La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

La cella di rigore. Storie di ritrovamenti.

marzo 13, 2017

La chiamano cella di rigore.
Dove nulla è permesso, nessun contatto, niente carta e penna.
Ma io, io.
Io sono una che va avanti per buona condotta.
Spontaneamente scelgo la via della chiusura, il momento della sospensione.
Scrivere è una sublimazione, lo sai da sempre ma te ne accorgi davvero nell’attimo esatto in cui ne fai a meno.
L’assenza di parole non è semplice vuoto, ma una pienezza d’altro.
La decisione di non trasfigurare mi produce un’esplosione interna, mi mette in moto altri pensieri, fa affiorare i desideri.
La parola li uccide, il silenzio me li nutre.
Adesso scrivo lettere invisibili.
Non posso avere una stilografica, userei la punta per infilarmela nella carne. Aspirerei sangue con lo stantuffo e sarebbero parole troppo rosse e vive.
Mi concedo una trasgressione, adesso. Qui. Dove nessuno risponde, in quella simulazione a volte troppo simile a un corpo a corpo ma al tempo stesso priva di corpo.
La carta che ho tra le mani è morbidissima, soffice, fatta di riso.
Me la strofino tra le gambe fino ad impregnarla. La lascio asciugare.
E poi ancora. Ancora. E ancora.
Anche questa è sublimazione.
Posso comunque infilarla in una busta e spedirla.
Non occorre saper leggere, non occorre decifrare segni.
Nessuna metafora.
Non mi occorre un parlatorio.
Adesso tengo tutto a mente, fino a che mi sembra di impazzire.
Puoi portare il segno con la punta della lingua e restare avvinto alla carta in attesa di un’altra missiva.
Farei altrettanto, ricevendo una tua lettera senza tracce di inchiostro.

Ancora sul dettaglio. E sulla fotografia. Meno di un manifesto: un’affiche.

febbraio 28, 2017

Dal 1989 al 1997 ho scattato un numero impressionante di fotografie.

Intere scatole di provini, sviluppi e stampe, prima di passare alle diapositive.

Poi intere scatole di pellicola inquadrata nei suoi telaietti, bene allineati su un caricatore pronto a sparare sprazzi di luce e colore su una parete bianca.

Poi, d’improvviso, un rallentamento. Progressivo, fino al blocco totale, per un periodo lungo. Un rigetto.

Paesi visitati senza nemmeno portare la macchina fotografica, affidati unicamente alla memoria dello sguardo e della parola. Ricorrenze trascurate. Obiettivi oscurati. Una specie di iconoclastia.

Una totale incapacità a effettuare qualunque scatto e a darmi una spiegazione convincente di questa improvvisa inabilità.

In quel momento non sapevo che fosse in corso una crisi di carattere cognitivo, una rivoluzione che si sarebbe manifestata solo molto tempo dopo. Mi dicevo solo che la fotografia non era più adeguata a descrivere la realtà, che ne era solo una pallida riproduzione, frammentata. E che il frammento, lungi dal restituire, distruggeva, immobilizzava, uccideva.

In mezzo alla riflessione c’era il ricordo di Luis, un compagno di studi portoghese, architetto e fotografo, che un giorno si era lasciato cadere dal Colosseo Quadrato a Roma, durante uno shooting. Era sopravvissuto, rimanendo zoppo per sempre, e raccontando che si era trattato di un incidente.

Poi un giorno di molti anni dopo la caduta, in un improvviso slancio di sincerità, mi aveva raccontato tutta la storia. Che non era stato un accidente ma un tentativo di suicidio finito bene. O male, secondo i punti di vista. Perché la sua vita in quel momento era spezzata da troppi dolori e non riusciva più a tenersi dentro in una cornice di riferimento. Si sentiva un fotogramma, invece che una storia. E come fotogramma sentiva che non aveva senso.

Era una storia più grande di me, io avevo poco più di vent’anni e lui sopra i trenta. Ma al momento giusto è tornata su e l’ho capita. Quando mi serviva.

Nel frattempo mi raccontavo altro, incapace di arrivare al punto.

Per anni mi sono allineata sulla visione dei primitivi e della foto che ruba l’anima di colui che ne è oggetto.

Nel 2002 acquistai la prima macchina fotografica digitale, a Dubai. Ma solo perché costava poco e la mia Fuji analogica aveva deciso di abbandonarmi per sempre, dopo molti anni di onorato servizio.

La usavo poco, in maniera compunta, come se si trattasse ancora di un’analogica: risparmiando gli scatti e selezionando a monte, prima del clic, cosa fosse degno di essere immortalato e cosa no.

Ancora nel pieno della crisi cognitiva, per molto tempo ho usato il grandangolo, convinta che l’ampiezza della visione riuscisse a rappresentare porzioni quanto più ampie possibili di realtà e perciò stesso vere.

Ho impiegato anni per capire che nessuna fotografia, nessuno scritto, nessun verso rappresentano fedelmente la realtà. L’ho imparato di pari passo con altre cose che mi hanno reso possibile questa comprensione: che nessuna sentenza di tribunale rende giustizia alla verità, che nessun amore assorbe in pieno la profondità dell’esistenza, che nessuna fede, nessun credo posseggono la chiave della salvezza, che nessuna prassi, per quanto positiva, esaurisce la correttezza piena dell’agire. Potrei andare avanti per ore, su tutti i niente che ho imparato.

E’ stato un lento smantellamento di certezze che vacillavano, che si sgretolavano e mi lasciavano scoperta, nuda di fronte a una realtà disfatta, che mai più avrei potuto cercare di tenere insieme come un tempo.

Io stessa ero disfatta, screpolata, incapace di rappresentarmi a me stessa in una totalità.

Di me vedevo solo schegge, frammenti, ed ero incapace di tenerli insieme.

Come Luis, finalmente sentivo una sensazione credo molto simile.

Osservarli uno per volta, questi frammenti, riconoscerli e ricominciare a fotografare, è stato un tutt’uno.

Ho trasformato il mio modo di vedere, all’interno e all’esterno.

Qualcuno pensa che sia una bulimica dell’immagine. Una fotografa compulsiva, come spesso mi definisco per tagliare corto con chi – scherzosamente e incomprensibilmente – mi sottolinea quante fotografie scatti.

Ne scatto molte, moltissime. Mai abbastanza.

Ne scatto quanti sono i frammenti che riesco a scorgere. E all’interno dei frammenti ne scorro altri, più minuti, talvolta sfuggiti al primo sguardo. Come le scatole cinesi.

Quando ingrandisco le foto, grazie alla magia del digitale, specie le fotografie che non riescono a ricordarmi esattamente cosa stessi riprendendo, le fotografie apparentemente insignificanti, scopro in secondo piano oggetti o movimenti che erano sfuggiti all’occhio cosciente e che tuttavia avevano catturato in modo subliminale l’attenzione. Come messaggi sottili, segreti.

Ho imparato a concentrarmi sulle cose molto piccole. Di pari passo, come una ginnastica aggraziata di cui non senti il peso, grazie a una pratica graduale, mi sono ritrovata un occhio allenatissimo, capace di scorgere ombre, giochi di luce, sfumature, refusi negli scritti, distonie nelle voci, simmetrie e dissonanze nascoste, bouquet floreali, gusti inediti, parole soffocate in respiri troppo lunghi, alzate di sopracciglio. Non solo di scorgerli, perché forse ne ero già capace, ma di inquadrarli e fissarli, dare loro compiuta dignità di esistenza, senza lasciarli scorrere fingendo a me stessa di avere mal visto o ignorato.

Come se educare a dismisura un senso, lungi dall’assopire gli altri, li avesse coinvolti tutti in un nuovo progetto, in una nuova educazione possibile. L’educazione al dettaglio, di cui scrivevo giorni addietro, ma che in realtà è molto più che questo. E’ piuttosto un’educazione alla relazione, al modo in cui i dettagli si dispongono nel tempo, nello spazio, tra individui. E come formino, simili ai caleidoscopi, dei disegni sempre nuovi e sorprendenti. Mutevoli.

E come ognuno di questi disegni rappresenti esattamente la realtà.

Non quella che cercavo di catturare prima, squadrata e grandangolare, paesaggio da cartolina, ma la realtà del qui e ora, l’unica possibile dato il contesto, il frammento, l’osservatore e l’osservato. L’Eternità che è in ogni singola particella del Tutto.

Poi c’è stata l’epoca della postproduzione, del ritocco, che per anni avevo vissuto come un inganno, una menzogna.

Se nella mia idea disabilitante lo scatto uccideva il reale, fermava il momento e lo assolutizzava, il ritocco assomigliava all’imbalsamazione, alla tassidermia, al trucco imposto alle salme. Qualcosa di simile a quegli animaletti che sopravvivono negli alberi morti, e li abitano dall’interno costruendo gallerie e tane, rigonfiandoli all’inverosimile e trasformandoli in strutture bitorzolute, immensi termitai.

Credo che a liberarmi da questa visione sia stato un film, Departures, e la dolcezza della restituzione alla semplicità delle cose, alla possibilità di una bellezza anche oltre il confine della morte. Improvvisamente mi è sembrato che niente fosse più bello che cogliere un dettaglio e abbellirlo, farlo rivivere con uno sguardo nuovo, concedergli una seconda possibilità, una trasmigrazione nella memoria.

E’ così che mi sono appassionata alle foto d’epoca e alla loro trasformazione. Cercando di cogliere nello sguardo, nella postura di persone ormai defunte e scomparse un guizzo del loro desiderio. Di riportare in vita una pulsione segreta, mai espressa o un piacere perduto troppo in fretta. Di provare a offrire loro un nuovo destino.

Per molto tempo ho sostenuto che lo scrivere è la pratica del troppo pieno, dell’esubero, dell’abbondanza di sé che va riversato nel mondo e che il fotografare è invece la pratica del troppo vuoto e della necessità di incamerare l’altro, l’esterno. Quasi un modo di nutrirsi.

In parte ne sono ancora convinta.

In parte penso che ci sia uno scambio, un’ecologia della mente. Un modo dello spirito di riciclare e reimpastare, di riutilizzare parti spurie per rinnovarsi e rinnovare. Come un battito di cuore o un respiro. Come l’occhio che si apre e si chiude secondo la quantità di luce. Come la bocca, lo stomaco. La fame, i grossi bocconi e i morsettini.

Departures

Siamo o non siamo Soli nell’Universo?

febbraio 23, 2017

stelle

In quel momento esatto lui la scorse, dentro di sé, come una visione.

Bella come non era possibile altrimenti. Bella come non aveva mai visto nessuna su questa terra. Bella come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerla, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

In quel momento esatto lei lo scorse, dentro di sé, come una visione.

Bello come non era possibile. Bello come non aveva mai visto nessuno su questa terra. Bello come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerlo, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

Tra loro, a separarli, solo trentanove anni luce. Un’inezia.

Molti meno del tempo necessario a percorrere il Grande Raccordo Anulare nell’ora di punta, il Traforo del Monte Bianco in una giornata di neve, l’Asse Mediano alla chiusura dei Centri commerciali, il Red Carpet durante la notte degli Oscar, l’attesa del regionale per Cerignola sul binario 2.

Trentanove minutissimi anni luce per arrivare sfolgoranti alla meta, illuminati come una Madonna da processione o un Elvis Presley dal ciuffo aerodinamico. La distanza che un fotone percorre nello spazio vuoto in assenza di campo gravitazionale o magnetico in un anno giuliano moltiplicata per trentanove. Una quisquilia, un niente, una questione di volontà, di motivazione, di entusiasmo, di lotta alla pigrizia, di sfacciataggine, di coraggio, di audacia, di ardore, di spostare quei due o tre appuntamenti in agenda, di una sigaretta di attesa, di prenotare una pulizia del viso, di infilarsi un paio di jeans e una maglietta pulita, di mangiare un boccone a volo in un’area di servizio. Trentanove rapidissimi anni luce per fantasticare nel frattempo sull’arrivo, sull’accoglienza, sul riconoscersi, sull’abbraccio, sul dirsi tutte le cose taciute, mai espresse, dimenticate, sottese, sognate.

Nessuno dei due, assorbito dalla visione, pensò che il corpo celeste dell’altro, intravisto quasi in sogno,  in un ricordo di infanzia, in una festa da adolescenti, in un passato di appena trentanove anni luce addietro, appartenesse al momento esatto dell’osservazione e non al punto di arrivo, di incontro.

Nemmeno per un momento pensarono che avrebbero potuto non riconoscersi, tanta era la smania di superare lo spazio/tempo dei trentanove anni luce in un soffio. Perché la teoria raccontava che la distanza era immensa, per il fotone che doveva affrontare lo spazio vuoto.

Ma il loro spazio era pieno, denso, popolato, abitato di case, alberi, automobili, uffici postali, salumerie. Ed era pieno del desiderio, dell’amore, della fretta, delle fantasie, di tutte le cose che, a dispetto del loro ingombro, avrebbero facilitato i passaggi, raccorciato i tempi, avvicinato i luoghi.

Così che quando finalmente si incrociarono, tornati entrambi al paese per la festa del Patrono, dentro una piazza scintillante di luci e luminarie che disegnavano stelle e pianeti, non ebbero difficoltà a riconoscersi.

Lui le orbitò intorno e facendo la ruota da pavone, le disse: sono qui per rivoluzionare la tua vita.

Lei sorrise birichina e compì una rotazione su un piede solo, e un piccolo inchino.

E poi gli sussurrò in un orecchio, soffiando piano nei capelli: l’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi. Due Soli non sono ammissibili.

Perché si era informata, sapeva che lui era sposato, e che in un sistema solare non possono esistere due Soli. Uno soltanto. E che al momento il Sole ufficiale era la moglie, salvo diverso avviso astronomico e legale.

Si vede che sei inesperta e disinformata, rispose lui. Ma ridendo, per non indispettirla.

E dalla tasca dei jeans tirò fuori un articolo che aveva stampato, che parlava di Star Wars, di Tatooine e delle stelle gemelle che si condividono i pianeti. E aggiunse: è la Ricerca che ce lo chiede, la Scienza, il Progresso, la Verità.

Così lei finì per salire sulla sua auto e dirigersi verso nord, a trentanove chilometri luce dal paese, in un piccolo albergo dove nessuno avrebbe badato all’eccentricità della questione, né alla profondita delle orbite oculari il giorno seguente, né fatto chiacchiere inopportune.

Fonti bibliografiche:

Pianeti adulteri

Pianeti musulmani

Changing of the Seasons

febbraio 18, 2017

L’amante del dettaglio teme l’Amore, ma non lo sa. Questo è quello che dicono gli altri. Lo dicono sempre, e a volte finisce per crederci.

Il suo mondo si configura in liste, elenchi, punti da sviluppare, frammenti da cogliere, stralci di frasi, particolari di immagini, sguardi fugaci, timbri vocali.

L’amante del dettaglio si perde nei labirinti del particolare. In fondo è un collezionista, dicono gli altri, ma non sa nemmeno questo. E il dramma del collezionismo è l’incompletezza della collezione.

Le collezioni sono dei sottoinsiemi di insiemi più ampi, si espandono nell’Universo come le galassie. E poco importa che le teorie cosmogoniche e la scienza ci raccontino che l’Universo sia finito. O infinito. Poco importa, davvero.

Noi amanti del dettaglio ci muoviamo lungo i bordi, nelle periferie dei luoghi e dell’Essere in cerca di quel limite estremo oltre il quale non trovare nulla. O trovare la chiave, la soluzione, il Tutto. Ed entrambe le prospettive sono terribili: la prima metterebbe fine alla ricerca, la seconda le spalancherebbe l’angustia di un procedere infinito.

L’amante del dettaglio non ha scampo, è sempre in bilico su questo osservare incessante, su una catalogazione che sfugge alle etichette, sull’attribuzione corretta del senso, sulla familiarità delle cose che incontra, sulla loro totale inconoscibilità. Si appassiona a un bottone, a un polsino, alle venature di una foglia, alla luce che gioca su un ricciolo, a un capello caduto sul revers di una giacca, a un verbo inusuale, a un aggettivo fuori posto, a una dissonanza. L’amante del dettaglio paga simmetrie con irregolarità e dimentica il resto alla cassa, separa le immondizie con smisurata cura e dei sogni ricorda i colori. Trastulla l’attenzione con minuscoli segni, ad altri invisibili, riconosce un odore ma prima che si accorga che sta bruciando l’arrosto si è già perduto nel suo catalogo di ricordi di odori.

L’amante del dettaglio è distratto,  dicono tutti.

Ma posso assicurarvi che non è vero, è solo concentrato sulla forma mutevole di tutte le cose, inciampa per guardare il disegno che ora fanno le nuvole e la luce d’inverno. Nella sua testa c’è un orto botanico, una collezione di ali di farfalla, il fremito sottile di quella piuma che toccò da bambino, una filastrocca di parole allitterate senza alcun senso apparente ma belle a sentirsi. L’amante del dettaglio non ha freddo e non ha caldo, ma la pelle d’oca che sale dal braccio sinistro e una piccola arsura e gocce che imperlano il collo e scivolano sul petto e rotolando si raffreddano e poi incontrano un neo, di cui sentono il bordo. E quando parlano con uno che ha il nodo della cravatta troppo stretto vorrebbero allentarglielo e deglutiscono a fatica, almeno fino a quando non vengono distratti da quel piccolo, impercettibile mutamento della voce dell’altro. Agli altri dicono: ho freddo, ho caldo. Ma non significa niente, è solo per intendersi.

L’amante del dettaglio ha paura dell’Amore, si è detto. Ha paura di questa forza che unifica e cancella le distinzioni, che getta tutto in una massa indistinta, dai contorni sfocati. Questo è quanto dicono gli altri, ma lui non ci crede e continua ad amare con convinzione la goccia di cera che rapida scivola lungo il fianco della candela e con l’aria fredda, lontana dalla fiamma, si solidifica e resta ferma, immobile, Per essere ancora riplasmata dal calore della mano, dai polpastrelli che imprimono nuove forme. Sempre, incessantemente.

E poco importa di quel che dicono gli altri.

L’amante del dettaglio ha una riserva di bellezza segreta, talmente ampia da non accorgersi del resto. E perde il senso, i sensi, perde tutto e costantemente lo ricombina. Come pensa che debba essere l’Amore. Minuto e imperfetto, somma infinita di piccoli gesti.

 

Il corteggiatore men che perfetto, ma auspicabile. Un trattatello men che esaustivo, ma conciso.

gennaio 26, 2017

Sempre, per comprendere l’esatta natura delle cose, o quanto meno avvicinarvisi di molto,  è necessario partire dall’origine delle parole che la definiscono.

E dunque il corteggiamento, come definisce il nostro amato dizionario etimologico, così è spiegato: derivante da corteggiare.

corteggiare1corteggiare2

Ma non paghi dell’etimologia, ci spingiamo addirittura a considerare le possibili variazioni sul tema, studiando sulla Treccani le numerose varianti del concetto e delle parole che li rappresentano e descrivono per nuance e possibilità le diverse sfaccettature, iniziando da un corteggiatore base, spingendosi a un adoratore, a un audace, per culminare nelle versioni deteriori del fenomeno, quali il dongiovanni e il persecutore, che oggi con termine moderno chiameremmo stalker.

Converrete con me che orientarsi in questa panoplia linguistica è cosa ardua.

Pertanto, oggetto di questa trattazione non sarà fornire chiavi interpretative ulteriori, né definire i crismi del corteggiatore perfetto (giacché mi viene fatto notare quanto sia stucchevole la perfezione), bensì provare a tratteggiare le linee guida del “Corteggiatore men che perfetto ma auspicabile”. Come la madre sufficientemente buona di Winnicot: un essere imperfetto, ma sano e affettivamente presente.

Come da mia natura, dovrò operare per classificazioni di massima. Sappiamo bene che la classificazione è uno strumento non gradito a molti, poiché cristallizza e pone limiti, ma sappiamo altresì che è un importante strumento conoscitivo, oltre che catalogante, temuto da quanti amano la vaghezza e le performance anguillesche.

Partiamo dalla definizione centrale: “Essere assiduo presso una donna, al fine di conquistarne l’affetto”.

E qui dividiamo i corteggiatori (o presunti tali) in tre macrocategorie:

  1. Coloro i quali non hanno nulla a pretendere, ma corteggiano tanto per fare una cosa. Nella mia gioventù frequentai un’Università andalusa, dove le mie nordiche compagne erano terrorizzate e scandalizzate dalla pratica del piropo, il complimento salace rivolto alle fanciulle in strada dagli indigeni. In quanto napoletana e avvezza a un innocuo quanto reiterato “te chiavass’”, tipico del maschio partenopeo, mi trovai a dover spiegare loro la totale innocuità del piropo, che non richiede repliche né tantomeno sviluppi ulteriori: è un’azione conchiusa in se stessa, autistica quanto basta, che non necessita di repliche né di inutili sdegni, ma va classificata in un range che si muove dal totalmente inutile al rinforzo positivo di autostima
  2. Coloro i quali si muovono con pretese esclusivamente carnali, con due sottocategorie: relativisti e finalisti. I primi sparano nel mucchio, con un repertorio spesso stereotipato, basato sul complimento fesso. Si scoprono poco, non raccontano nulla di sé, se non quanto funzionale alla conquista. I secondi mostrano un’inventiva maggiore e una discreta perseveranza, abbinate a un esercizio di fine tuning sulla destinataria di turno. Entrambi hanno una gittata temporale di breve/medio periodo, che si esaurisce al raggiungimento dello scopo o all’eccessivo impegno richiesto da quest’ultimo, dal quale desistono in favore di obiettivi più facilmente raggiungibili.
  3. Coloro i quali perseverano, al fine di suscitare affetto e potenzialmente ricambiarlo. Per non complicare le cose con inutili sottocategorie trasversali, daremo per scontato che in questa categoria troveremo persone sostanzialmente in buona fede, ascrivendo al punto 2) quanti simulino interessi affettivi a scopo meramente carnale.

A questo punto è opportuno spendere due parole sulla metodologia.

Le tre categorie definite non sono da noi considerate in termini di merito o di giudizio: si tratta semplicemente di riconoscere la tipologia di corteggiatore e valutare se collimi con i nostri desideri e aspirazioni, e successivamente regolarsi.

Si può benissimo, in un momento della vita, aspirare al corteggiatore di tipo 1), in momenti in cui si ha bisogno di un surplus vitaminico per curare un’autostima depressa dall’inverno, dalla menopausa, da un impertinente brufolo spuntato sulla guancia, da una trascuratezza coniugale, così come si può scegliere un corteggiatore di tipo 2) per diversificare i propri investimenti sensuali, spolverare la solitudine, per attrazione momentanea o quel che volete.

L’importante è non confondere le caratteristiche tipologiche, al fine di evitare cocenti delusioni, coltivare sterili aspettative e rimanere delusi dalla vita.

Personalmente sono interessata al corteggiatore di tipo 3), ritenendo il sentimento quale unico carburante dell’azione umana e attribuendogli preminenza rispetto alla mera sensazione. Si tratta di un’inclinazione personale, del tutto opinabile e senza pretesa alcuna di verità.

Ciò premesso, il corteggiatore di tipo 3) dovrà presentare una serie di requisiti, taluni prioritari, talaltri accessori. Invito sempre a costruire una lista di priorità, anche nel caso in cui le preferenze si orientino su altre tipologie. Nel caso 2), ad esempio, si badi che egli sia amante accorto e generoso, a prescindere dalla condizione familiare e che non mostri gelosie o possessività. Analogamente, nel caso 1) si stabiliscano interiormente le soglie valicabili, anche se solo verbali, e si definisca il netto confine che separa il motteggio dalla noia. Sono solo piccoli consigli che torneranno utili nella pratica.

Tornando al nostro favorito, il corteggiatore di tipo 3), la mia personalissima lista, non priva di consigli e indicazioni per ambo i sessi, è la seguente:

  • Egli doserà adeguatamente l’interesse che manifesta per voi con un’apertura su se stesso, in modo da focalizzare la vostra attenzione sui suoi punti di forza e di debolezza, lasciando intravedere frange di lati oscuri, vulnerabilità e senza indulgere in sforzi narcisisti. Talvolta è gradita la compensazione tra lati positivi e negativi con accorte misure di contenimento;
  • Saprà alternare sapientemente momenti di galanteria a momenti di semplicità comunicativa, argomenti da massimi sistemi filosofici e pratiche organizzative;
  • Definirà con sostanziale chiarezza la sua condizione affettiva e il suo stato civile: separato in casa, in una relazione aperta, in pausa di riflessione e simili non vogliono dire disponibile. La confusione e il tormento interiore si curano dallo psicologo, i precedenti fallimenti affettivi, addotti a motivo ostativo di uno step successivo, devono essere gestiti da Equitalia;
  • Non adotterà meschine politiche di scambio sul brevissimo periodo, del tipo: ti invito a cena e tu al dopocena, ci vediamo tre volte, ma se alla quarta non succede niente metto il broncio;
  • Calibrerà l’utilizzo delle estremità corporee in funzione del momento e non di calcoli predeterminati, secondo una gradualità e una tempistica che coniughi spontaneità ed esame obiettivo delle circostanze;
  • Un aspetto molto importante è quello della reciprocità e delle iniziative. Come si usa ancora dire in alcuni ambienti meridionali, “l’ommo adda omminia’ e ‘a femmina adda femminia’”. Si tratta di una regola basilare, non intaccata dall’evoluzione dei tempi e dai femminismi, da intendersi tuttavia in maniera ragionevole e plastica, non tassativa. In poche parole, l’iniziativa la deve prendere lui, ma deve lasciar pensare che la prenda lei, e interpretare correttamente le sue titubanze non come un rifiuto, ma come una lotta intestina che la povera donna compie contro i suoi atavici retaggi che la condannano a un’indisponibilità sostanziale. Per contro, laddove l’iniziativa promanasse da lei, lui deve accettarla, senza sentirsi deprivato del suo ruolo né cantare vittoria troppo presto e dare il seguito per scontato. I femminismi ci hanno insegnato ad essere disinibite, un po’ aggressive e a fare il primo passo, ma non ci è mai stato dettagliato con sufficiente precisione come muovere il secondo e il terzo;
  • L’igiene personale meriterebbe una trattazione separata: ci affidiamo al buon senso e a una consultazione del web. Per par condicio, riteniamo che sia argomento condiviso da entrambe le controparti;
  • Se in presenza di reiterate proposte, anche non particolarmente impegnative, ella si sottrae, probabilmente non è interessata. Non è il caso di insistere, ma è opportuno che faccia le sue riflessioni in solitudine. Se trascorso un ragionevole tempo optasse per accettare un invito, una proposta, o presentarla essa stessa, non trattatela con sufficienza e nemmeno attuate azioni di rappresaglia o comportamenti di tipo aggressivo-passivo;
  • Se occorrono spostamenti territoriali, non invitatela a compierli, ma assumetevene l’onere iniziale, con discrezione e senza accollarvi: un intero fine settimana può essere fantastico ma anche devastante. Meglio peccare in difetto di presenza che in eccesso. Questa regola vale non solo per i corteggiamenti, ma in tutte le occasioni che la vita ci riserva, insieme al suo corollario: è meglio abbandonare le situazioni idilliache un attimo prima che raggiungano il culmine della parabola ascendente, piuttosto che scivolare in una rovinosa caduta verso il basso. La parabola potrà essere ripercorsa in successivi momenti con maggiore maestria e bastoni da nordic walking per attutire la ripidezza della discesa.
  • Per le signore: se un corteggiatore non vi interessa, non siete tenute a compiacerlo, Né a spiegargliene le ragioni. Ma soprattutto è vietatissimo tenerlo sulla corda, per questioni fondamentalmente etiche e di buon gusto. Forse come regola vale anche al contrario, nel caso di corteggiatrici indesiderate.

Condivido con voi l’opinione che questo breve decalogo sia démodé e probabilmente troppo impegnativo.

Nessuno è obbligato a seguirlo o a rispettarlo.

A me, piace.

Passare di fianco alla bellezza.

novembre 20, 2016

Pensavo dunque ieri pomeriggio – introducendomi rapita in una piccola galleria del centro dove esponeva Lena Salvatori, artista minuta, un’età indefinita e in ogni caso mal portata, con una capigliatura a metà tra boccoli e dreadlock, dei quadri ad olio di paesaggi di una tale potenza risucchiante e introspettiva – che vorrei essere ricca solo per portarmi a casa certi frammenti di bellezza che costantemente intravedo e che mi struggono il cuore.

E di lì pensavo dunque alla bellezza, alla possibilità di fruirne in maniera contemplativa o rapace, e mi dicevo che il non essere ricca mi proteggeva da questa seconda modalità che, spogliata da ogni considerazione filosofica, si riconduce a un mercimonio, a una reificazione di tutto quel che esiste.

E pensavo allora all’artista, una figura che mi induce a un misto di ammirazione e compassione, che mi immagino sballottato, in bilico tra la sua vis creatrice, sofferta e insopprimibile e il suo bisogno di tenersi al mondo e mangiare, bere, sostentarsi come noi comuni mortali e quindi all’arte come possibilità reale di darsi a questo mondo con il duplice scopo di nutrire ed essere a sua volta nutrita, con modalità opposte che a questo punto mi creavano confusione, come sempre, nell’incapacità di mettere a fuoco le priorità, gli istinti.

Ed è una cosa, una diatriba dalla quale, con me stessa, non riesco mai a uscirne.

Sono sensibile alla bellezza.

Non alla perfezione lampante.

A quella bellezza che resta segreta, marginale, che devi andarti a cercare. Che si tratti di persone, oggetti, e pensieri. Sensibile a certi giochi di luce, di parole, al modo in cui le persone abitano lo spazio, sensibile a gesti minuti, a dettagli che riassumono e spiegano. Sensibile a forme inattese che si rivelano dove meno te lo aspetti, talvolta ammantate di simmetria, altre di dissonanze.  Sensibile a tutte le voci che dentro di me, quando toccate, iniziano a parlare o a tacere.

E da lì spostavo la riflessione all’amore, al modo in cui ci si dà agli altri e se ne gode, che assomiglia moltissimo, nella doppia possibilità di contemplazione e appropriazione, quel senso del possesso che tarpa le ali, quella sensazione di incompiuto al non poter disporre, mordere, succhiare, tenere stretto. Ma questo lo lasciamo per un’altra volta,  sebbene tutte le cose funzionino allo stesso modo, questo so per certo, e parlare d’una racconta e illumina le altre, le chiarisce, le spiega.

Pensavo allora, con un’arroganza apparente, un po’ socratica, che gli artisti dovrebbero regalarmi le loro opere, per il solo fatto che le apprezzi in questo modo. Che se fossi stata la pittrice di ieri, o di altri giorni, incontrati per caso sulla mia strada – ammesso che un caso esista, e io non ci credo veramente – direi: scegli, portane a casa uno.

E lì, forse, si assisterebbe alla vera presa d’atto, la messa in discussione: prendere un pezzo o lasciarlo? E se prenderlo, prendere quale? E magari accorgersi che il solo frammento, staccato dal tutto, perde la sua potenza, e rinunciare alla volontà di appropriazione. O prenderne uno, uno soltanto, quello che più parla a me, al mio cuore e dire: questo. Questo che mi restituisce a me stessa, che mi rende una parte di me sconosciuta, taciuta, vulnerabile o forte. Questo, mi incarti questo – ed è possibile incartare la bellezza senza che questa abbia a risplendere fuori, a straripare, a ricondursi alla sua stessa sorgente? – e arrivando a casa disporlo in qualche luogo atto con il rischio di vederlo mutare, privato dal contesto?

Come i figli, pensavo. I figli che abbiamo messo al mondo, plasmato, in parte, nutrito, aiutato a espandersi. Quei figli che ci uccidono, ci rinnegano, che temono la radice e la similitudine, salvo poi ricercarla quando tutto è perduto.

E poi ancora, pensavo, perché questo non mi accade con tutta l’arte, con tutte le forme di bellezza? Mai, chiederei a uno scrittore di darmi gratis la sua opera. Né penserei di portarmi a casa un attore o un cantante. Lo farei con i quadri, le statue, le foto, forse questo dipende dal modo stesso in cui si ha percezione delle cose. Per la parola mi accade solo con la poesia: i poeti non dovrebbero vendere le proprie parole.

So che quando vado in giro mi frustro.

In alcuni musei sono pervasa dalla tentazione di rubare.

Lo farei davvero, se non avessi timore di essere scoperta?

Molti anni fa, andando in giro con un amico scrittore che voleva  scrivere un racconto in cui si parlava di furti di quadri, mi intrattenni a lungo con un custode di Capodimonte sui sistemi di sicurezza, con domande così precise da fargli temere, ridendo, che stessi progettando un colpo.

E mi sentii rispondergli: giammai, non ruberei nemmeno un libro in biblioteca, la bellezza è di tutti, a disposizione. E mai seppi, dentro di me, se era risposta vera o tutelante, di cortesia.

Penso ai collezionisti e mi chiedo: sono animati dal mio stesso senso di bellezza? O è qualcosa di più simile al don Giovanni? O io stessa, se potessi, sarei a mia volta un don Giovanni?

Mentre guido penso, è per questo che mi piace guidare: in una bolla spaziotemporale dove il gesto è automatico e il pensiero fluisce, lo sguardo indugia in diverse forme, vago e focalizzato a un tempo.

Mai nessun posto, come questa città, ha generato in me una tale fame di bellezza, mai soddisfatta, una tale fame d’amore, una totale assenza d’appartenenza spicciola, una simile apertura al Tutto, una solitudine immensa e piena, massacrante e sublime. Un tale entrare e uscire dalle cose, essere esposta al bello quasi in maniera nauseante, una bulimia dello sguardo, un’incapacità di possedere, una smania bramosa di conquista, il caos.

Gli artisti dovrebbero vendere le cose? O farne dono pieno? Essere al mattino impiegati e travet, e alla sera perdersi nella sconfinatezza dell’anima? Sentirsi creatori o dispensatori di un dono che viene da più lontano – e in questo caso, da dove, esattamente? – da elargire senza voler tenere, senza alcuna forma di guadagno formale?

L’artista ha in sé una cupidigia simile, speculare a chi lo acquista: baratta bellezza in cambio di vita pratica, sogni in cambio di bollette.

Da sempre, l’arte mi affascina e mi inquieta. Penso a Van Gogh che coi suoi quadri pagava il conto del macellaio, al gruppo di artisti che tra Olanda e Belgio si offriva da bere e da dormire in cambio di schizzi, tele. A una possibile economia di baratto, che offra bellezza in cambio di servizi.

Penso ancora all’Olanda, dove un mio amico mi racconta della facoltà di concedere opere d’arte al cittadino, per un tempo, per la contemplazione solitaria, prima di restituirle al museo. Per potersi un poco strusciare al Bello, come un amplesso lontano dalla vista degli altri, fino al punto di comprendere che l’amore va espanso, accresciuto nel contatto col mondo, arricchito.

Penso e mi perdo.

La lampada di Aladino (o delle forme che prende il desiderio).

novembre 13, 2016

img_20161113_181103

Da che memoria mi sostenga, viveva presso la casa dei miei genitori una lampada. E vi esisteva da sempre, giacché era stato un regalo di nozze che i due avevano ricevuto esattamente cinquant’anni fa, da una parente di mio padre piuttosto facoltosa.

Questa lampada, che in un passato remoto era stata dotata di un paralume di cristallo andato distrutto nel tempo, si collocava sulla scrivania di mio padre, che, secondo le diverse case abitate, fu di volta in volta ubicata in uno studio, in un salotto, all’ingresso e dove mio padre raramente si sedeva, unicamente quando doveva fare certi conti o sistemare carteggi.

Rottosi il paralume non venne mai sostituito, per ragioni di pigrizia e di oggettiva difficoltà a reperirne uno ideoneo. E così, da che la mia memoria ricordi, la lampada non venne mai accesa, svolgendo tuttavia una funzione non di poco conto nell’equilibrio e nell’economia delle emozioni familiari.

Come in tutte le famiglie degne di questo nome, che come disse quel tale tutte si assomigliano nella felicità ma ognuna è diversa nella sua infelicità – assunto che mi sento di contraddire profondamente, posto che tutte le infelicità pure si assomigliano e ci rendono simili – anche nella mia famiglia i litigi si costruivano attorno a punti cardine ben precisi all’apparenza ed estremamente confusi nella sostanza: i figli, i soldi, la gestione del tempo e dello spazio, le ingerenze delle rispettive famiglie di origine. Tutti modi articolati che sfociavano, nelle estreme conseguenze e sintesi, in una sola accusa: tu non mi ami.

Arrivati al punto, sistematicamente sollevato da mia madre e mai esplicitato con la dovuta franchezza e onestà, la tesi veniva sviluppata intorno al tema “la tua famiglia”. Dalla quale sembrava discendere, atavicamente e per le vie genetiche, un insopprimibile disinteresse che si rivelava in altrettanta tirchieria, di sentimento e denaro, di affetti e disponibilità. E a questo punto entrava in scena la lampada, questo mamozio di silver plate che non valeva niente e che stava a riprova di come, al matrimonio del primo nipote, il nipote prediletto, la zia se ne fosse uscita con una simile paccottiglia priva di senso e di valore. E che mio padre si ostinava a tenere, scassata e buona, sulla scrivania, a mo’ di reliquia.

E da lì si sciorinava il rosario delle recriminazioni, puntuale a ogni litigio, preciso come il copione di una tragedia greca, unità di luogo, tempo e azione, narrazione dell’infelicità di un’intera esistenza. E al tempo stesso collante della coppia, che dopo tanta infamia, si riconciliava alla luce di altro abat-jour, stavolta quello del talamo, a dimostrazione inequivocabile della validità della Teoria di Laborit, che mi ha spiegato ieri sera l’amica mia Daniela.

Sicché, per non tirarla troppo per le lunghe, quando mi sposai decisi di portarmi il mamozio a casa e metterlo sul comodino, sottraendo la pietra dello scandalo alla vista dei miei.

In casa mia è rimasta circa diciotto anni, alternando paralumi inadatti e senza mai essere accesa. Fino a ieri sera, quando dopo la storia di Laborit ho capito che avrei dovuto fare qualcosa, della lampada e di tutta questa storia che mi era tornata in mente pensando ai topolini.

Così stamattina l’ho infilata in uno zainetto e mi sono diretta a Porta Portese, dove avevo già un’idea di bancarella, la stessa dove avevo già acquistato alcune cose.

Ma il venditore ha scosso gravemente il capo e ha detto che non era facile trovare una boule che si adattasse al diametro.

E’ d’argento?, mi ha chiesto.

No, è una vecchia lampada di famiglia senza alcun valore.

Dopo rapido consulto tra i bancarellari sono stata affidata a Cristina, Signora delle Boule e di tutte le forme visibili e invisibili della luce, che dopo un’ampia ricerca, metro alla mano e analisi del problema, ha concluso che non poteva aiutarmi, ma nel frattempo si era segnata tutti i dati utili per soddisfare la mia richiesta.

E’ d’argento!, ha poi affermato.

Ma no, ho ribattuto io, è solo una vecchia lampada di famiglia, senza alcun valore.

No, no, è proprio d’argento. E preso un sidol si è data alla pulizia frenetica di un angolo della lampada vecchia e annerita, mostrandomi con soddisfazione la parte pulita. Poi l’ha girata da tutte le parti per cercare una marcatura, ma non l’ha trovata, ma continuava a dire che sì, era d’argento ed era un gran bel pezzo.

E quanto potrebbe valere?, ho chiesto io, mentre mi veniva da ridere.

Dai 350 euro in su, è da studiare. Se la vuole vendere le faccio sapere.

Ma io non la volevo vendere e cercavo solo di sistemarla al meglio.

E comunque, con la lampada in mano e questa nuova consapevolezza di cui non ero peraltro affatto convinta, mi sono addentrata in quella parte del mercato dove c’è piccolo antiquariato, collezionismo e cosette di maggior valore.

E lì si è scatenato il desiderio. Tutti i bancarellari mi hanno fermato per chiedere dove avessi preso questa bella lampada d’argento. E’ mia, è una vecchia lampada a cui sono molto legata. E tutti se la volevano comprare, sicché a un certo punto ho fatto finta di volerla vendere davvero, per assistere allo spettacolo della natura umana desiderante. E a tutti, uno per uno, chiedevo quanto fossero disposti a pagare.

Il primo è stato un signore che mi ha detto che forse non era veramente d’argento, mancava la marcatura, avrebbe dovuto smontarla, e che in ogni caso sarebbero stati 20 centesimi al grammo.

Ah no, non se ne fa niente.

Allora è intervenuto un altro signore con aria da conoscitore che mi ha detto che nell’antichità le marcature a volte non si mettevano e che non lo stessi a sentire quello di prima, era solo un vecchio marpione con l’occhio fino. Che invece me la comprava lui.

E quanto mi dà?

No, signora, deve essere lei a dirmi quanto vuole.

Ma io non lo so, non ne capisco.

E così mi sono persa il secondo marpione.

E di seguito tutti gli altri, che sparavano cifre a caso, duecento, trecento, sessanta, mmhh, dobbiamo vedere, me la lasci, bella sì, ma mica antica per davvero, cento euro e le aggiungo un orologino, ma mica ne ha altre, così, per sapere.

Fino a che sono approdata su una bancarella di zingari che avevano diversi paralumi.

Il più giovane, una trentina d’anni, me l’ha tolta di mano, dicendo: bella, tutto un pezzo d’argento.

Ma no, non è d’argento, non c’è nemmeno la marcatura.

Però lo zingaro non si è dato per vinto, se l’è girata tutta, ha grattato qualcosa di nero e con gioia mi ha mostrato: ecco, qua c’è il timbro, è tutta d’argento.

Che sguardo assassino, ho commentato.

Ladro sì, ma assassino no, ha replicato lui ridendo.

E quanto vale?, ho chiesto. Quanto va al grammo?

Ma questa non si vende mica al grammo, signora, è una lampada di valore.

Vabbè, ma per avere un’idea.

Allora è intervenuta la zingara anziana con tutti i denti d’oro, che l’ha osservata a lungo con sapienza, ha voluto conoscere la storia e mi ha detto che era una lampada di almeno un centinaio di anni, probabilmente di fattura turca e con inserzioni di giada, davvero bella a vedersi.

E quanto vale, signora?

La zingara ha sgranato gli occhi e ha risposto: non vale.

Come, non vale?

Non vale perché non si deve vendere: è tua, della tua famiglia, della tua storia, non ha importanza quanto vale, non si vende e basta. Deve stare a casa tua.

Sì, ma un’idea, giusto per sapere.

Le cose del cuore non si vendono e non si pesano, non si pagano e non si misurano.

Allora mi sono accomiatata pure dalla zingara e mi stavo avviando a casa, quando su un’ultima bancarella ho visto boule di tutti i colori e mi sono avvicinata. Lilla, gialli, bianchi opalescenti. Tutte della misura giusta. Ne abbiamo scelta, io e l’anziano venditore, una arancione, calda.

img_20161113_181210

Lo sa cos’è questa?. gli ho detto. E’ una specie di lampada di Aladino.

Fa avverare i desideri?, ha chiesto.

No, li fa sorgere dove non si immaginava di averli. E quando sorgono, li vedono anche gli altri e ti aiutano a realizzarli o si battono per distruggerli.

Poi ho telefonato a mia madre per raccontarle tutta la storia del mamozio.

Ma mia madre è irriducibile e mai e poi mai avrebbe ammesso di essersi equivocata per cinquant’anni. Ha concluso con un: vabbè, sono sicura che la zia l’avesse riciclata.

E in quel momento ho capito che l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

img_20161113_181844

 

 

Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato un’ora prima di te.

novembre 5, 2016

img_20161105_154609

Io questo Canada non lo sapevo proprio, non me l’ero mai filato e nemmeno me lo volevo filare. Faceva parte delle conoscenze di cultura generale, roba di scuola elementare e media, quei paesi complicati con la doppia e tripla capitale, come l’Olanda, il Marocco e l’Australia. Poi c’era il fatto dell’acero e dello sciroppo, poi il bilinguismo, poi la canzoncina famosa, poi il freddo.

Fine della conoscenza del Canada.

Un altro grammo di conoscenza veniva dalla zia Carolina, cugina svampita di mia mamma, che durante l’occupazione americana a Napoli aveva una dozzina d’anni e un giovane ufficiale canadese, già maggiorenne, se ne innamorò e le promise di tornare a prenderla quando fosse diventata maggiorenne.

E veramente tornò, se la sposò e se la portò a Edmonton, con il placet di tutta la famiglia, che non vedeva l’ora di sbarazzarsi di questa creatura ingenua e un poco tontolona, così tontolona che per i successivi trent’anni non imparò mai la differenza di fuso orario, e telefonava nel cuore della notte, spaventando tutti e pigliandosene di jastemme.

La questione però è che la zia Carolina teneva un poco la reputazione della scema del villaggio, come si dice a Napoli, dell’”abbunata”, sicché nelle due o tre volte che tornò in Italia, per presentare i suoi figlioli, che parlavano solo ‘mericano e volevano cornflakes a colazione e icecream nel pomeriggio e la nonna non li capiva e cacciava taralli e tracchiulelle, raccontava cose incredibili.

Che là per là la famiglia la stava pure a sentire, ma poi – erano i primi anni Settanta – quando lei se ne andava, commentavano in maniera risoluta: era pallista pure da criatura, ma mo’ proprio esagera.

Perché la zia Carolina raccontava fatti totalmente inusuali: d’inverno – diceva – non usciva mai per strada, camminavano sottoterra dove c’erano negozi, parrucchieri e tutto, perché il freddo uccideva. Sottoterra c’era una città tale e quale a quella di sopra, con i negozi, i supermercati e le farmacie, bellissima, dove era sempre primavera. E la notte le automobili in garage dovevano tenere sempre il motore acceso, basso basso, se no si gelava il carburante. E poi – e questo, più di ogni altro racconto, sconvolgeva la nonna (la mia bisnonna) e faceva propendere per l’assoluta, totale, scemità di Carolina – lei e il marito si erano aperti un ristorante.

– E che cucini?, chiedeva la nonna, ricordandosi che Carolina non era proprio adatta a cucinare.

E Carolina spiegava che non cucinava affatto, che nel suo ristorante c’erano cibi precotti, che la gente veniva, se li comprava e se li riscaldava in certi fornetti che si chiamavano maicrouév, che in trenta secondi avevano cotto tutto, lei ce lo aveva pure a casa. La nonna scuoteva il capo e commentava:

–  Caroli’, a vuo’ ferni’ ‘e dicere palle?

E Carolina ci rimaneva male e non raccontava più niente.

Poi la bisnonna morì, morì pure il marito di Carolina, morì mia nonna e si persero definivamente i contatti. Zia Carolina, se ancora vive, avrà un’ottantina d’anni, i miei cugini una sessantina e chi s’è visto s’è visto.

Poi per lavoro io un giorno di molti anni fa avevo deciso, per una serie di ragioni che sono lunghe da spiegare, che non mi volevo occupare di tre mercati: USA, Canada e Cina. Per oltre vent’anni ci sono riuscita brillantemente, schivandoli fin dove ho potuto. Una sola volta ho fatto una cosa a New York, ma degli altri non volevo sapere niente di niente.

Potevo mai immaginare che in piena mezza età tutti e tre mi piombassero tra capo e collo? Eccoli qua: USA, Canada e Cina, the day of wine and roses. Perché come dice un proverbio che mi ha insegnato la mia collega canadese: “Per quanto tu possa svegliarti presto al mattino, il tuo destino si è alzato un’ora prima di te”.

E dunque, un po’ seccata di dovermici recare, ho fatto una di quelle cose che mai, mai e poi mai faccio: sono partita impreparata. Così impreparata che non ho guardato una mappa, non ho visto il sito dell’albergo, non mi sono informata di metro, ristoranti, cose da vedere. Niente. Il mio collega mi aveva stampato una microguida che non ho guardato. E addirittura mi sono talmente tanto disinteressata del tutto, che pensavo di tornare sabato e invece era di venerdì. Insomma, sono partita che non ero io, abulica e scocciata, con l’idea del freddo come unica preoccupazione. E la sera che siamo arrivati e abbiamo detto facciamoci un giro dell’isolato, il mio unico commento è stato: mamma e che bruttezza, ‘sta città.

Né la sensazione visiva è migliorata al mattino seguente: sette e mezza del mattino ancora notte, alle otto una cappa plumbea, pioggia. Ma siccome il nostro primo impegno era nel tardo pomeriggio, non è che potevamo starcene tutto il giorno in albergo a strafogarci di pancake, sicché armati di cappotto, sciarpa, cappello, guanti, stivali foderati, mutande di lana, maglietta termica e ombrello, siamo usciti.

Alle otto Toronto era vuota. Totalmente vuota. Non un’anima viva. Vuota alle nove, vuota alle dieci. Vuota. Potevo mai immaginare che il fatto di zia Carolina era vero e stavano tutti sottoterra?

E deve essere stata questa vuotezza, unita al bisogno di camminare e camminare per sconfiggere il freddo, che mi ha innamorato, un po’ per volta, fino a farmi arrivare a sera, e poi ai giorni seguenti, totalmente felice, inebriata, appassionata, dandomi allegramente della stupida per essere ricaduta per l’ennesima volta nella trappola della prima impressione.  Perché l’intuito è importante, ma la pazienza lo è di più.  Perché io lo so, lo so sempre che in tutte, tutte le cose, si annida una bellezza, a volte immediata, a volte segreta.

Ma quando ho freddo, fuori e dentro, perdo la pazienza. Con le cose e le persone.

(continua…)

La lunga strada verso casa

novembre 4, 2016

La nostra odissea inizia alle 14.00, quando dal centro di Montréal chiamiamo un taxi che dovrebbe portarci entro mezz’ora al massimo all’aeroporto.
Il nostro volo è previsto alle 17.00.
Non abbiamo pranzato, non abbiamo bevuto, non abbiamo fatto shopping nella città sotterranea.
Ci siamo detti – io e Fabio detto Furio, per evidenti e ovvie ragioni di precisione e puntualità – che avremmo fatto tutto nell’aeroporto di Montreal: mangiare, bere una birra, far pipì e comprare sciroppi d’acero e statuine inuit a profusione.
Corriamo rapidissimi al check in per sbarazzarci del nostro bagaglio ed essere liberi, quando la gentile addetta, in un misto di inglese e italiano, ci informa che non possiamo partire senza l’ESTA, il visto per gli USA. Noi siamo provvisti di un’ETA, che ci è servito per il Canada, del resto a New York siamo solo in transito. Nessuno ci ha detto niente di questo visto.

Ma non c’è niente da fare: veniamo spediti in una stanzetta tristissima per procurarci questa S che fa la differenza tra i due visti, senza la quale non possiamo tornare a casa.
La stanzetta dei visti è degna dei migliori incubi burocratici: alcuni divani marroni dai rivestimenti lisi e strappati in più punti, un unico computer occupato al momento da una famigliola franco-canadese, che pazientemente richiede il visto per ciascun membro.
Il pc è inflessibile: vuole conoscere mail, numero di cellulare e lavoro del bimbetto di cinque anni, e senza queste informazioni non consente di procedere.

I francocanadesi sono ironici e disperati a un tempo. Noi pure.
Ma intanto il tempo passa, noi dobbiamo mangiare, bere, far pipì e comprare souvenir e invece siamo in una situazione kafkiana.
Finalmente tocca a noi.
Digitiamo certosinamente tutti i dati richiesti rispondendo alle domande del pc americano.
No, non abbiamo mai avuto una seconda identità. Non abbiamo commesso frodi o truffe. Non siamo in bancarotta. Abbiamo un datore di lavoro, sissignore, sta a Roma. I nostri genitori, vivi o morti che siano, si chiamano Pinco e Pallino. Per qualunque cosa, questo è il numero di telefono da contattare. E no, non prendiamo farmaci salvavita e neppure siamo stati in Sudan, Libia, Iraq o Yemen dopo il 2011…guagliu’, noi tre ore in transito a New York dobbiamo stare, e che miseria!
Dopo il pagamento di 14 dollari usa sonanti, ci viene chiesto di stampare la ricevuta, ma il pc non ha stampante. Quindi coi cellulari facciamo una foto che esibiremo al momento del bisogno. La schermata dice che la concessione del visto richiederà da 30 minuti a 72 ore. Tra 72 ore noi dovremmo essere già a casa da due giorni. Qualcosa non quadra, a meno che non sia una mera formalità, una farsa per sottrarci i dollaroni.
Torniamo al check in dalla gentilissima signora italocanadese.
La signora si chiama Rosa D. e parlando parlando si scopre che è quasi compaesanella mia: padre di Rocca d’Evandro e mamma di un paesello del casertano mai sentito, una cosa tipo cinquecento o mille abitanti.
Se non fosse che abbiamo perso oltre un’ora e mezza con l’ESTA, ci fermeremmo ad ascoltare la storia di famiglia, ma dobbiamo ancora caricare i bagagli.
A Montreal, siccome sono un po’ boscaioli e self made man, i bagagli te li devi pesare e caricare da solo su un carrello che li inghiotte e li porta via.

Fatta anche questa.
È il momento della dogana.
I passeggeri vengono smistati su due ingressi secondo criteri imperscrutabili: famiglie smembrate, coppie divise, di qua i belli di là i brutti, scapoli contro ammogliati, boh, non si capisce.
Io e Fabio detto Furio non subiamo discriminazioni e passiamo quella che tecnicamente è una pre-frontiera americana in territorio canadese.
Via le scarpe, mani in alto, radiografia del torace per vedere se tieni la bronchite, l’asbestosi o chissà che, forse un’arma di distruzione di massa sotto all’ascella. Non sia mai iddio che tieni un fazzoletto in tasca o la carta di una caramellina, ci sta un negro tanto che urla e ti fa spogliare sano sano. Secondo Fabio è capace di farti togliere pure i tampax, per evitare ogni rischio.
Riusciamo a passare la frontiera senza grandi drammi.
La mia borsa risulta suspicious e viene passata al vaglio di un metaldetector e altro oggetto a me ignoto che però rivela che sono una brava persona.
Mentre ci rimettiamo le scarpe e il maglione ci accorgiamo che l’aereo parte fra dieci minuti e facciamo una corsa folle senza mangiare, senza bere, senza fare pipì e senza comprare i souvenir.
Vabbè, dài, ci rifacciamo a New York, tre ore a JFK, hai voglia ‘e fa’.
Ma a JFK, per prima cosa dobbiamo andare in un altro terminal.
Dopo tutta la sicurezza e i controlli della prefrontiera, ci fanno girare liberamente per strada, come se non fossimo passeggeri in transito. Entriamo e usciamo dall’aeroporto senza alcun divieto.
Ci cerchiamo il banco dell’Alitalia per capire che dobbiamo fare e ci danno due carte di imbarco. Una delle due serve per il precontrollo prima del controllo. Che sembrerebbe un’aggravante burocratica, invece a quanto pare è una cosa che ci fa risparmiare tempo, perché noi siamo passeggeri prioritari, club Ulisse e tutti quei fatti vip là.
Non solo.
Sulla carta di precontrollo di Fabio ci sta scritto TSA, che in codice vuol dire che quando passerà il controllo, ha il diritto di non togliersi le scarpe.
Io invece me le devo togliere.
Protesto, anche perché a Montreal mi sono accorta che dopo i dieci chilometri a piedi della mattina per andare in ufficio e tornare, si è bucato un calzino.
Ma niente da fare, pare che questo TSA non si possa concedere a tutti. E nemmeno si capisce sulla base di quali criteri venga concesso.
Ribatto pacatamente che qua più che il TSA ci vuole un TSO, ma per non continuare la polemica andiamo a fare questo precontrollo, che dura più del controllo stesso.
Dopo altra mezz’ora siamo tutti controllati.
Ci prendono le impronte digitali.
Con i nostri passaporti pieni di visti e le nostre carte di imbarco in mano, che si guardano in lungo e in largo, ci fanno domande a trabocchetto tipo:
Siete in partenza?

Ma stasera dove andate?
A Roma.
E da dove venite?
Da Montréal.
E quanti giorni siete stati?
Due, tre.
Due o tre?
Due notti e tre giorni.
Come ti chiami?
Brunella.
Dopo aver appurato che siamo proprio noi e non altri, ci lasciano liberi.
Sono le 20.00: dobbiamo ancora mangiare, bere, far pipì e comprare i souvenir.
Ma il Terminal 1 è quanto di più triste esista nella storia di tutti gli aeroporti del mondo.
Niente souvenir.
Un po’ di pipì.
Vabbè, non ci resta che mangiare. Dopo una giornata di merda, facciamo gli sboroni e andiamocene a farci fare due coccole nella vip lounge Alitalia!
Ma l’America è un paese democratico, e la VIP Lounge ricorda una situazione cinese da anni ’70.
Un frigorifero gigante offre panini semicongelati e immangiabili. O un’insalata di pomodorini e cuori di palma. O un hummus ai peperoni inqualificabile.
Ci sono dei chocochips con un retrogusto di cartone ammuffito, incoerentemente croccanti grazie all’olio di palma di cui sono composti per l’80%.
Il Primitivo di Manduria si beve nei bicchieri di plastica.
Un’ondata di snobismo antidemocratico ci assale.
Mi sento trattata contemporaneamente come una povera crista che voglia immigrare clandestinamente e una vip scrausa.
Di colpo capisco come si fa a votare Trump e ho paura di me.