Lista delle cose che colpiscono il viaggiatore in Albania, nel bene e nel male

agosto 31, 2016

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  • Il silenzio. L’Albania è un paese silenzioso, nessuno grida, nemmeno al mercato, nessuno alza la voce, nessuno suona il clacson in strada, nessuno schiamazza, nessuno canta, i bambini non piangono, le mamme non sgridano, non ci sono ubriachi molesti, il muezzin salmodia in modo dolce e sei felice di sentirlo. L’unico suono costante, insieme alle cicale, è un suono di lavoro edile, in sottofondo: non trapani, non seghe, lievi note di scalpelli e martelli. E di qualcuno che non parla, dicono: ha chiuso la bocca, facendo il gesto di accostare le labbra con le dita.
  • La gentilezza. Declinata in tutte le sue varianti conosciute: ospitalità, disponibilità, aiuto in strada, gente che ti accompagna spontaneamente a fare un giretto per spiegarti, che ti aiuta a cercare un albergo, che ti sorride mentre ti serve al ristorante, che risponde con pazienza alle domande, che ti corregge con garbo la pronuncia delle poche parole che riesci a imparare. Viene da chiedersi se vogliano una mancia. No, non la vogliono.
  • Ksamil. Un panorama mozzafiato di isolette. La villeggiatura negli anni ’60. Qualcuno, per piacere, importi juke box e calciobalilla per completare il quadro.
  • La pulizia di Tirana. Una città che brilla, chiara, splendente, non una carta in terra, nessun palazzo annerito dallo smog.
  • I racconti del passato. Il tempo albanese si divide in due epoche:  una è “adesso”, l’altra è “in quel tempo”, per riferirsi alla dittatura. Tutti hanno una storia da regalarti, che si muove tra adesso e in quel tempo. Come un non essere ancora certi della propria esatta collocazione, ancora sospesi a metà in una Storia che ha da farsi, da compiersi, come una zattera che si protende nel mare e tuttavia resta un poco ancorata, tenuta da corde lise alla terra, un poco legata. Storie di libertà e di nostalgia, di rimpianto e speranze. Storie che hanno un poco del mito. In quel tempo accadeva che.
  • Butrinto. La zattera nella laguna per traversare le auto sulla strada per Igoumenitsa. I pescatori al tramonto.
  • Gli edifici incompiuti e il cattivo gusto architettonico. Enormi scheletri che punteggiano ogni paesaggio, non terminati per le ragioni più disparate. Mancanza di soldi, dice qualcuno, mancanza di forza lavoro, dice qualcun altro. Case completate solo nel piano terra, strutture senza fondamenta che si ripiegano su loro stesse. Forse una metafora degli scheletri del passato, forse il senso di incompiutezza di una nazione che cerca la sua strada. Gli edifici compiuti hanno qualcosa dell’obbrobrio, misto di neoclassico, palazzina calabrese e decori cafoni. Cubature infinite per una popolazione esigua, enormi condomini vuoti e nuovissimi, quasi un incentivo alla spinta demografica. O la speranza che chi è andato ritorni. Oppure niente di tutto questo: solo la pioggia dei finanziamenti passati per mano della ‘ndrangheta attraverso società locali apparentemente regolari, con i durc a posto ma di fatto inesistenti.
  • Marubi. La prima descrizione fotografica antropologica del Paese.
  • Berat. La notte illuminata dalle mille finestre. Per un attimo ho pensato di essere in Mongolia, e che quello fosse il Potala. L’oro scintillante delle icone di Onufri, la sacralità. La sfilata di Margherita con l’abito nuovo, comprato su una bancarella e misurato nel bagno, con le signore a chiudere cerniere, a dare consigli sui tacchi giusti. Il tave del quartiere Mangalem e le vigne.
  • Angoni. Il pittore naif che ha una tela in ogni casa e ristorante di Gjirokastra e che non ho potuto fare a meno di acquistare.
  • La conoscenza dell’italiano. Gli anziani lo hanno appreso durante la guerra, i giovani dalla tv e dall’emigrazione, i giovanissimi lo parlano meno, preferendogli l’inglese. Alcuni usano termini dotti, elaborati, con una proprietà di linguaggio universitaria, le insegne dei negozi spaziano da Sposa bella a Sarta magica a Stile italiano o Belle scarpe. Al porto di Bari, in partenza, ho trovato commovente osservare le famiglie di emigrati che tornavano a casa per le vacanze e che, con mille difetti, parlavano in italiano ai figli di tutte le età, adolescenti o piccolissimi. Mi si è stretto il cuore pensando al prezzo dell’emigrazione, che passa anche attraverso la cancellazione della propria radice in nome di un bene più alto, la promessa di Futuro. Per strada, ogni giorno, ho sentito il peso di una forma di colonialismo che ancora pratichiamo, nostro malgrado. Il compagno Tani, ridendo, ha detto: dove lo trovi un paese migliore di questo?, costa poco, assomiglia al tuo e non ti devi sforzare per la lingua. Ovunque, ma proprio ovunque, qualcuno si è avvicinato e ha iniziato a raccontare la sua vita in Italia, quel misto di rabbia e gratitudine per il paese che ti ospita e a un tempo ti denigra e ti usa. Pietro, questo è il nome italiano che si è dato, ci aspetta a Fier, dove non ci fermeremo mai, per mancanza di tempo, per offrirci un caffè. Vive a Ciampino, dove lavora in un campeggio. Ha lasciato l’Albania a quindici anni, nel fondo odia suo padre per averlo mandato da solo in Italia, alla ventura, E con i suoi primi risparmi gli ha comprato una macchina, quella che non si sarebbe mai potuta permettere con il suo stipendio di operaio. Giovanni ama i fiori, anche lui è stato a lungo in Italia, prima di tornare. E cos’hai fatto in Italia? Tutto, tranne la galera, e ride con la bocca e con gli occhi.
  • Tirana. La capitale che non ti aspetti, il quartiere della movida, le strade monumentali come l’Eur, i resti, l’architettura italiana, l’architettura russa, l’architettura cinese, un parco che si chiama Taiwan, un bar che irride al comunismo, un fiume ridicolo che la attraversa, i cornetti alla crema, un bosco nel centro città con ristoranti di montagna in baite inattese, l’eleganza, i quartieri fuori mano, la teleferica e le vette a un passo dal centro, le università, il bigliettaio nei bus, il biglietto del bus a 40 lek, meno di 30 centesimi di euro.
  • La nostalgia. Permea ogni cosa, ogni sguardo, ogni racconto. E’ nostalgia di tutto: del passato, del presente, del futuro, delle occasioni perse, di quelle mancate, della crisi, dello smarrimento della tradizione, della resa in cambio di qualcosa che ancora non si conosce.
  • Sallat. Dacci oggi le nostre insalate quotidiane. Comunque è davvero difficile pensare di baciare qualcuno se mangi cipolla cruda tre volte al giorno.
  • Il passo della Llogara. Mille e passa metri di valico, che prima sale sale sale e dopo scende scende scende. Quando sale l’auto non va oltre la seconda, per tornanti che non finiscono mai e che a ogni curva mostrano lo strapiombo sul mare. Quando scende i freni fumano e reagiscono con lentezza. Un valico voluto da Mussolini, una delle strade più belle mai percorse, api e miele e baite e silenzio. Nei tratti in cui si costeggia il lato mare l’ansia è elevata, per l’altitudine, e lo sguardo si spinge talmente lontano che sembra di essere sospesi nel vuoto.
  • Le docce negli alberghi. Qui in Europa usiamo le cabine che si chiudono. O delle tende sufficientemente ampie. A voi piace la carta igienica inzuppata? E’ per risparmiare tempo sul bidet?
  • La persistenza della grecità. Paesini sui quali sventola la bandiera azzurra, roccaforti ortodosse piene di anziani affettuosi, feta e moussaka e mani sul cuore e baci e sagapò. E una sola risposta alla domanda: ma siete greci o albanesi? Siamo greci e albanesi.
  • I matrimoni. In uno ci siamo imbucate, ad ascoltare i violini, a chiacchierare con gli invitati, a scattare foto, a complimentare la sposa. Era elegante e sobrio, con ospiti italiani, albanesi e greci. Nel pieno della natura di Butrinto, nella cattedrale a cielo aperto degli scavi. A un altro ci siamo accodate, tra strascichi, fuochi di artificio e un lusso sfacciato, in una struttura modernissima protesa nel mare di Durazzo. Gli sposi giovani, come non ce ne sono più dalle nostre parti.
  • Il mercato. Tabacco sfuso, a panetti, trentasei varietà di formaggi all’apparenza tutti uguali, peperoncini piccanti talmente decorativi che dispiace mangiarli, le sorbe di montagna, i pesci freschi e grandissimi, le erbe medicinali, galline legate per le zampe e messe in fila per terra, con uno sguardo che pare dire: prendimi, mettimi in forno e restituiscimi dignità.
  • La sicurezza personale. Per sé, per i propri beni, per l’auto. Di mattina, pomeriggio, di sera. Con la gonna o con i pantaloni, da sola o in compagnia, in centro e in periferia, in quartieri dimenticati e disagiati. Mai uno sguardo maschile insistente, mai una parola di troppo, mai un errore nel restituire il resto di un acquisto.
  • La domanda: ti piace l’Albania? Ripetuta da tutti, con orgoglio, in attesa della risposta. Un desiderio di conferma, un bisogno di essere visti e apprezzati, uno specchiarsi nello sguardo dell’altro.
  • La bandiera. Sulle magliette, sui cancelli, sui teli da spiaggia, sugli oggetti, tatuata sui corpi, sulle case, le spiagge, le barche, le targhe delle auto, impressa nei portacenere. Il vessillo ovunque. Il rosso che spicca, l’aquila bicefala.
  • I bar. Tantissimi, pieni di gente, carini, originali. La vita che brulica in esterno, a tutte le ore. Il caffè turco, greco, l’espresso, la birra Tirana, il tè di montagna, il salep, il raki, l’ora meridiana, la controra, la pausa, l’attesa.
  • Musei etnografici. Visto uno, visti tutti. Come le case ottomane.
  • Le automobili. Lucide, fiammanti, enormi, nuovissime. Porsche, Maserati, Mustang, Mercedes, Bmw. Lavazh e officine disseminati in ogni angolo, gommisti. L’automobile come status, sicurezza, senso dell’essere arrivati, pagate a rate o mai pagate. Solo auto nuove di zecca, tenute impeccabilmente.
  • L’ambivalenza politica. Rama ci piace, Rama è un dittatore, Rama è il cambiamento, Rama è la continuità, Hoxha era grande, Hoxha era un maledetto, Berisha era un ladro, Berisha non poteva fare altro. Come sta Berlusconi?
  • Il vino. Meglio il rosso che il bianco. Il signor Cobo, primo vinificatore del Paese, ha sposato una napoletana. Conoscendo e ascoltando il signor Cobo, anche io me lo sarei sposato.
  • I turisti. Pochi, pochissimi. Sono i pugliesi che vanno a farsi il mare a Saranda, nell’albergo di lusso con le mangiate di pesce che costano un terzo che dall’altro lato, qualche motociclista, pochi francesi, i kosovari che si mescolano e si confondono, un gruppo di Avventure nel Mondo intruppato nel peggior ristorante di Gjirokastra (perché lì li manda il loro quaderno di viaggio avventuroso), uno spagnolo, qualche famiglia avventurosa col camper,  “tre sole donne sole”, che siamo noi. Abbiamo scelto i luoghi di mare non segnalati su nessuna guida, gli alberghi non indicati, i ristoranti a occhio. Ed eravamo le sole straniere.
  • Il sogno europeo. I giovani vogliono entrare in Europa, sognano impieghi e pareggi di bilancio, fondi strutturali e stili di vita. I meno giovani non si pronunciano. Per tutta una giornata, il 29 agosto, il Parlamento siede in seduta straordinaria per riuscire finalmente ad approvare la riforma del sistema giudiziario, è un momento importante, l’ennesimo spartiacque. Ma siete sicuri che volete davvero entrare? Sono sicuri.
  • Frutta e verdura. Cipolle, pomodori, fichi, cocomeri, melenzane, giuggiole. I sapori di una volta, dopo che le serre e i supermercati ci hanno fatto dimenticare il gusto delle cose,
  • Assenza di integralismi. Dopo anni di chiese e moschee trasformate in ristoranti, depositi, magazzini, c’è un grande fermento nel recupero. Ma si nasce e si muore tutti, questa è la verità, e prescinde dai riti. Osservo i manifesti mortuari e chiedo se siano uguali per tutti: cattolici, ortodossi e musulmani. Lo sono. E allora come si distinguono? Dai nomi. Musulmani che bevono e mangiano prosciutto, qualche donna isolata col burqa, le anziane greche col fazzoletto in testa, entrate libere in moschea, nelle chiese a spalle scoperte, rare campane, qualche muezzin, nessun ramadan, i bektashi che ballano e cantano. Tutti insieme spassionatamente.
  • La bellezza. Ok le donne. Uomini, potete far di meglio, suvvia.
  • I bunker. Andiamo a caccia come funghi, spuntano ovunque. Ma davvero temevate la minaccia atomica? Ma chi mai vi avrebbe bombardato? Quello del Dittatore ha 103 stanze e corridoi lunghi e tetri. Potrebbero diventare l’alternativa turistica del Paese, ma non se ne rendono conto. Li fanno esplodere per recuperare cemento a basso costo da impiegare nella ricostruzione dei palazzi. Un giorno forse se ne pentiranno, ma al momento il passato è ancora troppo vicino per ripensarli.
  • Il cattivo uso della libertà. Liberarsi della Dittatura per organizzare Schiuma Party in spiaggia. Ah, se vi vedesse Enver!
  • Le case colorate. Pitture, disegni geometrici, quadri, fantasie. Cancellare il grigiore è d’obbligo. Il lungomare a pois di Durazzo, le case sulla Lena, a Tirana, gli sprazzi di colore anche su edifici cadenti e sventrati.
  • La scarsezza numerica degli abitanti. Tre milioni in tutto, l’Albania è la Basilicata d’Europa. Gli altri sono altrove, sparpagliati, dispersi, disseminati. Sono pochi, e questo facilita in un certo senso i rapporti, la vicinanza, semplifica le relazioni. Di fronte al bell’edificio del Ministero della Cultura, non mi lascio intimorire e chiedo al custode di poter visitare il palazzo. Ci affida a una distinta funzionaria, Milena, che seppur ha appena concluso la sua giornata lavorativa, ci porta in giro, ci racconta la storia dell’edificio, le attività ministeriali “adesso” e “in quel tempo”, ci fa entrare nelle stanze. Provate a far lo stesso a Roma.
  • Compattezza etnica. Nessun africano, nessun arabo, nessun cinese. E come mai? Risata: ma chi immigrerebbe qua?, giusto due kosovari.
  • Centri di scommesse. Tanti, tantissimi, quasi uno ogni tre negozi. Più che in Italia. Più di ogni altra cosa, questa è la vera decadenza morale e materiale di un Paese. Da loro come da noi.
  • Il pop. Questa storia che remixano tutto, ma proprio tutto tutto. Nel centro commerciale arrivo a sentire un Cohen remixato, in spiaggia John Lennon. Ramazzotti remixato. Chissà che cosa canteranno mai, nelle parti in albanese.
  • Vecchie radio. Ce ne saranno migliaia, tra locali, bar, mercatini, negozi. Una per ogni abitante, forse. E tutte sintonizzate sulla voce del Dittatore. Prima che arrivasse la tv, che era invece sintonizzata sulla sua faccia.
  • Gli occhi azzurri. Ma chi ve li ha dati? Gli slavi o i normanni?
  • Gli amuleti. Agli, peperoncini, bambolotti, fantocci, pupazzi, peli di capra. Non c’è una sola impresa, che sia un negozio, una scuola, un cantiere, una bancarella, un campo arato che non abbia il suo scacciamalocchio.
  • Il raki. Un altro, per piacere. E pure altre due polpette, visto che ci siamo.
  • Il mare. Di sabbia, scoglio, liscio, punteggiato di isole, celeste, blu, verde, caldo, piatto, limpido, trasparente, cristallino. Tutt’intorno, sulla spiaggia, piccole discariche crescono.
  • Fergese. Come ho fatto a dimenticarmi il Fergese? Da solo, vale una visita al Paese.
  • Mio padre. Che nella mia gioventù ha provato con noi ad attraversare la frontiera e si è visto rifiutare l’ingresso. Che era curioso di questo paese in cui suo nonno e suo padre avevano combattuto, riportando a casa foto, grammatiche e malaria e che da oltre sette anni mi viene in sogno sempre con la stessa visione di noi due su un traghetto per Valona. A lui ho dedicato ogni singolo giorno, ogni esplorazione. Ho viaggiato insieme al suo modo di viaggiare, che mi ha trasmesso da sempre. Si sarebbe divertito moltissimo.

La storia di Pigeon.

luglio 15, 2016

(Questa volta diamo asilo politico a una giovane, piccola, petalosa scrittrice alla sua prima esperienza. Perché i giovinetti e le giovinette vanno sostenuti, apprezzati e incoraggiati)

Quel giorno Pigeon si alzò in modo diverso dalle altre mattine, con un  profondo senso di vuoto che lo accompagnò durante tutto il tempo della sua routine mattutina. Mentre si guardava allo specchio per aggiustarsi i capelli o preparava il caffè, perfino sotto la doccia, si sentiva incompleto.
Quella mattina non badò alla scelta dei vestiti, non si sistemò nemmeno il colletto della giacca né i lembi della camicia nei pantaloni, uscì addirittura senza cintura rischiando ogni due passi di restare in mutande per la strada, cose che capitano ai tipi magri.
Insomma è proprio così che, quella fatidica mattina, uscendo, notò lo sguardo delle persone che lo circondavano. Gli passavano di fianco quasi ignorandolo, con un accenno di disprezzo sul viso. Lo reputavano quello ‘strano’.
Pigeon proprio non capiva. O erano gli altri a non capire? Si, sicuramente erano gli altri. aveva passato 43 anni a lottare, a cercare la libertà, ed ora tutti sembravano andargli contro.
Era ovvio, non sapevano affatto ciò che lui aveva passato, altrimenti lo avrebbero guardato con ammirazione, gli avrebbero fatto un sorriso sincero, di quelli comprensivi, e gli avrebbero dato una sonora pacca sulla spalla.
Ma partiamo dal principio, anche perché il vuoto di cui stiamo parlando è un vuoto differente da tutti i vuoti che si conoscono. Nessuno ha idea di cosa di provi, nessuno ha mai potuto verificarlo.

Fu infatti nell’estate del ’76 che, giocando a campana, Pigeon si rese conto di quella cosa fastidiosa che gli stava addosso, continuamente, senza mai staccarsi. Così nera, così poco originale, proprio non si spiegava come quella potesse garantire l’esistenza e dargliene certezza.
Inizialmente provò a socializzarci, poi provò a scappare per liberarsene ma nulla, l’ombra restava sempre lì.
Fu solamente dopo diversi anni di svariati litigi e incomprensioni, all’età di 13 anni, che l’ombra, conosciuta anche come Pierre, decise di svegliarlo per farlo andare a scuola.
Ora, pensò Pigeon, fin quando Pierre si rifiuta di socializzare va bene, ma che dal nulla decidesse di partecipare indisturbato alla sua vita tranquilla, proprio no.
Quel giorno infatti cominciò il liceo, tutti lo salutarono e gli sorrisero notando quella sua strana particolarità, quell’ombra che, pur essendo attaccata a lui, aveva vita propria e se decideva di girare a destra, Pigeon avrebbe dovuto girare a destra, se decideva di mangiare spinaci alle 8 di mattina, anche Pigeon avrebbe dovuto mangiare spinaci alle 8 di mattina.
Ovviamente questa cosa aveva molti difetti, ma come ripudiare tutti i pregi e quanto c’era di positivo? Infatti durante i compiti in classe o gli appuntamenti con le ragazze, Pierre aveva sempre ottimi consigli; una sorta di sapere innato, divino, o forse era più intelligente di quanto pensassero.
I momenti peggiori però erano quando litigavano, quando va bene che bisogna capire l’altro ma non è detto che bisogna fare tutto ciò che desidera. E proprio in quei momenti Pigeon provava a staccare la sua ombra e tutto ciò che riusciva a sentire era un leggero solletichio sotto i piedi.
Gli anni passarono e nonostante i vari battibecchi riuscirono a trovare una sorta di equilibrio, come lo Ying e lo Yang, il male che accetta il bene e il bene che accetta il male.

Così, al secondo anno di università, ascoltando l’ennesima lezione sul codice penale, notò questa ragazza, bellissima.
Passarono lezioni intere a guardarsi, sguardi nascosti sotto i libri, ad accennare sorrisi. Fin quando Pierre, stanco della timidezza di Pigeon, decise di andare dritto e così fece anche Pigeon.
Smeralda si chiamava, che bel nome, in sintonia con i suoi occhi verdi, e soprattutto, con la sua ombra.
Cominciarono a sentirsi, ad uscire, e lei sembrava apprezzare anche Pierre, sebbene fosse un po invadente.
Vi lascio immaginare la prima volta che Pigeon la invitò a casa e la prima volta che sperimentò cose nuove… quella presenza indiscreta che creava imbarazzo, che non sapeva dove mettersi, facendo stare tutti un po stretti.
Passarono i mesi, alla fine si abituarono, nemmeno lo notavano più e Pierre si sentiva poco amato, poco valorizzato.
Soprattutto quando nacque il primo figlio, Gianpaolo, Pierre non sapeva proprio come comportarsi. Come li avrebbe presentati Pigeon? come lo zio? o forse un amico stretto? e se invece non glielo avesse voluto presentare?

Fu così che l’ombra, una notte, scoprì ciò che da sempre avrebbero voluto sapere. Infatti la notte, il sonno, la fragilità di chi dorme, rendono possibile la separazione.
Da quel giorno, ogni notte, Pierre giocava con Gianpaolo, che di giorno, ovviamente, essendo molto stanco, passava sempre meno tempo con il padre.
Pigeon proprio non riusciva a spiegarsi come questo fosse possibile, perché il bimbo era sempre così stanco? Lo portarono dai migliori medici, dagli psicologi, magari era una patologia nuova, diversa, ma nulla. Era solamente mancanza di sonno, così gli dicevano.
Ma una notte l’ombra fece ciò che un’ombra non dovrebbe mai fare, prendere il posto della persona stessa. Infatti non appena Pigeon si addormentò sul divano, lui si staccò ed andò in camera. Ciò che successe mi sembra abbastanza ovvio e non merita di essere raccontato, ma tutto ciò che dovete sapere è che non si trattò di un vero e proprio tradimento in quanto Pierre era parte di Pigeon e, soprattutto, la moglie non sapeva che si trattasse di lui per via del buio e dell’incredibile somiglianza.
Qualche settimana dopo Smeralda scoprì di essere incinta e nei mesi che seguirono la gravidanza si verificarono cose sempre più strane. Pierre curava con molto amore Smeralda e lei apprezzava tutte le sue attenzioni.
Pigeon, dal canto suo, impegnato per via del lavoro, non aveva fatto caso a ciò che stava accadendo e ogni sera, stanco, una volta tornato dal lavoro, tutto ciò che desiderava era dormire.
Smeralda non era più contenta della sua vita: sposare un uomo non vuol dire sposare la sua ombra, ma la sua presenza e questo la rendeva molto infelice.
Così 9 mesi dopo nacque una bambina e i genitori restarono un po di stucco guardandola, eccetto Pierre, perché lui sapeva.
Era snella e lunga, metà chiara con un occhio verde e le labbra rosate, metà nera come la pece, con un occhio blu e le labbra cianotiche.
I medici avevano pensato ad una mancanza di ossigeno, al morbo di Raynaud, emofilia, leucemia, ma nulla sembrava portare verso quella strada perché, di fatto, la bambina era sana.
Shadow cominciò a crescere, una bambina felice ma molto timida, che stava sempre sulle sue, un po come il padre, e, cosa più strana, non possedeva un’ombra e quindi si sentiva, la maggior parte del tempo, sola e alquanto confusa. Potete immaginare cosa voglia dire mischiare i pensieri di un’ombra a quelli di un uomo? un’intelligenza che non ti sai spiegare, continue indecisioni, mancanza totale di stabilità.

Smeralda in tutto ciò capì che doveva reagire, capì che doveva distrarsi, crearsi una vita e non dipendere da quella del marito.
E così, una notte, si rese conto di Pierre, vivo e vegeto, che guardava la luna dalla cucina.
incredula gli si avvicinò, lo toccò, ma al buio come Psiche fece con Amore. Imparò le sue forme, ascoltò la sua storia e le sue idee. Fu una notte molto intensa, era un misto di eccitazione e genialità, un incontro tra Bill Gates e Gandhi.
decisero di vedersi tutte le sere, e di continuare a conoscersi. Era come uno sfogo, una via di fuga dalla quotidiana monotonia della vita.
Cominciò quella che oggi viene definita come una storia di alta infedeltà, ma non fisica, capiamoci.
O meglio si, ma quello dopo.
Cominciarono ad essere amanti intellettuali, facevano quanto più di erotico ci sia sulla terra, si leggevano poesie, si sussurravano i desideri che la sera chiedevano alla luna, e si confidavano quello che di più oscuro esista nell’animo umano, le proprie paure e fragilità.
In fondo era contenta che fosse Pierre il padre di Shadow e anzi, non ne rimase molto sorpresa.

Una notte successe però qualcosa di stranamente insolito.
Pigeon si era alzato e, grattandosi il sedere, era arrivato in cucina per bere un bicchiere d’acqua.
Quello che trovò gli parve piuttosto bizzarro.
Lo stesso fu per Pierre.
La cosa era abbastanza logica, ma nessuno dei due se ne capacitava, il legame era rotto, si era spezzato.
E non nel giro di pochi giorni, ma nel giro di anni, nottate, chiacchierate.
L’ombra aveva imparato l’arte del vivere, dell’amore e così non aveva più bisogno di dipendere da un corpo.

I mesi passarono e Pigeon si ritrovò a dormire sul divano, i bambini lo chiamavano per nome e non più papà.
cosa poteva mai fare? una terapia di coppia+ombra? dividere i beni e partire per le Maldive? eh no, perché Pierre era lui, o lui era Pierre, insomma questo Pierre si sarebbe tenuto tutto e lui sarebbe rimasto povero e solo.
Così un giorno decisero di partire, lasciandogli casa e beni, perché tanto un’ombra la sa lunga, avrebbe trovato un lavoro geniale e condotto una vita felice con sua moglie e i due figli.
Pigeon voleva andare con loro ma poi ripensò e capì. Quanto gli aveva dato fastidio la sua ombra in tutti quegli anni?
Ora non sarebbe potuto diventare lui l’ombra, far dipendere la sua infelicità dagli altri e fargliela pesare.
Ora avrebbe dovuto ricominciare, libero, la sua vita.

Quel giorno Pigeon si alzò in modo diverso dalle altre mattine, con un profondo senso di vuoto che lo accompagnò durante tutto il tempo della sua routine mattutina. Mentre si guardava allo specchio per aggiustarsi i capelli o preparava il caffè, perfino sotto la doccia, si sentiva incompleto.
Quella mattina non badò alla scelta dei vestiti, non si sistemò nemmeno il colletto della giacca né i lembi della camicia nei pantaloni, uscì addirittura senza cintura rischiando ogni due passi di restare in mutande per strada, cose che capitano ai tipi magri.
Insomma è proprio così che, quella fatidica mattina, uscendo, notò lo sguardo delle persone che lo circondavano. Gli passavano di fianco quasi ignorandolo, con un accenno di disprezzo sul viso, lo reputavano quello ‘strano’. ma Pigeon stavolta capì.

***
E per quelli come me, con poca fantasia, che amano i finali da bravi nevrotici ossessivi o semplicemente da perfezionisti, che non sopportano una fine da immaginare, perché, d’altronde, che ne sai se la fine che stai immaginando è quella giusta?

(Guardò tutti i passanti, felici con la propria ombra. capì che tutto quello che avrebbe dovuto fare era cercare un’equilibrio, non il bene col male e quelle cazzate li, avrebbe dovuto imparare a conviverci bilanciando, lasciargli il posto che meritava, senza dargli troppa importanza e senza svalutarlo nemmeno. Svrebbe dovuto trattarlo da ombra, e non da amico, zio, maestro o guida. Ombra, semplicemente.
E, molto probabilmente, non avrebbe mai dovuto presentargli sua moglie.)

È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla pace dell’anima e inquieta (santa Teresa d’Avila, Il castello interiore)

giugno 25, 2016

(…continua)

In Paradiso ci ero già stata, per un’affacciata. Era a ridosso di Forcella, la piccola pratica paradisiaca, in un vecchio opificio la cui porta era perforata da pallottole volanti, simili a quelle che nel 2004 colpirono a morte Annalisa Durante, di quattordici anni, rea di essersi trovata a passare dove avrebbe dovuto essere ‘o rosso,  Salvatore Giuliano, diciannove anni – un altro criaturo – che cadrà per mano della faida nel 2007.

Nella piccola pratica del Paradiso, 6_Miracolo, non ho scattato fotografie: la dimensione estetica era ridotta al minimo a favore della dimensione sostanziale. Grandi stanze piene di ragazzini del quartiere, mandati dai genitori come se si fosse trattato di una ludoteca, assistiti da Gian Maria e Lucrezia, l’anima che accompagna il suo animus e in cui, fisicamente, rivedevo una me ragazza, nelle forme e nei modi, in un’esilità magnetica e nervosa, elettrica.

I ragazzini costruivano un giornalino del quartiere, fatto di titoli, articoli e illustrazioni.

Cronaca nera, soprattutto. Cronaca nera e calcio. Una soltanto ha voluto scrivere di Babbo Natale. I maschietti facevano gli sbruffoni, atteggiandosi a conoscitori del mondo, della vita, del sesso, mimando gesti plateali ogni volta che la coppia riduceva al minimo la distanza fisica.

Le bambine paffute e vestite a festa, in piena controra, con i genitori che venivano a recuperarle per il pranzo e loro che imploravano, nonostante l’ora tarda, di essere lasciate ancora un poco là, con Giammarìa, come dicevano loro.

Un padre entra e Giammarìa gli mostra, in una stanzetta, la pinacoteca realizzata dai ragazzini: ha spiegato arte classica, Caravaggio, arte contemporanea, astrattismo. I ragazzini hanno provato a ispirarsi e a riprodurre. Il padre sorride lontano, più per buona educazione che per comprensione. Caravaggio è a pochi passi, con il suo portato di umanità e perdizione, ma non lo hanno mai visto, pur vivendolo quotidianamente nei gesti del popolo.

La pratica del Paradiso è un’apertura della mente: mostrare a questi ragazzini che il mondo è più vasto di quanto riescano a percepirlo. Che dentro la legittima ambizione di una bambina a diventare estetista e a fare le unghie può vivere una piccola pittrice, che dietro l’irrequietezza di un decenne che vuole fare ammuìna ci può essere acquattato un batterista, che il racconto del quotidiano può diventare mezzo di comprensione e strumento di cambiamento della realtà.

Cerco le tracce del Male, che sempre nelle Sette Stagioni dello Spirito si presenta d’oro e d’arancio: qui nessun pannello, solo scaglie minutissime disseminate in terra, all’intorno. Dove si opera per il Bene, il Male non si cristallizza, viene ridotto in polvere.

L’azione ha il modo della frammentazione, laddove altre azioni, di segno uguale e contrario, hanno cementato. Qui il Male si fracassa, per un momento si acquieta e si arrende.

All’uscita chiedo ad alcune mamme se non abbiano qualche remora o timore a lasciare un’intera giornata lì i loro bambini, nelle mani di due perfetti sconosciuti che fanno cose strane.

La mamma sorride, amara: signo’, meglio ‘ccà che ‘mmiez’a via.

***

Dopo mesi siamo all’ultima tappa: 7_La Terra dell’Ultimo Cielo, nel convento abbandonato della Trinità delle Monache, di fronte alla chiesa dei Sette Dolori, come un contrappasso inevitabile.

E’ il luogo del matrimonio mistico, dopo il fidanzamento spirituale con l’anima durante la pratica. E’ la contemplazione, che si raggiunge non prima, ma solo a compimento dell’agire.

E’ abitato, questo Ultimo Cielo, dalla presenza di molte anime: santa Teresa, che ne è la nostra principale guida e ancora Dante, sant’Agostino, René Daumal, che nel suo viaggio al Monte Analogo ricorda l’importanza di non dimenticare, nell’ascesa, il luogo dal quale si proviene, i mistici sufi, la dissoluzione della fana e l’ammonimento a che l’ascesi, la dissoluzione, non si trasformino in alterigia e arroganza per essersi finalmente liberati, i bodhisattva che di nuovo, illuminati, operano nella materia di cui sono fatti.

Così scrive Teresa alle sue consorelle, nel Castello interiore: “Ripeto, è necessario che cerchiate di non far consistere il vostro fondamento soltanto nel recitare e contemplare, perché se poi non operate nel mondo rimarrete sempre delle nane. E piaccia a Dio che vi limitiate soltanto a non crescere, perché su questa via, come sapete anche voi, chi non va innanzi torna indietro. Tengo per impossibile, infatti, che l’amore, quando vi sia, si contenti di rimaner sempre in uno stato”, ricordandoci che l’Amore, ogni amore che voglia esserlo, non è una stasi ma un processo dinamico attivo, un compiersi, un differenziarsi, un compendiare.

Anche qui, come nelle precedenti tappe, l’ingresso è solitario, individuale, come solo può essere una ricerca interiore, che si nutre degli accidenti che incontra sul suo percorso e li integra.

Sono giorni che cerco risposte, e qui le trovo. Giorni che ho tentazioni e qui imparo come respingerle. O, almeno, a guardarle in viso.

La Terra dell’Ultimo Cielo è vuota e irta: si salgono scale che danno su terrazze. Napoli è grigia, plumbea, color acciaio. In lontananza i tetti di padiglioni industriali e case risplendono di oro e arancio: mi dico che il Male è fuori, nella città, che qui sono protetta, e continuo a salire.

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I vetri sono schermati, opachi, e le forme sfumate dell’esterno rimandano a un sogno, a una distanza da tutte le cose, proprio come scrive la stessa Teresa, “essendo così lontana dal mondo e in compagnia così piccola e santa, vedo ogni cosa come da un’altura, per cui poco mi curo di ciò che si dica o si sappia di me. Più che delle chiacchiere a mio riguardo mi interesso di ogni più piccolo progresso che un’anima possa fare (…) La vita mi è divenuta come una specie di sogno, e sogno mi sembra tutto quello che io vedo. Non sento più né grandi gioie, né grandi afflizioni. E se talvolta ne provo ancora, è solo per poco tempo, tanto da meravigliarmene io stessa, rimanendomene poi con l’impressione come di una cosa sognata”.

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Procedendo nell’ascesi mi imbatto in una panchina. So per certo che è il luogo dell’attesa, proprio di fronte a un lavabo che mi ricorda la purificazione. Mi siedo per un attimo, come per un ultimo esame di coscienza e aspetto un lungo momento. Sul lavabo un grande specchio, che avvicinandomi mi consente di vedere attraverso il vetro, una serie di scrivanie.

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Sembrano cattedre di esaminatori, disabitate. Penso alla necessità di dover superare una prova, ma le cattedre sono vuote, nude, e mi dico che a quel punto nessuno più, se non la nostra immagine riflessa dallo specchio, può giudicarci oltre.

La temperatura è fresca, nonostante sia giugno inoltrato, ma quando apro il grande portone verde, che mi si richiude pesante alle spalle, proprio in cima all’edificio, il caldo nella stanza mi avvolge improvvisamente.

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Sono in Paradiso, e alberi e uccelli mi avvolgono di canti. Sento i muscoli del viso stirarsi in un sorriso che procede oltre me, immodificabile. Gli uccellini sono variopinti. Vedo canarini aranciati e gialli e mi dico che no, non è possibile che il simbolo del Male sia anche qui. O forse il Male non esiste davvero, è solo il peso e il riconoscimento che gli forniamo a renderlo tale.

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Resto in contemplazione, incantata. Così incantata da non riuscire ad andare oltre l’altare.

Dovrò ritornarci dopo, in un secondo giro, per cogliere quanto mi è sfuggito: un’enorme stanza sottoposta, piena di cristalli rotti e del mobilio che ho imparato a conoscere nelle altre tappe: il piccolo letto, le valigie, il quaderno delle riflessioni, la macchina per respirare. Osservo la stanza dall’alto, separata da un vetro, e so che il passato resta fermo lì, per sempre, immodificabile, irraggiungibile. Che tutti i cocci che abbiamo disseminato possono essere solo ammassati, come una maceria, senza poter più modificare nulla.

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E che il futuro è fuori da quella stanza con il ricordo della stanza.

Un vetro, che impone la distanza, è quanto ci protegge dal camminare scalzi sui vetri taglienti di un’intera vita. Eppure tutto, un’intera dimensione esistenziale, riposa ordinatamente sui frantumi, ad indicarmi che qualcosa è ancora possibile, a patto di non dimenticare mai.

So che ho imparato, grazie alle immagine, alle sensazioni, ciò che in altri modi cerco di imparare da una vita: che il senso tutto è nello stare in prossimità di se stessi, che certe beatitudini improvvise tendono poi a sfaldarsi, a perdere di efficacia, e che solo la memoria e la prassi possono consentire di ricominciare daccapo, ogni volta con un pezzetto di conoscenza maggiore, per acquisirla per sempre.

“Non dovete credere, sorelle, che gli effetti di cui ho parlato si mantengano sempre nel medesimo grado. È per questo che quando mi ricordo dico che ciò avviene in via ordinaria, perché alle volte il Signore abbandona l’anima alla sua natura, e allora sembra che tutte le cose velenose dei dintorni e delle mansioni del castello si uniscano insieme per vendicarsi di lei anche per quel tempo che non possono averla fra le mani”

Mi guardo le mani.

Sorrido, all’idea di essere stata così abile, nel primo giro, ad evitare l’incontro col passato, come un lapsus involontario e rivelatore. Una mancanza che mi racconta tutta. Eppure l’uccello che vola impazzito dietro i vetri per un attimo mi aveva dato un piccolo indizio: la contemplazione, priva della libertà dell’agire,  può essere una prigione.

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Mi guardo le mani e mi scopro a giungerle, come una piccola preghiera. Un ringraziamento e una piccola supplica. Per non dimenticare.

Puntate precedenti:

L’Inferno

Il Purgatorio

La spiaggia del Paradiso

Eros e Trikos – una storia d’amore e di capelli.

giugno 22, 2016

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C’è sempre un punto di inizio, una cosa che dà origine a tutte quelle che seguiranno.

E una volta che capisci da dove hanno preso le mosse certe vicende, è più facile interromperle. O anche perseverare. Ma questa volta con maggiore attenzione al dipanarsi e alle conseguenze.

Quando impari da dove tutto è cominciato, riesci a osservare la struttura dall’esterno. Talvolta a modificarla, studiandola attentamente.

Mia madre aveva paura. Aveva paura praticamente di tutto: del sole, della pioggia, delle malattie, dei cani, del sesso, di mio padre, dei terremoti, del mondo, di sé stessa.

Ora apparentemente tutto questo non dovrebbe avere relazione con la mia ossessione per i parrucchieri, ossessione che, si badi bene, nulla ha a che fare con la frequenza delle mie visite ai saloni di coiffure bensì con il modo esatto con cui mi relaziono al parrucchiere. Ai parrucchieri.

E invece esiste una relazione molto stretta, legata alla paura, una paura ereditata con il dna, con i gesti, con le forme del vivere e il bisogno profondo e coesistente di affrontare e minare il terrore del cambiamento per riuscire a trasportarsi altrove.

Avevo da bambina dei capelli lunghi e bellissimi che sfioravano la vita, per lo più stretti in due trecce lucide.

Li ho portati fino all’inizio delle scuole elementari, quando cominciai a soffrire di una tonsillite recidivante. Mia madre era convinta che l’igiene personale, le lunghe abluzioni, l’asciugatura dei capelli lunghi, che trattenevano umidità e freddi, avessero un ruolo preponderante nel protrarsi della malattia, e quindi si decise che avremmo sacrificato tutta la chioma per ridurre al massimo l’esposizione all’agente patogeno.

Avevo sette anni quando persi trecce e frangetta e mi accomodai su un taglio che mi avrebbe poi accompagnato per la maggior parte del tempo della mia vita a venire: i capelli alla maschietto.

Non esiste cosa più terribile – quando non sia frutto di una scelta personale – avere i capelli alla maschietto nell’età adolescenziale, alla comparsa delle prime forme della femminilità. In quell’epoca avevo i capelli lisci lisci, pesanti e untuosi. Credo che facesse parte del pacchetto ormonale, insieme a un cospicuo numero di brufoli, ai peli sulle gambe e a quel fetore caprino  che annuncia l’approssimarsi di un adolescente nel tuo raggio di azione, aspetto di cui sono rimasta totalmente inconsapevole fino al giorno in cui mia figlia è diventata adolescente e dentro di me si è accesa come una piccola spia di vergogna all’idea del tormento che mio malgrado infliggevo al prossimo.

Con una madre che aveva paura delle malattie e delle febbri, tutto questo peggiorava.

Ricordo di mesi di raffreddori e sciampi a secco. Che se in un primo momento pareva dare ricetto a tutta l’untuosità, nel tempo trasformava qualunque chioma in stoppa biancastra. Ricordo la forfora. Ricordo una serie di disgrazie che nel corso della vita non si sono mai più ripresentate e che hanno reso profondamente infelice il mio passaggio all’età giovanile.

A volte, nel pieno di un accesso febbrile o di una bronchite, mi lavavo i capelli di nascosto, come la cosa più trasgressiva che potessi fare.

E’ talmente difficile spiegare l’ambivalenza di questo gesto apparentemente normale: era il filo del rasoio, il crinale tra la trasgressione e la punizione. Era la libertà e il dramma. Perché se fosse aumentata la febbre o la tosse, la preoccupazione materna si sarebbe trasformata velocemente in terrore e poi ira. E l’ira di mia madre aveva i toni delle ire bibliche, quelle che fendono il mondo e le rocce e ti lasciano nudo e sanguinante.

Ci sono bambine che reagiscono alle invasioni della sfera fisica, personale – da parte di genitori troppo ansiosi – diventando adolescenti ribelli, anoressiche, drogate, promiscue, alcoliche, maniacali o chissà cos’altro.

Io no.

Io reagii trasgredendo su tutto quello che riguardasse i capelli.

All’inizio fu dura. Erano piccole trasgressioni: non potevo tingerli, non potevo arricciarli con una permanente, non potevo illuminarli con mèches.

C’era un divieto assoluto, e soprattutto non ne avevo i mezzi economici.

Però potevo tagliarli, potevo tagliarli quanto volevo, come volevo. Era la piena disponibilità del mio corpo.

Ero tondetta e non potevo mettermi a dieta: le invasioni della sfera personale passano molto attraverso il cibo. Noi del Sud siamo gente di tavola, siamo gente che l’amore lo impiatta, lo sfiletta, lo abbonda nei condimenti, lo bissa, lo riscalda e te lo ripropone per cena,  lo farcisce, lo stufa.

Non avevo controllo sul mio corpo, su quello che entrava attraverso la mia bocca.

Questo lo acquisii più tardi, iniziando l’Università e cominciando a mangiare alla mensa, dove potevo scegliere il come e il quanto. Dimagrii all’Università e non tornai mai più tonda, se non per ospitare mia figlia.

In compenso  avevo controllo sui capelli. Sperimentai tagli corti, tagli medi, tagli asimmetrici, rasature di ogni tipo, parrucchieri da donna e barbieri. Per anni fui la modella di chiunque volesse esercitarsi a sperimentare forme ardite. Tutto. Tutto tranne colorare e riflessare. Molto dopo, ripensando a tutto questo, mi è venuto da sorridere: quasi come un apprendistato erotico, tutto dedito al preliminare e girando intorno al vero desiderio, quello per cui non si è pronti e si ha timore, quello per cui si ostenta un meccanismo di sfida sfacciata ma solo perché si sa che per cause esterne la sfida non potrà essere condotta fino in fondo, che qualcosa dall’esterno si interpone e in fondo ci protegge.

Non ricordo  la prima volta in cui ho colorato i capelli, così come non ricordo la prima volta in cui ho fatto l’amore. Ero adulta, in entrambi i casi, e totalmente spaventata. Così spaventata da aver osservato i due fenomeni dall’esterno, come dall’alto, senza alcuna forma di partecipazione emozionale. Di fatto ricordo precisamente i luoghi e i modi di entrambi,  dei dettagli situati esattamente trent’anni fa e di cui non ho alcuna traccia emotiva, se non la memoria, situata in qualche luogo all’altezza dello stomaco, della paura di essere lì in quel momento, e della scelta di anestetizzarmi per non esserci completamente.

Da allora è accaduto di tutto: sono stata nero corvino, bionda, castana, méchata, brizzolata, permanentata, allisciata, cheratinata. Ho sperimentato tutte le innumerevoli possibilità del rosso, ho gocciolato henné su teli da spiaggia, spiegandoli come una sacra sindone, ho decolorato, decapato, glossato, ritonalizzato.

I miei parrucchieri, tranne sbiaditi e rarissimi casi, sono stati uomini.

Di tutti ricordo i dettagli, i modi, la ritualità. Come i baci, le parole e le idiosincrasie di chiunque abbia amato.

Ce n’era uno, l’ho frequentato per qualche tempo, che era un musicofilo: con  cura sceglieva la musica da abbinare a ciascuna cliente. Mi faceva dei colpi di luce sul ciuffo che mai più nessuno è stato in grado di replicare. Una volta, nel pieno della relazione, quando potevo concedermi già qualche confidenza, mi presentai con il Concierto de Aranjuez, un’altra volta col Bolero di Ravel.

Ma il punto di massimo godimento lo raggiungemmo su un intervento che durò un paio d’ore, per il quale scelsi Keith Jarrett e il Koeln Concert, che alla fine del trattamento gli regalai.

La nostra relazione terminò a causa dell’intervento della sua consorte, che in uno dei nostri incontri ai quali pacificamente assisteva dalla cassa, mi avvicinò privatamente per propormi un servizio di colorazione pubica che riprendesse le medesime nuances del capello, che avrebbe effettuato lei stessa in una saletta defilata del salone, proposta che mi lasciò turbata e scandalizzata a un tempo, lasciandomi intravedere una familiarità mai sollecitata e la possibilità che nel tempo la nostra relazione si trasformasse in un ménage à trois ma, quel che è peggio, che saremmo finiti a trattare i capelli con il sottofondo di Eros Ramazzotti o chissà chi.

A un certo punto della mia vita lavorativa mi trasferii a Milano. Si era al principio degli anni Novanta e Milano era ancora tutta da bere e pettinare.

Lavoravo e vivevo in pieno centro, a pochi passi dal Duomo.

Il mio ufficio era proprio di fronte al Cenacolo, che non visitai mai, preferendogli, nell’androne di un cortile di fianco, un salone di bellezza molto lussuoso. Erano i favolosi anni Novanta, la crisi era lontana e certi lussi ancora alla mia portata.

Quando approdai nel salone la mia cadenza mi tradì all’istante e il parrucchiere, originario calabrese ma ben camuffato, mi raccontò che aveva clienti – clienti peraltro notissimi di cui non farò nomi ma che all’epoca erano sicuramente tra i più ricchi di Napoli – che gli erano talmente affezionati da muoversi in aereo per andare da lui a farsi tagliare e pettinare, uomini e donne. L’intera famiglia, nipotine comprese.

E io pensavo all’idiozia del riaffrontare un viaggio aereo di ritorno, con l’aria pressurizzata che ti ammoscia tutta la messa in piega, e mi dissi che era una bufala e che stava lì a millantare per giustificare con me la salatissima parcella da primario tricologico.

Solo che anni dopo, molti anni dopo, questi signori ricchissimi che nel frattempo erano leggermente caduti in disgrazia, io li conobbi. E dopo due o tre incontri decisi di appurare la leggendarietà del racconto, scoprendo che invece era vero e che forse, sotto sotto, un poco della disgrazia economica in cui si erano imbattuti, forse pure se l’erano meritata con questo spendi e spandi incontrollato per due bigodini e un poco di lacca.

In quel periodo ero nella fase del fai da te, che è tornata spesso negli anni, dipendente non tanto dall’aspetto economico, ma dalla precisa volontà di operare direttamente sul mio corpo, unica artefice della trasformazione, come quando da sola mi bucai i lobi delle orecchie per dimostrare a me stessa che non avevo paura del dolore e poi diventai bianca bianca fin quasi a svenire: indossavo un henné aranciato da fricchettona, che a Milano, dove mi occupavo di tessili pregiati, insieme a noti economisti e magnati giapponesi, non era ammissibile. Così decisi di rivolgermi a un professionista  per tornare a una castana sobrietà. Scelsi lui, per praticità. Nella pausa pranzo.

Lo scienziato esaminò con cura la chioma, la passò attraverso dei macchinari e delle lenti per analizzare le squame, strappò un paio di fili che depositò su un vetrino con un reagente e alla fine dell’anamnesi tirò fuori la diagnosi e anche la possibile cura: era un intervento delicato, delicatissimo, con un’ampia possibilità di insuccesso.

Se le cose fossero andate bene, sarei diventata castana.

In caso di fallimento, invece, i capelli sarebbero diventati totalmente verdi e non ci sarebbe stato nulla da fare se non tagliarli quasi a zero. Che la cosa non dipendeva da lui, ma dalle mie possibili reazioni e che comunque era un intervento che non poteva essere fatto su due piedi, ma andava programmato.

Sfogliò l’agenda e mi accomodò per la settimana seguente, salutandomi non privo di indicazioni e di una costosissima terapia da seguire a domicilio, fatta di lozioni acide, sciampi neutri e cose così, in modo da rendere il capello non so più se molto arido o molto idratato e permettere al reagente di attecchire e decaparmi tutta. Decapare è una parola che mi ha sempre fatto pensare alla ghigliottina e alla Rivoluzione Francese, al perdere la testa. Che in fondo forse era quello, in una forma simbolica e meno drastica.

L’intervento durò circa tre ore e lasciò tutti con il fiato sospeso, per l’ansia. L’odore del reagente era simile a quello dello sverniciatore del legno, con esalazioni mefitiche che mi fecero lacrimare gli occhi e mi irritarono per giorni il cuoio capelluto, ma alla fine dell’operazione ero salva e castana.

Mi felicitò tutto lo staff, le infermiere, i portantini, come per essere scampata a una malattia mortale. Pagai di buon cuore l’onorario del chirurgo e finalmente Milano mi accolse come meritavo: una castana signorina ammodo che andava alla Scala, a Brera, ad ascoltare il jazz, i fine settimana a Portofino e gli aperitivi ai Navigli.

Adesso molti penseranno che io esageri, che in fondo tutte le donne di tutto il mondo esercitano un’innata cura per la propria capigliatura e che non ci sia nulla di strano in questo mio smodato interesse, come non ve ne sarebbe laddove spostassi l’attenzione ad un altro dei tipici feticci femminili, le calzature.

Mi rincresce sconfermare questa semplice e riduttiva visione del mondo, ma non posso altrimenti, e la ragione per cui l’argomentazione mi riesce estremamente facile per lo smantellamento di questa ipotesi è che nel resto del mondo le donne operano sui propri capelli al fine di valorizzare la loro femminilità e bellezza, ungendoli con burri e oli, setificandoli, coprendoli ove richiesto per non suscitare brame incontrollate nel maschio, sacrificandoli e  offrendoli in dono alle divinità, lasciandoli allungare per occasioni importanti quali il matrimonio e altri riti di passaggio.

Nel mio caso la cura spasmodica del capello non hai quasi mai coinciso con la miglioria estetica, ma piuttosto con una subdola mortificazione della carne.

La chioma come un cilicio, eterna punizione per avere ormoni, curve e desideri.

In un’altra epoca sarei stata una santa, una Teresa d’Avila o una Giovanna d’Arco, chiusa in convento a sciorinare odi al Signore per addomesticare ogni sorta di passione terrena o ardita combattente in nome della Fede.

Nel mio caso la cosa procedeva sotterraneamente, senza offrirmi né l’una né l’altra possibilità, ma solo uno sconcertante panorama di ricci,  che nel ricordarmi la mia natura, si alleavano con i sotterranei moti del mio cuore, sì che non appena mi distraevo un attimo, pretendevano, da me e da altri, attenzioni e tutto il resto.

Le mani tra i capelli. Le mani altrui tra i capelli, per esempio.

Come spiegare che è una delle cose che amo di più e alla quale ho rinunciato per non soccombere a me stessa? Se Sansone aveva la sua forza nei capelli, nei miei si annidava la mia debolezza. Tagliavo per non cedere, per mimetizzarmi. Per confondere i miei desideri.

Erano anni in cui cedetti anche le forme, per quanto possibile, in cui provai a essere invisibile, bidimensionale. Gli anni della paura, che si presentava ogni volta che qualcosa sembrava piacermi, piacermi così tanto da portarmi oltre me stessa, in un altrove che mai avevo sperimentato.

A volte il pericolo ama i travestimenti, i depistaggi.

Convinta che il Male fosse tra i ricci, lasciai il collo scoperto per anni. Fragile, bianco, vulnerabile.

Con la convinzione che fosse insensibile.

E invece il pericolo si acquattava lì, alla base della nuca, dietro le orecchie, lungo i tendini, percorreva lo sternocleido-mastoideo, saltellava tra l’atlante e l’epistrofeo.

In altre parole, ero femmina, e non ci potevo fare assolutamente niente. E quel che è peggio, ero una femmina ipersensibile.

Uso il passato per difendermi, come un ulteriore armatura, come se allontanando la definizione non ne venissi più toccata, come se la cosa non mi appartenesse. Ma non è così, lo so bene. Mi piace ignorarlo, come tutte le cose che turbano la quiete.

Ho avuto anni di tregua, anni in cui ho vissuto lontano, in climi molto umidi che mi facevano dimenticare i capelli. Erano morbidi, sinuosi. Come lo ero anche io, lontana da certe forme dell’apparire e dell’essere. Ero giovane, non avevo ancora imparato la difficile arte del decondizionamento e dell’asciugatura casuale, dello spettinato esistenziale. E che mai maneggerò con la sufficiente maestrìa.

In quegli anni ero in pace con tutto, con le ambizioni e le vertigini del cuoio capelluto. Scorreva il tempo in modo lieve, senza sensi di colpa, fluttuante. Senza necessità di doversi ancorare a nulla, come accadde in seguito.

Non ebbi amori né parrucchieri, ed ero felice.

Poi la mia vita tornò ad assestarsi, stabile e stanziale. Conobbi la provincia e la grande città: in una vivevo e in una lavoravo.

Per molti anni vissi la follia del barcamenarmi tra più relazioni, contemporaneamente: alcuni li vedevo il sabato mattina, più o meno vicino casa; altri li incontravo nella pausa pranzo.

A tutti mentivo, spudoratamente. Il parrucchiere, come un amante, richiede una fedeltà sciocca e ignobile. Proprio come quegli uomini che tradiscono la moglie e poi ti tormentano con insensate scene di gelosia e di possesso.

Non avevo scelta oltre la menzogna: a Gaetano raccontavo che mi era toccato un matrimonio in altra città, ad Alberto che ero stata in missione all’estero, a Michele che avevo ricevuto in dono un buono prova.

Ho mentito per anni, senza vergogna. Pagavo, e tanto mi bastava. E pagavo fintanto che ne fossi soddisfatta. Dai racconti delle mie amiche sui loro mariti avevo tratto un importante parallelo: dopo qualche tempo la passione scema, si diventa complici, intimi, affezionati. Ma la novità e il trasporto venivano meno. Ho ascoltato storie terribili di ménage coniugali appiattiti su un sesso mansueto e sopito, al giovedì, insieme agli gnocchi, o quando la squadra del cuore vinceva il campionato.

Con i parrucchieri succedeva la stessa cosa, credo.

Dopo un po’, quando trovavamo un certo affiatamento, svaniva del tutto il senso della sorpresa. Allora diventavo qualcosa di conosciuto, di infinitamente noto. Il peggio era quando tiravano fuori la scheda colore per riprodurre a distanza di un mese o due la stessa alchimia che mi aveva appassionato nel precedente incontro, senza curarsi di me, di cosa fosse cambiato nel frattempo, di cosa avvenisse nella mia vita, se avessi bisogno di essere supportata o blandita, esaltata o ridimensionata.

Credo che sia per questo che ho difficoltà con l’Amore: è che a volte lo vedi sotto una luce al neon o su una cartella colore e non in pieno sole e poi scopri che sono due cose completamente diverse. A volte certe colorazioni mi irritavano la cute per giorni, esattamente come certi figuri petulanti; altre sbiadivano in un niente, con tre lavaggi, come personalità sfuggenti, non ben  fissate; altre, infine, mi inaridivano le fibre, proprio come quegli amori a senso unico, senza scambio, che succhiano energia fino ai bulbi, lasciandoli impoveriti.

Negli anni avevo imparato delle parole, che mi venivano somministrate dallo sciamano di turno, come possenti mantra: anagen, katagen, telogen, kenogen, abracadabra, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio e vedrai che si avvererà.

Poi aprivo gli occhi e non accadeva nulla: avevo il solito caschetto con le punte all’insù o quel ciuffo ribelle da tirare dietro l’orecchio e arrotolare nei momenti di nervosismo. Tricotillomania, si chiama.

Ed è della stessa famiglia del mangiarsi le unghie, tirar via le pellicine e infliggersi piccoli e inutili tormenti per aggirare quelli grandi e distrarsi un poco dalla paura.

Ho sempre avuto una gran massa di capelli. Devo sfoltirli in continuazione, crescono come cespugli, floridi e velocissimi. Di più dal lato sinistro, perché dormo rannicchiata sul destro. Nei periodi in cui sono stata fedele, i miei parrucchieri si stupivano della rapidità di allungamento. Ancora oggi mi capita che la gente mi incontri per strada, a distanza di qualche mese, e non mi riconosca per il cambio radicale di aspetto.

Non credo sia una cosa buona, ma sono sicura che serva, che abbia una sua precisa funzione. Forse come quegli animali che cambiano colore per nascondersi ed evitare i predatori, per meglio adattarsi all’ambiente. Non so. So che mi serve a reinventarmi, a darmi la possibilità – o forse solo l’illusione? – di un nuovo inizio, quando le cose rallentano o non vanno particolarmente bene. Ma anche quando vanno benissimo, come prova di entusiasmo e dell’ingresso in un nuovo ciclo.

Poi accadde che iniziai a perdere i capelli. Iniziò un diradamento che non lasciava presagire nulla di buono. La prima volta avevo sedici anni, la seconda trentatré.

Dissero che era stress.

La prima volta mi propinarono fiale, lozioni, vitamine, lieviti, punture. Ma a me sarebbe bastato vedere i miei genitori non separarsi.

La seconda volta dissero che era per colpa dell’allattamento, che il mio corpo era stremato dal nutrire e non riusciva a ristabilirsi. Con un apparecchio modernissimo mi sottoposero a un’ecografia dei bulbi piliferi e dei pori. Visti così, ingranditi, sullo schermo che avevo di fronte, sembravano piccole bocche aperte, che non avevano la forza di richiudersi e trattenere. Era un lasciarsi andare che aveva preso svariate forme: virus che si annidavano in vari punti del corpo, afte, febbricole. Io tutta mi lasciavo andare, mi perdevo. Poi lasciai andare mio marito e la sua violenza, e di colpo tutto rifiorì.

Per il mio matrimonio mi ero affidata alle mani di Franco, che frequentai per lunghi anni. Franco aveva inaugurato in città – o meglio, nel primo centro commerciale della città – un salone in franchising. Era una catena francese in cui mi ero imbattuta molti anni prima a Parigi, che mi piaceva per le forme assolutamente scanzonate dei tagli, per le modelle dei cataloghi, totalmente prive di trucco e di fronzoli, che anche nelle sfilate apparivano come appena scese da una barca, o alzate dal letto dopo una notte selvaggia, o prese in uno scatto a sorpresa durante la spesa, con una baguette sotto il braccio, un cane. tre bambini e un immancabile sorriso sulle labbra. Naturalissime nella posa e nella pettinatura.

Con Franco iniziarono le sperimentazioni serie, gli esercizi. Ci prese talmente tanto gusto che oltre ai giorni prefissati, in cui si effettuavano sconti alla clientela, continuava a praticarmi sconti in tutte le giornate della settimana, divertito dal mio coraggio e dalla intraprendenza. Mi accoglieva con un enorme sorriso e con gli occhi che gli brillavano di contentezza. Quando mi allontanavo o partivo per lavoro, anche per periodi lunghi, faceva sempre in modo che nei mesi a seguire mi ricordassi di lui, con una sfumatura diversa, un colore ponderato, un taglio pensato per durare senza crearmi imbarazzi.

Non ebbi il coraggio di dirgli che mi sarei sposata.

Un giorno mi presentai al salone, era di pomeriggio, per preannunciargli che di lì a poco avrei partecipato a un matrimonio. Non gli rivelai mai che era il mio. Gli raccontai del vestito che avrei indossato: un tubino lungo beige, disseminato da minutissime perle tonde e scaramazze. Riprodussi, su minuscoli fermaglietti la stessa decorazione dell’abito e una mattina – la stessa del mio matrimonio, previsto al pomeriggio – mi presentai per farmi legare le ciocche e sistemare pazientemente, uno a uno, i decori di perle. Mi dicevo che in questo modo avrei evitato di pagare le cifre spropositate che normalmente i parrucchieri chiedono alle spose, speculando sul giorno più bello e importante della loro vita. E di fatto pagai la stessa cifra di una seduta normale, con un inspiegabile magone nel petto.

Al salutarmi Franco mi disse che avrei dovuto essere io, la sposa, bella com’ero quel giorno.

Fu l’ultima volta che lo vidi, un po’ per il dispiacere di avergli mentito, ma soprattutto perché rimettere piede nel suo salone, ogni volta mi avrebbe ricordato l’errore commesso, di cui ero talmente consapevole da aver passato sotto silenzio quello che avrebbe dovuto essere un momento così importante.

Mi sono sposata per paura, dopo quasi vent’anni posso finalmente dirlo. Una paura travestita da testardaggine, da sfida, da innumerevoli altre cose che conoscevo tutte, e che mi erano rimaste impigliate tra i capelli, indistricabili.

Per un certo tempo frequentai Mimmo, un barbiere che aveva la mano d’oro. Era manierato e grezzo a un tempo, con l’unghia del mignolo lunghissima e nessuna cognizione del congiuntivo. Ma faceva correre le forbici sul collo provocandomi brividi di piacere. Per non mettermi in imbarazzo con la clientela maschile e i discorsi che ne provenivano, mi riceveva il lunedì, nel giorno di chiusura.

Abbassava la saracinesca a metà, per non essere disturbato e per evitare ingressi inopportuni. Mi prestava un grembiule da concorso, che se fosse arrivata la Finanza o la Confcommercio per un controllo, avremmo detto che stavamo facendo le prove per una manifestazione importantissima.

Uscivo androgina e bellissima, con sfumature alte da marinaio che pungevano la mano e quando mi accarezzavano mi sentivo un gatto selvatico, di quelli che inarcano la schiena e drizzano il pelo per non dare soddisfazione. Per lasciar credere di non appartenere, di essere i padroni dello spazio e del tempo. Ma è solo una finzione. Anche i gatti lo sanno.

Poi accadde qualcosa che non ricordo, forse mi innamorai di qualcuno che mi voleva più femminile e per un certo tempo abbandonai la caserma. Ma non ne sono certa, credo di stare inventando per coprire una falla nella memoria o qualcosa che non ho assolutamente voglia di rivangare.

Ma c’è stato un momento, un momento preciso in cui il mio rapporto con i capelli è cambiato e si è introdotta una devianza estetica. Di colpo non volevo più recidere, non volevo tagliare, non volevo rinunciare a niente. Avevo scoperto una parte di me che mi piaceva moltissimo e volevo che fossimo amiche.

All’epoca il mio favorito era Albano, che sapeva regalarmi sfumature ciliegia e certi trattamenti costosissimi che annientavano il crespo. Una specie di tortura medioevale fatta di tiraggi dolorosissimi e precauzioni: per quarantott’ore dovevo evitare qualunque forma di umidità: da quella atmosferica alla sudata della palestra ai vapori della cucina. I momenti migliori per intervenire erano nella mezza stagione, quando il caldo non incombeva. Controllavamo la meteo per decidere il giorno perfetto. I giorni, anzi, perché il trattamento si svolgeva su due giornate.

La materia era composta da piccole palline che sembravano di plastica, grandi poco più del caviale ma costose quanto uno delle migliori qualità. Le pesava in un bilancino come si fosse trattato di cocaina – e al grammo me le vendeva – poi le scioglieva lentamente, in un cucchiaio simile all’assenzio, le stendeva su ciascuna ciocca con un pennello piatto e durissimo, che lasciava le ciocche come incollate. Poi riscaldava una piastra per saldare l’impasto ai miei capelli.  Il giorno seguente si ricominciava.

Ricordo una sera di aprile, poco prima del mio compleanno, in cui fummo sorpresi da un acquazzone improvviso che avrebbe distrutto tutto. Albano escogitò una fuga sotterranea: mi coprì la testa con una busta di plastica e mi trascinò nei meandri interrati del Centro Direzionale di Napoli, in modo da farmi raggiungere la mia automobile, parcheggiata dal lato opposto del quartiere, senza che una sola goccia d’acqua mi sfiorasse.

Per fortuna le giornate erano ancora corte e nel buio nessun passante intervenne per sventare quello che al primo colpo d’occhio aveva tutta l’aria di essere un rapimento perpetrato con una violenza inimmaginabile, con una busta di plastica in testa con cui il mio rapitore, se solo avesse voluto, avrebbe potuto soffocarmi.

Con Albano sarebbe andata avanti a lungo. E’ stato il parrucchiere più amato, la relazione tricologica più lunga che mi sia mai consentita. Addirittura monogama.

Quella volta fu lui a lasciarmi: aprì un secondo salone al Vomero e mi abbandonò nelle mani di giovani tirocinanti sovrappeso che nulla avevano in comune con lui.

Per un certo periodo, per riprendermi dal dispiacere e dall’addio, frequentai una scuola di estetica: un posto di cui eravamo venute a conoscenza con un passaparola segretissimo. Lavoravo al sedicesimo piano di un grattacielo e loro erano al ventunesimo. Un esercito di apprendisti stregoni, diretti da un effeminato milanese che dava ordini con lievi cenni del capo, minuscoli spostamenti del mento, alzate di sopracciglia e dita che delicatamente fendevano l’aria, come un direttore d’orchestra.

Non si pagava niente, solo il costo delle materie prime impiegate. Pochi spiccioli. In compenso non si poteva negoziare su nulla: se volevano tagliare, tagliavano, se volevano renderti viola, ti violavano. Non ricordo i dettagli, ma si veniva ammessi come ad una sorta di loggia massonica. Bisognava entrare e uscire con estrema discrezione, senza proferire parola con nessuno. Forse avevamo delle parole d’ordine, ma non ne sono sicura, sarà uno scherzo della memoria.

Poi di colpo scomparvero, senza dire nulla. Un pomeriggio, nel giorno convenuto fin dall’inizio, salimmo e avevano smantellato tutto. Chiedemmo al portinaio dello stabile, agli altri occupanti l’edificio, ma nessuno seppe dirci nulla. Di più: nessuno sembrava sapere dell’esistenza della scuola.  Come in un romanzo di Saramago finimmo per convincerci che la scuola non fosse mai esistita e che in realtà l’avessimo solo sognata, desiderata a tal punto da credere fosse vera.

Quando iniziai a ballare il tango avevo i capelli abbastanza lunghi. Li legavo a coda per il caldo, il sudore mi imperlava la fronte e il collo. Furono gli anni dei rossi esplosivi. Una droga da cui non ho mai smesso di dipendere. Rossi autunnali, rossi anticonvenzionali, rossi dubbiosi e relativi, rossi aggressivi e passionali, rossi turbolenti, furiosi, rossi imploranti e ricattatori.

Ho provato svariate volte a disintossicarmi, ma sempre ci ricasco, come una debolezza acquisita, un piacere segreto che mi tiene compagnia quando mi sento sola e sfiduciata, come altre fanno con l’alcool o un toyboy.

Quando iniziai a ballare il tango avevo da poco riscoperto l’henné: non quello aranciato della mia giovinezza, ma un prodotto sofisticato, che avevo studiato con un anziano erborista di Sabaudia che conosceva tutte le misture del mondo e trascorreva oziosi pomeriggi estivi a raccontarmi le differenze tra le colorazioni egiziane e iraniane, indiane e pakistane. La parola che mi stregò fu  picramato di sodio: un ingrediente segretissimo e probabilmente tossico  che nessun ortodosso dell’henné poteva tollerare ma che lui, che aveva vissuto lungamente a Parigi con una compagna asiatica molto ma molto ma molto più giovane di lui, aveva iniziato a spacciare nelle classi bene che, pur stufe dell’arancio marcato, non accettavano l’idea di colorazioni del tutto sintetiche. Lo tagliava, come si tagliano le droghe, e me lo consegnava in una bustina odorosissima. Credo di averne ancora una discreta scorta occultata in un cassetto del bagno. Odora di erba, un misto di spezia e marijuana.

Mi sono sempre chiesta se tra i miei ospiti ci siano quelli che, accomodandosi nei bagni altrui, aprano i cassetti – io a volte  lo faccio, per sentire gli odori degli altri – e, al salire dell’effluvio, lo identifichino o non credano piuttosto che conservi lì, con nonchalance, droghe esotiche e leggere per momenti di evasione.

A un certo punto, scientemente e per ragioni che ho rimosso e non voglio ricordare, travestite dalla noia di dover continuamente ritoccare la ricrescita, decisi che volevo invecchiare. Erano anni che mi arrossivo, avevo completamente dimenticato il colore naturale dei miei capelli, ma soprattutto non sapevo cosa vi avrei trovato.

Rasai tutto, ripetutamente, per mesi, fino ad arrivare alla colorazione naturale: un sale e pepe disomogeneo.

Ho un grande ciuffo bianco sulla tempia destra, ce l’ho dal 1998, mi è venuto tutto in una notte.

Ero in Africa e mi ammalai di malaria. Nonostante le cure, nessuno mi aveva spiegato bene le caratteristiche della malattia: che dovessi evitare il sole, ad esempio, o la feroce intermittenza delle febbri. Così, un giorno che credevo di essere guarita, trascorsi  l’intera giornata camminando in una piantagione di banane. La sera un tracollo improvviso, mancanza d’aria. A quattro zampe mi trascinai alla porta del mio vicino di albergo, un anziano francese con cui condividevo lavoro e serate in cui mischiavamo le nostre solitudini in racconti pieni di Napoli e Marsiglia, della mia vita un poco scombinata e delle sue quattro figlie lontane e dei nipotini. Chiesi un medico d’urgenza, prima di svenire.

Il dottor Safi arrivò in pochi minuti, mi strappò la maglietta e mi fece un massaggio cardiaco, poi una flebo di qualcosa. Poi mi accese una sigaretta e me la posò tra le labbra.

Obiettai che mi faceva male, ma lui ridendo rispose che poteva essere l’ultima, e che la malattia mi poteva far peggio.

Poi dormii e al mattino avevo questo gran ciuffo bianco.

Quando ho deciso di invecchiare, un bravo parrucchiere ha omogeneizzato tutta la testa, mi ha sbiancato uniformemente, impresso dei bei colpi di sole argentei. Mi piacevano moltissimo. Erano chic e austeri.

Poi mia figlia mi ha detto di smettere, che non ero abbastanza vecchia per lasciarmi invecchiare e un poco alla volta mi ha convinto. Dopo sei, sette mesi, ho accettato di ringiovanire, almeno formalmente e poi, un poco alla volta, anche dentro.

Mia figlia è rossa per scelta, come me, come se qualcosa nei nostri geni ci tradisse e ci obbligasse a rivelarci o a nasconderci. Non gliel’ho mai vietato, volevo che arrivasse alla sua natura prima di quanto ci sia arrivata io. Con meno paura.

Di colpo mi sono ritrovata giovane e piena di voglie e non la ringrazierò mai abbastanza.

Mai abbastanza, soprattutto in questi giorni, quando ho rinunciato al mio utero, alle mie tube e ho continuato a sentirmi giovane, anche desiderabile, e mi sono data un rosso rame che lungi dal farmi sentire ossidata, mi protegge, come il verderame, da tutte le malattie.

Da quando ho cambiato città le cose sono diventate complicate: qui in Capitale per andare da un parrucchiere ci vuole la raccomandazione di qualche Ministro, forse del Papa. Bisogna prenotare, parola odiosissima. Ottimizzare, definire, concordare.

Ma il parrucchiere è la liberazione, la realizzazione di un impulso, l’erompere incontrollabile del desiderio. E’ come se programmassi un amplesso. Mi vengono in mente quelle donne che non riescono a rimanere incinte e programmano i rapporti col marito, con l’ausilio dei dosaggi ormonali: oggi alle tre e venticinque il progesterone raggiungerà il suo picco massimo, non c’è tempo, bisogna agire. E vai di reggicalze e guepiere per favorire la velocità, mentre lui si districa nel traffico per arrivare in tempo all’appuntamento fatale, pena il ripetersi delle fauste circostanze astrali e ormonali tra non meno di ventisei giorni e non più di trenta.

No, no, e no. Il parrucchiere è un incontro libero, mosso dal desiderio e non dalla necessità.

Cioè sì, a volte sì, ma solo dalla necessità di una gratificazione momentanea, non per un progetto a lungo termine.

A Roma ne ho già frequentati diversi. Il primo è stato un signore del Testaccio, un microscopico salone frequentato da transessuali, in cui sono stata non più di tre volte, e tutte e tre per tagliare moltissimo. Le signore mi guardavano allibite, intente a farsi applicare ciocche lunghissime e a coltivare femminilissime chiome.

Ho smesso di andarci perché mi sentivo diversa.

Poi ne ho provata una, una donna, questa volta, che mi è stata odiosa. Mi ha messo davanti un catalogo di tagli e colori e mi ha detto: scelga.

Scelga? Ma stiamo scherzando? Siamo impazzite? Io non scelgo nulla, la parrucchiera è lei, è lei che saprà cosa fare di me, delle mie caratteristiche, della qualità dei miei capelli, del modo in cui, oggi, qui in questo momento, mi vede e mi impara.

Non c’è stato verso, non voleva la responsabilità.  Ho lavato e messimpiegato e sono uscita disgustata da tanta irresponsabilità e mancanza di deontologia: se le avessi chiesto di diventare bionda, mi avrebbe fatto bionda, la pusillanime.

Poi ho incontrato Glauco. Ci passavo davanti spesso, in questo salone anni Settanta semi deserto. Ne usciva bella musica. Così una mattina mi sono fatta coraggio, benché non ci fosse nessuno e sono entrata: ho conosciuto Glauco e Stefania, sposati da oltre trent’anni: lei fa il colore e lui taglia.

Due persone splendide, con un passato alle spalle che solo a tratti intuisco. Un passato denso e complesso. Due persone che si amano e si apprezzano moltissimo, che si riversano stima e affetto in ogni gesto, che hanno separato rigorosamente gli ambiti. Da loro mi sento quasi come in famiglia.

Ci sono ragazzi, tra i clienti, e anziane donne. I ragazzi arrivano a volte con chitarre e improvvisano pezzi metal o cantautori americani, mentre le vecchine battono ritmicamente il tempo con la testa e le mani.

Disseminati all’intorno oggetti, sculture di legno che fa lui, testi buddhisti, vestigia di un passato glorioso, fatto di diplomi e riconoscimenti, ma ormai decaduto. Glauco ha sessantadue anni ma ne dimostra molti di meno: un fisico possente, muscoloso, da praticante di arti marziali.

La testa completamente rasata, i tatuaggi, l’orecchino, un pizzetto. Un erotismo insopprimibile che si rivela nel modo in cui tocca i capelli, il collo, nelle parole, nel modo in cui si staglia davanti, alto, con il pube quasi ad altezza viso. Un uomo pulito, nessuna confidenza oltre il limite, nessuna libertà licenziosa. Glauco è erotico in quanto lo è. Mi parla in napoletano, mi chiama la scugnizza. Non è geloso. Il primo parrucchiere che non è geloso e non si offende se lo tradisco. Sa che se torno da lui è perché mi piace. Perché è lui che voglio, non è un ripiego. Sa che possono trascorrere mesi ma poi ritorno, per le sue mani nei capelli, perché quando gli chiedo: oggi che mi fai?, mi risponde: che cazzo ne so? Mo’ vediamo.

Glauco mi vede, come mai nessuno mi ha visto prima.

In questi mesi ho imparato a fermarmi da loro anche per un caffè, al pomeriggio. Per il piacere di sentirmi accolta e ascoltare con loro un po’ di musica buona.

Un giorno si era tatuato una daruma sul braccio, e a tutte le clienti spiegava il senso di quel tatuaggio, del fatto che abbia a che fare con la realizzazione di un desiderio o un’ambizione e solo dopo, dopo che si è avverato, si disegna l’altro occhio. La Daruma non è il simbolo della fortuna, ma quello dell’impegno, per questo è cieca da un occhio, per ricordare la necessità della perseveranza. Ed è tonda sotto, oscilla, per ricordare l’importanza della tenacia e del non cadere mai.

Non gli ho chiesto niente, si vedeva che aspettava una domanda da me, un piccolo commento.

Gli ho recitato una filastrocca giapponese per bambini:

Una volta! Due volte!

Sempre il Daruma di rosso vestito

Incurante torna seduto!

ed è finita lì, ci eravamo capiti.

Poi ne ho conosciuto un altro, una specie di colpo di fulmine. So che potrebbe cambiarmi moltissimo. E’ un avanguardista.

Non ho ancora avuto il coraggio di andarci, ho solo esplorato lungamente il suo ambiente.

So che mi trasformerà. So che potrebbe addirittura rendermi pronta a un nuovo amore. Nel dubbio aspetto: non so ancora da cosa voglio cominciare, se dall’amore o dal colore. Lascio che le cose vadano e nel frattempo permetto nuovamente ai miei capelli di allungarsi, quando non lo credevo più possibile.

La mia vita è stata piena di Aldo, Mimmo, Alberto, Renato, Ciro, Albano, qualche Vincenzo, uno o due Ugo, un Glauco, un Armando, Michele, Gaetano.

Di altri ho dimenticato i nomi, ma mai quel che mi hanno fatto, fin dove si sono spinti e anche dove non hanno mai osato. Che è come dire dove non mi hanno mai permesso – o dove non mi sono mai permessa – di spingermi.

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Possono succedere tante cose nella vita, eppure si perde tempo ad aspettare (Pamuk, La casa del silenzio). Una piccola – si fa per dire – nota a margine di Istanbul e il Museo dell’Innocenza.

giugno 10, 2016

Istanbul e il Museo dell’Innocenza

Non ho mai letto Pamuk.

Nemmeno un rigo, neppure una citazione, fino al momento di scrivere questo post. So solo che il mio vicino di ombrellone da circa un decennio, che si chiama Pierluigi, fa l’avvocato, ha una cultura stratosferica e condivide con me la sue letture, me ne parla da anni.

Me ne parla con un misto di piacere e fastidio, come di un eccesso di verbosità che si fa perdonare grazie ai contenuti. E pure come un fastidio da eccesso levantino, una cosa che forse a me che sono napoletana non disturberebbe, mentre lui che è di Frosinone e corre la maratona di New York – un uomo tutto rigore – lo sente come un qualcosa di appiccicaticcio e ineluttabile.

Alle persone cui sono molto legata o delle quali ho profonda stima – come in questo caso Pierluigi – faccio totale affidamento per i consigli sugli acquisti, di qualunque genere, con una domanda semplice semplice: ma a me mi piace?

Perché chi mi conosce e mi è intimo è la stessa persona che deve conoscermi nelle pieghe invisibili del pensiero e nelle onde del desiderio. Se non lo sa o toppa sul giudizio, allora non mi conosce. Ma questo mo’ è un altro fatto che non ci azzecca.

E sulla domanda se questo Pamuk mi piacerebbe, Pierluigi mi ha sempre detto un sì. Ma un sì controverso: mi piacerebbe e mi innervosirebbe, un poco come succede pure a lui. Ma più che mi piacerebbe. E la verbosità diventerebbe, per me che sono sempre di fretta e dritta al punto, un modo per coltivare la lentezza e l’abbandono, una cosa simile alla sicurezza quieta dell’harem e alla voluttà della danza del ventre, forse.

Fatto sta che credo di averlo evitato proprio per questo.

Una volta avevo fatto un viaggio in Turchia che mi era molto piaciuto, nonostante tutto. Era un viaggio che segnava la fine di un amore. Di un grande amore. Uno dei due grandi amori della mia vita, che in totale sono stati due, più degli amorucci senza nulla a pretendere in termini di grandiosità. E avevo pensato alla linea sottile che taglia il Mediterraneo e congiunge Istanbul a Napoli e Lisbona, le tre città che trovo più simili per forma e sostanza e che amo follemente, per quel misto di decadentismo e bellezza, per la forma delle luci notturne, per il disegno delle colline sul mare, per la similitudine degli abitanti e la bellezza delle donne e degli sguardi maschili.

Vabbè, come al solito mi parte l’ùzzolo della narrazione comincio a divagare. Ferma.

Torniamo al punto: pur non conoscendo Pamuk, sono stata tuttavia presa dalla curiosità violenta di andare a vedere questo film, tratto dal suo romanzo su Istanbul e il Museo dell’Innocenza, che si proiettava a Roma, solo per due giorni  e solo in due sale, e senza sapere che cosa fosse, senza aver letto nulla e senza neppure aver visto il trailer.  E tuttavia sapevo di doverlo fare, per ragioni a me ignote e che – a dire il vero – ancora non mi si sono chiarite. E ci sono andata con un’amica mia che mi ha seguito sulla fiducia e che forse è la ragione principale per cui sono finita a vedere il film, per le cose che, poi, mi avrebbe detto. Ma questo mo’ è ancora un altro fatto che non pertiene del tutto alla vicenda. O forse sì, se consideriamo il cuore della vicenda l’ossessione amorosa.

Perché questo film – ammesso che si possa chiamarlo film – narra di un’ossessione amorosa, quella del protagonista Kemal per la bella commessa Füsun, un’ossessione che dura circa un quindicennio, fino al tragico epilogo, e che vede l’ossesso Kemal raccogliere, come surrogati di presenza, tutti gli oggetti che nell’arco del tempo appartengono a Füsun, o vengono da lei toccati: forcine per capelli, soprammobili, suppellettili da cucina, orecchini smarriti, mozziconi di sigaretta sporchi di rossetto.

Mozziconi di sigarette a decine, centinaia, migliaia, incollati su giganteschi pannelli ospitati nel Museo dell’Innocenza, piccolo gioiello di ricostruzione amorosa e storica che lo stesso Pamuk ha voluto montare a Istanbul, per immergere il visitatore nella storia di una follia, di un’ossessione sentimentale che in realtà non è altro che la stessa ossessione che Pamuk coltiva per la sua Istanbul e la sua Turchia.

Gli anni rappresentati e descritti nel Museo dell’Innocenza, oltre a descrivere la parabola di un destino amoroso che si compie (o non si compie) con estrema fatica, sono gli stessi anni che vedono la storia della Turchia ripiegarsi in un destino sempre più cupo e introflesso, retrocedendola da capitale dell’Asia Minore, avida di cultura internazionale, di cinema, di baci e modernità a un luogo sofferto, retrivo.

Sì che il film, un lungo racconto intervista da parte dei protagonisti del romanzo, di personaggi della strada, dello stesso Pamuk che occhieggia da televisori disposti in tutta la città, diventa una lunga conversazione sulla Memoria e sul peso della storia.

Le riprese, con lunghissimi piani sequenza e macchina disposta su carrello che lentamente si  insinua e scivola per la città, sinuosa, come un serpente, con una voluttà indescrivibile, sono tutte notturne: Istanbul di giorno è un luogo caotico, infernale, che rivela la sua bellezza solo di notte, che si tratti delle luci sul Bosforo o dei vicoli di cani randagi e straccivendoli. Le riprese indugiano, come in una Grande Bellezza alla turca, su ogni minuscolo dettaglio, minuziosamente. Ossessivamente, appunto. Senza mai effettuare un salto, un brusco passaggio da un’immagine a un’altra. La camera scorre e seduce, si ferma, accarezza la città e nel frattempo evoca i quarantaquattro incontri carnali tra i protagonisti, le millecinquecentocinquanta  cene nella casa di lei. Tutto schedato, numerato, esposto, nel racconto come nel Museo. Una somma di elenchi alla Perec, un’ecolalia del significante. Tutti i segni tipici dell’ossessione alla Barthes: le attese, i cataloghi, i ricordi, le scaramanzie.

Credo sia stato questo ad affascinarmi più di tutto: il linguaggio a me più noto, quello della catalogazione e della tassonomia, della collezione entomologica di attimi che hanno appena smesso di respirare, per cercare di preservarli nella loro effimera bellezza.

Mentre mi faccio tutt’uno con la telecamera e ne assorbo il tempo  e la lentezza, lentamente scivolo in una sorta di ipnosi – credo che il film voglia proprio questo, o forse lo vuole da me, come in una meditazione Vipassana: lasciare che il cervello non si fissi su tutti i dettagli proposti ma, al contrario, se ne serva per sviare l’attenzione e consentire un flusso più profondo – in cui mi tornano in mente echi  di nomi e letture: Joel Candau  e Maurice Halbwachs  su tutti. Il sottile equilibrio della Memoria, la costruzione dell’identità, il braccio di ferro e la necessaria combutta tra la memoria individuale e quella collettiva per la costruzione del senso.

In fondo questo film non fa altro che raccontare la storia di una perdita, muovendosi per onde concentriche sempre più ampie: la perdita di un amore, la perdita dell’identità di una città, la perdita del senso della Storia, la perdita del senso del futuro.

Da ragazza avevo studiato una cosa che mi aveva stupito molto: la presenza, totalmente inspiegabile a livello storico e migratorio, di alcune strutture linguistiche, sintattiche e grammaticali, presenti in pochissime lingue del mondo: il giapponese e la sua componente ainu, il turco, il sardo e il basco. Sono, oltre che ad avere forse una comune origine che le sistema nel gruppo altaico, lingue agglutinanti e non flessive, in cui il senso delle cose non è dato dalla declinazione o dalle coniugazioni, ma dal posto che la parola occupa nella frase. Come una sorta di ordine cosmogonico del Verbo, che successivamente ordina il mondo con le stesse regole.

Sono lingue di popoli che hanno fatto della tradizione e dell’identità una fissità, un’ossessione, il centro esatto e immodificabile della loro costituzione in popolo, a prescindere da quanto accade all’esterno.

Esiste una parola, in turco – l’ho imparata nel film – che ha una certa equivalenza nel giapponese mono no aware, il sentimento di afflizione per la precarietà di tutte le cose: hüzün.

Una parola che superficialmente si traduce con tristezza, ma che contiene al suo interno moltissime sfumature: il distacco irreversibile dalla persona amata e per esteso la consapevolezza del divario incolmabile tra Uomo e Dio. Hüzün è una parola spola, sospesa tra il senso negativo della perdita e l’aspirazione positiva a far ripartire la propria ricerca.

Come scrive Pamuk in Istanbul: i ricordi e la città, ripreso da qui: “Così agivano gli eroi dei film turchi di quando ero ragazzo e anche gli eroi della vita vera: sembrava che fin dalla nascita i loro cuori fossero segnati dall’hüzün, per questo non erano capaci di battersi per ottenere denaro, successo o le donne che amavano. L’hüzün non solo paralizza gli abitanti di Istanbul. Rappresenta anche una specie di licenza poetica che giustifica la loro fuga”.

C’è qualcosa di Borges, in questo film, anche se non saprei dire cosa. Come un costante senso di capovolgimento della realtà o quel modo labirintico di attraversare la città e la narrazione. O il sentimento che le cose, tutte le cose, gli oggetti, stiano là come sospesi, in attesa di rivelarci un loro intimo segreto. O la chiave della nostra impossibile felicità.

Quando sono uscita avevo anche io un piccolissimo hüzün, una tristezza di distanza non superabile.

E’ perché anche tu hai un’ossessione amorosa, mi ha detto la mia amica, descrivendo il modo del mio sguardo, dopo mesi che non ci vedevamo, e il modo in cui disponevo le parole.

Secondo me no, ho risposto io.

Ma avevo bisogno di dormirci su. E di poter dire a me stessa, come Kemal alla fine del libro, nonostante tutte le assurdità della sua vita e il dolore appreso: “Tutti devono saperlo: ho avuto una vita felice”.

Perché felice forse è quel tormento che ci permette di superare noi stessi. Non lo so.

Devo dormirci ancora su.

La sciamarrata

marzo 28, 2016

Lui se l’era cantata, senza troppi scrupoli.

Stretto in una morsa di terrore atavico e mancanza di senno, alla fine aveva ammesso tutto. Non solo le corna, ma pure i nomi e i cognomi. Senza pensare alle conseguenze. Perché lui alle conseguenze non ci pensava mai. Quelle a lungo raggio, intendo dire.
Era bravo sulle sparate a corta gittata, la bugia che fa quadrare il cerchio per le prossime ore, qualche settimana, lo spazio di qualche mese, al massimo. Per il resto, una frana.
Così lei si era trovata in mano questo telefono che gli aveva sottratto in un impeto di rabbia e decisione di andare fino in fondo, almeno per una volta, di fronte all’ennesima farfugliata menzogna senza né capo né coda: una lunga, lunghissima rubrica di nomi, cognomi e soprannomi.
Alla quinta telefonata si fermò, seppe che non ce l’avrebbe fatta: un poco si vergognava e un poco le veniva da vomitare. Con le prime due signore, quelle di cui aveva avuto nomi e cognomi, si era intesa e spiegata, con un altro paio pure. Ma dopo era troppo.

Allora fece quello che mai avrebbe pensato: affidò il telefono a Ciro e gli disse sbrigatela tu.
Ciro fa l’investigatore privato di mestiere. Un bravo ragazzo, accurato. Senza troppe pretese, specializzato in relazioni extraconiugali, divorzi, accertamenti finanziari, bancari. Uno che vola basso ma che sa il fatto suo, che ti fa firmare due o tre cartuscelle in cui c’è scritto che se poi lo spiato si vuole rivalere su qualcuno per violazione della privacy, lui non ne vuole sapere niente, soprattutto se ti fa un’indagine informatica fitta fitta con i software che tiene lui e che sempre sono un poco illegali, perché te li danno gli amici poliziotti ma così, aumm aumm, in cambio di certe informazioni che procuri.

E insomma, se il tizio indagato poi si vuole rivalere, su quei fogli che hai firmato sta scritto che hai fatto tutto tu e Ciro non ci azzecca niente. E tu firmi volentieri, perché Ciro è gentile e tiene i prezzi buoni e dici vabbè, questo rischio lo corro. Perché tanto lo sai che quando si arriva a correre questo rischio è perché già sai a che vai incontro, e che la persona di cui vuoi conoscere la verità tiene tanto di quello sporco dentro che a farti casino per la privacy ci può solo perdere.
Ciro disse solo: mo’ sto un poco impegnato. Se volete un lavoro fatto bene, ci metto almeno due, tre settimane. Però poi vi faccio sapere tutto: a chi appartengono i numeri, chi sono le persone, in che relazione stanno con l’amico vostro e pure qualche altro fattariello che vi vergognate di chiedermi ma che io lo so che le donne lo vogliono sapere, specialmente quelle precise comm’a voi, e allora me lo vedo io, faccio questo di mestiere.
Così lei si mise in trepida attesa, che Ciro sicuramente le avrebbe fornito qualche dato in più. Che non c’erano solo quelle corna che lui le aveva confessato, dando peraltro a lei, la colpa, a lei, che gli si era allontanata, presa dal suo stress, dal tran tran, dall’aggressività. Lei lo sentiva che c’era altro. E lo voleva sapere. Perché era un’ostinata, una di quelle che non si accontentano del singolo episodio, perché quello alla fine lo perdonano. Lei era una di quelle che per amore si sarebbe fatta scamazzare, una di quelle che alla fine chiudeva gli occhi e andava avanti.

Questa volta però no, questa volta voleva vedere gli episodi in un contesto, come i fotogrammi di una storia precisa. Perché lei ai singoli fotogrammi lo sapeva, si ribellava, ma alla storia intera intera no. La trama la inchiodava.
E intanto che aspettava Ciro iniziò a pensare che lui era proprio un Giuda, un traditore senza possibilità di recupero. Perché è vero che a lei ci aveva messo le corna, ma era vero pure che senza scrupolo alcuno le aveva messo tra le grinfie i nomi delle amanti, i numeri di telefono. E quando lei aveva borbottato qualche cosa sui suoi rapporti attuali con queste qua, che ancora continuavano, nonostante il casino che aveva provocato, lui aveva risposto che erano amiche, prima, durante e dopo il fatto. Ma qualche cosa non quadrava. Qua il tradimento era doppio: dell’amata e delle “amiche”. Così poi si ricordò che anni prima, quando le aveva fatto un’altra schifezza, coinvolgendo un amico in una bugia colossale, alla fine si era cantato pure l’amico. E pure con questo i rapporti proseguivano cordiali e indisturbati. Come se niente fosse.

E non c’era molto da capire, da valutare: erano tutti tali e quali, traditi e traditori. A nessuno gliene importava niente, perché tanto nessuno di loro valeva niente. Innocenti bravate portate a compimento da gente senza qualità, che poi magari ci rideva su. Che perdonava, perché mai niente era stato leso. Tutto aveva lo stesso scarso significato, la stessa minima importanza. Oggi a me, domani a te. Che un poco le venne pure da ridere, a rileggere le lettere e i messaggi di lui, a ricordarne le parole con cui cercava di scusarsi, vittimizzarsi, colpevolizzarla nello stesso tempo. Pensò ridendo alle amiche di lui, agli amici, a certe insensatezze di cui non si era mai data conto. Al modo in cui lui le diceva, ancora, di voler mettere le cose a posto. Ma quali cose? Stavano tutte là, sotto al sole, in piena evidenza. Le amiche, le parole, gli amici, le corna, le promesse, le chiavate, la scansione vacua e arbitraria del tempo, il nulla, l’indifferenza, le pasticchelle di viagra, il vuoto, lo zero.
Così che quando Ciro, con la faccia cupa cupa le consegnò la busta e le disse: signo’, mi dispiace assai, ma nella rubrica ci stanno cose poco simpatiche e pure il numero di un locale un poco equivoco, insomma, uno di quei posti dove un uomo per bene non ci dovrebbe mai andare, lei lo interruppe subito.
Poi rise: la busta tenevetela voi, Ciro, a me non mi serve niente più. Non mi serviva manco prima. Poi gli dette duecento euro in più. Perché quando la gente vale e lavora, se li merita.

La sciamarrata

A spasso nella Mente

febbraio 3, 2016

Da sempre l’Arte mi interroga.

Come un infinito esame dello stare al mondo e prima di tutto in se stessi, mi si para dinanzi e invece di lasciarsi contemplare, silenziosa, mi fa un sacco di domande. Sono sempre difficili, a volte difficilissime. E quasi sempre la prima risposta non è sufficiente. Vuole che scavi, che costruisca, che elabori .

Vuole – perché possa rispondere compiutamente alle sue domande – farmi da specchio, e rimandarmi ciò che so di me. Ancor di più, ciò che ignoro di me, quel che non voglio sapere né scorgere. Ciò che temo. Ciò che bramo ma non accetto. E tutte le cose che sono frammentate, segrete, sperdute e non sempre riconoscibili.

Da ragazza, molto giovane, mi piaceva visitare le chiese e i siti archeologici. Pensavo che nelle prime avrei incontrato la marca dello Spirito e che nei secondi avrei camminato nel solco immodificabile della Storia. Da ragazza, molto giovane, pensavo inoltre che  il Diritto fosse l’emanazione della Giustizia e fosse univoco e certo. Lo pensavo anche delle Scienze, in particolare della Medicina.

Insomma, per dirla in breve, pensavo che molte cose fossero ferme e definite. E che attingendo a queste forme fisse, mi sarei stabilizzata un pochino pure io, che invece mi sentivo fragile e fluttuante.

Poi ho smesso, tranne rari casi, di visitare chiese, ho preso in uggia i siti archeologici, ho smesso di credere al diritto e alla scienza e un po’ per volta un nuovo orizzonte ha preso corpo dentro di me: ho imparato che lo Spirito non alberga nelle chiese, ma in tutti i posti possibili, che l’unica forma certa è quella fluttuante, che la scienza è figlia delle conoscenze della sua epoca e che la legge è diversa per tutti.

Ma torniamo all’Arte.

Qui ho capito che le mie esperienze di incontro artistico più intense hanno tutte un unico denominatore: la solitudine. Mi piace, che sia una mostra, un museo, un’installazione, essere sola. Non che non mi piaccia essere in compagnia. In compagnia mi piace il cinema, il teatro. Non so perché. Forse perché parlano e allora poi mi ispirano la parola, il dialogo, lo scambio col compagno, l’amica, il vicino di poltrona. Penso sia questo, ma non sono sicura.

Delle mie esperienze in solitudine, quando dico sola voglio dire due cose: essere per  esempio in un museo con altre persone, e avere l’isolamento derivante da un’audio guida. Oppure – e questo mi piace proprio molto di più – essere proprio sola a occupare lo spazio, sentirmi padrona assoluta del tempo e delle sale.

Le solitudini più intense e produttive, negli ultimi anni, le ho sperimentate allo Yad Vashem, di cui scrivevo incidentalmente qui; nelle opere di Tosatti; quel giorno che ho passato un pomeriggio cupo e dolente con Hopper e, per ultimo, qualche settimana fa, il Museo della Mente, dove ho passato quasi tre ore. Ne avevo sentito parlare anni fa, a Napoli, una sera che ero stata a una presentazione di Studio Azzurro in uno studio di architetti, dove c’era gente strana e interessantissima.

Poi è passato tempo, un bel po’ di tempo, credo quattro o cinque anni, prima che mi decidessi a visitarlo. E non certo per mancanza di tempo e di opportunità. No.

Credo che le cose si presentino quando è il momento.

E per me, l’ho capito un sabato mattina, questo era il momento adatto, dopo le Sette stagioni dello Spirito di Tosatti: l’irrompere della follia come elemento essenziale e irriducibile di qualunque sviluppo personale. Forse addirittura necessario.

In un altro momento, visitando il Museo, avrei sentito la netta separazione tra me e loro, tra me e i pazzi, con un malcelato terrore di non riuscire a inquadrare correttamente la linea di confine e poter transitare senza saperlo, senza volerlo, nella gabbia dei matti, nel recinto della follia. Ché questa è la cosa che, fin dalla gioventù, mi spaventa più di ogni altra, più dei ragni, delle pentole a pressione e delle stufe a gas: la follia, la perdita del controllo, lo smarrimento di sé e della forma senza più possibilità di recuperarla.

Oggi, dopo che questo è successo, dopo che sono caduta e mi sono rialzata, dopo aver smarrito una forma e averne trovato altre, so che siamo sempre tutti a rischio, che le strade sono accidentate e le sensibilità scivolose e che la linea di confine non esiste più, non esiste davvero, non è mai esistita.

Come scrivevo  a completamento della visita, settimane fa, se un museo non ti racconta di te, quel museo ha fallito. Se un’opera d’arte non ti apre uno spiraglio di ulteriore conoscenza sul tuo conto, non è arte. Secondo me questa è la regola. Semplice, basilare.

Il Museo della Mente ha il grande pregio non già dell’interattività, come comunemente intesa – sì, c’è anche quella – ma dell’immedesimazione: farti attraversare l’esperienza della pazzia prima di parlarti dell’istituzione manicomiale, ridurre quanto più possibile la separazione tra te e l’Altro, riuscire a farti sentire cosa sente.

Geniali espedienti audiovisivi ti fanno udire le “voci”, sia quelle altrui, sia la tua propria, captata con un sofisticato meccanismo. La stanza della schizofrenia ti permea completamente e ti fa provare l’esperienza dell’esasperato dialogo interno, dello sdoppiamento, dell’istigazione al suicidio.

Dopo le voci sperimenti l’alterazione spazio temporale, grazie a uno specchio che ti rimanda la tua immagine profondamente invecchiata e i tuoi gesti sconnessi, alterati.

Un tableau di fotografie si anima nel momento in cui, seduta, inizi a ondeggiare su te stessa, come presa da un moto irreferenabile, e faccioni compaiono vicino al tuo viso e ti parlano, sommergendoti di storie.

Una stanza, dalla quale sbirci attraverso un foro, ti mostra una realtà dimensionale stravolta e per uno strano gioco di autopersuasione ti convinci che quel che vedi sia normale, pur di non accettare che le realtà siano diverse, plurime.

Questa prima parte, da sola, sarebbe già sufficiente: ti conduce attraverso i sensi a una comprensione che altrimenti coglieresti solo per le vie intellettuali, con quel distacco protettivo atto a farti comprendere che tra te e loro c’è un abisso di lontananza, una differenza irriducibile. E invece non è così.

La seconda parte, dopo che sei stato toccato nel profondo del sentimento, inizia a raccontarti di loro, di chi per una vita è rimasto confinato tra le mura di un’istituzione sostanzialmente carceraria, violenta, fatta di abusi e ipocrisia, come obbligare i pazienti a mangiare tutto con il cucchiaio, per timore di ferimenti e al tempo stesso, quasi come una promozione, costringerli a un lavoro coatto di muratura, giardinaggio, fornendo loro strumenti molto più pericolosi di una forchetta o un coltello.

Fino allo sciopero della fame organizzato da Lia Traverso, per reclamare le posate.

Pazienti geniali, inventori di mondi, come Gianfranco Baieri, pittore del tempo e di orologi e Oreste Fernando Nannetti, graffitaro antelitteram e autore di un epistolario vivido e immaginifico ai parenti che lo dimenticarono lì per sempre.

Per tutta la durata della visita mi torna in mente La Pecora nera di Ascanio Celestini.

E poi la ricostruzione degli ambienti: la stanza del medico, il refettorio, la stanza di contenzione, la fagotteria.

E i documenti visivi che riportano le interviste di tutti quei medici e infermieri  che vollero battersi per rendere l’istituzione più umana, bloccare il furto delle derrate destinate ai pazienti, abolire le punizioni corporali e le percosse, grandi, silenziosi e ignoti Eroi del Bene, che raccontano come il Manicomio, privo di fondi e attenzione pubblica, si sia sostentato anche grazie alla vendita dei manufatti artistici dei suoi abitanti, il cui ricavato è andato per intero alla comunità e mai ai singoli.

Dal Museo della Mente si esce adulti e sofferenti.

In qualche modo migliori.

Di falli, ragni e ghigliottine.

dicembre 12, 2015

Vado indietro nella memoria per ricordare quando ti ho conosciuto, la prima volta che ho saputo della tua esistenza, rimanendone definitivamente avviluppata; ma per quanti sforzi faccia non me lo ricordo più.

Forse ti ho conosciuta in un libro, più probabilmente in un museo. Potrebbe essere il Pompidou o il Moma.

Con un ulteriore sforzo potrei risalire anche all’anno, ma la memoria mi si appanna. Mi ricordo solo di me che entro in una grande sala. In questa sala c’è una gabbia, piena di bambole di pezza incomplete: senza testa, senza arti, fatte di vecchi stracci. Su questa gabbia c’è un ragno, un enorme ragno di cui non capisco le intenzioni, non riesco a comprendere se cerchi di penetrare la gabbia per danneggiare le creature che ospita o se, al contrario, la stia proteggendo da un altro predatore che al momento è invisibile, forse in agguato da qualche parte.

Resto inebetita nella sala, a fissare la scena.

Nonostante il terrore che provo per i ragni, anche per le loro riproduzioni e raffigurazioni, entro nella gabbia aperta, insieme alle pupette di stoffa. Per un momento, insieme alla paura, che mi sale dalle viscere, profondissima, provo anche un senso di accudimento, di protezione.

Quel giorno di tanti anni fa imparo senza parole quello che da tempo già so bene: che ogni affetto è una prigione, che le madri possono tessere tele in cui cullarti e strangolarti a un tempo. Come vogliono. Come possono.

Non conoscevo ancora il Ragno Maschio, quello che da lì a diversi anni dopo sarebbe entrato nella mia vita e mi avrebbe irretito, conquistato con cura come una preda saporita, un buon bocconcino da non divorare tutto insieme, da tenere lì, nella tela di parole e di umori, di mani e odori, sapientemente avviluppata, per mangiarne un pochino all’occorrenza.

E di nuovo sospendermi lì, farmi cadere e di colpo riprendermi, offrirmi un sostegno labile e incerto, filamentoso. Carezzarmi con una lunga zampa, a distanza, intanto che le altre fossero impegnate altrove.

La prima cosa, una delle prima cose che feci con il Ragno Maschio, fu portarlo a vedere una tua mostra.

Questo lo ricordo bene, era il 2008 e Napoli risplendeva di sole autunnale.

Avevo già intravisto le sue bave translucide, il modo in cui tesseva le fila di disegni che mi sarebbero apparsi chiari solo anni dopo. Quella mattina, con i suoi ritardi che tentavo di giustificare chiamandoli stanchezza, distanza, traffico, qualcosa in profondità mi raccontava altro.

Chi ha paura dei ragni ha paura di tante cose: dei legami, dell’accorciarsi delle distanze, della propria forza creatrice, della fame. Chi ha paura dei ragni a volte si fa ragno, come sempre si diventa il contrario di ciò che si teme, per esorcizzarlo e dimenticarlo.

Il giorno che sei morta è stato come perdere qualcuno di famiglia.

Non esagero: chi ti insegna qualcosa di te, chi ti insegna a muoverti nel mondo, in qualche modo che ancora non avevi sperimentato, è un genitore spirituale.

Quel giorno ho sentito di aver perso qualcuno di importante e di dover in qualche modo celebrare la perdita.

Questo il mio lungo epitaffio, una raccolta di ragni.

L’inverno scorso ti ho trovata dovrei non avrei immaginato, in una piazza ventosa di Tokyo, che sovrastavi la città dall’alto della collina di Roppongi, in una notte piena di stelle.

Mi commuove sempre ritrovarti quando non me l’aspetto.

Ieri sera ti ho incontrata in uno dei tuoi momenti migliori: avevi voglia di chiacchierare, e hai scelto una delle migliori artiste che conosca, per parlare e per parlarmi.

Hai parlato d’amore, ieri sera. Con i tuoi modi. Con una sedia.

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La vita è una sedia.

L’amore è una sedia vuota sulla quale invitarci a sedere per riposare, dalla quale raccontarci una storia per confortarci.

L’odio e la paura sono una sedia dalla quale dominarci e spaventarci.

Il dolore è una sedia, sulla quale salire per l’ultima volta e sospendersi a una corda.

Sei scesa dal palco per consegnarmi quel foglio su cui avevi scritto, colta dalla follia del dolore, quella verità assoluta, costitutiva, quella che un giorno di tanti anni fa ha fatto in modo che ti riconoscessi e non ti lasciassi mai più:

NON MI ABBANDONARE

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Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

Non mi abbandonare.

E poi restare soli, osservare quel “momento in cui il sesso e la morte sono una cosa sola. (…) Essere artisti è essere ambiziosi. Implacabili. Guardare dentro di sé fino a farsi male. Rischiare. Avere il coraggio di dire, di pensare, di raccontare. Essere nudi, esposti. Mostrarsi. Non è divertente. (…) Tutto quello che faccio è una battaglia, un combattimento all’ultimo sangue. E’ doloroso. Si rischia di morire ogni volta. Ma rischiare di morire è necessario, per sopravvivere”.

Alla prossima volta, Louise.

Nel frattempo ti ricreo dentro di me infinite volte, come si fa con chi si ama.

 

 

 

 

La nostra natura è così fiacca che, anche quando la prova non è penosa, pensiamo sempre, sopportandola, di fare un grande atto, e ci crediamo sul serio! (S. Teresa d’Avila)

novembre 28, 2015

(…continua)

Ci vorrà pazienza per leggermi, come ne occorre a me per scriver di ciò che ignoro. Alle volte mi avviene di prender in mano la penna come un’ idiota, senza sapere cosa dire, né da dove cominciare. Tuttavia, farò del mio meglio per spiegarvi certe cose interiori, che credo vi saranno utili.

Così scrive, Teresa d’Avila nel Castello Interiore, e così riprendo io, dopo aver scorso le pagine di quest’opera che non conoscevo e che viene menzionata da Gian Maria durante la sua chiacchierata alla spiaggia del Purgatorio, come fonte ispiratrice della sua opera.

Nello scorrere le righe, man mano che avanzo, mi sembra che ci sia un’assoluta vicinanza allo zen.

Sono giorni, che cerco di continuare a scrivere di tutto questo, senza riuscirci. Un po’ faccio fatica a incastrare le idee, un po’ mi manca il tempo. Mi succedono cose, come ne La leggenda del santo bevitore, piccoli e grandi impedimenti, che mi distraggono dal compito e sorrido pensando che esse stesse, sono il compito. Che questa distrazione, questa frammentazione hanno a che fare col compito, anche quando non mi è chiaro, quando non lo vedo.

Allora mi sono detta che è inutile affannarmi: sono in una specie di Purgatorio scrivendo di Purgatorio, con tutto il tempo che necessita per venirne fuori, se mai se ne verrà fuori.

Dalla spiaggia del Purgatorio, che Tosatti ha voluto ambientare nel vecchio Ospedale militare, sopra ai Quartieri Spagnoli, muoviamo verso la montagna del Purgatorio, che si trova invece più a valle.

Lì per lì non so se questa cosa sia volontaria, l’aver invertito l’alto con il basso, e aver posto la spiaggia, ingresso del Purgatorio, in collina, per poi iniziare la scalata scendendo in città.

Lo saprò dopo, scalando faticosamente la montagna e poi culminando in Paradiso.

Saprò esattamente che il Purgatorio è uguale al Limbo, gli è totalmente speculare. Due luoghi che possono trattenere in eterno.

L’ho già scritto.

Due luoghi né troppo confortevoli né troppo scomodi, in cui il rischio maggiore è quello di un avvolgimento a spirale su se stessi senza mai trovare uno sbocco. Luoghi di incertezza teologica, esistenziale.

Dalla stagnazione della spiaggia alla rarefazione della montagna il rischio è quello di una perenne anossia dello Spirito.

Questa Montagna del Purgatorio è ambientata presso l’Ex Convento di Santa Maria della Fede. Ci arriviamo dopo un corpo a corpo tra centinaia di turisti che già infestano san Gregorio armeno e i decumani, molto prima di Natale.

Ci facciamo strada, ci infiliamo per vicoli alternativi, viuzze strettissime. Ci imbattiamo, in questo scontro di corpi, in un Gian Maria frettoloso e sorridente che ci indica la strada e ci dice che poi ci vediamo, ci vediamo dopo,  più tardi, ci aspetta in Paradiso. Gian Maria qui, in questo decumano congestionato, ha qualcosa di ieratico, non so spiegarlo. Come se la folla non lo ostacolasse minimamente: ha il piglio dell’arcangelo Michele mentre sta facendo tutto il possibile per ridurre la permanenza delle anime nel Purgatorio e si muove con leggerezza tra i turisti, come se a lui non fossero carne, come li percepiamo noi, ma spettro sottile che non ostacola il suo andare.

Anche qui ci tocca aspettare il nostro turno di ingresso, messi in fila e in ordine da un arcangelo negretto, come nelle tappe precedenti. Per l’ansia di completare tutto il giro dell’opera abbiamo saltato il pranzo.

Di questa quinta tappa, quinto capitolo dell’opera, che Tosatti vuole intitolare I fondamenti della luce, leggo questa recensione su ArtTribune: “Questo lavoro è ispirato da una lettera d’amore scritta da una ragazza vissuta all’inizio del secolo scorso, Paolina T., che nel 1917, all’età di vent’anni, rea di non essere una nobildonna ma una semplice “povera” – così è definita nella cartella di ricovero – non ebbe il privilegio del convento e fu internata nel manicomio di Sant’Antonio Abate, a Teramo, con la diagnosi di “immoralità costituzionale”Di qui il collegamento con la sede prescelta, l’ex reclusorio di Santa Maria della Fede, in fondo una specie di carcere per donne libere, la cui struttura diviene metafora di un percorso ascensionale che si confronta con un altro purgatorio napoletano come quello narrato da Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli, nel capitolo dedicato a La città involontaria. 5_I fondamenti della luce è un’opera, quindi, sullo splendore insopprimibile che alberga nel fondo dell’uomo e che è il motore primo della sua esistenza anche nei momenti più oscuri.”

Nella memoria faccio fatica a ricollocare le emozioni così come le ho vissute: ho delle fotografie che mi aiutano, un susseguirsi di sequenze, una storia visiva che si racconta e mi racconta del tempo che abbiamo impiegato a crescere, a formarci.

Il Purgatorio è il nostro apprendistato, la nostra vita in costruzione, l’impegno ideologico ed egoico al tempo stesso. E’ quello che raccontava Padre Piras, che tanto avrebbe amato quest’opera.

Per quel che mi riguarda direi anche che il Purgatorio è un’errata percezione del Tempo: il giovanile credere – o l’adulto voler credere – che tutto il tempo che abbiamo a disposizione sia infinito. E dunque procrastinare, lasciarsi andare, perdersi, credersi onnipotenti, invincibili. Il Purgatorio è anche la morsa del ricordo, la zavorra del passato, la fossa scavata con le proprie mani, la fine improvvisa della festa.

E tuttavia, rispetto alla Spiaggia desolante, qui la Montagna si arricchisce, stanza dopo stanza, delinea un percorso ascensionale di liberazione e salvezza, un lento liberarsi di scorie, una progressiva costruzione che man mano mi allevia: qui scompaiono le grate e si aprono grandi finestre e terrazze dalle quali l’Anima si affaccia, passeggia, respira e si libra.

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Mi sembra di completare il mio giro contenta, man mano che salgo le stanze si fanno sempre più ariose e piene di luce.

Arrivo all’ultimo corridoio e mi parte un piccolo urlo: in fondo al corridoio una porta murata, tutta dipinta d’oro bronzato. Ho imparato la simbologia di Tosatti: quest’oro è il colore del Male, che ci attrae, ci riflette, ci seduce.

Questo Male sempre presente, sempre in agguato, anche nelle nostre stanze piene di Luce.

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Lancio un piccolo urlo, di paura e sorpresa e velocemente, quasi a perdifiato, ripercorro a ritroso la Montagna, cerco una via di fuga nel cortile e lì un poco mi acquieto.

Mentre i miei compagni finiscono il giro, penso a quel che ho sentito e ho imparato lassù: il rischio narcisista dell’autorealizzazione e dell’impegno.

Poi lentamente ci avviamo verso il Paradiso.

(…continua…)

“Non andare in Purgatorio. La mia cara sorellina m’inculcava ogni istante questo desiderio umilmente fiducioso di cui viveva.”, Céline, sorella di santa Teresa di Lisieux

novembre 10, 2015

(…continua…)

E’ tutta una questione di come si percepisce lo spazio/tempo, dice il mio amico Angelo, che di mestiere fa l’antropologo urbano e sostiene da un po’ che io sono una che va in giro a fotografare le strutture del tempo.

Non so esattamente cosa voglia intendere, appena lo intuisco. Ma non lo so spiegare bene, magari un giorno lo fa lui.

Però sicuramente è questa – l’identità di percezione dello spazio e del tempo – una delle ragioni di sintonia o conflitto tra esseri umani. La lunga lotta tra puntuali e ritardatari, tra anticipatori e procrastinatori, tra caotici e ordinati, tra metodici e improvvisatori.

E’ sempre questo, nella letteratura classica, che ci racconta cos’è il teatro, la tragedia, la famosa unità di tempo, luogo e azione.

Ed è pure questo la summa dello zen, la conquista del qui e ora.

Forse percepire la struttura del tempo non è altro che riconoscere l’immutabile che è dietro tutte le cose.

Penso allora a certi corpi e volti che incontro per la strada e che mi diverto a immaginare vestiti con toghe o abiti contadini, situati in altre epoche. Sono espressioni e volti che amo definire senza tempo, sorta di archetipi.

Mi succede sempre ai Campi Flegrei, alle Stufe di Nerone, dove, anche nudi, mi sembrano tutti antichi romani che hanno appena parcheggiato la biga per un pomeriggio di ozio.

Mi capita lo stesso anche con alcuni luoghi, specie se degradati.

Mi piacciono gli spazi architettonici disabitati e distrutti, le macerie.

Le macerie e le rovine.

Quelle di cui Augé scrive che “non sono il ricordo di nessuno, ma si presentano a chi le percorre come un passato che egli avrebbe perduto di vista, dimenticato, e che tuttavia gli direbbe ancora qualcosa. Un passato al quale egli sopravvive”.

Nelle macerie e nelle rovine Augé sostiene che si faccia esperienza di un tempo puro, un tempo sottratto alla storia.

Ma se è sottratto alla Storia è forse allora anche un tempo nuovo, in cui si può dire nuovamente qualcosa, qualcosa di significante per chi ne fa l’esperienza.

Non qualcosa di innovativo e inedito in assoluto, ma qualcosa di nuovo per se stessi.

Forse è questo, che vuole dire Angelo quando dice che fotografo le strutture del tempo, ma non ne sono ben sicura. Forse è proprio questo, che troverò nel Purgatorio di Tosatti, ma ancora non lo so.

Sono passati diversi mesi da quando sono stata all’Inferno e domenica mattina, dopo aver detto un’altra volta agli amichetti che volevo essere accompagnata a vedere il Purgatorio, sono uscita presto di casa per arrivare in anticipo.

Curioso ossimoro, me ne rendo conto: arrivare in anticipo in un luogo fatto di attesa.

Ma non era questo, forse era per il fatto delle strutture del tempo.

Avevo voglia di passeggiare in quel quartiere di Napoli di prima mattina, prima che si animasse, di intrufolarmi in cortili, vicoli e osservare. Infilarmi nel vecchio convento della Trinità degli spagnoli, dove di fronte alla polizia erano sospesi reggiseni e alle finestre donne che fumavano, con i segni della notte in viso. Volevo entrare nel Parco dei Quartieri Spagnoli e stare un poco là.

Avrei voluto una telecamera per riprendere il custode dell’Ex Ospedale militare, il suo ufficio e la splendida colonna degli anni Settanta che gli teneva compagnia. Musica italiana d’annata, che una vecchia cassa posizionata all’esterno dell’ufficetto faceva risuonare in tutto il cortile.

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Signo’, cercate la mostra?

Sì, ma aspetto degli amici.

E nel frattempo ‘o vvulite ‘nu poco ‘e cafè?

Grazie, con piacere.

Ad accoglierci al Purgatorio, la puntata numero 4 delle Sette stagioni dello Spirito, un altro ragazzo di colore, questa volta burkinabè. Si chiama Tazizi. Mi era piaciuta molto questa cosa del negretto all’Inferno, aveva un suo simbolismo che faceva il paio con il Male. Mi era piaciuto che fosse anche al Purgatorio, come un Lucifero perennemente in agguato. Un Lucifero gentile, accogliente. Che in fondo pur sempre un angelo, era.

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Dopo un po’ arriva un altro ragazzo. Giovane, carino. Scambiamo due chiacchiere e mi fornisce gli orari di apertura della stagione n. 5 e n. 6, in altri punti del centro storico. Se riesco a organizzarmi e a correre un po’, forse le vedo tutte.

Devo riuscirci, è l’ultima settimana in cui sono aperte e io sono venuta giù apposta. Devo riuscirci, a costo di saltare il pranzo. Ignoro bellamente che quel giovane dallo sguardo sveglio e lontano sia proprio Tosatti in persona, lui medesimo.

Lo scopro un quarto d’ora dopo, quando ci arravoglia in un racconto che comprende Santa Teresa d’Avila, Pasolini, Agostino, Hannah Arendt, Dostoevskij, Dante Alighieri, Milton e chissà quanta altra gente che non nomina direttamente, ma che fa capolino alle sue spalle. Un discorso pacato, senza alcuna arroganza, totalmente privo di autoreferenzialità. Un discorso che viene come da lontano, da un altro tempo.

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L’installazione numero 4_Ritorno a casa, è anche la Spiaggia del Purgatorio.

Gian Maria – lo chiamano tutti per nome, come fosse un vecchio amico – ci spiega che nel Purgatorio non si può restare in eterno, si può solo sostare. Una permanenza più lunga può essere peggiore dell’Inferno.

Sono piuttosto smemorata e caotica, ma mi risuonano da qualche parte i ricordi di Teresa di Lisieux, la santa che detestava il Purgatorio, che non credeva nel Purgatorio, che pensava che un Dio buono non avrebbe mai potuto concepire una simile aberrazione. Pensava che Dio distribuisce i suoi doni in modo ineguale ma con eguale amore, e che mai collocherebbe volontariamente una sua creatura nella frustrazione eterna del desiderio che si chiama Purgatorio.

Questo Gian Maria ha una parola che conquista, che costruisce il mondo. Mentre parla mi sembra di potergli entrare nel cervello e capire come faccia a creare le sue atmosfere: gli basta proiettare all’esterno quello che gli si muove dentro ed è fatto. E’ che dentro gli si muove moltissima roba. Troppa, per l’età che ha. Forse lui stesso è una Struttura del Tempo.

Ci parla dei simboli che incontreremo in questa installazione e nelle successive, che sono gli stessi dell’Inferno, in cui ci riconosceremo e troveremo una sequenza ciclica: i rettangoli dorati, che stilizzano il Male, le lastre radiografiche, che sono la nostra interiorità e che qui possiamo maneggiare – a differenza dell’Inferno, in cui erano fisse alle pareti – per riappropriarci della nostra identità, i vetri, rotti e integri, la nostra fragilità e trasparenza.

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Provo a memorizzare tutto quello che dice, ma dice tante, tantissime cose e io sono uscita di casa senza fogli né penne.

Così non mi resta che entrare, in questa spiaggia del Purgatorio, luogo di ritorno e di riposo, e vedere cosa succede. Affidarmi a una memoria sensoriale. Ancora una volta, devo lasciare la Ragione sulla soglia.

La spiaggia del Purgatorio riesce a turbarmi più dell’Inferno. E’ un turbamento diverso, una forma più sottile e raffinata di paura: l’inizio è rassicurante, sono gli ambienti della mia infanzia.

Le case delle mie nonne, con questo scarno mobilio anni Cinquanta.

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Una stanza, in particolare, mi scuote. Mi siedo per terra, nella polvere, a osservare il pulviscolo atmosferico che entra dalla finestra oscurata, proprio come quando ero bambina, nella stanza da letto da vedova di mia nonna.

Ho come di colpo l’impressione che la vita sia questo: il caos che trascorre dal momento in cui, bambino meravigliato, passi ore incantato davanti al pulviscolo atmosferico e il momento in cui, nella maturità, riesci nuovamente incantato a cogliere la stessa visione e ti chiedi cosa hai fatto in mezzo.

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E in mezzo, lo scopro correndo a perdifiato per un corridoio pieno di aperture che mi riempie di angoscia, c’è un’insensata ripetizione di stanzette da letto tutte uguali: tutte contengono un lettino, un rettangolino d’oro a ricordarci la presenza del male, ovunque, una macchinetta per l’aerosol, per trovare respiro nell’ottusa ripetizione e un quaderno di appunti aperto sempre sulla stessa pagina, con le stesse frasi.

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Il tempo, nella ripetizione, appare allo stesso tempo finito e interminabile, come una morsa che non offre scampo. Così il Male che si staglia luminoso e scintillante di sorpresa, anche in mezzo alla Bellezza, e non se ne separa mai. E forse anche un po’ la nutre, ma ho ancora un po’ paura di dirlo, questo. Anche solo di pensarlo.

Il Purgatorio ha la serenità del noto, è una sicura zona di confort dalla quale o si esce o si rimane sepolti, come raccontano i piccoli sarcofaghi/abbeveratoi dell’ultimo piano.

L’inferno può essere una resa esaltante. Il Purgatorio è una coazione a ripetere.

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Ci sono grate, anche qui. Grate che imprigionano.

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Poi mi dico che non sono io a essere imprigionata nelle stanze del Purgatorio, di questo tempo senza qualità, ma è Napoli, ad esserlo. E’ Napoli che, come un essere umano, è prigioniera di questo tempo senza qualità e senza Storia e necessita di riflessione e pausa per arrivare alla Montagna del Purgatorio, la stagione numero 5, e lentamente cominciare a risalirla.

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Penso a questo Gian Maria Tosatti che viene da lontano e ci piazza qua, a casa nostra, un’opera che con amore ci parla di noi e della nostra città. Penso a quanto mi manca, questa Napoli/Purgatorio e quanto io stessa, esiliata – come dico spesso scherzando ma non troppo – a Roma, mi senta in un Purgatorio dove i giorni si ripetono sempre uguali mentre io rifletto su quale salvezza mi sia possibile.

Quando esco, Tosatti è scomparso. Pare che abbia da fare in Paradiso, dove lo ritroveremo alla fine di questa lunga giornata, ma non prima di aver scalato la Montagna del Purgatorio.

(…continua…)