina che ha diligentemente appreso tempo addietro e che continua imperterrito a ripetere.

Seconda questione: i contenuti.

In linea di principio non esistono contenuti noiosi.

Tutto è degno di attenzione, tutto contiene un potenziale di attrattività capace di entusiasmarci, di interessarci. Io, personalmente, non riesco ad annoiarmi. E se succede, è gravissimo. Tanti anni fa ho scoperto che il più potente antidoto alla noia era l’osservazione minuziosa di ciò che mi circonda, senza tuttavia fissarmici. un cogliere e poi lasciar andare.

Questo è uno dei motivi per cui scatto tante fotografie: ho abituato l’occhio a cogliere dettagli magnifici, interessanti, bizzarri, curiosi in tutto quello che mi trovo vicino. Di solito tento di fare così anche con le persone che mi annoiano: mentre parlano mi concentro su particolari del viso, della pettinatura, dell’abbigliamento, calibro i gesti, i toni. Dopo aver compiuto questa disamina, passo a immaginarmele in situazioni che mi divertono, a ipotizzare dei colpi di scena. Il più delle volte mi distraggo dalla conversazione, al punto che penseranno di me che sono noiosa. Ma rapidamente, facendo leva su un dettaglio, la riacciuffo e sposto il punto di vista dell’interlocutore che, spiazzato, o si allontana insoddisfatto, o si trova costretto a imprimere una svolta a quanto sta dicendo, risintonizzandoci entrambi su un nuovo piano.

Questo significa che l’interlocutore ha modificato, seppur costretto, il suo stato emotivo, è uscito temporaneamente dallo spartito che suonava a memoria, a occhi chiusi, e si trova costretto a una piccola benefica improvvisazione. In questo guizzo di improvvisa apertura può accadere il miracolo della rivelazione: che consegni a noi – e in primis a se stesso – una luce che fino a quel momento gli era ignota. Come un piccolo insight che lo destabilizza e gli restituisce un frammento di verità. Tuttavia, se l’interlocutore, oltre che noioso è anche stupido, non comprenderà mai la bellezza di questo istante, e ci bollerà definitivamente come maleducati, disattenti o disinteressati, abbandonandoci. In ogni caso, il risultato di liberarsi del soggetto noioso è stato raggiunto.

Non so davvero se esistano cose e persone obbiettivamente noiose, ma penso di sì, che esista un denominatore comune della noia, un quid palloso, una noiosità in re ipsa e che tutti siamo in grado di cogliere. Meno capaci di definire.

A volte mi è capitato di pensare che l’autocentratura, l’egocentrismo siano assolutamente noiosi. In realtà non è vero, non è vero per niente. Anche qua è il modo, il ritmo che si impone al proprio ombelico, il problema.  Il problema è sempre legato alla qualità e alla quantità dei sentimenti messi in campo. Alla profondità del sentire.

Il racconto di una disgrazia amorosa o di un lutto, ad esempio, possono essere noiosi o non esserlo affatto.

Quanto più l’interlocutore è distante emotivamente da quanto ci riferisce, tanto più ci annoia. Una persona che piange a dirotto non ci annoia, una che piagnucola senza variazione di tono sì. L’amica che ci racconta di come sia stata scaricata dal suo uomo, con una dovizia di particolari, ognuno dei quali impregnato di disistima per se stessa o rimpianto, ci annoia; quella che nel mezzo del racconto a un certo punto sbotta in un vigoroso vaffanculo all’indirizzo del tipo, seguito da un intermezzo pettegolo in cui racconta di tutte le volte che si specchiava vanesio allo specchio tirando in dentro la pancia e gonfiando i pettorali, non ci annoia. Penso allora che la noia venga prodotta dalla mancanza di modulazione. De resto le ninne nanne, che si basano su questo assunto, ci fanno dormire. E l’ipnosi funziona allo stesso modo.

Per lavoro incontro decine, centinaia di persone.

La maggior parte mi annoiano a morte: sono quelli che al termine di una giornata di fiera, ad esempio, giunti finalmente a cena, ancora indossano l’habitus professionale e mentre mangiano una cena buonissima che ci costa un occhio della testa, preparata dallo chef stellato così e cosà, ancora parlano di business, di fatturati e di strategie, senza soluzione di continuità.

Quelli che non mi annoiano sono quelli che sanno cambiarsi la giacca mentale e introdursi curiosi nel nuovo scenario.

Un capitolo a parte meriterebbero i corteggiatori noiosi, per i quali valgono tutte le considerazioni già fatte più alcune precisazioni specifiche, legate al fatto che – similmente all’interlocutore generico – vi è una dinamica di attrazione, di seduzione, ma, a differenza del caso generico, il corteggiatore ha in mente anche un aspetto carnale. O quanto meno, lo si auspica.

Tuttavia si tratta di un capitolo denso e corposo, che non può essere mortificato in una trattazione così generica, e di cui in parte, ma solo in minima parte, si è già detto qui.

Il punto vero del noioso è che nella maggior parte dei casi non sa di esserlo: è vittima della sua stessa noia, che non riesce a conoscere o riconoscere. Per lo più il noioso pensa di essere un incompreso e non riesce a capire perché venga allontanato, evitato. A volte, nel peggiore dei casi, non si accorge nemmeno di questo evitamento e imperversa, incurante degli sguardi che si abbassano per evitare il suo, della fretta che si imprime ai propri passi quando lo si incontra in un corridoio, della concentrazione estrema che si prodiga alle punte delle proprie scarpe quando lo si abbia accanto in ascensore.

Il noioso vive in un guscio di noce, raggomitolato.

Il curioso, se sta in un guscio di noce, immagina di trasformarne metà in barchetta, metà in berretto, e uscire a solcare i mari.