“Qualcuno ha parcheggiato in seconda fila davanti al posto che hai riservato all’Amore: chiama subito il carroattrezzi”. (Un po’ di soffice sentimento per l’estate, che ogni tanto pure ci vuole)

agosto 16, 2017

Quando giunse al capitolo che parlava di risonanze e del permettere che le cose accadessero, spense lo stereo, chiuse la porta, eliminò la suoneria del telefono e si disse che doveva concentrarsi, per capire esattamente come si dovesse procedere.
Il libro – lo aveva trovato sulla bancarella di un mercatino a un euro – aveva un titolo accattivante e seducente, che l’aveva spinta all’acquisto, nonostante detestasse quel tipo di letture: “Il tuo destino è nelle mani di chi capita: vattelo a riprendere”.
Era la solita accozzaglia di frasi fatte, psicologia spicciola da coach malandato, non privo di qualche guizzo ilare.
Ma al capitolo che si intitolava: “Qualcuno ha parcheggiato in seconda fila davanti al posto che hai riservato all’Amore: chiama subito il carroattrezzi”, decise che era arrivato il momento di concentrarsi e finalmente decidersi ad agire, fosse anche seguendo quei consigli banali quanto strampalati che venivano proposti in sequenza, nei vari settori di un’auspicabile riuscita esistenziale.
La questione, in poche parole, era così formulata: l’Amore non sarebbe mai arrivato nella sua vita se lei avesse consentito a chiunque di parcheggiare in seconda fila, bloccando l’accesso al posto che competeva all’Amore. Che magari era in ritardo, aveva avuto un contrattempo, ma prima o poi sarebbe arrivato e avrebbe voluto parcheggiare, invece di starsene a girare tutta la notte e poi andare altrove.

Ma perché c’era gente che parcheggiava in seconda fila?
Erano maleducati? Frettolosi?

Nossignore, era solo che il posto riservato all’Amore era mal segnalato: nel tempo si erano sbiadite le strisce gialle che indicavano la postazione riservata e la segnaletica era stata divelta da qualche teppistello emotivo.
Così, per evitare che la gente continuasse ad ignorare che quel posto della sua vita era riservato all’Amore, a quello suo proprio, tanto atteso, bisognava ribadire con forza che quel posto lì era occupato, e guai a quanti ne impedissero l’accesso con il loro sostare o, peggio, lo invadessero con altri veicoli che tutto trasportavano, fuorché l’Amore.

E da lì consigli a seguire, per tutte le circostanze possibili, affinché l’Amore tornasse a parcheggiare dalle sue parti. Bisognava far finta che l’Amore fosse già là, e che sapesse perfettamente che quello era il posto che gli era stato assegnato. Nel quale sarebbe entrato facilmente, con due sterzate e una sgommatina. Ma più per fare impressione che per altro.

Si decise, non senza un tocco di pudore nei suoi stessi riguardi per la manfrina che si apprestava a costruire, di predisporre il piano perfetto, che in trenta giorni le avrebbe restituito il suo destino, esattamente come annunciava il sottotitolo del libro.

Andò al cinema e prese due biglietti: uno per sé e uno per l’Amore, che ovviamente rimase vuoto. Ma non importava, bisognava agire e comportarsi come se l’Amore fosse già stato presente nella propria vita. Mostrargli che il posto per lui c’era, ed era libero.
Il cinema era pieno, affollato.
Più d’uno le chiese se potesse occupare il posto vuoto di fianco a lei, ma fu ferma e netta: è occupato, sto aspettando mio marito.
A metà della proiezione, nell’intervallo, facendole capolino dietro la spalla uno dei signori che aveva chiesto di occupare il posto, le disse, non senza ironia: suo marito si fa attendere!
Arrossì all’istante, come scoperta nell’inganno.

Poi recuperò sangue freddo e rispose secca: mi ha mandato un messaggio, ha avuto un terribile contrattempo, ma sarà qui alla fine del film per venire a prendermi.
La dispiace allora se mi accomodo di fianco a lei?, aggiunse l’intraprendente e atletico signore, scavalcando rapidissimo la fila di sedili e piazzandosi al suo lato sinistro.
Ha tanti capelli, disse un po’ per giustificare la fulmineità, ho dovuto spostare la testa di qua e di là, al primo tempo.
Alla fine del secondo tempo, quando le luci si accesero e lei tirò un po’ su col naso, il signore le porse un fazzoletto di carta e con un fare quasi complice le disse: è piaciuto tanto anche a me…se non aspettasse suo marito potremmo chiacchierarne un po’.
Ma lei aveva fretta: l’Amore la aspettava proprio all’uscita del cinema e l’avrebbe portata a cena, dove aveva ovviamente prenotato per due, seguendo alla lettera le istruzioni del libro.

All’uscita dal cinema diluviava, improvvisamente.
Doveva essere stato il vento del pomeriggio ad aver ammassato una tale quantità di nuvole.
Non aveva ombrello.
Nemmeno il signore.
Stettero sotto il cornicione spiovente dell’uscita posteriore.
Lei controllava nervosamente il telefono, per non dare a vedere che di fatto non aspettava nessuno.

Cioè sì, aspettava. Ma non aspettava chi credeva di aspettare.
Cioè sì. Solo che non aveva un volto e una forma, per quanto il libro avesse consigliato di provare anche a immaginare la sagoma del prescelto, tratteggiare un po’ la sua psicologia, il carattere.
Solo che non aveva avuto tempo, lei, talmente presa dal mettere subito in pratica quanto appreso.
Era andata al cinema e fine.

Il signore gentile, che aveva trasformato la sua ironia in premura, le chiese se il marito l’aspettasse al parcheggio antistante il cinema o se avessero un punto di riferimento preciso.
Lei rispose che era uscita con la sua auto e che lui l’avrebbe raggiunta a piedi, e che insieme sarebbero poi andati a cena, nel loro solito posto, quello in cui si erano conosciuti.
La conversazione aveva adesso preso i toni gioviali di chi, accomunato dalla stessa sventura, dallo stesso grattacapo, condivide con amabilità la propria sorte, chiacchierando del più e del meno.
Sicché a lui non sembrò inopportuno chiederle dove fosse il ristorante e una piccola recensione.
Lei arrossì di nuovo, ancora colta in flagrante.
Così, dopo un brevissimo attimo di esitazione, nominò un locale poco distante, dove era stata una sera con le sue colleghe, per festeggiare un compleanno.
Un piccolo ristorante con pochi coperti e la pasta fresca fatta al momento.
Non era quello in cui aveva prenotato.
Lui si illuminò: ma lo conosco benissimo, pensi che il proprietario è un amico di mio cugino, che dopo tanti anni di lavoro in banca si è stufato e ha deciso di cambiare vita. Coltivava da sempre questa passione per la cucina e così, dopo le prime difficoltà, è riuscito a decollare. Ci vado spesso anche io, che coincidenza. Anzi, quasi quasi potrei passarci stasera, visto il tempo che fa.
A lei sembrò di morire, in quel preciso istante, messa di fronte alla menzogna che di lì a poco l’avrebbe trascinata nel ridicolo.

Poi, come per miracolo, squillò il cellulare.

Fece per mettere la mano in borsetta, ma si accorse che a squillare era stato quello di lui.
Avevano la stessa suoneria.
Lui rispose quasi a monosillabi, bofonchiò qualcosa e poi concluse: arriverò tutto bagnato, ma ci provo.
Rapidamente la salutò e si mise in cammino sotto la pioggia sferzante.

Lei tirò un respiro di sollievo.
Era salva.

Aspettò altri cinque minuti, per essere sicura che lui si fosse dileguato, e fece una corsa all’auto, per proseguire indisturbata il suo programma.
Parcheggiò fuori dal ristorante ed entrò, ripetendo il nome con cui poche ore prima aveva effettuato la prenotazione.
Era un nome fasullo.
Un po’ per vergogna, un po’ perché il libro sul punto diceva qualcosa che non era chiarissimo, ma che le era piaciuto interpretare così, qualcosa che aveva a che fare con la recita di se stessi per trasportarsi nella situazione in cui si sarebbe incontrato il vero se stesso. O qualcosa del genere.

Si sedette e aspettò un po’.

Il cameriere le si avvicinò per chiederle se volesse ordinare o bere qualcosa, ma, come da copione, lei rispose che era in attesa di suo marito, che aveva avuto un contrattempo a causa del maltempo improvviso, e chiese al cameriere di aspettare ancora un momento.
Dopo dieci minuti, fingendo di consultare il telefono, richiamò il cameriere e gli disse che avrebbe cominciato a ordinare qualcosa, magari l’antipasto.
A causa della pioggia il ristorante era rimasto piuttosto vuoto.
Era intenta alla lettura del menu, che ormai aveva quasi imparato a memoria per dilatare quanto più possibile il tempo, benché in cuor suo volesse solo terminare la recita e rientrare a casa e cambiarsi le scarpe e asciugarsi i capelli che le gelavano il collo; così concentrata da non accorgersi dell’ingresso del signore di poco prima, quello del cinema, che entrò con il viso tutto accigliato e un umor nero, salvo illuminarsi di improvviso al vederla.

Si avvicinò subito, sorpreso, sorprendendola nella sua concentrazione.
Non mi dica che…?
Lei arrossì per la terza volta nella stessa serata e incapace di trovare una scusa valida su due piedi, scosse la testa e sussurrò: lasci perdere, per piacere; se solo sapesse cosa è successo…
Le spiace se mi siedo?, chiese lui. O…o è occupato da suo marito?
Lei aveva recuperato presenza e lo inondò con un fiume di parole, raccontando che a causa del ritardo, dovuto alla pioggia, il ristorante aveva dato via il loro tavolo, che si erano dunque decisi a cambiare posto, non avevano voglia di rientrare a casa, ma che, al momento dell’ordinazione, un…cliente…un paziente – suo marito era medico, medico pediatra, le venne in mente in quel momento, una telefonata di emergenza lo aveva richiamato su – lo studio era proprio, per fortuna, al palazzo di fianco – per una prescrizione urgente, ma poi alla telefonata era seguita un’altra e un’altra ancora, e allora avevano finito per questionare. Lui le aveva proposto di andare a casa, ma lei ne aveva fatto una questione di principio, perché il lavoro non può sempre venire prima di tutto, erano anni che andava avanti questa storia, e quindi aveva deciso di cenare lì, foss’anche da sola,. E che lui se ne andasse pure a casa, lei lo avrebbe raggiunto più tardi. Solo che adesso, da sola, non aveva più tanta voglia di cenare.
Disse questo tutto d’un fiato, con una tale foga da apparire verosimile anche a lei stessa.

Non era forse quello che prescriveva il libro, in fondo?

Il signore la ascoltò e sorrise.
E’ una bella coincidenza, disse.
Vede, mia madre abita proprio qui sopra. Era lei ad avermi chiamato poco fa, al cinema.
E’ anziana, e a volte dimentica dove sono le cose. Così, prima di rientrare in casa, sono passato per aiutarla a cercare quanto diceva di avere smarrito. Poi mi sono attardato, l’ho messa a letto e mi sono accorto che era un po’ tardi per rientrare a casa e prepararmi la cena. Ero a stomaco vuoto e mi sono fermato nel posto più vicino. Non trova che sia una splendida coincidenza? Potrei farle compagnia per la cena, che ne pensa?
Lei esitò.
Ha ragione, disse lui, come colpito da improvvisa riflessione. Non sarebbe carino se suo marito tornasse sui suoi passi e decidesse di venire a prenderla. Chissà cosa penserebbe.

Era ragionevole. Ragionevole e di buone maniere.

Mentre lei era invece stizzita, per questo marito che le anteponeva ogni impegno, ogni cosa, e la lasciava da sola sul più bello.
Così rispose, un po’ seccata: guardi, non tornerà, ne sono certa. Si alzerà prestissimo per il primo turno in ospedale e se dio vuole lo rivedrò domani sera a cena, resti pure.
Cenarono insieme, bevvero un po’ e chiacchierarono del film. Lei aveva visto tutte le altre opere del regista, lui qualcuna di meno, però in questo aveva riconosciuto una citazione dei suoi primi lavori: ha visto la scena del fiume, quando la donna si alza un lembo di gonna per scendere in acqua? E’ ripresa uguale uguale da quel film – ora non ricordo il titolo – quello in cui i pastori decidono di cambiare il pascolo perché le bestie dimagriscono a vista d’occhio e mandano lei in avanscoperta per guadare il fiume.
Sì, sì, è vero, trillò lei come una bambina, con il viso dispettoso di chi avrebbe potuto pensarci per primo ma è stato battuto sul tempo dall’avversario, ma non per questo si diverte di meno.

A mezzanotte passata guardò l’orologio ed esclamo: oddio, è tardissimo, io devo andare. Grazie, grazie di tutto. E lasciò sul tavolo un paio di banconote da venti, senza nemmeno aspettare il conto, per non dare l’impressione di voler essere una di quelle che approfittano della circostanza.

Luigi – si chiamava Luigi, nel corso della cena erano passati poi a darsi del tu – non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi che Mirella fosse andata via, rapida e fulminea, e si ritrovò queste due banconote da venti, un po’ eccessive per l’ammontare del conto. Nemmeno lui era un tipo da approfittare della circostanza, ma non sapeva come avrebbe fatto a restituirgliele. Ci sarebbe voluto un altro colpo basso del Destino.

E il Destino, sentendosi chiamato in causa, comparve. Nella forma di un bigliettino da visita caduto in terra, forse nel gesto frettoloso di tirare fuori le banconote dal portafogli e scappare.

Mirella Cascioli, Dottore Commercialista.
E sotto indirizzo e-mail, telefono fisso e numero di cellulare.

Si ripromise di chiamare il giorno seguente, i soldi non sarebbero scappati.
Al mattino dopo le mandò un breve messaggio raccontandole la vicenda e proponendole di incontrarsi, dove le facesse più comodo, per restituirle i dieci euro.
Mirella rispose che per quel giorno era impossibile: il marito le aveva preannunciato che sarebbe stato a casa, con due suoi colleghi, per la partita di calcio e che lei si era offerta di preparare una spaghettata. Che dopo il piccolo diverbio della sera precedente, finalmente si erano chiariti. E che per i soldi non si preoccupasse, non sarebbero scappati.

Si incontrarono dopo tre giorni, ma per puro caso, al supermercato, incanalati in due file diverse.
Luigi, e che ci fai da queste parti?, chiese lei
Ciao Mirella, non lo so nemmeno io, non sono di zona. Ma ho visto il supermercato e mi sono fermato per il parcheggio.
Nel carrello c’erano poche cose: latte, pane, verdure e frutta e dei formaggi.
Anche il carrello di lei era semivuoto: yoghurt, biscotti, verdura e frutta e del prosciutto.
A dieta?, chiese lui, mordendosi la lingua nell’istante esatto in cui si trovò a pronunciare la frase.
Ma Mirella rise: no, no. Sono per mia sorella. A dieta lei.
Luigi le restituì i soldi e lei propose di reinvestirli all’istante in un gelato, al quale lui fece seguire nei giorni a venire un aperitivo. E via di seguito, complici i turni del marito, la stagione dei morbilli, le emergenze e tutto il resto.

Mirella un giorno gli chiese come mai non fosse sposato, e Luigi le raccontò che sì, lo era stato, ma la moglie era scomparsa prematuramente pochi anni prima. E da allora non aveva mai più prestato interesse alla questione, come se un pezzo di cuore se ne fosse andato con lei.
Mirella un po’ si commosse, poi si dette della stupida.

Era stata frettolosa, mesi addietro, a non ponderare esattamente la fantasia che avrebbe dovuto inscenare. Presa in contropiede si era inventata questo marito medico – che ora, tutto sommato, le tornava piuttosto utile con queste lunghe assenze – mentre invece avrebbe potuto essere vedova anche lei. E questo le avrebbe semplificato enormemente le cose, si diceva, incapace di intravedere una via di uscita a quanto, giorno dopo giorno, andava profilandosi con sempre maggiore chiarezza.

Poi una sera, a bruciapelo, Luigi la invitò a cena da lui.

Il marito – Riccardo, lo aveva chiamato Riccardo – era fuori per un congresso medico sulle complicanze delle malattie esantematiche, e lei sarebbe rimasta sola per tre giorni. Il congresso era a Norimberga. Lui le aveva chiesto di accompagnarla, ma in quella stagione Norimberga era troppo fredda per lei. E poi ci era già stata, due anni prima. Aspettava che lui fosse invitato a qualche convegno sul morbillo in un paese africano. E allora sì, lo avrebbe accompagnato con gioia.

Senza alcuna titubanza accettò l’invito. Luigi era un signore, non si era mai permesso una confidenza fuori posto. Solo una volta, con un piccolo sospiro, le aveva fatto intendere che era un peccato lei fosse felicemente sposata. Felicemente, diceva lei. Non troppo felicemente, per non rendere inspiegabile quella frequentazione che nei mesi cresceva in frequenza e intensità. Abbastanza felicemente, più della media. A sentire le sue amiche sposate da pari tempo.
La casa di Luigi era semplice, ben ordinata e senza fronzoli. Mentre lui apparecchiava la tavola e apriva il vino – bianco, con sentori di fiori, aveva imparato nel tempo alcuni dei suoi gusti – lei ebbe un sobbalzo e un moto a metà tra l’insofferenza e la rabbia: su un ripiano della libreria un volume che conosceva, comprato su una bancarella per un euro, dal titolo tanto stupido quanto accattivante: “Il tuo destino è nelle mani di chi capita: vattelo a riprendere”.
Lei lo aveva mollato mesi prima, infastidita da tanta banalità.
Si era fermata al capitolo che parlava di Amore e parcheggi senza voler proseguire. Aveva appreso le prime regole del gioco e si era fatta appassionare, dimenticando completamente di proseguire la lettura.

Luigi la vide rabbuiata.
Lei arrossì, come di consueto, e poi scoppio a ridere, di un riso forzato, non naturale. Con un tono di voce antipatico, come non l’aveva mai sentita, gli chiese: leggi quella roba?
Quale roba?, chiese lui.
Questi manualucci da strapazzo che contengono soluzioni facili, adatti a quattro decerebrati che non sanno muoversi nella vita.
Era ingiustamente cattiva, di una cattiveria che non aveva il coraggio di rivolgere a se stessa, e del tutto priva della compassione che avrebbe dovuto invece offrirsi.
Lui esitò. Poi disse: l’ho letto anni fa, dopo la morte di mia moglie.
Lei si pentì di tanta acrimonia e provò a rimediare.
Scusami, scusami, non so che mi è preso, scusami.
La cena andò sotto tono, come di qualcosa che fosse rimasto inespresso.
A fine serata lui disse: se vuoi te lo presto, è meno stupido di quel che sembra.
Lei lo accolse, più per rimediare alla figuraccia che per reale interesse. Se lo rigirò tra le mani e poi chiese: lo hai letto tutto?
Luigi sorrise: sì.
E…e…come finisce? Voglio dire non credo sia un romanzo, ma alla fine trae conclusioni utili?
Luigi sorrise ancora: leggilo, poi ne parliamo.

Mentre rientrava a casa – non volle farsi accompagnare, prese un taxi – lui le mandò un piccolo messaggio di buonanotte.
Poi un secondo, molto più lungo, che lei non lesse, con gli occhi accecati di rabbia verso se stessa e lacrime.

Lo trovò al mattino seguente.

“L’autore consiglia di leggerlo tutto, attentamente, prima di mettere in pratica i consigli. Nel caso si abbia fretta, da pagina ottanta in poi c’è un capitolo di aggiustamenti possibili per tirarsi fuori da situazioni imbarazzanti. E poi… poi c’è un’altra cosa che volevo dirti, ma stasera mi è mancato il coraggio, eri già così turbata. A Norimberga c’è stato un terribile incidente: ha preso fuoco un albergo in cui si svolgeva un congresso medico pediatrico, Non ci sono superstiti, sono tutti carbonizzati e irriconoscibili. Mi dispiace. Mi dispiace tantissimo.”
Lesse il messaggio due volte e, come un automa, accese la televisione per sentire i notiziari del mattino, dell’incendio nell’albergo di Norimberga.
Poi scoppiò a ridere e gli rispose.
Un messaggio folle, a metà tra lo scherzoso e il drammatico.

Vengo a consolarti, rispose lui – serio, di una serietà indicibile – ma tu aspettami affacciata alla finestra e non permettere a nessuno di parcheggiare al mio posto.

Una crepa nell’anima, una nascita non carnale, una morte, e quelle fragole. (Guido Ceronetti)

luglio 25, 2017

Mia madre faceva la puttana.

Ma guai a noi, se avessimo pronunciato ancora questa parola. Che a suo dire era eccessiva. Né forniva l’esatta dimensione del suo mestiere. Era semplicemente inadatta.

L’avevamo imparata a scuola, da alcuni compagni che ci deridevano, e l’avevamo ripetuta tornando a casa, in forma di domande di cui ci vergognavamo, come per un presagio: mamma, cos’è una puttana? E’ vero che sei una puttana?

Mia madre rispose con uno schiaffo, l’unico che ricordi della mia infanzia.

Invero ce ne fu un altro, molto anni dopo, per ragioni del tutto diverse. Ma quello schiaffo, il primo, mi insegnò che prima di porre una domanda, è opportuno documentarsi da soli.

Il secondo, invece, quello di cui non parlerò mai, mi rivelò che non sono i destini a ereditarsi, ma le attitudini al loro compimento.

Dopo il ceffone mia madre scoppiò a piangere, per brevi momenti.

Poi passò al riso più sfrenato e ci disse che non era una puttana, checché se ne dicesse in giro. Era una meretrice.

E per la mezz’ora successiva passò a spiegarci la differenza, riempiendoci di storie mitologiche ed etimologiche a un tempo, di liturgie e laghi sacri, di sacralità del sesso e sacerdotesse, di vergini e coiti reservati. Tutte cose che con lei non c’entravano un bel nulla. Lei, ci spiegò, faceva la meretrice: vendeva il suo corpo in cambio di quattrini, e questo era tutto.

Che non ne avessimo a male, ma qualcuno avrebbe pur dovuto pagare bollette in questa casa, e i nostri studi. Che lei non aveva mica talento per questo – se no, insisté, avrebbe fatto la puttana, radice Veda per indicare quanto è sacro, la qadishtu, la mugig, la zêrmasîtu. Al limite l’ètèra. – ma non aveva alcuna pretesa di darsi arie o riconoscersi capacità che non le competevano. Lei si limitava al commercio, come altri si limitano a vendere ortaggi, piastrelle o gioielli, senza per ciò essere agricoltori, ceramisti o artigiani orafi. Come una fotomodella, aggiunse. Forse che una fotomodella non vende il suo corpo? Non lo noleggia ad altri? O un calciatore, se vogliamo dirne un’altra.

Non vorrete mica operare una distinzione tra il noleggio dell’epidermide e delle mucose, figlie mie? Suvvia, siete troppo intelligenti per appiattirvi su questa mediocre visione che vi confina a spazi e pregiudizi. E di lì proseguì su un sentiero difficile, almeno per noi che frequentavamo ancora le scuole medie – io la seconda e mia sorella la prima – sulla questione degli sponsor e della perdita del senso della competizione e dell’agone, tutto ridotto a mercificazione squallida.

Per cui, care le mie figliole, se ancora qualcuno osa fornirvi notizie insensate sul mio conto, sappiate rispondere per le rime e spiegare che il mio lavoro deriva da merere, guadagnare. Cosa che fanno tutti, per tirare a campare in questo mondo. E non mi vengano a dire che, con la mia laurea in lettere classiche, potrei fare di meglio: il meglio non esiste, esiste solo il possibile, il praticabile. E adesso basta con le ciance, ché la cena è pronta.

La sera, a letto, io e Cecilia, che sempre prima di dormire ci perdevamo in racconti e fantasticherie, spegnemmo la luce senza una parola, come se un peso ci opprimesse.

Pensavo, rigirandomi nel lettino, che non mi sarebbe piaciuto dire che mia madre faceva la meretrice. Ma non sapevo esattamente il perché.

Era difficile, quando ci chiedevano del lavoro dei nostri genitori, dire qualcosa: nostro padre se ne era andato alcuni anni prima, senza lasciare tracce né fornire notizie, e nostra madre, ufficialmente, faceva la casalinga.

O, almeno, era quanto credevamo fino alla mattina di quel giorno.

Mia madre ci preparava per la scuola, spesso ci accompagnava, ci aspettava all’ora del pranzo, sfornava torte profumate e sbilenche, guardava con noi la tv dopo i compiti e conosceva storie bellissime su tutti gli dei dell’Olimpo. Leggeva libri dai titoli incomprensibili e senza figure – diceva che non capivamo perché erano in tedesco – scriveva poesie o chissà che su un quadernetto nero (ne aveva decine, tutti uguali, in un cassetto del comodino), si arrabbiava da morire se sbagliavamo le doppie e ci proibiva di fare il bagno al mare se non fossero passate almeno tre ore esatte dalla fine del pranzo.

In breve, era uguale a tutte le madri dei nostri compagni, se non fosse stato per la rivelazione delle sue occupazioni.

Stefania, mi chiese al mattino seguente mia sorella, invece del buongiorno, credi che la mamma morirà presto?

Questo pensiero non mi aveva mai sfiorato, fino a quel momento.

Perché lo pensi?, chiesi a Cecilia.

Per questa storia che vende il corpo. Credi che lo venda tutto insieme o un pezzetto per volta? E quando finirà che succederà?

Andammo a scuola con un magone infinito.

La sera iniziammo a spiarla.

Nei giorni a venire lasciavamo avanzi nei piatti – noi, che eravamo state sempre fameliche – chiedendole di finire tutto, in modo che non finisse lei. Mamma rideva e diceva: mi farete ingrassare, e questo non va bene. Diventerò come vostra nonna.

La nonna era grassa, molto grassa. Quasi non si muoveva dalla sedia.

Cecilia, dopo qualche giorno azzardò una piccola domanda, in punta di piedi: mamma, ma se la nonna è tanto grassa, perché non vende un po’ del suo corpo al tuo posto?

La mamma la guardò, dapprima esterrefatta. Poi scoppiò a ridere, com’era il suo solito. Soffriva di buonumori contagiosi che si alternavano con momenti di una cupezza infinita – quando scriveva nei quadernetti, per esempio. Si sedette a gambe incrociate sul tappeto del soggiorno, accomodò Cecilia nello spazio vuoto, allungandole le gambe a cingerle i fianchi e, guardandola bene in viso, con grande dolcezza, le spostò una ciocca di capelli e le disse: il corpo non si vende a pezzetti, e nemmeno a peso. Sono stata imprecisa, giorni fa: il corpo si affitta, si concede per un tempo prestabilito. Ma non si smembra e non si ripartisce. Invece l’anima non si vende. Ossia, c’è gente che lo fa, ma io no, l’anima no.

Dell’anima avevamo parlato al catechismo, due anni prima. Era una specie di soffio, come un palloncino. Che stava nel corpo o anche fuori dal corpo, non si era mai capito bene. Era come il respiro di Dio per rendere l’Uomo e la Donna diversi dagli animali. Quando nascevi avevi un’anima un po’ sporchina – per via del Peccato originale – poi te la lavavano col battesimo. Poi andando avanti si sporcava sempre un po’, ma si ripuliva con la Confessione dei Peccati e la Comunione. Bisognava stare bene attenti a non sporcarla, evitare di dire bugie, litigare e pensare cose cattive. Infine, al momento della morte, si staccava dal corpo e proprio come un palloncino volava in cielo. Secondo quanto era sporca si decideva se saresti andato in Paradiso o all’Inferno. O in Purgatorio, che doveva essere una specie di lavanderia dove restavi lì per ripulirla dalle macchie. Questo era quello che sapevo dell’anima. Che si potesse anche vendere non ci era stato detto.

Poi mamma sbuffò, incapace di proseguire. O forse non ne aveva voglia.

Mi guardò di sbieco: Stefania, almeno tu, che sei grande, hai capito?

Io annuii, anche se non avevo capito un bel niente. Pensavo a quel giorno che avevamo affittato un pedalò per un’ora, ed eravamo state libere, in mezzo al mare, a fare tuffi e spalmarci la crema. Poi dopo un’ora esatta eravamo tornate alla riva, mamma aveva ripreso il documento,  il bagnino le aveva strizzato l’occhio e lei aveva scritto qualcosa su un foglietto. Il bagnino aveva guardato, lo aveva baciato e se lo era infilato nel costume, dove forse aveva un taschino. Poi  la sera aveva telefonato e mamma era uscita. Forse mamma quella sera gli doveva aver affittato il suo corpo, come il pedalò. Che cosa ne avesse fatto il bagnino, non potevamo saperlo. Non esattamente, almeno. Lievemente intuirlo. Ma ogni volta che il pensiero si soffermava sul bagnino, mi succedeva qualcosa di strano, come un dolore tra la pancia e lo stomaco, e una specie di paura che mi faceva pensare subito ad altro.

Credi che si affitti per i baci?, mi chiese a bruciapelo Cecilia, il pomeriggio di qualche giorno seguente.

Per i baci?

Fu come un’illuminazione.

Può darsi, risposi. In parte sollevata. Ma solo in parte. L’idea che qualcuno pagasse per dare o ricevere dei baci mi sembrava assurda: noi li davamo e li ricevevamo gratis. Ma forse nel mondo degli adulti non era così. Da qualche parte della mia memoria c’era un giorno di Pasquetta, di molti anni prima. Eravamo in campagna – all’epoca c’era ancora papà – e a causa di un temporale ci eravamo rifugiati in una stalla. Papà la teneva per la vita, da dietro, e le baciava il collo. Mamma rideva e gli diceva di smetterla. E rideva.

Poi era andato via, dopo poco.

Forse perché non aveva pagato.

Ma avevo paura di chiederlo alla mamma.

Aspettai qualche settimana, poi mi feci coraggio. La presi da lontano. Le domande erano due, precise: la prima riguardava i motivi reali della compravendita, la seconda aveva a che fare con mio padre.

Mamma, le chiesi, ti ricordi di quella volta che in campagna siamo finiti nella stalla con papà per la pioggia e lui ti baciava?

Mamma trasalì, impercettibilmente, e si morse un labbro.

Non mi ricordo, rispose. E’ stato molto tempo fa.

Le domande mi morirono sulla punta della lingua, a questa possibilità non avevo pensato.

Mi venne incontro un’idea diversa per aggirare l’ostacolo.

Mamma, chiesi allora, quanto costa un bacio?

Scoppiò a ridere, come era suo solito. Quel riso vivace, infantile. Che non mi trasmetteva allegria, ma mi precipitava in un senso di impotenza, di infinita piccolezza.

Costa moltissimo, rispose ridendo a crepapelle, incapace di contenersi. Costa così tanto da non potersi comprare. I baci si possono solo regalare. O al massimo rubare.

La confusione aumentava.

Forse mio padre aveva rubato dei baci ed era fuggito via. O li aveva rubati lei, glieli aveva rubati tutti, e lui era scappato senza  baci. O glieli aveva rubati qualcun’altra. Va’ a saperlo.

La sera riferii a Cecilia: i baci non si vendono e non si comprano, ha detto la mamma.

Cecilia era già mezza addormentata.

Ad occhi chiusi e con la voce impastata rispose: va bene, adesso però dormiamo.

Al mattino seguente la mamma ci svegliò mezz’ora prima del solito.

Voglio andare al mercato, ci disse.

A vendere il corpo?, chiese Cecilia senza alcuna impertinenza.

La mamma rispose seria: no, a comprare le fragole per farvi una crostata. Adesso basta, con questa storia del corpo. Ho sbagliato a tentare di spiegarvi cose che non potete capire.

Poi restammo in silenzio per tutto il tragitto fino alla scuola.

Ci sembrò che qualcuno la guardasse. Era bella, con un vestito a fiori e il rossetto, di primo mattino.

A pranzo trovammo una torta di fragole e panna, un po’ sbilenca da un lato, come le faceva lei. Sono le fragole di Terracina, disse mamma. Chiedono solo di essere mangiate, senza troppi perché.

E per quel giorno non facemmo altre domande.

 

Per maestri ho avuto i miei occhi. (Michelangelo Antonioni)

luglio 9, 2017

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Francesco Botta, detto ‘o fotografo, morì nel suo letto alla ancora giovane età di sessantatré anni.

Ad accorgersene fu al mattino la moglie, Vincenza Tripaldi, di anni sessantadue e ben portati – così ben portati da dimostrarne trentacinque – che nel badare alle faccende di casa, com’era suo solito di buon’ora, non se lo trovò intorno al ritorno dalla spesa, intento a trafficare in tutte quelle cose che usava lui – obiettivi, treppiedi, fasci di luce luminosissima che spuntavano a comando da certe scatolette che non avresti mai immaginato – e sentì che la casa era abitata da un oscuro silenzio.

In punta di piedi entrò nella stanza da letto e lo trovò sdraiato, come se dormisse, con un sorriso largo largo a riempigli la faccia. Lo scosse, come per svegliarlo, ma accortasi della piena impossibilità a riportarlo alla vita quotidiana, lanciò un urlo, un urlo che proruppe dalle carni, dalle profondità più viscerali, che sembrò attraversare il tempo e che alla fine si fermò, concretizzandosi in una serie di rughe, simili a una ragnatela, che le si disegnarono all’improvviso sul volto e sul collo.

Prima che accorressero i vicini, come nella tradizione, tirò fuori dall’armadio delle lenzuola scure – le stesse che aveva utilizzato per la madre e il padre, e si accinse a coprire gli specchi, accorgendosi, non senza un secondo urlo, più lungo, doloroso e possente del primo, che l’immagine che le veniva restituita non era quella alla quale era avvezza da decenni – una giovane donna piacente dalle forme ben distribuite e la pelle levigata – bensì quella che avrebbe dovuto essere: una donna di sessant’anni, dai capelli a strie grigie, i fianchi di madre e la pelle segnata da un’intera vita.

Appese l’ultimo drappo poi si avvicinò al marito appena defunto e gli sussurrò: t’aggio voluto bene assaje, ma assaje, e tu chesto nun me l’aviva fa’.

Fu la stessa frase che dopo ventiquattr’ore ripeté al funerale, al momento di salutare la bara al cimitero e nessuno seppe mai se si riferisse alla morte prematura e inattesa o al ritrovarsi improvvisamente avanti negli anni, distrutta dal dolore e dalla fine del miracolo fotografico.

Perché Francesco Botta, ‘o fotografo, un giorno di molti anni prima, aveva scoperto di possedere un potere di cui non aveva la minima contezza: lui, con quella macchina fotografica, faceva miracoli. E li faceva in un’epoca in cui non esistevano le diavolerie tecnologiche moderne. Ma, ancora oltre, lui questi miracoli li faceva nella realtà, senza che nessuno riuscisse a comprendere come poteva succedere, nemmeno lui stesso.

La prima volta era successo con un neonato.

Brutto, brutto come la fame, peli su tutta la faccia e un nasone che sembrava Pulcinella. Qua e là, sul corpicino troppo robusto per la sua età, già si intravedevano i segni di una menomazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, sarebbe cresciuta con lui fino a diventarne parte inscindibile.  Come il nomignolo che subito gli avevano attribuito nel palazzo: Pasqualino ‘o lifante. Per tutte quelle protuberanze – tutte, anche le più indicibili – che da quel corpo pendevano, smisurate, sproporzionatissime.

I genitori lo avevano chiamato per un ritratto di famiglia.

Perché così si doveva fare, lo facevano tutti.

Ma vergognandosi del bambino.

Lo avevano imbacuccato tutto in una fasciatura stretta stretta e sul capo una cuffietta per tenere attaccate le orecchie al capo, ma il naso no, quello non si poteva nascondere.

Francesco era entrato in casa, con tutto il suo armamentario, aveva dato un’occhiata alle luci, ai colori del mobilio. Per ultimo si era attardato sul bambino e, guardandolo attentamente, aveva esclamato: comm’è bellillo, ‘stu criaturo. Agile e proporzionato. Pare ‘na miniatura di biscui’.

Il padre si era risentito, come a essere preso in giro. La madre non aveva parlato.

Dissero che non gli avrebbero dato una sola lira di anticipo. Prima volevano vedere la foto.

Dopo una settimana, al vedere la foto, restarono senza fiato:  Pasqualino era stato immortalato in un’aura di soffusa bellezza, con tutte le proporzioni esatte. E proprio non si capiva perché, in quella foto, al cospetto di un neonato così bello e sereno, tutte le espressioni della famiglia risultassero così inadeguate, con quelle facce appese e nere nere.

Il padre disse: vi pago il doppio, e pure il triplo, se ci venite a fare un’altra foto in cui siamo tutti sorridenti.

Ma Francesco Botta si rifiutò. Disse che a sorridere, da quel momento, ci dovevano pensare loro, che lui voleva essere pagato il giusto e finiva là.

I genitori rientrarono a casa e guardarono Pasqualino, di colpo riconoscendolo nella realtà come era nella foto. E iniziarono con tutte quelle moine che si fanno ai neonati, quei sorrisi pieni e le parole che non vogliono dire niente.

Nei mesi Pasqualino ‘o lifante crebbe, miracolosamente si riproporzionò, si equilibrò.

Anni dopo, molti anni dopo, si sarebbe sposato con una ragazza del vicinato che pare avrebbe poi confessato alle amiche, all’esito della sua prima notte di nozze: ‘o fotografo s’avessa ‘mpara’ a farsi i fatti suoi e lasciare lunghe le cose che nascono lunghe.

Ma ad oggi non sappiamo se si tratti di verità o di una maldicenza costruita alle spalle di Francesco Botta che, sull’onda del primo sbalorditivo successo professionale, negli anni accumulò tanti denari quanta invidia.

Dai battesimi si passò ai matrimoni, alle foto per i provini televisivi, alle lauree.

Quelle che gli venivano meglio erano le fotografie per i matrimoni combinati, dopo mesi e mesi di carteggi amorosi al culmine dei quali i futuri sposi dovevano finalmente scambiarsi una foto e poi incontrarsi: la sposa baffuta o troppo grassa, lo sposo calvo e macilento.

Entravano nello studio spaesati, intimiditi e quasi lo pregavano: don France’, voi dovete fare un miracolo.

Un miracolo? E a che vi serve questo miracolo? Voi state tanto bella accussi’.

Poi sistemava le luci, gli sgabelli, apriva quegli ombrelloni bianchi che facevano sparire le ombre dal volto e dall’anima e scattava. E la futura sposina tornava a casa, aspettando il momento del verdetto fatale e della sua felicità.

Non sempre, avveniva il miracolo.

Lui questo lo sapeva. E tuttavia non poteva opporre nulla, né sapeva trovare spiegazioni. C’erano cose, persone che restavano brutte, nonostante il suo intervento.

Se ne attribuiva la colpa. Si diceva che forse era un’opacità nel suo sguardo, un filtro che a volte gli si attivava suo malgrado.

Per le foto malriuscite non si faceva pagare.

Ma ne seguivano giorni disperati, in cui si rifiutava di lavorare ancora e si rifugiava nel corpo accogliente di Vincenza. Entrava e usciva da lei facendola rifiorire. A occhi chiusi, sempre. La ricostruiva piano piano nella sua immaginazione. Con un dito le sfiorava il ventre, ripercorreva il cordoncino in rilievo dei parti cesarei, la piccola cicatrice del vaiolo sulla spalla, quella somma di nei che le disegnavano sul corpo mappe segrete. Poi di colpo apriva gli occhi e la vedeva sorridere, sfavillante.

Fammi una foto, France’, lei gli chiedeva ogni tanto. Fai foto a tutti quanti, tranne che a me.

A te no, le rispondeva assorto, chiudendole la bocca con un dito. A te no. A te ti fotografo qua dentro.

E si toccava il petto, all’altezza del cuore.

Una volta – solo una volta, e a lungo si dolse per la terribile decisione – operò il miracolo al contrario: si presentò allo studio una donna giovane, affranta, distrutta dal dolore e dalla perdita. Sul più bello il suo promesso sposo l’aveva lasciata per un’altra, giovane e bella quanto lei, ma che dalla sua aveva ricchezze e palazzi. Lo avrebbe ucciso, se avesse potuto.

Don France’ – disse – mi ha distrutto la vita mia. Io non la posso far diventare povera, questo no. Ma voi la potete far diventare brutta. Brutta assai. Che la sera, quando si mette a letto, se lo deve ricordare sempre, quello che mi ha fatto. E alla mattina, quando apre gli occhi, s’adda appaura’. Io vi pago con tutto quello che tengo, la dote. Tanto non mi devo sposare mai più, questo lo so.

Il fotografo esitò a lungo, una cosa così non gli era mai stata chiesta. E nemmeno sapeva se sarebbe stato capace. Aveva bisogno di soldi, in quel momento: il figlio di sua sorella aveva una malattia per cui servivano cure costosissime, ma non se la sentiva di speculare sul dolore della donna.

Passò la notte fuori casa, camminando senza sosta, e la mattina sciolse la riserva, imbavagliando la coscienza con una benda di pensieri e parole: ci avrebbe provato.

Si presentò a sorpresa fuori dalla Chiesa, salutato da tutti e disse agli sposi: questo è il mio regalo di nozze, una foto omaggio di Francesco Botta. Per gli sposi, i figli e i figli dei figli.

Suonava come una maledizione, ma non se ne accorse nessuno.

Al rientro dal viaggio di nozze la sposa era invecchiata di colpo. Sfatta, ingrassata. Sul mento le spuntavano peli e la pelle delle braccia iniziava a penzolare. Non ebbero figli. Lo sposo entrò in una depressione senza fine e dopo alcuni anni sparì. E non lo vide più nessuno.

Non accettò mai più un incarico del genere, la coscienza gli pesò fino all’ultimo giorno della sua vita.

Intorno a lui crebbe un’aura sinistra.

Famoso continuò ad esserlo. Ma adesso la clientela si gli avvicinava con circospezione, in strada lo salutavano con una forma di reverenza mista a timore.

Ci vollero anni, moltissimi anni, prima che la vicenda fosse dimenticata, o relegata al rango di pettegolezzo che si arricchì di bocca in bocca, fino a diventare una storia diversa: nel ricordo di tutti la sposa tornò ad essere bella e di lui, il fedifrago fuggito, si disse che era stato allontanato da casa perché sorpreso a trafficare con certi investimenti del suocero per trasformarli in cattivi affari.

Al funerale di Francesco Botta nessuno scattò fotografie.

Vollero ricordarlo com’era.

Vincenza scovò una vecchia foto di molti anni prima, investiti da un raggio di sole, e chiese che fosse la foto della lapide. Poi gettò un pugno di terra sulla bara, si riavviò i capelli grigi e rientrò stancamente in casa per abbracciare i nipoti.

Quanto ti ho amato e quanto t’amo, non lo sai. E non lo sai perché non te l’ho detto mai.

maggio 7, 2017

Le città sono femmine. Lo sono linguisticamente, per ragioni a me ignote.

Ma ho la tendenza a pensarle come grandi amori, e siccome sono femmina anche io, mi diventano maschie.

Forse hanno ragione i francesi, che dicono le vieux Montréal o le beau Paris, cogliendo l’esatta sostanza.

Sono maschi e ti accolgono con un abbraccio o ti respingono con freddezza e mutismi. Sono maschi caotici, disordinati, come quelli che non cambiano il rotolo di carta igienica e spremono il tubetto del dentrificio dal centro.

Questa è la ragione per cui, quando mi scopro a essermi un po’ innamorata di Roma, mi parte il senso di colpa del tradimento per Napoli.

Come se Napoli fosse il grande amore, che dopo una vita di idillio devi lasciare, perché ti hanno combinato un matrimonio con un altro.

Un matrimonio non voluto, con questo tipo sboccato, rozzo, violento, arrogante e supponente. Che fin dal primo giorno mi ha fatto capire che nemmeno lui era tanto contento della combine, che era abituato a fare la bella vita, a incontrare chi gli pareva e quando gli pareva, e che non aveva voglia di occuparsi di me, se non per quel minimo di doveri coniugali imposti da contratto.

Così sono state liti, amplessi frettolosi e deludenti per i primi anni. Abbandoni e sfuriate. Equivoci e incomprensioni.

Per un bel po’ mi sono tenuta Napoli come amante, ma si capiva che non poteva durare in eterno. Napoli è carnale, esigente, reclama possesso e appartenenza. Così un po’ alla volta l’ardore è scemato. Non siamo diventati amici, no. Coltiviamo ancora una passione che arde ma resta silente, sopita per quieto vivere. Ci incontriamo sempre più di rado e per brevi momenti, prendiamo un caffè insieme e ricordiamo i vecchi tempi. Di tanto in tanto ci affoghiamo in una nostalgia di ciò che fu e fu brutalmente interrotto.

Credo che non ce l’abbia con me, non mi ha mai fatto pesare il tradimento subito. Ma un poco si è raffreddata.

Nel tempo il matrimonio con Roma è andato assestandosi, e un po’alla volta mi sono trovata accanto questo marito dal cipiglio imperiale ma con una vita tutta sua, fatta di affari a me ignoti, certo qualcosa di losco c’è. Tuttavia un po’ alla volta abbiamo iniziato a sorriderci. I suoi abbracci, un tempo frettolosi e rigidi, si sono fatti più dolci e frequenti. E io, dal canto mio, ho imparato un pochino a fidarmi e lasciarmici andare.

Anche la grevità, che inizialmente mi allontanava, col tempo ha fatto spazio ad alcuni tratti del carattere che non avevo notato. Cose minime, impercettibili, ma che lasciavano capire che le cose tra noi stavano cambiando. E che dipendeva anche da me lavorarci.

E’ un marito di quelli che ti lasciano molto tempo da sola, ti trascurano. Ti sprofondano in un mare di insicurezza e ti chiedi se dipenda da te, se hai la gambe troppo grosse, o pretese eccessive. O se ne hai bisogno come di una badante, in modo un po’ infantile.

Mi sono dovuta abituare.

Col tempo, ho capito che era il suo dono.

Mi aveva insegnato a crescere, a cavarmela da sola. Mi ha insegnato ad apprezzare l’indipendenza, che non è solitudine. La libertà, che non è mancanza di legame.

Di fatto era con me, anche quando non me ne davo conto.

Credo che mi abbia conquistato in modo sapiente e accorto, come se mi avesse studiato a lungo e avesse scoperto cosa poteva far breccia nel mio cuore.

Non erano oggetti o moine.

Ma tutti i giorni, come a un appuntamento segreto, si è presentato con un fascio di luce. Non era mai la stessa.

Se uscivo dall’ufficio, era un bianco accecante che riverberava ovunque. Se passeggiavo sull’Appia antica, mi inondava di piccoli arcobaleni, se mi trovavo sul Tevere erano grigi cupi e macchie di rosa. O rossi violenti.

Mio marito mi parlava con il linguaggio più seduttivo che conosca, quello che mi va diretto al cuore. Ha fatto in modo che uscissi a cercarlo, e sempre lo trovavo.

Non al bar con gli amici, non con altre donne. Ma era lì, ad aspettarmi sempre. A regalarmi sfumature dorate e piccoli venti tra i capelli. A stupirmi con ombre tremolanti e sprazzi luminosi.

Stasera ci siamo guardati a lungo.

Mi ha accompagnato dolcemente all’auto. E lungo tutta la strada continuava a trasformare tutto quel che passava sotto il mio sguardo.

Sotto casa ho parcheggiato e si era fatto di notte fonda. Ma era dolce, accogliente.

Gli ho sussurrato: ho scoperto di esserti legata, forse di amarti. Ho scoperto la tua bellezza sotto quella patina ostile. So che ci saranno giorni di pioggia e di freddo, che non porterai via le immondizie, che mi farai sempre disperare per le distanze. Lo so. Ma so che stasera, per come ti vedo, per la prima volta ho avuto desiderio di invecchiare con te.

Con le tue cicatrici, la tua sciattezza, la tua sfacciataggine.

Con la tua luce.

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È assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone si dividono in simpatiche e noiose. (Oscar Wilde)

maggio 4, 2017

Qui dunque non si tratta di prendere in considerazione la noia come fatto psicologico, esistenziale. Né di dare la stura all’analisi di tutti i filosofi che hanno cercato di spiegarcene origini e cause, da Seneca a Pascal, da Kierkegaard a Bergson.

No, no.

Qui si tratta piuttosto di capire perché le persone ci annoiano, come ci annoiano e cosa potrebbero fare e potremmo fare per sormontare la circostanza.

Dapprima lo studio del fenomeno.

Uno psicoterapeuta, anni fa, mi ha insegnato che la noia non esiste: è una parola di copertura per indicare un doppio sentimento, misto di rabbia e tristezza e delle loro possibili declinazioni che fa sì che, in quel momento esatto, noi non vogliamo essere in quel posto a occuparci di quella cosa. Perché quella cosa ci rimanda a sensazioni moleste, a un generico senso di fastidio, non ancora tanto definito da farci piangere o farci scattare d’ira. Uno stato latente, in cui galleggiamo senza voler approfondire la causa sottostante. Ma se solo per un attimo ci permettessimo di andare a guardarla, a cercarla, inevitabilmente produrrebbe una reazione più profonda, che con molta probabilità ci condurrebbe a un’azione – mettersi a piangere, urlare, sbattere un pugno sulla scrivania, voltare le spalle e andarcene, dire una parolaccia, sbottare in un sonoro pernacchione – che ipso facto ci trascinerebbe fuori dalla scomoda zona della noia.

Fatta questa premessa, viene intuitivo comprendere che le persone noiose sono quelle che ci sprofondano in questo sentimento e di fronte alle quali vorremmo in qualche modo reagire, ma per un insieme di ragioni non possiamo o non ci riusciamo. E viene anche intuitivo comprendere quanto il sentimento di noia, ancorché indotto da cause esterne, sia una percezione del tutto soggettiva e personale, un farci toccare determinate corde che ci risuonano male.

Qualche giorno fa pensavo proprio a questo fatto delle corde e pensavo che ci sono persone che mi irritano perché mi pizzicano sempre allo stesso modo. Persone che mi scambiano per una chitarra e che, sapendo solo strimpellare la chitarra, producono sempre lo stesso effetto su di me, senza accorgersi che magari potrei essere un flauto o una pianola, e quindi dover essere soffiata o martellata invece che pizzicata. O magari può anche darsi il caso che io sia davvero una chitarra e loro suonatori di chitarra, ma in questo caso un buon suonatore di chitarra dovrebbe assumersi l’onere di toccare le mie corde in modo da stupire me, innanzitutto. Questo si chiama stimolo, estro, fantasia, capacità. Ed è l’esatto contrario di quanto invece produce la noia.

Quindi la prima possibile deduzione: la persona che ci annoia non ci vede, non ci riconosce, ci suona a suo piacimento, incurante della musica che potremmo produrre. Riversa su di noi l’unica tecnica che possiede e la sola melodia possibile. Senza volerlo, ci usa come un esercizio simile alle diteggiature per pianoforte che i principianti ripetono ossessivamente per la disperazione di mamma, papà e i vicini di casa.

Dunque, se è vero da un lato che esiste una percezione soggettiva della noia, è altresì vero che il soggetto che ci annoia, è forse obiettivamente noioso: monotono, ripetitivo. E questa monotonia può riguardare tanto i contenuti, gli argomenti che cerca di sottoporre alla nostra attenzione, tanto le forme, che si tratti di una voce monocorde,  di quel parlare fitto fitto senza arrivare al punto, del toccarti costantemente un braccio quando si accorge di smarrire la nostra presenza e non è in grado di sollecitarla in altro modo, se non con la sonatina che ha diligentemente appreso tempo addietro e che continua imperterrito a ripetere.

Seconda questione: i contenuti.

In linea di principio non esistono contenuti noiosi.

Tutto è degno di attenzione, tutto contiene un potenziale di attrattività capace di entusiasmarci, di interessarci. Io, personalmente, non riesco ad annoiarmi. E se succede, è gravissimo. Tanti anni fa ho scoperto che il più potente antidoto alla noia era l’osservazione minuziosa di ciò che mi circonda, senza tuttavia fissarmici. un cogliere e poi lasciar andare.

Questo è uno dei motivi per cui scatto tante fotografie: ho abituato l’occhio a cogliere dettagli magnifici, interessanti, bizzarri, curiosi in tutto quello che mi trovo vicino. Di solito tento di fare così anche con le persone che mi annoiano: mentre parlano mi concentro su particolari del viso, della pettinatura, dell’abbigliamento, calibro i gesti, i toni. Dopo aver compiuto questa disamina, passo a immaginarmele in situazioni che mi divertono, a ipotizzare dei colpi di scena. Il più delle volte mi distraggo dalla conversazione, al punto che penseranno di me che sono noiosa. Ma rapidamente, facendo leva su un dettaglio, la riacciuffo e sposto il punto di vista dell’interlocutore che, spiazzato, o si allontana insoddisfatto, o si trova costretto a imprimere una svolta a quanto sta dicendo, risintonizzandoci entrambi su un nuovo piano.

Questo significa che l’interlocutore ha modificato, seppur costretto, il suo stato emotivo, è uscito temporaneamente dallo spartito che suonava a memoria, a occhi chiusi, e si trova costretto a una piccola benefica improvvisazione. In questo guizzo di improvvisa apertura può accadere il miracolo della rivelazione: che consegni a noi – e in primis a se stesso – una luce che fino a quel momento gli era ignota. Come un piccolo insight che lo destabilizza e gli restituisce un frammento di verità. Tuttavia, se l’interlocutore, oltre che noioso è anche stupido, non comprenderà mai la bellezza di questo istante, e ci bollerà definitivamente come maleducati, disattenti o disinteressati, abbandonandoci. In ogni caso, il risultato di liberarsi del soggetto noioso è stato raggiunto.

Non so davvero se esistano cose e persone obbiettivamente noiose, ma penso di sì, che esista un denominatore comune della noia, un quid palloso, una noiosità in re ipsa e che tutti siamo in grado di cogliere. Meno capaci di definire.

A volte mi è capitato di pensare che l’autocentratura, l’egocentrismo siano assolutamente noiosi. In realtà non è vero, non è vero per niente. Anche qua è il modo, il ritmo che si impone al proprio ombelico, il problema.  Il problema è sempre legato alla qualità e alla quantità dei sentimenti messi in campo. Alla profondità del sentire.

Il racconto di una disgrazia amorosa o di un lutto, ad esempio, possono essere noiosi o non esserlo affatto.

Quanto più l’interlocutore è distante emotivamente da quanto ci riferisce, tanto più ci annoia. Una persona che piange a dirotto non ci annoia, una che piagnucola senza variazione di tono sì. L’amica che ci racconta di come sia stata scaricata dal suo uomo, con una dovizia di particolari, ognuno dei quali impregnato di disistima per se stessa o rimpianto, ci annoia; quella che nel mezzo del racconto a un certo punto sbotta in un vigoroso vaffanculo all’indirizzo del tipo, seguito da un intermezzo pettegolo in cui racconta di tutte le volte che si specchiava vanesio allo specchio tirando in dentro la pancia e gonfiando i pettorali, non ci annoia. Penso allora che la noia venga prodotta dalla mancanza di modulazione. De resto le ninne nanne, che si basano su questo assunto, ci fanno dormire. E l’ipnosi funziona allo stesso modo.

Per lavoro incontro decine, centinaia di persone.

La maggior parte mi annoiano a morte: sono quelli che al termine di una giornata di fiera, ad esempio, giunti finalmente a cena, ancora indossano l’habitus professionale e mentre mangiano una cena buonissima che ci costa un occhio della testa, preparata dallo chef stellato così e cosà, ancora parlano di business, di fatturati e di strategie, senza soluzione di continuità.

Quelli che non mi annoiano sono quelli che sanno cambiarsi la giacca mentale e introdursi curiosi nel nuovo scenario.

Un capitolo a parte meriterebbero i corteggiatori noiosi, per i quali valgono tutte le considerazioni già fatte più alcune precisazioni specifiche, legate al fatto che – similmente all’interlocutore generico – vi è una dinamica di attrazione, di seduzione, ma, a differenza del caso generico, il corteggiatore ha in mente anche un aspetto carnale. O quanto meno, lo si auspica.

Tuttavia si tratta di un capitolo denso e corposo, che non può essere mortificato in una trattazione così generica, e di cui in parte, ma solo in minima parte, si è già detto qui.

Il punto vero del noioso è che nella maggior parte dei casi non sa di esserlo: è vittima della sua stessa noia, che non riesce a conoscere o riconoscere. Per lo più il noioso pensa di essere un incompreso e non riesce a capire perché venga allontanato, evitato. A volte, nel peggiore dei casi, non si accorge nemmeno di questo evitamento e imperversa, incurante degli sguardi che si abbassano per evitare il suo, della fretta che si imprime ai propri passi quando lo si incontra in un corridoio, della concentrazione estrema che si prodiga alle punte delle proprie scarpe quando lo si abbia accanto in ascensore.

Il noioso vive in un guscio di noce, raggomitolato.

Il curioso, se sta in un guscio di noce, immagina di trasformarne metà in barchetta, metà in berretto, e uscire a solcare i mari.

Lo sguardo dell’altro. E pure la barba.

aprile 25, 2017

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Ci ho pensato spesso, in questi giorni, immersa in un mondo in cui la maggior parte portava a spasso una barba: statue di imperatori e filosofi, giovani hipster, qualche pope, anziani e meno anziani, mentre il mio sguardo rapito saltava dall’uno all’altro.

Ci ho pensato perché il pensiero non è un’attività quieta e contemplativa, ma la traduzione di impulsi elettrici, di sensazioni che prendono la strada di immagini e concatenazioni di frasi mentali e diventano una sostanza concreta. Modificabile, ma concreta. Che a sua volta genera nuove sensazioni e impulsi elettrici, fino a formare un disegno più o meno comprensibile, articolato, di linee e chiaroscuri, di ombre e rivelazioni. E tutte quelle barbe vaganti mi riempivano di impulsi, a me.

Tempo fa un amico mi diceva che la mia inspiegabile attrazione per le barbe – attrazione che nel tempo va trasformandosi non in ossessione o mania, bensì in sola forma possibile del virile come personalmente inteso – derivava dal fatto che mio padre si era rasato tutti i giorni della sua vita. Puntuale, ogni mattina. E puntualmente, quando non era stato più in grado di tenersi impiedi, ero stata io a raderlo. Fino all’ultimo.   Per la precisione fino al penultimo giorno della sua vita, perché l’ultimo giorno, con gesti minimi e un filo di voce arrochita, si era decisamente rifiutato, dicendo testualmente: oggi no, tanto oggi devo morire.

E nel tardo pomeriggio era spirato, con una barba dura e ispida, che gli cresceva velocissima. A volte si radeva anche due volte al giorno, se aveva impegni serali, tanta era la rapidità di crescita.

Quando lo abbiamo preparato per l’altro mondo, gli zii volevano  sbarbarlo.

Ma io mi sono fermamente opposta: era stato il suo atto di ribellione, l’unico di una vita ordinata e mossa dal senso del dovere, e non doveva essere cancellato, non doveva essere contraddetto. Voleva morire facendo una cosa che non si fa, seminando il germe di un piccolo caos senza nessun effetto.

E così lo abbiamo deposto nella sua bara, ben vestito e con il viso cereo e pieno di peli, che continuavano a crescere incuranti della sua dipartita.

Dunque l’amico mio sosteneva che la mitizzazione delle figura paterna mi porti ad escludere dalla mia visione del maschile tutti gli uomini ben sbarbati, che tanto non potranno mai reggere il confronto.  Mentre invece quelli barbuti, essendo un genere a parte, mi offrirebbero una possibilità, seppur minima, di un dialogo. Ma soprattutto di un’attrazione fisica, laddove il terrore edipico interverrebbe a frustrare il desiderio nella parte restante dell’umanità, quella liscia liscia e profumata.

Devo dire che là per là, ma anche nelle settimane a seguire, la spiegazione mi era parsa di tutto rispetto, chiara e confortante. Sensata e triste a un tempo.

Fino a ieri sera.

Quando, lette le decine e decine di auguri per il compleanno, ce n’erano alcuni, provenienti dalle persone più intime e con maggiore confidenza, che mi auguravano di trovare finalmente qualcuno di cui innamorarmi.

Ora, io apprezzo moltissimo il garbo e l’affetto da cui sono circondata e i sinceri auguri che mi si indirizzano. Pur tuttavia, non so che razza di augurio sia mai questo.

Come se in qualche modo mi si dicesse che sono monca, carente di qualcosa, come se mi si vedesse infelice e solitaria. Onestamente preferirei trovare per terra duecentomila euro, di questi tempi, e l’augurio che ciò si materializzasse nel più breve tempo possibile. Ma augurare a qualcuno di innamorarsi non lo so se lo comprendo veramente.

Perché poi io sono estremamente letterale, ho un cervello che funziona per associazioni, se partono da me, ma per interpretazioni elementari per quanto mi viene detto da altri.

E così, sdraiata nel mio letto ateniese, ho pensato alle due cose, in cui vedevo una stretta relazione: gli innamoramenti mancati e i barbuti. E mentre mi incamminavo sulla via del sonno cercavo la chiave.

Per innamorarsi, mi dicevo, occorre la seduzione, in senso proprio etimologico del portare l’altro a sé.

Ora, io so per certo, avendo ormai raggiunto il mezzo secolo di età, che nessuno può far niente per portarmi a sé. E questo per la semplice ragione che non sono sensibile a complimenti, doni, gesti galanti e moine.

Sono sensibile a tutt’altro.

A cose che non si possono architettare, preparare, organizzare, disporre. A cose che ci sono o non ci sono.

E poco importa cosa faccia l’altro, non sono dipendenti dalla sua volontà.

Sono cose di grande semplicità, ma non modificabili con un atto intenzionale. La qualità dello sguardo, ad esempio. Il timbro della voce. Il modo di occupare lo spazio. La gestualità propria di ciascun individuo. L’odore corporeo, il calore della pelle.  Un certo tipo di intelligenza mista di acume e sensibilità

Niente può alterare questi dati o camuffarli, nulla può simularli.

E per quanti sforzi faccia l’altro, niente potrà condurmi nella sua traiettoria se non c’è, da parte mia, il riconoscimento di questi elementi nelle forme a me gradite. Che non ha assolutamente niente a che fare con bellezza e bruttezza, ma è tutt’altro genere di categorie.

Così mi sono soffermata sullo sguardo, che è la cosa che mi colpisce per prima in qualunque essere umano.

Quello che chiamo lo sguardo magnetico.

E in quest’aggettivo – magnetico – ho trovato la chiave.

Magnetico, dicevamo. Come i poli, che si attraggono o si respingono. Come le calamite sul frigorifero, che resistono agli scossoni e alle sbattute di porta.

Lo sguardo magnetico è uno sguardo che attrae.

Non lo sguardo lascivo che si protende e ti scivola addosso come bava, no.

E’ lo sguardo che attrae e ti calamita, dal quale puoi staccarti solo esercitando una forza di pari entità.

Ora, i magneti funzionano solo in presenza di altri magneti, secondo una formula e delle unità di misura che non staremo ad approfondire, tutto il fatto dei tesla, del raggio e della distanza, che ci interessa qui solo metaforicamente, ma fatto sta che le cose vanno esattamente così.  Esiste una struttura atomica fornita di determinate caratteristiche e queste si focalizzano nello sguardo, sicché un corpo viene mosso in direzione di un altro che crea un campo magnetico, e quanto maggiore è la sua forza, la sua sostanza, la sua densità, tanto maggiore è l’attrazione che ne deriva e la velocità di attaccamento dell’altro corpo.

In sostanza, uno sguardo magnetico non si protende, ma attrae. Invita l’altro corpo a raggiungere il suo spazio. In un certo senso gioca su un vuoto da esplorare. Non è mai predatorio ma curioso. Non è mai pieno del tutto, come le terre rare, e gioca su questo vuoto che chiede di essere riempito dagli elettroni dell’altro. Grosso modo per capirci.

L’altro elemento di attrazione di un volto è la bocca. Per la sua mobilità, in parte, per i contenuti che veicola.

A differenza dello guardo – ma ripeto, questa è solo una visione molto soggettiva della faccenda – la bocca non attrae, ma si protrae. Parla, parla, racconta, dice cose, invade lo spazio dell’altro, lo riempie. Oppure no. Nel tacere genera un campo di assenza che va comunque letto, interpretato.

Il combinato di sguardo e parola, di occhio e bocca, di vuoto e pieno alternato, è quanto genera l’interesse di un individuo. O la sua totale indifferenza, in senso attivo e passivo.

Ora, che ti fa una barba, nel caso maschile?

Maschera e isola, genera una cornice che occulta ogni altra forma di espressività, che ricopre la maggior parte dei muscoli del viso, e focalizza l’attenzione su occhi, in primo luogo, e su bocca, in secondo. Come dei segnali del traffico, quelli del senso obbligato o dello stop, e ti induce a concentrarti esattamente sulle zone di comunicazione suprema, senza altre distrazioni, senza rumori. La barba ti dirige su quelle parti del corpo che non sanno, non possono mentire, quelle che raccontano la rabbia, il disgusto, la paura, lo stupore, la gioia, la curiosità. Nel bene e nel male, la barba ti costringe a osservare, a fermarti, a considerare.

Come i particolari che mi riempiono di stupore in una fotografia, la barba è una cornice che delimita e, laddove ci sia, fa risaltare al mio sguardo il dettaglio isolato, quello che mi interessa e mi conquista. E’ la mia bussola, il mio microscopio, la mia lente di ingrandimento, il mio pantografo.

A volte vorrei condurre un’indagine sul mondo maschile, barbuto e non, e chiedere: ma tu, che hai in quella testa? Perché porti o non porti la barba?

Personalmente penso che il gesto di radersi, al mattino, predisponga alla violenza: la lama fredda, tagliente, che scorre sul volto. A volte penso che sia il contrario: è durante la guerra che non ci si rade, per mancanza di tempo e materiali. In definitiva, non lo so.

Da Adriano a Caracalla, tutti gli imperatori si sono fatti crescere la barba. E con loro i filosofi, gli uomini di potere, i saggi. Poi Costantino inverte la tendenza e si torna ai tonsori. Ma gli uomini belli hanno la barba: Karl, Ernesto, Fidel, per dirne tre.

Leggo, in una storia della barba,  che le preferenze in fatto di barbe seguono una dinamica definita “negative frequency-dependent sexual selection” (selezione negativa dipendente dalla frequenza), un meccanismo evolutivo per cui un tratto fenotipico raro all’interno di una popolazione determina un vantaggio per i portatori e che, in modo analogo, quando le persone iniziano a seguire una moda, questa comincia a perdere in termini di popolarità. Risultato: sia le facce irsute che quelle levigate diventano più attraenti tanto quanto sono più rare. Lo stesso meccanismo porta i popoli mediterranei ad apprezzare chiome e capelli chiari.

Sono certa che la moda non sia sufficiente a spiegare il fenomeno e che dietro una barba si nasconda molto altro, un insieme di cose possibili e miste. Ed è la ricerca di questo misterioso qualcosa che mi porta a gradire le gote irsute. E quello sguardo magnetico che emerge improvviso, facendosi strada tra peli, ciglia e sopracciglia, che pare dire: avvicinati, vieni a vedere. Più vicino, più vicino ancora, oltre il bosco, nella foresta. Dove ululano i lupi e si incontrano le lucciole danzanti.

Safe Area

marzo 28, 2017

Finché venne il momento in cui ci accorgemmo che le cose non sarebbero mai più state come prima. Di più: ci accorgemmo che quello che chiamavamo “prima”, di fatto forse non era mai esistito.
Il che, visto da un certo punto di vista, poteva anche rappresentare una forma di liberazione: liberi dal prima non ci saremmo più dovuti preoccupare del dopo che, convenzionalmente, è composto da un terzo di prima, un terzo di presente, un terzo di imponderabile e una ‘ntecchia di periodico.

Liberi dal prima, ci dicemmo, le cose sarebbero andate molto meglio: al mattino, ad esempio, allungando la mano e trovandoti al mio fianco, avrei potuto tirare a indovinare: chi tu fossi, cosa facessi lì, nel mio letto, vicino a me. Porre la domanda senza conoscere la risposta. Liberi dal prima, al mattino, avrei potuto essere ogni giorno una donna diversa. E tu pure, l’uomo alternativo.
Liberi dal prima a me si scatenava la fantasia delle piccole cose: potevo porre domande stupide, ovvie, senza rischiare di essere banale. Potevo addirittura porre decine di volte la stessa domanda senza timore di infastidire o ricevere un riscontro prevedibile e scontato.

Certo, da un altro punto di vista, le cose si complicavano. Privi di un prima toccava essere totalmente presenti e pronti alla novità. Poi però, a pensarci bene, visto che non esisteva un prima con cui fare paragoni, nemmeno poteva essere possibile la novità. Che, convenzionalmente, è composta al novanta per cento da elementi nuovi e inattesi. Ma poiché veniva a mancare l’elemento di paragone, cadeva automaticamente anche quello di innovazione.

Insomma, la faccenda non era così semplice come appariva al primo sguardo. Allora si stabilì una regola. Se uno per caso riconosceva qualcosa, qualcosa che era avvenuta in un altro tempo, doveva fare un gesto convenuto. Che so, fischiare in un fischietto, alzare una bandierina rossa, dire altolà. Insomma, una cosa qualunque.

La questione però non si semplificava. Perché la memoria, per quanto ci si possa sforzare, non è mai una cosa del tutto condivisa. Sicché uno fischiava e l’altro si chiedeva il perché, e ne seguivano interminabili discussioni: ma questa cosa è una replica o un originale? E nel tentativo di rimettere le cose in ordine si scivolava nel prima, che però siccome era stato abolito, alla fine si scivolava in un buco nero, in un’area indistinta, desertica, dove uno vedeva le oasi, però poi si avvicinava e non c’era più niente.

Allora si pervenne a una possibile soluzione.

Qualcosa, prima, doveva pur esserci stato. E se si era deciso di cancellarlo, andava in qualche modo sostituito. Si poteva inventare, costruirlo insieme, inserirci tutti i dettagli del caso. E poco importava che fossero reali o immaginifici. Stabilimmo dunque che un giorno, un giorno imprecisato di tanto tempo prima, avevamo perduto un figlio. Lo avremmo chiamato Stefano. Ce ne dispiacemmo molto.

Di fatto non era mai avvenuto, ma l’idea che fosse vero un poco ci confortava, ci faceva sentire più uniti. Un’altra volta fabbricammo il ricordo di quando avevamo trascorso le nostre vacanze in Paraguay. Della sera in cui non trovammo da dormire in nessuno degli alberghi della città e ci accomodammo sulla panchina di un parco pubblico, tormentati dalle zanzare e da un gruppo di musicisti ubriachi che non riuscivano a ritrovare la via di casa. E più dettagli aggiungevamo, più ci veniva da sorridere.

Una mattina, al risveglio, pretesi di essere Maria Callas. E tu no, non eri Onassis, e nemmeno Kennedy. Quella mattina eri Gianfranco Mirozzi, impiegato di banca prossimo alla pensione e impelagato in certe questioni di TFR e sindacato.
Posso aiutarla io, Mirozzi, dissi. Il mio primo marito mi ha lasciato una cospicua eredità. Poi mi accorsi che non esisteva un prima, e rimanemmo in attesa dell’intervento sindacale.
Ma tu eri così contento che quella stessa mattina andammo a fare colazione al bar. A mezzogiorno ero diventata Augusta de Lollis, maestra elementare alle prime armi. Tu Orazio Nelson, e non so dove volevi portarmi con la tua nave. Invece avevi solo una Clio ammaccata in una portiera.

Ogni mattina, come d’abitudine, la sveglia suonava alle sette. Ogni mattina dovevamo ricordarci di correre in ufficio. Fuori, fuori dalle pareti di casa, il prima continuava ad esistere, come se niente avesse potuto intaccarlo. La sera, tornando alle sette, non avrei saputo immaginare cosa potesse aspettarmi. Se anche fosse stata una routine, non me ne sarei accorta. Avevamo scoperto che il prima, quello che pensavamo essere stato un prima, non era mai esistito.

Prendemmo allora l’abitudine di redigere un diario. Ci annotavamo le piccole cose: oggi, martedì, abbiamo visto un film al cinema e mangiato cinese. Nei giorni a venire lo rileggevamo e poco a poco le cose riacquistavano un senso.

Le piccole cose, quelle apparentemente insignificanti, riempivano tutto il nostro mondo, lo ridisegnavano.

Il giorno che mi fermò la polizia per un controllo di routine, scorsi il diario a ritroso. A pagina nove c’era scritto: effettuata revisione auto.

Alla fine stabilimmo che non valeva più la pena scrivere e nemmeno darsi tanta pena per niente. Le cose andavano come andavano, e andavano bene. No, nemmeno bene. Andavano e basta. E tanto bastava.

La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

La cella di rigore. Storie di ritrovamenti.

marzo 13, 2017

La chiamano cella di rigore.
Dove nulla è permesso, nessun contatto, niente carta e penna.
Ma io, io.
Io sono una che va avanti per buona condotta.
Spontaneamente scelgo la via della chiusura, il momento della sospensione.
Scrivere è una sublimazione, lo sai da sempre ma te ne accorgi davvero nell’attimo esatto in cui ne fai a meno.
L’assenza di parole non è semplice vuoto, ma una pienezza d’altro.
La decisione di non trasfigurare mi produce un’esplosione interna, mi mette in moto altri pensieri, fa affiorare i desideri.
La parola li uccide, il silenzio me li nutre.
Adesso scrivo lettere invisibili.
Non posso avere una stilografica, userei la punta per infilarmela nella carne. Aspirerei sangue con lo stantuffo e sarebbero parole troppo rosse e vive.
Mi concedo una trasgressione, adesso. Qui. Dove nessuno risponde, in quella simulazione a volte troppo simile a un corpo a corpo ma al tempo stesso priva di corpo.
La carta che ho tra le mani è morbidissima, soffice, fatta di riso.
Me la strofino tra le gambe fino ad impregnarla. La lascio asciugare.
E poi ancora. Ancora. E ancora.
Anche questa è sublimazione.
Posso comunque infilarla in una busta e spedirla.
Non occorre saper leggere, non occorre decifrare segni.
Nessuna metafora.
Non mi occorre un parlatorio.
Adesso tengo tutto a mente, fino a che mi sembra di impazzire.
Puoi portare il segno con la punta della lingua e restare avvinto alla carta in attesa di un’altra missiva.
Farei altrettanto, ricevendo una tua lettera senza tracce di inchiostro.

Ancora sul dettaglio. E sulla fotografia. Meno di un manifesto: un’affiche.

febbraio 28, 2017

Dal 1989 al 1997 ho scattato un numero impressionante di fotografie.

Intere scatole di provini, sviluppi e stampe, prima di passare alle diapositive.

Poi intere scatole di pellicola inquadrata nei suoi telaietti, bene allineati su un caricatore pronto a sparare sprazzi di luce e colore su una parete bianca.

Poi, d’improvviso, un rallentamento. Progressivo, fino al blocco totale, per un periodo lungo. Un rigetto.

Paesi visitati senza nemmeno portare la macchina fotografica, affidati unicamente alla memoria dello sguardo e della parola. Ricorrenze trascurate. Obiettivi oscurati. Una specie di iconoclastia.

Una totale incapacità a effettuare qualunque scatto e a darmi una spiegazione convincente di questa improvvisa inabilità.

In quel momento non sapevo che fosse in corso una crisi di carattere cognitivo, una rivoluzione che si sarebbe manifestata solo molto tempo dopo. Mi dicevo solo che la fotografia non era più adeguata a descrivere la realtà, che ne era solo una pallida riproduzione, frammentata. E che il frammento, lungi dal restituire, distruggeva, immobilizzava, uccideva.

In mezzo alla riflessione c’era il ricordo di Luis, un compagno di studi portoghese, architetto e fotografo, che un giorno si era lasciato cadere dal Colosseo Quadrato a Roma, durante uno shooting. Era sopravvissuto, rimanendo zoppo per sempre, e raccontando che si era trattato di un incidente.

Poi un giorno di molti anni dopo la caduta, in un improvviso slancio di sincerità, mi aveva raccontato tutta la storia. Che non era stato un accidente ma un tentativo di suicidio finito bene. O male, secondo i punti di vista. Perché la sua vita in quel momento era spezzata da troppi dolori e non riusciva più a tenersi dentro in una cornice di riferimento. Si sentiva un fotogramma, invece che una storia. E come fotogramma sentiva che non aveva senso.

Era una storia più grande di me, io avevo poco più di vent’anni e lui sopra i trenta. Ma al momento giusto è tornata su e l’ho capita. Quando mi serviva.

Nel frattempo mi raccontavo altro, incapace di arrivare al punto.

Per anni mi sono allineata sulla visione dei primitivi e della foto che ruba l’anima di colui che ne è oggetto.

Nel 2002 acquistai la prima macchina fotografica digitale, a Dubai. Ma solo perché costava poco e la mia Fuji analogica aveva deciso di abbandonarmi per sempre, dopo molti anni di onorato servizio.

La usavo poco, in maniera compunta, come se si trattasse ancora di un’analogica: risparmiando gli scatti e selezionando a monte, prima del clic, cosa fosse degno di essere immortalato e cosa no.

Ancora nel pieno della crisi cognitiva, per molto tempo ho usato il grandangolo, convinta che l’ampiezza della visione riuscisse a rappresentare porzioni quanto più ampie possibili di realtà e perciò stesso vere.

Ho impiegato anni per capire che nessuna fotografia, nessuno scritto, nessun verso rappresentano fedelmente la realtà. L’ho imparato di pari passo con altre cose che mi hanno reso possibile questa comprensione: che nessuna sentenza di tribunale rende giustizia alla verità, che nessun amore assorbe in pieno la profondità dell’esistenza, che nessuna fede, nessun credo posseggono la chiave della salvezza, che nessuna prassi, per quanto positiva, esaurisce la correttezza piena dell’agire. Potrei andare avanti per ore, su tutti i niente che ho imparato.

E’ stato un lento smantellamento di certezze che vacillavano, che si sgretolavano e mi lasciavano scoperta, nuda di fronte a una realtà disfatta, che mai più avrei potuto cercare di tenere insieme come un tempo.

Io stessa ero disfatta, screpolata, incapace di rappresentarmi a me stessa in una totalità.

Di me vedevo solo schegge, frammenti, ed ero incapace di tenerli insieme.

Come Luis, finalmente sentivo una sensazione credo molto simile.

Osservarli uno per volta, questi frammenti, riconoscerli e ricominciare a fotografare, è stato un tutt’uno.

Ho trasformato il mio modo di vedere, all’interno e all’esterno.

Qualcuno pensa che sia una bulimica dell’immagine. Una fotografa compulsiva, come spesso mi definisco per tagliare corto con chi – scherzosamente e incomprensibilmente – mi sottolinea quante fotografie scatti.

Ne scatto molte, moltissime. Mai abbastanza.

Ne scatto quanti sono i frammenti che riesco a scorgere. E all’interno dei frammenti ne scorro altri, più minuti, talvolta sfuggiti al primo sguardo. Come le scatole cinesi.

Quando ingrandisco le foto, grazie alla magia del digitale, specie le fotografie che non riescono a ricordarmi esattamente cosa stessi riprendendo, le fotografie apparentemente insignificanti, scopro in secondo piano oggetti o movimenti che erano sfuggiti all’occhio cosciente e che tuttavia avevano catturato in modo subliminale l’attenzione. Come messaggi sottili, segreti.

Ho imparato a concentrarmi sulle cose molto piccole. Di pari passo, come una ginnastica aggraziata di cui non senti il peso, grazie a una pratica graduale, mi sono ritrovata un occhio allenatissimo, capace di scorgere ombre, giochi di luce, sfumature, refusi negli scritti, distonie nelle voci, simmetrie e dissonanze nascoste, bouquet floreali, gusti inediti, parole soffocate in respiri troppo lunghi, alzate di sopracciglio. Non solo di scorgerli, perché forse ne ero già capace, ma di inquadrarli e fissarli, dare loro compiuta dignità di esistenza, senza lasciarli scorrere fingendo a me stessa di avere mal visto o ignorato.

Come se educare a dismisura un senso, lungi dall’assopire gli altri, li avesse coinvolti tutti in un nuovo progetto, in una nuova educazione possibile. L’educazione al dettaglio, di cui scrivevo giorni addietro, ma che in realtà è molto più che questo. E’ piuttosto un’educazione alla relazione, al modo in cui i dettagli si dispongono nel tempo, nello spazio, tra individui. E come formino, simili ai caleidoscopi, dei disegni sempre nuovi e sorprendenti. Mutevoli.

E come ognuno di questi disegni rappresenti esattamente la realtà.

Non quella che cercavo di catturare prima, squadrata e grandangolare, paesaggio da cartolina, ma la realtà del qui e ora, l’unica possibile dato il contesto, il frammento, l’osservatore e l’osservato. L’Eternità che è in ogni singola particella del Tutto.

Poi c’è stata l’epoca della postproduzione, del ritocco, che per anni avevo vissuto come un inganno, una menzogna.

Se nella mia idea disabilitante lo scatto uccideva il reale, fermava il momento e lo assolutizzava, il ritocco assomigliava all’imbalsamazione, alla tassidermia, al trucco imposto alle salme. Qualcosa di simile a quegli animaletti che sopravvivono negli alberi morti, e li abitano dall’interno costruendo gallerie e tane, rigonfiandoli all’inverosimile e trasformandoli in strutture bitorzolute, immensi termitai.

Credo che a liberarmi da questa visione sia stato un film, Departures, e la dolcezza della restituzione alla semplicità delle cose, alla possibilità di una bellezza anche oltre il confine della morte. Improvvisamente mi è sembrato che niente fosse più bello che cogliere un dettaglio e abbellirlo, farlo rivivere con uno sguardo nuovo, concedergli una seconda possibilità, una trasmigrazione nella memoria.

E’ così che mi sono appassionata alle foto d’epoca e alla loro trasformazione. Cercando di cogliere nello sguardo, nella postura di persone ormai defunte e scomparse un guizzo del loro desiderio. Di riportare in vita una pulsione segreta, mai espressa o un piacere perduto troppo in fretta. Di provare a offrire loro un nuovo destino.

Per molto tempo ho sostenuto che lo scrivere è la pratica del troppo pieno, dell’esubero, dell’abbondanza di sé che va riversato nel mondo e che il fotografare è invece la pratica del troppo vuoto e della necessità di incamerare l’altro, l’esterno. Quasi un modo di nutrirsi.

In parte ne sono ancora convinta.

In parte penso che ci sia uno scambio, un’ecologia della mente. Un modo dello spirito di riciclare e reimpastare, di riutilizzare parti spurie per rinnovarsi e rinnovare. Come un battito di cuore o un respiro. Come l’occhio che si apre e si chiude secondo la quantità di luce. Come la bocca, lo stomaco. La fame, i grossi bocconi e i morsettini.

Departures