Ricordati di sanificare le feste.

maggio 3, 2020

Era iniziato maggio.

Il mese dei fiori, dei frutti turgidi e saporiti, dei tramonti languidi.

Il mese della purezza, dei gigli e delle suppliche a Maria.

Il parroco era inferocito: l’epidemia non dava tregua. Niente messe, niente comunioni, niente matrimoni. Solo funerali con sparuti partecipanti e offerte miserevoli nella cassetta delle elemosine.

La gente aveva fame ed era triste, la solidarietà ridotta a qualche pacco di pasta e coperte per i senza tetto.

La Curia nicchiava e ricordava ai sacerdoti il voto di castità e povertà, si appellava alla vocazione che un giorno aveva mosso i loro cuori e a non disperare dei miracoli, ché qualcosa sarebbe avvenuto a proteggere le loro vite e il loro sostentamento.

Ma erano parole e vane promesse. Mai come in questo momento i preti sapevano che il detto “senza soldi non si cantano messe” era più che mai veritiero, così come era veritiero il suo contrario: senza messe non si contano soldi.

Il Primo Ministro era stato esplicito: fino a che non si fosse avuto un chiaro segnale dell’inversione di rotta dei contagi, era vietata ogni forma di assembramento. Se i fedeli volevano recitare il rosario, lo avrebbero fatto nella solitudine delle loro stanze, tutt’al più erano ammesse videopreghiere per non smarrire il senso della comunità.

E i pretini giovani si erano immediatamente attrezzati con i social, avevano bombardato le famiglie fin dalla domenica delle Palme con mail piene di iban e benedizioni, organizzato consegne a domicilio di acqua benedetta conservata finanche in vecchi vasetti di confetture recanti ancora le etichette, videoconsacrato avanzi di pasta madre ormai rinsecchita nelle cucine delle famiglie costrette ancora alla quarantena, ricordando che il gesto e il simbolo erano più importanti di qualunque sostanza e che la transustanziazione non era un fenomeno da affidare alla scienza bensì alla fede.

Ma don Giacomo non era un prete moderno e in cuor suo coltivava un misto di disprezzo e invidia per i confratelli capaci di adeguarsi alle bizzarrìe del secolo.

Invidiava il Cardinale napoletano, capace di far compiere il miracolo anche nel pieno del delirio e assicurarsi offerte copiose da un popolo che anche in mezzo alla disgrazia non dimenticava i buoni fondamenti della salvezza: san Gennaro, il caffè sospeso e Maradona.

Poi, nella notte del tre maggio, lei gli venne in sogno.

Proprio lei, la Vergine.

Avvolta nel suo manto azzurro trapuntato di stelle gli sussurrò poche parole, e don Giacomo si svegliò euforico, in preda a una resurrezione inattesa e pronto ai preparativi del Quattro Maggio.

T, aveva detto la Vergine. Non guardare la T.

Don Giacomo sentiva uno slancio antico. Per tutta la mattina rimuginò le parole misteriose di Maria, chiedendosi se la T cui si riferisse fosse il Tau, il sigillo degli eletti, la profezia dell’ultimo giorno, la forza salvatrice e la beatitudine.

Recuperò dalla sua biblioteca polverosa antichi testi di teologia sui quali aveva studiato, da giovane, il diritto ecclesiastico e i processi di canonizzazione, ritrovò le prime omelie scritte agli albori della carriera, quando ogni messa era a un tempo la conferma della propria fede e la necessità di guidare un territorio e nella prima lettera ai Corinzi 6,11 vide la chiave di svolta del suo destino: “E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio”.

Era il passo che parlava della conversione.

E di colpo ebbe l’illuminazione.

Rilesse il passo più e più volte, adattandolo alla voce profonda: siete stati lavati, siete stati sanificati.

Ecco: sanificati, non santificati.

Era questo che voleva suggerirgli la Vergine.

Restò alla scrivania tutto il giorno per comporre l’omelia della salvezza, per ricordare che non nasciamo santi ma ci santifichiamo, e riadattare tutto il sermone eliminando le t.

Il tre di maggio, la domenica che precedeva l’inizio della nuova Fase, fece suonare a distesa la campane, poi salì all’altare e accese il megafono, quello che usava d’estate per le celebrazioni all’aperto e si rivolse al quartiere, alle sue pecorelle in cerca di un pastore.

Parlò a lungo, don Giacomo, omettendo tutte le t.

Si rivolse al Sanissimo Sacramento, alla Sana Sede, al Cuore Sano di Gesù, alla necessità di sanificare le feste, ricordò la festa di Oggnissani, intonò le prime strofe di Sano sano sano il Signore Dio dell’Universo, recitò un Padrenostro per sanificare il suo nome e ricordò che non è sufficiente solo sanificare la domenica, ma occorre sanificare tutta la settimana, ogni gesto e il proprio lavoro.

E a conclusione del poderoso sermone invitò i fedeli tutti a recarsi in sacrestia, uno per volta, per ricevere una boccetta dello Spirito Divino, da usare puro a 95% o miscelato con l’Amuchina Benedetta.

Solo per oggi, alla Parrocchia del Sano Spirito e solo per i più fedeli e generosi tra voi.

Era maggio, il mese dei gigli e delle rose, della preghiera e del pentimento, delle offerte e della sanificazione di massa.

L'impagliatore. Un omaggio a Jeunet e Caro.

marzo 21, 2020

Mio padre amava insegnare.

Non gli insegnamenti accademici, teorici. Del resto non ne aveva neppure i mezzi intellettuali.

A lui piaceva trasmetterci il suo sapere manuale, fatto di cura del dettaglio e di sensibilità nelle dita.

Sono cose che non si possono spiegare, ci diceva. E allora ci guidava nelle studiate pose delle mani e delle braccia, ci accompagnava nei gesti per imparare a discernere col tatto le diverse sensbilità.

Nostro padre era un falegname. Ma soprattutto un impagliatore: sedie, divani, poltrone e poltroncine, Vienna, rafia, corde naturali.

Cesti, vimini, giunchi, paglia.

E poi legno, lacche, cere, chiodi, intarsi: era capace di restituire nuova vita a qualunque oggetto malandato gli fosse recapitato.

All’inizio sembrava non conferire loro importanza, li lasciava accatastati in un deposito per alcuni giorni. E nel frattempo elaborava il modo esatto di trattarli e la migliore soluzione possibile per soddisfare i clienti.

Potevamo assistere solo ad alcune fasi del suo lavoro, quelle preparatorie.

Allora ci consentiva di conoscere i materiali, di maneggiare i suoi attrezzi: con questo – diceva mostrandoci un cordoncino – si fa l’impagliatura a spicchi; con quest’altro – mostrandoci un cordoncino che a noi pareva assolutamente uguale al precedente – si lavora l’impagliatura a scacchi.

E per farci sparire dallo sguardo quella perplessità ci dava da toccare i due segmenti di cordina, mostrandoci come fosse delicato e facile a spezzarsi, l’uno, e resistente l’altro.

La cosa che ci piaceva di più, a me e mio fratello, era guardare attraverso le trame dei tessuti di giunco. Alcuni erano serratissimi, altri più laschi: il mondo veniva frammentato in piccolissime parti.

Come i pixel, dicevamo a nostro padre.

Ma mio padre non capiva cosa fossero i pixel. Annuiva e ci diceva: adesso rientrate e andate a studiare, ché questo lavoro mio non vi servirà più a molto, oggi è tutto cinese, tutto usa e getta.

Era uno dei pochi impagliatori rimasti in città. Non aveva un grande clientela, ma quei pochi pagavano bene per un lavoro artigianale ormai difficile da trovare e per la rimessa in sesto di mobilio di un certo valore, spesso più affettivo che materiale.

Quando inizio la malattia, quella che gli adulti chiamavano il Contagio, i clienti iniziarono a diminuire, poi a scemare quasi del tutto.

Papà diceva che era solo un momento passeggero, che le cose si sarebbero risistemate presto.

Prese a vivere in famiglia con noi i suoi genitori, piuttosto anziani, e per un certo periodo in casa regnò una specie di felicità: noi non andavamo a scuola, la mamma sfornava torte in abbondanza e con i nonni giocavamo a carte nel pomeriggio.

Giocavamo a soldi, e un po imbrogliavamo, io e mio fratello, facendoci dei segni con gli occhi e con le dita perché i nonni ci vedevano poco.

Alla sera mio padre spegneva la televisione. Diceva che i telegiornali portavano male e che se avessimo fatto in modo da ignorare il Contagio, sarebbe sparito prima. Inutilmente protestavamo, ma la regola era chiara: andare a letto presto, svegliarci presto, aiutare la mamma nelle faccende, farci aiutare da lei nei dettati e nei riassunti, pranzare, cenare, talvolta la merenda.

Potevamo ancora andare di tanto in tanto nel laboratorio di nostro padre, dove si erano ammassate decine di sedie e piccolo mobilio che i padroni non erano mai più passati a ritirare.

Ma mio padre non aveva mai smesso di lavorare: adesso che aveva più tempo e non era pressato dalle scadenze, si cimentava in esperimenti e tecniche nuove. Aveva un grosso libro dalla copertina rossa, di cartone rigido e malandato, un libro polveroso che puzzava di colla e muffa, dal quale riprendeva consigli e suggerimenti. Era il suo modo di rispondere al Contagio: tenersi impegnato, esercitare le dita dalle nocche grosse in modo da non farsi trovare impreparato dagli eventi.

Quando sarebbe finita la malattia, sarebbe rimasto il più bravo impagliatore di sempre.

Poi il nonno cominciò a tossire.

La sera sputava sangue in un fazzoletto e lo gettava di nascosto.

La nonna gli massaggiava la schiena e ripeteva il rosario.

Dopo quattro giorni di tosse convulsa morì nel suo letto. Lo trovammo al mattino con gli occhi sbarrati verso il cielo.

La nonna glieli chiuse e non versò una sola lacrima. Solo gli sussurrò: aspettami, ti raggiungo presto.

Nell’impossibilità di un funerale e di degna sepoltura, mio padre prese il corpo e lo portò al laboratorio, in mezzo alle paglie e ai mobili. Si disse che lo avrebbe lasciato lì un giorno intero, mentre il cervello si muoveva da solo, pensando a come sistemare la faccenda.

Passata una giornata, si chiuse nel laboratorio e chiese a tutti noi di non entrare e non essere disturbato per nessuna cosa al mondo.

Armeggiò intorno al cadavere del nonno un giorno e una notte. Poi ne uscì, con un senso di vittoria, gli occhi cerchiati e la barba di due giorni che gli copriva il mento e le guance: il nonno era pronto.

Lo riportò in casa e lo mise a sedere sulla poltrona solita, con la vestaglia e gli occhiali riparati con il nastro adesivo.

La nonna gli sorrise e gli disse bentornato, mamma si asciugò una lacrima e noi scoppiammo a ridere, ma per pochissimo.

Dopo una settimana fu la volta della nonna.

Ci disse a cena che si sentiva un’oppressione al petto. E non aveva finito di dirlo che si accasciò col volto nel piatto della minestra, facendola schizzare ovunque.

Nostro padre la prese – era piccola e leggera la nonna – e la portò in laboratorio.

Questa volta impiegò molto meno e nel giro di una giornata la riportò a sedere in soggiorno, con le sue pantofole rivestite di pelo e lo scialletto sulle spalle.

Mamma sorrise a entrambi i suoceri e disse bentornati.

Noi non ridemmo, e neppure salutammo.

Che ci sta per cena?, chiedemmo.

Polpette, disse mio padre.

E per quella settimana fu tutto.

Mangiammo polpette, moltissime polpette, ne andavamo pazzi e mai ne avevamo avute così in abbondanza. Avevano un sapore dolciastro di fegato ma erano saporite, la mamma le aveva condite con tante spezie e fritte.

Mangiavamo polpette, i nonni ci facevano una compagnia silenziosa ed eravamo contenti.

Dopo qualche giorno sentimmo piangere dal piano di sopra.

Abitava una coppia di sposi senza figli: a volte nel pomeriggio salivamo da loro a giocare, ma questo succedeva prima del Contagio. Poi non ci eravamo andati più.

Mia madre capì immediatamente cos’era accaduto, prese un vassoio di polpette e sfidando tutte le norme di contenimento e prevenzione si precipitò dalla vicina per consolarla.

Era rimasta sola, e il dolore consuma, bisogna nutrirsi.

Restò a casa loro per una mezz’ora. Poi tornò giù, si lavò a lungo le mani e disse qualcosa a mio padre. Per la vicina andava bene: di questi tempi era difficile procurarsi del denaro, e da quando le fabbriche erano state chiuse e le consegne vietate, era un problema anche avere sempre cibo fresco.

La vicina era da sola e l’accordo era semplice: avrebbe riavuto un marito in casa e una razione abbondante di polpette e spezzatino. Tutto il resto sarebbe andato ai miei genitori come compenso per il lavoro.

La mamma ogni tanto piangeva, ma la cucina la teneva impegnata.

Oltre le polpette adesso faceva anche il brodo, degli stracotti a puntino, e dal laboratorio mio padre era tornato con dei barattoli che sembravano contenere farina.

Al sabato ci cucinò una pizza.

Era diversa da quella che mangiavamo di solito, prima del Contagio: un po’ più cotta e croccante sotto i denti. Ma forse era la nostra memoria ad essere cambiata nei mesi.

La voce si sparse in fretta, in tutto il condominio, e mio padre lavorava come non aveva mai lavorato prima.

Il laboratorio era nel seminterrato del palazzo, e in alcune ore le pareti tremavano per il costante impiego delle seghe, e si sentiva il battere del martello sui piani di lavoro.

Nel pomeriggio mentre mamma preparava la cena, noi studiavamo con lei con i libri aperti sul tavolo della cucina: avevamo imparato le divisioni a tre cifre e il futuro anteriore.

Era difficile il futuro anteriore.

Mamma ci spiegava che serviva a indicare fatti già accaduti, ma che si trovano nell’avvenire.

Ma se erano già accaduti come facevano a stare nel futuro?

Allora mamma ci faceva degli esempi: domani, a quest’ora, se tutto andrà bene, papà sarà tornato con la cena.

E se non andrà bene?, chiedeva mio fratello.

Allora mamma ci accarezzava i capelli e diceva: andrà bene, ve lo assicuro, è solo un esempio.

Il Contagio finì nel mese di giugno.

Lo annunciarono i giornali, la televisione, le volanti della polizia.

Ci invitarono a uscire, riaprirono i supermercati, le banche. Le scuole no, avrebbero riaperto a ottobre.

Per strada regalavano della frutta.

Mamma prese delle mele, le strofinò sul grembiule e ce le porse: adesso basta polpette, disse. Bisogna ricominciare a mangiare frutta e verdura, che fanno bene.

In tutte le case del quartiere c’era almeno un’opera di mio padre, sarebbe stata una buona pubblicità per il futuro, gli disse mamma per rincuorarlo.

Quando il Contagio sarà finito, allora papà sarà ricco e andremo al mare, disse allora mio fratello, per mostrare di aver finalmente imparato il futuro anteriore.

Il Contagio è finito, disse mamma.

Ma per oggi andiamo solo a fare una passeggiata.

Dio non gioca a dadi con l’Universo.

marzo 17, 2020

Alle due del pomeriggio il Direttore Generale decise di prendere in mano la situazione: del resto l’azienda era sua, è vero che aveva impiegato solo sei giorni per metterla a punto, ma adesso toccava impegnarsi per le manutenzioni e la gestione ordinaria e straordinaria del Creato.

Muovendosi con velocità e leggerezza tra i vari schermi che popolavano la sua scrivania e gli consentivano di seguire in tempo reale tutto quello che si svolgeva nel mondo, convocò una conference call con il personale.

Non tutto insieme, ovviamente.

Cominciò con le Madonne, che gestivano linee di produzione fondamentali nei momenti di emergenza, funzioni di intercessione, fidelizzazione e customer care.

– Belle signore, esordì dal microfono, vogliamo fare un po’ il punto della situazione su quanto sta accadendo? Maria di Lourdes, è vero che vuoi lavorare in smartworking e chiudere temporaneamente il sito ai credenti?

– Sì, Signore, rispose Maria a nome di tutte, con un fare a metà tra l’intimidito e il determinato, lo faccio prevalentemente a tutela dell’Azienda: non possiamo garantire né la giusta distanza di sicurezza, né il livello atteso di quantità e qualità dei miracoli. Noi Madonne stiamo sostenendo con grande impegno e deontologia la crisi e l’emergenza, gestiamo un numero elevatissimo di suppliche e preghiere, veniamo invitate a prendere parte a messe in streaming, rosari individuali e collettivi, benedizioni. Con le nostre collaboratrici, consorelle di tutti gli ordini previsti dal CdA, stiamo operando praticamente negli ospedali, nelle Misericordie, negli orfanatrofi, nei centri per anziani, nelle missioni all’estero e in decine di altri luoghi. Le suore sono stremate e chiedono di poter chiudere almeno i luoghi di culto e farci sospendere temporaneamente i miracoli per dedicarsi alla gestione ordinaria, che non è cosa da poco.

– E’ così, sostennero dal canto loro anche la Madonna di Loreto, la Vergine nera di Tindari e quella di Fatima, che pure avevano in gestione importanti filiali dell’azienda, è il caso di ripensare un momento la mission aziendale e offrire un servizio uniforme a tutta la clientela fedele.

Il Signore scosse la testa, una simile rivoluzione non gli era mai capitata.

C’erano stati altri momenti difficili, a sua memoria, ma allora le rivendicazioni erano state diverse: Madonne che avevano chiesto di piangere, sanguinare, di essere riconosciute nella loro pietà miracolosa. Adesso era l’inverso: sembrava quasi che si volessero sottrarre ai loro compiti, e il ragionamento – questo lo sapeva da sempre – non era nelle corde del suo personale in organico.

Forse avevano ragione, forse le circostanze richiedevano un ripensamento e una diversa gestione delle procedure.

– E sentite, chiese allora, come per condividere l’idea che stava maturando, se vi facessi supportare in modo più strutturato dalle Sante, potrebbe andare meglio? Una divisione dei carichi di lavoro faciliterebbe l’operatività garantendo l’efficacia dell’intervento, non credete?

Le Madonne fecero spallucce e tacquero.

Poi la Madonna di Czestochowa, un donnone dalle spalle grosse che nella vita aveva visto di tutto, parlò con il forte accento slavo per dire quello che le altre avevano pudore a manifestare: Signore, le Sante sono iperspecializzate e non possono assolvere a tutte le funzioni. Per di pù l’iperspecializzazione le rende litigiose e poco inclini alla mediazione. Andrebbero formate con un apposito training per l’allargamento delle competenze e la risoluzione dei conflitti, ma non abbiamo il tempo necessario.

Senza contare – fece eco prendendo coraggio la Madonna di Montserrat – che le Sante sono legate da accordi contrattuali differenti e che non sarà facile ottenerne la piena disponibilità prima che il loro sindacato abbia rinegoziato condizioni favorevoli per tutta la categoria, come l’attribuzione di un luogo di culto dedicato e ristrutturato a ciascuna di esse, il riconoscimento delle ore di straordinario lavorate e l’indennità per i miracoli compiuti oltre la sfera di competenza tecnica.

– Un bel problema, borbottò ad alta voce il Signore, che aveva pensato ingenuamente di risolvere facilmente la questione, in velocità, per poi tornare alla sua occupazione preferita: la messa a punto di virus velocissimi e dalle prestazioni innovative, capaci di riprodursi con dinamiche alternative e senza tutte le complicazioni che gli avevano dato gli esseri umani.

Tutto preso dalla Creazione e dalla questione della costola, all’epoca si era concentrato in modo quasi ossessivo sull’Uomo e la Donna, pensando che potessero essere il prodotto di punta dell’azienda. Ma col senno di poi, alla luce degli effetti collaterali della sua invenzione, e sentite le rappresentanze di categoria degli altri esseri viventi – animali, piante e finanche i minerali – avrebbe voluto con piacere dismettere la produzione dei modelli umani per concentrarsi su queste microcreaturine multicolori e vivaci, estremamente resistenti e di poche pretese, incapaci di inquinare le falde acquifere, gli spazi aerei e tutto quello che aveva messo a disposizione del genere umano, animale e vegetale.

– Da quando gli è presa questa fissazione dei virus, è impossibile parlarci, si sfogò una delle Madonne con la sua collega d’oltralpe. Sembra uno di quei bambini che gioca alle macchinine e non vuol essere interrotto nemmeno per la cena.

– Ma perché, non ti ricordi quando gli era presa la fissa dei rettili e della muta? Non ti ricordi tutto lo studio dei colori e dei tempi, il paragone con i divani sfoderabili? Davvero non ti ricordi?

– E’ vero, intervenne un’altra, ha sempre fatto così, anche da giovane. Tutti quegli stagisti – i martiri, ve li ricordate? – che coinvolgeva nei corsi di formazione sullo spirito aziendale. Anni e anni a formare martiri, per poi passare a un’altra mania. Vedrete che farà così anche con i virus: tra poco gli verranno a noia e deciderà di concentrarsi su altri progetti e linee produttive.

– Ma vi ricordate quando aveva creato i cinesi e continuava a produrli perché la macchina era moderna e velocissima e ne sfornava in quantità industriali?

– Sì, e quando si è sbagliato e ha inventato le zanzare? Non ha mai voluto ammettere che si trattasse di un errore di produzione. Senza parlare di quel breve periodo del gioco d’azzardo, tutto gratta e vinci e giocare a dadi con l’Universo.

– Vabbè, ragazze, ormai si è capito che ce la dobbiamo spicciare da sole. Che pensiamo di fare? Tra un po’ viene anche Pasqua e dobbiamo essere pronte alla liturgia. Come pensa che possiamo fare tutto da sole?

– Io mi metto in smartworking.

– Anche io.

– Io pure.

– Vi va se mettiamo su una Radio e la chiamiamo Radio Maria?

– Dài sì, è fighissimo.

– Signore, abbiamo un’idea: seguiamo i fedeli da una radio, così possiamo badare a tutti e con un solo broadcasting assolviamo a tutte le funzioni di preghiera e conforto.

Il Signore alzò la testa dai suoi modellini.

Qualcuno gli era rimasto impigliato nella barba: saltellavano come piccoli folletti, divertendosi da morire a rincorrersi tra i peli e la tunica bianca.

– E per i miracoli come farete?

– Faremo i turni, non si preoccupi. L’azienda non deve perdere il suo buon nome. Siamo stanche ma siamo anche responsabili.

– Va bene, ma attenzione: ricordatevi che se al monitoraggio dei miracoli scopro che ci sono problemi di qualsiasi genere, passo la funzione al reparto Parroci.

– Non si preoccupi, capo, ci organizziamo. Ma se invece di occuparsi dei virus si concentrasse su qualcosa di nuovo? L’upgrading del genere umano, per esempio. Si ricorda di quel vecchio progetto per sviluppare l’empatia e la fiducia?

Il vecchio sorrise.

– Sì, mi ricordo. Ero giovane ed ero un visionario. Un inguaribile ottimista. Però magari se qualcuna mi recupera il fascicolo e ne fa una scheda tecnica, possiamo provare a tirarne fuori qualcosa di buono. Non disturbatemi per i prossimi duecento anni, a meno che non si tratti di casi urgenti. Buon lavoro.

Il Paziente 42 (Scherzo. Un omaggio a Douglas Adams)

marzo 5, 2020

“Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?”

“Ho controllato molto approfonditamente,” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.”

(Douglas Adams, Guida galattica per autostoppisti)

Nel cuore della notte – era una notte buia e tempestosa, come già altri prima e meglio di me hanno scritto – il paziente 42 si issò a sedere al centro del letto e suonò al campanello dell’infermeria per raccontare di un’illuminazione improvvisa ricevuta forse grazie a un sogno.

Il personale sanitario, opportunamente protetto da mascherine, paraocchi e tutto quanto era stato disposto dal Ministero della Salute, credette inizialmente che si trattasse di un aggravamento delle condizioni respiratorie, ma immediatamente si ricrebbe e rubricò il nuovo sintomo alla voce “allucinazioni e deliri”, finora mai manifestatisi come effetti del male.

Solo che il paziente 42 non era in preda al delirio. Sembrava stare bene, respirava naturalmente e non aveva febbre.

Era lucidissimo nell’esposizione e faceva appello alle sue conoscenze matematiche e scientifiche che, pur essendo limitate alla frequentazione di un liceo scientifico molti anni addietro, peraltro con voto di maturità che a stento aveva sfiorato i cinquanta sessantesimi – colpa della pessima traduzione di latino su un testo di Svetonio criptico e involuto – erano sufficienti a ricostruire una formula che tentò inutilmente di rendere comprensibile ai medici. Poi, resosi conto della difficoltà di spiegare, chiese che fosse convocato un matematico al suo capezzale, per fornirgli indicazioni.

Contemporaneamente, in tutto il mondo – da qualche parte era giorno, da qualche altra parte albeggiava o era già notte –  tutti i pazienti 42 di ciascuna nazione ricevettero la stessa illuminazione e chiesero carta e penna, dittafoni, possibilità di incontrare matematici cui spiegare il senso di quanto appreso in circostanze assolutamente misteriose, provocando stupore e perplessità nel personale medico e una rapida necessità di un coordinamento globale del fenomeno da parte dell’Ente Supremo della Salute, che monitorava i nuovi sviluppi dell’epidemia globale.

Trascorse le prime ventiquattr’ore fu evidente che il fenomeno si andava stabilizzando ma che si era diffuso in modo rapidissimo e capillare ovunque ci fosse un paziente 42; restavano esclusi quei paesi che al momento annoveravano complessivamente meno di quaranta casi di contagio, ma per i quali, ragionando in modo analogico, si immaginava che arrivati al quarantatreesimo caso, il paziente 42 avrebbe fatto la sua rivelazione.

Immediatamente venne convocato un team composto da matematici e statistici, per analizzare la serie numerica che – uguale nel mondo – veniva proposta dai pazienti 42 e che, opportunamente compresa, avrebbe forse fornito la previsione degli sviluppi del male.

Il team, riunito virtualmente dai quattro angoli del mondo e composto da indiani, belgi, cinesi, portoghesi, greci, sudafricani, russi e altre innumerevoli nazionalità, si accinse febbrilmente a studiare la sequenza unica che veniva proposta, riscontrando qua e là somiglianze con serie già studiate, rispetto alle quali si introducevano variazioni difficili da dedurre. Era tutto un lanciarsi, da uno schermo all’altro, proposte interpretative sulla base della funzione eta di Dirichlet ma rivalutata alla luce della serie di Fourier e in ogni caso non senza considerare il teorema di Lagrange o la distribuzione di Poisson (che alcuni giornalisti erroneamente interpretarono come un segnale di pausa pranzo, abbandonando troppo presto il collegamento, mentre altri, per cattiva traduzione, evocarono il miracolo dei pani e dei pesci scadendo poi su una deriva nazional popolare di ricorso alle preghiera, storie supermercati saccheggiati e necessità proteine nobili per rafforzare il sistema immunitario).

Ormai, invece dei bollettini sanitari, sulla stampa internazionale e nel web si susseguivano stringhe alfanumeriche che per i più erano senza senso e che ammutolirono gli opinionisti normalmente dediti al chiacchiericcio da social, soliti improvvisarsi di volta in volta avvocati, commercialisti, direttori sportivi, tecnici del suono, poeti suburbani, virologi di quartiere, politici lungimiranti, filosofi postcapitalisti e qualunque altra cosa dettata dal bisogno di certezza del momento.

Il mondo veniva di colpo convertito in incomprensibilità, sequenza di numeri e lettere greche, seni, coseni, integrali, derivate, assi cartesiani, monomi, binomi, trinomi e polinomi, con ampia combinazione di tutti gli elementi, sì da generare espressioni ambigue come “seni integrali e iperbolici”, “unità immaginarie e variabili aleatorie”, “calcoli umbrali e solari” e “rappresentazioni spettrali dei segnali”.

Tutte espressioni che autorizzarono i giornalisti a interpretare liberamente le informazioni scientifiche per trarne presagi di varia natura, mentre i matematici si dibattevano nella soluzione inafferrabile del mistero dei pazienti 42 e i contagi aumentavano a dismisura.

Poi improvvisamente un analista israeliano, che in passato si era distinto per una pubblicazione in cui correlava concetti di matematica moderna a prescrizioni cabalistiche, ebbe una seconda poderosa intuizione: nell’analisi della combinazione alfanumerica proposta dai pazienti 42 occorreva inserire i pazienti stessi, sulla base di alcune considerazioni.

Innanzitutto, che il numero 42 è il terzo momento della funzione zeta di Riemann, assunto al quale nessuno ebbe il coraggio di opporsi. In second’ordine, che il numero 42, in quanto numero poligonale, avrebbe potuto fornire informazioni sulla figura geometrica derivabile dalla congiunzione di tutti i pazienti 42 nel mondo e delle sue proprietà.

Infine – e qui l’incredibile contributo dello studioso di Tel Aviv – il fatto che i pazienti 42 avessero tutti un’età compresa da il 42 e il suo doppio, con intervalli pari e che nessuno tra i pazienti avesse un’età rappresentata da un numero dispari.

Qualcuno obiettò che si trattava di una valutazione fallace, in quanto valida solo per l’anno in corso, mentre nell’anno successivo avrebbero avuto tutti un’età dispari, ma l’israeliano non volle sentire ragioni e chiese che i pazienti 42 fossero parte della sequenza da studiare, seppur con le idee ancora un po’ confuse.

In questo venne supportato dal collega indiano, che riconobbe nel 42 un numero Harshad – che in sanscrito significa grande gioia – e dunque presago di meravigliosi e felici sviluppi.

Nel frattempo aumentavano i pazienti 42 nel mondo, come previsto.

Adesso c’erano pazienti 42 in posti incredibili, come Tonga e Vanuatu, o Gibilterra, o la Guyana britannica, e tutti d’improvviso pronunciavano la stessa formula, con analoga modalità dei predecessori e senza possibilità di venire a capo della soluzione del duplice mistero: il significato di quei numeri e quelle lettere in sé e il come avvenisse questo improvviso risveglio.

Poi una nuova intuizione provenne dal Vaticano e dagli studiosi dell’Apocalisse. Quel brano in cui si nomina l’Impero che regna sulla Terra per 42 mesi, questa era la soluzione del mistero, e con essa la necessità di pentirsi e convertire quanta più gente possibile per evitare la fine del mondo.

Immediatamente gli economisti ne derivarono la possibilità di una crisi della durata di 42 mesi e l’Organismo per la Suprema Cooperazione economica tagliò le stime di crescita, portandole allo 0,042%.

Ma i cinesi e l’Asia tutta si ribellarono tanto al Vaticano quanto all’economia occidentale ed opposero ai loro ragionamenti e dichiarazioni il Libro 42 del Tao Te Ching, riportando questi passaggi fondamentali:

Il Tao genera l’uno.

L’uno produce il due.

Dal due nasce il tre.

E il tre dà vita a tutte le cose.

(…)

Gli uomini comuni odiano soprattutto essere piccoli, incapaci e immeritevoli.

Tuttavia è in questo modo che gli uomini superiori descrivono se stessi.

Guadagnare è perdere;

perdere è guadagnare.

Passaggio che la stampa internazionale tradusse immediatamente come un riposizionamento di Pechino ai vertici dell’economia globale, unitamente alla minaccia di nuovi contagi che sarebbero stati in grado di provocare a loro piacimento, partendo dall’agente Tao – forse sfuggito a un laboratorio di ricerca internazionale – e in grado di riprodursi a velocità supersonica.

I letterati e la massoneria rivendicarono allora lo studio di Alice nel Paese delle meraviglie, convinti che la soluzione, alla sequenza numerica e alla pandemia, fosse nel Libro di Carroll, in cui il numero 42 compariva più e più volte, gli egittologi e la magistratura presero la parola ricordando che 42 era il numero dei giudici che nell’aldilà ponevano le domande ai defunti per conoscere e sancire le loro mancanze e decidere il destino eterno e infine gli sportivi replicarono che 42 erano i chilometri della maratona e che lo sport preveniva le malattie, la chiave era lì.

Intanto che il dibattito cresceva tutti però si disinteressavano delle condizioni cliniche dei pazienti 42, lasciati ormai a loro stessi e alle elucubrazioni degli studiosi.

Come stavano davvero i pazienti 42 di tutto il mondo? Bene? Male? In terapia intensiva? Prossimi alla guarigione?

Erano incredibilmente guariti tutti, nel momento esatto in cui avevano comunicato la sequenza numerica. Ma come era possibile?, si chiedevano i virologi. E che nesso c’era con il numero 42?

La risposta venne da Napoli, allorquando il paziente partenopeo 42, ricoverato da giorni nel Centro per le malattie infettive in stato di grande prostrazione psicofisica, si mise improvvisamente a sedere al centro del letto, alle otto di mattina, e chiese, come ormai era già avvenuto ovunque nel mondo, carta, penna, registratori, presenza di infermieri, barellieri, scienziati e tutto quanto potesse essere utile alla risoluzione dell’enigma matematico che, alla stregua degli altri, propose agli astanti.

Un portantino sussurrò: sta ‘bbuono, è guarito.

Tutti gli sguardi si posarono sull’uomo prossimo alla sessantina, piccolo di statura e dal volto rugoso.

– Che avete detto?

– E’ guarito, sta ‘bbuono, nun tène niente ‘cchiu.

– Scusate, ma voi che ne sapete, siete medico?

– E nun ce vo ‘o miédeco pe’ capi’ stu fatto. Si vo’ ‘o ccafé, sta ‘bbuono. Purtatele pure ‘nu bicchiere d’acqua e ‘na sfugliatella.

Il paziente 42 bevve e mangiò di gusto. Poi sorrise e ringraziò il portantino di aver subito compreso il desiderio.

Sottoposto ai test, risultò immediatamente guarito.

La comunità scientifica e il mondo della cultura annichilirono.

Il portantino fu convocato ai vertici delle maggiori istituzioni nazionali, sovranazionali e internazionali, le interviste pronte a essere tradotte in 33 lingue e 217 dialetti.

– Come ha fatto a capire che la formula enunciata dal paziente 42 fosse la formula chimica del caffè?

Il portantino scosse il capo come a non aver compreso bene la domanda.

-In che senso?, chiese. Che formula?

– La formula pronunciata dal paziente al suo risveglio, la stessa già usata nel resto del mondo da tutti i pazienti 42.

Il portantino capì ancora meno.

– Ricominciamo, signor Gennaro. Quando lei è stato chiamato al cospetto del paziente 42 napoletano,  ha subito capito che il paziente voleva un caffè. Da cosa lo ha capito?

– Ha farfugliato una cosa incomprensibile. Però con il dito indicava il numero del letto, 42. Nella smorfia napoletana è il numero del caffè. 42, ‘o ccafè. E poi lo diceva pure la buonanima di Eduardo: Quando io morirò, tu portami il caffè, e vedrai che io resuscito come Lazzaro.

Intanto, all’altro capo del mondo, un ennesimo paziente apriva gli occhi e si stiracchiava nel suo letto di ospedale. Poi ripeteva più volte una formula incomprensibile, indicando il numero del letto. 42, ‘o ccafè.

Ed era guarito, lo confermavano le analisi.

Per mesi la scienza continuò a interrogarsi sul mistero dei pazienti 42, che si svegliavano ripetendo a memoria la formula chimica del caffè e soprattutto su come fosse possibile che tutti i pazienti 42, dal Nepal alla Papuasia, dalla Spagna alla California, sapessero che nella smorfia napoletana il 42 fosse proprio il numero del caffè.

Poi l’epidemia lentamente cominciò a regredire, la vita a fluire nella sua normalità, e tutti si dimenticarono dello strano caso del paziente 42.

Tutto quel che avreste voluto sapere sul coronavirus e non avete mai osato chiedere.

febbraio 3, 2020

Finalmente attivo il numero verde del Ministero della Salute per tranquillizzare i cittadini e rispondere ai loro quesiti sul coronavirus.

L’elenco delle FAQ smaschera le fake news e consente di appurare una volta per tutte la verità sul virus che arriva dalla Cina

Di seguito un elenco parziale delle domande pervenute e delle risposte a cura dell’ISS, Istituto Superiore della Sanità e gli utili consigli per difendersi dal contagio. Leggile con attenzione prima di rivolgerti al numero verde.

Domanda: La moglie di mio cugino, nata in Italia da genitori cinesi, ma non è mai stata nella sua Terra di origine. Attualmente è al terzo mese di gravidanza. E’ possibile che possa essere portatrice genetica del virus e trasmetterlo al feto? Esiste un esame del sangue che possa appurarlo?

Risposta: Non è assolutamente possibile che un virus si trasmetta per via genetica. Per sicurezza, comunque, è sempre bene lavarsi le mani, prima e dopo la gravidanza.

Domanda: Mi hanno detto che i virus del pc hanno la possibilità di diffondersi dalla macchina all’uomo attraverso la tastiera e gli altoparlanti. Se uso guanti in silicone e mascherina sono al sicuro o il coronavirus può trasmettersi attraverso cavi e wifi?

Risposta: Non è assolutamente possibile che il virus si trasmetta dalla macchina all’uomo, pertanto non sono necessari guanti e mascherina. L’importante è lavarsi accuratamente le mani prima e dopo aver usato la strumentazione, soprattutto prima in caso di dita unte o sporche di marmellata.

Domanda: Ho studiato in Cina dal  1987 al 1989 con una borsa di studio e da allora non sono più tornata a Pechino. Durante il mio dottorato ho avuto una volta l’influenza con febbre a 37,5 e congiuntivite. E’ possibile che il virus mi si sia annidato nelle cellule e che risponda oggi alla mutazione genetica in atto? Attualmente ho un po’ di tosse e sono preoccupata.

Risposta: Non abbiamo precedenti scientifici in tal senso. Non è tuttavia da escludere, in via teorica, la possibilità di una mutazione genetica del virus che eluderebbe precedenti immunizzazioni specie in chi non ha rispettato una corretta igiene quotidiana lavandosi le mani frequentemente.

Domanda: A furia di lavarmi le mani sono comparsi dei piccoli taglietti sulla pelle. Il medico dice che si tratta di dermatite da contatto. E’ possibile che il virus si introduca attraverso queste ferite e si diffonda nell’organismo attraverso il sangue?

Risposta: Al momento non risultano casi di contagio in Italia prodotti da casistiche analoghe. Per precauzione continui a lavarsi le mani.

Domanda: Ai fini del contagio è’ più pericoloso il pollo alle mandorle o l’involtino primavera?

Risposta: Nessuno dei due, se il cuoco ha lavato le mani prima di iniziare la preparazione e se il cliente abbia fatto lo stesso prima di sedersi a tavola.

Domanda: Posso continuare ad acquistare oggetti di uso domestico nei negozi cinesi o c’è il rischio di contagio?

Risposta: Non esiste contagio da oggetti (libri, detersivi, casalinghi). Tuttavia se il proprietario del negozio è portatore di virus e abbia starnutito sulla confezione, è probabile che le microgoccioline possano essere inavvertitamente inalate. Acquisti preventivamente delle mascherine, in farmacia, e del sapone per lavarsi le mani dopo gli acquisti.

Domanda: Sono più a rischio gli anziani o i bambini?

Risposta: Sono a rischio tutti i soggetti vulnerabili, come in una comune influenza, e quelli che non si lavano le mani.

Domanda: Sono stato mesi fa in un centro di massaggi cinesi a Roma dove mi sono fatto incautamente massaggiare anche le parti intime. Posso aver contratto il coronavirus?

Risposta: Se non si sono verificati contatti orogenitali è difficile che possa esservi stato un contagio. Per il futuro sia scrupolosamente attento all’igiene delle parti intime e ovviamente delle mani.

Domanda: A causa di un incidente sul posto di lavoro, anni fa ho perso l’uso di entrambi gli avambracci e periodicamente mi sottopongo a cure di cortisone per piccole ricadute dolorose agli arti. Il cortisone mi riduce le difese immunitarie. Sono a rischio di contrarre il coronavirus?

Risposta: Il suo caso rientra nei potenziali di rischio elevato, giacché non può procedere all’accurata igiene delle mani.

“In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate”. Storie di madonne e di ministri.

agosto 23, 2019

madonna

La prima fu la Madonnina di via del Carso, quella piazzata proprio all’ingresso del giardinetto che un benefattore aveva voluto arricchire di panchine e alberi preziosi per ripagare la grazia ottenuta dopo mesi di preghiera e digiuno, nel 1969.

Cominciò a lacrimare alle sette di mattina.

All’inizio nessuno ci fece caso, l’afa estiva si condensava su ogni oggetto, sui parabrezza, sui davanzali, lasciava una patina di umido e polvere. Ma alle nove, quando il sole era già alto, la signora De Cupiis, portando a spasso Robin, il suo chihuahua, si avvide del fenomeno e cominciò a gridare al miracolo.

Roberto Alfonsi, cronista residente nel quartiere, inviò immediatamente la notizia alla sua agenzia e nel giro di venti minuti già si titolava ovunque dell’evento miracoloso.

Poi toccò alla Madonna della chiesa di san Biagio di Sebaste, martire straziato con i pettini di ferro per cardare la lana. Era piazzata in un angolo, da dove con il suo sguardo materno e amorevole occhieggiava all’icona del santo. Iniziò un pianto copioso, che all’inizio fu scambiato per un’infiltrazione dalla vicina acquasantiera, ma che in breve fu smentita dal sacrestano, che informò il giovane parroco il quale a sua volta contattò l’arcivescovo e nel giro di mezz’ora i miracoli passarono a due.

La terza fu la statua della Madonna di Guadalupe, alla quale vennero intonati cori in italiano e spagnolo e accanto alle candele votive comparvero anche lattine di coca cola, bastoncini di incenso e composizioni floreali di colori sgargianti, mentre Placenta Dolores del Carrillo, perpetua da tredici anni, si commosse al punto da sfiorare lo svenimento e confessare con imprevisto pentimento il segreto che aveva custodito per lunghissimo tempo: la sua intensa, seppur breve relazione, con un chierichetto appena diciassettenne ma ben fornito dell’attributo della Fede.

Nel volgere di una mattinata piansero ventitré Madonne, ognuna con il suo preciso stile comunicativo, disegnando una topografia delle lacrime umida e accurata. Gocce finissime e singhiozzi, scorrimenti copiosi, lacrime amare, di sangue, di acqua distillata, con tracce di candeggina, prolattina e corticotropina, di gin tonic, di manganese e stronzio.

Gli scienziati convocati dalla Santa Sede esclusero la possibilità di lacrime basali e fisiologiche e attribuirono a tutti gli eventi il carattere di lacrime emotive. Il Papa disse che non occorrevano ulteriori prove scientifiche per gridare al miracolo: l’incredibile concomitanza e l’elevato numero di casi – che alle quindici del pomeriggio erano già saliti a trentaquattro – erano sufficienti a disegnare uno scenario tanto inconsueto quanto apocalittico.

Non mancò la Madonna dei Nodi, a lungo invocata e pregata dall’ex fidanzata del Ministro Malvini – la signorina Isobardi – all’epoca della loro ebbra relazione, che finalmente si sciolse in un pianto riottoso e spazientito, per essere stata chiamata in causa così tante volte, finanche dalle pagine di un social, per risolvere una questione talmente futile che sarebbe bastato un qualsiasi avvocato.

Solo destava perplessità la Madonna di Loreto, quella di san Salvatore in Lauro: non piangeva, no, ma era scossa da un micromovimento labiale che aveva prodotto una serie di crepe che ormai le circondavano la parte inferiore del viso, scrostando un poco la vernice brunita. Pareva che volesse dare voce a un sentimento forte, che la scuoteva dall’interno, un sentimento che non riusciva a liquefarsi, come era stato per le sue colleghe, ma che voleva farsi Verbo.

Furono convocati esperti di labiolettura e scultori nel tentativo di decifrare il mistero. Tutte le attenzioni si concentrarono sulla Virgo Lauretana, i cui scossoni interni furono misurati anche da un geologo dell’INGV, il dottor Graspelli che all’occasione creò una nuova scala di misurazione terremoti, che immediatamente denominò Scala Astarte Graspelli, dandosi non poche arie per il fatto di aver studiato la mitologia e aver ricollegato le fonti.

Dall’alto delle sue pagine social, il ministro Malvini tuonò contro lo smisurato interesse attribuito alla Madonna vibrante e invocando tutti i porporati, stigmatizzò la risonanza mediatica data all’evento con uno slogan che in breve risuonò nella bocche di tutti e divenne virale: prima le Madonne italiane.

Ma Ministro – sussurrò sommessamente uno stagista del Gabinetto – non esistono Madonne italiane: la Vergine Maria viene dall’Asia Minore, lascia Gerusalemme e secondo le narrazioni si trasferisce a Efeso dopo la Resurrezione. Il caso di Loreto è particolarmente caro alla Chiesa, in quanto la tradizione racconta che la casa della Madonna sarebbe stata trasportata in volo dagli angeli da Nazareth alle Marche.

Mi stai dicendo che la Madonna è straniera?, chiese esterrefatto Malvini. E che sarebbe arrivata nel nostro Paese con degli scafisti? Clandestina?

Ministro – replicò timidamente lo stagista, che aveva una laurea in Storia e un dottorato in Medievalistica – sono espressioni un po’ forti, anche per l’elettorato fedele.

Ma il Ministro non volle sentire ragioni e immediatamente costruì lo storytelling per la Nazione, per sensibilizzare le masse e chiamarle a una scelta radicale: fuori le Madonne Nere dall’Italia, chiusura immediata delle parrocchie disobbedienti e nuovo decreto sicurezza per controllare le absidi a rischio e le pale d’altare dissidenti.

Il Cardinale Sarah chiese immediatamente udienza privata al Pontefice per affrontare di petto la questione: come futuro candidato al Soglio, la mossa del Ministro gli era particolarmente ostile.

Il Pontefice convocò d’urgenza il Ministro, che dopo poco lasciò l’udienza scuotendo il capoccione, avendo appurato che il Cardinale aveva regolare permesso di soggiorno.

Alle ventuno gli esperti di labiolettura furono concordi nell’affermare che le indicazioni provenienti dalla Madonna di Loreto, trascritte e verificate più volte, benché la cosa potesse apparire blasfema, contenevano un chiaro turpiloquio all’indirizzo del Ministro, e che solo dopo il benestare della Santa Sede sarebbero state rivelate alla stampa e all’opinione pubblica.

Il Pontefice rilesse la trascrizione più volte, anche con il supporto del suo traduttore di fiducia e non poté fare a meno di scoppiare in una sonora risata.

In quel momento, in quel precisissimo momento, tutte le statue smisero di piangere e atteggiarono il volto al sorriso, che dopo pochi istanti si trasformò in una risata scrosciante. Qualcuna, dal troppo ridere, continuò a lacrimare.

In quello stesso istante il Ministro Malvini seppe dai sondaggi che il suo gradimento personale era calato vertiginosamente, convocò il suo addetto alla Comunicazione e gli sibilò: sei fuori.

Poi alzò il telefono e lo stagista lo sentì parlare in russo. Non comprendeva il russo, ma distintamente lo sentì supplicare: požalujsta, Madonna di Kazan. Spasibo.

Suona invisibile la parola

aprile 29, 2019

Di colpo la nausea. Una nausea violenta per l’osceno parlottare, rumore di sottofondo, orchestra da social male accordata. Di colpo mi accorgo della frammentazione convulsa che porto, portiamo avanti da anni, fino a esserne rimasti prigionieri.

E’ una comfort zone, un posticino che ci siamo creati e arredati a nostra somiglianza, per attutire gli spigoli della vita, ottundere il pensiero, azzittire le voci di dentro, impedire al silenzio di far emergere, come i sintomi di una malattia che viene da lontano, tutta la tristezza e la rabbia covata. Coltivarne solo la forma esterna, la superficie liscia, l’indignazione da mostrare al mondo, il sentimento che funga da specchio, come rete da strascico.

Se adesso venisse un Dio che giudica, pronto a separare il bene dal male, il grano dall’oglio, la sapienza dalla follia, finirei punita. Allontanata. E non certo nel peggiore dei luoghi.

Qualcosa dentro di me sta urlando. Se ascolto senza farmene impressionare, mi accorgo che è un pianto. Dapprima disperato, poi sommesso, simile a un ululato, a un lamento funebre. Qualcuno è morto, e non me ne sono data conto, ho continuato a festeggiare passando sopra il cadavere, fingendo che tutto andasse bene. Questo cadavere mi assomiglia, mi ritorna in sogno.

Sono state alcune parole, qualche sera fa, ad avermi improvvisamente risvegliata. Parole mie, messe nero su bianco e condivise con altri, che ho poi riletto. Avevano come sempre una forma aggraziata con cui mascheravano un contenuto di disperazione. E in quel momento ho visto, con chiarezza, la mia bara, il sudario che mi avvolge, l’alibi artefatto della mia solitudine di colpo svelato e non più ignorabile.

Qualche sera fa sono caduta, inciampando nella mia finta allegria, nel più profondo disamore travestito da gentilezza. La mia gentilezza è un ceppo alle caviglie, è il mio tenermi a galla senza imparare a nuotare.

Qui un tempo, su queste pagine, abitava del dolore vero, reale, che scavava la pietra e non si trasformava al ritmo di uno scroll. E ci abitava una gioia di infinita ricerca, di sperimentazione, di solenne e ieratica nudità. Qui un tempo era tutta campagna e fiorivano le viole, si aprivano vasti e sconfinati paesaggi. Poi hanno costruito la città, la piazza virtuale, di autostrade veloci e segnaletiche obbligate e la campagna si è fatta arida, ingiallita. Disabitata.

Ho delle rughe ai lati degli occhi e gli angoli della bocca che guardano in basso.

Non è la vecchiaia. La vecchiaia non ha colpe, è solo la fotografia della vita che siamo, cristallizza una posa e la fissa per sempre. La vecchiaia è una foto con esposizione lunga, di diaframma aperto come una bocca che inghiotte il passato.

Penso al mio tempo perso.

All’aver creduto che mi stesse portando da qualche parte.

Si arriva sempre da qualche parte, che sia cava di pietra o deserto.

Il mio paesaggio non mi piace più, è artefatto. La luce che lo illumina è fredda.

Come una stanza immersa in altre stanze, concentriche. Apro finestre che danno su pareti dipinte che ingannano lo sguardo ed altre lampade a olio, a gas, a carbone. Intorno ombre, come nella caverna di Platone. Ombre di voci che non ascolto più, che ripetono la stessa canzone, ogni giorno, ammassandosi in cori omofoni.

Il mio coraggio è scomparso, forse non c’è mai stato. O è durato solo un poco, per illudermi che sarei balzata altrove, fiera di me

Di colpo mi sono accorta di aver smarrito i desideri, di non averne più.

Scrivo allora per esercizio su un quadernetto tutto quel che vorrei. O che potrei volere, ma che in realtà non mi interessa. Sembra che a buttare tutto fuori, alla rinfusa, si possa scorgere nel caos una gemma, pronta a fiorire, una pietra preziosa nascosta nel ciarpame.

Così scrivo, butto giù ipotesi di futuro e di presente, apro porte di fantasia, cerco nei cassetti più profondi. Non trovo niente.

Da qualche parte poi compare un ricordo che si ingigantisce. Lo ripesco dal tempo. E’ malandato e magro. Lo lavo, lo tengo ben umettato con lacrime e gli parlo. Il ricordo non risponde, viene da lontano. Forse è un po’ offeso per essere stato così a lungo dimenticato.

Ma io non avevo dimenticato.

Ti avevo sepolto vivo, è ben altro.

Non chiedermi perché, la risposta mi fa male.

Non chiedermelo.

Ma insiste.

Si chiama “paura del rifiuto”, gli rispondo.

Anche io temevo che mi rifiutassi, fa il ricordo.

Da qualche parte un oroscopo mi invita a scrivere una preghiera emozionante, per chiedere quel che non dovrei.

Non chiedo mai quel che non dovrei. Non chiedo nemmeno quel che potrei.

Figurarsi.

Così capisco che devo armarmi di penna e foglio e far fluire l’inchiostro, fino a stancarmi la mano. Dare voce al segreto. Che è così banale, in fondo, semplicemente ridare voce a tutto quel che ho negato.

Scrivo una lunga preghiera, due fogli fitti fitti. Dico che non dovrei. E’ qui, la trasgressione, richiamare le cose con il loro nome, dirmi con chiarezza di cosa avrei bisogno, smettere di aspettarlo ferma, smettere di cercarlo altrove, consegnarmi alla resa.

Prego, e intanto ho paura che la mia preghiera, scritta a fatica, resti inascoltata.

Ma intanto prego, come non ho mai fatto prima.

E finalmente chiedo, che per me è la vera trasgressione.

La domenica che uscii di casa per andare al mare e invece incontrai Dio

agosto 26, 2018

Qualche anno fa, trasferendomi a Roma, ho scoperto un antidoto potente al dolore del ricordo e dell’assenza. Della mancanza di quel che avemmo e non c’è più.

Si tratta di lavorare sulla memoria, plasmandola come argilla, plastilina, fornirle del materiale nuovo da inglobare e digerire, e sostituire ai vecchi ricordi dei ricordi nuovi.

Ieri sera ero stata in una bella milonga un po’ lontano da casa, e l’attraversare quel quartiere in cui non vado mai, di giorno, con continui flash e lampi di vissuto, mi aveva caricato emotivamente di una malinconia che non sono riuscita a diluire nell’abbraccio del tango.

Così stamattina, dopo aver preparato la mia borsa da mare, mi sono detta che prima di partire per la spiaggia, dato il tempo incerto, sarei tornata da quelle parti e mi sarei fabbricata dei ricordi nuovi sul quartiere.

Volevo cominciare dal Parco delle Energie, nell’Ex-Snia, che da quattro anni puntualmente ho rimandato, perché esattamente lì davanti avevo un ricordo orribile. Ed ero contenta, perché ormai ci so arrivare anche senza navigatore.

In auto la radio era sintonizzata su Radio3 che dava una trasmissione di cultura.

Stranissimo. Primo, perché ascolto raramente la radio, secondo, perché mai Radio3.

Poi mi sono ricordata che avevo prestato la mia auto l’altroieri sera e il guidatore doveva averci smanettato.

C’era una replica, la prima di quattro puntate che avevano come ospite Moni Ovadia e che si intitolava Difendere Dio.

Adoro Moni Ovadia, quindi ho messo il pilota automatico e sono partita, attraversando san Giovanni, la Casilina e arrivando proprio davanti all’Ex-Snia. Era presto, la città vuota.

Ma la trasmissione era troppo interessante per mollarla e quindi sono rimasta parcheggiata tutto il tempo fino alla fine.

Il podcast è qui ed è intenso.

Oltre a Moni Ovadia c’era il suo maestro spirituale, Haim Baharier e insieme parlavano di Dio.

Non so molto della cultura ebraica, se non che ha su di me un fascino inspiegabile, che ovunque ci siano un ghetto, una sinagoga, un museo dell’Olocausto, devo andarci. Che ovunque in tv, in radio, in un salotto, ci sia qualcuno che parla di spiritualità ebraica, devo fermarmi ad ascoltare. Come un richiamo irrestibile, profondo.

Non capivo il perché fino a questa mattina.

Di Dio so che esiste perché esiste la morte.

Questo è quanto spiega a me la necessità di costruirsi un Dio, un senso. Se fossimo eterni, immortali, non vulnerabili alle malattie, la vita filerebbe liscia e pochi si porrebbero domande sul suo significato. La necessità di un Dio arriva quando non trovi le risposte e hai bisogno di credere che esista un disegno superiore per non impazzire, per confortarti.

Questo, almeno, è quanto io vorrei da un Dio se avessi bisogno della sua esistenza: una risposta, una certezza.

Ma la risposta, la certezza, l’assunto di una giustizia, sono istanze umane, e non possono essere che soddisfatte da altri uomini, che stabiliscono regole, codificano comportamenti corretti e scorretti, tengono ordine, e il conto dei buoni e dei cattivi. Queste, a mio avviso, sono le Chiese.

Se esiste un Dio e ha dei parametri di riferimento per il senso e la giustizia, non possono essere uguali a quelli umani, non possono essere svelati, non ci può essere indagine e nemmeno verità.

Se esiste un Dio trascendente, noi non possiamo essere a sua immagine e somiglianza.

Era questo, dunque, il senso che ritrovavo nelle parole di Moni Ovadia, quando spiegava che Dio va difeso dai religiosi, dalla pretesa umana di plasmarlo a nostro piacimento, di attribuirgli verità e risposte.

Dio non è una risposta, ma una domanda.

Baharier raccontava delle sue divergenze con Elie Wisel sull’Olocausto: quest’ultimo sosteneva che l’Olocausto fosse stato il silenzio di Dio sulla questione umana; Baharier per contro crede che Dio parli solo nel silenzio, in quello spazio vuoto che si crea dove non ci sono riscontri, risposte, dove tutto si fa impalpabile, incomprensibile, e che nell’Olocausto non era il silenzio di Dio a pesare, ma il silenzio degli uomini che vedevano, sapevano e tacevano.

Pensavo alla nave Diciotti.

Mi veniva in mente una piccola storia che inventavo là per là.

Una madre che avrebbe detto ai suoi bambini, sulla nave, per tenerli buoni: contate fino a dieci, e saremo arrivati.

E giunti al dieci non accadeva nulla.

Allora la madre avrebbe proseguito: contate adesso fino a venti, e il mondo sarà un posto migliore.

E i bambini avrebbero iniziato: undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassetti, diciotti…

Ma diciotti non esiste, non sapete contare. E se non contate, non contate niente.

Ovvio che era una storia stupida, impossibile che si potesse essere verificata.

Ma il senso era quello: se la voce umana non dà voce alle cose – o dà voce in modo sbagliato – le cose finiscono per non esistere.

Dio dunque non esiste nelle risposte, e nemmeno nel vociare umano che protesta e rifiuta la stessa condizione umana. Dio esiste quando c’è silenzio e dal silenzio una voce si leva e racconta della condizione umana, senza rifiutarla, senza condannarla. E si fa domande e cerca infinitamente le risposte, senza mai raggiungerle.

Thich Nhat Hanh dice una cosa simile, quando parla dell’amore. L’amore è comprensione. Se non comprendi, non può esserci amore. E per comprendere, non deve esserci frastuono, ma mente ferma.

Concludevano, i due, che Dio ci incontra nel travestimento, quando il mondo si ferma per chiedere perdono e Dio perdona. Ma è un travestimento, per l’appunto. Non perché sia finto, ma perché per un giorno, almeno, si abbandonano le pretese umane, i bisogni, le attività. Si sceglie il pentimento. E alla fine del giorno Dio perdona. Lo Yom Kippur, ad esempio. Qualunque rito sentito profondamente sapendo che però è un travestimento, per l’appunto.

Cos’altro è un giorno di pentimento e digiuno, di sospensione delle regole ordinarie, se non un giorno di silenzio per cogliere l’essenza delle cose e venire a patti con la nostra vulnerabilità, con quanto di più intimo abbiamo? Un tentativo di far si che sia possibile trovare una risposta, sapendo che è irraggiungibile. No ottenibile da Dio.

Tutto il resto è idolatria. Una volontà di sostituirsi a Dio e stabilire la verità.

Ma Dio non è una verità, è un’azione in progress. E Dio non ci salva, non è una sua prerogativa: ci salviamo da soli, o grazie ad altri umani. Qualunque altro pensiero è idolatria.

Poi ho spento la radio e sono scesa per la mia mattinata. Volevo sapere dove era Dio. La voce del Dio vivente, la parola viva, dissimile, la verità molteplice.

Il Parco delle Energie ha qualcosa di commovente, qualcosa che è stato conquistato con impegno.

C’erano bambini che giocavano a pallone e un piccolo angolo con scritto su: Colonia Felina.

A badare ai gatti un uomo malmesso, un po’ svitato.

Gli ho chiesto se sapesse dov’era Dio, cos’era. Con la bocca sdentata mi ha detto che Dio era quello che lo teneva sveglio pe’ porta ogni giorno da mangia’ ai gatti, che so’ tredici e mangiano come le creature.

All’angolo della strada, tra via Prenestina e via del Portonaccio, il divino si manifesta in una bacheca di ex-voto a una madonna in stile bizantino. Pare che i primi risalgano alla Seconda Guerra Mondiale, per scampati bombardamenti. Due suorine giovani, vestite bianco con un abito simile a un sari, prendono acqua da un nasone e rinfrescano i fiori.

Chiedo a loro se sanno cos’è Dio: la bruna occhialuta non mi risponde, la biondina si apre in un sorriso e con un accento straniero mi indica le piccole lapidi.

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Poi dice: Dio è questo, ringraziare quando ricevi qualcosa che non era scontato che meritavi.

Sono risalita in auto, mentre la radio era passata a una trasmissione che parlava di lingue morte, di come scompaiono, e di un indio morto alcuni anni orsono, ultimo parlante di una lingua amazzonica ormai perduta. Il latino – diceva il professore intervistato – non è una lingua morta finché verrà studiata. E diceva pure che le lingue parlate vivono fino a che ci sono almeno due persone a usarle per comunicare: un emittente e un ricevente, ed entrambi condividono lo stesso significato, la stessa interpretazione.

Così, pensavo, le preghiere sono lingue morte: c’è solo un emittente ma non un ricevente.

Sono dialoghi interni, con noi stessi. Come diceva Canetti: una lingua che abbiamo inventato per traferire all’esterno quel che crediamo non essere nelle nostre facoltà. O quel che siamo troppo pigri per realizzare.

Sono arrivata al Forte Prenestino e ho fatto un giro.

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Il parco era semideserto: alcuni bambini giocavano, sotto lo sguardo di un anziano su una sedia a rotelle.

Poco più in là, su una panchina, tre uomini.

Il più grande era grasso, sudato, veramente brutto a vedersi, sui cinquant’anni, con un bermuda e una canottiera nera. Poi c’era un ragazzo sui sedici, diciassette anni, e un ciuffo da rock. E in mezzo a loro un bambino di otto o nove anni che teneva un pallone in mano.

Da lontano sembravano stranieri, forse rumeni.

Mi sono avvicinata, i due grandi erano pieni di fogli e scrivevano qualcosa e chiedevano lumi al bambino, che restava a testa bassa,

L’adulto – poteve essere il padre – ripeteva: fog-lia, Bolog-nia.

Il ragazzo – poteva essere il figlio, e fratello del piccolo – ripeteva: fog-lia, Bolog-nia.

Il piccolo, senza sorridere, correggeva: gl, gn, foglia e Bologna.

E i grandi ricominciavano: fog-lia, Bolog-nia.

Poi dei bambini sono passati e hanno il visto il pallone, gli hanno chiesto se volesse giocare.

Il bambino ha quardato i grandi con uno sguardo compassionevole finché gli hanno dato il permesso.

Dalla lingua sembravano adesso bulgari, o anche di più a est.

Ho fatto un sorriso a tutti e tre. Ho indicato la maglia e ho detto maglia, ho fatto il gesto di mangiare e ho detto gnocchi.

Hanno riso e ripetuto mag-lia, g-niocchi.

Poi ho chiesto: chi vi aiuta a imparare?

Mi hanno indicato il bambino: lui. E Dio, se vuole.

Sono risalita in auto, questa volta senza direzione precisa, senza accendere il navigatore.

In sottofondo Anouhar Brahem suonava Stopover a Djibouti. Stavo andando verso l’Africa, ma non lo sapevo ancora.

Ho percorso strade sconosciute, enormi viali desolati  di palazzoni e prostitute di colore, trans piene di rossetto.

Sono arrivata a una specie di mercatino.

Ho chiesto come si chiamasse.

Er mercato der Mattatoio nuovo, O pure Porta Portese due.

Ci ho fatto un giro.

Molte rom vendevano merci irrilevanti, insulse. Rotte, frammentate. E avevano clienti poverissime che sceglievano scarpe malconce, piattini, piccole bigiotterie scolorite.

C’erano pochissimi italiani, le scritte erano in tutte le lingue del mondo. I chioschetti vendevano cibi esotici. Africani ovunque, la maggior parte. Ma non solo. Un popolo di ultimi, che sopravviveva e creava il suo senso. Roma è piena di città parallele, di vite stratificate , che ci passano accanto e ignoriamo.​

Una donna sudamericana stringeva al petto una statua maya o qualcosa del genere, aprendo una trattativa col venditore.

Che cos’è?, le ho chiesto.

E’ un Dio del mio Paese, voglio portarlo a casa.

Si sono accordati per cinque euro. Un dio economico, senza troppe pretese. Un dio che avrebbe fatto mostra di sé in soggiorno o in camera da letto, con cui parlare in silenzio. Un dio per non dimenticare da dove si è venuti.

Ero stanchissima, volevo tornare a casa.

Ma mi ha punto il desiderio di attraversare Centocelle, per dare un ultimo scatto alla fabbricazione delle nuove memorie.

Quando una palazzina ha attratto la mia attenzione e ho inchiodato. Erano le due, avevo una fame da morire, ma ero troppo curiosa.

Sono entrata.

C’era un ragazzo, forse sui trent’anni, non avrei saputo dirlo.

E nemmeno avrei saputo dire di dove fosse: qualcosa a metà tra un arabo e un indiano.

Magro, carino, parlava un bell’italiano.

Le stanze erano piene di libri, traboccanti, oltre ventimila volumi anche di gran pregio.

Mi ha raccontato che ero finita alla BAM – Biblioteca Abusiva Metropolitana, un progetto as​solutamente autogestito, da lui e poche altre persone, per dare una biblioteca a un quartiere che non ne ha nemmeno una. E che pure suoi erano la maggior parte dei dipinti e dei murales.

Siamo rimasti a parlare molto tempo.

Ha lasciato che girovagassi, che salissi nell’ammezzato, ha risposto a tutte le mie domande, anche quelle che non avrei dovuto fargli.

Uno yemenita.

Fuggito alla dittatura.

Mi ha raccontato del suo arrivo in Italia, degli anni da clandestino, dell’attivismo, di tutte le peripezie.

E perché sei venuto in Italia e non altrove?

La risposta mi ha spiazzato: conoscevo la cultura italiana, avevo letto Pasolini, Moravia, tante altre cose. Fellini. Era proprio qui che volevo venire.

Siamo rimasti a parlare un sacco di tempo, di molte cose.

Gli ho chiesto se fosse ateo o religioso.

Ateo, ovviamente.

Ma sei stato cresciuto musulmano, per​ò.

Certo.

E dimmi: lo mangi il maiale o per antica educazione lo eviti?

Lo mangio, ha detto ridendo, è buono.

Ti posso fare una foto nella tua Biblioteca?

Sì.

Come ti chiami?

Aladin.

Aladin, che bel nome.Non aveva senso che gli chiedessi cos’era Dio, non a lui. Era chiaramente uno che cerca, che opera. Anche se mi avesse detto che non esisteva, era invece l’azione, a tradirlo. Il bisogno di conoscenza e di diffonderla.

Glielo chiederò la prossima volta.

Mi sarebbe piaciuto che salutandoci avesse tirato fuori la sua lampada – con quel nome lì – e mi avesse offerto di esaudire se non tre desideri almeno uno.

Eppure io non ne avevo, in quel momento.

Ero tutta piena di presenza, immersa in una chimica di nuovi ricordi che stavano distruggendo molecole di passato, le stavano reimpastando in altre forme.

Ho detto solo grazie, come gli ex-voto.

Come quando ringrazi per qualcosa che non pensavi di meritare.

Lettera a Eva Ensler.

agosto 24, 2018

Cara Eva,

mi piacerebbe conoscere un tuo illuminato parere su questa faccenda dei buchi. Proprio il tuo, di parere, giacché porti con orgoglio il nome della nostra progenitrice, del buco primordiale che ci ha originato tutti. Quel buco che oggi dobbiamo stare attente a non nominare esplicitamente, sfacciatamente, naturalmente, per timore di essere accusate di faziosità, di non inclusività, di sottolineare differenze talmente basilari ed evidenti e naturali e che non si comprende perché destino tanto stupore.

Tu ignori, cara Eva, che diversi anni fa, con un manipolo di amiche e conoscenti, abbiamo portato in scena i tuoi Monologhi: ci sembrava doveroso, in un momento  in cui le donne faticano a trovare il proprio posto, richiamarle alla loro essenza costitutiva. Riunite alla bell’e meglio, dove capitava, ripetevamo le frasi imparate, provando con le nostre imperfette risorse artistiche a riempirle di un pathos che ci era proprio.

Insieme, le nostre vagine – sì, mi azzardo a usare questo termine che fa paura – diedero vita a una sinfonia di risa e pianti che trascinò gli spettatori in un entusiastico apprezzamento di quella cosa che abbiamo in mezzo alle gambe, non soltanto per la sue funzioni d’uso basilari, ma per il complesso di sfumature che ciascuna portatrice di organo vi costruisce intorno, in una dialettica che non è mai la stessa.

Fino a pochi anni fa il mondo era già folle e complesso, ma meno delirante che oggi.

Sai che non si può più dire papà e mamma, ma Genitore 1 e Genitore 2? Io questa cosa la capisco, ma non del tutto: se è vero che da un lato elimina delle discriminazioni orribili per le famiglie omosessuali, d’altro canto introduce una lista di numeri ordinali, in cui, come da convenzione, il numero 1 viene prima del 2.  A chi attribuire, tra i due, il numero 1? A chi il 2? Io me lo sono posto, questo problema, mi pare sia irrisolvibile. Forse sarebbe stato più semplice continuare a dirci mamma e papà, e assumere che ci possano essere famiglie con due mamme e due papà, e che questo non ha a che fare con la Natura, ma con la Cultura, giacché lo stesso concetto di Famiglia è un concetto culturale, e si presta a essere modificato dal tempo, dagli usi.

Scusa, sto divagando. Era solo per spiegarti l’analogia di questi giorni. Adesso i nostri orifizi vengono classificati allo stesso modo, più o meno: non abbiamo un Buco 1 e un Buco 2, perché se proprio dovessimo metterci a contare, ci accorgeremmo che abbiamo un Buco 3 e Buco 4 ai lati del capo, un Buco 5 e Buco 6 sulla faccia, un Buco 7 al centro della pancia, e si farebbe una gran confusione. Così hanno stabilito che per essere tutti uguali, paritari e conformi, i nostri Buchi di sotto vengano chiamati Buco Anteriore e Buco Posteriore. Ho letto diversi articoli sul punto ma credimi, non sono riuscita a capire che male c’è a chiamare una parte del corpo col suo vero nome o soprannome. Si crea discriminazione, dicono, se per esempio c’è un transessuale che si sente donna, ma di fatto ha un pene e un Buco posteriore. Non potrebbe sopportare la quotidiana umiliazione di sentirsi ricordare che non ha una vagina, mentre invece tollera meglio l’idea di non avere un Buco anteriore? Non lo so, forse sono troppo stupida per capirlo.

Pensavo ieri sera, quando ho scoperto questa novità, che da qui a poco il nostro linguaggio potrebbe subire un’evoluzione complicatissima in virtù di questa innovazione linguistica.

Mi ricordo gli anni universitari, quando i nostri maestri ci portavano a riflettere su Hobbes e il foro interiore, la nascita dello Stato: il cittadino decide di proteggersi dalla violenza imperante affidando la gestione della giustizia e dei fatti comuni alla macchina governativa, che lo proteggerà dal taglione, dalle faide, e riserva il diritto a sostenere le proprie opinioni e credenze in uno spazio interno, privato, il suo foro interiore, dove esercita una libertà di critica. Hobbes chiama Leviatano il Gigante del Potere. Ebbene, forse uno di questi giorni dovremo chiamarlo LeviatBucoPosteriore, per non offendere nessuno. La narrazione epica, quando l’eroe invagina la spada, verrà ritrascritta, e l’eroe inBucoAnteriorerà la spada. Poi verranno Isotta e TristBucoPosteriore. Poi le donne andranno dal ginecologo e chiederanno degli ovuli per curare una Bucoanteriorite batterica. Saliremo su un aeroplBucoPosteriore per raggiungere un nostro amico africBucoposteriore. Non saremo più umani, ma umBucoposteriori.

Dalla scomparsa dei termini, solo uno resterà inalterato: il pene.

Come sempre l’elemento fallocratico trionfa indiscusso e la faccenda degli orifizi riguarderà quelli che da sempre sono i soggetti deboli del Capitale e della Storia: le donne e gli omosessuali, che mentre il Potere regna supremo e stabilisce modi, tempi, regole e controllo dei corpi, si azzufferanno discettando di buchi, distratti da inutili metamorfosi linguistiche che nulla mutano e nulla proteggono.

Cara Eva, perdona lo sfogo così lungo, ma la mia vagina si sente molto offesa. E’ offesa da tempo, in realtà. Lo scorso inverno era addirittura scappata di casa dopo che l’avevo smarrita in metropolitana – la metro B di Roma è un buco nero – e se ne era andata da sola in viaggio perché si sentiva oppressa, sminuita, trascurata, negletta. Forse la colpa era anche un poco mia, sono una proprietaria un po’ apprensiva, e negli anni non le ho lasciato tutta la libertà che avrebbe voluto, e nemmeno accordato la fiducia che forse meritava. Poi è tornata. Non che fosse pentita, ma forse aveva capito che andarsene in giro da sola, senza tutto il corredo di complessità e di ormoni che la avvolgeva, era poca cosa, da sola in giro per il mondo. Non credo che sopporterebbe adesso, di  punto in bianco, di restare così innominata, di dover cambiare le sue generalità.

Ieri sera mi sussurrava smarrita che si sentiva come forse dovevano essersi sentiti i deportati nei campi di concentramento, quando venivano privati di dignità e documenti, dello stesso nome, e identificati con un numero, un codice.

Abbiamo deciso che non possiamo adeguarci, non possiamo sostenerlo: resisteremo fino a che sarà possibile. In casa continuerò a riferirmi a lei come la mia vagina, e lo farò anche fuori, fino a che le leggi non ce lo vieteranno. A quel punto organizzeremo una società carbonara: incontri segreti di Vagine che rivendicano la propria preziosa, insostituibile, unica autonomia etimologica.

Io non avrò mai un Buco Anteriore, Eva. Te lo giuro sulle Grandi Labbra, sul Clitoride, sulle Piccole Labbra, sulle Ghiandole di Bartolini e su tutto quel che la mia Vagina sa. Sappiamo raccontare storie che nessun Buco Anteriore potrebbe mai apprendere, fatte di sangue, nascite, aperture al mondo, accoglienza.

Io non avrò mai un Buco Anteriore.

Te lo giuro.

Chi raccoglie con costanza figurine Miralanza.

luglio 15, 2018

Ho una specie di fascinazione per i campi nomadi, i circhi, le roulotte. Per tutte le vite itineranti che si fanno e si disfano, si scompongono, si adattano ai luoghi e alle circostanze.

 


Quando mia figlia era piccola portavo i suoi abitini da neonata in un campo desolatissimo, nella zona industriale tra Caserta e Napoli, verso Gricignano d’Aversa, dove i miasmi delle fabbriche erano irrespirabili, le strade colabrodi che d’inverno non assorbivano le piogge e trasformavano tutto in una palude di rifiuti galleggianti.
Ci andavo spesso, i bambini crescono in fretta. E portavo poi anche giocattoli, pannolini. Soldi mai. E nemmeno me li hanno mai chiesti.
Mi invitavano a bere il caffè, ma non l’ho mai accettato. Restavo sulla soglia del campo, e la signora che mi accoglieva era sempre la stessa. Mi chiedeva notizie della mia bambina. Un giorno mi ha chiesto di portagliela a vedere.
L’ho portata due volte.
Una era piccola piccola, e le bimbette la toccavano. La seconda volta avrà avuto quattro o cinque anni: urlò a perdifiato e non volle scendere dall’auto, in preda al terrore.
Anni fa ero ancora più fiduciosa del mondo di quanto lo sia adesso: dormivo con le finestre aperte e senza dare mandate alla porta di ingresso
Una mattina mi sono svegliata e ho visto un cassetto aperto.
Mancava anche il portatile e uno zainetto della bambina, che conteneva tutti i suoi costumini di scena per il saggio di ginnastica della settimana a venire.
Ricordo l’urlo che ha svegliato tutti, la sensazione di essere violata nel sonno.
La polizia mi mostrò le impronte di mani e piedi piccolissimi che si erano arrampicati lungo le grondaie per arrivare al quarto piano.
Nel cortile si erano poi sbarazzati dei vestitini, tenendo solo lo zainetto, forse per infilarci il portatile.
Non ho sporto denuncia.
Pensavo ai bambini che si erano inerpicati, al pericolo. E a mia figlia che dopo due giorni sarebbe salita sul palco di un teatro, pagando per farlo.
Avevo visto le prove generali del saggio.
Era piccola e leggerissima, l’avevano scelta per metterla al vertice della piramide umana, dove agilmente sarebbe salita scavalcando corpi, montando su spalle. E da cui si tuffava.
Alle prove mi si fermò il cuore.
Guardando le impronte delle manine e dei piedini dei piccoli ladri lungo il muro perimetrale mi si fermò di nuovo e non riuscii ad essere arrabbiata nemmeno un secondo di più.
Mi dispiaceva solo aver perduto tutte le foto dei primi anni di mia figlia, che non avevo salvato su nessun supporto esterno.
Ancora oggi, per scherzo, quando mi chiede come è possibile che non abbia foto di lei piccina, le dico che è perché l’ho presa al campo nomadi. La fa arrabbiare moltissimo.
Non so se mi piacciono gli zingari, non ne conosco.
Ma mi affascina la loro vita quotidiana.
Non è la fascinazione di Melquìades, di Carmen, di tutti quei personaggi consegnati alla storia, alla letteratura, al sentimento.
Mi affascinano le vite sudicie e minute, l’insediamento umano spontaneo, la resilienza, la capacità di vivere dove altri perirebbero.
Mi interessa questa forma di esistenza che ricorda tanto certe forme di vita animale o vegetale: le simbiosi, i parassitismi, la vita dei batteri e dei microbi, con le loro mutazioni.
La Storia racconta che, traversando l’Europa in tempi di guerre, abbiano deciso di non appartenere a nessuno e non essere coinvolti in battaglie di confini e di identità: questo è uno dei motivi del nomadismo e dello sparpaglio. Piccoli gruppi capaci di adattarsi, flessibilmente, sopravvivendo con poco.
Quest’anno sono stata un paio di volte al Maam, che è uno dei miei posti preferiti a Roma. È l’ex fabbrica dei salumi Fiorucci, oggi museo di arte contemporanea e abitato da molte famiglie zingare e qualcuna sudamericana.
In una delle due volte ci hanno accompagnato in giro quattro ragazzine sorridenti e chiacchierone. Studiavano.
Una voleva diventare avvocato, una medico, una era troppo piccola per saperlo e una, biondissima e longinea, fotomodella.
Con loro un fratellino piccolo piccolo e buffissimo, con un problena di articolazione del linguaggio, che per non essere da meno a sorelle e cugine ci ha portato ad esplorare la parte privata del museo, le case, i garage, raccontandoci a modo suo le pitture murali, i mostri, le sue paure e i suoi modi per fronteggiarle.
A Saintes Maries de la Mer, dove sono stata a maggio per il pellegrinaggio annuale dei gitani, era tutt’altra atmosfera: la musica faceva da base, da collante. Trasfigurava il tutto portandolo in un ambito molto più prossimo a quello della narrativa e del folclore, e perciò stesso meno inquietante e minaccioso.
A Saintes Maries de la Mer il tempo si era addensato in una bolla, come sospeso. Lontano da tutte le riflessioni su convivenza, inmigrazione, alterità. Era la festa religiosa, con le sue precise strutture antropologiche.
Mi è capitato invece di imbattermi, giorni fa, in questa proposta di addentrarci, in una camminata guidata, nelle strutture della vecchia fabbrica della Miralanza, abbandonata a se stessa, dove poco alla volta si è insediata una comunità rom. E dove ha operato Seth, un artista francese, con un progetto intitolato Range ta chambre.

 


Metti a posto la stanza.
Metti in ordine la tua camera.
È impossibile entrare in questo casino.
Sento la mia voce ogni volta che varco la soglia della minuscola stanza di mia figlia, dove mi accoglie un letto disfatto, piatti e tazzine, ossi di pesca, scontrini appallottolati, libri sparpagliati, trucchi, scarpe spaiate, vestiti ammucchiati, fotografie e tutto quel che è possibile ammassare nell’adolescenza, dove ogni oggetto, anche il più minuto, ha un valore simbolico, marca un piccolo rito di passaggio e un tassello della memoria.

Nella Miralanza la sensazione è stata la stessa: una vasta area aperta e ordinatissima, nella quale sono state edificate baracche, cucine, stanzette.
Tutto in ordine, pulito, abbellito da quadri, specchi, tovaglie fiorate.
Poi si passa per una scaletta che apre su una pittura che mostra un volto con le mani sugli occhi. Per non guardare.
È l’ingresso al museo abusivo: un padiglione chiuso che è un’enorme discarica, un immondezzaio putrido e maleodorante, le cui pareti sono state fatte oggetto dell’intervento pittorico.
È sempre un bambino, il protagonista delle opere d’arte
L’innocenza che fa da contraltare alla struttura pericolante, al degrado, alla sporcizia, ai topi, alla perdita di speranza, all’implosione fallimentare della UE.
Un bambino che trova soluzioni, si adatta, si specchia e vede in sé un futuro possibile.

 


Poi si torna alla luce, nel terzo padiglione crollato, dove ci teniamo sul sentiero centrale per proteggerci da possibili crolli ulteriori delle vecchie travi di legno.
I pilastri coloratissimi hanno un titolo: Palmira. Il memento della distruzione.
Mentre le pitture ai lati, enormi congestioni umane, sono dedicate a Lampedusa. Intensi i titoli delle opere: Vultus est index animi, Lux in tenebris, Habent sua fata libelli. Richiamano all’atrocità del luogo, alla scomparsa della cultura e alla speranza di riscatto.
Seth qui svela il ventre della città, il lato oscuro.
Se i primi graffiti – dice in qualche intervista – volevano coprire le città, questa seconda fase vuole svelare le città.
Quelle città parallele che ci esplodono accanto, silenti e sotterranee, selvaggiamente vitali.
Baracche ordinate, pulite, in mezzo alla devastazione. Ragazzi ben pettinati. Specchi ovunque per aggiustarsi, le donne, collane e fiori tra i capelli
Nessuno è immune alla bellezza.
Nel padiglione infetto, pieno di tutti i rifiuti del mondo e delle pitture di Seth, di libri bruciati e avanzi della civiltà, una signora sussurra: Dio mio, che schifo.
Le dico: questo siamo noi.
La signora mi fa una domanda con lo sguardo.
Questi non sono gli zingari, questi siamo noi. Questo il nostro specchio, i rifiuti che produciamo, la montagna del nulla che giorno dopo giorno ammassiamo. Gli zingari ce lo rendono manifesto, ce lo ricordano. È per questo che li odiamo.
Ma nessuno, nemmeno nell’orrore, è immune alla Bellezza.