Quanto ti ho amato e quanto t’amo, non lo sai. E non lo sai perché non te l’ho detto mai.

maggio 7, 2017

Le città sono femmine. Lo sono linguisticamente, per ragioni a me ignote.

Ma ho la tendenza a pensarle come grandi amori, e siccome sono femmina anche io, mi diventano maschie.

Forse hanno ragione i francesi, che dicono le vieux Montréal o le beau Paris, cogliendo l’esatta sostanza.

Sono maschi e ti accolgono con un abbraccio o ti respingono con freddezza e mutismi. Sono maschi caotici, disordinati, come quelli che non cambiano il rotolo di carta igienica e spremono il tubetto del dentrificio dal centro.

Questa è la ragione per cui, quando mi scopro a essermi un po’ innamorata di Roma, mi parte il senso di colpa del tradimento per Napoli.

Come se Napoli fosse il grande amore, che dopo una vita di idillio devi lasciare, perché ti hanno combinato un matrimonio con un altro.

Un matrimonio non voluto, con questo tipo sboccato, rozzo, violento, arrogante e supponente. Che fin dal primo giorno mi ha fatto capire che nemmeno lui era tanto contento della combine, che era abituato a fare la bella vita, a incontrare chi gli pareva e quando gli pareva, e che non aveva voglia di occuparsi di me, se non per quel minimo di doveri coniugali imposti da contratto.

Così sono state liti, amplessi frettolosi e deludenti per i primi anni. Abbandoni e sfuriate. Equivoci e incomprensioni.

Per un bel po’ mi sono tenuta Napoli come amante, ma si capiva che non poteva durare in eterno. Napoli è carnale, esigente, reclama possesso e appartenenza. Così un po’ alla volta l’ardore è scemato. Non siamo diventati amici, no. Coltiviamo ancora una passione che arde ma resta silente, sopita per quieto vivere. Ci incontriamo sempre più di rado e per brevi momenti, prendiamo un caffè insieme e ricordiamo i vecchi tempi. Di tanto in tanto ci affoghiamo in una nostalgia di ciò che fu e fu brutalmente interrotto.

Credo che non ce l’abbia con me, non mi ha mai fatto pesare il tradimento subito. Ma un poco si è raffreddata.

Nel tempo il matrimonio con Roma è andato assestandosi, e un po’alla volta mi sono trovata accanto questo marito dal cipiglio imperiale ma con una vita tutta sua, fatta di affari a me ignoti, certo qualcosa di losco c’è. Tuttavia un po’ alla volta abbiamo iniziato a sorriderci. I suoi abbracci, un tempo frettolosi e rigidi, si sono fatti più dolci e frequenti. E io, dal canto mio, ho imparato un pochino a fidarmi e lasciarmici andare.

Anche la grevità, che inizialmente mi allontanava, col tempo ha fatto spazio ad alcuni tratti del carattere che non avevo notato. Cose minime, impercettibili, ma che lasciavano capire che le cose tra noi stavano cambiando. E che dipendeva anche da me lavorarci.

E’ un marito di quelli che ti lasciano molto tempo da sola, ti trascurano. Ti sprofondano in un mare di insicurezza e ti chiedi se dipenda da te, se hai la gambe troppo grosse, o pretese eccessive. O se ne hai bisogno come di una badante, in modo un po’ infantile.

Mi sono dovuta abituare.

Col tempo, ho capito che era il suo dono.

Mi aveva insegnato a crescere, a cavarmela da sola. Mi ha insegnato ad apprezzare l’indipendenza, che non è solitudine. La libertà, che non è mancanza di legame.

Di fatto era con me, anche quando non me ne davo conto.

Credo che mi abbia conquistato in modo sapiente e accorto, come se mi avesse studiato a lungo e avesse scoperto cosa poteva far breccia nel mio cuore.

Non erano oggetti o moine.

Ma tutti i giorni, come a un appuntamento segreto, si è presentato con un fascio di luce. Non era mai la stessa.

Se uscivo dall’ufficio, era un bianco accecante che riverberava ovunque. Se passeggiavo sull’Appia antica, mi inondava di piccoli arcobaleni, se mi trovavo sul Tevere erano grigi cupi e macchie di rosa. O rossi violenti.

Mio marito mi parlava con il linguaggio più seduttivo che conosca, quello che mi va diretto al cuore. Ha fatto in modo che uscissi a cercarlo, e sempre lo trovavo.

Non al bar con gli amici, non con altre donne. Ma era lì, ad aspettarmi sempre. A regalarmi sfumature dorate e piccoli venti tra i capelli. A stupirmi con ombre tremolanti e sprazzi luminosi.

Stasera ci siamo guardati a lungo.

Mi ha accompagnato dolcemente all’auto. E lungo tutta la strada continuava a trasformare tutto quel che passava sotto il mio sguardo.

Sotto casa ho parcheggiato e si era fatto di notte fonda. Ma era dolce, accogliente.

Gli ho sussurrato: ho scoperto di esserti legata, forse di amarti. Ho scoperto la tua bellezza sotto quella patina ostile. So che ci saranno giorni di pioggia e di freddo, che non porterai via le immondizie, che mi farai sempre disperare per le distanze. Lo so. Ma so che stasera, per come ti vedo, per la prima volta ho avuto desiderio di invecchiare con te.

Con le tue cicatrici, la tua sciattezza, la tua sfacciataggine.

Con la tua luce.

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È assurdo dividere le persone in buone e cattive. Le persone si dividono in simpatiche e noiose. (Oscar Wilde)

maggio 4, 2017

Qui dunque non si tratta di prendere in considerazione la noia come fatto psicologico, esistenziale. Né di dare la stura all’analisi di tutti i filosofi che hanno cercato di spiegarcene origini e cause, da Seneca a Pascal, da Kierkegaard a Bergson.

No, no.

Qui si tratta piuttosto di capire perché le persone ci annoiano, come ci annoiano e cosa potrebbero fare e potremmo fare per sormontare la circostanza.

Dapprima lo studio del fenomeno.

Uno psicoterapeuta, anni fa, mi ha insegnato che la noia non esiste: è una parola di copertura per indicare un doppio sentimento, misto di rabbia e tristezza e delle loro possibili declinazioni che fa sì che, in quel momento esatto, noi non vogliamo essere in quel posto a occuparci di quella cosa. Perché quella cosa ci rimanda a sensazioni moleste, a un generico senso di fastidio, non ancora tanto definito da farci piangere o farci scattare d’ira. Uno stato latente, in cui galleggiamo senza voler approfondire la causa sottostante. Ma se solo per un attimo ci permettessimo di andare a guardarla, a cercarla, inevitabilmente produrrebbe una reazione più profonda, che con molta probabilità ci condurrebbe a un’azione – mettersi a piangere, urlare, sbattere un pugno sulla scrivania, voltare le spalle e andarcene, dire una parolaccia, sbottare in un sonoro pernacchione – che ipso facto ci trascinerebbe fuori dalla scomoda zona della noia.

Fatta questa premessa, viene intuitivo comprendere che le persone noiose sono quelle che ci sprofondano in questo sentimento e di fronte alle quali vorremmo in qualche modo reagire, ma per un insieme di ragioni non possiamo o non ci riusciamo. E viene anche intuitivo comprendere quanto il sentimento di noia, ancorché indotto da cause esterne, sia una percezione del tutto soggettiva e personale, un farci toccare determinate corde che ci risuonano male.

Qualche giorno fa pensavo proprio a questo fatto delle corde e pensavo che ci sono persone che mi irritano perché mi pizzicano sempre allo stesso modo. Persone che mi scambiano per una chitarra e che, sapendo solo strimpellare la chitarra, producono sempre lo stesso effetto su di me, senza accorgersi che magari potrei essere un flauto o una pianola, e quindi dover essere soffiata o martellata invece che pizzicata. O magari può anche darsi il caso che io sia davvero una chitarra e loro suonatori di chitarra, ma in questo caso un buon suonatore di chitarra dovrebbe assumersi l’onere di toccare le mie corde in modo da stupire me, innanzitutto. Questo si chiama stimolo, estro, fantasia, capacità. Ed è l’esatto contrario di quanto invece produce la noia.

Quindi la prima possibile deduzione: la persona che ci annoia non ci vede, non ci riconosce, ci suona a suo piacimento, incurante della musica che potremmo produrre. Riversa su di noi l’unica tecnica che possiede e la sola melodia possibile. Senza volerlo, ci usa come un esercizio simile alle diteggiature per pianoforte che i principianti ripetono ossessivamente per la disperazione di mamma, papà e i vicini di casa.

Dunque, se è vero da un lato che esiste una percezione soggettiva della noia, è altresì vero che il soggetto che ci annoia, è forse obiettivamente noioso: monotono, ripetitivo. E questa monotonia può riguardare tanto i contenuti, gli argomenti che cerca di sottoporre alla nostra attenzione, tanto le forme, che si tratti di una voce monocorde,  di quel parlare fitto fitto senza arrivare al punto, del toccarti costantemente un braccio quando si accorge di smarrire la nostra presenza e non è in grado di sollecitarla in altro modo, se non con la sonatina che ha diligentemente appreso tempo addietro e che continua imperterrito a ripetere.

Seconda questione: i contenuti.

In linea di principio non esistono contenuti noiosi.

Tutto è degno di attenzione, tutto contiene un potenziale di attrattività capace di entusiasmarci, di interessarci. Io, personalmente, non riesco ad annoiarmi. E se succede, è gravissimo. Tanti anni fa ho scoperto che il più potente antidoto alla noia era l’osservazione minuziosa di ciò che mi circonda, senza tuttavia fissarmici. un cogliere e poi lasciar andare.

Questo è uno dei motivi per cui scatto tante fotografie: ho abituato l’occhio a cogliere dettagli magnifici, interessanti, bizzarri, curiosi in tutto quello che mi trovo vicino. Di solito tento di fare così anche con le persone che mi annoiano: mentre parlano mi concentro su particolari del viso, della pettinatura, dell’abbigliamento, calibro i gesti, i toni. Dopo aver compiuto questa disamina, passo a immaginarmele in situazioni che mi divertono, a ipotizzare dei colpi di scena. Il più delle volte mi distraggo dalla conversazione, al punto che penseranno di me che sono noiosa. Ma rapidamente, facendo leva su un dettaglio, la riacciuffo e sposto il punto di vista dell’interlocutore che, spiazzato, o si allontana insoddisfatto, o si trova costretto a imprimere una svolta a quanto sta dicendo, risintonizzandoci entrambi su un nuovo piano.

Questo significa che l’interlocutore ha modificato, seppur costretto, il suo stato emotivo, è uscito temporaneamente dallo spartito che suonava a memoria, a occhi chiusi, e si trova costretto a una piccola benefica improvvisazione. In questo guizzo di improvvisa apertura può accadere il miracolo della rivelazione: che consegni a noi – e in primis a se stesso – una luce che fino a quel momento gli era ignota. Come un piccolo insight che lo destabilizza e gli restituisce un frammento di verità. Tuttavia, se l’interlocutore, oltre che noioso è anche stupido, non comprenderà mai la bellezza di questo istante, e ci bollerà definitivamente come maleducati, disattenti o disinteressati, abbandonandoci. In ogni caso, il risultato di liberarsi del soggetto noioso è stato raggiunto.

Non so davvero se esistano cose e persone obbiettivamente noiose, ma penso di sì, che esista un denominatore comune della noia, un quid palloso, una noiosità in re ipsa e che tutti siamo in grado di cogliere. Meno capaci di definire.

A volte mi è capitato di pensare che l’autocentratura, l’egocentrismo siano assolutamente noiosi. In realtà non è vero, non è vero per niente. Anche qua è il modo, il ritmo che si impone al proprio ombelico, il problema.  Il problema è sempre legato alla qualità e alla quantità dei sentimenti messi in campo. Alla profondità del sentire.

Il racconto di una disgrazia amorosa o di un lutto, ad esempio, possono essere noiosi o non esserlo affatto.

Quanto più l’interlocutore è distante emotivamente da quanto ci riferisce, tanto più ci annoia. Una persona che piange a dirotto non ci annoia, una che piagnucola senza variazione di tono sì. L’amica che ci racconta di come sia stata scaricata dal suo uomo, con una dovizia di particolari, ognuno dei quali impregnato di disistima per se stessa o rimpianto, ci annoia; quella che nel mezzo del racconto a un certo punto sbotta in un vigoroso vaffanculo all’indirizzo del tipo, seguito da un intermezzo pettegolo in cui racconta di tutte le volte che si specchiava vanesio allo specchio tirando in dentro la pancia e gonfiando i pettorali, non ci annoia. Penso allora che la noia venga prodotta dalla mancanza di modulazione. De resto le ninne nanne, che si basano su questo assunto, ci fanno dormire. E l’ipnosi funziona allo stesso modo.

Per lavoro incontro decine, centinaia di persone.

La maggior parte mi annoiano a morte: sono quelli che al termine di una giornata di fiera, ad esempio, giunti finalmente a cena, ancora indossano l’habitus professionale e mentre mangiano una cena buonissima che ci costa un occhio della testa, preparata dallo chef stellato così e cosà, ancora parlano di business, di fatturati e di strategie, senza soluzione di continuità.

Quelli che non mi annoiano sono quelli che sanno cambiarsi la giacca mentale e introdursi curiosi nel nuovo scenario.

Un capitolo a parte meriterebbero i corteggiatori noiosi, per i quali valgono tutte le considerazioni già fatte più alcune precisazioni specifiche, legate al fatto che – similmente all’interlocutore generico – vi è una dinamica di attrazione, di seduzione, ma, a differenza del caso generico, il corteggiatore ha in mente anche un aspetto carnale. O quanto meno, lo si auspica.

Tuttavia si tratta di un capitolo denso e corposo, che non può essere mortificato in una trattazione così generica, e di cui in parte, ma solo in minima parte, si è già detto qui.

Il punto vero del noioso è che nella maggior parte dei casi non sa di esserlo: è vittima della sua stessa noia, che non riesce a conoscere o riconoscere. Per lo più il noioso pensa di essere un incompreso e non riesce a capire perché venga allontanato, evitato. A volte, nel peggiore dei casi, non si accorge nemmeno di questo evitamento e imperversa, incurante degli sguardi che si abbassano per evitare il suo, della fretta che si imprime ai propri passi quando lo si incontra in un corridoio, della concentrazione estrema che si prodiga alle punte delle proprie scarpe quando lo si abbia accanto in ascensore.

Il noioso vive in un guscio di noce, raggomitolato.

Il curioso, se sta in un guscio di noce, immagina di trasformarne metà in barchetta, metà in berretto, e uscire a solcare i mari.

Lo sguardo dell’altro. E pure la barba.

aprile 25, 2017

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Ci ho pensato spesso, in questi giorni, immersa in un mondo in cui la maggior parte portava a spasso una barba: statue di imperatori e filosofi, giovani hipster, qualche pope, anziani e meno anziani, mentre il mio sguardo rapito saltava dall’uno all’altro.

Ci ho pensato perché il pensiero non è un’attività quieta e contemplativa, ma la traduzione di impulsi elettrici, di sensazioni che prendono la strada di immagini e concatenazioni di frasi mentali e diventano una sostanza concreta. Modificabile, ma concreta. Che a sua volta genera nuove sensazioni e impulsi elettrici, fino a formare un disegno più o meno comprensibile, articolato, di linee e chiaroscuri, di ombre e rivelazioni. E tutte quelle barbe vaganti mi riempivano di impulsi, a me.

Tempo fa un amico mi diceva che la mia inspiegabile attrazione per le barbe – attrazione che nel tempo va trasformandosi non in ossessione o mania, bensì in sola forma possibile del virile come personalmente inteso – derivava dal fatto che mio padre si era rasato tutti i giorni della sua vita. Puntuale, ogni mattina. E puntualmente, quando non era stato più in grado di tenersi impiedi, ero stata io a raderlo. Fino all’ultimo.   Per la precisione fino al penultimo giorno della sua vita, perché l’ultimo giorno, con gesti minimi e un filo di voce arrochita, si era decisamente rifiutato, dicendo testualmente: oggi no, tanto oggi devo morire.

E nel tardo pomeriggio era spirato, con una barba dura e ispida, che gli cresceva velocissima. A volte si radeva anche due volte al giorno, se aveva impegni serali, tanta era la rapidità di crescita.

Quando lo abbiamo preparato per l’altro mondo, gli zii volevano  sbarbarlo.

Ma io mi sono fermamente opposta: era stato il suo atto di ribellione, l’unico di una vita ordinata e mossa dal senso del dovere, e non doveva essere cancellato, non doveva essere contraddetto. Voleva morire facendo una cosa che non si fa, seminando il germe di un piccolo caos senza nessun effetto.

E così lo abbiamo deposto nella sua bara, ben vestito e con il viso cereo e pieno di peli, che continuavano a crescere incuranti della sua dipartita.

Dunque l’amico mio sosteneva che la mitizzazione delle figura paterna mi porti ad escludere dalla mia visione del maschile tutti gli uomini ben sbarbati, che tanto non potranno mai reggere il confronto.  Mentre invece quelli barbuti, essendo un genere a parte, mi offrirebbero una possibilità, seppur minima, di un dialogo. Ma soprattutto di un’attrazione fisica, laddove il terrore edipico interverrebbe a frustrare il desiderio nella parte restante dell’umanità, quella liscia liscia e profumata.

Devo dire che là per là, ma anche nelle settimane a seguire, la spiegazione mi era parsa di tutto rispetto, chiara e confortante. Sensata e triste a un tempo.

Fino a ieri sera.

Quando, lette le decine e decine di auguri per il compleanno, ce n’erano alcuni, provenienti dalle persone più intime e con maggiore confidenza, che mi auguravano di trovare finalmente qualcuno di cui innamorarmi.

Ora, io apprezzo moltissimo il garbo e l’affetto da cui sono circondata e i sinceri auguri che mi si indirizzano. Pur tuttavia, non so che razza di augurio sia mai questo.

Come se in qualche modo mi si dicesse che sono monca, carente di qualcosa, come se mi si vedesse infelice e solitaria. Onestamente preferirei trovare per terra duecentomila euro, di questi tempi, e l’augurio che ciò si materializzasse nel più breve tempo possibile. Ma augurare a qualcuno di innamorarsi non lo so se lo comprendo veramente.

Perché poi io sono estremamente letterale, ho un cervello che funziona per associazioni, se partono da me, ma per interpretazioni elementari per quanto mi viene detto da altri.

E così, sdraiata nel mio letto ateniese, ho pensato alle due cose, in cui vedevo una stretta relazione: gli innamoramenti mancati e i barbuti. E mentre mi incamminavo sulla via del sonno cercavo la chiave.

Per innamorarsi, mi dicevo, occorre la seduzione, in senso proprio etimologico del portare l’altro a sé.

Ora, io so per certo, avendo ormai raggiunto il mezzo secolo di età, che nessuno può far niente per portarmi a sé. E questo per la semplice ragione che non sono sensibile a complimenti, doni, gesti galanti e moine.

Sono sensibile a tutt’altro.

A cose che non si possono architettare, preparare, organizzare, disporre. A cose che ci sono o non ci sono.

E poco importa cosa faccia l’altro, non sono dipendenti dalla sua volontà.

Sono cose di grande semplicità, ma non modificabili con un atto intenzionale. La qualità dello sguardo, ad esempio. Il timbro della voce. Il modo di occupare lo spazio. La gestualità propria di ciascun individuo. L’odore corporeo, il calore della pelle.  Un certo tipo di intelligenza mista di acume e sensibilità

Niente può alterare questi dati o camuffarli, nulla può simularli.

E per quanti sforzi faccia l’altro, niente potrà condurmi nella sua traiettoria se non c’è, da parte mia, il riconoscimento di questi elementi nelle forme a me gradite. Che non ha assolutamente niente a che fare con bellezza e bruttezza, ma è tutt’altro genere di categorie.

Così mi sono soffermata sullo sguardo, che è la cosa che mi colpisce per prima in qualunque essere umano.

Quello che chiamo lo sguardo magnetico.

E in quest’aggettivo – magnetico – ho trovato la chiave.

Magnetico, dicevamo. Come i poli, che si attraggono o si respingono. Come le calamite sul frigorifero, che resistono agli scossoni e alle sbattute di porta.

Lo sguardo magnetico è uno sguardo che attrae.

Non lo sguardo lascivo che si protende e ti scivola addosso come bava, no.

E’ lo sguardo che attrae e ti calamita, dal quale puoi staccarti solo esercitando una forza di pari entità.

Ora, i magneti funzionano solo in presenza di altri magneti, secondo una formula e delle unità di misura che non staremo ad approfondire, tutto il fatto dei tesla, del raggio e della distanza, che ci interessa qui solo metaforicamente, ma fatto sta che le cose vanno esattamente così.  Esiste una struttura atomica fornita di determinate caratteristiche e queste si focalizzano nello sguardo, sicché un corpo viene mosso in direzione di un altro che crea un campo magnetico, e quanto maggiore è la sua forza, la sua sostanza, la sua densità, tanto maggiore è l’attrazione che ne deriva e la velocità di attaccamento dell’altro corpo.

In sostanza, uno sguardo magnetico non si protende, ma attrae. Invita l’altro corpo a raggiungere il suo spazio. In un certo senso gioca su un vuoto da esplorare. Non è mai predatorio ma curioso. Non è mai pieno del tutto, come le terre rare, e gioca su questo vuoto che chiede di essere riempito dagli elettroni dell’altro. Grosso modo per capirci.

L’altro elemento di attrazione di un volto è la bocca. Per la sua mobilità, in parte, per i contenuti che veicola.

A differenza dello guardo – ma ripeto, questa è solo una visione molto soggettiva della faccenda – la bocca non attrae, ma si protrae. Parla, parla, racconta, dice cose, invade lo spazio dell’altro, lo riempie. Oppure no. Nel tacere genera un campo di assenza che va comunque letto, interpretato.

Il combinato di sguardo e parola, di occhio e bocca, di vuoto e pieno alternato, è quanto genera l’interesse di un individuo. O la sua totale indifferenza, in senso attivo e passivo.

Ora, che ti fa una barba, nel caso maschile?

Maschera e isola, genera una cornice che occulta ogni altra forma di espressività, che ricopre la maggior parte dei muscoli del viso, e focalizza l’attenzione su occhi, in primo luogo, e su bocca, in secondo. Come dei segnali del traffico, quelli del senso obbligato o dello stop, e ti induce a concentrarti esattamente sulle zone di comunicazione suprema, senza altre distrazioni, senza rumori. La barba ti dirige su quelle parti del corpo che non sanno, non possono mentire, quelle che raccontano la rabbia, il disgusto, la paura, lo stupore, la gioia, la curiosità. Nel bene e nel male, la barba ti costringe a osservare, a fermarti, a considerare.

Come i particolari che mi riempiono di stupore in una fotografia, la barba è una cornice che delimita e, laddove ci sia, fa risaltare al mio sguardo il dettaglio isolato, quello che mi interessa e mi conquista. E’ la mia bussola, il mio microscopio, la mia lente di ingrandimento, il mio pantografo.

A volte vorrei condurre un’indagine sul mondo maschile, barbuto e non, e chiedere: ma tu, che hai in quella testa? Perché porti o non porti la barba?

Personalmente penso che il gesto di radersi, al mattino, predisponga alla violenza: la lama fredda, tagliente, che scorre sul volto. A volte penso che sia il contrario: è durante la guerra che non ci si rade, per mancanza di tempo e materiali. In definitiva, non lo so.

Da Adriano a Caracalla, tutti gli imperatori si sono fatti crescere la barba. E con loro i filosofi, gli uomini di potere, i saggi. Poi Costantino inverte la tendenza e si torna ai tonsori. Ma gli uomini belli hanno la barba: Karl, Ernesto, Fidel, per dirne tre.

Leggo, in una storia della barba,  che le preferenze in fatto di barbe seguono una dinamica definita “negative frequency-dependent sexual selection” (selezione negativa dipendente dalla frequenza), un meccanismo evolutivo per cui un tratto fenotipico raro all’interno di una popolazione determina un vantaggio per i portatori e che, in modo analogo, quando le persone iniziano a seguire una moda, questa comincia a perdere in termini di popolarità. Risultato: sia le facce irsute che quelle levigate diventano più attraenti tanto quanto sono più rare. Lo stesso meccanismo porta i popoli mediterranei ad apprezzare chiome e capelli chiari.

Sono certa che la moda non sia sufficiente a spiegare il fenomeno e che dietro una barba si nasconda molto altro, un insieme di cose possibili e miste. Ed è la ricerca di questo misterioso qualcosa che mi porta a gradire le gote irsute. E quello sguardo magnetico che emerge improvviso, facendosi strada tra peli, ciglia e sopracciglia, che pare dire: avvicinati, vieni a vedere. Più vicino, più vicino ancora, oltre il bosco, nella foresta. Dove ululano i lupi e si incontrano le lucciole danzanti.

Safe Area

marzo 28, 2017

Finché venne il momento in cui ci accorgemmo che le cose non sarebbero mai più state come prima. Di più: ci accorgemmo che quello che chiamavamo “prima”, di fatto forse non era mai esistito.
Il che, visto da un certo punto di vista, poteva anche rappresentare una forma di liberazione: liberi dal prima non ci saremmo più dovuti preoccupare del dopo che, convenzionalmente, è composto da un terzo di prima, un terzo di presente, un terzo di imponderabile e una ‘ntecchia di periodico.

Liberi dal prima, ci dicemmo, le cose sarebbero andate molto meglio: al mattino, ad esempio, allungando la mano e trovandoti al mio fianco, avrei potuto tirare a indovinare: chi tu fossi, cosa facessi lì, nel mio letto, vicino a me. Porre la domanda senza conoscere la risposta. Liberi dal prima, al mattino, avrei potuto essere ogni giorno una donna diversa. E tu pure, l’uomo alternativo.
Liberi dal prima a me si scatenava la fantasia delle piccole cose: potevo porre domande stupide, ovvie, senza rischiare di essere banale. Potevo addirittura porre decine di volte la stessa domanda senza timore di infastidire o ricevere un riscontro prevedibile e scontato.

Certo, da un altro punto di vista, le cose si complicavano. Privi di un prima toccava essere totalmente presenti e pronti alla novità. Poi però, a pensarci bene, visto che non esisteva un prima con cui fare paragoni, nemmeno poteva essere possibile la novità. Che, convenzionalmente, è composta al novanta per cento da elementi nuovi e inattesi. Ma poiché veniva a mancare l’elemento di paragone, cadeva automaticamente anche quello di innovazione.

Insomma, la faccenda non era così semplice come appariva al primo sguardo. Allora si stabilì una regola. Se uno per caso riconosceva qualcosa, qualcosa che era avvenuta in un altro tempo, doveva fare un gesto convenuto. Che so, fischiare in un fischietto, alzare una bandierina rossa, dire altolà. Insomma, una cosa qualunque.

La questione però non si semplificava. Perché la memoria, per quanto ci si possa sforzare, non è mai una cosa del tutto condivisa. Sicché uno fischiava e l’altro si chiedeva il perché, e ne seguivano interminabili discussioni: ma questa cosa è una replica o un originale? E nel tentativo di rimettere le cose in ordine si scivolava nel prima, che però siccome era stato abolito, alla fine si scivolava in un buco nero, in un’area indistinta, desertica, dove uno vedeva le oasi, però poi si avvicinava e non c’era più niente.

Allora si pervenne a una possibile soluzione.

Qualcosa, prima, doveva pur esserci stato. E se si era deciso di cancellarlo, andava in qualche modo sostituito. Si poteva inventare, costruirlo insieme, inserirci tutti i dettagli del caso. E poco importava che fossero reali o immaginifici. Stabilimmo dunque che un giorno, un giorno imprecisato di tanto tempo prima, avevamo perduto un figlio. Lo avremmo chiamato Stefano. Ce ne dispiacemmo molto.

Di fatto non era mai avvenuto, ma l’idea che fosse vero un poco ci confortava, ci faceva sentire più uniti. Un’altra volta fabbricammo il ricordo di quando avevamo trascorso le nostre vacanze in Paraguay. Della sera in cui non trovammo da dormire in nessuno degli alberghi della città e ci accomodammo sulla panchina di un parco pubblico, tormentati dalle zanzare e da un gruppo di musicisti ubriachi che non riuscivano a ritrovare la via di casa. E più dettagli aggiungevamo, più ci veniva da sorridere.

Una mattina, al risveglio, pretesi di essere Maria Callas. E tu no, non eri Onassis, e nemmeno Kennedy. Quella mattina eri Gianfranco Mirozzi, impiegato di banca prossimo alla pensione e impelagato in certe questioni di TFR e sindacato.
Posso aiutarla io, Mirozzi, dissi. Il mio primo marito mi ha lasciato una cospicua eredità. Poi mi accorsi che non esisteva un prima, e rimanemmo in attesa dell’intervento sindacale.
Ma tu eri così contento che quella stessa mattina andammo a fare colazione al bar. A mezzogiorno ero diventata Augusta de Lollis, maestra elementare alle prime armi. Tu Orazio Nelson, e non so dove volevi portarmi con la tua nave. Invece avevi solo una Clio ammaccata in una portiera.

Ogni mattina, come d’abitudine, la sveglia suonava alle sette. Ogni mattina dovevamo ricordarci di correre in ufficio. Fuori, fuori dalle pareti di casa, il prima continuava ad esistere, come se niente avesse potuto intaccarlo. La sera, tornando alle sette, non avrei saputo immaginare cosa potesse aspettarmi. Se anche fosse stata una routine, non me ne sarei accorta. Avevamo scoperto che il prima, quello che pensavamo essere stato un prima, non era mai esistito.

Prendemmo allora l’abitudine di redigere un diario. Ci annotavamo le piccole cose: oggi, martedì, abbiamo visto un film al cinema e mangiato cinese. Nei giorni a venire lo rileggevamo e poco a poco le cose riacquistavano un senso.

Le piccole cose, quelle apparentemente insignificanti, riempivano tutto il nostro mondo, lo ridisegnavano.

Il giorno che mi fermò la polizia per un controllo di routine, scorsi il diario a ritroso. A pagina nove c’era scritto: effettuata revisione auto.

Alla fine stabilimmo che non valeva più la pena scrivere e nemmeno darsi tanta pena per niente. Le cose andavano come andavano, e andavano bene. No, nemmeno bene. Andavano e basta. E tanto bastava.

La casa delle speranze.

marzo 21, 2017

Ci fu un tempo in cui nutrivamo le nostre speranze. A volte le chiamavamo aspettative, per quel vezzo insopprimibile del carattere.

Le vedevamo crescere, ben pasciute dai sapidi bocconcini amorevoli che quotidianamente preparavamo per loro, giorno dopo giorno aggirarsi nelle nostre stanze. Amate, coccolate, viziate. Sempre più rosee e rubiconde.

Fino al giorno in cui invasero tutti i nostri spazi. Silenziosamente, senza organizzare alcuna forma di rivoluzione o di occupazione manu militari, ce le ritrovavamo allora ovunque. Obese, letargiche sui nostri divani, nel nostro letto.

Ed era inutile chiedere loro di spostarsi, farsi leggermente da parte per permetterci di accomodarci nella nostra noia a guardare un po’ di tivvù. O godere di qualsiasi cosa imprevista. Erano enormi, ingombranti, invadenti. Abitudinarie.

La notte ci rotolavano addosso rantolando e russando, con un respiro roco che finiva in un fischio. Poi, quando finalmente si sistemavano tra lo sterno e la spalla, per traverso, si addormentavano rilassate, lasciandoci il torace schiacciato dal loro peso, il respiro contratto. I loro sonni finalmente placidi accomodati sulle  nostre inquietudini.

C’è stato un tempo in cui le nostre speranze erano simili a quei cani stupidi e fedeli, che restano ore in attesa dietro la porta di casa, desiderando solo il nostro ritorno, una carezza sul pelo, una scodella di cibo, e quello scondinzolare fesso e festoso con il guinzaglio tra le mandibole, pronti ad essere portati a spasso, a marcare il territorio. E proprio come quei cani stupidi, piccoli, che abbaiano forte e scoprono i denti per credersi grandi e spaventosi, in strada facevano a gara contro aspettative più grandi di loro, per mostrare di essere migliori e più coraggiose.

C’è stato un tempo, sì, in cui accadeva tutto questo.

Poi venne la crisi e le mettemmo a dieta, le spodestammo dalle nostre poltrone.

Aprivamo allora di colpo le finestre, in pieno inverno, perché gelassero. Oppure per giorni sospendevamo tutti i manicaretti ai quali le avevamo abituate, ricordandoci solo di tanto in tanto, con un gesto che conteneva in sé una pietà che mai per noi stesse avevamo provato, di disseminare la casa di croccantini emotivi. Secchi, vetusti, duri da masticare e da digerire, che lasciavano esauste le aspettative, per tanta inutile ruminazione e con un perenne senso di fame che non riuscivano più a soddisfare.

E fu così che un poco alla volta iniziarono a dimagrire.

Alcune sparirono, di notte. Scappavano di casa, smarrite e confuse, e si riversavano in strada, per cercare un nuovo padrone. Gli facevano le fusa, moine da morire.

Qualcuno dal cuore buono le raccoglieva e le portava con sé, vedendole così smunte. Ignaro di quanto, a brevissimo, tutte sarebbero tornate fameliche e grasse, unte e maleducate.

Altre si lasciavano morire. Le ritrovavamo al mattino simili a mucchietti di polvere e gocce di condensa notturna sui vetri. Evaporavano.

Forse qualcuna finiva nel Purgatorio delle aspettative pentite, una specie di limbo dove trascorso un tempo infinito, tornavano tra noi con un nuovo destino, immemori del passato, pronte a reincarnarsi in qualcosa di più compiuto, come una volonta o un desiderio. Come piccoli gesti appassionati.

La cella di rigore. Storie di ritrovamenti.

marzo 13, 2017

La chiamano cella di rigore.
Dove nulla è permesso, nessun contatto, niente carta e penna.
Ma io, io.
Io sono una che va avanti per buona condotta.
Spontaneamente scelgo la via della chiusura, il momento della sospensione.
Scrivere è una sublimazione, lo sai da sempre ma te ne accorgi davvero nell’attimo esatto in cui ne fai a meno.
L’assenza di parole non è semplice vuoto, ma una pienezza d’altro.
La decisione di non trasfigurare mi produce un’esplosione interna, mi mette in moto altri pensieri, fa affiorare i desideri.
La parola li uccide, il silenzio me li nutre.
Adesso scrivo lettere invisibili.
Non posso avere una stilografica, userei la punta per infilarmela nella carne. Aspirerei sangue con lo stantuffo e sarebbero parole troppo rosse e vive.
Mi concedo una trasgressione, adesso. Qui. Dove nessuno risponde, in quella simulazione a volte troppo simile a un corpo a corpo ma al tempo stesso priva di corpo.
La carta che ho tra le mani è morbidissima, soffice, fatta di riso.
Me la strofino tra le gambe fino ad impregnarla. La lascio asciugare.
E poi ancora. Ancora. E ancora.
Anche questa è sublimazione.
Posso comunque infilarla in una busta e spedirla.
Non occorre saper leggere, non occorre decifrare segni.
Nessuna metafora.
Non mi occorre un parlatorio.
Adesso tengo tutto a mente, fino a che mi sembra di impazzire.
Puoi portare il segno con la punta della lingua e restare avvinto alla carta in attesa di un’altra missiva.
Farei altrettanto, ricevendo una tua lettera senza tracce di inchiostro.

Ancora sul dettaglio. E sulla fotografia. Meno di un manifesto: un’affiche.

febbraio 28, 2017

Dal 1989 al 1997 ho scattato un numero impressionante di fotografie.

Intere scatole di provini, sviluppi e stampe, prima di passare alle diapositive.

Poi intere scatole di pellicola inquadrata nei suoi telaietti, bene allineati su un caricatore pronto a sparare sprazzi di luce e colore su una parete bianca.

Poi, d’improvviso, un rallentamento. Progressivo, fino al blocco totale, per un periodo lungo. Un rigetto.

Paesi visitati senza nemmeno portare la macchina fotografica, affidati unicamente alla memoria dello sguardo e della parola. Ricorrenze trascurate. Obiettivi oscurati. Una specie di iconoclastia.

Una totale incapacità a effettuare qualunque scatto e a darmi una spiegazione convincente di questa improvvisa inabilità.

In quel momento non sapevo che fosse in corso una crisi di carattere cognitivo, una rivoluzione che si sarebbe manifestata solo molto tempo dopo. Mi dicevo solo che la fotografia non era più adeguata a descrivere la realtà, che ne era solo una pallida riproduzione, frammentata. E che il frammento, lungi dal restituire, distruggeva, immobilizzava, uccideva.

In mezzo alla riflessione c’era il ricordo di Luis, un compagno di studi portoghese, architetto e fotografo, che un giorno si era lasciato cadere dal Colosseo Quadrato a Roma, durante uno shooting. Era sopravvissuto, rimanendo zoppo per sempre, e raccontando che si era trattato di un incidente.

Poi un giorno di molti anni dopo la caduta, in un improvviso slancio di sincerità, mi aveva raccontato tutta la storia. Che non era stato un accidente ma un tentativo di suicidio finito bene. O male, secondo i punti di vista. Perché la sua vita in quel momento era spezzata da troppi dolori e non riusciva più a tenersi dentro in una cornice di riferimento. Si sentiva un fotogramma, invece che una storia. E come fotogramma sentiva che non aveva senso.

Era una storia più grande di me, io avevo poco più di vent’anni e lui sopra i trenta. Ma al momento giusto è tornata su e l’ho capita. Quando mi serviva.

Nel frattempo mi raccontavo altro, incapace di arrivare al punto.

Per anni mi sono allineata sulla visione dei primitivi e della foto che ruba l’anima di colui che ne è oggetto.

Nel 2002 acquistai la prima macchina fotografica digitale, a Dubai. Ma solo perché costava poco e la mia Fuji analogica aveva deciso di abbandonarmi per sempre, dopo molti anni di onorato servizio.

La usavo poco, in maniera compunta, come se si trattasse ancora di un’analogica: risparmiando gli scatti e selezionando a monte, prima del clic, cosa fosse degno di essere immortalato e cosa no.

Ancora nel pieno della crisi cognitiva, per molto tempo ho usato il grandangolo, convinta che l’ampiezza della visione riuscisse a rappresentare porzioni quanto più ampie possibili di realtà e perciò stesso vere.

Ho impiegato anni per capire che nessuna fotografia, nessuno scritto, nessun verso rappresentano fedelmente la realtà. L’ho imparato di pari passo con altre cose che mi hanno reso possibile questa comprensione: che nessuna sentenza di tribunale rende giustizia alla verità, che nessun amore assorbe in pieno la profondità dell’esistenza, che nessuna fede, nessun credo posseggono la chiave della salvezza, che nessuna prassi, per quanto positiva, esaurisce la correttezza piena dell’agire. Potrei andare avanti per ore, su tutti i niente che ho imparato.

E’ stato un lento smantellamento di certezze che vacillavano, che si sgretolavano e mi lasciavano scoperta, nuda di fronte a una realtà disfatta, che mai più avrei potuto cercare di tenere insieme come un tempo.

Io stessa ero disfatta, screpolata, incapace di rappresentarmi a me stessa in una totalità.

Di me vedevo solo schegge, frammenti, ed ero incapace di tenerli insieme.

Come Luis, finalmente sentivo una sensazione credo molto simile.

Osservarli uno per volta, questi frammenti, riconoscerli e ricominciare a fotografare, è stato un tutt’uno.

Ho trasformato il mio modo di vedere, all’interno e all’esterno.

Qualcuno pensa che sia una bulimica dell’immagine. Una fotografa compulsiva, come spesso mi definisco per tagliare corto con chi – scherzosamente e incomprensibilmente – mi sottolinea quante fotografie scatti.

Ne scatto molte, moltissime. Mai abbastanza.

Ne scatto quanti sono i frammenti che riesco a scorgere. E all’interno dei frammenti ne scorro altri, più minuti, talvolta sfuggiti al primo sguardo. Come le scatole cinesi.

Quando ingrandisco le foto, grazie alla magia del digitale, specie le fotografie che non riescono a ricordarmi esattamente cosa stessi riprendendo, le fotografie apparentemente insignificanti, scopro in secondo piano oggetti o movimenti che erano sfuggiti all’occhio cosciente e che tuttavia avevano catturato in modo subliminale l’attenzione. Come messaggi sottili, segreti.

Ho imparato a concentrarmi sulle cose molto piccole. Di pari passo, come una ginnastica aggraziata di cui non senti il peso, grazie a una pratica graduale, mi sono ritrovata un occhio allenatissimo, capace di scorgere ombre, giochi di luce, sfumature, refusi negli scritti, distonie nelle voci, simmetrie e dissonanze nascoste, bouquet floreali, gusti inediti, parole soffocate in respiri troppo lunghi, alzate di sopracciglio. Non solo di scorgerli, perché forse ne ero già capace, ma di inquadrarli e fissarli, dare loro compiuta dignità di esistenza, senza lasciarli scorrere fingendo a me stessa di avere mal visto o ignorato.

Come se educare a dismisura un senso, lungi dall’assopire gli altri, li avesse coinvolti tutti in un nuovo progetto, in una nuova educazione possibile. L’educazione al dettaglio, di cui scrivevo giorni addietro, ma che in realtà è molto più che questo. E’ piuttosto un’educazione alla relazione, al modo in cui i dettagli si dispongono nel tempo, nello spazio, tra individui. E come formino, simili ai caleidoscopi, dei disegni sempre nuovi e sorprendenti. Mutevoli.

E come ognuno di questi disegni rappresenti esattamente la realtà.

Non quella che cercavo di catturare prima, squadrata e grandangolare, paesaggio da cartolina, ma la realtà del qui e ora, l’unica possibile dato il contesto, il frammento, l’osservatore e l’osservato. L’Eternità che è in ogni singola particella del Tutto.

Poi c’è stata l’epoca della postproduzione, del ritocco, che per anni avevo vissuto come un inganno, una menzogna.

Se nella mia idea disabilitante lo scatto uccideva il reale, fermava il momento e lo assolutizzava, il ritocco assomigliava all’imbalsamazione, alla tassidermia, al trucco imposto alle salme. Qualcosa di simile a quegli animaletti che sopravvivono negli alberi morti, e li abitano dall’interno costruendo gallerie e tane, rigonfiandoli all’inverosimile e trasformandoli in strutture bitorzolute, immensi termitai.

Credo che a liberarmi da questa visione sia stato un film, Departures, e la dolcezza della restituzione alla semplicità delle cose, alla possibilità di una bellezza anche oltre il confine della morte. Improvvisamente mi è sembrato che niente fosse più bello che cogliere un dettaglio e abbellirlo, farlo rivivere con uno sguardo nuovo, concedergli una seconda possibilità, una trasmigrazione nella memoria.

E’ così che mi sono appassionata alle foto d’epoca e alla loro trasformazione. Cercando di cogliere nello sguardo, nella postura di persone ormai defunte e scomparse un guizzo del loro desiderio. Di riportare in vita una pulsione segreta, mai espressa o un piacere perduto troppo in fretta. Di provare a offrire loro un nuovo destino.

Per molto tempo ho sostenuto che lo scrivere è la pratica del troppo pieno, dell’esubero, dell’abbondanza di sé che va riversato nel mondo e che il fotografare è invece la pratica del troppo vuoto e della necessità di incamerare l’altro, l’esterno. Quasi un modo di nutrirsi.

In parte ne sono ancora convinta.

In parte penso che ci sia uno scambio, un’ecologia della mente. Un modo dello spirito di riciclare e reimpastare, di riutilizzare parti spurie per rinnovarsi e rinnovare. Come un battito di cuore o un respiro. Come l’occhio che si apre e si chiude secondo la quantità di luce. Come la bocca, lo stomaco. La fame, i grossi bocconi e i morsettini.

Departures

Siamo o non siamo Soli nell’Universo?

febbraio 23, 2017

stelle

In quel momento esatto lui la scorse, dentro di sé, come una visione.

Bella come non era possibile altrimenti. Bella come non aveva mai visto nessuna su questa terra. Bella come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerla, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

In quel momento esatto lei lo scorse, dentro di sé, come una visione.

Bello come non era possibile. Bello come non aveva mai visto nessuno su questa terra. Bello come solo le cose che non si posseggono sanno esserlo. E seppe di volerlo, come mai aveva desiderato qualcosa nella sua vita.

Tra loro, a separarli, solo trentanove anni luce. Un’inezia.

Molti meno del tempo necessario a percorrere il Grande Raccordo Anulare nell’ora di punta, il Traforo del Monte Bianco in una giornata di neve, l’Asse Mediano alla chiusura dei Centri commerciali, il Red Carpet durante la notte degli Oscar, l’attesa del regionale per Cerignola sul binario 2.

Trentanove minutissimi anni luce per arrivare sfolgoranti alla meta, illuminati come una Madonna da processione o un Elvis Presley dal ciuffo aerodinamico. La distanza che un fotone percorre nello spazio vuoto in assenza di campo gravitazionale o magnetico in un anno giuliano moltiplicata per trentanove. Una quisquilia, un niente, una questione di volontà, di motivazione, di entusiasmo, di lotta alla pigrizia, di sfacciataggine, di coraggio, di audacia, di ardore, di spostare quei due o tre appuntamenti in agenda, di una sigaretta di attesa, di prenotare una pulizia del viso, di infilarsi un paio di jeans e una maglietta pulita, di mangiare un boccone a volo in un’area di servizio. Trentanove rapidissimi anni luce per fantasticare nel frattempo sull’arrivo, sull’accoglienza, sul riconoscersi, sull’abbraccio, sul dirsi tutte le cose taciute, mai espresse, dimenticate, sottese, sognate.

Nessuno dei due, assorbito dalla visione, pensò che il corpo celeste dell’altro, intravisto quasi in sogno,  in un ricordo di infanzia, in una festa da adolescenti, in un passato di appena trentanove anni luce addietro, appartenesse al momento esatto dell’osservazione e non al punto di arrivo, di incontro.

Nemmeno per un momento pensarono che avrebbero potuto non riconoscersi, tanta era la smania di superare lo spazio/tempo dei trentanove anni luce in un soffio. Perché la teoria raccontava che la distanza era immensa, per il fotone che doveva affrontare lo spazio vuoto.

Ma il loro spazio era pieno, denso, popolato, abitato di case, alberi, automobili, uffici postali, salumerie. Ed era pieno del desiderio, dell’amore, della fretta, delle fantasie, di tutte le cose che, a dispetto del loro ingombro, avrebbero facilitato i passaggi, raccorciato i tempi, avvicinato i luoghi.

Così che quando finalmente si incrociarono, tornati entrambi al paese per la festa del Patrono, dentro una piazza scintillante di luci e luminarie che disegnavano stelle e pianeti, non ebbero difficoltà a riconoscersi.

Lui le orbitò intorno e facendo la ruota da pavone, le disse: sono qui per rivoluzionare la tua vita.

Lei sorrise birichina e compì una rotazione su un piede solo, e un piccolo inchino.

E poi gli sussurrò in un orecchio, soffiando piano nei capelli: l’orbita descritta da un pianeta è un’ellisse, di cui il Sole occupa uno dei due fuochi. Due Soli non sono ammissibili.

Perché si era informata, sapeva che lui era sposato, e che in un sistema solare non possono esistere due Soli. Uno soltanto. E che al momento il Sole ufficiale era la moglie, salvo diverso avviso astronomico e legale.

Si vede che sei inesperta e disinformata, rispose lui. Ma ridendo, per non indispettirla.

E dalla tasca dei jeans tirò fuori un articolo che aveva stampato, che parlava di Star Wars, di Tatooine e delle stelle gemelle che si condividono i pianeti. E aggiunse: è la Ricerca che ce lo chiede, la Scienza, il Progresso, la Verità.

Così lei finì per salire sulla sua auto e dirigersi verso nord, a trentanove chilometri luce dal paese, in un piccolo albergo dove nessuno avrebbe badato all’eccentricità della questione, né alla profondita delle orbite oculari il giorno seguente, né fatto chiacchiere inopportune.

Fonti bibliografiche:

Pianeti adulteri

Pianeti musulmani

Changing of the Seasons

febbraio 18, 2017

L’amante del dettaglio teme l’Amore, ma non lo sa. Questo è quello che dicono gli altri. Lo dicono sempre, e a volte finisce per crederci.

Il suo mondo si configura in liste, elenchi, punti da sviluppare, frammenti da cogliere, stralci di frasi, particolari di immagini, sguardi fugaci, timbri vocali.

L’amante del dettaglio si perde nei labirinti del particolare. In fondo è un collezionista, dicono gli altri, ma non sa nemmeno questo. E il dramma del collezionismo è l’incompletezza della collezione.

Le collezioni sono dei sottoinsiemi di insiemi più ampi, si espandono nell’Universo come le galassie. E poco importa che le teorie cosmogoniche e la scienza ci raccontino che l’Universo sia finito. O infinito. Poco importa, davvero.

Noi amanti del dettaglio ci muoviamo lungo i bordi, nelle periferie dei luoghi e dell’Essere in cerca di quel limite estremo oltre il quale non trovare nulla. O trovare la chiave, la soluzione, il Tutto. Ed entrambe le prospettive sono terribili: la prima metterebbe fine alla ricerca, la seconda le spalancherebbe l’angustia di un procedere infinito.

L’amante del dettaglio non ha scampo, è sempre in bilico su questo osservare incessante, su una catalogazione che sfugge alle etichette, sull’attribuzione corretta del senso, sulla familiarità delle cose che incontra, sulla loro totale inconoscibilità. Si appassiona a un bottone, a un polsino, alle venature di una foglia, alla luce che gioca su un ricciolo, a un capello caduto sul revers di una giacca, a un verbo inusuale, a un aggettivo fuori posto, a una dissonanza. L’amante del dettaglio paga simmetrie con irregolarità e dimentica il resto alla cassa, separa le immondizie con smisurata cura e dei sogni ricorda i colori. Trastulla l’attenzione con minuscoli segni, ad altri invisibili, riconosce un odore ma prima che si accorga che sta bruciando l’arrosto si è già perduto nel suo catalogo di ricordi di odori.

L’amante del dettaglio è distratto,  dicono tutti.

Ma posso assicurarvi che non è vero, è solo concentrato sulla forma mutevole di tutte le cose, inciampa per guardare il disegno che ora fanno le nuvole e la luce d’inverno. Nella sua testa c’è un orto botanico, una collezione di ali di farfalla, il fremito sottile di quella piuma che toccò da bambino, una filastrocca di parole allitterate senza alcun senso apparente ma belle a sentirsi. L’amante del dettaglio non ha freddo e non ha caldo, ma la pelle d’oca che sale dal braccio sinistro e una piccola arsura e gocce che imperlano il collo e scivolano sul petto e rotolando si raffreddano e poi incontrano un neo, di cui sentono il bordo. E quando parlano con uno che ha il nodo della cravatta troppo stretto vorrebbero allentarglielo e deglutiscono a fatica, almeno fino a quando non vengono distratti da quel piccolo, impercettibile mutamento della voce dell’altro. Agli altri dicono: ho freddo, ho caldo. Ma non significa niente, è solo per intendersi.

L’amante del dettaglio ha paura dell’Amore, si è detto. Ha paura di questa forza che unifica e cancella le distinzioni, che getta tutto in una massa indistinta, dai contorni sfocati. Questo è quanto dicono gli altri, ma lui non ci crede e continua ad amare con convinzione la goccia di cera che rapida scivola lungo il fianco della candela e con l’aria fredda, lontana dalla fiamma, si solidifica e resta ferma, immobile, Per essere ancora riplasmata dal calore della mano, dai polpastrelli che imprimono nuove forme. Sempre, incessantemente.

E poco importa di quel che dicono gli altri.

L’amante del dettaglio ha una riserva di bellezza segreta, talmente ampia da non accorgersi del resto. E perde il senso, i sensi, perde tutto e costantemente lo ricombina. Come pensa che debba essere l’Amore. Minuto e imperfetto, somma infinita di piccoli gesti.

 

Il corteggiatore men che perfetto, ma auspicabile. Un trattatello men che esaustivo, ma conciso.

gennaio 26, 2017

Sempre, per comprendere l’esatta natura delle cose, o quanto meno avvicinarvisi di molto,  è necessario partire dall’origine delle parole che la definiscono.

E dunque il corteggiamento, come definisce il nostro amato dizionario etimologico, così è spiegato: derivante da corteggiare.

corteggiare1corteggiare2

Ma non paghi dell’etimologia, ci spingiamo addirittura a considerare le possibili variazioni sul tema, studiando sulla Treccani le numerose varianti del concetto e delle parole che li rappresentano e descrivono per nuance e possibilità le diverse sfaccettature, iniziando da un corteggiatore base, spingendosi a un adoratore, a un audace, per culminare nelle versioni deteriori del fenomeno, quali il dongiovanni e il persecutore, che oggi con termine moderno chiameremmo stalker.

Converrete con me che orientarsi in questa panoplia linguistica è cosa ardua.

Pertanto, oggetto di questa trattazione non sarà fornire chiavi interpretative ulteriori, né definire i crismi del corteggiatore perfetto (giacché mi viene fatto notare quanto sia stucchevole la perfezione), bensì provare a tratteggiare le linee guida del “Corteggiatore men che perfetto ma auspicabile”. Come la madre sufficientemente buona di Winnicot: un essere imperfetto, ma sano e affettivamente presente.

Come da mia natura, dovrò operare per classificazioni di massima. Sappiamo bene che la classificazione è uno strumento non gradito a molti, poiché cristallizza e pone limiti, ma sappiamo altresì che è un importante strumento conoscitivo, oltre che catalogante, temuto da quanti amano la vaghezza e le performance anguillesche.

Partiamo dalla definizione centrale: “Essere assiduo presso una donna, al fine di conquistarne l’affetto”.

E qui dividiamo i corteggiatori (o presunti tali) in tre macrocategorie:

  1. Coloro i quali non hanno nulla a pretendere, ma corteggiano tanto per fare una cosa. Nella mia gioventù frequentai un’Università andalusa, dove le mie nordiche compagne erano terrorizzate e scandalizzate dalla pratica del piropo, il complimento salace rivolto alle fanciulle in strada dagli indigeni. In quanto napoletana e avvezza a un innocuo quanto reiterato “te chiavass’”, tipico del maschio partenopeo, mi trovai a dover spiegare loro la totale innocuità del piropo, che non richiede repliche né tantomeno sviluppi ulteriori: è un’azione conchiusa in se stessa, autistica quanto basta, che non necessita di repliche né di inutili sdegni, ma va classificata in un range che si muove dal totalmente inutile al rinforzo positivo di autostima
  2. Coloro i quali si muovono con pretese esclusivamente carnali, con due sottocategorie: relativisti e finalisti. I primi sparano nel mucchio, con un repertorio spesso stereotipato, basato sul complimento fesso. Si scoprono poco, non raccontano nulla di sé, se non quanto funzionale alla conquista. I secondi mostrano un’inventiva maggiore e una discreta perseveranza, abbinate a un esercizio di fine tuning sulla destinataria di turno. Entrambi hanno una gittata temporale di breve/medio periodo, che si esaurisce al raggiungimento dello scopo o all’eccessivo impegno richiesto da quest’ultimo, dal quale desistono in favore di obiettivi più facilmente raggiungibili.
  3. Coloro i quali perseverano, al fine di suscitare affetto e potenzialmente ricambiarlo. Per non complicare le cose con inutili sottocategorie trasversali, daremo per scontato che in questa categoria troveremo persone sostanzialmente in buona fede, ascrivendo al punto 2) quanti simulino interessi affettivi a scopo meramente carnale.

A questo punto è opportuno spendere due parole sulla metodologia.

Le tre categorie definite non sono da noi considerate in termini di merito o di giudizio: si tratta semplicemente di riconoscere la tipologia di corteggiatore e valutare se collimi con i nostri desideri e aspirazioni, e successivamente regolarsi.

Si può benissimo, in un momento della vita, aspirare al corteggiatore di tipo 1), in momenti in cui si ha bisogno di un surplus vitaminico per curare un’autostima depressa dall’inverno, dalla menopausa, da un impertinente brufolo spuntato sulla guancia, da una trascuratezza coniugale, così come si può scegliere un corteggiatore di tipo 2) per diversificare i propri investimenti sensuali, spolverare la solitudine, per attrazione momentanea o quel che volete.

L’importante è non confondere le caratteristiche tipologiche, al fine di evitare cocenti delusioni, coltivare sterili aspettative e rimanere delusi dalla vita.

Personalmente sono interessata al corteggiatore di tipo 3), ritenendo il sentimento quale unico carburante dell’azione umana e attribuendogli preminenza rispetto alla mera sensazione. Si tratta di un’inclinazione personale, del tutto opinabile e senza pretesa alcuna di verità.

Ciò premesso, il corteggiatore di tipo 3) dovrà presentare una serie di requisiti, taluni prioritari, talaltri accessori. Invito sempre a costruire una lista di priorità, anche nel caso in cui le preferenze si orientino su altre tipologie. Nel caso 2), ad esempio, si badi che egli sia amante accorto e generoso, a prescindere dalla condizione familiare e che non mostri gelosie o possessività. Analogamente, nel caso 1) si stabiliscano interiormente le soglie valicabili, anche se solo verbali, e si definisca il netto confine che separa il motteggio dalla noia. Sono solo piccoli consigli che torneranno utili nella pratica.

Tornando al nostro favorito, il corteggiatore di tipo 3), la mia personalissima lista, non priva di consigli e indicazioni per ambo i sessi, è la seguente:

  • Egli doserà adeguatamente l’interesse che manifesta per voi con un’apertura su se stesso, in modo da focalizzare la vostra attenzione sui suoi punti di forza e di debolezza, lasciando intravedere frange di lati oscuri, vulnerabilità e senza indulgere in sforzi narcisisti. Talvolta è gradita la compensazione tra lati positivi e negativi con accorte misure di contenimento;
  • Saprà alternare sapientemente momenti di galanteria a momenti di semplicità comunicativa, argomenti da massimi sistemi filosofici e pratiche organizzative;
  • Definirà con sostanziale chiarezza la sua condizione affettiva e il suo stato civile: separato in casa, in una relazione aperta, in pausa di riflessione e simili non vogliono dire disponibile. La confusione e il tormento interiore si curano dallo psicologo, i precedenti fallimenti affettivi, addotti a motivo ostativo di uno step successivo, devono essere gestiti da Equitalia;
  • Non adotterà meschine politiche di scambio sul brevissimo periodo, del tipo: ti invito a cena e tu al dopocena, ci vediamo tre volte, ma se alla quarta non succede niente metto il broncio;
  • Calibrerà l’utilizzo delle estremità corporee in funzione del momento e non di calcoli predeterminati, secondo una gradualità e una tempistica che coniughi spontaneità ed esame obiettivo delle circostanze;
  • Un aspetto molto importante è quello della reciprocità e delle iniziative. Come si usa ancora dire in alcuni ambienti meridionali, “l’ommo adda omminia’ e ‘a femmina adda femminia’”. Si tratta di una regola basilare, non intaccata dall’evoluzione dei tempi e dai femminismi, da intendersi tuttavia in maniera ragionevole e plastica, non tassativa. In poche parole, l’iniziativa la deve prendere lui, ma deve lasciar pensare che la prenda lei, e interpretare correttamente le sue titubanze non come un rifiuto, ma come una lotta intestina che la povera donna compie contro i suoi atavici retaggi che la condannano a un’indisponibilità sostanziale. Per contro, laddove l’iniziativa promanasse da lei, lui deve accettarla, senza sentirsi deprivato del suo ruolo né cantare vittoria troppo presto e dare il seguito per scontato. I femminismi ci hanno insegnato ad essere disinibite, un po’ aggressive e a fare il primo passo, ma non ci è mai stato dettagliato con sufficiente precisione come muovere il secondo e il terzo;
  • L’igiene personale meriterebbe una trattazione separata: ci affidiamo al buon senso e a una consultazione del web. Per par condicio, riteniamo che sia argomento condiviso da entrambe le controparti;
  • Se in presenza di reiterate proposte, anche non particolarmente impegnative, ella si sottrae, probabilmente non è interessata. Non è il caso di insistere, ma è opportuno che faccia le sue riflessioni in solitudine. Se trascorso un ragionevole tempo optasse per accettare un invito, una proposta, o presentarla essa stessa, non trattatela con sufficienza e nemmeno attuate azioni di rappresaglia o comportamenti di tipo aggressivo-passivo;
  • Se occorrono spostamenti territoriali, non invitatela a compierli, ma assumetevene l’onere iniziale, con discrezione e senza accollarvi: un intero fine settimana può essere fantastico ma anche devastante. Meglio peccare in difetto di presenza che in eccesso. Questa regola vale non solo per i corteggiamenti, ma in tutte le occasioni che la vita ci riserva, insieme al suo corollario: è meglio abbandonare le situazioni idilliache un attimo prima che raggiungano il culmine della parabola ascendente, piuttosto che scivolare in una rovinosa caduta verso il basso. La parabola potrà essere ripercorsa in successivi momenti con maggiore maestria e bastoni da nordic walking per attutire la ripidezza della discesa.
  • Per le signore: se un corteggiatore non vi interessa, non siete tenute a compiacerlo, Né a spiegargliene le ragioni. Ma soprattutto è vietatissimo tenerlo sulla corda, per questioni fondamentalmente etiche e di buon gusto. Forse come regola vale anche al contrario, nel caso di corteggiatrici indesiderate.

Condivido con voi l’opinione che questo breve decalogo sia démodé e probabilmente troppo impegnativo.

Nessuno è obbligato a seguirlo o a rispettarlo.

A me, piace.